Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Un “Grande fratello” in grado di spiare tutte le chat, da WhatsApp a Telegram, per intercettare i contenuti pedopornografici e stanare i pedofili in Europa. Entro la giornata di oggi, venerdì 12 settembre, gli stati membri dell’Unione europea sono chiamati a votare il regolamento sul “Chat control”, la proposta che apre all’uso di un algoritmo sulle piattaforme di messaggistica.

    Cos’è il Chat control
    La proposta nasce dalla necessità di individuare in rete i contenuti legati a pedofilia e pedopornografia. Cosa prevede? In caso di via libera da parte di Parlamento e Commissione Ue, le società che forniscono software crittografati saranno obbligate a consentire una verifica preventiva sui contenuti alla ricerca di materiale dove si menzionano abusi su soggetti con meno di 18 anni di età. Sarà un algoritmo a occuparsi di bypassare la crittografia e intercettare l’eventuale illecito prima che il messaggio arrivi a destinazione.

    La misura mira a diventare un’arma “invisibile” per prevenire e contrastare gli abusi sui minori e la diffusione di materiale pedopornografico. Il Regolamento punta anche a creare un centro europeo sugli abusi, in cui far pervenire tutte le segnalazioni.

    Messaggi “bloccati”: come funziona
    Come dovrebbe funzionare questo sistema? In caso di messaggio intercettato dal Chat control, l’algoritmo verifica l’eventuale presenza di materiale illegale, analizzando tutti i contenuti audiovisivi, dalle immagini a video, note vocali e link esterni, delle tutte le chat più o meno note, WhatsApp, Telegram e Signal, anche in presenza di cifratura end-to-end. In caso di contenuto illegale, il sistema bloccherebbe in automatico la diffusione del messaggio, per poi segnalare il caso alle autorità.

    Europa divisa: dubbi sulla sicurezza
    Come riportato sul portale Fightchatcontrol, a promuovere l’iniziativa è stata la Danimarca, ma l’accoglienza non è stata la medesima per tutti i Paesi. A preoccupare gli esperti è soprattutto il grado di penetrazione dell’algoritmo nelle piattaforme di comunicazione, che potrebbe oltrepassare il velo della privacy che copre la corrispondenza tra messaggi privati.

    Otto Stati si sono opposti alla “stretta” sulle chat: Austria, Belgio, Germania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Finlandia, Paesi Bassi e Polonia. La Germania invece, dopo alcune titubanze, ha dato la sua approvazione. Ad appoggiare la proposta sono invece 15 Paesi, tra cui Italia, Francia e Spagna, mentre Estonia, Grecia, Romania e Slovenia risultano ancora tra gli “indecisi”.

    Oltre alla potenziale erosione della crittografia end-to-end, della privacy e della sicurezza nelle comunicazioni digitali, il sistema rischia di avere un impatto negativo per l’elevato tasso di errore sul rilevamento degli abusi nei messaggi e nei file, a partire dai contenuti diffusi dagli utenti in modo consensuale.

    https://europa.today.it/attualita/chat-control-proposta-algoritmo-spia-messaggi-privati-ue.html

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Ratzinger: nuove indagini per presunte dissimulazioni in un caso di un prete pedofilo

    Ratzinger: nuove indagini per presunte dissimulazioni in un caso di un prete pedofilo

    Nuove ricerche in Germania sembrano indicare che il defunto papa Benedetto XVI era a conoscenza da vescovo di Monaco del passato di un prete pedofilo almeno dal 1986. Come arcivescovo di Monaco nel 1980, aveva permesso al prete di lavorare nella pastorale dei bambini. Negli ultimi mesi della sua vita, Benedetto XVI aveva dichiarato di voler venire a Monaco per testimoniare la sua buona fede. La sua morte, avvenuta il 31 dicembre 2022, glielo ha impedito. Il papa emerito è stato accusato, in un rapporto investigativo pubblicato nel gennaio 2022, di “cattiva condotta” in diversi casi di pedofilia durante il suo periodo come arcivescovo di Monaco-Frisinga dal 1977 al 1982. A dire il vero il papa emerito in un suo precedente memoriale aveva anche tentato una risposta, in una vicenda complessa come questa. Il caso più problematico fu quello di un prete noto come “H.”. Il caso riguardava il trasferimento di un sacerdote dalla diocesi di Essen, nel nord-ovest della Germania, dove era stato rimosso dal suo lavoro con i giovani in quanto “pericoloso” dopo aver molestato tre ragazzi di 12 anni. Sottoposto a psicoterapia, il prete è stato accolto durante il periodo del cardinale Ratzinger a Monaco di Baviera, dove ha continuato a compiere le sue malefatte. Il rapporto sottolinea che gli è stato affidato un lavoro che comportava vicinanza ai bambini.

    Il prefetto della Congregazione della dottrina della fede informato

    Tuttavia, Benedetto XVI ha sempre negato di essere a conoscenza del passato del prete. Gli autori dell’indagine considerano questa affermazione “poco credibile”, basandosi sul fatto che il suo nome figurava nella lista dei partecipanti a un incontro con il sacerdote nel 1980 sulla questione dell’integrazione di questo prete nella diocesi allora guidata da Ratzinger. Il Papa emerito ha poi ritrattato la sua precedente dichiarazione, attribuendola a una “svista”. Tuttavia, ha ribadito di non essere a conoscenza del passato di H. Ma le conclusioni di un’indagine congiunta dei media Bayerischer Rundfunk (BR) e dell’ONG tedesca Correctiv, che è anche un’unità investigativa giornalistica internazionale, gettano una nuova ombra sulle dichiarazioni di Benedetto XVI. L’indagine fa riferimento a uno scambio di lettere risalente al 1986, che dimostra che Ratzinger, quando era prefetto della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede, era stato informato delle azioni del prete, questo secondo quanto viene riportato dalla Katholische Nachrichtenagentur (KNA) il 22 febbraio 2023.

    Abusi in stato di ebbrezza

    La corrispondenza riguarda i seguenti punti: dopo la condanna di H. alla sospensione condizionale della pena per abusi su minori nel giugno 1986, il vice vicario generale di Monaco, Bernhard Egger, si era rivolto al Vaticano. In una lettera, chiedeva che in futuro H. potesse celebrare la Messa con il succo d’uva anziché con il vino, a causa di una “assoluta intolleranza all’alcol”. La motivazione addotta era che il sacerdote aveva commesso reati in “stato di ebbrezza”, corrispondenti agli articoli 174, 176 e 184 del codice penale, che trattano di violenza e abusi sessuali.

    H. dimesso dallo stato clericale

    La risposta è arrivata dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), Joseph Ratzinger in persona. Dalla lettera si evince che l’ex arcivescovo di Monaco ha approvato la deroga, il che implica che era a conoscenza delle attività criminali di H. al più tardi all’epoca. Tuttavia, la CDF non ha preso alcun provvedimento contro il sacerdote, che si è ritirato nel 2010. Dal 2020 lo stesso H. vive in regime di restrizione nella diocesi di Essen ed è stato dimesso dal clero nel 2022.

    Interpellata dalla KNA, l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha confermato l’esistenza di una lettera indirizzata a Roma nel 1986 e di una lettera di risposta firmata da Joseph Ratzinger. L’arcidiocesi ha anche confermato che tutte le lettere relative al caso – compresa quella del 1986 – sono state trasmesse allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, che ha redatto il rapporto nel gennaio 2022. Tuttavia, l’informazione era passata inosservata allo studio legale, che si era concentrato sull’atteggiamento dei funzionari dell’arcidiocesi e non su quello dei funzionari del Vaticano. Una vicenda complessa e ingarbugliata come tantissimi altri casi accaduti nel mondo a quell’epoca o negli anni ancora precedenti.

    (cath.ch/kna/arch/rz/adattamento e traduzione catt).

  • Polonia-abusi: indietro tutta

    Polonia-abusi: indietro tutta

    La Conferenza episcopale polacca ha deciso di annullare il procedimento per una commissione relativa agli abusi e ripartire da capo. L’arcivescovo primate, Wojciech Polak, il suo gruppo di lavoro e i testi di indirizzo per la commissione finora prodotti sono stati sfiduciati. Al suo posto è subentrato mons. Slawomir Oder, noto come postulatore della causa di santità di Giovanni Paolo II e per la sua presenza nell’Ufficio giuridico della Conferenza, il quale ha criticato in toto (lo scorso 28 febbraio) la proposta di Polak. La decisione è stata presa a Katowice dove i vescovi hanno solennizzato il centenario della diocesi (10-12 giugno).

    Lo sconcerto è visibile in tutte le reazioni del mondo cattolico e no. Emblematico quello del caporedattore dell’agenzia ufficiale KAI, Marein Przeciszewski, che scrive:

    «La decisione significa che l’arcivescovo Polak il quale, in qualità di delegato della Conferenza episcopale polacca per la protezione dei bambini e dei giovani, conosce molto bene questo tema ed è una riconosciuta autorità per le vittime, sarà privato di qualsiasi influenza sulla configurazione della futura commissione. Nel contempo, il vescovo Oder non si è mai occupato di questo tema in precedenza e non ha alcuna esperienza in questo campo. Le vittime percepiranno questa nomina come la prova che il loro dramma non è trattato con serietà e nella società civile significherà un ulteriore e probabilmente rapido declino dell’autorità della Chiesa».

    Il vescovo Oder, dal canto suo, ha relativizzato molto: «Si tratta di precisazioni sia nelle formulazioni giuridiche sia nei principi specifici di funzionamento di questa commissione. Abbiamo l’esperienza di Chiese di altri Paesi che è stata condivisa con noi. Vogliamo evitare gli errori che qualcuno ha commesso». Il riferimento è chiaramente al rapporto della commissione indipendente voluta dai vescovi francesi (CIASE). Polak e i suoi esperti non hanno mai nascosto una privilegiata attenzione a quell’esperienza particolare.

    Difficile indicare le cause di un cambiamento così radicale di indirizzo. È probabile che il conflitto fra «garantisti» e «innovatori» fosse in atto da tempo, che il parere dell’Ufficio giuridico abbia impaurito molti vescovi e che l’attuale scontro politico e ideologico nel Paese abbia giocato da cassa di risonanza del confronto interno. Di fatto, un processo che si è avviato con coraggio e fatica nel 2023 è oggi in frantumi nonostante le assicurazioni di rito.

    Delusione dopo le speranze

    La plenaria della Conferenza episcopale di marzo 2023 aveva deciso, su pressioni mediatiche violentissime, di istituire una squadra speciale per fare luce sui crimini contro i minori commessi in passato nella Chiesa cattolica.

    Il giugno successivo mons. Polak, coadiuvato dal gesuita Adam Žak, aveva presentato uno studio comparato fra i vari strumenti e commissioni già sperimentate nel contesto delle Chiese nazionali (USA, Germania, Australia, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo) privilegiando l’interlocuzione con l’esperienza francese. Fu deciso di allargare la presenza di altri due vescovi e di fissare il tempo di indagine dal 1945 ad oggi. L’approccio previsto era quello storico e interdisciplinare.

    Nel novembre 2023 si coinvolgono i rappresentanti dei religiosi e delle religiose, evidenziando la centralità delle vittime nel processo in atto. Nel giugno dell’anno successivo (2024), dopo che mons. Polak è rieletto nella Commissione per la tutela dell’infanzia, si annuncia che il lavoro preparatorio si avvia a conclusione. Il mese prima era arrivato alla presidenza un’argomentata lettera di 46 vittime che chiedeva una reazione coraggiosa della Chiesa al problema degli abusi. Nella risposta vi era l’invito per un dialogo diretto che è effettivamente avvenuto il 19 novembre del 2024. L’incontro fra i 74 vescovi e i rappresentanti delle vittime è stato da tutti avvertito come un momento alto di intesa e di verità.

    Sembrava tutto pronto per una decisione rapida e coraggiosa nell’avviare una Commissione se non «indipendente» quanto meno di «indipendenti». Si aspettava solo il parere, non vincolante, del Consiglio giuridico della Conferenza episcopale. È arrivato con un secco no al progetto il 28 febbraio 2025 (cf. qui su SettimanaNews).

    Denuncia il carattere investigativo dell’organismo previsto e non solo storico-informativo, tale da porre sotto inchiesta anche i vescovi (il Codice lo riserva alla Santa Sede). Inoltre, prevede la possibile collaborazione con persone di non provata fede che potrebbero non aver a cuore il bene della Chiesa. Sottolinea anche: l’impossibilità di verificare le accuse, il lungo periodo di investigazione (dal 1945 a oggi), la carenza di indicazioni dei costi dell’operazione e la possibilità che il materiale raccolto possa essere utilizzato per cause civili contro enti ecclesiastici.

    La conclusione è drastica. Si torni a votare sulla natura della commissione, dopo la decisione del 2023.

    Le reiterate richieste

    Prima dell’assemblea di Katowice, una lettera dei rappresentanti degli abusati rinnova ai vescovi le richieste già formulate in passato. Esse sono relative alla sospensione dell’attuale presidente, mons. Tadeusz Wojda, in attesa di un pieno chiarimento rispetto alle accuse di negligenza in casi di abuso, alla determinazione della data di inizio dei lavori della commissione di indagine, ad un elenco di buone pratiche nelle indagini, alla nomina di un difensore civico nominato dalla Chiesa, all’invito ai vescovi di incontrare anche le vittime segnalate dai media, al coinvolgimento di almeno una donna nel sistema ecclesiale di assistenza agli abusati, a un serio approccio al tema degli adulti vulnerabili e a un coinvolgimento diocesano delle vittime nelle decisioni che le riguardano.

    L’esito della decisione episcopale ha portato uno dei tre firmatari della lettera (Jakub Pankowiak) a denunciare la paura dei vescovi e le rivalità evidenti al loro interno fra chi riteneva la commissione una minaccia per l’istituzione e chi invece condivideva la linea proposta. La sua delusione è radicale. Si è sentito ingannato e deluso. Chiuderà ogni collaborazione e l’idea della commissione a suo avviso è archiviata, «anche se venisse formata una nuova équipe non sarebbe più la commissione che avevamo chiesto».

    Attraversata da dolore e irritazione anche la reazione del vescovo Damian Muskus: «Oggi non possa fare altro che assicurare la mia vicinanza a coloro la cui fiducia è stata seriamente scossa». Angosciate le parole del carmelitano Mateusz Filipowski che ha condiviso un percorso di ascolto e riscatto con un centinaio di vittime. Chiede ai vescovi: «Datemi qualche argomento sensato su cui basarmi nelle conversazioni con le vittime, sul perché valga la pena per loro di rimanere nella Chiesa».

    Un clima avvelenato

    Il vistoso arretramento dell’episcopato polacco sul tema degli abusi avviene in un contesto di duro scontro politico con l’attuale governo. Nel comunicato finale dell’assemblea episcopale si indica lo scontro frontale sulla questione dell’insegnamento della religione (cf. qui su SettimanaNews), sui corsi di educazione sanitaria introdotti dal ministero, sul mancato avvio della discussione relativamente al finanziamento statale della Chiesa.

    Ma anche i temi interni sembrano particolarmente tesi: sul rinnovo della catechesi, sulla situazione dei media, sull’identità del prete. Uno studio, per ora provvisorio, sulle aggressioni ai preti parla di minacce, insulti e scherni non solo occasionali. Il 19% dei 614 preti sentiti ha riferito di un’aggressione fisica, il 15% di interruzioni nelle funzioni religiose, il 4% di aggressioni fisiche.

    Un contesto che non annuncia nulla di buono a meno di correzioni significative sui fronti contrapposti

    https://www.settimananews.it/vescovi/polonia-abusi-indietro-tutta/

  • Il Regno Unito sperimenta la castrazione chimica per i reati sessuali gravi

    Il Regno Unito sperimenta la castrazione chimica per i reati sessuali gravi

    Il Regno Unito apre alla castrazione chimica per i condannati a gravi reati sessuali. Lo farà lanciando un progetto pilota destinato per ora a 20 carceri del Paese e sarà inizialmente su base volontaria, con i condannati che potranno accettare la pratica in cambio di una riduzione della pena. Come ha spiegato alla Camera dei Comuni la Segretaria di Stato alla Giustizia, Shabana Mahmood, dopo la sperimentazione la pratica “potrebbe diventare poi obbligatoria”.

    L’iniziativa avviene nell’ambito delle misure “radicali” a cui sta lavorando l’esecutivo laburista guidato dal premier Keir Starmer per rilasciare migliaia di detenuti e alleviare il sovraffollamento carcerario in Inghilterra e Galles. “Certo, è fondamentale che questo approccio venga affiancato a interventi psicologici mirati ad altre cause di reato, come l’affermazione di potere e controllo”, ha sottolineato Mahmood.

    Il rapporto
    La castrazione chimica è una delle alternative alle pene detentive proposte dall’Independent Sentencing Review, un’analisi sulle possibili alternative al carcere commissionata dal governo e guidata da David Gauke, l’ex segretario conservatore alla Giustizia.

    La revisione ha prodotto un progetto di 192 pagine pensato per porre fine alla crisi delle carceri e per ridurre la recidiva e il tasso complessivo di criminalità.

    Tra le altre cose, Gauke ha raccomandato la continuazione di un piccolo progetto pilota volontario nel sud-ovest dell’Inghilterra, in cui 34 detenuti ricevono una dose mensile di sostanze chimiche per la soppressione della libido.

    Lo studio della pratica
    Il rapporto ha esortato i ministri a costruire una base di prove completa sull’uso di questa pratica per i criminali sessuali e a esaminare i risultati di programmi simili in Germania e Danimarca, dove pure sono volontari, e in Polonia dove la castrazione chimica è obbligatoria in casi estremi.

    “L’eccitazione sessuale problematica può essere ridotta tramite soppressori chimici e altri farmaci, che possono essere prescritti a persone che hanno commesso un reato sessuale in determinate circostanze”, si legge nel rapporto.

    L’approccio si basa su due farmaci. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri) limitano i pensieri sessuali invasivi. Gli antiandrogeni riducono la produzione di testosterone e limitano la libido. I farmaci vengono assunti insieme al lavoro psichiatrico che mira ad altre cause di reati sessuali, come il desiderio di potere e di controllo.

    https://www.today.it/mondo/regno-unito-castrazione-chimica-reati-sessuali-gravi.html

  • Il nuovo Papa dovrà occuparsi anche degli abusi sessuali nella Chiesa, e potrebbe essere un problema

    Il nuovo Papa dovrà occuparsi anche degli abusi sessuali nella Chiesa, e potrebbe essere un problema

    “Stiamo esponendo un problema che non è risolvibile con le sole forze della Santa Sede. Lo sforzo di chiunque sarà eletto Papa sarà quello di intervenire chiedendo agli Stati che hanno vuoti legislativi, come l’Italia, di colmarli per non rendere vano lo sforzo che anche la Chiesa sta cercando di fare in questo contesto”. Con queste parole Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, lo scorso 7 maggio, giorno di inizio del conclave che ha eletto Papa Leone XIV come successore di Papa Francesco, ha riportato all’attenzione il problema della gestione, della denuncia e dell’adeguatezza delle leggi per i reati che coinvolgono sacerdoti e hanno come vittime ragazzine e ragazzini, soprattutto.

    Un tema che è sembrato più attuale che mai fin da poche ore dopo la nomina di Robert Francis Prevost come 267º papa della Chiesa cattolica e primo papa statunitense della storia, lo scorso 8 maggio.

    Papa Leone XIV è stato criticato proprio per la gestione di due casi di abusi sessuali: il primo, più recente, riguarda accuse mosse nel 2024 da tre sorelle per episodi avvenuti nella diocesi di Chiclayo in Perù, dove Prevost fu vescovo dal 2015 al 2023. Il secondo caso risale invece a oltre 25 anni fa, quando Prevost, allora priore provinciale a Chicago, autorizzò la residenza di un sacerdote accusato di abusi sessuali vicino a una scuola elementare.
    Seppure il Vaticano abbia negato ogni responsabilità di Prevost, è vero che il suo nome è stato oggetto di inchiesta e questo oggi sembra essere un campanello d’allarme su un tema così rilevante.

    Ma qual è l’entità del problema?

    Il numero è impressionante, se si considera che spesso gli abusi non vengono denunciati oppure vengono ignorati o addirittura insabbiati. Ci fu, per esempio, un’inchiesta della televisione polacca TVN24, trasmessa lunedì 6 marzo 2023, che sostenne che quando Karol Wojtyla era vescovo e cardinale di Cracovia, e dunque prima di essere eletto papa, fosse a conoscenza dei casi di pedofilia nella Chiesa polacca. Ai sacerdoti accusati di aver commesso abusi sui minori avrebbe dato copertura spostandoli in altre parrocchie lontane da Cracovia. L’autore del reportage è il giornalista investigativo Marcin Gutowski. Gutowski dice che Wojtyla, già dagli anni Sessanta, non solo era a conoscenza degli abusi commessi dai sacerdoti nella sua diocesi, ma che intervenne direttamente spostando alcuni dei preti accusati da una parrocchia all’altra: una pratica assai comune all’interno della Chiesa.

    Sempre nel 2023 la Chiesa portoghese aveva presentato risultati di un’inchiesta sugli abusi subiti da minori e compiuti da rappresentanti del clero in Portogallo. L’inchiesta, condotta da una commissione indipendente, aveva individuato 4.815 casi accertati di abusi sessuali su minori fra il 1950 e il 2022: è una cifra ottenuta da 512 testimonianze raccolte in un anno, a cui si aggiungono casi denunciati da persone diverse dalle vittime. Il capo della commissione, il neuropsichiatra infantile Pedro Strecht, ha detto che con ogni probabilità è una stima per difetto e che i casi registrati sono solo una parte di quelli realmente avvenuti.

    L’impegno di Papa Francesco e le riforme incompiute

    L’inchiesta, che seguiva quelle già concluse in Australia, Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi, era partita nel novembre del 2021 su richiesta del Vaticano e di Papa Francesco. In materia di lotta alla pedofilia, infatti, Bergoglio nel corso del suo pontificato ha fatto alcune cose, anche se non abbastanza. Il pontefice nel 2019 aveva varato un motu proprio, cioè una legge della Chiesa cattolica, che impone a tutte le religiose e ai religiosi di qualsiasi ordine, di denunciare gli abusi segnalandoli alle autorità ecclesiastiche, che dovranno dotarsi di adeguati sportelli. La legge arrivava dopo un’importante riforma in tema pedofilia. Il 29 marzo 2019 Bergoglio aveva infatti promulgato un altro testo col quale introduceva l’obbligo di denuncia penale per tutti i pubblici ufficiali, l’obbligo di portare avanti l’azione penale indipendentemente dalla volontà della vittima, il decadimento della prescrizione sui reati di questo tipo e il licenziamento di chi risulterà colpevole.

    Bergoglio, inoltre, aveva privato della berretta rossa il cardinale scozzese Keith Michael Patrick O’Brien, che era già stato escluso al conclave del 2013 – quello che lo aveva eletto Papa – proprio perché aveva ammesso le sue molestie sessuali su quattro sacerdoti. Nessun pontefice negli ultimi decenni aveva applicato un provvedimento così duro.

    Quando Francesco convocò i vescovi di tutto il mondo in Vaticano nel 2019 per un incontro senza precedenti che mirava a rendere la protezione dei minori una priorità globale, fu un segnale che il Vaticano stava finalmente trattando gli abusi sessuali del clero come una crisi globale piuttosto che come il fallimento di un particolare Paese o cultura. Incontrò anche personalmente le vittime in molti dei suoi viaggi internazionali, per dimostrare che la Chiesa era consapevole del loro dolore.

    Il caso italiano e il rapporto CEI

    Eppure il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana, un documento annunciato a maggio 2022 dal presidente della CEI (e attualmente tra i papabili favoriti a diventare il nuovo pontefice) Matteo Zuppi che avrebbe dovuto essere, o almeno così si era capito allora, la prima parte di una indagine indipendente commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali e la pedofilia commessi al proprio interno, finora mai realizzata, fu deludente.

    In realtà il rapporto considerava solo alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa avvenuti fra 2020 e 2021, e perciò offriva un quadro assai limitato e parziale. Nella Chiesa italiana ci sono sempre state enormi resistenze nei confronti di questa inchiesta. La prima parte del rapporto era pertanto molto attesa anche perché, negli ultimi anni, diverse Chiese nel mondo hanno realizzato queste indagini in modo approfondito e dettagliato: che avevano portato tra l’altro, come ad esempio in Francia, al riconoscimento ufficiale della responsabilità istituzionale della Chiesa per le violenze sessuali e gli abusi subiti da migliaia di persone negli anni, e al riconoscimento, anche, della «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze. L’indagine italiana, tuttavia, è stata deludente. La questione degli abusi o dei fatti segnalati a questi servizi interni alla Chiesa, che avrebbe dovuto essere centrale, è affrontata solo in un breve passaggio: in modo comunque molto parziale e solo in relazione agli anni 2020 e 2021. Zuppi aveva annunciato che il rapporto doveva riguardare i casi avvenuti negli ultimi vent’anni, dal 2000 al 2021: non ci sono state spiegazioni sul perché la prima parte contenga i dati di due anni su venti.

    Una ferita aperta

    Dalla morte di Francesco, insieme a cardinali, ecclesiastici e fedeli di tutto il mondo, sono arrivati ​​a Roma anche sopravvissuti agli abusi sessuali e quanti monitorano la gestione dei casi di abuso da parte della Chiesa cattolica romana. Sono lì nella speranza di convincere i cardinali a dare priorità alla questione quando dovranno decidere chi sarà il prossimo Papa. “Penso che sia molto importante ricordare loro che non ce ne andremo”, ha affermato Matthias Katsch, membro del consiglio direttivo di Ending Clergy Abuse, un gruppo di sostegno con sede a Berlino che rappresenta i sopravvissuti di 20 paesi. Matteo Bruni, portavoce del Vaticano, ha affermato venerdì che durante gli incontri pre-conclave i cardinali avevano discusso degli abusi sessuali nella Chiesa e lo avevano considerato una “ferita da tenere aperta” affinché la consapevolezza del problema rimanesse viva e si potessero individuare percorsi concreti di guarigione.

    Che sia una ferita aperta, ci sono pochi dubbi, dato che continuano ad emergere resoconti di abusi e insabbiamenti da parte del clero: da casi singoli a centinaia elencati nei rapporti commissionati dalle conferenze episcopali nazionali. Gli attivisti affermano che i principali ostacoli allo sradicamento del flagello si trovano all’interno della Chiesa stessa, sia a livello locale che all’interno della gerarchia vaticana. “In molti Paesi del mondo non occidentale, gli abusi sono ancora considerati un problema occidentale”, ha affermato Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, istituita da Francesco nel 2013 per consigliarlo sulla questione degli abusi sessuali da parte del clero. All’epoca, la creazione di un gruppo di questo tipo fu vista come un segnale forte della consapevolezza di Francesco dell’impatto della crisi degli abusi sui fedeli.

    Ma Collins, vittima di abusi irlandese, ha ricordato come la commissione abbia incontrato importanti ostacoli. Era sottofinanziata e carente di personale, ha detto, e i funzionari vaticani erano riluttanti a interagire con i membri della commissione. Per questo i gruppi di attivisti affermano che negli incontri pre-conclave i cardinali dovrebbero essere schietti e pretendere una risposta sì o no alla domanda “Promulgherete una vera legge universale di tolleranza zero?”

    Il gruppo “Survivors Network of those Abused by Priests” (SNAP) afferma che i cardinali dovrebbero anche essere consapevoli di come ciascun candidato papale abbia gestito i casi di abuso sessuale avvenuti dentro la Chiesa cattolica. Su questo punto, il mese scorso l’organizzazione ha lanciato Conclave Watch, un progetto che esamina il comportamento e le dichiarazioni dei cardinali sul tema delle violenze. L’organizzazione ha raccolto dossier che chiedono al Vaticano di indagare sui precedenti di 20 cardinali, inclusi alcuni candidati papali spesso citati. Qualsiasi cardinale che “abbia gestito male o insabbiato crimini sessuali, non dovrebbe diventare Papa”, ha dichiarato mercoledì Peter Isely, leader di SNAP di Milwaukee, in una conferenza stampa a Roma. “Questo sembra un criterio ragionevole e pertinente che dovrebbe essere la priorità”, ha affermato. Nessuno dei cardinali pubblicamente accusati di aver gestito male i casi ha parlato con i rappresentanti dei gruppi dei sopravvissuti per affrontare le accuse.

    D’altronde lo dicono anche le nuove linee guide della Cei, guidata dal cardinale Zuppi, che al punto 5.5 spiegano che “non può essere tollerato nessun clima di complice e omertoso silenzio in tema di abuso sessuale nei confronti di minori o persone vulnerabili: chiunque abbia notizia della presunta commissione in ambito ecclesiale di abusi sessuali nei confronti di minori o persone vulnerabili è tenuto a segnalare tempestivamente i fatti di sua conoscenza alla competente autorità ecclesiastica, a tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, della ricerca della verità e del ristabilimento della giustizia, se lesa”.

    Quand’è che è necessario soffocare l’omertà e denunciare per un ecclesiastico?

    Al punto 8.2 dicono: “L’autorità ecclesiastica ha l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti. L’autorità ecclesiastica non procederà a presentare l’esposto nel caso di espressa opposizione, debitamente documentata e ragionevolmente giustificata, da parte della vittima (se nel frattempo divenuta maggiorenne), dei suoi genitori o dei tutori legali, fatto salvo sempre il prioritario interesse del minorenne”.

    https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a64697045/papa-leone-xiv-prevost-casi-abusi-sessuali/

  • Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Nuovo giallo sul caso di Emanuela Orlandi. Oggi, 30 aprile, durante l’audizione di Lidano Marchionne, all’epoca dei fatti commissario capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Digos di Roma, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta l’attenzione è stata puntata su un numero di telefono non identificato scritto su un diario di Emanuela.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    “Ricorreva la possibile ipotesi – che toglieva credibilità – della ragazza che, ancora in vita, convivesse con uno dei suoi sequestratori”, ha continuato Marchionne parlando di “ipotesi secondo me fantasiose”.

     

  • Germania, chierichetti in sciopero in difesa del prete accusato di festini alcolici

    Germania, chierichetti in sciopero in difesa del prete accusato di festini alcolici

    In Germania, a Hauzenberg, in Bassa Baviera, un’intera comunità si è ribellata al suo vescovo, che ha licenziato il prete Alexander Aulinger dopo le voci su festini a base di alcool con i giovani fedeli. Domenica 23 marzo, per manifestare solidarietà al sacerdote, i 100 chierichetti della parrocchia sono ‘entrati in sciopero’, riporta Bild, mentre i vigili del fuoco si sono presentati in chiesa in uniforme.

    Un’intera comunità in protesta

    Anche i rappresentanti delle organizzazioni locali hanno indossato i costumi tradizionali e i giocatori della squadra di calcio hanno preso parte alla funzione domenicale nella chiesa di St. Vitus con le divise ufficiali. “Il nostro ultimo servizio come chierichetti è per il nostro sacerdote”, ha detto la studentessa Leni, aggiungendo che “quasi tutti ci stiamo dimettendo”. La ‘caccia’ al suo sacerdote la rende triste e arrabbiata, ha detto la ministrante Eva. “Quello che stiamo vivendo ora non è solo ingiusto, ma contraddice tutti i valori che la Chiesa cattolica dovrebbe rappresentare: verità, carità e perdono”, ha aggiunto Emilia, un’altra giovane che si è schierata al fianco del prete.

    Le accuse di ‘manipolazione spirituale’

    Tuttavia, in seguito alle accuse di “manipolazione spirituale” e abuso di alcol durante le gite, la diocesi di Passau ha deciso di imporre ad Alexander Aulinger un “divieto temporaneo di celebrare la messa” e un “divieto di apparizioni pubbliche come sacerdote”. Le prime accuse sono emerse durante un viaggio di giovani nell’estate del 2023. Un dossier di 151 pagine è ora al vaglio della Procura bavarese. I fedeli hanno parlato di un “informatore” che aveva denigrato il loro popolare pastore.

    La difesa del prete

    Holm Putzke, l’avvocato del sacerdote, ha assicurato: “Il pastore Aulinger non si dimette“. Secondo il legale, il prete si difenderà dalle insinuazioni e dalle speculazioni mirate della diocesi. I genitori hanno scritto in una lettera aperta al vescovo Stefan Oster che le accuse erano infondate e che i loro figli non potevano confermarne nessuna.

    https://www.lapresse.it/esteri/2025/03/24/germania-chierichetti-in-sciopero-in-difesa-del-prete-accusato-di-festini-alcolici/

  • A che punto è l’indagine sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone

    A che punto è l’indagine sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone

    A fine gennaio la diocesi di Bolzano-Bressanone aveva pubblicato i risultati di un rapporto sui casi di abusi sessuali commessi negli ultimi sessant’anni nella diocesi stessa. Ora un gruppo di esperti sta analizzando la situazione dei 14 sacerdoti accusati e ancora in vita.

    Il gruppo è composto da 6 persone: tre sono esterne e tre fanno parte dell’organizzazione diocesana, e fra loro ci sono un’avvocata, una psicoterapeuta e uno psichiatra. Una volta esaminati i casi, proporranno al vescovo quali misure prendere per ciascuno di essi: i sacerdoti ne saranno informati e saranno obbligati a rispettarle.

    Le azioni contro le persone accusate non sembrano includere il ricorso a provvedimenti legali. Fra le possibilità citate dalla diocesi ci sono il divieto di celebrare la messa in forma pubblica, la richiesta di ricorrere a un accompagnamento psicologico, la restrizione dei contatti con la comunità dei fedeli (in particolare bambini e giovani), o «il monitoraggio da parte di persone incaricate» non meglio specificate, che dovrebbero fornire riscontri sul comportamento dei sacerdoti.

    La maggior parte dei casi segnalati risale a un periodo fra 30 e 60 anni fa: i 14 sacerdoti sono per lo più anziani e non più in servizio da anni (in totale quelli accusati con certezza o con alta credibilità dal rapporto erano 29). Secondo quanto detto dalla diocesi finora «il gruppo di esperti si è riunito tre volte ed ha esaminato la situazione di sei sacerdoti».

    Il comunicato della diocesi segnala inoltre che dalla pubblicazione del rapporto 20 persone hanno contattato l’apposito sportello di ascolto diocesano dicendo di aver subìto abusi, e diverse altre segnalazioni sono state presentate attraverso altri canali. Le persone che denunciano abusi ricevono, a seconda della necessità, un sostegno psicoterapeutico, legale e spirituale da parte della diocesi.

    Il corposo documento di 631 pagine è il risultato del lavoro dello studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl di Monaco di Baviera, in Germania, che dal 2010 in poi si era occupato di altre indagini su casi di abusi sessuali nella Chiesa in Germania, Spagna e Portogallo. Il rapporto affronta il problema degli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica in modo dettagliato, parlando tra le altre cose della dimensione sistemica delle violenze, a differenza del deludente rapporto dell’assemblea dei vescovi italiani, la CEI, pubblicato fra il 2022 e il 2023.

    Il vescovo di Bolzano e Bressanone Ivo Muser nella conferenza stampa sugli abusi nella Chiesa altoatesina, 24 Gennaio 2025. ANSA/ G.NEWS

    La diocesi di Bolzano-Bressanone è stata la prima in Italia a commissionare un’indagine di questo tipo, e non è un caso. Da tempo è infatti assai più attiva sul tema degli abusi rispetto ad altre diocesi italiane: nel podcast La bomba i vaticanisti Iacopo Scaramuzzi e Alvise Armellini avevano spiegato che l’atteggiamento più autocritico della diocesi di Bolzano va attribuito soprattutto a una certa sintonia con la Germania, dove già quindici anni fa si iniziarono a pubblicare in maniera piuttosto sistematica i primi rapporti sugli abusi all’interno della Chiesa.

    In 60 anni i legali hanno rilevato 67 presunte situazioni di abuso. Le presunte vittime sono state 75, di cui 51 femmine, 18 maschi e 6 di cui non si conosce il sesso. Quasi tutti erano minorenni: il 51 per cento delle femmine aveva tra gli 8 e i 14 anni, mentre la metà dei maschi aveva 17 anni. Secondo quanto ricostruito nel rapporto, tre uomini si sono suicidati decenni dopo aver subìto violenza. Gli autori hanno osservato che le loro scoperte hanno probabilmente portato alla luce solo alcuni casi, e ritengono che ci sia un numero «ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi sommersi.

    Nel dossier si insiste in particolare sulla mancanza di una «cultura dell’errore» all’interno della diocesi, cioè il prolungato rifiuto di molti responsabili ecclesiastici di affrontare in modo adeguato i sacerdoti accusati di avere commesso abusi, per non dover ammettere di aver sbagliato a gestire casi simili in passato e per evitare di dover correggere le decisioni dei propri predecessori (situazione comune a molte altre diocesi nel mondo in cui sono stati verificati gli abusi).

    Questa mancanza di «cultura dell’errore» è una delle ragioni principali per cui, secondo il rapporto, molti sacerdoti abusanti o su cui c’erano molti indizi sono restati in servizio per decenni, venendo al massimo trasferiti in altre parrocchie. Diversi responsabili ecclesiastici, si legge nel dossier, si sentivano «molto più strettamente legati agli autori degli abusi, ma anche all’istituzione stessa e ai loro rispettivi interessi, che ai soggetti abusati e alle sofferenze loro inflitte dai rappresentanti della Chiesa». Dopo la pubblicazione del rapporto il vescovo Ivo Muser ha detto espressamente che la Chiesa deve introdurre la “cultura dell’errore” nel suo modo di operare.

    https://www.ilpost.it/2025/03/01/conseguenze-rapporto-abusi-diocesi-bolzano-bressanone/

  • Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Anna (nome di fantasia) aveva 7 anni quando fu abusata per la prima volta dal suo insegnante di religione. Il sacerdote lo faceva sia con lei che con altre compagne di classe: se le accomodava sul grembo, le toccava nelle parti intime, le costringeva a sfiorargli il membro. Anna raccontò tutto alla madre, che andò subito a denunciare il prete alla direzione della scuola. Poi però, stranamente, la signora accettò di firmare una dichiarazione scritta in cui affermava che l’episodio non era grave e che non era stato commesso con cattivi intenti.

    Questi fatti risalgono ai primi anni Settanta. Oggi, mezzo secolo dopo, si viene a sapere che su quella madre, descritta come «una donna buona e credente», erano state esercitate «pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione».

    Il sacerdote, da parte sua, continuò a fare l’insegnante per altri vent’anni. Dopo il suo pensionamento, un’altra ragazza si presentò alla Diocesi accusandolo di aver molestato lei e altre bambine ai tempi delle scuole elementari. Il prete nel frattempo era andato ad abitare in una casa dove vivevano anche famiglie con figli piccoli. L’unico provvedimento che fu preso dalla Chiesa fu trasferirlo in un’altra struttura residenziale.

    La vicenda è tra quelle ricostruite nel Rapporto di 613 pagine, pubblicato lo scorso 20 gennaio, sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti della Diocesi di Bolzano e Bressanone negli ultimi sessant’anni. Si tratta dell’indagine indipendente più approfondita promossa finora all’interno della Chiesa cattolica italiana.

    Commissionata dalla stessa Diocesi, la ricerca è stata condotta dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera – che dal 2010 si occupa di abusi sessuali interni alla Chiesa – con il contributo dello studio associato Kofler Baumgartner & Partner di Brunico.

    Gli avvocati hanno setacciato gli archivi della Curia, esaminando più di mille fascicoli e interrogando una ventina di testimoni. La Diocesi è stata informata delle risultanze solo al momento della pubblicazione finale. Ebbene, tra il 1964 (anno in cui la diocesi ha assunto il suo assetto attuale) e il 2023 (anno in cui il rapporto è stato commissionato) nel territorio clericale di Bolzano e Bressanone sono stati individuati 67 casi di presunti abusi sessuali commessi da 41 sacerdoti e sono state contate 75 possibili vittime. Ma, avvertono i relatori, questa è solo la punta dell’icerberg: nel sommerso potrebbe nascondersi «un numero ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi.

    Vite distrutte
    «Si sapeva, ma si taceva», ammette il vescovo Ivo Muser, in carica dal 2011, in un lungo comunicato di scuse, autocritica e propositi di cambiamento. «Per preservare la propria reputazione e quella della Chiesa – si batte il petto il monsignore – si è rinunciato a compiti e responsabilità. E può accadere di nuovo, se abbassiamo lo sguardo. Chiedo perdono ai soggetti coinvolti, alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti accusati e ai fedeli della nostra diocesi per le mie mancanze come vescovo, assumendomene ogni responsabilità».

    Il rapporto è un viaggio indietro nel tempo dentro storie oscure. A metà degli anni Novanta, Marco (nome di fantasia) aveva 12 anni e faceva il chierichetto. Era il «coccolo» del parroco, ma presto le attenzioni del prelato nei suoi confronti si trasformarono in qualcosa di indicibile: prima palpeggiamenti nelle parti intime, poi anche rapporti sessuali con penetrazione. Marco si è tenuto tutto il dolore dentro per venti interminabili anni, poi ha trovato la forza di rivolgersi al Centro di ascolto della Diocesi e ha iniziato un percorso di terapia a spese della Curia che l’ha portato a stare meglio.

    Non è andata così per Carlo (nome di fantasia), abusato da quello stesso prete quando era già maggiorenne. Anche lui ha dovuto attendere anni prima di riuscire a confidare a qualcuno cosa aveva dovuto subire: a quel punto, la sua famiglia ha preso contatti con il sacerdote-orco per chiedergli un indennizzo, ma per Carlo è stato come rivivere il trauma. Il peso della sofferenza è diventato insopportabile, fino alla decisione estrema di togliersi la vita.

    Sono tre i suicidi tra le vittime di abusi documentati nel rapporto commissionato dalla Diocesi altoatesina.

    In controtendenza rispetto a quanto è stato scoperto in altre realtà indagate (ad esempio la Germania), nel territorio di Bolzano e Bressanone la maggioranza delle violenze dei preti (68%) si è concentrata su persone di genere femminile. O meglio, bambine: delle 51 femmine abusate, 50 erano minorenni al momento del primo abuso; cinque di loro avevano tra gli 0 e i 7 anni e 26 tra gli 8 e i 14.

    Anche tra i maschi il primo abuso è avvenuto generalmente negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza: su 18 casi individuati dal team che ha svolto l’indagine, uno riguardava un bambino di età tra gli 0 e i 7 anni, cinque erano nella fascia tra gli 8 e i 14, due in quella tra i 15 e i 16 e nove erano ragazzini 17enni.

    Impuniti
    Nel rapporto realizzato su mandato della Diocesi di Bolzano e Bressanone non figurano mai le generalità dei sacerdoti accusati né quelle delle presunte vittime delle loro violenze. Si fanno solo i nomi dei vertici della Curia che nel corso degli anni hanno seguito le singole vicende. Quasi sempre con un approccio gravemente omertoso.

    Don Andrea (nome di fantasia) ha abusato di bambine tra i 7 e i 12 anni per mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Ha svolto il suo sacerdozio presso dieci sedi diverse all’interno della diocesi e in sette di queste si sono levate accuse di molestie nei suoi confronti. Ma ogni volta i vertici della Chiesa locale si limitavano a intervenire trasferendolo in un’altra parrocchia. Negli anni Novanta l’allora vicario generale Josef Michaeler respinse gli addebiti rivolti al prete definendo il suo un «comportamento maldestro». Solo una decina d’anni fa il chierico è stato quantomeno costretto a ritirarsi a vita privata.

    L’impunità di cui spesso hanno goduto gli abusatori in abito talare è un altro tema centrale, in questa sconvolgente inchiesta. «Solo pochissimi casi di sospetto abuso – scrivono i relatori – sono stati effettivamente oggetto di interventi ai sensi del diritto canonico. Stando a quanto si evince dagli atti, nella stragrande maggioranza dei casi i dirigenti diocesani non hanno nemmeno fatto considerazioni teoriche su possibili sanzioni o sull’avvio di procedimenti canonici. In singoli casi, si sono meramente limitati ad annunciare conseguenze, nel senso di minacce a vuoto poi mai tradottesi in realtà».

    In particolare, sono documentate appena due pene canoniche, tre provvedimenti disciplinari e una formale indagine canonica, mentre in undici casi la Curia non è andata oltre superficiali colloqui col sacerdote accusato o con altre fonti. «Nella maggior parte dei casi – si legge nel report – il chierico in questione veniva semplicemente trasferito o mandato (provvisoriamente) in pensione, senza però escludere la possibilità di una successiva reintegrazione nella cura pastorale».

    L’ordinamento giuridico italiano non prevede nessun obbligo di denuncia a carico dei sacerdoti che vengano a conoscenza di abusi sessuali commessi da altri prelati (anche se in certe situazioni potrebbero configurarsi ipotesi di concorso in reato o di favoreggiamento). Le linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) stabiliscono un mero obbligo morale di segnalare questi casi alla competente Procura della Repubblica. Da circa un anno, tuttavia, in Alto Adige vigono regole più stringenti: la Diocesi di Bolzano e Bressanone, infatti, ha concordato con le autorità giudiziarie locali – inclusa la Procura dei minorenni – delle specifiche linee guida che impongono l’obbligo di denuncia.

    Italia vs Europa
    La Diocesi altoatesina, con il suo pur tardivo attivismo, è una mosca bianca nel panorama clericale italiano.

    Negli ultimi quindici anni la Chiesa cattolica di mezza Europa ha preso atto del problema degli abusi sessuali commessi da prelati. La Conferenza Episcopale Tedesca ha commissionato a un consorzio interdisciplinare di ricerca un rapporto che nel 2018 ha portato alla scoperta di almeno 1.670 sacerdoti abusatori per un totale di 3.677 vittime nell’arco di 68 anni.

    La Chiesa francese nel 2019 ha istituito una commissione indipendente che due anni dopo ha fatto emergere 216mila casi di violenze per mano di preti. A quel punto, si è attivata anche la Conferenza Episcopale Portoghese, che ha fatto svolgere un’indagine analoga da cui è uscita una stima di circa 4.300 vittime. Nel 2023 è stata la volta della Chiesa spagnola, che con uno studio indipendente è arrivata a un bilancio di 2.056 persone abusate da esponenti del clero.

    E la Cei? L’assemblea permanente dei vescovi italiani si sta muovendo più a rilento. Negli ultimi anni ha pubblicato due studi, condotti dall’Università Sacro Cuore sulla base dei dati della rete territoriale dei servizi diocesani, che sono relativi però ad archi temporali molto ristretti. Dalle indagini è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono stati segnalati 68 sacerdoti che avrebbero abusato di 89 persone, mentre nel 2022 sono stati registrati 32 presunti abusatori e 54 presunte vittime.

    Tre anni fa, durante la conferenza stampa di presentazione del primo di questi due studi, la Cei aveva affermato che tra il 2000 e il 2022 erano giunte alla Chiesa 613 segnalazioni di violenze. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato mandato all’Università di Bologna e all’Istituto degli Innocenti di Firenze di indagare sul periodo 2001-2021: i risultati dovrebbero essere pronti per l’inizio del prossimo anno.

    Vuoti legislativi
    Peraltro, un lavoro di tracciamento degli abusi commessi dai prelati italiani esiste già. Lo ha svolto la Rete l’Abuso, associazione che riunisce le vittime di preti pedofili. Basandosi su atti di procure e tribunali civili, l’associazione ha contato dal 2010 a oggi 332 sacerdoti presunti abusatori, di cui 164 condannati in via definitiva e 168 tra indagati e condannati in primo o secondo grado. Il totale delle vittime censite arriva invece a 1.576.

    Il fondatore della Rete l’Abuso è Francesco Zanardi, 55 anni, che si presenta come un «sopravvissuto» alle violenze sessuali di un prelato. Parlando con TPI, Zanardi definisce «apprezzabile» il lavoro svolto dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone: «Ma è una goccia nel mare», osserva. E, comprensibilmente, è assai diffidente rispetto alle iniziativa di supporto prestate dalla Curia alle vittime di molestie: «Chiediamoci – riflette – come non sentiamo mai nessuna vittima ringraziare la Chiesa per il sostegno ricevuto».

    Ma il portavoce della Rete l’Abuso punta il dito anche contro lo Stato italiano, che, a suo dire, con le sue leggi non farebbe abbastanza per prevenire e contrastare gli abusi. «L’obbligo di denuncia – fa notare – nel nostro Paese è limitato solo ai pubblici ufficiali. Questo fa sì che il cittadino che denuncia un abuso di cui è a conoscenza, se non è in possesso di una prova certa o dimostrabile, assai difficile da produrre per il cittadino comune, rischia di andare incontro a una contro-querela per calunnia».

    Uno strumento utile per prevenire le violenze sessuali sui minori sarebbe il certificato anti-pedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia con la legge 172 del 2012, alla quale il Vaticano peraltro non ha aderito: questo documento attesta l’assenza di condanne definitive a proprio carico per reati legati allo sfruttamento sessuale dei minori ed è richiesto a chi lavora a contatto con bambini o adolescenti. Ma, rileva Zanardi, «il legislatore italiano ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato, oltre al clero», con la conseguenze che, ad esempio, chi presta servizio come istruttore volontario in una società sportiva giovanile può tenere nascosti eventuali precedenti giudiziari per reati come la violenza sessuale su minore.

    Come intervenire
    Come è evidente, non solo dal rapporto realizzato in Alto Adige ma anche dai fatti di cronaca venuti a galla in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non siamo davanti a casi isolati: quello delle violenze sessuali commesse da esponenti del clero è un fenomeno che riguarda un intero sistema nel suo complesso.

    Gli autori dell’indagine svolta nel territorio bolzanino hanno identificato una serie di «carenze sistemiche» che sarebbero alla radice di questi abusi. Viene citata, ad esempio, una diffusa immaturità sessuale tra i prelati, che deriverebbe a sua volta dalla formazione ricevuta in seminario, dove il processo di sviluppo della propria sessualità viene di fatto interrotto tra i 18 e i 20 anni, quando non si è ancora completato. Altri possibili fattori scatenanti sono individuati nell’isolamento dei sacerdoti, nelle strutture di alleanza maschile che si instaurano tra essi e nella carente cultura dell’errore negli ambienti della Chiesa.

    «Concordo pienamente con questa analisi», dice a TPI don Gottfried Ugolini, responsabile per la Diocesi di Bolzano e Bressanone del Servizio specialistico per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Noi sappiamo che solo il 15% delle persone che abusano sono pedofili secondo la classificazione delle patologie internazionali: ciò vuol dire che la stragrande parte di coloro che abusano sono persone immature a livello psico-affettivo sessuale, che non sanno gestire le proprie emozioni». E secondo don Ugolini incidono anche «l’immagine del sacerdote, che viene messo sul piedistallo rispetto ai laici»,«l’uso dell’autorità in modo inappropriato» e il «sistema chiuso della Chiesa, un sistema tra maschi che provoca talvolta atteggiamenti di omertà».

    Il Servizio di prevenzione guidato da don Ugolini è stato istituito dalla Diocesi bolzanina nel 2010, un anno spartiacque nella storia recente della Chiesa cattolica, specialmente in quella di lingua tedesca. Tra gennaio e marzo di quell’anno, infatti, esplose lo scandalo degli abusi perpetrati per decenni nel collegio religioso Canisius di Berlino: sull’onda di quelle rivelazioni, le denunce si moltiplicarono in tutta la Germania, in Austria, con un effetto domino poi in tutta Europa.

    La Curia di Bolzano e Bressanone decise di intervenire istituendo un centro di ascolto a cui le vittime di violenze sessuali possono rivolgersi via telefono o e-mail. Se queste lo desiderano, viene fissato anche un colloquio di persona. Le vittime vengono informate del loro diritto di segnalare alle autorità civili gli abusi e la Diocesi mette a loro disposizione cento ore di terapia psicologica.

    Dal 2010 a oggi oltre 100 persone si sono rivolte al centro. E la presentazione del recente Rapporto curato dagli avvocati di Monaco e Brunico ha spinto in sole due settimane un’altra decina di persone a farsi avanti.

    Alla luce dell’indagine che ha squarciato il velo su una parte degli orrori degli ultimi sessant’anni, il vescovo Muser ha disposto un’intensificazione delle misure di contrasto alle molestie. «Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze», ha dichiarato il monsignore.

    Saranno istituiti due gruppi di esperti, interni ed esterni alla diocesi, incaricati l’uno di proporre al vescovo quali eventuali provvedimenti adottare nei confronti dei vescovi accusati ancora in vita e l’altro di elaborare nuove linee guida per le procedure interne da seguire in caso di segnalazioni di abusi. Verranno inoltre differenziati i rispettivi compiti del centro di ascolto, del servizio di intervento e del servizio di prevenzione. Infine, c’è il proposito di dare maggior spazio alle donne nelle posizioni dirigenziali della Curia (dove già oggi comunque quattro uffici su nove a guida femminile).

    «I bambini e i giovani vittime di abusi sono rimasti invisibili o sono stati resi tali», ammette il vescovo Muser: «I colpevoli sono stati trasferiti, come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Famiglie, parrocchie e comunità coinvolte nel dolore sono state semplicemente trascurate come vittime e lasciate a sé stesse. Anche nelle famiglie e nelle parrocchie ci si rifiutava di guardare». L’indagine sugli abusi, promette il monsignore, «non è un passo intermedio, né un obiettivo parziale che offre l’occasione per fare una pausa, ma un compito che ci impone di continuare a lavorare con tutte le nostre forze. Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze».

    Dopo la pubblicazione del Rapporto sugli abusi sessuali nella Diocesi di Bolzano e Bressanone, TPI ha rivolto alcune domande alla Conferenza Episcopale Italiana. Risponde Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. 

    La Cei come commenta i risultati del Rapporto altoatesino, che mette in luce gravi omissioni da parte della Chiesa?
    «Anche un solo caso di abuso nella Chiesa sarà sempre troppo, sia che riguardi casi attuali sia che riguardi casi avvenuti nel passato. Vi è dolore, vergogna e consapevolezza delle conseguenze devastanti che gli abusi commessi da sacerdoti hanno sulle vittime, sui loro familiari e su tutta la Chiesa stessa. Ogni azione di chiarificazione deve essere considerata con attenzione per un reale rinnovamento ecclesiale in materia di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dalla prevenzione al perseguimento deciso degli abusi in tutte le loro forme». 

    Ad avviso della Cei, i casi di abusi sessuali ad opera di chierici vanno trattati come singoli episodi isolati o rientrano in un fenomeno di carattere sistemico?
    «Alla luce dei dati provenienti dallo studio del fenomeno a livello mondiale non si può parlare di singoli episodi isolati. Attenzione, però, a non creare confusione con tale affermazione: ciò non significa che tutti i chierici sono abusatori. Il singolo caso si inserisce all’interno di un quadro completo da analizzare. La Chiesa sta agendo con solerzia e ponendosi in rete con tutte le altre istituzioni della società civile. Le statistiche aiutano a capire che il problema è sistemico nella società. In questo senso va compresa anche la rete di tutela attivata nella Chiesa italiana: persegue a livello ecclesiale l’attuazione di modelli preventivi situazionali scientificamente riconosciuti che mirano a generare ambienti ecclesiali sicuri, mediante sensibilizzazione culturale, formazione specifica iniziale e permanente, vigilanza, percorsi chiari per la segnalazione presso i centri di ascolto diocesani o interdiocesani. Nel triennio 2020-22, anche in pandemia con il blocco delle attività pastorali, si sono formate quasi 23mila persone, sacerdoti, religiosi/e e laici/laiche. Per quanto attiene i centri di ascolto, chiunque può segnalare ad essi abusi in ambienti ecclesiali, venire accolto e accompagnato nell’individuare i bisogni di cui necessitano ad esempio circa le procedure e le prassi per la denuncia degli abusi e la tutela dei minori e le indicazioni circa i professionisti competenti in maniera (psicologi, medici, operatori del diritto…). A tutti coloro che segnalano un presunto abuso viene sempre ricordato che la segnalazione all’autorità ecclesiastica non si sostituisce né contrappone alla segnalazione alla competente autorità civile, che, anzi viene sempre incoraggiata».

    Dopo i due rapporti pubblicati nel 2022 (relativo al biennio 2020-21) e nel 2023 (relativo al 2022), la Cei intende realizzare un più approfondito lavoro di indagine sugli abusi nella Chiesa, andando a “scavare” più indietro nel tempo?
    «Anzitutto vorrei precisare che le rilevazioni attuate sulla rete territoriale dei servizi diocesani e regionali e dei centri di ascolto non sono e non saranno mai lo studio storico sugli abusi nella Chiesa italiana. Le rilevazioni sono il monitoraggio della Safeguarding Policy di cui la Chiesa italiana si è dotata con le Linee Guida del 2019 e che trova concretizzazione nelle attività di servizi per la tutela regionali e diocesani e dei Centri di ascolto. Lo studio sul fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana sta avvenendo attraverso un altro percorso metodologico e scientificamente rigoroso. È lo studio pilota sui casi di abuso sessuali commessi da chierici e trattati in sede istituzionale ecclesiale nel periodo 2001-2021. È stato affidato a due enti terzi e indipendenti, il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. La scelta dell’anno non è casuale: dal 2001, infatti, la normativa canonica ha avuto importanti innovazioni che hanno reso più organico il trattamento dei casi. Si è appena conclusa la fase sperimentale in cui è stato testato lo strumento di ricerca, si sta aprendo la fase analitica estesa a tutte le diocesi italiane. Si concluderà con la fase sapienziale, di assunzione ecclesiale delle risultanze della fase analitica condotta dagli enti terzi e indipendenti, prevista per la fine del 2025, inizio 2026. È l’inizio di un percorso, studio pilota appunto, che partendo dai dati emersi in sede ecclesiale mira ad affinare criteri per ulteriori ricerche, estese nel tempo e nel metodo, fino ad arrivare ad intercettare il sommerso. Non sarà lasciato nulla di intentato per conoscere la fenomenologia, apprestare strumenti di verità e giustizia e affinare sempre meglio la prevenzione e la promozione di ambienti ecclesiali sicuri».

    https://www.tpi.it/cronaca/abusi-sessuali-chiesa-bolzano-bressanone-inchiesta-202502211166348/