Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: gesuiti

  • Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    TORINO, Italia (OSV News) — Due settimane dopo che il Vaticano ha dichiarato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik è in corso, OSV News ha appreso che 22 lettere inedite di donne appartenenti alla Comunità Loyola slovena, che descrivono presunti abusi commessi dal famoso artista di mosaici, fanno parte degli atti relativi ai presunti abusi.

    Le lettere, scritte nel 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, ora custoditi dall’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia, secondo quanto riferito da persone a conoscenza del caso. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali subiti da padre Rupnik quando era il loro direttore spirituale.

    Il 15 dicembre 2023, l’Arcidiocesi di Lubiana ha annunciato che il Vaticano aveva ordinato lo scioglimento delle Suore della Comunità di Loyola entro un anno, in seguito a un decreto emesso dal Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Secondo quanto riferito a OSV News da una fonte vicina al caso, si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

    Le lettere scritte durante la Pasqua del 2000 testimoniano presunti abusi.

    Padre Rupnik, ex gesuita, è accusato di aver abusato di oltre venti donne nel corso di diversi decenni. Ha sempre negato ogni addebito. Il 22 luglio il Vaticano ha dichiarato che le notizie sulla sua assoluzione, diffuse da un sito web italiano, erano “completamente infondate” e che “l’esame del caso è ancora in corso”.

    La Santa Sede ha dichiarato che il collegio giudicante sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa. Il Vaticano non ha reso pubbliche tutte le prove contenute nel fascicolo.

    Fabrizia Raguso, ex membro della comunità di Loyola, ha affermato che le 22 lettere che descrivono i presunti abusi sono state scritte durante la Pasqua del 2000. È l’unica ex suora citata nel materiale ad aver acconsentito a essere identificata pubblicamente.

    «Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, superiora della Comunità di Loyola, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui, ciò che ci aveva fatto e poi a perdonarlo», ha raccontato Raguso a OSV News.

    «La ragione che Ivanka ci diede quando ci costrinse a scrivere della nostra esperienza con Rupnik», continuò Raguso, «era che in occasione del Giubileo (del 2000) avevamo bisogno di cercare una riconciliazione con lui; non so se poi fece recapitare le lettere a Marko».

    Le prime lamentele non ascoltate, il sacerdote-artista ha intrapreso una carriera internazionale

    Le lettere furono scritte anni dopo che le prime lamentele su padre Rupnik erano giunte ai superiori dei gesuiti e al defunto arcivescovo Alojzij Šuštar di Lubiana all’inizio degli anni ’90. Padre Rupnik fu allontanato dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che nel corso degli anni divenne un punto di riferimento per gli artisti che si riunivano attorno alla creazione delle sue opere.

    Nel 2000, Padre Rupnik si era affermato per aver installato un nuovo programma di mosaici nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, una cappella papale privata. In seguito, realizzò importanti commissioni per la Basilica di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, in Italia; per il Santuario di Lourdes in Francia; per il Santuario di Fatima in Portogallo; per la Cattedrale dell’Almudena a Madrid; e per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington.

  • Cosa succede al processo Rupnik? Dio solo lo sa

    Cosa succede al processo Rupnik? Dio solo lo sa

    Una notizia, dal comunicato divulgato dalla Sala Stampa della Santa Sede che smentisce le voci che danno Rupnik scagionato dall’accusa di abusi sessuali, almeno l’abbiamo avuta, e cioè che il processo all’ex gesuita è iniziato. Fino a ieri, infatti, non sapevamo nemmeno questo.

    Infatti il papa ci fa sapere attraverso il suo portavoce che la Chiesa rivendica il diritto (o il dovere, non si capisce) di coprire con il segreto i suoi processi, anche quelli per abusi sessuali in cui non è nemmeno prevista la figura delle vittima.

    Dal giorno in cui papa Francesco, il 27 ottobre 2023, con la destra decise di derogare alla prescrizione e con la sinistra fece capire a chi di dovere che quel processo non s’aveva da fare, abbiamo dovuto aspettare il 13 ottobre scorso per sapere dal Dicastero per la Dottrina della fede che almeno i giudici erano stati nominati. Da quel momento, abbiamo avuto solo voci. Quella pubblicata il 20 luglio dal blog Messa in Latino, rinforzata da AdVaticanum, lasciavano intendere che fossero cadute le accuse di abusi sessuali. Passate 24 ore, arriva la smentita del direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Si tratta, si legge nel comunicato, di notizie «assolutamente infondate»:

    la valutazione del caso è ancora in corso e il collegio sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dagli interessati e a mezzo stampa.

    Durante il processo, come per ogni procedimento giudiziario, nessuna informazione circa l’attività in corso può essere condivisa in alcun modo per rispetto al processo stesso e per evitare di ferire tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda, come accaduto nei giorni scorsi. Qualora il collegio ritenesse di aver bisogno di ulteriori informazioni, sarà sua cura muoversi autonomamente per riceverle.

    Approfittando di questo momento di apertura comunicativa della Sala Stampa vaticana, più unico che raro, ho provato ad approfondire mandando al direttore alcune domande. Eccole:

    Gentile Matteo Bruni,

    in merito al comunicato appena divulgato sul processo in corso a don Marko Rupnik, potrebbe gentilmente rispondere alle seguenti domande:

    – Chi sono i giudici che seguono il “caso Rupnik”;

    – Quando è iniziato il processo a don Marko Rupnik?

    – Chi sono “gli interessati” citati nel comunicato?

    – Il diritto canonico prevede in questo caso la partecipazione di parti offese? In caso affermativo, chi sono?

    – La raccolta delle informazioni da parte del collegio è ancora in corso?

    Messa in Latino, intanto, ha preso atto della smentita di Matteo Bruni e ha tenuto il punto, facendo la domanda cruciale: è stata stralciata l’accusa di violenza sessuale, e cioè di stupro, o quella sugli abusi sessuali che Gloria e le altre vittime hanno subito, spesso per anni, dopo manipolazioni e abusi spirituali e di potere?

    1. In attesa del giudizio finale, la domanda è: la nostra notizia è infondata oppure l’unica cosa infondata, tra l’altro mai scritta da MiL da nessuna parte, è che si sia arrivati ad una sentenza definitiva come fa intendere il comunicato della Sala Stampa?
    2. È vero che sono stati stralciati alcuni capi di accusa dal processo? E quali sono?
    3. Riguardano l’accusa di violenza sessuale o anche gli abusi sessuali denunciati?

    Non solo: in questa temperie di whistleblowing, c’è anche una voce, sempre secondo le fonti di Mil, che riferisce di un Marko Rupnik soddsfatto per l’andamento del processo:

    Un nostro amico ha parlato direttamente con Rupnik circa venti giorni fa: l’ex gesuita gli ha detto che il processo stava andando MOLTO BENE PER LUI. Domanda, è una norma vaticana dare le informazioni agli imputati e NON alle presunte vittime e ai loro avvocati, oppure ha degli insider dentro il processo e nelle segreterie DDF e\o Segreteria di Stato?

    Nel frattempo è arrivata la risposta della Santa Sede alla mia mail, laconica come da manuale:

    Gent.ma Federica Tourn,

    grazie per la sua mail.

    In merito alla sua domanda, La informiamo che al momento non c’è altro da aggiungere a quanto già detto e al comunicato diffuso ieri.

    Certi della sua comprensione, inviamo i nostri più cordiali saluti.

    Sala Stampa della Santa Sede

    L’unica cosa che comprendiamo, per la verità, è che dei processi ecclesiastici nessuno sa nulla, tranne forse l’imputato; quello che dovremmo comprendere è che nessuno, nemmeno chi ha subito gli abusi per i quali Rupnik è a processo (o almeno si suppone), oggi ha il diritto di conoscere i capi di imputazione, o chi giudica l’imputato e che ruolo hanno le parti offese nel processo – nemmeno l’avvocato delle vittime; così come domani nessuno potrà chiedere le motivazione della sentenza. Sempre che a sentenza si arrivi, o che venga comunicato.

    https://federicatourn.substack.com/p/cosa-succede-al-processo-rupnik-dio

  • Rupnik assolto?

    Rupnik assolto?

    INCREDIBILE! Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale, in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole.

    Con queste parole il blog Messa in Latino ha dato la notizia che, se confermata, sarebbe senz’altro un inatteso finale della vicenda dell’ex gesuita e artista don Marko Rupnik. Le fonti di MIL restano riservate ma sono autorevoli: l’intenzione sembra quella di far arrivare all’opinione pubblica una sentenza che altrimenti potrebbe rimanere sepolta sotto la consueta omertà della Chiesa.

    Di Rupnik, ex gesuita, artista milionario, amico di papa Francesco e abusatore seriale, ho scritto molto negli ultimi quattro anni; gli ultimi articoli li trovate qui e qui. Tutta la storia dell’ambizioso mosaicista sloveno, dall’ascesa sotto papa Giovanni Paolo II allo scandalo contenuto da Francesco, l’abbiamo raccontata nel podcast La Scomunica e la trovate su Spotify.

    Dall’ottobre 2023 Rupnik è sotto processo canonico per abusi sessuali nei confronti di numerose suore della Comunità Loyola, comunità che lui stesso aveva contribuito a fondare alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso. Lo scorso 13 ottobre il Dicastero per la dottrina della fede ha nominato i cinque giudici (donne e chierici) del tribunale designato a trattare il suo caso; da allora non si è più saputo nulla.

    L’assoluzione sarebbe uno choc per tutti quelli che danno per scontata la dimissione dallo stato clericale del noto mosaicista ma certamente anche un chiaro segnale di come Prevost intende gestire il problema abusi nella Chiesa.

    Infatti, se davvero Rupnik è stato assolto dalle accuse di abusi sessuali, nonostante le testimonianze raccolte dai gesuiti e le vittime che si sono rivolte alla stampa, a cominciare da Gloria Branciani, siamo di fronte a una mossa incredibile – e per molti versi drammatica – di papa Leone XIV.

    Se la notizia fosse confermata, infatti, sapremmo che nella Chiesa la parola di decine di donne che denunciano una violenza sessuale e spirituale non contano nulla di fronte alla figura del sacerdote, soprattutto se famoso e amico di (almeno) un pontefice. Non conta nulla che tutti nella Chiesa sapessero, da decenni, qual era il “vizio” del carismatico artista. Non conta che Rupnik sia già stato scomunicato nel 2020 per “assoluzione del complice in confessione”, cioè per aver assolto la donna con cui aveva avuto rapporti sessuali (un’altra vittima, a cui è stato pagato un risarcimento dalla Compagnia di Gesù). L’unica cosa che conta è il potere, meglio se sostenuto dal denaro, alla faccia della retorica sulla tolleranza zero sugli abusi e sulla richiesta di perdono alle vittime. La Chiesa, con l’assoluzione di Rupnik, segnerebbe un vistoso autogol, le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

    Certo oggi ci sarà movimento, dietro le quinte vaticane. Ci torniamo su presto.

    (nella foto, un mosaico di Rupnik a Lubiana)

    https://federicatourn.substack.com/p/rupnik-assolto

  • Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    IL PRETE PEDOFILO CHE MOLESTÒ FABRIZIO DE ANDRÉ

    Avevo dodici anni e, come tutti i figli di papà, frequentavo le medie all’Arecco dai gesuiti dove studiava tutta la Genova bene. Avevamo un padre spirituale, si chiamava B.P., che ogni mattina ci raccontava delle musse di dottrina, insomma ci spiritualizzava. Io allora avevo i pantaloni corti, data l’età.

    Una mattina mi infila una mano su per i pantaloncini. Io che da sei anni bazzicavo via Piave e via Trieste, a tirarmi i sassi con gli amici, queste cose le sapevo.

    E così ho capito subito, mi sono divincolato e sono scappato per i corridoi, urlando: Il padre B.P. è un buliccio.

    Dopo sette giorni arriva a mio padre una raccomandata che lo informa della mia espulsione.
    Mio padre mi chiede che cos’è questa storia, io gliela racconto e lui va dal provveditore agli studi e fa un casino.

    Morale: il prete viene cacciato dall’istituto.

    Da: Fabrizio De André. Amico fragile – Cesare G. Romana.

    https://www.facebook.com/photo?fbid=1451892032975145&set=a.639004217597268

  • Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    «È successo anche a me: anche io sono una vittima di Sauro De Luca». Olivia Scuppa, 56 anni, racconta come l’importante padre gesuita, per trent’anni direttore nazionale del Meg, il Movimento eucaristico giovanile, ha approfittato della sua fiducia per abusare di lei quando aveva vent’anni. Dopo la testimonianza dell’eurodeputata del Pd Annalisa Corrado, che ha rivelato a Fanpage di essere stata abusata da De Luca quando era minorenne, un’altra donna testimonia che padre Sauro De Luca, carismatica guida del Movimento giovanile dei gesuiti, era un abusatore seriale, coperto per decenni dai suoi superiori.

    L’attuale responsabile del Meg, padre Renato Colizzi, l’1 ottobre 2024 aveva reso noto di aver appreso di «atti di abuso sessuale su minore perpetrati da padre Sauro De Luca» (morto nel 2012) e di aver deciso di avviare un “Cammino di verità”, cioè un canale di ascolto delle vittime, affidato a Grazia Villani, di cui non si sa molto, se non che ha lavorato per più di vent’anni al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita. Il “Cammino” parte dal 2010, anno in cui i gesuiti mettono De Luca sotto restrizioni in seguito ad «alcune denunce» di abuso. L’anziano gesuita ammette le sue colpe e muore poco tempo dopo, prima che si concluda il processo canonico a suo carico. I gesuiti, a quel punto, chiudono la pratica e non ne parlano a nessuno. Nel 2024, però, arrivano altre denunce e i responsabili del Meg decidono di approfondire le responsabilità di De Luca con il “Cammino”, rendendosi disponibili ad ascoltare eventuali altre vittime.

    Da questa indagine è scaturito un report che non è ancora stato reso pubblico. Al suo posto, è comparsa il 28 gennaio 2026 sul sito dei gesuiti una relazione sul report, firmata dal provinciale della Provincia euromediterranea della Compagnia di Gesù Ronny Alessio, da cui si evince che le vittime sono 25: venti di padre De Luca e altre cinque di un altro gesuita, vivo, di cui però non si fa il nome. In seguito alle proteste degli ex membri del Meg, in un comunicato del 9 giugno 2026 si motiva la decisione di non divulgare il report per «sensibilità nei confronti delle persone coinvolte». Sull’analisi del report e sulle contraddizioni che emergono dai successivi interventi dei gesuiti, sarà dedicato un articolo specifico.

    La testimonianza di Olivia Scuppa che oggi pubblichiamo non soltanto è coraggiosa e puntuale, ma è anche determinante per capire come Sauro De Luca abbia potuto coltivare indisturbato per tutta la vita la sua «ossessione sessuale» per le ragazze, adolescenti o giovanissime, di cui si circondava.

    Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

    «Sono venuta a conoscenza degli abusi di Sauro De Luca nell’ottobre 2024, quando il responsabile del Meg Renato Colizzi ha comunicato l’avvio del “Cammino di verità” ma la presa di coscienza è durata ben diciotto mesi. Quando padre Colizzi ci ha detto che Sauro aveva fatto cose tremende per noi è stato un trauma: c’è stata una spaccatura fra gli ex Meg perché molti non ci volevano credere, ma Colizzi ha detto che c’erano molte vittime; anzi, ha specificato: “Non so se chiamarle vittime o sopravvissute perché non sono sicuro che siano sopravvissute tutte”. Quando padre Colizzi ha parlato agli ex Meg, non ho realizzato che gli abusi mi riguardavano direttamente. La mia presa di coscienza è durata ben diciotto mesi: soltanto quando ho letto l’intervista ad Annalisa mi sono resa conto che era successo anche a me. Mi sono rivista nella sua testimonianza e ho avuto un conato di vomito. Ho capito che esporsi e parlarne, come ha fatto Annalisa, è la cosa giusta da fare perché altre vittime possano riconoscersi e il caso non passi sotto silenzio».

    Come ha conosciuto padre Sauro De Luca?

    «Frequentavo il Meg già dal liceo ma Sauro De Luca l’ho conosciuto quando andavo già all’università e frequentavo il gruppo giovanile che si riuniva a San Saba, a Roma.

    Alla fine dell’89 siamo stati affidati a Sauro, che era una personalità molto carismatica: lo ammiravamo, aveva un modo di parlare molto convincente, tanto che era un piacere ascoltarlo perché sapeva ancorare la parola di Dio alla vita reale. All’epoca avevo vent’anni ed ero una ragazza inesperta, piuttosto cupa, segnata da una situazione famigliare molto complessa e dolorosa e sono convinta che Sauro mi ha puntato proprio per questo, perché ha visto la mia vulnerabilità. Mi cercava, mi abbracciava, chiedeva sempre di me; io mi sono sentita valorizzata e mi è sembrato naturale raccontargli quello che mi accadeva e che mi faceva soffrire. Si è instaurata subito una grande confidenza fra noi: Sauro mi ascoltava e mi diceva che dovevo volermi bene e che Dio aveva un progetto per me. Parole che possono sembrare banali ma che in quel momento, ferita e timida com’ero, mi hanno consolata e mi hanno dato fiducia in me stessa tanto che, durante una vacanza a Bardonecchia con il Meg, per la prima volta mi sono messa insieme a un ragazzo».

    Sauro De Luca come ha reagito?

    «All’inizio ha recepito l’informazione senza reagire, ma quando gli ho detto che avevo avuto rapporti sessuali ha dato in escandescenze. L’idea che facessi sesso con qualcuno lo mandava fuori di testa: era rabbioso, mi ripeteva che lo avevo deluso. Sauro era ossessionato dal sesso: in genere i preti glissano sull’argomento, invece lui ne parlava tantissimo dicendoci che dovevamo assolutamente rimanere casti fino al matrimonio. Confessargli che avevo fatto l’amore con questo ragazzo mi sembrava quasi un dovere, visto il rapporto stretto che Sauro aveva instaurato con me e l’insistenza con cui argomentava l’obbligo di castità. Questo ragazzo comunque l’ho lasciato dopo pochi mesi, era una storia a distanza che, al di là dell’opposizione di Sauro, non poteva continuare. Ed è a questo punto che si è verificato l’abuso».

    Che cosa è successo?

    «L’estate successiva siamo tornati a Bardonecchia, in montagna. Aveva l’abitudine di chiamare le persone nella sua stanza per parlare in confidenza: ti faceva sdraiare accanto a lui sul letto, ti accarezzava; era molto affettuoso. Dopo ti dava pure l’assoluzione, quindi era anche una forma di confessione. Io, ingenuamente, prendevo le sue attenzioni per affetto paterno e non ci trovavo niente di male. Insomma, vado da lui e mentre siamo sul letto mi infila una mano sotto la biancheria intima e mi dice: “Questa è la mano di Dio che ti tocca per purificarti”. Io posso dire che cos’è il freezing perché effettivamente mi sono sentita congelata. Mi tiene la mano lì sotto, pelle su pelle, e poi aggiunge: “Ora la tua fichetta è purificata. È Dio che ti ama ancora di più tramite la mia mano”».

    Lei come si è sentita?

    «Sono rimasta immobile e non ho detto niente. Dopo un po’ lui ha tolto la mano e me ne sono andata. Non ho elaborato quel che mi era successo, ho solo percepito che era una cosa che non doveva capitare e che non mi era piaciuta ma non ho voluto darle un peso, in qualche modo l’ho rimossa per andare avanti con la mia vita. Avevo 21 anni, ero confusa ma avevo chiaro che non volevo più trovarmi in una situazione del genere e, in modo molto pragmatico, ho fatto in modo che non succedesse più. Non gli ho mai più parlato delle mie esperienze sentimentali. Di lì a poco mi sono fidanzata con un ragazzo che non faceva parte del Movimento e mi sono distaccata gradualmente dal Meg».

    De Luca ha tentato di riavvicinarla?

    «No, non ha commentato in nessun modo l’allontanamento, però ha capito perfettamente di essere andato oltre. Solo poco dopo ha alluso a quello che era successo: durante la stessa vacanza a Bardonecchia eravamo sul Monte Thabor e lui mi ha portata a fare una passeggiata, noi due soli. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Vedi adesso i tuoi occhi sono belli e puliti come erano prima”, riferendosi al gesto “purificatore” che aveva fatto su di me. Da parte mia, non ne ho parlato con nessuno perché mi vergognavo; continuavo a frequentare il gruppo ma in modo meno assiduo. Con Sauro però ho mantenuto un rapporto, perché quando mio padre si è ammalato di tumore lui è stato l’unico capace di sostenermi in un momento tanto difficile e doloroso. Eravamo di nuovo vicini ma non gli facevo confidenze sulla mia vita amorosa, lì avevo messo una barriera, e quando sono andata a convivere con il mio fidanzato gliel’ho semplicemente comunicato. Non ha ribattuto, ha soltanto detto: “Hai un modo di pensare molto laico”. Ha continuato a darmi incarichi di fiducia nel volontariato, come l’assistenza a un’anziana senza famiglia all’Istituto Santa Margherita, vicino a San Saba».

    Lei ha poi lasciato il Meg?

    «Sì, ma non me ne sono andata a causa sua, semplicemente non mi trovato più bene con il gruppo. Quando mi sono sposata, cinque anni più tardi, però ho chiesto a Sauro di celebrare il matrimonio, anche se non frequentavo più la Chiesa».

    Perché questa scelta?

    «Era un bravissimo oratore e io ero comunque affezionata a lui. Non realizzavo di aver subito un abuso e comunque si era limitato a un solo episodio: quel ricordo lo avevo chiuso in un cassetto e quel cassetto l’ho chiuso a chiave. Evidentemente avevo messo delle barriere, a differenza di altre ragazze che, più piccole di me, sono rimaste intrappolate per anni nella sua rete di manipolazione e di abuso. Certo, in questi mesi mi sono chiesta più volte: come ho potuto essere così ingenua? Ma la mia fiducia in lui allora era incrollabile. L’abuso avviene proprio quando l’abusatore approfitta della tua fiducia per imporre la sua volontà su di te».

    Che effetto le ha fatto scoprire che De Luca era un abusatore seriale?

    «Pensavo di essere stata l’unica, tutte lo pensavamo, perché nessuna osava parlarne. Ora sappiamo dal report che le vittime sono almeno trenta, ma altre hanno parlato con i gesuiti o con Annalisa Corrado: Sauro ha girato l’Italia, è stato anche missionario in Africa e io sono convinta che siano molte di più, che superino il centinaio. Non oso pensare a cosa ha potuto fare una persona come lui, con un’ossessione sessuale come la sua e con tante persone giovani a sua disposizione».

    Con così tante vittime, è plausibile che nessuno dei suoi superiori si sia accorto degli abusi di De Luca?

    «I gesuiti lo sapevano certamente, e ben prima del 2010: negli anni ‘80 qualcuno aveva parlato, ancora prima che io entrassi nel Meg, e così negli anni ‘90; poi Annalisa Corrado nel 2003 ha raccontato ai responsabili del movimento quel che le era successo. Sapevano e non hanno fatto nulla, alla fine lo hanno soltanto spostato all’Aquila, dove comunque non era sotto controllo. Il problema per i gesuiti non era che accadesse, ma che noi ne parlassimo».

    Quindi voi eravate delle valvole di sfogo per un prete considerato molto valido ma con qualche problema di “esuberanza sessuale”.

    «Sì, ma lui era solo uno dei tanti, faceva parte del sistema, era il prodotto di un sistema. Per secoli gli abusi sono stati un effetto collaterale accettato dalla Chiesa: quando frequentavo l’Istituto Massimo a Roma, il liceo della Compagnia di Gesù, c’erano due preti pedofili a cui piacevano i ragazzini: sono stati semplicemente mandati altrove. Anche nel report dei gesuiti sul “Cammino di verità” viene menzionato il caso di un altro prete, di cui non si fa il nome, oggi sotto restrizioni per aver abusato di cinque donne».

    Parliamo di questo report su Sauro De Luca che i gesuiti non vogliono pubblicare, dicono, per tutelare le vittime. Lei lo ha letto?

    «Sì e mi sembra la montagna che ha partorito il topolino. Ai miei occhi è un resoconto scarno e deludente dei fatti, con alcuni stralci del diario di Sauro in cui confessa le molestie e si dichiara pentito. Non c’è il racconto degli abusi, né dove si sono verificati, non c’è un’analisi. E soprattutto non c’è assolutamente il modo di risalire alle vittime, quindi sostenere che non si pubblica il report perché si vuole tutelarle è una grande bugia. Ci sono poi delle contraddizioni fra il report e la sintesi pubblicata a fine gennaio dai gesuiti sul loro sito».

    Quali contraddizioni?

    «Nella sintesi si dice per esempio che le cinque vittime del prete innominato “si ritengono soddisfatte” delle restrizioni prese:

    La Provincia EUM, nonostante la prescrizione, ha applicato restrizioni severe, tutt’oggi in vigore. Le persone ferite da questo secondo gesuita, messe a conoscenza in questi mesi delle restrizioni e del cammino a lui proposto, si sono dichiarate soddisfatte.

    Il report di Grazia Villani però non dice da nessuna parte che le vittime si dichiarano soddisfatte, menziona solo il fatto che sono state prese delle restrizioni. Questa frase sulla “soddisfazione delle persone ferite” è stata aggiunta nel resoconto pubblicato».

    Lei e altri ex membri del Meg avete chiesto che il report venga reso accessibile a tutti e che sia rivelato il nome dell’altro gesuita abusatore. Che riscontri avete avuto?

    «Finora nessuno, ci scontriamo con un muro di gomma. Non sono sicura che padre Paul Pace, il procuratore dei gesuiti incaricato, abbia autonomia di movimento. Padre Colizzi, che aveva dato inizio al “Cammino di verità”, non dice più nulla. Ho chiesto a padre Pace se è stato silenziato ma non mi ha risposto. Un paio di settimane fa ci hanno mandato una lettera in cui parlano in modo molto vago di giustizia riparativa, parlando solo di uno spazio di accoglienza e di ascolto. Un po’ come ha fatto il papa nel suo viaggio apostolico in Spagna. La cifra è quella: tanta comprensione a parole, nessuna verità».

    (Questa inchiesta è pubblicata anche su Appunti)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-muro-di-gomma-dei-gesuiti-sugli

  • Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne.  Merita di essere raccontata dall’inizio.

    Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.

    Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.

    Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.

    Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.

    L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.

    Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.

    Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.

    A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).

    Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.

    Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?

    Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?

    Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.

    In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?

    Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.

    Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.

    CREDITI FOTO: Simone Savoldi | Unsplash

    https://www.micromega.net/gesuiti-padre-de-luca-abusi

  • I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

    L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

    Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

    Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

    Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

    Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

    Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

    Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

    Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

    La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/gesuiti-abusi-sessuali-coraggio-vittime-ambiguita-chiesa-annalisa-corrado-p8ma87ub

  • EL PAÍS consegna al Vaticano un rapporto con 24 persone accusate di pedofilia nella Chiesa in America

    EL PAÍS consegna al Vaticano un rapporto con 24 persone accusate di pedofilia nella Chiesa in America

    Prosegue l’inchiesta che EL PAÍS ha intrapreso negli ultimi anni sulla pedofilia clericale nelle Americhe, in cui ha già pubblicato decine di casi, con la consegna al Vaticano di un rapporto contenente 21 testimonianze che accusano un totale di 24 sacerdoti, religiosi e laici provenienti da otto paesi.

    La Colombia rappresenta più della metà dei casi, per un totale di 13, mentre i restanti si trovano in Argentina, Bolivia, Cuba, El Salvador, Stati Uniti, Messico e Venezuela. Questo rapporto, di oltre 100 pagine, accompagna il sesto dossier di casi in Spagna che il giornale ha anch’esso inviato alla Santa Sede, portando a 841 il numero totale di testimonianze raccolte in Spagna negli ultimi cinque anni. Queste testimonianze comprendono complessivamente oltre 1.800 pagine. Questo primo rapporto sui casi nelle Americhe estende il progetto di inchiesta al continente.

    EL PAÍS ha iniziato a compilare questi dossier per il Vaticano nel 2021 in risposta alla valanga di testimonianze ricevute tramite il suo indirizzo email dedicato alle vittime, aperto anche nelle Americhe nel 2022 ( abusosamerica@elpais.es ). Ciò si è reso necessario perché era impossibile pubblicare tutti i casi e perché era evidente che la maggior parte di essi veniva insabbiata a livello locale da diocesi e ordini religiosi. In questo modo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha potuto venire a conoscenza delle denunce e indagarle, come è suo obbligo quando riceve qualsiasi informazione. Diversi casi inclusi in questo nuovo rapporto proveniente dalle Americhe dimostrano ancora una volta che molte denunce non arrivano mai a Roma, nonostante l’obbligo di denuncia sia in vigore dal 2001. In pochissimi casi le vittime hanno ricevuto un adeguato sostegno o un risarcimento economico. Al contrario, sono state ignorate.

    Le storie che stanno venendo alla luce rivelano che in quasi tutta la Chiesa cattolica in America Latina c’è ancora molto da fare, a differenza dei progressi già compiuti negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Solo la Chiesa cilena ha intrapreso qualcosa di simile al Rapporto Ryan per l’Irlanda o al Rapporto MHG/Dressing per la Germania, secondo gli accademici nel dossier di EL PAÍS sugli abusi nella Chiesa: casi nelle Americhe.

    Veronique Lecaros, della Pontificia Università Cattolica del Perù, e Ana Lourdes Suárez, dell’Università Cattolica dell’Argentina, sono le curatrici di un recente libro intitolato “Abusi ecclesiastici in America Latina: una crisi nel cuore del cattolicesimo”. Nel 2020, in Cile è stato pubblicato un rapporto, redatto dalla Commissione per l’analisi della crisi della Chiesa cattolica, che documentava 568 vittime di abusi sessuali, di cui 320 minori, e identificava 225 autori.

    “In Cile, una serie di circostanze ha imposto un approccio più serio al problema”, affermano gli accademici, “ma altrove, nessun Paese ha dato alcuna indicazione di voler fare qualcosa di simile”. La principale forza trainante è stata Papa Francesco stesso, che si è assunto personalmente la responsabilità del caso e ha costretto l’intera gerarchia episcopale cilena alle dimissioni in un colpo solo. Questo è stato un caso eccezionale, grazie all’impegno personale del pontefice argentino, insieme all’indagine e allo scioglimento del Sodalitium in Perù.

    L’inchiesta di EL PAÍS cerca di rompere questo muro di silenzio. Questo nuovo reportage sui casi nelle Americhe non rivela l’identità di coloro che hanno fornito la loro testimonianza, ma il giornale la fornirà alle autorità ecclesiastiche su richiesta, quando apriranno un’indagine e l’individuo darà il suo consenso. Alcuni degli accusati non hanno potuto essere identificati perché coloro che hanno testimoniato non ricordano, cosa comune nei casi di pedofilia. Tuttavia, i loro racconti contengono dettagli che potrebbero consentire alla Chiesa di identificarli.

    Messico: Abuso di confessioni in una scuola. È il caso di Nadja Fernández, ex alunna della scuola Ignacio L. Vallarta nell’area metropolitana di Città del Messico, appartenente alla Congregazione delle Figlie dello Spirito Santo, quando la scuola si trovava a Lomas de Chapultepec. Racconta di aver subito abusi tra il 1997 e il 1998, quando aveva otto anni, per mano di un sacerdote di cui non ricorda il nome.

    «Era una scuola solo femminile in una zona dove l’esclusività e il potere erano palpabili, e quelle di noi che non si conformavano a quegli standard venivano umiliate da compagne, insegnanti e suore», racconta Fernández. Una delle routine della scuola era la confessione. Le suore entravano nelle aule e, se non c’erano volontarie, ne sceglievano una. Invece di un confessionale tradizionale con un paravento a separare il sacerdote dal penitente, descrive «un piccolo cubicolo, due metri per due, con due sedie una di fronte all’altra».

    Ricorda che il sacerdote era alto, biondo e aveva un forte accento argentino, e che all’inizio le faceva domande personali, come cosa guardasse in televisione, qual era la sua più grande paura o dove si trovassero i suoi cari. «Dopo una o due confessioni, è avvenuto il primo stupro. Non ho urlato né pianto perché non capivo bene cosa stesse succedendo, ma provavo paura e vergogna, e sapevo che qualcosa non andava. Quando abbiamo finito, si è sistemato la tonaca e mi ha detto: “Se dici qualcosa, tuo padre morirà”». Gli aveva detto che suo padre era la persona che amava di più al mondo. Non aveva mai osato dirlo a nessuno.

    «Da quel momento in poi, la maggior parte delle volte che venivo mandata da lui, gli abusi si ripetevano: approfittava di quello spazio ristretto per toccarmi, farmi domande volgari sul mio corpo e costringermi a toccarlo», racconta. «Gli abusi sono durati due anni, fino a quando ho compiuto 10 anni. Un giorno, quando mi ha vista entrare, mi ha detto che quello sarebbe stato un addio perché ero “troppo grande” per lui», aggiunge. Fernández crede che questi abusi l’abbiano portata a sviluppare disturbi alimentari «per smettere di essere
    attraente per lui».

    Anni dopo, durante una seduta di terapia, i ricordi sono riaffiorati prepotentemente. Ne ha parlato con la sua famiglia e la sua sorella gemella, che aveva studiato con lei, ha affermato di essere stata anche lei vittima. Fernández crede che “le autorità scolastiche sapessero cosa stava succedendo” ed è disposta a identificare il colpevole se dovessero emergere fotografie o video di quel periodo. “Non cerco vendetta”, conclude, “ma voglio che venga documentato che in quel piccolo cubicolo, un prete ha usato la confessione come pretesto per abusare di me quando avevo otto anni”.

    Per le accademiche Veronique Lecaros e Ana Lourdes Suárez, i casi nella Chiesa latinoamericana presentano analogie con quelli di altri paesi, ma hanno anche caratteristiche specifiche di un contesto “socio-ecclesiastico”. “Come in altre parti del mondo, le nuove comunità che si sono formate attorno a una leadership molto forte, con un’obbedienza cieca e un controllo di gruppo chiuso, spesso finiscono per sfociare in abusi di potere e abusi sessuali”, affermano in un’intervista congiunta. Citano i casi dei Legionari di Cristo in Messico, del Sodalitium di Vita Cristiana in Perù, degli Araldi del Vangelo in Brasile, del gruppo che gravita attorno a Fernando Karadima in Cile, dei Discepoli di San Giovanni Battista in Argentina e della Comunità di Gerusalemme in Uruguay. “Hanno in comune il fatto che i loro fondatori sono stati accusati di abusi sessuali”, affermano. Il reportage di EL PAÍS include un’ampia testimonianza di un ex membro degli Araldi del Vangelo che racconta casi di abusi in diversi paesi.

    Oltre a queste comunità, spesso legate a gruppi potenti e all’estrema destra, esiste un altro contesto per gli abusi nelle parrocchie delle aree marginalizzate. “Lì, quando si verificano, poiché il sacerdote è essenzialmente un uomo forte a livello locale con un notevole potere sulla popolazione, le vittime non osano denunciare perché non hanno sufficiente capitale sociale”, riflettono. Citano il caso del sacerdote gesuita Alfonso Pedrajas in Bolivia, rivelato da EL PAÍS nel 2023. Lo scandalo venne alla luce perché l’abusatore aveva lasciato un diario personale in cui elencava gli abusi commessi su circa 85 minori in un collegio. “Quei bambini non lo avrebbero mai denunciato, perché per loro era inconcepibile”, spiegano. Altri contesti in cui sono stati rilevati abusi includono seminari e case di formazione, nonché parrocchie e scuole. Argentina: 15 denunce in un gruppo scout di Buenos Aires .

    In Argentina, un esempio lampante è rappresentato dagli scout della parrocchia di Nostra Signora di Luján a Longchamps, a sud di Buenos Aires. Nicolás Sisman si unì al gruppo da bambino, a metà degli anni ’80. Lì conobbe una quindicina di ragazzi che, decenni dopo, sono ancora suoi cari amici. Dato che alcuni di loro non vivono in Argentina – Ángel in Spagna, Sebastián in Colombia – hanno approfittato della pandemia per riallacciare i rapporti tramite WhatsApp. L’idea era la stessa di sempre: parlare. Ma quando è nata l’idea di invitare l’uomo che era stato il suo capo scout tra i 14 e i 18 anni, hanno anche superato un trauma condiviso, rimasto inespresso per decenni.

    Il gruppo WhatsApp si chiama ancora “Sopravvissuti”. Sono sopravvissuti ai presunti abusi di Omar Esposito, che i
    15 amici – uno dei quali è poi deceduto – hanno infine denunciato alla giustizia argentina con un racconto straziante di quegli anni di silenzio. “

    La segretezza fa parte dello scautismo. Quando Omar diceva ‘Quello che si dice qui, resta qui’, si finiva per credere che facesse parte della mistica scout, non del modus operandi di un uomo depravato”, ha dichiarato Sisman a EL PAÍS. Esposito non ha risposto ai messaggi del giornale .
    Il modus operandi consisteva nel costringerli a masturbarsi in gruppo, indossare un preservativo – una delle scuse era l’educazione alla profilassi – e poi mostrarlo a lui, il capo scout, in modo che potesse vedere quanto avevano eiaculato. Questo accadeva nei campi, ma anche a casa sua, non lontano dalla parrocchia, sul letto matrimoniale. Un altro dei suoi detti era: “Quello che non ti entra in testa, ti entra nel culo”, ricorda Sisman. Un giudice argentino ha elevato il caso a un processo per verità, un iter procedurale simile a quello utilizzato contro i crimini della dittatura. Ma al momento è sospeso perché il tribunale incaricato di giudicare i fatti si è rifiutato, sostenendo che i termini di prescrizione sono scaduti. Hanno presentato una denuncia contro il tribunale per negligenza.

    La stessa diocesi di Lomas de Zamora, che sovrintende alla parrocchia di Longchamps e al gruppo scout, ha riconosciuto i fatti in un incontro con i denuncianti e attraverso un documento ottenuto da EL PAÍS. “I rappresentanti del Team Diocesano affermano di credere alle vittime riguardo ai fatti denunciati”, si legge nel documento, “e offrono alle vittime supporto spirituale e psicologico in quanto vittime di abusi sessuali”. “Si sono inoltre impegnati a continuare a diffondere informazioni su quanto accaduto tra il 1980 e il 1999, al fine di identificare eventuali altre vittime dell’accusato”, conclude.
    L’incontro si è svolto presso la diocesi di Lomas de Zamora e vi hanno partecipato, tra gli altri, Héctor Eduardo Laffeuillade, parroco e responsabile dell’équipe multidisciplinare della diocesi per le vittime di reati sessuali . “La prima cosa che abbiamo detto loro è stata che credevamo in loro e abbiamo chiesto il loro perdono in nome della Chiesa. Loro

    «Erano vincolati dal silenzio imposto da quest’uomo, una costante in questo tipo di abuso», ha ammesso Laffeuillade in una conversazione telefonica con questo giornale.
    Il catechista è stato immediatamente rimosso da ogni incarico all’interno della Chiesa. Tuttavia, l’équipe multidisciplinare si è dimessa perché i funzionari della Chiesa non hanno preso provvedimenti in seguito alla denuncia. «Sì, è quello che hanno detto alcuni [membri dell’équipe]», ha ammesso lo stesso Laffeuillade, ribadendo il suo sostegno ai denuncianti.

    Nonostante ciò, le vittime non hanno ricevuto alcun risarcimento. «Non riesco a capire come facesse ad avere così tanto potere su di noi», ha dichiarato telefonicamente Ángel Maximiliano Queirolo, un altro dei denuncianti, che attualmente risiede in Spagna. «Non ne ho mai parlato con nessuno. Stiamo parlando di casi in cui, ad esempio, tre fratelli, tutti amici, sono stati abusati da lui, e nessuno di loro ne ha mai parlato tra di loro». « Anche uno di loro, il più anziano, inizialmente aveva presentato la denuncia, per poi ritirarla. Non sappiamo perché, e non ci è mai stata data una spiegazione», aggiunge Queirolo. «Poter parlare e denunciare gli abusi è stato, in un certo senso, poter ricominciare a vivere», afferma Diego Bacarat, bibliotecario e un altro degli amici che hanno presentato la denuncia. «Mi sento come se fossi morto dentro da 30 anni», aggiunge. Lecaros e Suárez indicano che, a differenza del «Nord globale», dove il potere sacro del sacerdote si manifesta durante i sacramenti, in America Latina la sua magia si esprime al di là dell’Eucaristia o del sacramento degli infermi. «C’è un’atmosfera incantata, dove al religioso viene chiesto, ad esempio, di benedire quasi qualsiasi cosa, diventando una figura in grado di apportare cambiamenti sostanziali e avvicinare le persone a Dio. Questo, unito al fatto che spesso fungono da mediatori con lo Stato e i suoi programmi di assistenza, conferisce loro potere all’interno della religiosità popolare», spiegano. Lecaros e Suárez indicano che, a differenza del “Nord globale”, dove il potere sacro del sacerdote si manifesta durante i sacramenti, in America Latina la sua magia si manifesta al di là dell’Eucaristia o dell’estrema unzione. “C’è un’atmosfera incantata, dove al religioso viene chiesto, ad esempio, di benedire quasi qualsiasi cosa, diventando una figura in grado di apportare cambiamenti sostanziali e di avvicinare le persone a Dio, il che, unito al fatto che spesso fungono da mediatori con lo Stato e i suoi programmi di aiuto, conferisce loro potere all’interno della religiosità popolare”, spiegano.

    El Salvador: I Salesiani ammettono abusi in una scuola negli anni ’80. In El Salvador, il reportage di questo giornale include tre testimonianze che descrivono abusi avvenuti tra il 1979 e il 1985 presso l’Istituto Tecnico Ricaldone nella capitale, San Salvador. Il sacerdote salesiano Giuseppe Corò è accusato e la congregazione salesiana, interpellata sul caso, ammette di averlo allontanato nel 2007 a seguito di sospetti di abusi e di averlo inviato a Roma, dove, secondo l’ordine, non avrebbe più avuto contatti con minori. Nel 2019, due denunce hanno portato a una condanna canonica. I denuncianti sono due delle persone che hanno parlato con questo giornale, José Napoleón Lemus Guzmán e Patrick Castro Salazar. Le vittime avevano tra i 14 e i 17 anni e i loro racconti descrivono un modus operandi: avvicinare studenti con difficoltà scolastiche e offrire loro soluzioni ai problemi in cambio di favori sessuali.

    «Sono stato vittima di abusi da parte di Giuseppe Corò quando era preside e io ero uno studente della scuola», racconta Lemus Guzmán, che ora ha più di 55 anni. «Soffro di dislessia e facevo fatica a scuola. Il prete si avvicinava a chiunque avesse problemi e mi diceva di andarlo a trovare nel suo ufficio dopo la scuola», spiega. «Arrivai, bussai alla porta e si aprì subito. Lui era sulla soglia. Mi afferrò la mano, mi trascinò dentro e lì iniziò a baciarmi e a toccarmi dalla testa ai piedi. Mi spinse a terra, stava per togliersi i pantaloni e io iniziai a piangere», descrive Lemus. «Poi si fermò e mi disse, con calma, come se fosse perfettamente normale: “Voglio che questo accada almeno una volta al mese e ti garantisco che ti diplomerai; voglio che ti piaccia e che tu partecipi”», ricorda. Reynaldo Cortés Figueroa, 60 anni , racconta una storia praticamente identica .
    «Avevo dei problemi a scuola e lui mi convocò nel suo ufficio alle sei di sera», inizia Cortés. Ricorda che Corò abbassò le persiane, gli prese le mani e gli disse che sarebbero andati a pregare la Vergine Maria perché li guidasse. «All’improvviso, sentii il suo respiro come se si stesse eccitando, e avvicinò le labbra alle mie, ma io lo respinsi con forza. Mi buttò fuori dall’ufficio e il giorno dopo fui espulso», racconta.

    Cortés era amico del suo compagno di classe Patrick Castro Salazar, 61 anni. Subì abusi in diverse occasioni tra il 1979 e il 1982. Aveva anche problemi con gli studi. Aiutava nelle attività extrascolastiche, come la preparazione dell’annuario scolastico, il che significava che passava del tempo da solo con Corò, che all’epoca aveva circa 40 anni. “Quando gli raccontavo i miei problemi, mi abbracciava; arrivò un momento in cui il suo pene si induriva e lo sentivo”, spiega. “In diverse occasioni cercò di baciarmi, e più di una volta finimmo per terra”. In seguito, scoprì che anche un suo parente era stato abusato dal prete.

    Secondo le informazioni fornite dai Salesiani, Corò passò per il Guatemala nel 1964 prima della sua ordinazione. Visse poi in El Salvador fino al 1990, quando tornò a Roma. Successivamente visse in Costa Rica tra il 1994 e il 1997. Dopo un altro ritorno nella capitale italiana, rimase a Saltillo, in Messico, tra il 2002 e il 2007, fino a quando non emersero i primi sospetti di abusi, momento in cui fece ritorno definitivamente in Italia. Sacerdoti spagnoli accusati di abusi inviati in America Latina : nel sesto rapporto sui casi in Spagna, redatto da EL PAÍS e pubblicato contemporaneamente al rapporto sulle Americhe, figurano anche ecclesiastici spagnoli accusati di abusi che sono stati trasferiti in America Latina. In un caso, quello di padre JGZ, assegnato alla diocesi spagnola di Santander, è accusato di aver aggredito un minore a Cuba, nella città di Sancti Spíritus, diocesi di Santa Clara, tra
    il 1996 e il 1998.

    Ci sono altri due casi che coinvolgono i gesuiti. Il primo è JAS, accusato presso la scuola Sarrià di Barcellona, ​​che, secondo un ex alunno, fu inviato in Ecuador in seguito a una denuncia del padre di un altro minore. L’ordine non ha registrato che una denuncia sia stata la ragione del trasferimento, ma conferma che questo gesuita rimase nel paese sudamericano dal 1958 al 1968: a Quito, Guayaquil e Portoviejo.
    Un altro gesuita della stessa scuola è padre James, contro il quale pende un’accusa da parte di un’ex alunna per abusi commessi tra il 1966 e il 1967. La Compagnia di Gesù ammette che nel 2012 ci furono due denunce contro di lui in un campo estivo da lui organizzato in Bolivia, paese in cui aveva vissuto tra il 1991 e il 1992. Fu accusato da due ragazze che si erano recate lì come volontarie e, di conseguenza, fu allontanato dal contatto con i minori a titolo precauzionale.

    Una quarta testimonianza riguarda un sacerdote di Linares, nella provincia di Jaén, J.F.J., accusato di abusi commessi tra il 1967 e il 1969. Secondo questa persona, dopo che il padre lo denunciò al vescovado, il sacerdote fu inviato in America Centrale.

    Da El PAIS del 20-4-26

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/

  • Il Parlamento catalano indagherà sul caso di insabbiamento e trasferimento di gesuiti pedofili in Bolivia

    Il Parlamento catalano indagherà sul caso di insabbiamento e trasferimento di gesuiti pedofili in Bolivia

    Lo scandalo degli abusi sessuali in Bolivia legato a gesuiti catalani ha fatto un passo ulteriore nel campo istituzionale. Il Parlamento della Catalogna ha ammesso alla trattazione la richiesta presentata dalla Comunità Boliviana dei Sopravvissuti per indagare sul trasferimento di sacerdoti accusati di pedofilia tra Spagna e il paese ispanico-americano.

    La petizione, secondo quanto riportato da Urgente.bo, prevede la creazione di una commissione d’inchiesta che analizzi la responsabilità della Provincia Tarraconense della Compagnia di Gesù, i suoi rapporti con autorità ecclesiastiche e civili, nonché le possibili misure di riparazione per le vittime.

    Una “politica organizzata” sotto indagine

    In questo contesto, il rapporto presentato dai sopravvissuti sostiene che non si tratta di fatti isolati, ma di una “politica organizzata” di insabbiamento mediante il trasferimento di religiosi segnalati dalla Catalogna verso la Bolivia, dove continuavano a esercitare il loro ministero.

    Di fatto, la richiesta include la possibilità di indagare su questi fatti come crimini contro l’umanità, data la magnitudine, la durata e il carattere sistematico degli abusi denunciati. Il fascicolo sarà ora esaminato dalla Commissione Petizioni del Parlamento catalano, che dovrà decidere se promuovere formalmente la creazione di una commissione specifica.

    Trasferimenti e recidiva: i casi documentati

    A partire da questa base, le denunce si appoggiano su casi concreti che rafforzano l’esistenza di questo schema. Sacerdoti accusati in centri educativi della Catalogna furono inviati in Bolivia, dove in alcuni casi continuarono a commettere abusi.

    Tra questi spicca il caso di Francesc Peris, denunciato per anni a Barcellona e trasferito successivamente a Cochabamba, dove tornò a commettere abusi contro minori. Situazioni simili sono documentate in altri religiosi che, dopo condanne o accuse in Spagna, furono destinati a comunità vulnerabili in Bolivia.

    Inoltre, la documentazione include corrispondenza interna che indicherebbe che questi trasferimenti furono effettuati con conoscenza all’interno dell’ordine, anche quando esistevano indizi di condotte abusive.

    Dalla denuncia all’indagine politica

    Così, ciò che fino ad ora era rimasto nel campo della denuncia pubblica e mediatica inizia a trasferirsi nel terreno istituzionale. Il passo compiuto dal Parlamento catalano rappresenta, per la prima volta, l’ingresso formale del caso nell’agenda politica in Catalogna.

    L’obiettivo dell’indagine non si limita a chiarire fatti concreti, ma anche a determinare possibili responsabilità nella gestione dei casi, sia all’interno della Compagnia di Gesù che nei suoi rapporti con le autorità.

    L’ammissione alla trattazione della petizione segna, quindi, un punto di svolta nel percorso del caso, aprendo la possibilità di un’indagine istituzionale che determini se sia esistito, come sostengono i denuncianti, un meccanismo sostenuto di trasferimenti e insabbiamento.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/06/gesuiti-catalani-in-bolivia-il-parlamento-catalano-ammette-alla-trattazione-il-caso-della-discarica-di-pederasti/