Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Più di 200 studenti di una scuola gesuita di Barcellona chiedono al centro una condanna pubblica per l’abuso di un insegnante

    Più di 200 studenti di una scuola gesuita di Barcellona chiedono al centro una condanna pubblica per l’abuso di un insegnante

    234 studenti della scuola Jesuïtes de Casp, a Barcellona, ​​chiedono per lettera una condanna pubblica dell’istituzione dei presunti abusi di un sacerdote, scoperti da El País. Il medium avrebbe raccolto dieci testimonianze di ex studenti che affermano che un prete e un insegnante di religione hanno abusato di loro. I fatti sono stati denunciati nel 2021 al Vaticano e alla Conferenza episcopale spagnola, ma gli studenti denunciano che fino ad ora non c’è stata “ferma e pubblica presa di posizione di condanna da parte dell’istituzione”.

    Gli abusi sarebbero avvenuti nel corso degli anni ’70, prima alla scuola di Barcellona e poi in Bolivia, dove sarebbe stato trasferito dopo i primi avvenimenti. “Riteniamo estremamente grave che la Compagnia di Gesù non abbia agito in modo deciso per facilitare le indagini”, afferma la lettera, inviata questo lunedì alla scuola e al Dipartimento dell’Istruzione.

    Gli studenti che hanno firmato la lettera non sono in alcun modo legati alla congregazione e fanno parte di diverse promozioni. Secondo le dichiarazioni di Jordi Nomdedeu, uno dei firmatari, all’agenzia ACN, le persone che sostengono il testo sono state in contatto diretto con il presunto aggressore durante tutti gli anni di studio presso la scuola.

    “In nessun caso può essere considerata una risposta valida e sufficiente rammaricarsi dei fatti senza condannarli e aggirare i meccanismi di denuncia attraverso i tribunali”, affermano gli studenti.

    Chiedono inoltre al centro di mettersi a disposizione delle vittime e di avviare un’indagine interna per sapere se “i diversi trasferimenti dal centro” siano stati “mediati da possibili denunce o da indizi di possibili abusi”.

    Allo stesso modo, chiedono che si indaghi su possibili abusi da parte di altri gesuiti, così come “insabbiamenti per renderli possibili” e, se ritenuto opportuno, che vengano denunciati “attraverso i tribunali”. Allo stesso modo, esigono che qualsiasi persona implicata in questi casi sia rimossa dall’esercizio e che le loro cariche e riconoscimenti siano ritirati.

    Chiedono infine la collaborazione della congregazione con i media, l’istituzione di protocolli e misure per promuovere “ambienti sicuri” per gli studenti e che i gesuiti aderiscano alla petizione affinché non si prescrivano i reati di pedofilia e violenza sessuale sui minori.

    Da parte sua, la congregazione dei gesuiti ha diffuso un comunicato in cui mostra un impegno “inequivocabile” a creare “ambienti sicuri”. Sottolinea che dal 2018 hanno aperto un processo di “revisione del passato” per “ascoltare e accompagnare” le possibili vittime di abusi, processo che portano avanti insieme alla Provincia di Spagna della Compagnia di Gesù. I risultati di tale indagine sono stati resi pubblici in un rapporto presentato nel 2021.

    Parimenti, riguardo al caso specifico degli abusi denunciati dagli studenti, i gesuiti assicurano di aver già aperto “un’inchiesta preventiva” per determinare “l’eventuale avvio di un processo canonico”.

    Infine, sottolineano che il sacerdote è stato allontanato dalla scuola nel 2005 e da allora è stato sottoposto a provvedimenti di restrizione e vigilanza dell’attività “a seguito di denuncia pervenuta a suo tempo, per condotta scorretta”. La comparsa di nuove informazioni ha portato a una nuova indagine, quindi chiedono a chiunque possa avere informazioni sul caso di contattare l’amministrazione.

    https://www.eldiario.es/catalunya/200-alumnos-colegio-jesuita-barcelona-piden-centro-condena-publica-abusos-miembro-congregacion_1_10228707.html

  • La terribile storia del gesuita spagnolo Alfondo Pedrajas – detto “padre Pica” – che in Bolivia abusò di oltre 80 ragazzi. Uno scandalo ripugnante silenziato in molti Paesi

    La terribile storia del gesuita spagnolo Alfondo Pedrajas – detto “padre Pica” – che in Bolivia abusò di oltre 80 ragazzi. Uno scandalo ripugnante silenziato in molti Paesi

    (L.B., R.C. – a cura Redazione “Il sismografo”) Da quando “El País” (Spagna), con documenti originali e diverse testimonianze, raccontò la spaventosa vicenda del presbitero pedofilo Alfonso Pedrajas Moreno, missionario gesuita, che nell’arco di 40 anni circa abusò sessualmente di oltre 85 ragazzi nei collegi della Compagnia di Gesù, in America Latina si sta scrivendo molto. La vicenda di questo prete, chiamato “padre Pica”, non si circoscrive solo alle narrazioni sconvolgenti – vere confessioni – di un sacerdote pedofilo seriale. I documenti manoscritti del gesuita, i file del suo computer, coinvolgono numerosi altri confratelli, suoi superiori, e quindi tracciano anche una sorta di mappatura della politica dell’occultamento degli abusi nell’arco di quattro decenni, dagli inizi degli anni ’60 fino al 2008. Ecco perché il caso di “padre Pica” è un’ulteriore dimostrazione del carattere sistemico della pedofilia clericale.
    Padre Pedrajas, missionario in America Latina, ma …
    In molti Paesi, fra cui l’Italia, la storia è stata sino ad oggi sconosciuta oppure silenziata. In Bolivia sono intervenute diverse volte, per chiedere perdono e promettere verità e giustizia, la principale diocesi coinvolta (Cochabamba), la Conferenza episcopale boliviana e la Provincia della Compagnia di Gesù.
    Il gesuita Alfonso Pedrajas era nato in Spagna (Valencia) nel 1947. Fu missionario in America Latina (Perú, Ecuador e Bolivia) dove morì nel 2009 colpito da un cancro stomacale. Dopo un po’ di tempo, sono rientrati in Spagna alcuni dei suoi effetti personali, tra cui un computer che aveva affidato al suo ultimo compagno, e un diario personale in parte manoscritto (oltre 380 cartelle) nel quale racconta nel dettaglio tutti i suoi singoli abusi sessuali su ragazzi, giovani e anche novizi dei quali fu Direttore. Gli abusi narrati dal sacerdote sono esattamente 89 e l’ultimo che viene registrato in questo diario degli orrori – intitolato “La Storia” – è dell’ottobre 2008, poco più di un anno prima di morire e già gravemente malato. Il Diario di Alfonso Pedrajas comincia nel 1960 e gli eventi orrendi che si raccontano coprono un ampio arco di tempo, decenni, e ciò spiega il perché i gesuiti boliviani, che hanno ora aperto un’indagine ma che conoscevano i fatti da oltre 10 anni, sono stati costretti in questi giorni a sospendere diversi confratelli che in passato hanno avuto a che fare con “padre Pica” perché suoi superiori.
    Fernando Pedrajas, nipote del gesuita pedofilo, legge il Diario e denuncia
    La testimonianza del nipote del gesuita spagnolo, Fernando Pedrajas, è stata la chiave di volta per far crollare l’omertà su questi eventi coperti da un oblio voluto e organizzato.
    Il giornalista de “El País”, Julio Núñez, ha raccontato martedì scorso nel programma “Que no me pierda” come si sono sviluppati gli eventi e come questa storia è arrivata nelle mani de “El País” dal nipote di “padre Pica”. Il giornale entrò in contatto con un lettore che aveva spedito una e-mail ai redattori che stanno da tempo seguendo e documentando i fatti di pedofilia in Spagna. Il lettore – sappiamo oggi che si trattava del sr. Fernando Pedrajas – diceva si essere in possesso di un diario personale di un suo parente, tale “padre Pica”, nel quale confessava numerosi atti di pedofilia. Aggiungeva di aver provato a denunciare suo zio, già morto, usando il contenuto del diario, ma senza successo. In sostanza nessuno gli aveva dato ascolto. Il nipote chiedeva al giornale di aprire un’indagine. Da quel momento, i giornalisti cominciarono a leggere le 383 pagine del file “La Historia”. Sembrerebbe quasi certo che l’ultimo compagno di padre Pica fosse a conoscenza del contenuto del diario e quindi  che padre Pica fosse un pedofilo seriale. Dopo la morte di p. Pedrajas, il suo compagno inviò tutto alla famiglia a Madrid: computer, lettere, il diario, fotografie … Tutto però restò fermo  in un magazzino. Un giorno, nel 2011, il nipote Fernando dovendo sgomberare alcuni spazi per lavori di restauro, scoprì il diario dello zio. Con questo materiale in mano – dopo un’attenta e sbalordita lettura – lo stesso 2011 fece la denuncia alla procura, alla Compagnia di Gesù, al Collegio gesuita di Cochabamba “Giovanni XXIII”, in Bolivia, del quale questo suo zio, “padre Pica”, era stato anche rettore. Alla fine, di fronte alle risposte ricevute – “reati prescritti”, “è morto e non si processano i morti” – Fernando Pedrajas prese la decisine di rivolgersi ai giornalisti de “El País”.
    Perché nessuno fermò il prete Alfonso Pedrajas?
    Julio Núñez, giornalista de “El País” racconta che alla fine dello scorso mese d’ottobre 2022, le comunicazioni tra Fernando Pedrajas e la Compagnia di Gesù “sono state interrotte a causa della mancanza di fiducia”.  La Compagnia ha dichiarato a “El País” che la denuncia fatta dal nipote non era valida poiché era stata inviata tramite la posta elettronica, quindi in una modalità non riconosciuta e accettata dal Diritto Canonico”. Il giornale spagnolo scrive che “attualmente sappiamo che è stata aperta un’inchiesta i cui risultati sono stati mandati a Roma e successivamente in Vaticano”.
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    In queste ore le inchieste de “El País” (Spagna) rivelano un altro scandalo di pedofilia che coinvolge ancora i gesuiti della Bolivia. L’ex gesuita Pedro Lima, spagnolo, dichiara di aver denunciato, anni fa, altri due membri della Compagnia ugualmente spagnoli – Luis Tó e Antonio Gausset Capdevilla – che avrebbero abusato di decine di ragazzi e novizi. Dopo questa sua denuncia al provinciale Ramón Alaix, anche lui spagnolo, ricevette l’ordine di lasciare subito la Compagnia di Gesù. I fatti risalirebbero al 2001 secondo Lima.
    Fonte – El País
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    (es) Padre Hans Zollner, disertante del Seminario, Prevención de Abusos en  la Iglesia en Bolivia – 23 marzo 2023  (Video)
  • L’arcidiocesi di Baltimora ha coperto “orribili e ripetuti abusi” a spese dei bambini, afferma il rapporto

    L’arcidiocesi di Baltimora ha coperto “orribili e ripetuti abusi” a spese dei bambini, afferma il rapporto

    Nel corso di 80 anni, l’arcidiocesi di Baltimora ha nascosto abusi sessuali pervasivi su centinaia di bambini. I funzionari della chiesa hanno convinto i pubblici ministeri a non accusare i sacerdoti di crimini. Hanno trasferito i sacerdoti più volte piuttosto che riconoscere i loro abusi nelle parrocchie e nelle scuole. Hanno ignorato i preti violenti che hanno confessato di aver lottato contro la pedofilia. Hanno dato più peso alla negazione degli abusatori che alle accuse delle loro vittime.

    Un rapporto di 456 pagine pubblicato mercoledì pomeriggio dall’ufficio del procuratore generale del Maryland delinea una “storia lunga e sordida” con un’ampia portata e dettagli atroci. Identifica più di 100 sacerdoti e altro personale dell’arcidiocesi responsabili di “orribili e ripetuti abusi sui bambini più vulnerabili” nella loro comunità mentre la chiesa guardava dall’altra parte. Ma menziona anche la polizia, gli avvocati dello stato e persino un giornalista che ha contribuito a nascondere la verità.

    Il rapporto è stato rilasciato con 37 nomi redatti e caratteristiche identificative di altri 60 rimossi, su indicazione di un giudice che consentirà in seguito il contenzioso sul rilascio di quei nomi.

    “L’incredibile pervasività degli abusi stessi sottolinea la colpevolezza della gerarchia ecclesiastica”, afferma il rapporto. [ Leggi il rapporto ]

    “Quando la negazione diventava impossibile, la leadership della Chiesa rimuoveva gli autori di abusi dalla parrocchia o dalla scuola, a volte con la promessa che non avrebbero più avuto contatti con i bambini. I documenti della Chiesa rivelano con inquietante chiarezza che l’arcidiocesi era più preoccupata di evitare scandali e pubblicità negativa che di proteggere i bambini”.

    L’ufficio del procuratore generale chiede all’arcidiocesi di espandere il suo elenco pubblico di sacerdoti e fratelli abusivi per includere diaconi e insegnanti, secondo lo storico rapporto investigativo.

    “L’attenzione è stata comprensibilmente rivolta agli abusi da parte dei sacerdoti, ma un grande danno è stato causato anche da membri non ecclesiastici dell’arcidiocesi, come diaconi e insegnanti”, afferma il rapporto.

    Il rapporto copre lo stupro, il pestaggio, l’accarezzamento, il terrore e la tortura di oltre 600 bambini, a volte per anni alla volta, nel periodo coperto dall’indagine. L’ufficio del procuratore generale ritiene che il numero effettivo sia molto più alto perché solo una piccola percentuale di vittime di abusi si fa avanti. Molti degli aggressori sono morti.

    “Anche se potrebbe essere troppo tardi per le vittime vedere scontata la giustizia penale, speriamo che esporre le trasgressioni dell’arcidiocesi nella misura più ampia possibile porti una certa misura di responsabilità”, afferma il rapporto.

    Un’analisi di Banner ha identificato 32 persone che non erano state precedentemente identificate pubblicamente.

    “Oggi, certamente nel Maryland, è il giorno della resa dei conti”, ha detto ai giornalisti il ​​​​procuratore generale del Maryland Anthony Brown in una conferenza stampa poco prima della pubblicazione del rapporto.

    Brown ha detto che molte persone che si sono fatte avanti durante le indagini lo avevano fatto in passato. Ma per alcuni, ha detto, era la prima volta.

    “Quello che abbiamo appreso è che la storia incontrovertibile scoperta da questa indagine è quella di abusi pervasivi, perniciosi e persistenti da parte di sacerdoti e altro personale dell’arcidiocesi”, ha detto Brown. “È anche una storia di ripetuti insabbiamenti di quell’abuso da parte della gerarchia della Chiesa cattolica”.

    Brown ha rivelato che il suo ufficio aveva precedentemente avviato indagini sull’arcidiocesi di Washington e sulla diocesi di Wilmington. Ha descritto quelle indagini come in corso.

    “Abbiamo emesso citazioni in giudizio. Abbiamo esaminato la questione. E continueremo a farlo”, ha detto Brown.

    La pubblicazione del rapporto arriva mentre altre vittime sembravano sul punto di ottenere il diritto di citare in giudizio la chiesa, creando un futuro potenzialmente pericoloso per l’arcidiocesi che potrebbe essere sopraffatta da cause legali o dover decidere se presentare istanza di protezione dal fallimento.

    Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, i legislatori del Maryland hanno approvato il Child Victims Act, che eliminerebbe i limiti di tempo e di età per i sopravvissuti ad abusi sessuali su minori per citare in giudizio le istituzioni – come chiese e scuole – che consentivano ai loro abusatori. L’atto annulla anche una protezione legale chiamata “statuto di riposo” che alcuni ritengono sia stata inserita di nascosto in un precedente disegno di legge sulle cause legali nel 2017, che ha avuto l’effetto di isolare le istituzioni da rivendicazioni legali precedenti. Dopo essere stato approvato alla Camera dei Delegati la scorsa settimana e al Senato mercoledì pomeriggio, il disegno di legge sarà presto diretto al governatore Wes Moore, che ha promesso di firmare la legislazione in legge.

    Poco prima della pubblicazione del rapporto, Brown ha incontrato privatamente le vittime di abusi nel suo ufficio.

    “Mi sento benissimo, come se un peso fosse stato sollevato”, ha detto Linda Malat-Tiburzi mentre usciva dalla riunione. I sopravvissuti hanno espresso il loro apprezzamento per l’ufficio, ha detto Malat-Tiburzi, e hanno ascoltato una breve introduzione di ciò che è nel rapporto.

    I funzionari hanno spiegato perché alcuni nomi sono stati oscurati e hanno detto che alla fine speravano che un rapporto uscisse senza omissioni o con meno omissioni. Elizabeth Murphy, uscendo dalla riunione, ha detto di sentirsi “grata” per l’ufficio del procuratore generale e per quello che aveva fatto.

    “Penso che la Chiesa cattolica dovrebbe prendersi gli ultimi giorni della Settimana Santa per leggere il rapporto e meditare su di esso”, ha detto.

    In una conferenza stampa nel tardo pomeriggio alla Jenner Law, che rappresenta le vittime, Kit Bateman ha ammesso pubblicamente per la prima volta di essere stato abusato quando aveva 14 anni dal suo insegnante di religione e prete della scuola a Calvert Hall nel 1973. Oggi è stato anche il prima volta che Bateman l’ha detto alla sua famiglia, ha detto.

    “Mi dispiace tanto per quello che ti è successo”, gli disse un fratello, “non l’ho mai saputo”.

    “È una condanna a vita quando succede a te”, ha detto Bateman. “Lo reprimi meglio che puoi e incolpi te stesso il più possibile perché un prete, per un ragazzino cattolico, è la cosa più vicina a Dio. Questo è quello che ci viene detto. Questo è ciò in cui crediamo. Il potere è immenso, anche quando sai che è sbagliato.

    Dopo la pubblicazione del rapporto, l’arcivescovo William Lori ha affermato in una dichiarazione che “il rapporto descrive un periodo riprovevole nella storia di questa arcidiocesi, un periodo che non sarà coperto, ignorato o dimenticato. Il riconoscimento, lo so, è della massima importanza. I miei immediati predecessori e io abbiamo offerto un inflessibile riconoscimento pubblico degli orrori di questa era.

    Ha detto che l’arcidiocesi è cambiata rispetto ai decenni precedenti, quando gli abusi venivano ignorati. “È importante far risplendere la luce di Dio su questi resoconti vissuti di abusi. L’esposizione illustra i cambiamenti radicali che l’arcidiocesi ha iniziato a fare negli anni ’90 per porre fine a questo flagello. Questi sforzi sono stati significativi e l’arcidiocesi è cambiata”.

    Tra i principali risultati del rapporto:

    San Marco

    Il rapporto identifica 11 sacerdoti abusivi – la più grande concentrazione – nella parrocchia di St. Mark a Catonsville. Nove sacerdoti erano stati identificati prima del rapporto, ma le indagini informali dei sopravvissuti ritenevano che fosse più alto.

    Nel maggio 2002, un uomo ha riferito di aver subito abusi sessuali da parte di Robert Lentz, un prete, nella canonica nel 1964. La vittima ha avuto flashback incompleti e ricorda di essersi svegliata con Lentz in accappatoio. L’arcidiocesi ha pagato alla vittima un risarcimento di 35.000 dollari. Nello stesso anno, in ottobre, un altro uomo riferì di essere stato abusato da Lentz a St. Mark nel 1967-1968. È successo dopo che Lentz ha portato la presunta vittima e un altro ragazzo a una partita di hockey. In seguito ha dato loro alcol e ha abusato di entrambi, secondo il rapporto. La vittima ha detto che “Lentz era famigerato nella zona di Catonsville e i bambini sapevano che potevi andare da lui per l’alcol o un passaggio”. Altre tre vittime si sono fatte avanti per denunciare i loro abusi a San Marco da allora.

    Il Rev. Thomas Smith ha ammesso di aver abusato sessualmente di più ragazzi negli anni ’60 dopo che una vittima si è fatta avanti nel 1988. L’abuso non è stato segnalato a nessuno dall’arcidiocesi e Smith è stato autorizzato a continuare il suo incarico. Dopo che un’altra vittima si fece avanti nel 1993, Smith morì suicida. I parrocchiani hanno appreso poco dopo che l’arcidiocesi sapeva che Smith aveva una storia di abusi sessuali su bambini e l’ha gestita in silenzio.

    Si sa che almeno 40 vittime sono state abusate sessualmente da Smith. L’abuso si è verificato in ogni incarico che Smith aveva: St. Jane Frances De Chantal, St. Michael a Overlea, Most Precious Blood e St. Stephen’s a Bradshaw, secondo il rapporto.

    Joseph Maskell e ‘I Custodi’

    Sono emersi alcuni nuovi dettagli sull’entità degli abusi avvenuti alla Archbishop Keough High School, dove il cappellano, Joseph Maskell, ha abusato di 39 persone, incluso lo stupro ripetuto di alcune delle sue vittime nel suo ufficio scolastico.

    Maskell è stato il soggetto della serie di documentari Netflix del 2017 “The Keepers”. Lamentele su Maskell iniziarono a circolare già nel 1966, afferma il rapporto, e il cardinale Lawrence Shehan sapeva di comportamenti inappropriati e lo riassegnò a un’altra parrocchia, prima che fosse mandato alla Keough High School. Il rapporto descrive in dettaglio un altro prete coinvolto negli abusi e afferma che gli amministratori potrebbero aver chiuso un occhio sugli abusi. In un esempio della complicità della chiesa, il rapporto includeva un’intervista del 2019 con l’ufficio del procuratore generale e un altro insegnante, il reverendo John Carney, il quale ha affermato che tra il 1992 e il 1994, Maskell gli aveva confidato che le accuse contro di lui erano vere.

    Quando è stato premuto per ulteriori dettagli, afferma il rapporto, Carney ha detto solo che Maskell era “una persona molto buona” e “gentile con tutti”.

    Loyola Blakefield

    Molteplici accuse sono state mosse contro il sacerdote gesuita padre Robert Cullen, che ha lavorato per 25 anni come insegnante alla Loyola Blakefield High School nella contea di Baltimora. Il primo caso segnalato risale agli anni ’60, quando una madre sorprese Cullen a depredare sua figlia nella loro casa nella contea di Baltimora. Nonostante la famiglia abbia denunciato l’abuso ai gesuiti e ai funzionari dell’arcidiocesi, la chiesa non ha informato le autorità, non ha lavorato per identificare altre vittime o ha limitato il suo accesso ai bambini.

    Dopo il presunto abuso, Cullen ha continuato a lavorare a Loyola Blakefield fino al 1982. Ha poi lavorato per parrocchie in West Virginia, North Carolina e Pennsylvania prima di tornare a Loyola Blakefield nel 1996, dove ha trascorso altri sei anni come insegnante. Nel corso del quarto di secolo trascorso a Loyola Blakefield, secondo il rapporto, Cullen avrebbe abusato di più vittime. L’arcidiocesi lo ha elencato come accusato credibilmente nel 2019.

    100 vittime

    Lee O’Hara, un diacono affiliato a Sant’Atanasio e Santa Rosa da Lima a Baltimora, è stato accusato nel 1987 di 16 accuse di reati sessuali di vario grado e 16 accuse di abusi su minori a Ocean City. Una nota interna del 2004 affermava che O’Hara ha ammesso di aver molestato più di 100 bambini dal 1953, ma non è stato accusato perché “l’ufficio del procuratore dello Stato non è stato in grado di identificare alcuna vittima specifica”. Non è stato indicato come accusato in modo credibile dall’arcidiocesi.

    I funzionari della chiesa hanno spostato gli aggressori

    Il rapporto usa padre Lawrence Brett come un esempio di un prete che è stato spostato dopo che sono emerse accuse contro di lui come un modo per nascondere e consentire abusi. Si diceva che Brett fosse stato inviato per “cure” nel New Mexico dopo aver ammesso alla diocesi di Bridgeport nel 1964 di aver abusato e aggredito un ragazzo mentre prestava servizio nel Connecticut. È arrivato nell’arcidiocesi di Baltimora dopo il “trattamento” ed è stato collocato a Calvert Hall, una scuola cattolica per ragazzi, dove il rapporto rileva che ha abusato di più di 20 ragazzi dopo il 1964.

    Insabbiamento degli abusi da parte dell’ufficio del procuratore della città di Baltimora

    Padre Robert Newman ha ammesso di aver abusato sessualmente di bambini tra il 1971 e almeno il 1986, e i registri dell’arcidiocesi includono un elenco di 12 ragazzi di età compresa tra 9 e 15 anni. Newman si è dimesso da parroco della parrocchia del Preziosissimo Sangue lo stesso giorno in cui ha condiviso la sua storia di abusi sessuali. In una lettera scritta ai parrocchiani sulle dimissioni di Newman da parte di qualcuno il cui nome è stato cancellato dal rapporto, “ragioni di salute” sono state elencate come le ragioni per cui si è dimesso, ed è stato elogiato per il suo “ottimo ministero”. L’abuso sessuale di Newman sui bambini non è stato rivelato ai parrocchiani. Newman non è mai stato accusato di reati di abuso sessuale di minori, e un rapporto della polizia del 1987 indica che ha ricevuto un “autorizzazione eccezionale” dall’ufficio del procuratore della città di Baltimora a condizione che ricevesse un “certo” trattamento.

    Abuso fisico

    Almeno sette adolescenti hanno riferito che John Joseph Mike Jr., che ha servito diverse chiese nell’area di Baltimora, ha abusato fisicamente di loro tra il 1975 e il 1987. Una vittima è stata sottoposta a un “test di tortura” in cui Mike ha rimosso i vestiti del ragazzo, gli ha mani e il suo corpo a un albero e lo frustarono. In un altro caso, la schiena e il petto della vittima sono stati tagliati così gravemente che “non è stato in grado di fare la doccia”. Dopo che i genitori hanno denunciato l’abuso all’arcidiocesi nel 1987, gli psicologi hanno diagnosticato a Mike una “perofilia sadomasochistica [sic]”. L’arcidiocesi ha denunciato le accuse di abuso all’ufficio del procuratore dello stato della contea di Howard. La polizia lo ha accusato di un conteggio di abusi fisici su minori, aggressione e percosse, e Mike si è dichiarato colpevole.

    Giovanni Francesco Shine

    Nel 2002, il figlio di una vittima riferì che suo padre aveva subito abusi sessuali dal fratello Marius, noto anche come John Francis Shine, alla St. Mary’s Industrial School nel 1947 o 1948, dove era stato mandato a vivere. Ha confermato l’abuso all’arcidiocesi. La vittima ha detto che Shine portava un ragazzo diverso nella sua stanza ogni notte. La notte in cui la vittima è stata selezionata, Shine ha abusato sessualmente della vittima e ha cercato di respingere Shine. Shine lo ha battuto con una cintura.

    La vittima è scappata dalla scuola, solo per essere restituita. La vittima lo ha raccontato ai suoi genitori, che hanno denunciato l’abuso al preside della scuola, un fratello saveriano, e all’arcidiocesi. I genitori lo hanno allontanato dalla scuola. Shine è stato indicato come accusato in modo credibile nel 2019. Tra il 1921 e il 1973, Shine è stato assegnato ad almeno 10 luoghi diversi, comprese scuole e chiese nel Maryland, Michigan, Wisconsin, Kentucky e Massachusetts.

    L’ufficio del procuratore generale ha avviato le sue indagini nel 2018 e ha citato in giudizio centinaia di migliaia di documenti; ha intervistato ex sacerdoti, impiegati della chiesa, testimoni e sopravvissuti ad abusi sessuali; e ha compilato il documento, che si chiama “Clergy Abuse in Maryland”.

    L’ufficio ha successivamente accettato di riformulare il documento per rimuovere i nomi, i titoli e altre informazioni identificative di 60 persone.

    Taylor ha incaricato i pubblici ministeri di oscurare i nomi di altre 37 persone e informarli della loro inclusione nel rapporto. Avranno la possibilità di rivedere a porte chiuse le parti che li riguardano e rispondere in tribunale.

    L’indagine del gran giurì ha portato a un atto d’accusa: Neil Adleberg, 74 anni, di Randallstown, l’ex capo allenatore di wrestling alla Mount Saint Joseph High School, è accusato presso il tribunale del circuito della contea di Baltimora di abuso sessuale di un minore e reati correlati . Dovrà essere processato il 20 giugno, secondo i documenti del tribunale online .

    Le forze dell’ordine non chiedono ulteriori accuse penali, secondo i documenti del tribunale.

    I giornalisti di Baltimore Banner Hallie Miller, Brenna Smith, Kristen Griffith, Jessica Calefati, Jasmine Vaughn-Hall, Penelope Blackwell, Cadence Quaranta, Clara Longo de Freitas e Ryan Little hanno contribuito a questo rapporto.

    dylan.segelbaum@thebaltimorebanner.com

    https://www.thebaltimorebanner.com/community/religion/grand-jury-report-released-archdiocese-of-baltimore-6ZDV4TWH5RGJXPRP4CNRLEFW4M/

  • Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik, teologo sloveno gesuita, è stato denunciato nel 2021 per abusi sessuali e psicologici su alcune suore della Comunità Loyola a Lubiana.

    L’iter si è chiuso con il riconoscimento della prescrizione da parte dell’ex Sant’Uffizio in quanto i fatti risalivano agli anni ’90.

    Ma su di lui, che è amico di Papa Francesco, continuano a gravare le misure cautelari stabilite dai gesuiti nell’indagine previa (divieto di confessare e interdizione all’accompagnamento spirituale).

    Nei confronti di Rupnik c’è anche un’altra accusa: avrebbe confessato, assolto e vincolato al silenzio una suora abusata.

    Per questo aveva ricevuto nel maggio 2020 una scomunica. Che però, scrive oggi il Quotidiano Nazionale, è stata revocata.

    E l’ex prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede cardinale Ludwig Mueller accusa: sugli abusi si applicano due pesi e due misure a seconda che si sia amici o meno del Papa.

    https://www.open.online/2023/03/06/vaticano-marko-rupnik-gesuita-scomunica-revocata/

  • Caso Rupnik: mentre la CEI promuove chi lo osanna, in Brasile ritirata per “indegnità” la laurea honoris causa

    Caso Rupnik: mentre la CEI promuove chi lo osanna, in Brasile ritirata per “indegnità” la laurea honoris causa

    ROMA-ADISTA. «La Pontificia Università Cattolica del Paraná (PUCPR) comunica che, alla luce dei fatti ampiamente riportati sulle vicende di Marko Ivan Rupnik, il Consiglio Universitario della PUCPR, in seduta straordinaria tenutasi il 13 febbraio 2023, ai sensi della Risoluzione n. 01/2023, ha approvato la revoca del titolo di Doctor Honoris Causa conferito il 30 novembre 2022 all’artista sloveno, ritenendolo “indegno” di tale onorificenza». È quanto si legge, testualmente, sul sito dell’Università brasiliana in data 13 febbraio ed è, a oggi, uno dei pochi provvedimenti chiari e univoci contro il gesuita Marco Ivan Rupnik, prete, teologo e mosaicista osannato nel mondo, già condannato dal Dicastero per la Dottrina della Fede per abusi sessuali e manipolazione della coscienza su giovani donne della comunità Loyola in Slovenia e in Italia, a partire dagli anni ‘90. Mentre si attende a breve una comunicazione da parte della Compagnia di Gesù in merito, si continua a constatare il persistente e compatto silenzio da parte del Vaticano, che ancora non ha chiarito chi e come abbia deciso il ritiro della scomunica latae sententiae che era stata comminata al religioso per il crimine di assoluzione del complice, uno dei più gravi secondo il diritto canonico.

    A eccezione del provvedimento dell’università brasiliana, e mentre in giro per il mondo diverse istituzioni si chiedono se abbia un senso conservare opere d’arte prodotte da un abusatore seriale, la cui teologia e la cui arte sono profondamente intrecciate alla sua personalità, la Chiesa istituzionale in Italia sembra fare finta di niente. Il 14 febbraio è stato presentato in pompa magna, nella basilica di don Bosco a Roma, alla presenza del card. Matteo Zuppi presidente della Cei, il libro L’arte della buona battaglia (Edizioni San Paolo) di don Fabio Rosini – prete diocesano proveniente dal mondo neocatecumenale, molto popolare per le sue catechesi sui 10 comandamenti, responsabile del servizio per le vocazioni del Vicariato di Roma – che reca in copertina l’immagine di un’opera di Rupnik e nel quale l’autore, in due punti, cita Rupnik come «maestro e amico» (p. 11) e persino «profeta» (p. 397). Non solo: l’11 febbraio scorso Tv2000 – l’emittente televisiva della Cei – ha mandato in onda uno “spot promozionale” dello stesso libro.

    A questo proposito, il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa #ItalyChurchToo, del quale Adista fa parte, ha pubblicato una lettera aperta di Renata Patti, sopravvissuta ad abusi psicologici e spirituali nel movimento dei Focolari e in contatto con vittime di Rupnik. Nella lettera – inviata a Vincenzo Morgante, direttore di TV2000 e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e, per competenza, a Zuppi, a mons. Ghizzoni (responsabile Cei per la tutela dei minori), a mons. Daniele Libanori (vescovo ausiliare di Roma) nonché, per conoscenza, al Segretario di Stato vaticano card. Pietro Parolin, denuncia il silenzio dei media cattolici istituzionali su Rupnik: «Ci sono vittime che hanno testimoniato – anche presso il team referente dei gesuiti – che sono state dominate psicologicamente, tenute sotto controllo psichico da anni e abusate anche sessualmente dal “profeta” Marko Ivan Rupnik». «Personalmente – prosegue la lettera – ho riletto il vangelo di Luca, cap. 18 e vorrei avere veramente la “voce” di quella “vedova” che con la sua insistenza vince anche un giudice iniquo, come mi scrive una delle due vittime che non ha più voce per denunciare ciò che nessuno vuol ascoltare. Ora per loro “grideranno le pietre”. Vergogna, vergogna, vergogna!». «Vi faccio notare, Egregi Direttori – si legge ancora – che non solo sono stata scandalizzata e profondamente scossa dalle parole di don Rosini, ma anche dal suo atteggiamento cosciente di ciò che è stato svelato dal suo “maestro” e che lui ha pubblicato, e da quello dei due conduttori che non posso immaginare fossero ignari dell’attualità ecclesiale riguardo l’autore del mosaico in copertina». Una «pessima informazione fornita al Popolo Santo di Dio».

    https://www.adista.it/articolo/69529

  • Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Città del Vaticano – Mentre in America Latina, nella Pontificia Università del Paranà, è stato deciso all’unanimità dal corpo docente di revocare per indegnità la laurea honoris causa al gesuita artista padre Marko Rupnik, visto il suo passato scomodo e imbarazzante di molestie sessuali su donne laiche e religiose, in Vaticano continua a resistere un ostinato silenzio. L’assenza di trasparenza in questo brutto caso di abusi evidenzia coperture ai massimi vertici della Chiesa: ad oggi nessuno ha sciolto il dilemma se a togliere la scomunica a Rupnik per aver violato il gravissimo reato canonico dell’assoluzione di complice sia stato ‘solo’ il prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale gesuita Ladaria, oppure se la decisione sia stata presa direttamente da Papa Francesco.

    «La Pontificia Università Cattolica del Paraná (PUCPR) comunica che, alla luce dei fatti ampiamente riportati sugli eventi che hanno coinvolto Marko Ivan Rupnik, il Consiglio dell’Università della PUCPR, in una sessione straordinaria tenutasi il 13 febbraio 2023, in conformità con la Risoluzione n. 01/2023, ha approvato la revoca del titolo di Dottore Honoris Causa conferito il 30 novembre 2022 all’artista sloveno, ritenendolo “indegno” di tale omaggio» si legge nella delibera universitaria. Allo stesso modo altre istituzioni stanno valutando di ritirare analoghi conferimenti e, in parallelo, cresce la spinta a demolire i manufatti artistici di Rupnik – mosaici di scene evangeliche – contenuti in tante cappelle, chiese, monasteri del mondo. La domanda che viaggia sul we è sempre la stessa: è moralmente accettabile mantenere all’interno di un luogo sacro, dove la gente va a pregare e cercare Dio, le opere di un abusatore seriale?

    Più che un rompicapo ormai sembra un vicolo cieco. Il brutto caso del gesuita Marko Rupnik, accusato da diverse religiose di violenze sessuali e manipolazione della coscienza, è diventato l’esempio della scarsa trasparenza in Vaticano in tema di abusi sessuali. Le vicende legate a questo artista famosissimo e con amicizie importanti a ogni livello della Chiesa arrivano persino a gettare un’ombra sul pontificato. Papa Francesco in una intervista alla Associated Press ha però tagliato corto assicurando di non aver avuto nessun ruolo nella sua gestione. Eppure tanti dubbi restano sul tappeto.

    Papa Francesco in una intervista recente alla Ap ha smentito di avere avuto parte nel caso Rupnik: «Per me è stata una sorpresa, davvero. Questa persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita». Francesco ha anche aggiunto di volere maggiore trasparenza. «E con la trasparenza arriva una cosa molto bella, che è la vergogna. La vergogna è una grazia».

    Di fatto il giallo resta ancora insoluto. Dopo una prima indagine all’interno della Compagnia di Gesù, il dossier era passato in Vaticano e il gesuita artista venne infatti condannato dalla Congregazione della Fede per il crimine canonico dell’assoluzione di complice che prevede la scomunica immediata del reo. Per la Chiesa si tratta di un peccato gravissimo. Rupnik però fu misteriosamente graziato poco tempo dopo, a suo favore intervenne una misura speciale che, tecnicamente, spetta  solo al pontefice.

    Ma Papa Francesco ha spiegato  alla Ap di essere intervenuto sul caso Rupnik solo proceduralmente e per mantenere la seconda serie di accuse delle nove donne vittime di abusi con lo stesso tribunale perché altrimenti «i percorsi procedurali si sarebbero divisi e poi tutto si confonde». Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato alla prescrizione, il Pontefice concorda che sia giusto rinunciare «sempre» ai termini di prescrizione per i casi che coinvolgono minori e «adulti vulnerabili, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono altri soggetti».

    Le parole di Francesco hanno finito per far nascere ulteriori interrogativi oltre a quelli già esistenti. Tanto che la stampa americana ha subito evidenziato che i conti non quadrano. Se nel gennaio 2020 i giudici della Congregazione della Dottrina della Fede in modo unanime riconobbero Rupnik colpevole del gravissimo crimine, e nel maggio 2020 la scomunica fu cancellata con un colpo di spugna dal cardinale prefetto Ladaria (che difficilmente agisce autonomamente avendo bisogno di un placet superiore, quindi del Papa), la domanda che resta sul tappeto è che cosa sia accaduto dietro le quinte.

    Chi è intervenuto per aiutare il gesuita Rupnik? Ad aggravare il quadro ci fu  una altra strana decisione: nel marzo 2020 il Vaticano decise di affidare gli esercizi spirituali della curia proprio al gesuita che era stato appena scomunicato tanto che  effettivamente fu lui a predicare a cardinali e vescovi prima della quaresima di quell’anno. «Come è stato possibile che il Vaticano abbia affidato la predicazione degli esercizi spirituali al gesuita che era appena stato scomunicato dalla Congregazione della Dottrina della Fede?». Rupnik era stato chiamato a sostituire all’ultimo momento il predicatore padre Cantalamessa che era a casa con l’influenza.

    Il sito para vaticano Sismografo annota: «Non si sa chi prese la decisione di chiamare Rupnik. I massimi responsabili della Segreteria di Stato erano ancora ad Ariccia per l’annuale settimana di Esercizi spirituali e il Papa faceva altrettanto a Santa Marta, colpito da raffreddore. Questo tipo di decisione in teoria spetta al Sostituto della Segretaria di stato, il venezuelano Peña Parra. Il Sostituto è una persona molto vicina al Papa ed è possibile che Peña Parra abbia parlato con il Pontefice  della situazione venutasi a creare con l’impedimento di padre Cantalamessa. Il nome del gesuita Rupnik poteva venire fuori in modo spontaneo e immediato non solo per l’esperienza del sacerdote in materia di Esercizi spirituali ma anche per la relazione molto stretta con Papa Bergoglio».

    In Vaticano è risaputo che Rupnik ha goduto di amicizie e coperture influenti già ai tempi di Wojtyla. I gesuiti della Compagnia di Gesù di recente hanno fatto un riassunto del doloroso caso  evidenziando che da parte loro era già stata aperta una inchiesta preliminare per fare chiarezza sulle accuse di  «molestie sessuali e di assoluzione di una complice (…) nel peccato contro il sesto comandamento».

    Già nel 2019 l’indagine preliminare aveva appurato che le «accuse erano credibili» e che era stato inviato un plico alla Congregazione per la Dottrina della Fede;  nel frattempo a Rupnik erano state imposte “misure restrittive cautelari” a gennaio 2020, qualche settimana prima della predica per la Curia romana del primo venerdì della Quaresima, all’unanimità fu emessa la sentenza di colpevolezza: «c’è stata effettivamente l’assoluzione di una complice».

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/abusi_rupnik_papa_francesco_universita_laurea_coperture_vaticano_suore_vittime_cardinali_ladaria_de_donatis-7232837.html

  • Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    “Roma loquitur, confusio augetur”, Roma parla, la confusione cresce. La battuta critica del cardinale George Pell ha avuto una puntuale conferma nell’intervista che papa Francesco ha dato il 24 gennaio a Nicole Winfield dell’Associated Press.

    Interpellato sul caso del gesuita Marko Ivan Rupnik, Francesco ha risposto di non avere con tale caso “nulla a che fare” e di aver provato alla notizia “una grande sorpresa”. Ma ha anche fornito elementi fin qui sconosciuti della vicenda, e di non poco conto, in particolare che “c’è stato un accordo” nel quale “si pagò un’indennizzo”.

    È stata la prima volta, questa, nella quale il papa ha detto qualcosa sul caso Rupnik, da quando esso è venuto allo scoperto all’inizio dello scorso mese di dicembre. Rompendo un silenzio tanto più inspiegabile quanto più si sapeva della prossimità molto stretta, da anni, tra lui e quel gesuita.

    Per sciogliere l’enigma di questo silenzio, e oggi di queste parole, non resta che riassumere i tratti finora noti della vicenda, in quattro scene con un intervallo.

    SCENA PRIMA

    Era il 3 gennaio del 2022 e Francesco ricevette in udienza Rupnik, con tanto di notizia sul bollettino ufficiale e di foto (vedi sopra).

    Due anni prima, il 6 marzo del 2020, il papa aveva affidato a lui anche il compito di tenere la prima meditazione di Quaresima, per sé e per gli alti dignitari della curia vaticana riuniti ad ascoltarlo nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

    La fama di Rupnik era fino a due mesi fa alle stelle. Sloveno, 68 anni, era noto e apprezzato in tutto il mondo come un artista di primissimo piano, autore di spettacolari creazioni a mosaico sia a Roma, nella cappella del Palazzo Apostolico Vaticano, come a Fatima, a San Giovanni Rotondo e in altre numerose città. Aveva fama anche come maestro spirituale, di raffinata formazione teologica, in dialogo tra Occidente ed Oriente, discepolo dell’insigne gesuita e cardinale Tomás Spidlik (1919-2010). Nel suo atelier artistico di Roma viveva assieme a una comunità di donne consacrate, da lui fondata, ispirata e diretta.

    Ma attenzione alle date. Perché questi due eventi, l’udienza e la predica, si incrociavano con due processi che nel frattempo, in segreto, erano in corso contro Rupnik in Vaticano.

    SCENA SECONDA

    Era il gennaio del 2020 e la congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto alla Compagnia di Gesù di istruire un processo amministrativo penale a seguito di una denuncia contro Rupnik per aver assolto in confessione una persona sua complice in un peccato “contro il sesto comandamento”. I giudici, tutti non gesuiti, avevano accertato all’unanimità che l’accusa era fondata. E toccava ora alla congregazione stabilire la condanna.

    Fu proprio a questo punto che Rupnik fu chiamato dal papa a tenere la prima meditazione di quella Quaresima. Tra l’altro quando già erano scattate contro il gesuita delle misure disciplinari, tra le quali il divieto di predicare.

    Nel maggio successivo la congregazione condannò Rupnik per l’assoluzione del complice, colpa gravissima che comportava anche la scomunica “latae sententiae”. Subito dopo, però, nello stesso mese di maggio, la scomunica fu revocata avendo Rupnik, si disse poi, “ammesso i fatti e chiesto perdono”.

    Il secondo procedimento prese il via nel giugno del 2021 e fu chiuso nell’ottobre del 2022 con la motivazione che i fatti imputati a Rupmik, pur con “la constatazione dell’effettiva consistenza delle accuse”, erano “da considerarsi prescritti per decorrenza dei termini”.

    E fu proprio nel gennaio del 2022, quando Rupnik fu ricevuto in udienza dal papa, che la congregazione per la dottrina della fede ebbe le prove della fondatezze delle accuse rivolte contro di lui da alcune consacrate della sua comunità, per abusi psicologici e sessuali, e avviò contro di lui il processo.

    Inoltre, anche dopo l’archiviazione del caso, sono rimaste in vigore per Rupnik “le restrizioni cautelari al ministero”, dalla proibizione di confessare a quella di predicare esercizi spirituali.

    INTERVALLO

    Di questi due processi nulla si è mai saputo, in pubblico, fino all’inizio di dicembre del 2022, quando le prime notizie riguardanti la cattiva condotta di Rupnik vennero alla luce su due blog cattolici di Roma, “Silere non possum” e “Messa in latino”.

    Seguirono le prime, vaghe ammissioni da parte della Compagnia di Gesù di procedimenti contro Rupnik “riguardanti il suo modo di esercitare il ministero” e di misure restrittive a lui imposte. Poi più dettagliate ammissioni da parte del preposito generale della Compagnia, Arturo Sosa. E poi ancora una cronologia sommaria dei fatti, emessa dalla curia generalizia dei gesuiti. Questo mentre su vari giornali italiani non cattolici, prima sulla rivista “Left” e poi più sistematicamente sul quotidiano “Domani”, uscivano e continuano a uscire le impressionanti testimonianze e denunce di un numero crescente di donne abusate da Rupnik in un ampio arco di anni, tutte passate nella comunità femminile da lui guidata. Sulla base di queste nuove denunce, la Compagnia di Gesù ha recentemente chiesto a Rupnik di restare a disposizione, nell’eventualità di ulteriori indagini e di un terzo processo.

    SCENA TERZA

    La venuta allo scoperto del caso, nei termini sopra detti, ha dato corpo a molte questioni irrisolte, che arrivano a coinvolgere il papa.

    Le misure restrittive inflitte a Rupnik sono state da lui ampiamente disattese, senza alcun controllo o sanzione, come se godesse di un invincibile “status” di protezione.

    L’immediata revoca, nel maggio nel 2020, della condanna e della scomunica di Rupnik non può essere stata semplicemente la conseguenza automatica del suo dichiarato pentimento. E neppure può essere stata decisa isolatamente dal cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Una revoca di tale peso e rapidità, a giudizio di molti, può essere stata ordinata soltanto dal papa.

    La chiusura per prescrizione del processo del 2022, con la motivazione che gli abusi sessuali imputati a Rupnik risalivano agli anni Ottanta e Novanta, non era affatto obbligatoria. Le istruzioni inviate ai vescovi di tutto il mondo nell’estate del 2020 per volontà dello stesso papa Francesco, riguardo ad abusi sessuali su minori e “adulti vulnerabili”, avvertono che in simili casi alla prescrizione si possa derogare, valutati la gravità dei fatti e i loro effetti in anni successivi, sulle vittime reali e potenziali.

    Colpisce la trascuratezza con cui le autorità ecclesiastiche hanno trattato le donne su cui Rupnik ha esercitato i suoi abusi psicologici e fisici. Numerose lettere di denuncia oggi divenute note sono rimaste senza risposta da parte delle autorità a cui erano state indirizzate.

    La cappa di segreto che ha celato fino allo scorso dicembre l’iter giudiziario di Rupnik è incompatibile con il “rescriptum ex audientia” del 2019 con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio nei casi di abuso sessuale.

    Ma ancor di più impressiona l’intangibilità di cui Rupnik ha sempre goduto mentre esercitava le sue prevaricazioni, a danno di decine di donne della comunità da lui diretta, sistematicamente violate nello spirito e nel corpo, in nome di aberranti giustificazioni teologiche da lui continuamente associate ai suoi atti.

    Ingiustificabili appaiono infine le dichiarazioni del 23 dicembre scorso del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, che – dopo aver premesso l’assenza di una sua responsabilità gerarchica su Rupnik – ha ridotto il tutto a una malevola campagna mediatica che avrebbe trasformato le denunce in reati, in violazione di ogni principio di garantismo. Quando in realtà contro il gesuita sono stati istruiti in Vaticano non uno ma due processi ed è stata emessa una condanna comprensiva persino di una scomunica.

    E poi, di chi è vicario De Donatis se non del papa, in una diocesi come quella di Roma che Francesco ha recentemente riorganizzato da capo a piedi sotto suo totale comando, una diocesi in cui non cade foglia che il papa non voglia? Impensabile che il cardinale vicario abbia emesso quelle dichiarazioni solo di testa sua.

    SCENA QUARTA

    E siamo all’intervista del 24 gennaio all’Associated Press. Nella quale Francesco si dice estraneo al caso ma difende a spada tratta la decisione della congregazione per la dottrina della fede d’aver fatto cadere le accuse contro Rupnik, pur fondate, perché legate ad atti lontani nel tempo. “La prescrizione è una garanzia”, ha detto il papa nell’intervista. “Se c’è una minorenne la tolgo sempre, o con un adulto vulnerabile”, ma “in questo caso no”.

    Quindi a parere del papa le donne abusate da Rupnik in veste di loro direttore spirituale non erano “vulnerabili”? A leggere le loro impressionanti testimonianze il giudizio che se ne ricava è proprio questo.

    Nell’intervista Francesco esprime anche un suo cambio di giudizio su Rupnik, che ora gli si rivela, dice, come ”una persona molto limitata che però è potente, a volte”. E fa balenare che “alcuni devono uscire dallo stato clericale perché non possono continuare in una situazione pastorale di questo tipo”. Ma che a questi vaghi e tardivi rimproveri seguano i fatti è tutto da vedere.

    E infine c’è quell’enigmatico rimando del papa a un pagamento in denaro, avvenuto per chiudere il caso: “Non so come il caso si è risolto, nel senso di un accordo comune. Credo che si pagò una indennizzo, ma io non conosco chiaramente l’accordo; ad ogni modo c’è stato un accordo”.

    Un indennizzo a chi? A qualcuna delle donne violate? Le quali in realtà erano decine, come si scopre ogni giorno di più. E con che tipo di accordo?

    Il cardinale Pell aveva proprio ragione. Il papa parla, la confusione cresce.

  • Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Federica Tourn per Editoriale Domani – Complice l’attenzione riservata alla morte di Benedetto XVI, nella Chiesa è calato un pesante silenzio su Marko Rupnik, il gesuita vicino a papa Francesco al centro di uno scandalo per le violenze commesse su diverse suore negli anni ’90 e per una scomunica latae sententiae, poi subito revocata dalla Santa Sede. Se il Vaticano non parla, lo fanno però le vittime, continuando ad aggravare con le loro testimonianze la posizione del famoso artista e di chi lo ha protetto.

    «Padre Rupnik mi disse: se non decidi per la Comunità Loyola non decidi per il Cristo. Io ero giovane, lui era la mia guida spirituale e mi fece capire che se non entravo a far parte della sua congregazione non appartenevo più a Cristo». La storia di Klara (nome di fantasia), oggi 58 anni, adescata dal gesuita quando era ancora minorenne, è la cronaca di un plagio totale, che ha coinvolto ogni aspetto della sua esistenza. Rupnik ha fatto leva sull’inesperienza e l’insicurezza dei suoi sedici anni per indurla a frequentare i ritiri spirituali con lui e poi forzarla a entrare nella Comunità Loyola. Una volta in suo potere, l’ha costretta a fare sesso «per il suo bene» e ha cercato di iniziarla ai rapporti a tre affidandola a un’altra donna affinché la “istruisse” e la preparasse per l’incontro con il “guru”.

    Quando ha incontrato Rupnik?

    L’ho conosciuto nel 1980, quando avevo sedici anni. Rupnik era stato ricoverato per un’infezione nella Clinica per le Malattie Infettive a Lubiana, dove io stavo svolgendo il tirocinio obbligatorio dopo il primo anno della Scuola per infermiere. Eravamo da soli nella stanza e mentre rifacevo il letto la croce che portavo al collo mi è scivolata fuori dalla camicia: mi sono spaventata, eravamo ancora negli anni del comunismo in Jugoslavia e mostrare di essere cristiani poteva essere pericoloso. Lui per tranquillizzarmi mi ha detto che era un gesuita e che aveva uno studio artistico a Roma. Quando è stato dimesso, mi ha invitato a partecipare a un gruppo di giovani che lui stesso aveva creato e che si riuniva nella sede dei Gesuiti a Dravlje, a Lubiana.

    E lei?

    Sono andata. Un anno dopo, poco prima di Natale, ho partecipato anche a un ritiro spirituale nel Monastero di Stična, a quaranta chilometri dalla capitale. Alla fine della giornata, mentre mi salutava, Rupnik mi ha abbracciata e baciata, giustificando quel gesto con il mio bisogno di tenerezza. Mentre continuava ad abbracciarmi e baciarmi, mi ripeteva che lo faceva solo per il mio bene.

    Che impressione le faceva Rupnik in quel periodo?

    Ero confusa, colpita dalle attenzioni che mi rivolgeva. Mi ero da poco trasferita dal mio villaggio di campagna in città ed ero molto insicura e influenzabile, mentre lui era già considerato un leader. Inoltre ero molto religiosa; sin da bambina sognavo di andare in missione, anche se ancora non sapevo se come suora o come laica. Il mio desiderio era di mettermi al servizio degli altri e per questo avevo studiato da infermiera. Lui ha subito captato questa mia aspirazione e l’ha indirizzata verso la Comunità Loyola in formazione. Era molto insistente, e allo stesso tempo mi parlava sempre di una ragazza italiana, sua modella nell’atelier dove dipingeva, come esempio di femminilità ed erotismo, caratteristiche che diceva di vedere anche in me.

    Era convinta di entrare nella Comunità Loyola?

    Tutt’altro. Qualche mese prima di entrare in comunità, nel 1986, durante l’anno di “prova”, in cui si verificava se davvero avevamo la vocazione a prendere i voti, ho ricevuto una proposta di fidanzamento da parte di un ragazzo che conoscevo. L’ho detto alla sorella responsabile della comunità slovena e subito è arrivata la convocazione da parte di padre Rupnik ad andare a Roma per parlare con lui. In quell’incontro mi ha rimproverata duramente dicendomi che ero una stupida e che stavo sbagliando tutto. «Se non prendi la decisione di scegliere la Comunità Loyola significa che non scegli Cristo nella tua vita»: queste sue parole mi hanno spaventata perché ero una persona religiosa e non volevo certo allontanarmi da Dio. Anche al momento della scelta definitiva ho avuto dubbi: si era risvegliato in me il desiderio di partire come missionaria laica ma padre Rupnik tagliò corto dicendo che la mia decisione per la Comunità Loyola non poteva e non doveva essere cambiata. Avevo 23 anni quando sono entrata in comunità nel 1987 e ho preso i voti definitivi quattro anni dopo.

    Quando sono cominciati i primi approcci sessuali?

    L’anno prima di entrare nella Comunità Loyola, nel 1986, abitavo a Lubiana in un appartamento in subaffitto. In quel periodo, padre Rupnik viveva nella comunità dei Gesuiti a Gorizia e a volte passava a trovarmi quando era in città. In una di queste occasioni mi ha invitata a entrare con lui nel bagno, dove ha cominciato a masturbarsi, davanti a me, sopra il lavandino; poi mi ha preso la mano in modo che continuassi io, mentre con l’altra mi spingeva la testa verso il basso. Mi diceva che lo faceva solo per il mio bene: «ne hai bisogno perché non hai ricevuto abbastanza amore e attenzione da tuo padre», diceva, e intanto mi raccomandava di non parlarne con nessuno.

    Ci sono stati altri episodi?

    Molti altri. Quando ha avuto la certezza che sarei entrata in comunità, ha cominciato a sfruttarmi sessualmente a suo piacimento. Durante il primo anno a Mengeš, padre Rupnik veniva per la guida spirituale e le confessioni; in quelle occasioni più volte mi disse che aveva una relazione sessuale anche con altre sorelle, menzionando ripetutamente il sesso a tre e chiedendomi se preferivo stare con una sorella e lui, oppure se desideravo essere sola con due uomini. Mi descriveva il nostro futuro rapporto a tre con ogni dovizia di particolari. Mi ricordo una volta che, dopo aver accompagnato due sorelle da Mengeš a Gorizia, si è fermato nel garage e ha cominciato a palpeggiarmi per poi masturbare sé stesso e me. Lo stesso anno mi ha scelta come aiuto nella direzione degli esercizi spirituali nel Monastero di Stična, soltanto per avermi più giorni a disposizione per fare sesso. Era il mio direttore spirituale e tutte in comunità mi ripetevano che dovevo essere umile e sottomessa: mi sentivo in trappola e non potevo parlarne con nessuno.

    Durante la pasqua del 1988, mentre ero a Roma per studiare teologia, sono stata mandata da padre Rupnik a San Marco in Lamis, in Puglia, a casa di una donna che aveva frequentato per un periodo la Comunità Loyola. Rupnik mi aveva parlato a lungo di come lei lo ispirasse artisticamente quando, nel suo atelier si massaggiava i seni e si accarezzava davanti a lui. Ho capito ben presto che ero stata mandata a casa sua con lo scopo preciso di farmi istruire sul sesso a tre: lei si toccava e “giocava” con me a letto, parlandomi di come sarebbe stato con padre Rupnik e di come avremmo bevuto il suo sperma da un calice a cena. Io ero imbarazzatissima e totalmente bloccata, tanto che una sera lei ha chiamato Rupnik al telefono dicendogli che con me non c’era nulla da fare.

    A quel punto che cosa è successo?

    Padre Rupnik ha cambiato totalmente atteggiamento nei miei confronti e ha cominciato a trattarmi molto male: sono stata sfruttata, ignorata ed emarginata in comunità, e anche l’atteggiamento di Ivanka Hosta è cambiato radicalmente. Sono diventata una sorella di terza classe, considerata incapace di osservare l’obbedienza, di pregare e di essere umile: era il loro modo per dirmi che potevo solo servire le sorelle, guadagnare dei soldi, ma non avevo il diritto di parola. Sono stata umiliata, rimproverata e punita pubblicamente. Non sono riuscita a dire la causa della mia sofferenza e della mia confusione interiore, mi percepivo soltanto come un relitto emotivo ormai inutile.

    Quando è riuscita a uscire da questa situazione?

    Dopo anni di vessazioni da parte della superiora e delle sue “protette”, sono stata trasferita a Gerusalemme in una piccola sede della comunità e tre anni dopo l’ho lasciata definitivamente. Avevo 35 anni.

    Ha mai più parlato con Rupnik?

    Una volta, poco prima di andarmene dall’Italia, l’ho affrontato durante gli esercizi spirituali e gli ho detto che mi aveva ingannata sin dal principio e che avevo capito il suo sistema: usava tutti i suoi doni di comprensione delle fragilità di ognuna di noi a suo vantaggio per avere prestazioni sessuali, usando una logica distorta dell’amore. Al contempo, quando trovava “resistenze”, come è successo a me, iniziava a compiere crudeli aggressioni psicologiche, emotive e spirituali che, insieme all’abuso fisico, distruggevano le persone.

    E lui?

    Ha negato tutto: è rimasto impassibile e mi ha risposto che non sapeva di che cosa stessi parlando.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/rupnik-molestie-testimonianza-quarta-vittima-religiosa-g9bnyzg5

  • Decenni di denunce di abusi contro la diocesi di Portland, una volta bloccate, si riversano dopo la modifica della legge statale

    Decenni di denunce di abusi contro la diocesi di Portland, una volta bloccate, si riversano dopo la modifica della legge statale

    Quando il Rev. Lawrence Sabatino avrebbe abusato sessualmente di una bambina di 6 anni Ann Marie Burke nella parrocchia di St. Peter quasi 60 anni fa, la diocesi cattolica romana di Portland era già a conoscenza di almeno un’altra ragazza che Sabatino avrebbe abusato in un altro chiesa a Lewiston diversi anni prima.

    La chiesa trasferì Sabatino da Lewiston a Portland nel 1958, dopo che i genitori di Patricia Butkowski , 6 anni , presentarono ai funzionari della chiesa le prove che il prete aveva abusato sessualmente della loro figlia, un rapporto dell’ufficio del procuratore generale del Maine rivelato 46 anni dopo.

    I registri mostrano che a Sabatino fu ordinato di non contattare Patricia o la sua famiglia e di smettere di “giocare” con le bambine. Ma quando il prete arrivò a St. Peter, gli fu permesso di supervisionare un gruppo di ragazze, inclusa Ann, che si incontravano settimanalmente per giocare a nascondino. Sabatino sceglieva una delle ragazze con cui “nascondersi”.

    Ann non è stata in grado di denunciare l’abuso in quel momento a causa del trauma che le ha causato, secondo i suoi avvocati. Quando Ann – che ora ha 64 anni e si fa chiamare da sposata, Ann Allen – era abbastanza grande da capire cosa le era successo, il suo diritto di fare causa era scaduto. Butkowski e Allen hanno accettato di essere nominati e di condividere le loro storie con il Portland Press Herald/Maine Sunday Telegram.

    Oggi, Allen è una delle 13 persone che hanno citato in giudizio la diocesi da quando i legislatori del Maine nel 2021 hanno rimosso i termini di prescrizione per consentire alle persone con denunce vecchie di decenni di presentare denunce civili. Almeno un centinaio di altre persone con storie simili di abusi che coinvolgono diverse organizzazioni nel Maine si sono collegate con avvocati. Molti hanno portato a insediamenti e molti altri lo faranno.

    Per quei querelanti, condividere i loro ricordi dolorosi è più che danni monetari e pubblicità. Sperano che la crescente pressione legale costringerà la chiesa ad assumersi la responsabilità di consentire l’abuso di minori e rilasciare informazioni su preti accusati in modo credibile.

    “Riteniamo che (la diocesi) fosse effettivamente a conoscenza di un problema molto serio e intendesse impedire alle famiglie e ai bambini di venirne a conoscenza”, ha affermato l’avvocato di Portland Michael Bigos, che rappresenta i 13 querelanti. “Tutti questi abusi erano completamente prevenibili”.

    In risposta, la chiesa ha preso una posizione familiare e sta mettendo il proprio peso nel contestare la legge che ha reso possibile questo aumento delle azioni legali.

    SFIDA COSTITUZIONALE

    Gli avvocati della diocesi di Portland, guidati da Gerald Petruccelli , hanno sostenuto in tribunale di novembre che i legislatori hanno oltrepassato i loro limiti consentendo alle persone con pretese scadute in precedenza di citare in giudizio la diocesi, che ha operato con il presupposto che sarebbe sempre stata soggetta alla prescrizione e quindi protetto allo scadere del tempo.

    L’avvocato di Boston Mitchell Garabedian, che ha rappresentato dozzine di clienti in casi di abusi sessuali contro la Chiesa cattolica, compresi quelli dettagliati in un rivoluzionario rapporto del Boston Globe del 2002, ha affermato che la sfida della diocesi di Portland non è sorprendente.

    La diocesi “sta continuando il suo programma di negare giustizia alle vittime e causare ulteriore dolore”, ha detto. Garabedian ha stimato di avere già 20 clienti nel Maine che hanno denunce di abusi precedenti e stanno ora valutando la possibilità di intentare causa contro la diocesi e la Cheverus High School gestita dai gesuiti a Portland.

    Garabedian ha detto che sta aspettando di vedere come si svolge l’argomento della costituzionalità prima di intentare ufficialmente una causa.

    “Credo che il numero di vittime di abusi sessuali del clero che si sono fatte avanti nel Maine sia solo l’inizio di molte altre vittime che si fanno avanti”, ha detto.

    Mitchell Garabedian (Photo by Jessica Rinaldi/Boston Globe)

    Sono in gioco milioni di dollari mentre la diocesi deve affrontare un “numero elevato ma attualmente inconoscibile di casi che sono stati prescritti per due decenni o più”, hanno scritto gli avvocati della chiesa.

    In effetti, lo scandalo nazionale degli abusi ha già creato un enorme rischio finanziario. Le diocesi di molti altri stati , tra cui New York, hanno presentato istanza di protezione dal fallimento per far fronte agli alti costi del contenzioso e degli accordi. Altri hanno svenduto beni immobili per liberare liquidità.

    Non si tratta solo di soldi per la chiesa.

    “La questione è più in generale se la storia può essere riscritta perché una generazione attuale si rammarica di ciò che è accaduto in tempo reale in una generazione precedente”, ha scritto la diocesi di Portland nella sua sfida. “Questo è semplicemente al di fuori dell’autorità di qualsiasi ramo legislativo di qualsiasi governo eletto democraticamente”.

    NESSUN PRECEDENTE

    Le obiezioni della diocesi alla nuova legge potrebbero arrivare alla Corte Suprema Giudiziaria del Maine. Ma prima, il giudice superiore Thomas McKeon, che sta sovrintendendo a tutti i casi presentati finora contro la diocesi, ascolterà le argomentazioni alla fine del mese presso il tribunale statale per gli affari e i consumatori.

    Petruccelli ha sostenuto che consentire alle persone di citare in giudizio retroattivamente pone la diocesi in una posizione di ingiusto svantaggio. Le affermazioni sono così vecchie che la maggior parte dei testimoni, e persino i sacerdoti e il clero accusati, sono morti e impossibilitati a testimoniare. Sabatino morì nel 1990.

    Queste affermazioni interferiscono anche con i “diritti acquisiti” della diocesi, oi diritti che un’organizzazione raccoglie prima che uno statuto entri in vigore, secondo la chiesa.

    La questione della prescrizione è stata dibattuta per anni. I legislatori del Maine hanno apportato diverse modifiche allo statuto delle limitazioni per le azioni civili, ma non per la capacità dei pubblici ministeri di perseguire i casi penali più vecchi.

    Nel 2000, la legislatura del Maine ha approvato una legge che ha esteso a tempo indeterminato i termini di prescrizione per la maggior parte delle cause civili per abusi sessuali su minori, ma solo per i casi che si presume siano avvenuti dopo il 1987. Molte delle accuse nelle 13 cause risalgono agli anni ’50 e 1960.

    Nel 2007, i legislatori del Maine hanno preso in considerazione la creazione di una “finestra di osservazione”, o un periodo di tempo limitato in cui i sopravvissuti agli abusi potevano farsi avanti, indipendentemente da quanto tempo fosse avvenuto l’abuso. Quello sforzo è fallito. Lo scorso anno New York ha approvato una legge simile che ha creato una finestra di un anno per i sopravvissuti per presentare reclami più vecchi che devono affrontare sfide legali.

    La Chiesa cattolica ha contestato gli sforzi per eliminare o annullare i termini di prescrizione, spesso senza successo.

    Nel 2015, la Corte Suprema del Connecticut ha respinto l’affermazione della diocesi di Hartford secondo cui una modifica retroattiva era incostituzionale. Quella sentenza , tuttavia, elenca il Maine come uno dei 24 stati i cui tribunali considerano invalidi i termini di prescrizione applicati retroattivamente, sebbene non vi sia alcuna giurisprudenza qui, quindi la questione non è risolta.

    “RIMEDIO PER LA GIUSTIZIA”

    La rappresentante Lori Gramlich, una democratica di Old Orchard Beach, ha affermato di aver sponsorizzato il disegno di legge del 2021 perché non si è mai sentita come se le istituzioni, inclusa la Chiesa cattolica, avessero pienamente accettato la responsabilità del loro ruolo nel permettere che si verificassero abusi.

    Danna Hayes, portavoce dell’ufficio del procuratore generale del Maine, ha affermato che i legislatori hanno verificato con l’ufficio del procuratore generale la costituzionalità del disegno di legge prima che fosse convertito in legge. Il vice capo dell’ufficio, Christopher Taub, ha informato i legislatori sulla storia e sugli argomenti di entrambe le parti, ma alla fine non c’erano precedenti chiari.

    Ma Harnett ha affermato di ritenere che l’abrogazione della prescrizione non sarebbe nemmeno dovuta essere necessaria.

    “Piuttosto che essere aperta sul comportamento scorretto storico, la chiesa ha fatto tutto il possibile per combattere queste affermazioni”, ha detto. “Anche adesso, stanno dicendo: ‘Continueremo fino alla fine’”.

    Harnett ha affermato che uno degli aspetti sfortunati della sfida della diocesi è che potrebbe scoraggiare le persone che potrebbero finalmente essere pronte a farsi avanti.

    “Penso che il potenziale del ritardo non sia certamente un incentivo”, ha detto.

    Dmitry Bam, vice preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università del Maine, ha esaminato la mozione della diocesi e ha detto che ci sono buone argomentazioni da ambo le parti, quindi è difficile prevedere come si pronuncerà la corte suprema dello stato. Ha detto che poiché non esiste una guida federale, la questione è stata lasciata agli stati.

    “È tutto un equilibrio”, ha detto. “Penso che tu voglia che le vittime possano avere rimedio alla giustizia, ma vuoi anche consentire agli imputati di assumere una difesa adeguata”.

    L’ultima sfida della diocesi ha anche affermato che i sopravvissuti hanno avuto tutto il tempo per farsi avanti con le loro accuse. Altri sostengono che ci vogliono anni per riconciliare gli abusi.

    Così è stato per Gramlich. Lei stessa è sopravvissuta ad abusi sessuali su minori, qualcosa che ha condiviso pubblicamente per la prima volta quando ha presentato il suo disegno di legge.

    Gramlich ha affermato che concedere ai sopravvissuti la possibilità di intentare causa offre loro non solo una possibilità di giustizia, ma anche chiusura e sollievo. Se la nuova legge venisse ribaltata, Gramlich ha detto che sarebbe “uno schiaffo in faccia a tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di farsi avanti”.

    “È molto scoraggiante pensare che quando un sopravvissuto ha il coraggio di dire qualcosa, gli viene detto di aspettare e aspettare, e di essere combattuto in ogni fase del percorso”, ha detto Gramlich. “Queste storie sono reali. Queste cose sono successe.

    Allen ha pianto mentre annunciava la sua causa contro la chiesa a dicembre, dicendo che era “probabilmente una delle cose più difficili” che avesse mai fatto in vita sua. Quando è tornata nel Maine dopo decenni trascorsi in California, ha detto che era scomodo essere circondata da così tante cose che le ricordavano l’abuso.

    Robert Hoatson, un ex prete cattolico che ha fondato un’organizzazione no profit con sede nel New Jersey, Road to Recovery, per assistere i sopravvissuti ad aggressioni sessuali, si è detto rincuorato nel vedere così tante nuove cause legali dopo che la legge è cambiata. Soprattutto perché la diocesi del Maine ha ripetutamente fallito nel mantenere le promesse fatte alle persone che hanno subito abusi, ha detto Hoatson.

    “Ho detto alle vittime nel corso degli anni: dovrai affrontare l’opposizione e verrà dall’istituzione che dovrebbe essere la più morale”, ha detto. “Penso che la chiesa stia aspettando che moriamo. È una cosa molto triste da dire, ma continuano a temporeggiare e ad emettere mozioni. Stanno bene pagando i loro avvocati milioni di dollari ma non le vittime per gli abusi che hanno subito.

    PROVE MANCANTI

    Lo scandalo degli abusi della Chiesa cattolica è diventato pubblico all’inizio del 2002, in gran parte a causa dei rapporti del Boston Globe che hanno scoperto che dozzine di sacerdoti avevano commesso abusi per anni e sono stati spesso spostati da una parrocchia all’altra per mantenere segrete le accuse.

    L’avvocato di Boston Garabedian ha rappresentato dozzine di clienti in denunce contro l’arcidiocesi di Boston nei primi anni 2000, che hanno portato a dozzine di accordi finanziari.

    Il crescente scandalo ha provocato una revisione da parte dell’ufficio del procuratore generale del Maine dal 2002 al 2004 nella diocesi locale, che ha riconosciuto che alcuni sacerdoti avevano subito abusi credibili e ha pagato danni ad alcuni sopravvissuti.

    Ma la diocesi non è mai stata del tutto trasparente su tutte le accuse, o su come i sacerdoti sono stati o meno disciplinati quando le denunce di abuso sono state comprovate.

    Negli ultimi anni, in uno sforzo nazionale per migliorare la trasparenza e ricostruire credibilità, alcune diocesi hanno pubblicato elenchi di preti credibilmente maltrattati. Il New Hampshire lo ha fatto nel 2019 . Nello stesso anno la Provincia dei Gesuiti del Nord-Est degli Stati Uniti pubblicò un elenco di 50 preti accusati in modo credibile, che includeva sette che un tempo erano impiegati presso la Cheverus High School, la scuola privata di Portland gestita dai Gesuiti. Alcuni di loro non erano mai stati nominati pubblicamente.

    Elenchi come questi aiutano a chiudere alcuni sopravvissuti, afferma Mike McDonnell, direttore delle comunicazioni per la Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti.

    “Le vittime sono in grado di vedere, ‘Chi è responsabile del trasferimento di un noto predatore?’ Oppure, ‘Chi lo sapeva e non ha detto niente’?” disse McDonnell. “Le vittime e i sopravvissuti sono in grado di mettere gli occhi su qualcosa di sostanziale che può aiutare a mettere insieme parti che hanno messo in discussione per molti anni”.

    La diocesi del Maine non ha mai pubblicato un elenco completo.

    Avvocati come Bigos e Garabedian sono interessati alle prove che sostengono siano ancora lì e siano state tenute nascoste, compresi i rapporti che alcuni sopravvissuti e le loro famiglie ricordano di aver fatto, ma che non sono apparsi nel rapporto del procuratore generale che è stato reso pubblico nel 2005, a seguito di una causa intentata dal Portland Press Herald .

    Il documento offriva una breve storia di abusi per mano di oltre 60 dipendenti, inclusi sacerdoti, laici e impiegati della chiesa, la maggior parte dei quali non veniva nominata. Non sono state depositate accuse penali, sia perché si riteneva che non vi fossero prove sufficienti per procedere o perché i termini di prescrizione erano scaduti.

    Father Lawrence Sabatino

    Il rapporto affermava anche che la diocesi non era penalmente responsabile per nessuno dei presunti abusi perché nel Maine la chiesa non era legalmente tenuta a denunciare le accuse fino al 1997.

    Allo stesso tempo, il rapporto osservava che la mancata notifica da parte della diocesi ai parrocchiani delle accuse contro i sacerdoti assegnati alle loro parrocchie metteva i bambini a rischio di abusi.

    Quella catena di abusi era evidente con Sabatino.

    I documenti del rapporto del procuratore generale elencavano diverse accuse credibili contro il sacerdote, rispecchiando le affermazioni di abusi di Allen a St. Peter, con diverse famiglie che riferivano di aver abusato di ragazze nel gruppo della chiesa di Allen. Oltre a Portland e Lewiston, Sabatino fu assegnato a incarichi a Millinocket, Brewer, Brownville e Pittsfield.

    Il rapporto non ha mostrato nessun altro caso noto “di un prete che avrebbe commesso nuovi reati contro minori dopo che la diocesi aveva ricevuto una denuncia da una vittima che denunciava abusi sessuali su minori contro quel sacerdote”.

    Bigos ha affermato che la revisione era troppo limitata e prevede di deporre diversi sacerdoti in pensione che, secondo lui, hanno rivelato segnalazioni di abusi che non sono presenti nel rapporto.

    “Dobbiamo costringere la diocesi a dire sotto giuramento quello che ha e quello che non ha”, ha detto Bigos.

    Garabedian ha detto che vuole che l’ufficio del procuratore generale del Maine indaghi se ci sono reati perseguibili. L’ufficio del procuratore generale ha notato nel suo rapporto del 2004 che anche allora poteva fare ben poco, a titolo di azione penale, a causa dei termini di prescrizione che rimangono in vigore per i casi penali oggi.

    “L’abuso sessuale di un bambino è un crimine e la copertura dell’abuso sessuale di un bambino è un crimine”, ha detto.

    Decades-old abuse claims against Portland diocese, once blocked, pour in after state law change

  • «Partì da una mano sul sedere per apprezzarne la forma»

    «Partì da una mano sul sedere per apprezzarne la forma»

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – «In una mostra pubblica di Marko Rupnik a Maribor, in Slovenia, era esposto anche un quadro che ritraeva una donna poco vestita, in atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella, come se fosse una cosa normale».

    Roberta (nome di fantasia), 54 anni, ha fatto parte della Comunità Loyola dal 1990 al 2000. Dalla sua testimonianza emerge chiaramente la sistematicità con cui il noto artista circuiva le giovani suore attraverso il plagio e l’abuso spirituale per ottenere favori sessuali, nell’indifferenza dei suoi superiori. Così come viene ben evidenziato a quali umiliazioni venissero esposte le donne che con fatica riuscivano a respingerlo. La comunità stessa era per Rupnik un sicuro bacino di coltura delle sue prede: non a caso molte ex religiose che abbiamo intervistato ricordano le pressioni ricevute dal gesuita per farle entrare nella “sua” congregazione.

    L’abuso sessuale è però soltanto un aspetto dell’ attitudine manipolatoria di Rupnik, che si estende ad ogni aspetto della vita delle persone su cui esercita la sua influenza. Anche chi, come Roberta, è riuscita a sottrarsi ai suoi approcci sessuali, ha dovuto fare i conti con le conseguenze di ripetute violenze psicologiche e spirituali.

    Come ha incontrato Marko Rupnik?

    Studiavo storia dell’arte all’università e una compagna di studi mi aveva invitato a una mostra di questo gesuita. Ci andai e lo conobbi in quell’occasione: ero alla ricerca di un approfondimento spirituale e quei quadri mi sembrarono significativi; inoltre lui mi notò e mi coprì di complimenti. Aveva un certo carisma, mentre io ero molto insicura. Accettai il suo invito a fare gli esercizi spirituali ignaziani e in pochi mesi lui, mostrando una platonica infatuazione per me, riuscì a manipolare la mia vocazione religiosa fino al punto da costringermi a entrare nella Comunità Loyola, che non avevo mai sentito nominare. Io ero orientata piuttosto verso un ordine tradizionale, come le suore francescane e le orsoline, ma Rupnik diceva che non andavano bene per me, e che ero destinata ad altro. In una messa a Stella Matutina, che allora era la residenza dei gesuiti a Gorizia, mi fece fare un giuramento solenne davanti a Dio che sarei entrata nella Comunità Loyola, un voto che per me doveva avere valore di voto eterno indissolubile. Io subìi e accettai, e da lì sono cominciati i miei dieci anni in Comunità, dolorosi e assurdi: un sacrificio inutile, sterile, senza frutto.

    Qual era l’atteggiamento di Rupnik nei confronti delle suore?

    Era apertamente ambiguo: per certi sguardi che ti rivolgeva, e per gli apprezzamenti che non ti aspetteresti da un prete. Un giorno, ero ancora una novizia, mi ha messo le mani sul sedere, commentandone compiaciuto la forma. Capivo che era sbagliato, ma lui mi confondeva perché ammantava tutto di un’aura spirituale e giustificava il suo interessarsi apertamente alle forme femminili con il suo essere artista, e perdipiù un artista a servizio della gloria di Dio. Ci ripeteva sempre la retorica del valore spirituale della femminilità, che lui esaltava anche negli aspetti propriamente estetici: per esempio, ricordo una sua “lezione” sull’importanza del colore bianco nella biancheria intima femminile e il suo invito a indossare camicette bianche un po’ trasparenti che lasciassero intravvedere il reggiseno, come segno sublime di purezza e bellezza spirituale. Inoltre, sebbene per allungare le mani avesse aspettato che fossimo soli, in generale il suo atteggiamento ambiguo avveniva alla luce del sole ed era esperienza normale in comunità, come presumibilmente altrove.

    Rupnik quindi non agiva di nascosto?

    Aveva uno stile comunicativo seduttivo e manipolatorio che era sotto gli occhi di tutti. Ricordo anche che una volta partecipammo all’inaugurazione di una sua mostra a Maribor in cui, oltre ai grandi volti di Cristo, c’erano vari quadri a tema femminile. Uno in particolare ritraeva una donna poco vestita, in un atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto, ma apparentemente passò sotto traccia in comunità: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella; se Ivanka ebbe qualcosa da ridire, io non l’ho mai saputo. In quel momento pensai chiaramente che qualcosa non andava, ma se tutti la consideravano una cosa normale, mi dissi che a sbagliare dovevo essere io. Questo era il contesto in cui vivevamo, in cui Rupnik poteva muoversi indisturbato. Infatti, evidentemente, per lunghi anni nessuno lo ha fermato.

    Rupnik tentò approcci sessuali con lei?

    Una volta. Dato che non riuscivo ad adattarmi alla comunità, ad un certo punto mi trasferirono a Roma e mi mandarono in “cura” da Rupnik. In quel periodo lui mi aveva imposto di telefonargli ogni giorno, cosa che mi metteva in grande imbarazzo, perché in quelle telefonate lui diceva che io ero molto importante per lui, ma chiaramente non era vero. Inoltre dovevo recarmi periodicamente nel suo studio al Centro Aletti, dove lui mi sottoponeva a una specie di terapia psicologica: mi mostrava delle fotografie e io dovevo dire quello che mi facevano venire in mente: lui commentava, anche in un modo che mi feriva, facendomi piangere. Dentro di me pensavo che quella era una procedura improvvisata e che non era qualificato per farlo, ma lui era considerato da tutti nel nostro ambiente un genio, un profeta e un taumaturgo, per cui tenni per me quei dubbi. Al secondo o terzo appuntamento per questa presunta terapia lui volle baciarmi sulle labbra, dicendo che quello era «il bacio di guarigione del Signore». Reagii dicendogli che non volevo più proseguire la “cura” perché non ero sicura che lui sarebbe riuscito a fermarsi.

    Dopo che cosa successe?

    Io non ne parlai con nessuno ma lui si indispettì e questo mio rifiuto acuì per un certo periodo la riprovazione da parte sua e della comunità, perché adesso ufficialmente, oltre che “poco spirituale”, ero anche una che non portava a termine gli impegni presi e che lasciava le cose a metà. Dopo quella volta, però, non ci provò più con me. Anche se non ho subito molestie sessuali da parte di Rupnik, ho però sperimentato gravi forme di abuso psicologico e spirituale da parte sua e della comunità, perché si sono intromessi nel mio rapporto con Dio, distorcendolo e distruggendo in me ogni fiducia. Questa è una ferita ancora aperta, perché la mia vocazione religiosa era sincera.

    Sapeva che aveva abusato di alcune sue consorelle?

    No, non sospettavo minimamente che la situazione fosse così grave. Anche a proposito dell’allontanamento di Rupnik dalla comunità non ricordo alcuna ricerca di chiarimento da parte di Ivanka o delle sue fedelissime. Ci avevano detto che era una questione di difesa del carisma. Giravano voci che era successo qualcosa fra “Anna” e padre Marko, ma la chiave di lettura della comunità era che ciò accadeva per una qualche sua colpa. L’unica a essere trattata con riprovazione fu “Anna”, pubblicamente bollata dalla superiora come “infedele” e per questo obbligata per punizione a fare la cuoca nella casa a Mengeš, in Slovenia, per tutta la vita. Lei era visibilmente molto sofferente: quando riuscì a scappare dalla comunità e ci si rese conto che era sparita, una delle sorelle, che in seguito è diventata una colonna del Centro Aletti, ci mandò a cercarla dappertutto, «anche sotto i letti», lasciando intendere che avremmo potuto trovarla senza vita, come se l’ipotesi del suo suicidio fosse prevedibile e quindi razionalmente accettabile. Trovai questo fatto di una crudezza inaudita. Lasciare la comunità era considerato il male assoluto, peggio della morte.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/marko-rupnik-abusi-accuse-gesuiti-vaticano-r6ynae49