Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: gesuiti

  • Un prete catalano ha abusato per decenni di centinaia di ragazze indigene in Bolivia

    Poco dopo che gli investigatori ecclesiastici boliviani entrarono nella stanza del gesuita spagnolo Luis María Roma Pedrosa, fotografie di decine di ragazze seminude apparvero in ogni angolo: tra le pagine dei libri, nella sua agenda personale, dall’interno delle copertine. dai dischetti, dai cassetti della scrivania, dall’hard disk del tuo computer. Molti di loro erano ritagliati dalla loro silhouette, altri erano composizioni deformate, come collage , in cui venivano combinati volti, gambe e braccia di ragazze diverse. Circondati da tutto ciò, i ricercatori si resero conto di trovarsi nella tana di un mostro. Erano arrivati ​​in quella residenza dei gesuiti a Cochabamba all’inizio di marzo del 2019, su richiesta della direzione dell’ordine in Bolivia, a causa di una recente denuncia di pedofilia contro Luis Roma, detto Lucho. La loro missione era raccogliere prove, intervistare potenziali testimoni e preparare un rapporto con i risultati.

    -È stato orribile. C’erano dozzine di fotografie. Si è cercato di identificare le ragazze copiando i nomi scritti sul retro delle foto e si è verificato se apparissero anche sul giornale, ha spiegato a EL PAÍS una fonte dell’ordinanza.

    —Quale diario?

    —Lucho ha scritto un libro di memorie in cui racconta tutto questo: i nomi delle ragazze e cosa ha fatto con loro.

    Lucho Roma aveva scritto di suo pugno durante il suo soggiorno missionario a Charagua, nel sud-est del Paese, tra il 1994 e il 2005, come aveva fotografato, filmato e abusato di più di un centinaio di ragazze, la maggior parte delle quali indigene Guarani. Almeno 70 di loro sono identificati per nome. Roma ha raccontato l’eccitazione che ciò gli ha causato e le difficoltà che ha avuto nel portare a termine i suoi crimini. Erano 75 pagine, disordinate, molte delle quali senza data e conservate in tre cartelle diverse. Si tratta già del secondo diario conosciuto di un pedofilo gesuita in Bolivia, dopo la pubblicazione un anno fa da parte di EL PAÍS delle memorie del sacerdote Alfonso Pedrajas.

    La scoperta delle memorie di Roma, che finora non ha visto la luce, è stata battezzata dagli ispettori come I Manoscritti Charagua.

    Gli ispettori trascrissero il diario e commissionarono una perizia medico-psichiatrica per studiare gli scritti e analizzare i comportamenti sessuali del gesuita, allora ottantenne e costretto su una sedia a rotelle. Allo stesso tempo, sono stati intervistati su questo argomento una ventina di sacerdoti e laici. C’era solo una parte a cui non potevano accedere: le vittime. Si recarono a Charagua, ma nessuno voleva parlare con loro.

    Le indagini durarono sei mesi e le prove furono così numerose che lo stesso imputato firmò una confessione davanti a un notaio: «Mi sono lasciato trasportare, in alcune situazioni, da atti libidinosi, inappropriati per una persona religiosa, con ragazze dagli otto agli undici anni. Anni.”

    Il tutto è contenuto in un rapporto devastante che conferma il sistematico insabbiamento da parte dell’ordine di questo e di altri casi di pedofilia. Ma poche settimane prima che venissero scritte le conclusioni, Roma morì a Cochabamba a causa di malattie di cui soffriva da anni. Era il 6 agosto 2019 e lui aveva 84 anni. I risultati dell’indagine non sono stati resi pubblici. La Compagnia, l’ordine a cui appartiene Papa Francesco, non ha informato le autorità civili boliviane dei suoi accertamenti né ha tenuto conto della raccomandazione degli ispettori: risarcire le vittime.

    Tutto è rimasto sepolto nell’oblio, fino ad un anno fa. La pubblicazione da parte di EL PAÍS del diario di un altro gesuita spagnolo, Alfonso Pedrajas, in cui ammetteva di aver aggredito sessualmente almeno 85 bambini tra il 1978 e il 2000, ha provocato un terremoto mediatico nel Paese sudamericano. Ciò ha fatto sì che venissero alla luce altri casi, come quello di Lucho Roma.

    Solo dopo quello scandalo l’ordine ha informato le autorità boliviane della denuncia ricevuta contro Lucho Roma e ha consegnato tutti i documenti delle sue indagini. Vale a dire che per quattro anni i gesuiti hanno messo a tacere tutto ciò che sapevano, sia il materiale pedofilo che conservavano nei loro archivi sia i manoscritti. Alla fine, nonostante la pressione dei media e della popolazione, hanno agito. Ma il tribunale ha archiviato il caso poiché le vittime non sono state ritrovate e tutti i fascicoli delle indagini sono rimasti inediti.

    Finora. EL PAÍS ha avuto accesso a tutte le perizie, agli interrogatori, a parte del dossier che Lucho Roma conservava nella sua stanza e ai fascicoli interni dell’ordine che confermano come hanno messo a tacere sia questo caso che altri che questo giornale ha scoperto in Bolivia, tra cui, il caso di Pedrajas e quello del gesuita catalano Luis Tó. Ha inoltre intervistato alcune vittime romane e sei tra specialisti, testimoni, ispettori e psicologi che hanno partecipato alle indagini.

    La luce di questi documenti va oltre l’orrore dei crimini di un pedofilo che ha abusato di decine di ragazze, ma sono la prova, mai vista prima, di come la Chiesa è solita indagare su se stessa e di come poi chiude in un cassetto le informazioni della verità le sue indagini. Un riflesso del costante insabbiamento durato anni.

    Per la prima volta viene pubblicata dettagliatamente un’indagine interna alla Chiesa che, in questo caso, incorpora la testimonianza in prima persona di un pedofilo seriale.

    ILPROVA

    Roma è nato a Barcellona il 12 settembre 1935. Entrò nella Compagnia di Gesù all’età di 18 anni e due anni dopo andò missionario in Sud America per continuare la sua formazione religiosa. Inizia qui un viaggio di 66 anni come insegnante e gesuita. Gli unici dati biografici di questi primi due decenni di religioso sono il suo curriculum vitae : insegnante nella scuola San Calixto di La Paz, nella scuola San Clemente di Potosí, tre anni a Barcellona per studiare teologia (1965-1968) e, indietro, alla Bolivia, direttore della Casa dei bambini Tacata, a Cochabamba – e le descrizioni di alcuni suoi colleghi e superiori.

    Quando Palomera scrive queste righe, Roma era il suo braccio destro a La Paz. Entrambi si conoscevano fin dall’infanzia, a Barcellona, ​​quindi non appena fu promosso quell’anno all’incarico di provinciale – è il grado più alto dei gesuiti in Bolivia e resta in servizio dai quattro ai dieci anni – Palomera andò a Roma come vice-provinciale nella sede della Compagnia nella città di La Paz, dove Roma operava dal 1983 come vicedirettore nazionale dei centri educativi dell’ordine.

    Fu in questa fase che registrò le sue prime aggressioni sessuali. Dai documenti forniti dagli ispettori risulta che nei fine settimana, quando lasciava il lavoro negli uffici della congregazione, si recava nella regione Yungas di La Paz per visitare la comunità indigena di Trinidad e Pampa e che aggrediva sessualmente decine di ragazze.

  • Il santo che copriva i pedofili e il fido scudiero che copriva il santo

    Il santo che copriva i pedofili e il fido scudiero che copriva il santo

    Mezzo secolo di accuse. Così titolava nel 2002 una scheda pubblicata su “L’Espresso” da Sandro Magister dedicata a Marcial Maciel Degollado fondatore dei Legionari di Cristo, una congrega di livello mondiale potente all’epoca quanto l’Opus Dei: “Le prime accuse di violenza su minori sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo in Messico. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta in Messico. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall’avvocato incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Martin, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato”.

    La situazione per Maciel precipita pochi anni dopo. Nel 2004 il promotore di giustizia, monsignor Charles Scicluna, incaricato dalla Santa Sede di indagare, raccoglie le testimonianze di trenta ex seminaristi Legionari che accusavano Maciel di abusi sessuali e psicologici. Nel 2005 Joseph Ratzinger diventa Benedetto XVI. Il 19 maggio 2006 l’ultraottantenne fondatore dei Legionari viene sospeso a divinis per le violenze pedofile e per aver assolto dei pedofili in confessione, ed è «invitato» dalla Congregazione, con l’avallo di Benedetto XVI, a ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza e a rinunciare a ogni ministero pubblico. Ma Benedetto XVI è, come detto, Joseph Ratzinger, cioè la stessa persona che quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede tra il 1981 e il 2005 sapeva delle accuse contro Maciel Degollado e non ha fatto letteralmente nulla contro di lui. Ecco cosa scrivono al termine di un’inchiesta condotta per sei anni i giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner, raccolta nel

    libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” (Fazi ed.): “Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare pubblicamente Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla per il quale iniziò subito il processo di beatificazione; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza”.

    La tesi di Berry e Renner è convincente, osservò il “Boston Globe”: “Maciel ha compiuto abusi sessuali in serie e avrebbe dovuto essere allontanato dalla Chiesa da lungo tempo, ma è rimasto indenne grazie al potere che ha acquisito in Vaticano sotto Giovanni Paolo II”. Morto Wojtyla la Santa Sede, come da prassi consolidata, si affrettò a sminuire le responsabilità del nuovo papa Ratzinger affidando la ricostruzione ufficiale a un comunicato in cui viene valorizzato il suo ruolo di quando era il capo della magistratura vaticana. Nella nota della sala stampa vaticana del 19 maggio 2005 tra le altre cose si legge: “… l’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger, ha autorizzato una investigazione delle accuse. Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio la Congregazione, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni

    ministero pubblico. L’attuale Pontefice – cioè Joseph Ratzinger [sic!] – ha quindi approvato queste decisioni. E la Santa Sede – conclude la nota – indipendentemente dalla persona del fondatore, riconosce con gratitudine il benemerito apostolato dei Legionari di Cristo e dell’associazione Regnum Christi”. Cinque anni dopo, nel 2010, quando non sarà più possibile sviare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dallo scandalo planetario di cui per decenni scanditi da violenze e abusi su donne, ragazzi e minori, si erano resi responsabili decine di membri della congregazione, Benedetto XVI si decise a commissariare i Legionari di Cristo. Come sempre agisce la Chiesa in questi casi, per le vittime, era ormai troppo tardi.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Francesco Zanardi – Urbino, la procura apre un fascicolo su don Roberto Pellizzari

    È stata ascoltata dalla Procura di Urbino la presunta vittima nell’inchiesta che ha coinvolto, con l’accusa di abuso su minore, il sacerdote 63enne Roberto Pellizzari, attualmente residente in Svizzera, la cui villa di Sant’Angelo in Vado era stata perquisita e posta sotto sequestro due settimane fa dalla polizia scientifica di Ancona.

    Gli inquirenti avevano messo i sigilli alla grande abitazione e, per molte ore, avevano passato al setaccio ogni stanza della grande casa messa in vendita dal parroco già dagli inizi del 2022. L’apertura del fascicolo d’indagine, da parte della Procura di Urbino che attualmente sta procedendo d’ufficio, risale al 2023: mesi dopo la Procura ha disposto questa perquisizione su larga scala, con l’utilizzo di otto agenti da Ancona e l’impiego di strumentazioni specifiche volte a cercare non solo impronte digitali ma anche eventuali liquidi biologici.

    Secondo fonti giornalistiche svizzere Roberto Pellizzari, per il quale non sono noti provvedimenti restrittivi né procedimenti penali a carico in Svizzera, si trova tuttora a Le Locle, sospeso dall’esercizio delle funzioni sacerdotali ma non trasferito.


    Federica Tourn – Il legame fra arte e abusi nell’opera di don Marko Rupnik

    L’11 maggio sarà inaugurata la facciata sud del Santuario di Nostra Signora di Aparecida, la seconda basilica più grande del mondo dopo San Pietro in Vaticano. Come nel caso del rivestimento della facciata nord, inaugurata nel marzo 2022, anche i mosaici che ricoprono il lato sud del Santuario portano la firma di Marko Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su almeno una ventina di donne ed espulso lo scorso luglio dalla Compagnia di Gesù.

    L’inaugurazione prevista ad Aparecida per l’11 maggio appare una provocazione per le vittime.

    Lo stretto legame fra l’opera artistica di Marko Rupnik e gli abusi da lui commessi è confermato proprio da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità Loyola. Branciani ha raccontato (prima al giornale Domani e poi durante una conferenza stampa, lo scorso 21 febbraio a Roma) di aver subito violenze per nove anni da padre Rupnik, quando il gesuita era il padre spirituale della Comunità Loyola, che aveva contribuito a fondare insieme a Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia.

    «In Rupnik, la dimensione sessuale non si può separare dall’esperienza creativa. Nel ritrarmi, mi spiegava che rappresentavo l’eterno femminino: la sua ispirazione artistica deriva proprio dal suo approccio alla sessualità», spiega Gloria Branciani, che è stata modella di Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e frequentava il suo atelier in piazza del Gesù un rom. «Sosteneva che la sessualità si trasforma e viene purificata nell’opera d’arte», aggiunge Branciani.

    «Le mie attese spirituali per una riflessione sul rapporto fra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi», conferma suor Samuelle, eremita diocesana in una diocesi francese. Suor Samuelle ha vissuto dal 2010 al 2014 al Centro Aletti, dove era andata a fare pratica come mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    Per suor Samuelle, il cantiere è stato il luogo dell’approccio sessuale: «nella realizzazione dei mosaici in Italia e all’estero sono coinvolte persone manipolate e molestate da lui – dice la religiosa – oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti a opere fatte da vittime?». Non solo: «Rupnik ha imparato a fare i suoi disegni quarant’anni fa, grazie alle aggressioni sessuali su Gloria – sottolinea suor Samuelle – I mosaici di oggi hanno la radice nel periodo in cui usava le donne come modelle e mezzora dopo abusava di loro ».

    Intanto, dopo che il papa ha tolto la prescrizione, si è riaperto il processo a Rupnik per i fatti risalenti all’epoca della Comunità Loyola. Lo scorso 3 aprile l’avvocata rotale Laura Sgrò ha depositato al Dicastero per la Dottrina della fede le denunce di cinque donne, fra cui Gloria Branciani e suor Samuelle .

    Fonte: OSV Notizie


    Alessio Di Florio – Aggressione e minacce, ha chiuso in anticipo la mostra sessualizzata

    “Gratia Plena” è una mostra allestita nell’ex chiesa di Sant’Ignazio di Carpi (Modena), sede del Museo Diocesano, dall’artista Andrea Saltini. Ne abbiamo parlato già nell’edizione numero 31 di questo notiziario. Saltini e chi ospita la sua mostra sono finiti nel mirino di chi lo accusa di blasfemia. Secondo taluni la mostra sarebbe blasfema e in ogni rappresentazione ci sarebbero riferimenti sessuali. Saltini ha smentito e dimostrato che così non è e le immagini sono più che chiare. Nonostante questo nelle scorse settimane, come abbiamo raccontato il mese scorso, c’è stato un crescendo contro di lui che è arrivato a minacce fisiche e un’aggressione.

    Nel ventre del mondo cattolico accade anche questo: si minimizzano o si occultano gli abusi, si nasconde il criminale dominio sessuale esistente e si vede – scatenando un’indignazione e una mobilitazione che mai abbiamo visto nei confronti di abusatori e stupratori seriali, pedofili e non solo – una blasfemia sessuale lì dove non c’è. Un dato su cui ci sarebbe molto da riflettere.

    Di fronte a tutto questo Saltini ha annunciato di recente la chiusura anticipata della mostra. «La decisione è dettata dal mio precario stato di salute, conseguente all’aggressione e alle continue manifestazioni di dissenso culminate nei noti episodi di violenza fisica e verbale . Per altro, non mi è più possibile sostenere i costi relativi alla sicurezza, prima non preventivati, indispensabili al fine di garantire l’accesso sereno dei visitatori alla mostra e l’incolumità di tutti i collaboratori ed i volontari. Un sentito e doveroso ringraziamento ai curatori della mostra, al mio team ea tutti coloro che mi hanno sostenuto» ha dichiarato Saltini, ripreso dal quotidiano Avvenire.


    Federico Tulli – Il santo che copriva i pedofili e il fido scudiero che copriva il santo

    Mezzo secolo di accuse. Così titolava nel 2002 una scheda pubblicata su “L’Espresso” da Sandro Magister dedicata a Marcial Maciel Degollado fondatore dei Legionari di Cristo, una congrega di livello mondiale potente all’epoca quanto l’Opus Dei: “Le prime accuse di violenza su minori sono del 1948. Sono trasmessi a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo in Messico. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta in Messico. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall’avvocato incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Martin, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato”.

    La situazione per Maciel precipita pochi anni dopo. Nel 2004 il promotore di giustizia, monsignor Charles Scicluna, incaricato dalla Santa Sede di indagare, raccoglie le testimonianze di trenta ex seminaristi Legionari che accusavano Maciel di abusi sessuali e psicologici. Nel 2005 Joseph Ratzinger diventa Benedetto XVI. Il 19 maggio 2006 l’ultraottantenne fondatore dei Legionari viene sospeso a divinis per le violenze pedofile e per aver assolto dei pedofili in confessione, ed è «invitato» dalla Congregazione, con l’avallo di Benedetto XVI, a ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza ea rinunciare a ogni ministero pubblico. Ma Benedetto XVI è, come detto, Joseph Ratzinger, cioè la stessa persona che quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede tra il 1981 e il 2005 sapeva delle accuse contro Maciel Degollado e non ha fatto letteralmente nulla contro di lui. Ecco cosa scrive al termine di un’inchiesta condotta per sei anni i giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner, raccolta nel libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” (Fazi ed.): “Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete Casabella sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla per il quale iniziò subito il processo di beatificazione; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza”.

    La tesi di Berry e Renner è convincente, osservò il “Boston Globe”: “Maciel ha compiuto abusi sessuali in serie e avrebbe dovuto essere allontanato dalla Chiesa da lungo tempo, ma è rimasto indenne grazie al potere che ha acquisito in Vaticano sotto Giovanni Paolo II”. Morto Wojtyla la Santa Sede, come da prassi consolidata, si affrettò a sminuire le responsabilità del nuovo papa Ratzinger affidando la ricostruzione ufficiale a un comunicato in cui viene valorizzato il suo ruolo di quando era il capo della magistratura vaticana. Nella nota della sala stampa vaticana del 19 maggio 2005 tra le altre cose si legge: “… l’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger, ha autorizzato una investigazione delle accuse. Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio la Congregazione, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare ilpadre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico. L’attuale Pontefice – cioè Joseph Ratzinger [sic!] – ha quindi approvato queste decisioni. E la Santa Sede – conclude la nota – indipendentemente dalla persona del fondatore, riconosce con gratitudine il benemerito apostolato dei Legionari di Cristo e dell’associazione Regnum Christi”. Cinque anni dopo, nel 2010, quando non sarà più possibile sviare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dallo scandalo planetario di cui per decenni scanditi da violenze e abusi su donne, ragazzi e minori, si erano resi responsabili decine di membri della congregazione, Benedetto XVI si decise a commissariare i Legionari di Cristo. Come sempre agisce la Chiesa in questi casi, per le vittime, era ormai troppo tardi.

  • Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    TORINO, Italia (OSV News) — Per il rettore della seconda chiesa più grande del mondo dopo la Basilica di San Pietro, il Santuario di Nostra Signora di Aparecida in Brasile, l’11 maggio sarà un giorno in cui si celebrerà l’inaugurazione dei mosaici della facciata sud, tutti creato da Padre Marko Rupnik .

    Ma le presunte vittime dell’ex gesuita caduto in disgrazia e molti fedeli non sono in vena di festeggiamenti. Nel mezzo di un acceso dibattito su cosa si dovrebbe fare con i mosaici di padre Rupnik in tutto il mondo, OSV News ha chiesto se quest’arte possa essere separata dai presunti atti di abuso da parte del prete-artista sloveno e cosa si dovrebbe fare con i suoi mosaici che decorano le chiese iconiche di tutto il mondo. il globo.

    Accuse contro padre Rupnik

    Nel dicembre 2022, il quartier generale dei gesuiti di Roma, in seguito alle notizie dei media riguardanti presunti abusi da parte di padre Rupnik, ha ammesso che le indagini preliminari avevano ritenuto credibili le accuse già nel 2019, e nel 2020 è stato scomunicato per “assoluzione di un complice”, riferendosi a quando un sacerdote fa sesso con qualcuno e poi assolve la persona in confessione. La scomunica è stata revocata dopo solo poche settimane, sulla base del fatto che padre Rupnik si era pentito, cosa che non si è mai verificata, hanno riferito fonti a OSV News.

    Nel dicembre 2022, sotto la pressione dei media, i gesuiti hanno ammesso che, all’epoca, erano già in vigore delle restrizioni (incluso il divieto di celebrare la messa in pubblico o di condurre esercizi spirituali). Il fatto non era mai stato reso pubblico prima. I gesuiti hanno annunciato ulteriori restrizioni dopo le denunce di abusi sessuali del dicembre 2022.

    Nel 2023, i gesuiti hanno vietato a padre Rupnik, nato in Slovenia, di continuare il suo lavoro artistico, prima di annunciare la sua dimissione dall’ordine nel giugno 2023, con effetto a luglio. Ma ad Aparecida i lavori sui colonnati della facciata sud sono proseguiti, nonostante un dossier di 150 pagine di accuse credibili contro padre Rupnik, che si ritiene coinvolgano tra le 20 e le 40 donne.

    Le presunte vittime di padre Rupnik hanno riferito a OSV News che l’inaugurazione della nuova facciata di Aparecida prevista per l’11 maggio sembra essere per loro una provocazione, soprattutto quando altrove negli ambienti ecclesiastici è in corso la discussione sullo smantellamento delle opere dell’artista caduto in disgrazia.

    Impatto sul patrimonio artistico

    In uno dei santuari mariani più famosi al mondo a Lourdes, una commissione istituita nel 2023 dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes dovrà decidere se i mosaici di padre Rupnik sulla facciata della Basilica di Nostra Signora del Rosario, installati nel 2008, debbano essere rimosso.

    Secondo fonti intervistate da OSV News, la commissione avrebbe già preso la decisione, ma mons. Micas si è riservato di comunicarla entro la fine di giugno.

    Il Consiglio 11302 del Cardinale Patrick O’Boyle dei Cavalieri di Colombo, con sede a Washington, avrebbe adottato una risoluzione il 9 aprile che sollecitava la leadership esecutiva dell’organizzazione fraterna a rimuovere e sostituire i mosaici creati da Padre Rupnik per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II, che il Knights si è stabilito nella capitale della nazione nel 2011. La risoluzione è stata resa pubblica il 16 aprile da The Pillar, che ha dichiarato di aver ottenuto una copia del documento.

    Le vittime parlano

    Lo stretto legame tra l’opera artistica di padre Rupnik e gli abusi da lui presumibilmente commessi è confermato da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità di Loyola in Slovenia.

    È stata Branciani che, in una prima intervista in assoluto di una presunta vittima di padre Rupnik, pubblicata dal quotidiano italiano Domani il 18 dicembre 2022, ha parlato di una “discesa agli inferi” vissuta per nove anni. Ha ricordato come “padre Marko all’inizio si è infiltrato lentamente e delicatamente nel mio mondo psicologico e spirituale facendo appello alle mie incertezze e fragilità mentre usava la mia relazione con Dio per spingermi ad avere esperienze sessuali con lui”.

    Alla conferenza stampa di febbraio a Roma, ha confermato ai giornalisti di aver subito abusi da parte di padre Rupnik per nove anni, quando il gesuita era direttore spirituale della Comunità di Loyola, quella che aveva contribuito a fondare con Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia. Le vittime hanno testimoniato che gli abusi includevano la sua passione per il sesso a tre “a immagine della Trinità”.

    “In Rupnik, la dimensione sessuale non può essere separata dall’esperienza creativa”, ha detto Branciani a OSV News, quando gli è stato chiesto dei suoi progetti artistici. «Nel ritrarmi mi ha spiegato che rappresentavo l’eterno femminile: la sua ispirazione artistica nasce proprio dal suo approccio alla sessualità», ha spiegato.

    Branciani fu la modella di padre Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e assidua ospite del suo atelier in Piazza del Gesù a Roma.

    “Sosteneva che la sessualità viene trasformata e purificata nell’opera d’arte”, ha detto Branciani a OSV News.

    Storie di manipolazione

    “Le mie aspettative spirituali per una riflessione sul rapporto tra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi”, ha detto a OSV News un’altra presunta vittima, suor Samuelle.

    Suor Samuelle è un’eremita diocesana in una diocesi francese. Dal 2008 al 2014, suor Samuelle ha lavorato presso il Centro Aletti , un luogo dedicato alla vita religiosa e alla creatività artistica, fondato da padre Rupnik quando si trasferì dalla Slovenia a Roma.

    È proprio al Centro Aletti che suor Samuelle ha esercitato il suo mestiere di mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    “Da un lato mi disse che avevo un grande talento artistico, dall’altro mi fece capire che se non avessi fatto quello che voleva lui avrebbe potuto mandarmi via da un momento all’altro”, ha ricordato.

    Una “tortura psicologica”, secondo le sue stesse parole, “ha cancellato ogni fiducia” in lei. “Ero così malata che non sapevo più cosa volevo dalla vita, se abbandonare l’abito religioso o smettere di fare arte”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha spiegato che padre Rupnik ha approfittato della sua confusione per oltrepassare i limiti.

    “Mi invitava nel suo appartamento a tarda notte per dei colloqui e alla fine mi abbracciava forte”, ha ricordato. “Se mi tiravo indietro, mi sgridava, dicendomi che non c’era niente di sbagliato perché lui era un prete e io ero una suora e tutto tra noi era puro”.

    Cantieri utilizzati per molestie e abusi

    La pressione è continuata anche durante i lavori nei cantieri, in corrispondenza della ragnatela di impalcature montate per completare l’allestimento dei mosaici.

    “Mi mandava baci mentre eravamo in mezzo alla gente, cercava di restare da solo con me, di accarezzarmi la schiena e di giocare con il mio reggiseno, anche quando eravamo sull’impalcatura”, ha detto suor Samuelle a OSV News.

    “Aveva trovato un modo per controllarmi e vivevo in costante tensione”, ha detto.

    Per Suor Samuelle il cantiere era il luogo in cui padre Rupnik si avvicinava sessualmente alle persone. “In Italia e all’estero, le donne coinvolte nella realizzazione dei mosaici potrebbero subire molestie”, ha detto suor Samuelle.

    “Oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti alle opere realizzate dalle sue vittime?” lei chiese.

    “I mosaici di oggi affondano le loro radici nel tempo in cui usava le donne come modelli e mezz’ora dopo abusava di loro”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha anche sottolineato che padre Rupnik “ha imparato a realizzare i suoi disegni 40 anni fa, grazie alle violenze sessuali su Gloria”, ha detto.

    Come risponderà la Chiesa?

    Per Branciani, però, la questione della rimozione delle opere di Rupnik non è di facile soluzione. “L’atto di distruggere la sua opera aggiunge violenza alla violenza”, ha spiegato.

    “Se ammettesse la sua responsabilità e la Chiesa riconoscesse il danno arrecato alle vittime, forse i credenti guarderebbero le sue opere in modo diverso”, ha detto.

    “Non è solo un problema personale ma anche ecclesiale”, ha sottolineato Branciani, aggiungendo però che “nessuno ha chiesto scusa alle vittime per quanto accaduto”.

    “Sto ancora aspettando una risposta dalla Chiesa”, ha detto.

    Intanto, il 3 aprile, l’avvocato delle presunte vittime, Laura Sgrò, ha presentato denuncia al Dicastero per la Dottrina della Fede da parte di cinque donne, tra cui Gloria Branciani, Mirjam Kovac e suor Samuelle, riguardo all’entrata in giudizio e alle richieste risarcitorie.

    Victims: Rupnik’s art cannot be separated from abuse claims

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Francesco Zanardi – Condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili

    Un piano folle nato guardando una serie di docu-film NBC tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti da la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

    A fare da esca in una chat riservata ai gay era il più grande dei tre, affetto da sindrome di Crouzon che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile.

    Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche.


    Alessio Di Florio – Famiglie delle bambine palpeggiate da un insegnante di una scuola paritaria di Roma vogliono fare causa al Vaticano “per responsabilità morale”

    Il maestro pedofilo ha pagato e sta pagando. L’arresto. Una condanna definitiva a cinque anni: uno l’ha fatto in carcere, poi i domiciliari. 75 mila euro di risarcimento, in parte in piccole rate, divisi tra le tre famiglie che l’avevano denunciato per le bambine palpeggiate in classe. Bambine di sei e sette anni. Prima e seconda elementare. E ora il problema non è più quel maestro di musica, ma la scuola. La scuola cattolica che si gira dall’altra parte.

    “Non hanno mai risposto alle lettere dei genitori”, dichiara l’avvocato Guglielmo Mursia, che adesso assiste le famiglie con la collega Sandra Londei e vuole fare causa al Vaticano. “Per responsabilità morale – dice – che secondo il diritto canonico è imprescrittibile”. La direttrice, suor Loredana Brettone, non ci crede davvero neanche dopo dodici anni e le sentenze: “Sì, ho sentito che è stato condannato, ma io ho sempre pensato che non era possibile, ero scettica. Era una persona gentile, rispettosa. Ci sembrava una diceria, per questo ci siamo ritirate e non abbiamo più avuto contatti con nessuno”, ha detto ieri al Fatto Quotidiano la religiosa, tuttora responsabile dell’Istituto Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, una scuola paritaria dell’infanzia e primaria nel quartiere Portuense di Roma, meno di cento bambini. Apprezzata anche perché bilingue.

    “Con i pasti pagavamo 200-250 euro al mese”, racconta ancora il padre di una vittima dei palpeggiamenti. I fatti risalgono al 2013, la condanna è definitiva dal 2023. In sede civile, racconta l’avvocato Mursia, si accordano con i legali del maestro per 25 mila euro a famiglia, 10 mila subito e il resto a rate di 500 euro al mese. Ma la scuola non risponde e i legali delle famiglie si rivolgono al Vicariato, senza risultati, chiedendo un’assunzione di responsabilità. E ora alla Diocesi di Roma e alla Santa Sede: “L’Istituto scolastico – scrivono – ha omesso di prestare alle minori e alle famiglie il benché minimo appoggio morale e/o materiale”.
    Fonte: Il Fatto Quotidiano


    Federica Tourn – Pedofilia: tutti i risarcimenti della chiesa spagnola

    Più di 100 condanne e risarcimenti finanziari fino a 70.000 euro: è quanto emerge dall’elenco segreto della gestione dei casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica spagnola, analizzato da El País. Secondo il quotidiano spagnolo in alcuni casi i vescovi anticipano la somma e la detraggono dallo stipendio del sacerdote.

    Alcuni importi sono più elevati di altri: un accordo privato risalente al 2022, preso nella diocesi di Asidonia-Jerez, nel sud della Spagna, tra la vittima e l’ordine Marianista, ha portato a un risarcimento di 70.000 euro per gli abusi avvenuti tra il 1964 e il 1976. È uno dei più alti finora noti per una singola persona. Secondo El País, però, che ha un database più ampio, la cifra maggiore è quella dell’ordine dei Gesuiti, che nel 2002 hanno pagato 72.000 euro a una vittima di Salamanca.

    Il quotidiano spagnolo, che nel 2018 ha avviato la prima inchiesta sul tema degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Spagna, svelando in soli tre anni oltre 1.700 vittime, ha rivelato quante sentenze giudiziarie per casi di pedofilia abbiano coinvolto la Conferenza episcopale e la Chiesa cattolica spagnola e quali risarcimenti siano stati pagati alle vittime, sia privatamente che in tribunale. La lista segreta che mostra la gestione degli 806 casi di pedofilia che la Conferenza Episcopale ha ammesso nel suo rapporto di dicembre 2023 Para dar luz (Per fare luce, in cui compaiono sono le cifre generali) cita più di 100 condanne, ma riduce il numero dei casi e ne tralascia più di 300 già riconosciuti, spiega El País.

    Il risarcimento più alto che coinvolge più persone è quello imposto a un insegnante della scuola agostiniana di Valdeluz, a Madrid, condannato nel 2019 dalla Corte Suprema a 49 anni di carcere per aver abusato di 12 studenti. La cifra ammonta a 142.000 euro;
    Per quanto riguarda i risarcimenti alle singole vittime, il più alto è quello stabilito dall’Alta Corte di Castilla-La Mancha nel 2022 contro il sacerdote J.L.G., che ammonta a 100.000 euro, ma il ricorso alla Corte Suprema è ancora pendente.

    El País sottolinea che generalmente nessun processo canonico, quando c’è, prevede il pagamento di un risarcimento. Solo alcune diocesi lo hanno fatto, di propria iniziativa, attraverso accordi presi direttamente con la vittima. In tutti gli altri casi l’accusato viene semplicemente allontanato o espulso, ma la vittima non viene risarcita.

    In alcuni casi in cui non è previsto un risarcimento, alle vittime viene offerto un trattamento psichiatrico e psicologico e la diocesi si fa carico dei costi della terapia, che ammonta fino a 800 euro al mese per un anno. Secondo il resoconto della Chiesa, in questi casi le vittime hanno preferito non sporgere denuncia. La lista segreta, spiega El País, rivela anche la pratica di alcune diocesi di pagare il risarcimento imposto a un sacerdote dai tribunali sotto forma di prestito, per poi detrarlo dal suo stipendio. In altri casi ancora è lo stesso sacerdote aggressore a risarcire la vittima

    Fonte: La Svolta, El Pais


    Federico Tulli – La lotta impari delle vittime

    Quando i giornali italiani rilanciano in maniera enfatica e acritica le dichiarazioni roboanti di gerarchi della Chiesa contro la pedofilia, quando sentiamo un monsignore dichiarare convinto di voler fare pulizia fino in fondo, quando vengono elogiati i risultati di loro (presunte) commissioni d’inchiesta e si annunciano impegni ecclesiastici di vario genere nei confronti delle vittime, è bene sapere – perché molto spesso i giornalisti italiani dimenticano di informare i loro lettori – che la cosiddetta “giustizia” ecclesiastica si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.
    E come tale viene trattato: il punto per la Chiesa, quella italiana in particolare, come ho dimostrato sin dal 2010 documenti e testimonianze alla mano nei miei libri e in quello che ho scritto con Emanuela Provera, non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete e la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» di papa Francesco, tanto esaltata anche dalla stampa laica e progressista nostrana.

    Si tratta di una visione umanamente inaccettabile, di cui l’Italia – uno Stato laico per Costituzione – non tiene conto nel tenere in vita il Concordato e l’articolo 4 in particolare che consente ai vescovi di non collaborare con la magistratura civile e costringe i magistrati a informare il vescovo quando viene aperto un fascicolo nei confronti di un suo sacerdote.

    Cosa comporta questa situazione? Comporta che il prete pedofilo – che come tutti i pedofili è una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza – sia lucidamente consapevole di poter agire pressoché indisturbato, potendo contare sulla “copertura” delle proprie istituzioni, e su un credito socialmente e politicamente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società civile.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione, al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa a costoro se questo atteggiamento abbia come diretta conseguenza la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

  • Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Predazione sessuale, silenzio della Chiesa, e poi?

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Pascal Hubert (PH): Ci ritroviamo per un nuovo scambio di opinioni, stavolta sul caso Rupnik. Prima di affrontare l’argomento, vorrei che tu dicessi in poche parole qual è la ragione della tua presenza qui oggi.

    Renata Patti (RP): Ho risposto due settimane fa a un’intervista apparsa il 21 febbraio sul giornale Dimanche. In questa intervista, che è stata molto importante per me, Christophe Henning mi ha posto domande molto precise, sapendo che avevo partecipato alla redazione del libro Dall’abuso alla libertà. Ero molto contenta di poter usare la parola emprise, in francese, perché in italiano non c’è traduzione. L’emprise non è l’abuso: succede prima. E parlando del Movimento dei Focolari, dal quale io provengo, abbiamo parlato degli abusi spirituali, di coscienza, psicologici, finanziari e sessuali.

    L’ultima domanda era: «Ha qualcosa da aggiungere?». Ho risposto: «Sì». Perché per il fatto di aver testimoniato in questo libro, non da sola logicamente, Renata Patti era ritrovabile sia con un numero di telefono, sia con un indirizzo mail su Internet. E altre vittime, questa volta di don Marko Ivan Rupnik e della ex suora – perché la Comunità Loyola è stata sciolta e le religiose laicizzate – Ivanka Hosta, hanno preso contatto con me. La domanda mi ha dato l’occasione di parlare di questi contatti. Importante per me sottolineare che dialogando con queste vittime abbiamo trovato il denominatore comune di tutti i fondatori e le fondatrici. Loro, uomini fondatori e donne fondatrici, hanno voluto prendere il posto di Dio e penetrare nella coscienza di noi vittime, che cercavamo Dio con sincerità. Il fatto che quello stesso 21 febbraio ci fosse a Roma la conferenza stampa di due vittime di Rupnik che conoscevo è stata per me una coincidenza sconvolgente. Non so se in Belgio, in Francia, questa notizia ha veramente spaccato. Fatto sta che non ho parole per definire questo evento.

    PH: Parleremo infatti di questa conferenza stampa del 21 febbraio 2024. Magari prima torniamo brevemente sugli antecedenti di questo fatto. Ricordiamo che inizialmente, in un’altra vicenda, Rupnik è stato accusato di aver avuto rapporti sessuali con una donna prima di darle l’assoluzione. Dopodiché, nel 2020, Rupnik è stato scomunicato dal Vaticano per un breve periodo di tempo, cosa che di fatto rappresenta la sanzione più grave sul piano canonico, ma lui, si dice, ha riconosciuto i fatti, si è pentito e la sanzione è stata revocata. In seguito, a giugno 2023, l’Ordine dei gesuiti, dal quale proviene anche papa Francesco, ha espulso Rupnik. Il Vaticano aveva invocato la prescrizione dei fatti per chiudere il caso nel 2022 senza indagini.

    Altro evento di estrema importanza in questa vicenda è che due giorni dopo l’incontro del 15 settembre 2023 tra il papa e la direttrice del Centro Aletti, la diocesi capitolina parla di vita comunitaria sana e senza problemi particolari. È evidente che purtroppo le donne maltrattate sono completamente assenti da questo dibattito. Quindi forse per questo motivo a un certo punto i principali interessati, cioè le vittime di Rupnik, decidono di prendere la parola ed ecco che arriviamo, Renata, a questa famosa conferenza stampa del 21 febbraio 2024, durante la quale Gloria Branciani, ex membro della Comunità Loyola, si mostra stavolta a viso aperto e parla a lungo degli abusi subiti per mano dell’ex gesuita. Stessa cosa per l’altra vittima di cui parleremo, ossia Mirjam Kovac. Puoi illustrarci come si sono svolti i fatti durante questa conferenza stampa? Cosa è stato detto esattamente?

    RP: Allora, io spero che le persone interessate possano leggere un articolo, che è quello che mi sembra aver colto ciò che occorre oggi denunciare. Allora, detto che in Italia il Corriere della Sera ha pubblicato e subito dopo The Guardian, giornale che è mondialmente considerato come uno dei più obiettivi, anche altri giornali hanno pubblicato, ma, alla conferenza stampa, di italiani ce n’erano ben pochi. Su circa 35 o 40 giornalisti, 4 o 5 erano italiani, il resto stranieri. L’articolo italiano che io tengo a sottolineare è quello della Bussola Quotidiana di Luisella Scrosati, la quale, dato atto della presenza di un avvocato, e dell’introduzione in inglese fatta dall’organizzatrice, Anne Barrett Doyle, copresidente di BishopAccountability, ha sottolineato che Mirjam Kovac (che era la segretaria personale della fatidica Ivanka Hosta, prima sorella, alla quale ancora molte sono legate), era lì garante di ciò che Gloria Branciani raccontava nei dettagli. Ci sono stati dettagli commoventi in almeno tre momenti: Mirjam è garante del fatto che Gloria è fuggita dalla comunità e ha tentato il suicidio. Mirjam ha lasciato la comunità tre anni dopo. Il percorso spirituale di Gloria è il suo personale e lei ha tenuto a dire questo travaglio. Era presente l’avvocatessa Laura Sgrò, che è colei che porta anche avanti l’inchiesta su Emanuela Orlandi come legale della famiglia. Ma a parte questo, per il percorso fatto Gloria ha tenuto a dire: «Io ho perdonato me stessa, ho perdonato anche Rupnik. Cerco la verità e attendo la giustizia». Questa frase, che per Gloria è essenziale, perché dice quello che lei sta vivendo, è stata presa da Vatican News, testata ufficiosa del Vaticano, come unico punto di citazione virgolettata di questa enorme conferenza stampa, durata quasi due ore. Come ha sottolineato con il suo humour Luisella Scrosati, guarda caso Vatican News si è svegliato proprio quel giorno, perché era stato in silenzio dal momento in cui il Santo Padre, papa Francesco, aveva tolto la prescrizione per questi reati, delitti, e non peccati.

    Perché dico questa cosa del peccato? Perché in Italia, non so in Francia o in Belgio o in altri parti, è apparso un titolo: “Le vittime si devono vergognare”. Un gesuita sloveno di nome Roblek, che è stato il maestro dei novizi al tempo di Rupnik, ha accusato le vittime non solo di avere peccato con don Marko Ivan Rupnik dicendo che si dovevano vergognare per questo, ma che peccavano la seconda volta e ancor più mettendo in pubblico tutto ciò che hanno raccontato.

    Allora: da una parte c’è un’avvocatessa, Laura Sgrò, che porta due vittime a denunciare dei reati. Sono delitti, non sono peccati. Dall’altra, un gesuita che si permette, pur con l’età e tutte le scusanti che si potrebbero trovare, di essere una mina vagante e colpire queste creature. Basta! Io non posso più permettere, in quanto vittima di abuso spirituale e a conoscenza di tutto ciò che è ormai pubblico, che non ci sia una reazione pubblica dei gesuiti, il gesuita provinciale sloveno o anche il generale dei gesuiti. Per favore, fatevi sentire!

    PH: Di certo, alla Chiesa non piace quando le vittime si esprimono, perché preferisce che gli abusi siano per così dire risolti al suo interno, è una questione di reputazione da tutelare. Il problema qui è che Gloria aveva già denunciato le violenze che aveva subito da parte di Rupnik nel 1993 alla sua superiora Ivanka, e all’epoca ovviamente non è stato fatto niente.

    RP: Certo, è così.

    PH: Oggi Rupnik, all’età di 69 anni, è accusato di aver perpetrato violenze sessuali e psicologiche su almeno una ventina di donne, per un periodo di 30 anni, soprattutto all’interno della comunità di cui era mentore, che è stata sciolta. Ora, è chiaro che se le vittime non prendono la parola in prima persona, all’interno della Chiesa non succede niente. Vorrei un po’ parlare, Renata, dei fatti di cui Rupnik si sarebbe reso colpevole, perché non sono fatti di poca importanza, tutt’altro, sono fatti estremamente gravi. In particolare, Gloria ha fatto questa dichiarazione alla conferenza stampa del 21 febbraio 2024: «Mi portava nei cinema pornografici per aiutarmi a crescere spiritualmente. Diceva che non sarei potuta crescere spiritualmente se non avessi soddisfatto i suoi bisogni sessuali. E per raggiungere i suoi scopi, padre Rupnik invocava la Trinità per obbligare le religiose ad avere rapporti sessuali a tre con lui». Dal canto suo, Mirjam Kovac, che ha abbandonato la Comunità Loyola nel 1996, ha dichiarato durante questa stessa conferenza: «Eravamo giovani, ma i nostri ideali sono stati sfruttati medianti abusi di coscienza, di potere, spirituali, fisici e spesso sessuali». Questo è per capire anche l’impatto estremamente profondo sulla vita di queste religiose che hanno dovuto subire abusi sessuali con il silenzio complice del Vaticano. Cosa evoca in te questo genere di episodi che arriva adesso a conoscenza del grande pubblico? Perché da un lato si dice alle vittime: “Avreste dovuto tacere”, e allo stesso tempo sappiamo che il fatto di tacere può sfociare, come hai detto tu, in tentativi di suicidio o in suicidi.

    RP: Comunicando tra noi c’è un dialogo, ciascuna di noi arriva da esperienze diverse. Anche per esempio con Fabrizia Raguso, che forse un mese fa, ha risposto a delle domande fatte proprio attraverso di te. Ciò che noi rimarchiamo e che io voglio sottolineare stasera per fare la mia parte è che questo abuso di potere ecclesiale diventa abuso spirituale di coscienza e piano piano, non sempre come nel mio caso, arriva all’abuso sessuale. Non dimentichiamo che in questo momento in cui tutte queste cose vengono alla luce, Ivanka Hosta conduce la sua vita placidamente a Braga, in Portogallo, come se niente fosse. Ci sono una parte di ex sorelle che sono talmente fuse con la fondatrice che non riescono nemmeno a capire che la Chiesa ha pronunciato un giudizio. Le si vede in prima o seconda fila in cattedrale ogni domenica e ricevono la comunione dal vescovo. Questo con anche i saluti – o prima o dopo, come funziona quando si va alla messa la domenica – dei gesuiti e tutti le conoscono. Allora, queste si aggrappano alla fondatrice; altre sono disperate. Perché? Perché hanno un anno per reinserirsi nella vita diciamo “normale” con l’aiuto di tre persone a loro presentate come gli aiuti psicologici, morali, eccetera. Ma quelle sono 45, queste sono 3. Ciascuna di quelle 45 ex sorelle avrebbe bisogno di una psicoterapia, a volte psichiatrica. Voglio specificare che non sto parlando a vanvera, perché anche noi, ex focolarini e focolarine (ormai esiste l’Oref, organizzazione di ex focolari, anche se io non ne faccio parte), ci siamo trovati in un disequilibrio quando siamo usciti dal focolare. Faccio un esempio. Ero in Belgio, a Bruxelles, Nunziatura Apostolica. Non ci sono più religiose, perché sono state ritirate dalla loro congregazione e il nunzio attende delle nuove religiose di un’altra congregazione. Ne arrivano quattro dalla Polonia, non conoscono né il francese, né il fiammingo, né il tedesco. La prima cosa di cui il nunzio ha bisogno è: «Andate a fare la spesa, abbiamo bisogno di riempire il frigorifero». Queste religiose si sono ritrovate dalla Polonia in un supermercato di Bruxelles incapaci di fare la spesa. Perché? Troppa scelta, troppa scelta. Non sapevano scegliere. Quattro tipi di mele! Panico! Cosa scegliamo?

    PH: È un altro mondo.

    RP: Esattamente. Dunque le sorelle che si sono trovate malgrado loro in questo… come chiamarlo? mulino di pietra, macinate, durante tutti questi anni, perché non hanno mai dovuto fare nulla per conto loro, era tutto dettato dalla religiosa superiora. Ecco, adesso, la Comunità Loyola non esiste più: viva la libertà, no?

    PH: Per concludere, Renata, un’ultima domanda. Sappiamo che anche nel Movimento dei Focolari si sono verificati abusi sessuali. C’è stata una relazione implacabile che ha denunciato l’inerzia dei dirigenti. Parlavamo della scomunica di Rupnik nel 2020. Qui, per quanto riguarda i Focolari, nell’ottobre del 2020, più o meno nello stesso periodo, il più alto responsabile francese si dimette in seguito alla rivelazione di abusi sessuali perpetrati all’interno del movimento da uno dei membri più carismatici. Qui non si parla di religiose, ma di una trentina di bambini e adolescenti che sarebbero state vittime di aggressioni sessuali da parte di Jean-Michel Merlin, figura di spicco dei Focolari. Riprendo un articolo di Christophe Henning pubblicato su La Croix. Quindi è evidente, come dicevo prima, che se la presa di coscienza non proviene dall’esterno della Chiesa, non si mette in moto niente. Quindi ti voglio fare questa domanda, Renata: le vittime della Chiesa, di una comunità o di un movimento ecclesiale, cosa devono aspettarsi dalla Chiesa per quanto riguarda la denuncia, dal momento che la Chiesa stessa non fa assolutamente niente?

    RP: Niente. Niente. Le vittime che hanno veramente capito questo devono andare dalla polizia, alla questura, dalla magistratura. Allora, c’è una cosa che è uscita in questi giorni ed è proprio una francese che l’ha postato su Facebook, MarieJo Thiel, per quanto riguarda il cardinale canadese Lacroix, del Quebec, che fa parte del C9, cioè il circolo ristretto di papa Francesco. Sembrerebbe che il papa abbia firmato che l’indagine su questo cardinale, accusato di abusi, deve essere fatta da un giudice esterno al Vaticano. Se veramente papa Francesco ha capito che non si muove nulla negli ingranaggi vaticani, noi attendiamo che ci si muova attraverso anche una firma sua autorevole, che solo lui può mettere e che mette da parte tutte le amicizie, tutti i ricordi che riguardano persone che hanno commesso delitti. Se il padre Roblek, sloveno, ha questa affinità di affetto con Rupnik (d’altra parte metà dei gesuiti in Slovenia è dalla parte di Rupnik e l’altra metà è contro di lui), per lui la Chiesa e il Vaticano non esistono! Siamo arrivati al punto di dirci, noi che veniamo dalla Chiesa cattolica, che resta la nostra coscienza.

    Ricordo perfettamente un gesuita, p. Jean-Marie Hennaux, che ha avuto qualche cosa da dire fin dall’inizio del mio risveglio, per così dire, alla verità, e ha messo nero su bianco, ha scritto l’accusa contro Chiara Lubich. Lui ha detto a una mia amica che ho condotto da lui, ex Opus Dei, «L’importante è la fedeltà alla propria coscienza, se lo ricordi, la fedeltà alla propria coscienza».

    PH: Sono belle parole, certo, ma se fosse realtà non saremmo qui a denunciare abusi che vanno avanti da oltre 30 anni. Vorrei citare brevemente qualche frase di un articolo pubblicato sulla rivista Golias del 13 gennaio 2023. E del resto anche questa rivista è stata aspramente criticata all’epoca, accusata di complotti, mentre avrebbe dovuto tacere come tutti gli altri. In questo caso penso si possa dire che la coscienza ha avuto la meglio sul silenzio. L’articolo si intitola: “Caso Rupnik: scandalo al livello più alto”. E tra le altre cose, l’articolo dice: «Quello che emerge adesso è terribile. Marko Rupnik è un predatore sessuale che opera tra le religiose da più di 30 anni. È gesuita e tutto lascia credere che a questo titolo abbia beneficiato di una protezione totale». Penso che sia chiaro che in questo caso la coscienza non si sa bene dove potremmo ritrovarla.

    RP: Sai, Pascal, quello a cui padre Hennaux si riferiva, è che questa persona aveva già deciso di abbandonare la Chiesa, perché diceva: la stessa deriva settaria che trovo nell’Opus Dei, nei Focolari, nei Legionari è palese nella struttura ecclesiale. Con una differenza… Cioè: i Focolari, Opus Dei, Comunione e Liberazione dicono: siamo i migliori, guardate a noi! E la Chiesa cosa fa? Parla ma non agisce secondo le parole che dice. Proprio l’altro giorno, il Vangelo diceva: fate quello che dicono, ma non quello che fanno. Io non mi posso mettere al posto di Gesù, ma queste sono le sue parole!

    PH: Beh, di certo, in generale si chiede alle persone di essere fedeli alla propria parola e non viceversa, è una questione di credibilità!

    RP: Certamente, è così. Questo però è importante: che le vittime parlino e denuncino e non attendano giustizia e verità dalla Chiesa. Occorre andare alla polizia! In ogni Paese c’è qualcuno che ha una divisa! Quando è stato rilanciato un appello della polizia di Nanterre che chiedeva alle vittime di Jean-Michel Merlin di farsi avanti, perché il rapporto di GCPS Consulting non era soddisfacente, mi sono sentita spinta in quattro e quattr’otto a fare una mail; due minuti dopo, esattamente due minuti dopo la spedizione di questa mail, il telefono è suonato e avevo al telefono il questore, che si occupava del caso, che non aveva capito bene la mia mail e voleva delle spiegazioni. Questa è stata la più bella telefonata di 40 minuti che io ho potuto avere per dire ciò che sapevo, ciò che pensavo ed esprimere le derive settarie del Movimento dei Focolari non all’interno della Chiesa, ma alla polizia. Pensate un po’: sono loro che mi hanno telefonato! Quindi la situazione è la seguente: questa è la Francia, Golias è in Francia, ci sono dei libri – come La Trahison des Pères di Céline Hoyeau – che, portati in Italia, grazie a Dio (Il tradimento dei padri), fanno riflettere. Guardate: siete partiti voi francesi, eh! La Francia è avanti mille miglia!

    PH: Certo, l’Italia è un’altra storia rispetto alla Francia.

    RP: Proprio così, è veramente tutta un’altra triste storia.

    PH: Volendo quindi concludere magari con una nota di speranza, Renata, la morale di questa storia, se possiamo ricavarne una da quello che è stato detto brevemente sul caso Rupnik, è che le vittime non devono aspettarsi niente dalla Chiesa e che dovrebbero comportarsi come qualsiasi altra vittima in un caso civile classico. Quindi, da un lato osare far sentire la propria voce senza più sentirsi in colpa, e poi in secondo luogo denunciare i fatti sapendo che saranno ascoltate e che devono andare fino in fondo con una denuncia che sarà poi oggetto di una vera e propria sentenza in sede di tribunale.

    https://www.adista.it/articolo/71742

  • Rupnik & Co.: le trame dell’inerzia ecclesiastica

    Rupnik & Co.: le trame dell’inerzia ecclesiastica

    DOC-3312. PARIGI-ADISTA. Va tenuta viva l’attenzione sul caso degli abusi perpetrati dal prete moisaicista sloveno Marko Ivan Rupnik, espulso dai gesuiti nel giugno dello scorso anno, ma ancora prete, incardinato a Capodistria.

    Dopo la deroga alla prescrizione sancita da papa Francesco a ottobre per rendere possibile un processo canonico (v. Adista Notizie n. 37/24; Adista Documenti n. 38/24), e dopo la sconvolgente conferenza stampa di due vittime, Gloria Brancianie Mirjam Kovac – accompagnate dall’avvocata Laura Sgrò – che hanno raccontato la loro storia all’interno della comunità Loyola (v. Adista Notizie n. 8/24), cresce l’attesa di un processo che renda giustizia alla vertità dei fatti e che privi Rupnik della protezione tuttora forte in Vaticano.

    Di seguito riportiamo, in una traduzione dal francese di Riccardo Bianchini, la trascrizione di un incontro online tra l’avvocato belga Pascal Hubert, animatore del canale Youtube sugli abusi nella Chiesa Deviens ce que tu es (Pindare), e Renata Patti, fuoriuscita dal movimento dei Focolari e instancabile presenza nella lotta per i diritti delle persone abusate nella Chiesa. Qui il video dell’incontro, del 12 marzo scorso: https://tinyurl.com/4sr529x6.

    https://www.adista.it/articolo/71741

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 32 del 13 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 32 del 13 aprile

    Francesco Zanardi – I sopravvissuti agli abusi sessuali raccontano le loro storie nel tribunale fallimentare alla presenza dell’arcivescovo di Baltimora

    L’arcivescovo William E. Lori era seduto in silenzio lunedì mentre i sopravvissuti ad abusi sessuali violenti per mano di sacerdoti e personale impiegato dall’arcidiocesi di Baltimora, raccontavano le loro storie.

    Una donna ha raccontato che i suoi abusi sono iniziati in prima elementare. Un altra che un prete la minacciava abitualmente con una pistola e che una volta le ha tenuto la testa sott’acqua vicino alle eliche di una barca, per farla tacere sui suoi ripetuti stupri. Un uomo ha descritto come gli abusi subiti da adolescente lo abbiano portato su un percorso di distruzione che lo ha perseguitato per anni. Tutti hanno affermato di vivere ancora oggi con la depressione e gli incubi legati agli abusi subiti.

    I sopravvissuti agli abusi sessuali hanno combattuto per questa opportunità da quando l’ arcidiocesi di Baltimora ha dichiarato bancarotta, lo scorso autunno, pochi giorni prima che entrasse in vigore una legge del Maryland chiamata Child Victims Act. La legge consente ai sopravvissuti di fare causa indipendentemente da quando è avvenuto l’abuso.

    Lori ascoltava attentamente mentre i sopravvissuti raccontavano le storie di come le loro vite e, in alcuni casi, la loro volontà di vivere, furono portate via per mano dei leader della chiesa di cui si fidavano.

    “Sono venuto come sacerdote e pastore e come qualcuno che spera che, questo possa contribuire in qualche modo alla guarigione”, ha detto l’arcivescovo.


    Alessio Di Florio – La Chiesa italiana non accetta indagini indipendenti sugli abusi

    In Italia, paese a maggioranza cattolica, lo scandalo degli abusi all’interno della Chiesa ha avuto un impatto deflagrante per la popolazione che ha dovuto prendere coscienza della vastità del fenomeno. Secondo i dati diffusi nel 2022 dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, in Italia sono 325 i sacerdoti denunciati per pedofilia e 161 sono stati condannati in via definitiva, ma sarebbero migliaia le vittime di violenza sessuale da parte di membri del clero. A differenza di quanto accaduto in Francia nel 2018, in Italia non è mai stata avviata una indagine indipendente che potesse far luce sulla reale portata del fenomeno degli abusi nella Chiesa ma sono stati pubblicati, sempre nel 2022, solo i risultati di un rapporto che si basa su alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa tramite i suoi Centri d’ascolto, fra il 2020 e il 2021. Secondo tale report vi sarebbero state 89 segnalazioni di molestie a carico di prelati e 613 fascicoli aperti, ma i dati forniti dalla Cei sono ben lontani dalla realtà.  Bisogna sottolineare, infatti, che in Italia non vi è l’obbligo da parte di sacerdoti o vescovi, di denunciare i pedofili alle competenti autorità italiane e, per tale motivo, molti sacerdoti denunciati per abusi sono stati semplicemente trasferiti di sede, lasciando loro la libertà di reiterare i propri comportamenti.

    È un passaggio di un articolo pubblicato dalla testata Tio.Ch dal titolo “Quella Chiesa che odia i bambini”, report sulla situazione in vari Stati europei. Nel 2022 citato nell’articolo, in occasione della presentazione del report della CEI, mons. Ghizzoni (presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi) disse esplicitamente che la CEI non accetterà mai una commissione indipendente per indagare sugli abusi. Per Ghizzoni e la conferenza dei vescovi italiani solo loro possono “indagare”, solo loro possono occuparsene, solo loro possono esprimersi. In sostanza la posizione dei vescovi italiani è che gli unici autorizzati o dotati delle competenze necessarie per svolgere indagini sulla Chiesa sono gli stessi chierici – ha sottolineato in un articolo già citato in una precedente edizione del tg worldcrunch.com – in questa prospettiva la prevenzione, di per sé giusta e necessaria, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato.


    Federica Tourn – In Polonia un terzo degli abusi è commesso da preti

    La Chiesa cattolica in Polonia è precipitata in una crisi ancora più profonda dopo che un nuovo rapporto, che ha rivelato che quasi il 30% dei recenti casi di abusi sessuali su minori sono stati commessi da preti.

    Tra il 2017 e il 2020 sono stati segnalati 345 casi di pedocriminalità e di questi la commissione “si sta occupando di 100 casi in cui un membro del clero è stato segnalato come autore di violenza sessuale su un bambino sotto i 15 anni”.

    La percentuale è tanto più scioccante perché equivale quasi alla percentuale di abusi sui minori commessi da familiari delle vittime, che la commissione valuta pari al 35%.

    “È davvero una cosa enorme”, ha detto Stéphane Joulain, sacerdote e psicoterapeuta francese specializzato nel trattamento degli abusi sessuali sui minori.

    “Ciò dimostra tutta la portata del problema in Polonia”, ha affermato.

    Inoltre, la commissione ha rivelato di aver inoltrato 55 richieste di rinvio a giudizio alla magistratura polacca.

    Di questi, 36 riguardavano la mancata denuncia di casi di abusi sessuali su minori di cui erano sospettati membri del clero.

    La commissione ha lamentato che la Chiesa non le ha fornito una serie di documenti richiesti.

    “Finora abbiamo ricevuto ripetute assicurazioni sulla disponibilità a collaborare. Ne siamo molto soddisfatti, ma non abbiamo ancora visto la realizzazione di questa assicurazione”, ha detto il presidente della commissione Blazej Kmieciak.

    “Anche se è costretta ad andare avanti su questi temi, l’istituzione polacca resiste e persevera in un sistema di copertura di questi scandali”, ha detto Joulain.

    È convinto che le cifre appena annunciate siano solo la punta dell’iceberg.

    “Nel mondo laico, così come in quello religioso, gli abusi sessuali sono largamente sottostimati”, ha sottolineato.

    “Ciò è particolarmente vero in una società radicata nella tradizione in cui la Chiesa e la famiglia svolgono un ruolo importante: nessuno vuole offuscare l’immagine di queste istituzioni”, ha detto il sacerdote-terapeuta.

    La Chiesa polacca è scossa da quasi due anni da una grave crisi di fiducia nella sua gerarchia.

    Il documentario del giornalista Tomasz Sekielski sulla questione nel 2019 ha suscitato indignazione tra i cattolici polacchi.

    La Conferenza episcopale polacca ha poi pubblicato lo scorso giugno un rapporto da cui sono emerse diverse centinaia di nuove denunce dal 2018 contro membri del clero.

    A causa di questi scandali molti cattolici polacchi si allontanano dalla Chiesa.

    “Ci sono sempre più atti pubblici di apostasia”, constata padre Joulain.

    “In un Paese marcatamente di destra, con una forte presenza della Chiesa nel tessuto sociale, e che è oltretutto il paese natale di Giovanni Paolo II, queste rivelazioni sono un enorme schiaffo in faccia”, ha ammesso.

    Papa Francesco, solo nell’ultimo anno, ha sanzionato otto vescovi polacchi per aver insabbiato casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Ma se non saranno assicurati alla giustizia, ciò favorirà un sentimento di imputazione”, ha lamentato Joulain.

    Ha detto che non escluderebbe uno scenario in Polonia simile a quello verificatosi nel giugno 2019, quando tutti i vescovi del Cile presentarono le loro dimissioni al papa.

    Fonte: La Croix


    Ludovica Eugenio – Decapitato il Vicariato di Roma

    Decapitato il Vicariato di Roma: il cardinal vicario Angelo De Donatis è stato nominato da papa Francesco a penitenziere maggiore in Vaticano e il gesuita mons. Daniele Libanori finora vescovo ausiliare per il settore di Roma centro, diventa «assessore del Santo Padre per la vita consacrata», un ruolo che non ha precedenti. Siluramenti o promozioni? Libanori, nominato ausiliare nel 2017,

    Libanori ha maturato molta esperienza nella sua veste di commissario di comunità religiose problematiche: dalla slovena Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita abusatore Marko Rupnik, alla Famiglia di Maria. Nella gestione del caso Rupnik, Libanori ha sempre ascoltato le sopravvissute agli abusi, e non ha mai difeso Rupnik, che invece gode ancora adesso di grandi protezioni in Vaticano e presso il cardinale, ormai ex vicario, De Donatis, di cui è stato mentore e guida spirituale, che lo ha sempre spalleggiato. Di Libanori è l’indagine che ha portato allo scioglimento della comunità Loyola, dove il teologo artista ha perpetrato a partire dagli anni ‘90 abusi psicologici, spirituali e sessuali su diverse consacrate. In un’intervista al quotidiano francese La Croix del 16 febbraio 2023, Libanori smentì che Rupnik si fosse mai pentito, smentendo di fatto quanto affermato dal generale dei gesuiti p. Arturo Sosa, che in un’intervista aveva affermato il contrario. Libanori ha poi sempre sostenuto le vittime dell’ex gesuita nel loro diritto a un processo e aveva messo in luce che a impedirlo era intervenuta la prescrizione». Il papa, che ha sempre protetto Rupnik, tanto da incontrare non le vittime, ma la presidente del Centro Aletti di Rupnik, lo scorso ottobre, quella prescrizione l’ha tolta, per rendere possibile il processo. Forse ha cominciato forse a nutrire dubbi sull’innocenza di Rupnik, forse ha capito e apprezzato la posizione di Libanori e lo ha voluto valorizzare ora con un incarico di rilievo, al suo fianco. Si capirà solo con il tempo.

    Quanto alla rimozione del cardinal vicario De Donatis, quasi certamente si tratta di un siluramento. La Penitenzieria apostolica è infatti un organismo antico e prestigioso di scarsa rilevanza su un piano “politico”. Se è vero che il papa sta cambiando idea su Rupnik, potrebbe aver punito De Donatis, con cui il rapporto è sempre stato teso, per la sua posizione ultragarantista nei confronti del mosaicista, poi espulso dalla Compagnia di Gesù, o per il comunicato del vicariato dai toni compiaciuti e ben poco formali che lo scorso autunno dava conto delle conclusioni positive della visita canonica al Centro Aletti definendone la vita comunitaria «sana e priva di particolari criticità», che sembra aver messo in imbarazzo i vescovi della Diocesi.

  • Spagna: la Chiesa ha risarcito una vittima di abusi sessuali con 70.000 euro

    Spagna: la Chiesa ha risarcito una vittima di abusi sessuali con 70.000 euro

    Più di 100 condanne e risarcimenti finanziari fino a 70.000 euro: è quanto emerge dall’elenco segreto della gestione dei casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica spagnola, analizzato da El País. Secondo il quotidiano spagnolo in alcuni casi i vescovi anticipano la somma e la detraggono dallo stipendio del sacerdote.

    Alcuni importi sono più elevati di altri: un accordo privato risalente al 2022, preso nella diocesi di Asidonia-Jerez, nel sud della Spagna, tra la vittima e l’ordine Marianista, ha portato a un risarcimento di 70.000 euro per gli abusi avvenuti tra il 1964 e il 1976. È uno dei più alti finora noti per una singola persona. Secondo El País, però, che ha un database più ampio, la cifra maggiore è quella dell’ordine dei Gesuiti, che nel 2002 hanno pagato 72.000 euro a una vittima di Salamanca.

    Il quotidiano spagnolo, che nel 2018 ha avviato la prima inchiesta sul tema degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Spagna, svelando in soli tre anni oltre 1.700 vittime, ha rivelato quante sentenze giudiziarie per casi di pedofilia abbiano coinvolto la Conferenza episcopale e la Chiesa cattolica spagnola e quali risarcimenti siano stati pagati alle vittime, sia privatamente che in tribunale. La lista segreta che mostra la gestione degli 806 casi di pedofilia che la Conferenza Episcopale ha ammesso nel suo rapporto di dicembre 2023 Para dar luz (Per fare luce, in cui compaiono sono le cifre generali) cita più di 100 condanne, ma riduce il numero dei casi e ne tralascia più di 300 già riconosciuti, spiega El País.

    Il risarcimento più alto che coinvolge più persone è quello imposto a un insegnante della scuola agostiniana di Valdeluz, a Madrid, condannato nel 2019 dalla Corte Suprema a 49 anni di carcere per aver abusato di 12 studenti. La cifra ammonta a 142.000 euro; di poco inferiore quella prevista dalla condanna del marista Joaquín Benítez nella scuola di Sants-Les Corts, a Barcellona: 120.000 euro per aver abusato di 4 studenti tra il 2006 e il 2009 (60.000 a una vittima, 40.000 a un’altra e 10.000 ad altre due). Si tratta degli unici casi che potevano essere giudicati, perché non caduti in prescrizione, su almeno 26 vittime che avevano accusato Benítez di abusi, dal 1980 al 2011.

    Per quanto riguarda i risarcimenti alle singole vittime, il più alto è quello stabilito dall’Alta Corte di Castilla-La Mancha nel 2022 contro il sacerdote J.L.G., che ammonta a 100.000 euro, ma il ricorso alla Corte Suprema è ancora pendente.

    El País sottolinea che generalmente nessun processo canonico, quando c’è, prevede il pagamento di un risarcimento. Solo alcune diocesi lo hanno fatto, di propria iniziativa, attraverso accordi presi direttamente con la vittima. In tutti gli altri casi l’accusato viene semplicemente allontanato o espulso, ma la vittima non viene risarcita. Tra i pochi in cui l’accusato è stato condannato in un procedimento canonico, ma non in tribunale: 2010, Siviglia, dove l’uomo in questione è stato assolto ma poi rimosso per “riconoscimento dei fatti da parte del colpevole”. Viceversa, è accaduto che i casi che hanno registrato assoluzioni canoniche poi abbiano registrato condanne dai tribunali: a Cordoba un sacerdote è stato assolto, ma ha ricevuto 5 anni di carcere per abusi su una bambina di 10 anni, per esempio.

    In alcuni casi in cui non è previsto un risarcimento, alle vittime viene offerto un trattamento psichiatrico e psicologico e la diocesi si fa carico dei costi della terapia, che ammonta fino a 800 euro al mese per un anno. Secondo il resoconto della Chiesa, in questi casi le vittime hanno preferito non sporgere denuncia. La lista segreta, spiega El País, rivela anche la pratica di alcune diocesi di pagare il risarcimento imposto a un sacerdote dai tribunali sotto forma di prestito, per poi detrarlo dal suo stipendio. In altri casi ancora è lo stesso sacerdote aggressore a risarcire la vittima: tuttavia, spiega il quotidiano, “tra le numerose contraddizioni contenute nel sistema di classificazione dei casi del rapporto, in base alla sua presunta credibilità, il caso viene classificato come ‘non provato, ma plausibile’”. Il rapporto, secondo il quotidiano, è lacunoso e presenta una “controversa contabilità dei casi”.

    Ma non è una novità, secondo El País: finora, considerando i casi riconosciuti e le sentenze dei tribunali, la Chiesa spagnola ha pagato almeno 2,1 milioni di euro a 230 vittime che hanno subito abusi da 53 pedofili dal 1991. Si tratta solo dell’8,8% delle 2.608 vittime presenti nel database del giornale. Gli importi versati vanno da 675 euro a 72.000 euro, ma l’importo totale pagato dalla Chiesa è più alto, in base alle nuove rivelazioni e a molti casi finora sconosciuti.

    Rispetto ad altri Paesi, il conto della Chiesa cattolica spagnola potrebbe raggiungere la cifra di 62 milioni di euro, secondo El País. A differenza dell’Irlanda, per esempio, dove il Governo ha istituito una Redress Commission che ha stabilito un criterio basato sulla gravità dell’abuso e delle sue conseguenze, la Conferenza episcopale in Spagna ha rifiutato la creazione di un fondo statale per compensare i pagamenti: i vescovi preferiscono una procedura propria. Questo piano si limita ai casi che la Chiesa considera provati, che secondo il rapporto Para dar luz sono 358 sui 1.057 finora registrati ufficialmente. La Chiesa spagnola, insomma, crede solo a 3 vittime su 10, se si considerano i casi che ammette. Nel database di El País se ne contano di più: 1.460 accusati e 2.608 vittime.

  • Il capo dei gesuiti irlandesi risponde alla sconcertante denuncia di abusi

    Il capo dei gesuiti irlandesi risponde alla sconcertante denuncia di abusi

    DUBLINO (OSV News) – Il capo dei gesuiti in Irlanda ha detto di “vergognarsi” per il fallimento dell’ordine nell’affrontare gli abusi dopo la pubblicazione di un nuovo rapporto che rivela 93 denunce di abusi sessuali, fisici ed emotivi contro un sacerdote ormai deceduto.

    L’ordinanza ha anche rivelato i nomi di altri due membri della sua provincia irlandese contro i quali afferma di aver ricevuto accuse credibili di abuso , e ha ammesso di essere stata lenta nel dare priorità alle misure di salvaguardia anche quando la Chiesa irlandese ha adottato norme vincolanti nel 1996.

    Secondo il provinciale, il gesuita padre Shane Daly, l’ordine ha ricevuto 93 denunce contro il defunto sacerdote e insegnante padre Joseph Marmion, che tre anni fa fu denunciato come molestatore di bambini. Finora ha pagato oltre 7,55 milioni di dollari di risarcimento e ha accantonato più risorse per richieste future.

    Nel marzo 2021, la Compagnia di Gesù ha invitato i denuncianti contro padre Marmion a impegnarsi con l’ordine ed è stato istituito un programma di giustizia riparativa.

    La congregazione l’8 febbraio ha pubblicato quello che ha descritto come un resoconto degli abusi di padre Marmion, affermando che 45 delle 93 denunce ricevute dal 1977 riguardavano abusi sessuali su minori.

    Questi reclami sono stati ricevuti dalla società tra il 1965 e il 2023 e sarebbero avvenuti tra il 1940 e il 1991.

    Il leader si scusa

    Padre Daly ha detto che la narrazione è stata resa pubblica ora per dimostrare trasparenza sia ai denuncianti che agli ex studenti che desideravano che la verità fosse allo scoperto.

    “Come gesuiti ci vergogniamo dei nostri fallimenti: l’incapacità di permettere che la verità venga detta, l’incapacità di ammettere il torto che si è verificato e l’incapacità di creare opportunità precedenti affinché voi riceveste la rivendicazione che cercavate, meritavate e di cui avevate bisogno, come frutto delle vostre esperienze con P. Marmion SJ”, ha detto.

    “Mi scuso per il nostro ritardo nel creare un contesto in cui possiate ricevere il riconoscimento che vi spettava giustamente e la cura alla quale noi, come comunità cristiana, aspiriamo nella nostra vita e missione”, ha scritto il provinciale.

    Padre Daly ha anche invitato “qualsiasi persona che sia stata danneggiata da un gesuita a prendere in considerazione l’idea di parlare con noi. Vogliamo davvero sentire la tua opinione.

    I gesuiti nominarono per la prima volta anche altri due sacerdoti che furono oggetto di numerose denunce di abusi sessuali su minori, ma ai quali fu permesso di svolgere il ministero con i bambini.

    La documentazione narrativa rilevava che erano state sollevate preoccupazioni su padre Marmion già negli anni ’40, ma che avrebbe potuto beneficiare di un’indebita deferenza nei confronti della sua famiglia.

    Era un pronipote del monaco nato a Dublino, il beato Joseph Columba Marmion, un benedettino, morto nel 1923 e fu uno degli scrittori cattolici più popolari e influenti del XX secolo. È stato beatificato da Papa San Giovanni Paolo II nel 2000.

    Guardando il risarcimento
    Padre Daly ha detto che gli studenti del passato sono stati “abusati orribilmente” e ha elogiato il loro contributo al rapporto, che è stato compilato per conto di un gruppo di ex studenti e del gruppo direttivo dei Gesuiti. Un obiettivo chiave del loro lavoro era quello di “ascoltare, riconoscere e convalidare” le esperienze degli exallievi che hanno subito abusi da parte di padre Marmion, afferma il rapporto.

    L’ordine ha anche formato un gruppo di lavoro di tre membri, che coinvolge uno psicologo infantile, un assistente sociale e il giudice in pensione della Corte Suprema John McMenamin, che lavorerà con i gesuiti sulla futura denominazione dei presunti autori di abusi.

    Parlando all’emittente nazionale RTÉ, padre Daly ha lanciato un appello affinché le persone che hanno subito abusi si facciano avanti e si avvalgano di un nuovo schema di restituzione.

    “Abbiamo avuto per molto tempo un approccio molto non conflittuale nei confronti del pagamento dei risarcimenti. Questo schema di restituzione lo formalizza ed è un’opzione per le persone che si fanno avanti”, ha affermato.

    Quando gli è stato chiesto se si aspetta che il risarcimento futuro possa essere di milioni, ha detto, “potrebbe essere molto consistente”.

    Head of Irish Jesuits responds to staggering report of abuse