BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.
Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.
I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.
Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.
I “personaggi” del film
“Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.
Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.
Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».
Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».
Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».
Il papa: «Misericordia ai predatori»
E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».
Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.
Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.
Bolivia è stata per decenni la destinazione verso cui venivano inviati sacerdoti gesuiti accusati di abusi sessuali in Catalogna, in quello che le vittime descrivono come un sistema organizzato per nascondere i reati ed evitare l’azione della giustizia. Lo sostiene la Comunidad Boliviana de Sobrevivientes (CBS), che ha reclamato al Parlament de Catalunya e al Síndic de Greuges l’apertura di un’indagine istituzionale.
Il rapporto, presentato di recente dall’associazione delle vittime, colloca nella Provincia Tarraconense della Compagnia di Gesù l’origine di ciò che considerano il più grande caso di pedofilia in America Latina, con una ventina di aggressori identificati e circa mille vittime in Bolivia.
Un sistema di trasferimenti per eludere la giustizia
Secondo quanto ha spiegato il giurista Alejandro Klock, rappresentante delle vittime, in dichiarazioni riportate dall’agenzia EFE, gli abusi “nascono” in Catalogna, che agiva come provincia “madre” della missione boliviana dalla metà del XX secolo.
Il modello denunciato è reiterato: quando un sacerdote veniva accusato o scoperto ad abusare di minori in scuole catalane, i suoi superiori optavano per trasferirlo in Bolivia invece di denunciarlo.
Lì, lontano dal focus giudiziario europeo, questi religiosi continuavano la loro attività in ambienti particolarmente vulnerabili. Minori in situazione di disprotezione sono rimasti esposti —secondo le vittime— a nuovi abusi per anni.
“Il grande danneggiato è la Bolivia; hanno creato un sistema criminale che si è perpetuato per decenni”, ha affermato Klock, in dichiarazioni diffuse da Swissinfo.
Le vittime hanno sintetizzato questa pratica con un’espressione tanto dura quanto rivelatrice: la Bolivia è stata convertita in una “discarica di pedofili”.
Il caso ha acquisito dimensione internazionale dopo l’indagine pubblicata da El País nel 2023 sul diario del gesuita Alfonso Pedrajas, in cui confessava abusi contro almeno 85 minori per anni mentre i suoi superiori lo proteggevano.
Da quel momento, nuove informazioni e documenti interni hanno iniziato a venire alla luce, rivelando che non si trattava di un caso isolato. La Procura boliviana ha allora aperto un’indagine senza precedenti che ha portato al processo di responsabili dell’ordine per occultamento.
Il rapporto della CBS, elaborato dopo anni di raccolta di prove, include lettere interne, risoluzioni canoniche e documentazione che dimostrerebbe che la Compagnia conosceva gli abusi da decenni e ha ricevuto direttive dalla Spagna e da Roma per gestirli senza ricorrere alla giustizia.
Nomi, prove e occultamenti prolungati
Tra i casi documentati figurano sacerdoti trasferiti dalla Catalogna dopo denunce precedenti, come Francesc Peris o Lluís Tó, oltre ad altri coinvolti direttamente in Bolivia.
Particolarmente grave è il caso di Lucho Roma, che ha abusato di più di 70 bambine indigene tra il 1994 e il 2005. Secondo quanto rivelato dall’indagine di El País, l’ordine ha persino investigato internamente i fatti e sequestrato diari e materiale grafico, ma ha optato per non trasferirli alla giustizia per anni.
Le vittime denunciano che questi occultamenti non appartengono solo al passato, ma si sono protratti fino a date recenti, senza che i responsabili abbiano risposto penalmente.
Responsabilità internazionale e pressione istituzionale
Il rapporto sostiene che la Provincia Tarraconense esercitava un controllo totale —amministrativo, gerarchico e finanziario— sulla missione in Bolivia, il che rafforza la tesi di una responsabilità strutturale nei fatti.
Inoltre, le vittime denunciano la mancanza di collaborazione delle autorità ecclesiastiche e l’assenza di riparazione effettiva, nonostante il riconoscimento interno di molti dei casi.
In questo contesto, hanno sollecitato al Parlament de Catalunya la creazione di una commissione d’indagine e al Síndic de Greuges di chiarire come sia stato possibile questo sistema per decenni.
“La Catalogna deve sapere che ciò che qui si indaga non sono casi isolati, ma l’origine del più grande caso di pedofilia istituzionale in America Latina”, ha affermato Klock, secondo quanto riportato da El País.
Mentre in Bolivia sono già state emesse condanne per occultamento contro antichi responsabili gesuiti, in Spagna la responsabilità istituzionale rimane, per ora, non depurata.
In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».
La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.
Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.
Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».
Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.
Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.
L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.
Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».
(AGI) – Città del Vaticano, 29 gen. – “A chi è stato ferito, a chi ha parlato e non si è sentito ascoltato, a chi ha sofferto in silenzio vedendo le proprie preoccupazioni minimizzate” “chiediamo umilmente perdono”.
Lo scrive la Compagnia di Gesù nella relazione conclusiva sulle indagini riguardanti gli atti di abuso sessuale su minore attuati da padre Sauro De Luca, morto nel 2012, durante le attività del Meg, il Movimento eucaristico giovanile.
De Luca abusò di circa 30 donne, di cui alcune minorenni. Nel report si segnala anche di un altro gesuita coinvolto che, nell’ambito del suo incarico al Meg, aveva commesso abusi sessuali su cinque donne.
“Con immenso dolore riconosciamo che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni. Questa dolorosa consapevolezza ci spinge a continuare ad agire con più forza e determinazione: la richiesta di perdono rappresenta soltanto il primo passo di un percorso che richiede di essere intrapreso insieme”, si legge nel documento.
La Compagnia di Gesù ricorda che appena arrivarono le prime denunce, nel 2010, fu avviata una indagine e padre De Luca fu sottoposto “a restrizioni e a una vita ritirata”, per poter poi procedere a un processo canonico.
“Durante questo periodo, padre De Luca fece delle ammissioni” ma non seguì il processo perché nel frattempo il religioso si ammalò gravemente, e morì nel giro di un anno. (AGI)
UNL’immagine della sua bisnonna accompagnò James Adams per anni e rafforzò la sua fede: era avvizzita, quasi cieca, e gli toccava le guance quando si sedevano accanto, come se il contatto con il suo viso le avesse ridato la vista. Donna lavoratrice il cui marito, un agente di polizia, si era suicidato, crebbe quattro figli; la sua fede fu una roccia contro le difficoltà della vita. Morì a 98 anni, quando Adams ne aveva 28, in procinto di sposarsi.
Molti anni dopo, nel 2020, Adams, un banchiere di New Orleans , era presidente della Catholic Community Foundation, il braccio di raccolta fondi dell’arcidiocesi, quando l’arcivescovo Gregory Aymond lo estromise dall’incarico, come lui stesso ha raccontato come testimone in tribunale e in numerose interviste ai media. Da un giorno all’altro, Adams divenne un nemico della Chiesa a causa di ciò che un prete gli fece da ragazzo. La sua storia rispecchia la saga legale che ha macchiato la carriera di Aymond.
Secondo i voluminosi documenti legali e le informazioni fornite dagli avvocati delle vittime e analizzate dal National Catholic Reporter , sotto la guida di Aymond e di diversi predecessori, l’ arcidiocesi di New Orleans ha nascosto un’organizzazione criminale a sfondo sessuale che, in un momento o nell’altro, ha visto la presenza di un prete pedofilo in ogni parrocchia della città e in molte zone periferiche.
Dal 1° maggio 2020, quando l’ arcidiocesi di New Orleans ha richiesto la protezione del capitolo 11 della legge federale sulla bancarotta, la chiesa ha dovuto affrontare una copertura mediatica snervante per le cause legali, molte delle quali riguardano abusi decennali da parte di sacerdoti, frati, operatori laici e diverse suore. L’ arcidiocesi elenca 79 chierici accusati o ammessi ad abusi sessuali su minori; pochi sono stati perseguiti. Ramon Antonio Vargas del Guardian, che ha pubblicato importanti articoli su questo tema, calcola che i predatori siano 310 tra il clero e un numero imprecisato di suore e operatori laici: una discrepanza enorme con l’elenco dell’arcidiocesi.
Nel 1980, Adams aveva 10 anni ed era chierichetto nella chiesa di Sant’Anna, una parrocchia a misura di famiglia a Metairie, un sobborgo di belle case e prati ben curati. Padre James Collery, irlandese, prete spiritano, abusò di lui per mesi. La purezza che immaginava della sua anima si inclinò come una barca traballante nella tempesta degli ammonimenti e della lussuria di quel prete.
“No, Padre, non lo dirò.”
Ma un giorno, mentre era in macchina dopo la scuola, disse alla mamma: “Papà mi ha baciato”.
Lei disse: “Che bello.”
Lui disse: “Così”, prendendole la mano e baciandole un dito con un bacio alla francese.
Lei si ritrasse. “È così che un uomo bacia una donna!”
A casa, nella sua camera da letto, si tirò la coperta sopra la testa. Suo padre tornò a casa; i suoi genitori gli fecero domande. “Non gli diedi molti dettagli”, dice oggi. Gli dissero di evitare il prete. Lo fece. E i suoi genitori evitarono il confronto, perché non avevano un vocabolario per comprendere cosa significasse tutto ciò.
Collery lasciò presto l’incarico, diventando cappellano ospedaliero in Pennsylvania. Morì nel 1987.
Il percorso che ha portato Adams, un funzionario addetto ai prestiti a suo agio con i fogli di calcolo, a studiare i trasferimenti del suo aggressore si snoda attraverso una fede che ha portato con sé al liceo gesuita di New Orleans. L’istituto offriva un rigoroso mix di religione, studi accademici e attività sportive. “Sono riuscito a superare il liceo gesuita ascoltando le persone, senza dare troppo peso a me stesso – un meccanismo di difesa. Ma ho stretto amicizie durature”, ha detto.
L’allenatore di baseball di Jesuit, consapevole che il fratello maggiore di Adams giocava nella squadra della scuola e che suo nonno e suo zio avevano militato tra i professionisti, gli suggerì di fare un provino. Lui rifiutò.
“Avevo questa sensazione onnipresente. Se qualcuno avesse conosciuto il mio segreto, non avrebbe voluto avere niente a che fare con me. Portavo con me la mia vergogna, ero bravo a mascherarmi, a raccontare barzellette e storie con astuzia per distogliere l’attenzione da chiunque mi chiedesse del mio vero io”, ha detto.
Dopo la laurea nel 1988, Adams si iscrisse all’Università dell’Alabama; frequentò per un po’ una chiesa episcopale, ma, tornato a New Orleans con una laurea in scienze politiche, Adams tornò a dedicarsi alla messa, navigando tra ricordi neri. Trovò lavoro in banca e si sposò nel 1998.
“La prima persona a cui ho raccontato degli abusi, oltre ai miei genitori, è stato mio fratello, la sera della cena di prova”, ha detto. Ha evitato di dirlo alla moglie. Col tempo, la coppia ha avuto tre figlie femmine e un figlio maschio.
Nel 2011, la sua figlia maggiore compì 10 anni. Divenne così iperprotettivo che gli amici scherzavano dicendo che voleva avvolgerla nella pellicola a bolle. Adams si chiuse in se stesso; sua moglie gli disse: “Hai bisogno di aiuto”. Trovò uno psicologo e si confidò con lui riguardo a Collery, dicendogli che voleva tornare indietro nel tempo e proteggere il bambino che era stato. Rendendosi conto di quanto il trauma lo avesse stravolto, Adams e sua moglie andarono da uno psicologo.
Fedele al motto gesuita “Uomini per gli altri”, prestò servizio come volontario presso la Catholic Community Foundation. Aiutando le parrocchie a pianificare il patrimonio ereditato dalle loro proprietà, trovò un’intesa con Aymond, un geniale nativo del quartiere Gentilly di New Orleans, l’unico arcivescovo nato lì nella lunga storia della città.
Travolto dalla depressione, Adams divenne segretario, vicepresidente e poi presidente della Catholic Community Foundation. Nel dicembre 2012, dopo aver pagato di tasca propria le spese della terapia, incontrò Aymond, rivelandogli gli abusi di Collery. Aymond si scusò e si offrì di pagare la terapia, racconta Adams, aggiungendo: “Ogni tanto mi chiamava per chiedermi come stavo. È un microgestore, ma è bravo a ricordare le persone”.
Nel 2018, in risposta alla copertura mediatica di diversi procedimenti giudiziari contro membri del clero, la Chiesa ha pubblicato un elenco di 57 “membri del clero (sacerdoti e diaconi) rimossi dal ministero per accuse di abusi sessuali su minori”. Adams ha ricordato che nel 2002 l’arcivescovo Alfred Hughes aveva elencato solo 10 sacerdoti: un aumento di 47 uomini in 16 anni, avvenuto dopo inchieste di Associated Press, Guardian e WWL-TV. Adams si è chiesto se stessero nascondendo di più.
Nel 2019, la sua preoccupazione maggiore era il suo matrimonio in rovina, dato che suo figlio, il più piccolo, stava per compiere 10 anni. I ricordi bui alimentavano l’iperprotettività di Adams. “Calmati, papà”, ricorda di avergli detto suo figlio.
Il rimborso della terapia lo aveva fatto sentire sottomesso. Ha detto di aver chiesto ad Aymond un risarcimento forfettario. Poiché Adams non aveva avvocati, Aymond lo ha indirizzato al coordinatore dell’assistenza alle vittime, il Fratello Marista Stephen Synan. Volendo proteggere i suoi figli da qualsiasi pubblicità, Adams ha incontrato Synan, ma hanno raggiunto un punto morto sull’importo del risarcimento.
Pochi giorni dopo, il responsabile delle risorse umane della sua banca gli mostrò una lettera di Dwight C. Paulsen III, avvocato dell’arcidiocesi. La lettera conteneva la frase: “Si prega di notare che, tramite copia aperta di questa lettera e dei suoi allegati, l’avvocato del signor Adams è stato informato di questa richiesta”.
Adams non aveva un avvocato.
La lettera richiedeva “tutti i documenti relativi all’impiego del signor Adam, compresi i fascicoli riservati del personale. Ciò dovrebbe includere, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, copie complete e leggibili di tutte le domande di assunzione presentate, tutti i registri delle buste paga e degli stipendi, comprese le ore e i giorni di lavoro e le tariffe applicabili a tale lavoro, copie delle buste paga, copie dei moduli W-2, cartelle cliniche e referti, note e corrispondenza dei medici, polizze di eventuali indennità di invalidità a breve o lungo termine e una copia della sua polizza assicurativa sanitaria, se presente”.
La banca rifiutò la richiesta; il suo terapeuta rifiutò una lettera simile, così come la sua scuola elementare, il liceo gesuita e l’Università dell’Alabama. Adams si considerava un bersaglio.
L’avvocato
Il 23 dicembre 2018, un avvocato indirizzò Adams a Richard Trahant, un avvocato che assiste le vittime di abusi da parte del clero. Quando Adams arrivò, Trahant lo riconobbe. Il fratello maggiore di Adams era stato nella classe di Trahant alla scuola superiore dei Gesuiti. Trahant ricordava Adams dai primi anni a St. Ann e a Collery.
Mentre Adams raccontava la sua storia, i due uomini cominciarono a piangere, i ricordi della loro prima innocenza si scontravano con la sofferenza causata dal prete e, per Trahant, con la profondità patologica della copertura.
Trahant aveva seguito le orme del padre e di un prozio, diplomandosi alla scuola superiore dei Gesuiti. Da quando ha seguito i casi di tre uomini che denunciavano abusi subiti da giovani alla scuola dei Gesuiti, uno dei quali era un ragazzo del quartiere non iscritto, è diventato persona non grata presso la scuola che un tempo aveva sostenuto finanziariamente.
Adams, alle prese con un divorzio, non voleva alcuna causa legale. Trahant accettò di cercare un accordo privato, ma avvertì: “Greg Aymond non è chi pensate che sia”.
Trahant aveva un numero crescente di casi clericali con avvocati di altri studi: gli avvocati Soren Gisleson (un gesuita laureato come Trahant) e Johnny Denenea, un cattolico di nascita. Trahant cercò un accordo privato per Adams con l’arcidiocesi, ma invano.
Il 7 aprile 2020, Trahant presentò la richiesta di risarcimento come “John Doe” per preservare l’anonimato di Adams. L’arcidiocesi informò il consiglio di fondazione, che lo costrinse ad andarsene; i media lo scoprirono. Adams dovette dirlo ai suoi figli. Tre settimane dopo, con Trahant pronto a raccogliere la deposizione di Aymond su un altro caso, l’arcidiocesi dichiarò bancarotta. Aymond dichiarò al quotidiano arcidiocesano che la bancarotta avrebbe consentito di stanziare maggiori fondi per le vittime. “Pagheremo le persone a cui dobbiamo dei soldi al 100% di quanto dobbiamo, perché non siamo finanziariamente in bancarotta”.
“Allora perché hai presentato istanza di fallimento ai sensi del capitolo 11?” si chiese Adams.
Adams sopravvisse alla copertura mediatica, disprezzato da alcuni cattolici perché considerato un nemico della Chiesa.
Predatori nascosti
Presentando istanza di fallimento, Aymond ha evitato una deposizione con Trahant, un punto di riferimento tra gli avvocati delle vittime. Il giudice Meredith Grabill ha bloccato la fase istruttoria con una clausola sui registri ecclesiastici. I giudici fallimentari sono favorevoli a prevenire contenziosi che danneggerebbero il debitore – un’azienda, un individuo o una chiesa – che cerca di riorganizzare i propri beni, negoziare il debito e rimettersi in attività.
Le procedure fallimentari si basano sul lavoro di un comitato congiunto composto da debitori, creditori e avvocati per gestire le trattative. Trahant e i suoi colleghi Gisleson e Denenea si sono uniti al comitato per conto delle vittime. Anche Adams si è unito al comitato, insieme ad altre tre vittime di abusi da parte del clero.
Chi accedeva ai fascicoli ecclesiastici sui pedofili doveva mantenere riservati i documenti segreti. La commissione si riuniva ogni due settimane, con un processo lento che frustrava Adams. Ma grazie al sistema informatico a uso esclusivo del tribunale, scrutò un passato di predatori nascosti. Il fascicolo Collery era “straziante”. Adams ha affermato che la lettera del defunto arcivescovo Philip Hannan, che rimuoveva Collery dopo le lamentele contro di lui da parte dei genitori di St Ann, lo aveva elogiato come un buon sacerdote.
“Avevo pensato che Hannan fosse il migliore, ma nei documenti ho visto il suo incoraggiamento, come se si scusasse con questi predatori”, ha detto Adams.
Verso la fine del 2021, Trahant avvertì suo cugino, preside della scuola superiore Brother Martin, che il cappellano della scuola, padre Paul Hart, aveva una grave macchia sulla sua fedina penale. Trahant disse a Ramon Antonio Vargas, allora al Times-Picayune, di mettere Hart “sul suo radar”. Il 18 gennaio 2022, Vargas riferì che Hart aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 17 anni negli anni ’90.
Vargas ottenne i documenti di una commissione di revisione della chiesa del 2012 che votò contro la riassegnazione di Hart dopo aver scoperto che aveva abusato di una ragazza adolescente. Aymond scavalcò la decisione della commissione di revisione laica per un cavillo di diritto canonico, riguardante l’età del consenso a 17 anni. In seguito mandò Hart alla scuola superiore Brother Martin senza informare la scuola della decisione della commissione.
Anni dopo, la scuola superiore Brother Martin inviò una lettera ai genitori spiegando che la scuola aveva chiesto ad Aymond di rimuovere Hart a causa di accuse “risalenti a un lontano passato”. Aymond lo espulse e si scusò.
Grabill, infuriato, vide una violazione dello scudo fallimentare nei documenti interni. L’avvocato della Church, Mark Mintz, che aveva frequentato la facoltà di giurisprudenza della Tulane University negli anni in cui aveva frequentato Grabill, si era espresso a favore della punizione di Trahant. Trahant sosteneva che, in quanto funzionario del tribunale, era tenuto a denunciare un abusatore di minori e che non aveva rivelato nulla di quanto previsto dall’ordinanza di protezione.
Grabill ordinò un’indagine su Trahant da parte del curatore fallimentare statunitense, un funzionario che ricopriva un ruolo neutrale nei confronti del tribunale. Vargas accettò un breve colloquio con il curatore, affermando di non aver ricevuto i documenti su Hart da Trahant e rifiutandosi di nominare la sua fonte – cosa che il curatore non poteva imporre in base alle tutele costituzionali sulla libertà di stampa. Vargas a quel punto era diventato redattore e reporter del Guardian, con sede a New Orleans, con una copertura sempre più approfondita del fallimento.
Adams era entusiasta che Trahant fosse riuscito a eliminare un predatore.
Il caso si trascinò per ore. In un incontro con Grabill nell’aprile 2022, Rick Kuebel, l’avvocato del comitato dei creditori, si lamentò del fatto che la procedura fallimentare si protraeva da due anni “e non ho ancora visto un piano di riorganizzazione [della chiesa]”.
Nel giugno 2022, Grabill ha multato Trahant di 400.000 dollari per aver violato l’ordine di segretezza. La multa ha suscitato scalpore nella comunità legale. Un esperto specialista in bancarotte ha affermato, a margine, che la multa di Grabill dimostrava la sua “inesperienza”.
Trahant ha presentato ricorso alla corte d’appello degli Stati Uniti per il quinto circuito, che, dopo due anni e mezzo, non si è ancora pronunciata.
“Gli ordini di protezione in caso di bancarotta sono uno scandalo che consente agli avvocati difensori e alla Chiesa di giocare in tribunale”, ha dichiarato al National Catholic Reporter Marci Hamilton, professoressa presso l’Università della Pennsylvania, avvocato e fondatrice del think tank Child USA.
“Alcuni giudici hanno lentamente imparato attraverso i media che le vittime hanno bisogno di voce e hanno iniziato a consentire che le dichiarazioni di impatto delle vittime siano inserite negli atti. Le sentenze del giudice Grabill mi preoccupano per l’indebita deferenza nei confronti della Chiesa. Questo accade nei tribunali statunitensi da decenni, ma la maggior parte dei giudici non si schiera più automaticamente dalla parte della Chiesa. Il fallimento di New Orleans è stato costellato di sentenze ingiuste contro le vittime e di inopportuna deferenza nei confronti dell’arcivescovo”, ha aggiunto Hamilton.
Come scrive Lindsey Simon in Bankruptcy Grifters, un articolo pubblicato sulla Yale Law School Journal, molti fallimenti ecclesiastici hanno “privato le vittime del loro giorno in tribunale e le hanno costrette a ricorrere alla procedura di conciliazione”.
“Ciò che distingue i casi delle diocesi… è il modo in cui incorporano alcune delle pratiche più distruttive che creano ostacoli e privano i richiedenti di tutele significative”, scrive.
Grabill bandì Trahant, Gisleson e Denenea dal comitato dei creditori, nonostante non ci fossero prove che gli ultimi due avessero violato il suo ordine di segretezza. Grabill epurò Adams e altri tre sopravvissuti che avevano pazientemente partecipato a due anni di riunioni, poche ore prima di incontrare Aymond e leggergli le dichiarazioni. Ciò non accadde mai.
I fascicoli del clero che Adams aveva letto sul server del comitato scomparvero dal suo desktop, dal collegamento al sistema informatico del tribunale. Sotto lo scudo della bancarotta, sapeva che rendere pubblico tutto ciò che sapeva avrebbe suscitato l’ira di Grabill.
Kuebel ha difeso i sopravvissuti, sottolineando che “non hanno mai visto i loro aggressori consegnati a nessun tipo di giustizia”, secondo una trascrizione dell’udienza disponibile al pubblico. Piuttosto, hanno scontato “due anni senza alcun risarcimento” in lunghe udienze e, senza che lui lo dicesse, hanno rispettato lo scudo fallimentare su documenti segreti. “Sono frustrati dal fatto che, a differenza di altri casi, questa arcidiocesi abbia scelto di essere opaca o non trasparente con tutti questi vari documenti. Sono molto frustrati dal fatto che questa [fuga di notizie] sia diventata il fulcro del caso invece di cercare di riorganizzare [la Chiesa] e arrivare” a una risoluzione.
Ma smantellando il comitato dei creditori, Grabill diede impulso all’attenzione dei media. Le vittime si schierarono più apertamente contro diversi ecclesiastici i cui procedimenti giudiziari erano al di fuori della bancarotta. Ad esempio, alla fine degli anni ’90, la chiesa mandò Lawrence Hecker al St John Vianney, un ospedale ecclesiastico in Pennsylvania, come riportato dal Guardian e da WWL-TV. Hecker tornò a casa con una diagnosi di pedofilia.
Ciononostante, Hecker divenne monsignore prima che l’arcidiocesi lo ritirasse dal ministero e lo facesse andare in pensione. Aveva 92 anni l’anno scorso quando fu condannato dal procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans. Morì pochi giorni dopo aver scontato la pena dell’ergastolo.
Il tempo impiegato per perseguire Hecker ha inviato un segnale forte alle forze dell’ordine. Nel 2023, avvocati anonimi hanno fornito un documento di 48 pagine all’FBI e alla polizia statale, descrivendo dettagliatamente gli insabbiamenti commessi dalla chiesa, citando le dichiarazioni delle vittime in procedimenti penali e cause civili. Un sacerdote menzionato nel promemoria, William O’Donnell, non era nella lista della chiesa, eppure, come riportato da Vargas sul Guardian , “Aymond ha autorizzato accordi finanziari separati di 125.000 dollari e 100.000 dollari per risoluzioni extragiudiziali con due persone” che accusavano O’Donnell di abusi.
Sulla base dei documenti legali visionati dal National Catholic Reporter, l’arcidiocesi ha pagato alle vittime circa 11,7 milioni di dollari in accordi privati nell’arco di circa 10 anni prima di dichiarare bancarotta. Diverse vittime hanno successivamente dichiarato di aver firmato accordi di non divulgazione, violando la Carta per la protezione dei minori dei vescovi statunitensi del 2002, che richiede trasparenza e “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili.
Spingere per una risoluzione
Il fallimento, come la terapia, ha successo quando finisce.
Gli avvocati specializzati in procedure fallimentari, che fungono da ponte tra la difesa e l’avvocato dell’attore, fatturano cifre elevate e vengono pagati con le casse della chiesa. In un servizio del 2023 per New Orleans WWL-TV, il giornalista investigativo David Hammer ha esaminato attentamente il modo in cui i giudici fallimentari di Buffalo e Rockville Centre, New York, avevano messo in discussione gli avvocati delle diocesi per le loro fatturazioni elevate e le loro tattiche dilatorie. “Grabill, d’altra parte, si è ripetutamente pronunciato a favore dell’arcidiocesi di New Orleans nelle sue controversie con i creditori”, ha riferito Hammer.
A differenza degli specialisti in bancarotta e della difesa ecclesiastica, gli avvocati dei superstiti vengono pagati alla fine. Secondo Jeff Anderson, uno dei principali avvocati difensori di questi casi da molti anni, una strategia chiave della chiesa è quella di allungare i procedimenti, costringendo gli avvocati dei querelanti a sostenere i costi, spesso ricorrendo a prestiti su linee di credito bancarie.
Nella primavera del 2025, con il capitolo 11 al quinto anno, Grabill capì che archiviare la procedura fallimentare avrebbe scatenato un’ondata di casi che avrebbero travolto i tribunali statali. Approvò diversi esperti di mediazione di alto profilo per promuovere una risoluzione.
Mentre le trattative proseguivano per tutta l’estate, Grabill si trovò ad affrontare nuove problematiche. Durante un’udienza fallimentare di giugno, gli avvocati degli investitori dietro un’emissione obbligazionaria da 41 milioni di dollari che l’arcidiocesi aveva sottoscritto nel 2017 accusarono la chiesa di “frode sui titoli” per il mancato pagamento di interessi pari a 930.206,25 dollari, citando la bancarotta come una delle cause principali.
Ma mentre proseguivano le trattative tra gli avvocati dei sopravvissuti, i mediatori e la chiesa, a settembre è emerso un pacchetto. La chiesa ha promesso 230 milioni di dollari, di cui 29 milioni da assicuratori più piccoli.
A fine ottobre, le sopravvissute hanno votato a larga maggioranza per accettare le condizioni finanziarie proposte dall’arcidiocesi. Grabill ha poi tenuto un processo sull’equità delle condizioni e ha ascoltato le testimonianze delle sopravvissute agli abusi, tra cui Adams. L’8 dicembre ha approvato l’accordo.
Travelers, la più grande compagnia assicurativa dell’arcidiocesi con polizze rilevanti, ha subito accettato in linea di principio di aggiungere altri 75 milioni di dollari all’accordo. Se Grabill approvasse, l’accordo porterebbe il totale a 305 milioni di dollari.
Adams, che ha votato a favore del pacchetto, era di recente a cena con alcuni amici del liceo quando qualcuno gli ha chiesto cosa pensasse dopo aver sopportato il fallimento quinquennale della chiesa.
Ricorda di aver detto: “Sapendo quello che so ora, vedendo quello che ho passato io e la mia famiglia, probabilmente avrei tenuto la bocca chiusa. Soffrire in silenzio sarebbe stato più tollerabile del prezzo emotivo e spirituale che tutto questo ha richiesto”.
Aymond, dopo aver presentato le sue dimissioni al Vaticano all’età di 75 anni, sta ora gradualmente abbandonando l’incarico; l’arcivescovo coadiutore James Checchio diventerà a tempo debito arcivescovo.
“Più si approfondiscono i reati finanziari, i crimini sessuali, i preti che infrangono i voti”, ha detto Adams al National Catholic Reporter, “più mi viene da chiedermi se sono nella chiesa giusta. Il certificato di battesimo di mio figlio è stato firmato da due preti; entrambi sono ora in prigione per reati sessuali.
“Se credo sinceramente che la vera presenza di Cristo sia nell’Eucaristia e nei sacramenti che Gesù ci ha donato, non c’è altro posto dove andare. Questo non rende più facile andare in chiesa. La mia bisnonna si comunicava quotidianamente. Credo che le sue parole sarebbero state: ‘Abbiate fede in Cristo e nell’Eucaristia, e non nei leader della Chiesa che hanno normalizzato inganni e abusi’. Continuo a sperare che il mio amore per Dio e la sua Chiesa sia più grande del dolore e della rabbia causati dai suoi sacerdoti e vescovi”.
Nota dell’editore: questo è il primo di una miniserie che esplora le vite di alcuni sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero durante la saga fallimentare dell’arcidiocesi di New Orleans, durata oltre cinque anni. La serie è stata sostenuta dal Fund for Investigative Journalism ed è stata pubblicata dal Guardian in collaborazione con il National Catholic Reporter .
Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.
Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.
Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.
Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.
Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.
Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.
PORTLAND, Maine (AP) — È morto James Talbot, ex prete cattolico condannato per aggressione sessuale nei confronti di ragazzi nel Maine e nel Massachusetts, dopo essere stato smascherato dalle indagini del film “Il caso Spotlight”. Aveva 87 anni.
Talbot, ex gesuita, figurava in una lista fornita dall’ordine religioso dei gesuiti del nord-est, accusato di accuse credibili di abusi sessuali su minore. Talbot è morto il 28 febbraio in un hospice di St. Louis, ha dichiarato Mike Gabriele, portavoce dei Gesuiti USA Est.
Talbot è stato uno dei soggetti dell’inchiesta del Boston Globe sugli abusi sessuali commessi dai preti, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2003 e trasposta nel film “Il caso Spotlight” del 2015. L’inchiesta ha rivelato abusi sessuali diffusi e la loro insabbiatura all’interno della Chiesa cattolica. Jesuits USA East non ha rilasciato dichiarazioni sulla morte di Talbot.
Nel 2018 si è dichiarato colpevole di violenza sessuale grave e violenza sessuale illecita per aver abusato sessualmente di un bambino di 9 anni in una chiesa del Maine negli anni ’90. È stato condannato a tre anni di carcere.
Prima della condanna nel Maine, Talbot ha trascorso sei anni in prigione dopo essersi dichiarato colpevole di stupro e aggressione sessuale su due studentesse a Boston. Oltre alle condanne, ha patteggiato con più di una dozzina di vittime.
Pedro Arrupe, il defunto ex leader mondiale dell’ordine religioso dei Gesuiti e candidato alla santità cattolica , ha ammesso nei documenti prodotti come parte di un processo a New Orleans di essere stato avvisato di come uno degli aspiranti sacerdoti del gruppo fosse stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni e avesse ammesso di aver fatto delle avances sessuali a una terza.
L’uomo fu infine ordinato sacerdote e non vi è alcuna indicazione negli atti del caso presso il tribunale statale della Louisiana che Arrupe – che coniò lo slogan dei gesuiti ” uomini per gli altri ” – abbia preso provvedimenti per impedirgli di diventare sacerdote. L’uomo fu in seguito accusato di aver molestato altri minori incontrati durante il suo ministero.
Il coinvolgimento di Arrupe nel caso di Donald Barkley Dickerson – morto nel 2016 e due anni dopo confermato dai gesuiti come uno delle centinaia di loro membri accusati di gravi molestie su minori – iniziò verso la fine degli anni ’70. Ma è stato nuovamente messo in luce da una causa che accusa Dickerson di aver violentato una studentessa diciassettenne in un’università gestita dai gesuiti a New Orleans.
Il caso presso il tribunale distrettuale civile di New Orleans solleva interrogativi sul fatto che Arrupe, una figura amata il cui nome è presente su numerosi premi prestigiosi e su edifici di istituzioni gesuite in tutto il mondo, abbia fatto tutto il possibile per proteggere coloro che riponevano fiducia nel suo ordine.
Nel 2019, i funzionari ecclesiastici di Roma hanno avviato il processo di canonizzazione di Arrupe, noto per aver assistito i sopravvissuti al bombardamento atomico statunitense di Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale. La prima fase di questo processo ha portato Arrupe un passo più vicino a diventare santo, come lo hanno definito gli stessi gesuiti .
Le nuove preoccupazioni riguardo ad Arrupe giungono in un momento in cui la Chiesa cattolica mondiale, nel suo complesso, invia segnali contrastanti sull’urgenza di affrontare lo scandalo degli abusi del clero che la tormenta da decenni. A giugno , Papa Leone XIV ha affermato che la Chiesa “non deve tollerare alcun… abuso”, sessuale o di altro tipo, e all’inizio di luglio il pontefice ha nominato il vescovo francese Thibault Verny a capo della Commissione consultiva vaticana per la protezione dell’infanzia.
Tuttavia, sempre a giugno, ma in un’altra parte della Francia, l’arcidiocesi di Tolosa ha conferito l’incarico di alto rango di cancelliere a un sacerdote che era stato imprigionato dopo essere stato condannato per lo stupro di un ragazzo di 16 anni nel 1993. E a un ex diplomatico vaticano, condannato per possesso e distribuzione di immagini di abusi su minori, sarebbe stato permesso di continuare a lavorare come uno dei tanti impiegati presso la Segreteria di Stato vaticana.
Almeno un funzionario gesuita che ha testimoniato sotto giuramento nell’ambito della causa che accusava Dickerson di aver violentato una minorenne nel campus della Loyola University di New Orleans ha affermato di essere rimasto inorridito dal modo in cui l’ordine ha ammesso il presunto pederasta tra i suoi ranghi clericali.
“Penso che tutta la faccenda sia spaventosa”, ha affermato John Armstrong, un sacerdote che si è descritto come segretario della provincia centrale e meridionale degli Stati Uniti dei gesuiti, che comprende New Orleans, mentre un avvocato del querelante lo interrogava all’inizio di giugno.
Nel frattempo, una dichiarazione degli avvocati che rappresentano la querelante, che racconta di essere sopravvissuta allo stupro di Dickerson in un dormitorio della Loyola, ha dichiarato che Arrupe “non dovrebbe… essere canonizzato”. Il suo nome “dovrebbe essere rimosso da ogni edificio, onorificenza o qualsiasi altra cosa che attualmente onori”, si legge nella dichiarazione degli avvocati Richard Trahant, John Denenea e Soren Gisleson, tutti avvocati di numerose persone che hanno denunciato abusi sessuali da parte di membri del clero assegnati a istituzioni cattoliche a New Orleans, la seconda diocesi più antica della Chiesa negli Stati Uniti.
Un portavoce della provincia gesuita centrale e meridionale ha rifiutato di commentare, citando una politica che vieta la discussione di contenziosi pendenti. Né la Loyola né la diocesi di Shreveport, nella Louisiana nord-occidentale , dove Dickerson era stata assegnata durante il presunto stupro nel campus, hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.
“Un rischio scarso per l’ordinazione”
Arrupe fu superiore generale dei gesuiti per 18 anni a partire dal 1965. Il 20 dicembre 1977 gli fu inviata una lettera in cui esprimeva le sue preoccupazioni riguardo a parte del passato violento di Dickerson, circa quattro anni dopo che gli era stato attribuito il merito di aver concepito il mantra duraturo dell’ordine “uomini per gli altri” – che riassumeva lo zelo dei gesuiti per il servizio alla comunità – durante un discorso ai membri nella sua nativa Spagna.
La lettera di Thomas Stahel, confratello gesuita di Arrupe e all’epoca alto funzionario – o provinciale – della regione, che comprendeva New Orleans, racconta come Dickerson fosse appena partito per un ritiro spirituale durante il quale “fece delle avances sessuali a un ragazzo di 14 anni”. Il ragazzo, studente della scuola preparatoria del Brebeuf College, gestito dai gesuiti, a Indianapolis, lo raccontò ai suoi genitori, che a loro volta segnalarono Dickerson a Stahel.
La lettera di Stahel chiariva di credere al ragazzo perché era almeno il terzo bambino su cui Dickerson era stato accusato di aver inflitto abusi. A quel punto, Dickerson aveva accumulato una storia di “rapporti omosessuali palesi con due ragazzi del liceo, che aveva masturbato”, si leggeva nella lettera di Stahel.
Quando il loro cliente intentò una causa contro i gesuiti decenni dopo, Trahant, Gisleson e Denenea ottennero documenti dagli archivi regionali dell’ordine tramite accertamenti legali, che dimostravano che Dickerson aveva ammesso abusi avvenuti mentre studiava per diventare sacerdote ed era stato assegnato alla scuola superiore dell’ordine a New Orleans.
I gesuiti lo sottoposero a cure psichiatriche da febbraio a giugno del 1975 senza denunciarlo alle autorità civili per essere indagato come molestatore di minori. Questa era la consuetudine della Chiesa cattolica all’epoca, sebbene abbia riconosciuto che tale pratica era errata e abbia cercato di riformare i propri protocolli in casi simili, anche esortando i propri leader a essere trasparenti e a denunciare i trasgressori alle forze dell’ordine.
Dickerson completò il trattamento e ottenne la raccomandazione di un gesuita di nome Louis Lambert per essere ordinato sacerdote. Come disse Stahel, Lambert giustificò Dickerson, accusandolo di comportarsi in modo offensivo solo quando “si innervosiva”.
Tuttavia, dopo aver appreso di un terzo episodio di abusi attribuito a Dickerson al momento in cui scrisse la sua lettera, Stahel implorò Arrupe di rinviare almeno l’ordinazione, che era prevista per due giorni dopo Natale di quell’anno.
“Dickerson mi sembra un rischio basso per l’ordinazione”, disse ad Arrupe Stahel, noto anche per essere stato a lungo direttore della rivista America dei Gesuiti. “Non credo che possiamo, in coscienza, presentare Dickerson… come pronto per l’ordinazione”.
Successivamente i gesuiti rinviarono l’ordinazione di Dickerson – “fino a ulteriori accertamenti sulla sua idoneità”, con l’approvazione di Arrupe, secondo la lettera di Stahel del dicembre 1977 – e lo sottoposero nuovamente a cure psichiatriche nel 1978. Nel settembre 1978, Arrupe scrisse a Lambert, dicendo di aver ricevuto la perizia psichiatrica su Dickerson.
“Aspetterò ulteriori informazioni sul caso da parte di padre Stahel”, scrisse Arrupe.
Arrupe non compare in nessun altro documento finora esaminato dal Guardian e dalla WWL Louisiana.
Nel giugno 1979 e nel gennaio 1980, Stahel scrisse un paio di promemoria che descrivevano le conversazioni con Dickerson, che era stato un frate dell’ordine del Sacro Cuore prima di entrare nei gesuiti, secondo il sito web Bishop-Accountability.org . Nella prima conversazione, Dickerson affermò che “l’incidente del dicembre 1977” era stato “relativamente insignificante” e che il medico che lo aveva curato era d’accordo, scrisse Stahel.
Nella seconda conversazione, Dickerson affermò nuovamente di ritenere che lo stesso incidente fosse “relativamente insignificante”, scrisse Stahel. Ma, continuò Stahel, Dickerson capì che “tali incidenti hanno conseguenze di vasta portata, possono causare scandalo e, in breve, devono essere considerati gravi”.
Solo nel 1983 Arrupe si dimise dall’incarico di superiore generale della Compagnia di Gesù, come è formalmente conosciuto l’ordine. Aveva subito un ictus debilitante nel 1981.
Dopo l’ordinazione, Dickerson venne assegnato alla scuola superiore preparatoria all’università dell’ordine a Dallas.
Secondo il Dallas Morning News , i funzionari gesuiti non informarono i dirigenti del campus della loro conoscenza del fatto che Dickerson fosse un molestatore di minori. Il giornale attribuì tale circostanza a una deposizione resa da Philip Postell, un funzionario responsabile delle scuole della regione, nel contesto di un contenzioso per abusi del clero avviato molti anni dopo.
Nel luglio 1981, Stahel ricevette una lettera da Postell che lo informava che Dickerson era stato espulso dalla scuola preparatoria del college gesuita di Dallas. I genitori di un bambino avevano denunciato un’accusa contro Dickerson alla scuola, il cui preside aveva scoperto i vari episodi di abuso precedenti, come riportato dal Dallas Morning News.
L’accusa dei genitori era solo una delle numerose denunce di abusi su minori mosse contro Dickerson durante la sua permanenza a scuola. Postell, che è stato presidente della scuola preparatoria del college gesuita di Dallas dal 1992 al 2011, ha infine ammesso sotto giuramento che avrebbe dovuto denunciare Dickerson alle forze dell’ordine a quel punto, secondo il Morning News. Ma i leader gesuiti hanno semplicemente trasferito Dickerson circa 320 chilometri a est, nella Cattedrale di San Giovanni Berchmans a Shreveport, in Louisiana.
Durante il suo incarico alla St. John, Dickerson visitava spesso la Loyola di New Orleans, dove aveva frequentato gli studi universitari e post-universitari, come avrebbe poi affermato in tribunale l’attore rappresentato da Trahant, Gisleson e Denenea. L’attore ha raccontato di essere stato ammesso anticipatamente alla Loyola nell’agosto del 1984 all’età di 17 anni e di aver incontrato Dickerson poco dopo l’inizio del suo primo anno.
Dickerson iniziò presto a invitare il querelante a cena ogni settimana, insieme ad altri preti. La situazione presumibilmente degenerò in palpeggiamenti e stupri orali, anche dietro una sacrestia. Il querelante avrebbe poi dichiarato nella sua causa di essere stato infine violentato da Dickerson in una stanza del dormitorio.
I gesuiti si liberarono finalmente di Dickerson dopo che la chiesa di Shreveport a cui era assegnato ricevette una lettera nel 1986 da una famiglia che lo denunciava per aver “toccato e palpato” il figlio in modo inappropriato, come riportato dal Dallas Morning News. Era ormai almeno la settima accusa documentata contro Dickerson, senza contare lo studente minorenne della Loyola New Orleans, che si fece avanti dopo molti anni.
Un funzionario gesuita che si occupava della settima denuncia nota contro Dickerson redasse un promemoria per i colleghi in cui insisteva sul fatto che il sacerdote accusato meritava “di ricevere il beneficio del dubbio”.
“Dovremmo procedere con molta cautela su un caso del genere”, ha scritto il funzionario, Edmundo Rodriguez, nel promemoria. “Per quanto riguarda la possibilità di una messa in scena, per quanto remota”, ha aggiunto il promemoria, la discussione su Dickerson dovrebbe essere limitata solo a “questo caso particolare”. Nulla dovrebbe essere discusso pubblicamente, data “la delicatezza del materiale”, ha aggiunto Rodriguez.
Rodriguez suggerì inoltre ai gesuiti di fornire a Dickerson 10.000 dollari per le spese di sostentamento nel corso dell’anno successivo, soprattutto finché la questione era in sospeso.
Dickerson, da parte sua, si dimise meno di una settimana dopo, affermando che lo faceva per “la sua pace e il bene della Compagnia di Gesù”.
“Sono grato alla società per ciò che ha fatto per cercare di aiutarmi”, incluso l’invio a “terapia psicologica intensiva” presso la Foundation House di Jemez Spring, nel New Mexico, ha scritto Dickerson nelle sue dimissioni. “Ora è chiaro che queste misure non sono state sufficienti a impedirmi di cadere in problemi che diventano di pubblico dominio e rischiano di danneggiare seriamente la Compagnia di Gesù e la Chiesa.
“Apprezzo la vostra disponibilità a sospendere il giudizio sulla questione della colpevolezza morale e a riconoscere i miei sinceri sforzi per superare le mie tendenze.”
‘Spaventoso’
I gesuiti hanno rivelato nel dicembre 2018 che Dickerson era accusato in modo credibile di molestie sessuali su minori. Quell’anno, lo hanno incluso in una lista pubblicata di oltre 40 sacerdoti e altri membri dell’ordine che erano stati oggetto di accuse di molestie su minori ritenute credibili mentre lavoravano in quella che oggi è considerata la provincia centrale e meridionale dell’ordine negli Stati Uniti.
I funzionari gesuiti pubblicarono quell’elenco pochi mesi dopo che un rapporto della giuria popolare della Pennsylvania aveva stabilito che gli abusi da parte del clero cattolico in quello stato erano più diffusi di quanto si pensasse inizialmente, creando pressioni su gruppi come i gesuiti affinché fossero trasparenti riguardo ai molestatori al loro servizio.
Dickerson – che, secondo i registri pubblici, aveva trascorso un periodo in Nebraska dopo la sua carriera gesuita – è morto all’età di 80 anni nell’agosto 2016, circa 25 anni dopo la morte di Arrupe.
Nel giugno 2024, l’ex studente della Loyola di New Orleans, presumibilmente abusato da Dickerson, fece causa all’università, ai gesuiti e alla diocesi cattolica di Shreveport per danni. Lo fece quasi subito dopo che la Corte Suprema della Louisiana aveva confermato temporaneamente una legge che consentiva ai cittadini dello Stato di intentare causa per ottenere un risarcimento per abusi sessuali, indipendentemente da quanto tempo prima fossero avvenuti.
La causa era irrisolta fino a giovedì, con gli imputati che cercavano in generale di contestare la validità della legge che consentiva all’attore di presentare un’istanza di risarcimento danni contro di loro. Hanno anche sostenuto che le accuse contro Dickerson esulavano dall’ambito e dall’attività del suo ministero.
Ciononostante, almeno un gesuita ha chiarito di non essere orgoglioso di come l’ordine ha gestito Dickerson. Quel funzionario è John Armstrong, segretario aggiunto della provincia centrale e meridionale dei gesuiti, che ha rivelato che Dickerson era un predatore di bambini.
Armstrong raccontò di aver partecipato a una riunione su Dickerson nel 1976, dopo che l’ordine si era reso conto che rappresentava un problema. Raccontò di aver poi dovuto lavorare nelle vicinanze di Dickerson a New Orleans a metà degli anni ’80 e di aver detestato quell’esperienza, anche se, per quanto ricordava, avevano interagito solo una volta.
Sotto giuramento, Armstrong ha confermato che i gesuiti non avrebbero avuto bisogno di permettere a Dickerson di essere presente in nessuna delle loro istituzioni, come la Loyola, dove Dickerson avrebbe abusato del querelante, se lo avessero estromesso o consegnato alle forze dell’ordine.
Riferendosi al modo in cui i gesuiti trattarono Dickerson nel corso della sua carriera, Armstrong disse di ritenere che fosse “spaventoso che la cosa fosse gestita in quel modo”.
“È stato spaventoso che sia successo”, ha detto Armstrong. “Mi dispiace molto per le persone che sono state vittime di [Dickerson], e non riesco a capire come, dopo quel primo incidente… gli sia stato permesso di andare oltre”.
42001 ROMA-ADISTA. Padre Sauro De Luca, gesuita, morto nel 2012 all’età di 85 anni, è stato accusato da almeno cinque donne di abusi sessuali, perpetrati in vari luoghi d’Italia quando erano minorenni. Il prete, infatti, dal 1967 al 1998 è stato il responsabile nazionale del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, ossia il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del papa, l’opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù «che accompagna bambini e ragazzi, dalla terza elementare fino alla fine del tempo universitario, lungo un cammino integrato di formazione umana e spirituale», come si legge sul comunicato inviato dall’attuale responsabile, p. Renato Colizzi. Non solo: p. De Luca è stato anche superiore dei gesuiti dell’Aquila e rettore del Collegio universitario d’Abruzzo tra il 1999 e il 2005, e ha seguito nella formazione spirituale gruppi di famiglie e guide Agesci. Un personaggio dipinto dalle cronache dell’epoca come dinamico ed entusiasta, caratterizzato da «un amore infinito verso i piccoli, grande senso missionario e cuore dilatato verso il mondo» (ilcentro.it, 8/6/12)
I fatti, che sembrano affidati a tavolino a due testate come Avvenire e Repubblica il 25 settembre, con tanto di interviste rilasciate da p. Colizzi, che ha diffuso un comunicato su tutta la vicenda, si sarebbero verificati negli anni ‘90, quando le vittime avevano tra i 14 e i 16 anni, nel contesto di incontri spirituali personali, e in alcuni casi sarebbero durati a lungo. Mentre però tre di esse hanno deciso di denunciare lo scorso marzo, si scopre che le prime due vittime avevano già raccontato i fatti criminosi subìti nel 2010, 14 anni fa, quando sulla scia degli scandali di pedofilia in tutto il mondo i Gesuiti si dotarono di un responsabile per gli abusi e quando De Luca era ancora vivo: la cosa però restò tutta interna al Meg, venne risolta con discrezione, con un’indagine del delegato, la confessione dell’abusatore, misure restrittive e un trasferimento da Pescara a Gallarate dove, si legge nel comunicato, visse «da recluso» e morì due anni dopo.
Ma lo stesso Colizzi è consapevole delle carenze nell’azione della Compagnia di Gesù, perché già negli anni Duemila le voci sugli abusi di p. De Luca erano circolate: «Siamo consapevoli che non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato», aggiunge su Avvenire. È evidente che le segnalazioni orali dell’epoca «sono state sottovalutate perché non ci risulta ad ora, da una prima indagine, che sia stato fatto qualcosa per appurare o capire meglio la vicenda». «A lungo, abbiamo risposto alle richieste di chi si palesava, mettendo, però, in primo piano, la tutela dell’istituzione. Questo istinto ci porta, a volte, anche inconsciamente, a minimizzare, ignorare, autoassolverci». Stavolta, almeno nelle intenzioni, c’è la “nuova” volontà di «essere noi a rivolgerci a eventuali vittime-sopravvissute di cui non sappiamo niente perché, con la loro testimonianza, quando e come vorranno darla, ci consentano di fare emergere la verità».
«Voglio innanzitutto chiedere perdono alle vittime/sopravvissute e alle loro famiglie e dirvi che per noi del Centro Nazionale, che abbiamo la responsabilità del Movimento, è molto penoso prendere atto di tutto questo. Ci tocca profondamente il dolore di chi ha subito abusi e, anche se consapevoli che nulla basterà a rimarginare pienamente la ferita, ci sta a cuore fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per accogliere, ascoltare e assistere chi lo vorrà». È quanto si legge nel comunicato di Colizzi, diffuso sul sito dei gesuiti. «La sofferenza segnalata è per noi un appello urgente ad un “cammino di verità” sulla nostra storia e sulla nostra identità, senza il quale la nostra missione educativa oggi perderebbe di significato». Poiché, data l’estensione temporale e geografica del ministero di De Luca, si sospetta che possano esserci altre vittime, «come Centro Nazionale e, in accordo con il Provinciale dei gesuiti (p. Roberto Del Riccio, ndr) siamo quindi arrivati alla decisione di aprire una fase di ascolto di chiunque abbia qualcosa da dire in proposito, per conoscere se eventuali altri fatti si sono verificati nel passato, recente e no, del Movimento».
L’impressione è che questa volta i gesuiti – a differenza di quanto avvenuto con il caso Rupnik – vogliano dare pubblicamente l’impressione di “fare le cose per bene”: hanno nominato «una delegata per questo “cammino di verità” nella persona della dott.ssa Grazia Villani» – definita «indipendente dalla Compagnia di Gesù e dal Movimento», ma con un curriculum interno al Vaticano, con più di 20 anni presso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita – la quale sarà coadiuvata dall’Associazione METER di don Fortunato Di Noto (anche lui personaggio istituzionale, presente anche nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo). Villani si dedicherà «all’ascolto di chiunque ritenga di aver subito, quando era minorenne, qualsiasi forma di abuso nel corso delle attività del MEG, oppure di chi sia a conoscenza di fatti simili». «Sarà nostra cura – prosegue Colizzi nel comunicato – garantire la riservatezza delle informazioni e delle testimonianze e, nello stesso tempo, assicurare che verranno prese le misure necessarie anche attraverso gli strumenti giuridici più adeguati. Inoltre, in questa fase di primo ascolto, si potrà individuare insieme alle vittime, anche il tipo di supporto opportuno che il Movimento potrebbe offrire». Poi, la delegata redigerà un report «che ci consentirà di rendere noti al Movimento, tutelando la riservatezza, gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza». Come è ovvio, si affronta anche il tema dei risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano», ha detto Colizzi a Repubblica.
Padre Sauro De Luca ha molestato sessualmente almeno cinque ragazze minorenni in varie parti d’Italia. Ma il numero di vittime dei suoi abusi potrebbe essere più alto. Bolognese, dal 1967 al 1998 è stato responsabile del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile. Ovvero l’organismo della Compagnia del Gesù che si occupa della formazione dei giovani. Oggi ha 2.500 iscritti. De Luca, in quanto responsabile, ha girato l’Italia per visitarne le numerose sezioni. E qui sono cominciati gli abusi.
Le vittime
Le vittime avevano 14-16 anni negli Anni Novanta. «Hanno subito una grandissima ferita», dice oggi a Repubblica padre Renato Colizzi, l’attuale direttore del Meg che ha deciso di avviare un «cammino di verità» su tutta la vicenda: «Un disagio enorme che ha richiesto, dopo una fase di rimozione, anni di psicoterapia, rielaborazione, un percorso di coscientizzazione». Nel 2010 due delle vittime hanno deciso di raccontare tutto. «Il delegato ha potuto avviare indagini, padre De Luca confessò, accettò le misure restrittive, venne trasferito da Pescara all’infermeria di Gallarate, dove morì due anni dopo per tumore», racconta padre Colizzi. Il sacerdote ha vissuto i suoi ultimi due anni «recluso». A marzo 2024 altre tre sopravvissute hanno contattato i gesuiti. E hanno parlato di altri abusi. Lasciando il sospetto che possano essercene altre.
Violenza carnale
Nei racconti delle cinque è emerso che non c’è stata violenza carnale. Ma Colizzi spiega: «Appena abbiamo stabilito un contatto, abbiamo scelto di mettere al centro la loro sofferenza, e di aprire un canale con coloro che ancora non si erano fatte avanti. Vorrei quindi rivolgere un appello, invitando chiunque abbia subito abusi nel Meg o sia a conoscenza di fatti simili a prendere contatto con la nostra delegata, la dottoressa Grazia Villani», una persona che da anni si occupa di abusi nella Chiesa. E che sarà coadiuvata dall’associazione Meter di don Fortunato di Noto. I gesuiti prendono anche in considerazione la possibilità di risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano».
Il report
La Compagnia del Gesù intende pubblicare un report su padre De Luca e i suoi abusi. «Mi sono state riferite segnalazioni orali risalenti agli anni Duemila che probabilmente sono state sottovalutate. Perché non ci risulta ad oggi, da una prima indagine negli archivi, che si sia fatto qualcosa per capire meglio cosa stesse accadendo all’epoca. Un capitolo del report dovrà quindi riguardare la responsabilità della Compagnia di Gesù», spiega il gesuita. «Vogliamo vivere questa fase di ascolto come un cammino di verità, perché la verità è il primo passo di un possibile processo di guarigione e liberazione», dice. «Per le vittime, e per noi».