Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: giada vitale

  • Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Intervento di Federico Tulli

    Buonasera, vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante appuntamento.

    Poco più un anno fa, il 17 dicembre 2019, il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui casi di pedofilia trattati dal Vaticano che riguardano i sacerdoti. Le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale possono quindi ora accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Ma non solo. Probabilmente l’eliminazione del segreto pontificio segna anche una svolta a livello di comunicazione su temi “sensibili” che riguardano gli affari interni alla Santa Sede. Penso ad es. la decisione di rendere pubblico il dossier sul cardinale MacCarrick di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Lo definirei un effetto collaterale dell’eliminazione segreto pontifico. Eliminazione che è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione della Santa sede con le istituzioni straniere e internazionali, e può avere importanti conseguenze in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione dei crimini è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

    Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Riguardava (cito) “taluni affari di maggiore importanza” e doveva “essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, che in caso di violazione c’era la scomunica. Tra questi “affari di maggiore importanza” secretati c’erano diversi reati, tra cui la violenza su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse mai informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i nomi dei pedofili giudicati dai giudici vaticani potessero rimanere “sconosciuti” a quelli laici. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, tornano quasi sempre a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Come del resto è stato documentato da decine di inchieste governative e miste Stato-Chiesa nell’ultimo decennio in Irlanda, Germania, Usa, Olanda, Belgio, Auystralia etc… Insomma, la segretezza è stata per decenni – se non per secoli, dall’Inquisizione in poi – una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo la Santa Sede ha posto rimedio.

    Un’altra matrice della diffusione della pedofilia “ecclesiastica” è stata ed è la “ragion di Stato”.

    Mi spiego meglio con un esempio veloce:

    Il 9 aprile 2010 – anno in cui le notizie su questi crimini iniziarono finalmente ad essere pubblicate con regolarità anche in Italia – il Washington Post scoprì che nel 1985 il cardinale Ratzinger (allora pref. della Cdf) aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato minori. La replica della Santa Sede fu immediata: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso», ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nella lunga inchiesta il WP ricostruisce che, in una lettera scritta in latino al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger decise di non rimuovere il sacerdote. Una scelta che il futuro Papa motivò scrivendo testualmente «per il bene della Chiesa universale». E cosa vuol dire tradotto in termini più terreni? Per evitare lo scandalo pubblico. Di qui la “ragion di Stato”.

    Per decenni in nome della “ragion di Stato” e protetto dal segreto pontificio un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità e silenzio impossibili – umanamente – da accettare. Va detto però che se il segreto pontificio è stato eliminato, non si può dire altrettanto della ragion di Stato.

    Tutto questo riguarda molto da vicino l’Italia e non solo per motivi geografici. Sul settimanale Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera, per primi e finora unici giornalisti grazie alla collaborazione di rete L’Abuso abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi in Italia e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne.

    «Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice e il notaio della Curia di Termoli. Il notaio lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi disse che il giudice ecclesiastico voleva una copia della mia denuncia alla procura italiana. E già questo fa capire in che modo lavora la giustizia ecclesiastica nei confronti delle presunte vittime. Inoltre Giada affrontò da sola l’interrogatorio, cioè senza avvocato, perché in questi processi può essere presente solo quello scelto dalla curia, anche per il testimone. E lei lo ha giustamente rifiutato. «Il giudice cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione sono passati circa 5 anni e Giada non ha mai saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Grazie all’abolizione del segreto pontificio altre vittime, diversamente da Giada, potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico? Stando alle dichiarazioni della Santa Sede la risposta è sì e sarebbe già qualcosa in favore delle vittime, perché certe informazioni potrebbero tornar loro utili durante il processo penale e civile italiano. Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili italiane. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio però non sposta nulla. Potrei dire, non per colpa del papa. Difatti la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali, e i vescovi che pubblici ufficiali non sono continuano a fare quello che hanno sempre fatto: cioè a non denunciare all’autorità civile i preti sospettati. Questione ribadita anche dalla Conferenza episcopale italiana quando ha spiegato perché non ha inserito l’obbligo di denuncia nelle linee guida antipedofilia.

    Se a questo si aggiunge che anche il Nuovo Concordato del 1985 tra Stato italiano e Santa sede all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, ecco che restano irrisolti tutti i nodi che da sempre limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana quando ci sono di mezzo dei preti con il rischio di interferire con l’esercizio dell’azione penale nei confronti di quelli sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso.

    L’eliminazione dell’art. 4 dal Concordato non sarebbe cosa da poco. Lo dicono anche i casi censiti da Rete L’Abuso e le statistiche che Francesco Zanardi ha comunicato durante il suo intervento. Personalmente ho dedicato un intero libro all’Italia ricostruendo la storia della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 al 2014.

    Da quando nel 2010 ho scritto il mio primo libro per L’Asino d’oro su questi temi ho avuto modo di parlare con centinaia di vittime. La vita di molte di loro prosegue in funzione dell’ottenimento di una giustizia per quanto subito. C’è chi – come i presenti – ha fondato un’associazione trasformando la propria vicenda personale in una battaglia collettiva di civiltà. Uno dei punti di forza del loro impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – secondo me sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro una persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino, una sorta di omicidio psichico.

    Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è trattato ancora solo come un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, una violazione del sesto comandamento. Di conseguenza il peccatore deve risponderne solo a chi rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Ebbene di tutto questo non tengono conto i miei colleghi giornalisti italiani quando devono riportare delle notizie che riguardano presunti crimini su minori commessi in ambito ecclesiastico; e nemmeno ne tiene conto lo Stato italiano mantenendo in vita il Concordato, sebbene dal 1996 la legislazione in materia di reati a sfondo “sessuale” sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche non solo è facile  immaginarlo ma è stato – purtroppo – documentato.

    Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Per lo meno in Italia non basta . Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano, gli uomini di Chiesa, le istituzioni italiane e i grandi organi di stampa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Ma ciò significherebbe per dei credenti negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana. Un potere temporale che lo Stato italiano e i media italiani fanno ancora fatica a disconoscere.

    Federico Tulli

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  • Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Discurso de Federico Tulli

    Buenas noches, gracias por la invitación a participar en esta importante cita.

    Hace poco más de un año, el 17 de diciembre de 2019, el papa por fin quitó el secreto pontificio sobre los casos de pedofilia tratados por el Vaticano en relación con los sacerdotes. Las magistraturas civiles de todos los países afectados por este fenómeno criminal ahora pueden acceder a los documentos de los juicios canónicos y a los archivos de las diócesis. Pero no solo. Probablemente la eliminación del secreto papal también marca un punto de inflexión a nivel de la comunicación sobre cuestiones “sensibles” relativas a los asuntos internos de la Santa Sede. Pienso, por ejemplo, la decisión de hacer público el dossier sobre el cardenal MacCarrick, del que tanto se ha hablado en los últimos meses.

    Yo lo llamaría un efecto secundario de la eliminación del secreto pontificio. Esta eliminación es, sin duda, una señal importante en la dirección de la transparencia y la colaboración de la Santa Sede con instituciones extranjeras e internacionales, y puede tener importantes consecuencias a favor de las víctimas en espera de justicia. Pero desde el punto de vista de la prevención del delito es bueno decir de inmediato que no mueve nada. Vayamos en orden.

    El secreto pontificio fue codificado en el documento “Secreta continere” de Paulo sexto el 4 de febrero de 1974. Se refería (cito) “ciertos asuntos de mayor importancia” y tenía que “ser guardado con seria obligación”. Es decir, en caso de violación habia excomunión. Entre estos “asuntos de mayor importancia” ocultados se encuentraban varios delitos, incluyendo el abuso infantil. Esto significó, por ejemplo, que la víctima de un sacerdote pedófilo sometido a juicio canónico nunca viniera informada del resultado del juicio. Pero también que los nombres de los pedófilos juzgados por los jueces del Vaticano podrían permanecer “desconocidos” para los seculares.

    Con evidentes consecuencias, lamentablemente, sobre la incolumidad de decenas de miles de menores en todo el mundo, ya que los sacerdotes pedófilos, una vez finalizado el período de oración y penitencia previsto como sanción por su “pecado”, casi siempre vuelven a ejercer en las parroquias, a enseñar en escuelas religiosas, a asistir a oratorios, campamentos de scouts, etc. Como de hecho ha sido documentado por docenas de investigaciones gubernamentales y mixtas de la Iglesia y el Estado en la última década en Irlanda, Alemania, Estados Unidos, Holanda, Bélgica, Australia, etc. En resumen, el secreto ha sido durante décadas, si no siglos, de la Inquisición en adelante, una de las matrices de la propagación de la pedofilia clerical en el mundo. Ahora, con la máxima culpa y sin precedentes, al menos esto ha sido remediado por la Santa Sede.

    Otra matriz de la difusión de la pedofilia “eclesiástica” fue y es la “razón de Estado”.

    Déjenme explicar mejor con un ejemplo rápido:

    El 9 de abril de 2010, año en el que finalmente comenzaron a publicarse regularmente noticias sobre estos crímenes también en Italia, el Washington Post descubrió que en 1985 el cardenal Ratzinger (entonces prefecto de la Congregación por la Doctrina de la Fe) había desaconsejado reducir al estado laico a un sacerdote de California quien había molestado sexualmente a menores. La respuesta de la Santa Sede fue inmediata: el entonces prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe “no cubrió el caso”, sino que sólo pidió estudiarlo con “mayor atención” por “el bien de todas las personas involucradas”. En una larga investigación, el Washington Post reconstruye que, en una carta escrita en latín al obispo John Cummins, de la diócesis de Oakland, Ratzinger decidió no remover al sacerdote. Una elección que el futuro Papa motivó escribiendo textualmente “por el bien de la Iglesia universal”. ¿Y qué significa cuando se traduce a términos más terrenales? Para evitar el escándalo público. De ahí la “razón de estado”.

    Durante décadas en nombre de la “razón de Estado” y amparado por el secreto papal, un crimen muy violento contra los seres humanos más indefensos fue sepultado bajo un manto gigantesco y extendido de silencio y complicidad imposible -humanamente- de aceptar. Sin embargo, hay que decir que si se ha eliminado el secreto pontificio, no puede decirse lo mismo de la razón de Estado.

    Todo esto concierne muy de cerca a Italia y no solo por razones geográficas. En el semanario Left, y luego en el libro “Giustizia divina” con Emanuela Provera, fuimos los primeros y hasta ahora los únicos periodistas, gracias a la colaboración de la red L’Abuso, en haber perforado el mencionado manto antes mencionado que pesa sobre los tribunales eclesiásticos esparcidos en Italia y presentes en cada una de las más de 220 diócesis. Aquí hay un extracto de la historia de Giada Vitale, una víctima de 13 años de un sacerdote de 55 años.

    “Éramos tres en la sala: yo, el juez y el notario de la Curia de Termoli. Yo ya conocía al notario, porque antes de la audiencia me dijo que el juez eclesiástico quería una copia de mi denuncia a la fiscalía italiana. Y esto ya nos hace comprender cómo funciona la justicia eclesiástica hacia las presuntas víctimas. Además, Giada enfrentó el interrogatorio sola, es decir sin abogado, porque en estos juicios sólo puede estar presente el elegido por la curia, incluso para el testigo. Y ella lo rechazó con razón. “El juez trató de hacerme decir que sentía afecto por mi violador, pero yo solo quise señalar que tenía trece años cuando comenzaron los abusos”. Han pasado aproximadamente 5 años desde la audición y Giada nunca ha sabido nada oficialmente. “Nunca me comunicaron el resultado del juicio ni sé cómo se utilizaron mis declaraciones”.

    Gracias a la abolición del secreto pontificio, otras víctimas, a diferencia de Giada, ¿podrán a partir de ahora conocer el desenlace del juicio canónico? Según las declaraciones de la Santa Sede, la respuesta es sí y ya sería algo a favor de las víctimas, porque ciertas informaciones podrían serles útiles durante el juicio penal y civil italiano. Pero lo que quizás debería interesarnos más es la posibilidad de colaboración de las autoridades eclesiásticas con las autoridades civiles italianas. Desde este punto de vista, el “punto de inflexión” de Bergoglio, sin embargo, no mueve nada. Podría decir, sin culpa del papa. De hecho, la ley italiana -a diferencia de la francesa, por ejemplo- para delitos de este tipo establece la obligación de denunciar solo para los funcionarios públicos, y los obispos que no son funcionarios públicos siguen haciendo lo que siempre han hecho: es decir, no denunciar a los sacerdotes sospechosos a las autoridades civiles. Esta cuestión también fue reiterada por la Conferencia Episcopal Italiana cuando explicó por qué no incluía la obligación de denunciar en las directrices contra la pedofilia.

    Si a esto le sumamos que incluso el Nuevo Concordato de 1985 entre el Estado italiano y la Santa Sede en el artículo 4 libera a los obispos de la obligación de colaborar con la autoridad civil, he aquì que quedan sin resolver todas las cuestiones que desde siempre limitan severamente las investigaciones del Poder judicial cuando hay sacerdotes involucrados con el riesgo de interferir en la persecución de los sospechosos de pedofilia y de “superiores” que, al trasladarlos de parroquia en parroquia, les permiten mantenerse en contacto con menores y repetir el abuso.

    La eliminación del art. 4 del Concordato no sería un asunto trivial. Lo dicen también los casos relevados por Red L’Abuso y las estadísticas que comunicó Francesco Zanardi durante su intervención. Personalmente, he dedicado un libro completo a Italia reconstruyendo la historia de la pedofilia en la Iglesia italiana desde 1870 hasta 2014.

    Desde que escribí mi primer libro para L’Asino d’oro sobre estos temas en 2010, he tenido la oportunidad de hablar con cientos de víctimas. La vida de muchas de ellas transcurre en función del obtenimiento de una justicia por lo sufrido. Hay quienes, como los presentes, fundaron una asociación transformando su historia personal en una batalla colectiva de civilización. Una de las fortalezas de su compromiso civil -quizás la más importante por ser inexpugnable- a mi juicio radica en haber entendido que el verdadero “enemigo” a combatir está en el pensamiento que aún hoy niega la violencia sufrida por el niño. Ese pensamiento que confunde un delito (muy violento contra una persona) con el pecado. De hecho, sabemos por el psiquiatra Fagioli que la pedofilia es la anulación de la realidad humana del niño, una especie de asesinato psíquico.

    Sin embargo, incluso en la Iglesia del Papa Francisco el abuso, es decir, “el acto sexual de un clérigo con un menor”, todavía se trata solo como un crimen contra la moral, una ofensa contra Dios, una violación del sexto mandamiento. En consecuencia, el pecador debe responder sólo a quienes representan al Altísimo en la Tierra (el papa), y no a las leyes de la sociedad civil a la que pertenece. Pues bien, mis compañeros periodistas italianos no tienen en cuenta todo esto cuando tienen que informar noticias sobre presuntos delitos contra menores cometidos en el ámbito eclesiástico; El Estado italiano tampoco lo tiene en cuenta al mantener vivo el Concordato, aunque desde 1996 la legislación sobre delitos “sexuales” contra niños (y mujeres) ha avanzado enormemente. Las consecuencias que esta ceguera de nuestras instituciones tiene sobre la incolumidad de los niños que asisten a parroquias, oratorios, seminarios menores y escuelas católicas no solo es fácil de imaginar sino que, lamentablemente, ha sido documentado.

    Entonces, en conclusión, la abolición del secreto pontificio es buena, porque de alguna manera puede facilitar la acción del poder judicial civil, pero no es suficiente. Al menos en Italia no es suficiente. Seria necesario un salto de paradigma cultural que llevaría al Vaticano, a los hombres de Iglesia, a las instituciones italianas y a los grandes órganos de prensa a “ver” la violación por lo que es: un crimen muy violento que destruye la vida de quienes la padecen. Pero esto significaría que los creyentes negarían el Sexto Mandamiento, una de las piedras angulares del poder religioso y político de la Iglesia católica y apostólica romana. Un poder temporal que el Estado italiano y los medios italianos todavía luchan por desconocer.

  • Condanna su don Marino, le motivazioni: «Chiederemo nuove indagini al Pm per i fatti archiviati»

    Condanna su don Marino, le motivazioni: «Chiederemo nuove indagini al Pm per i fatti archiviati»

    ROMA. Potrebbe riaprirsi ancora una volta la vicenda degli atti sessuali commessi da don Marino Genova ai danni di Giada Vitale. Sono state depositate le motivazioni della sentenza della Suprema corte di Cassazione che ha confermato la condanna per don Marino Genova a 4 anni e 10 mesi, già decretata in corte d’Appello a Campobasso.

    A illustrarci i tratti salienti è stato l’avvocato Francesco Stefani, del foro di Firenze. Lo scorso 18 settembre era stato questo il dispositivo reso noto dagli ermellini: «La terza sezione della Cassazione penale (altro…)

  • Il fallimento della chiesa italiana nel contrasto alla pedofilia riassunto in un video messaggio del 2014

    Il fallimento della chiesa italiana nel contrasto alla pedofilia riassunto in un video messaggio del 2014

    Era il 2014 quando quel gruppetto di vittime italiane di preti pedofili che da qualche anno si era riunito per creare quella che oggi è la Rete L’ABUSO, in prima persona, mettendoci la faccia, volle cogliere positivamente l’appello di tolleranza zero di Papa Francesco dandogli fiducia, qualcuno persino la speranza.

    Decisero così di fare un video appello che in pochi giorni finì prima sui principali media nazionali, poi persino negli Stati Uniti. Nel 2020 nessuna delle vittime che vedrete nel video ha ancora ottenuto una risposta dalla chiesa, così abile nelle parole ma così inconcludente nei fatti.

    In ordine di apparizione: Giada Vitale; Erik Zattoni; Arturo Borrelli; Mirko Gabossi; Alessandro Vavassori; Roberto Nicolick; Salvatore Domolo; Francesco Zanardi; Julieta Añazco.

  • Don Marino Genova è stato arrestato: abusò della tredicenne Giada Vitale

    Don Marino Genova è stato arrestato: abusò della tredicenne Giada Vitale

    Per don Marino Genova, l’ex sacerdote di Portocannone, si sono aperte le porte del carcere. Il religioso, condannato a quattro anni e dieci mesi di reclusione per violenza sessuale e abusi a danno dell’ex parrocchiana all’epoca tredicenne, Giada Vitale, è stato arrestato in esecuzione della sentenza definitiva. Si chiude così una delle vicende più tristi della cronaca degli ultimi anni.

    “Non si è mai contenti quando una persona va in carcere – commenta al Tgr, Giada Vitale, la vittima  – non avevo desiderio di vendetta (altro…)

  • Caso Giada Vitale, cassazione conferma condanna a Don Marino Genova

    Caso Giada Vitale, cassazione conferma condanna a Don Marino Genova

    Caso Giada Vitale, cassazione conferma condanna a Don Marino Genova

  • La Cassazione ‘chiude’ il caso Giada Vitale: condanna confermata per l’ex parroco di Portocannone

    La Cassazione ‘chiude’ il caso Giada Vitale: condanna confermata per l’ex parroco di Portocannone

    Respinto il ricorso in Cassazione presentato dall’ex parroco di Portocannone, assistito dall’avvocato Carlo Taormina. Ieri la sentenza che ha confermato i 4 anni e 10 mesi di reclusione di carcere per don Marino Genova. “Giustizia parziale, sono contenta in parte”, ha commentato Giada Vitale, la ragazza che ha subìto per anni gli abusi sessuali.

    La Cassazione ha confermato la sentenza di appello (del maggio 2019) che condannava don Marino Genova, il parroco di Portocannone, per gli abusi sull’allora minorenne Giada Vitale. In primo grado, con sentenza del 3 ottobre 2017, invece l’ex sacerdote era stato condannato a 6 anni.

    Confermati dunque i 4 anni e 10 mesi di reclusione, questa la condanna per il sacerdote e che si riferisce alle violenze sessuali perpetrate sulla ragazza quando aveva dai 13 ai 14 anni. Gli episodi avvenuti quando la stessa aveva dai 14 ai 17 anni di età invece furono archiviati dal Gip di Larino, provocando non poca indignazione.

    Questo il commento di Giada Vitale, affidato ai social, all’indomani della sentenza che le rende giustizia: “Dopo anni di grandi sofferenze e di offese ricevute da persone che mi avrebbero dovuta accogliere e supportare e che invece hanno tentato in tutti i modi di infangare la mia persona, la Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente questa storia indicando con pena passata in giudicato don Marino Genova colpevole. Sono contenta in parte e reputo che nei miei confronti sia stata fatta una giustizia parziale, ma accolgo questa prima vittoria come spinta per poter ancora combattere in altre sedi.

    Volevo ringraziare l’avvocato Giuseppe D’Urbano che mi ha difesa con impegno in primo e secondo grado di giudizio, i miei attuali avvocati Pietro Cirillo e Pasquale Mautone che hanno mostrato grande professionalità, la dottoressa Luisa D’Aniello che mi ha sempre sostenuta e incoraggiata ad andare fino in fondo, l’Onorevole Stefania Ascari che ha manifestato coraggio, competenza e grande interesse per la mia storia”.

    https://www.primonumero.it/2020/09/la-cassazione-chiude-il-caso-giada-vitale-condanna-confermata-per-lex-parroco-di-portocannone/1530630013/amp/

  • Abusi in sagrestia, il caso Giada Vitale finisce in Parlamento

    Abusi in sagrestia, il caso Giada Vitale finisce in Parlamento

    “Lui non è uno che va facendo sta roba con tutti quanti. Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Non è un criminale”. Così il vescovo di Larino, Gianfranco De Luca a Giada Vitale, nel 2014, giustificava la condotta del sacerdote don Marino Genova, in seguito condannato per violenza sessuale a danno della ragazza, proprio in relazione a quei fatti. Le parole del vescovo sono state riportate nella memoria allegata all’atto di interrogazione e depositata ieri, in parlamento, dall’onorevole Stefania Ascari, (altro…)

  • Accesso agli atti per le vittime di preti pedofili, il Vaticano non risponde

    Accesso agli atti per le vittime di preti pedofili, il Vaticano non risponde

    Tra le tante santissime menzogne del Vaticano, anche quella dell’accesso agli atti per le vittime dei preti pedofili.

    Una notizia clamorosa, ma che come per i tribunali per processare i vescovi insabbiatori; la Commissione minori “trasparente” nella quale inserì due vittime Marie Collins e Peter Saunders, così inefficiente ed inutile che la Collins lasciò contestandone l’inerzia, mentre Saunders venne addirittura allontanato; le promesse di aiuto alle vittime e la tolleranza zero; la promessa di cacciare e perseguire i preti pedofili che poi in realtà coprì, come nel caso di don Nicola Corradi, Carlo Capella, Josef Wesolowski, gli abusi in Vaticano sui chierichetti del papa ecc. anche quella di accedere agli atti che riguardano i processi per abuso sessuale, si sta rivelando l’ennesima papa-frottola.

    Dopo l’appello fatto da Bergoglio sull’abolizione del segreto pontificio e la possibilità per le vittime di accedere agli atti processuali canonici che le riguardano, più di uno dei nostri assistiti ha avanzato formale richiesta, tra questi anche Giada Vitale che proprio pochi giorni fa a “La vita in diretta” RAI1 ha anche denunciato (come accaduto in molti altri casi) che don Marino Genova, che abusò di lei quando aveva solo 13 anni, malgrado una condanna definitiva, non è mai stato dimesso dallo stato clericale.

    Ebbene, come ci confermano diversi nostri assistiti che hanno avanzato domanda di accesso, non solo non hanno ottenuto i documenti promessi, ma neppure gli hanno risposto.

    Differente la situazione per quanto riguarda l’Autorità Giudiziaria, alla quale, nei due casi ai quali la Rete L’ABUSO ha accesso, possiamo confermare che una risposta ci sia stata.

    C’è un però, ovvero, la Rete L’ABUSO assiste anche le vittime di quei due casi e possiamo affermare che i conti non tornano. Infatti, praticamente tutti i documenti depositati dai nostri assistiti prima o nel corso del procedimento canonico, non sono stati consegnati agli inquirenti che li hanno richiesti. Perché ?

    Tranne poche carte di nessuna importanza come la consacrazione del sacerdote e qualche altro appunto di poco valore, nulla di rilevante.

    Noi della Rete L’ABUSO siamo stati in grado di accorgerci dell’ammanco grazie ai nostri assistiti che non solo ci hanno confermato la presenza di loro scritti fatti in fase di audizione da parte dell’autorità ecclesiastica, ma in molti casi hanno depositato denunce e pagine di memoriali circostanziati contenenti i nominativi di altre presunte vittime. Tutto materiale di rilievo, che però manca all’appello.

    Ma la domanda cruciale al di la degli appelli fatti da uno Stato non più credibile come il Vaticano, quali garanzie ci sarebbero anche qualora consegnassero qualche carta in più ?

    Francesco Zanardi

  • Scoppia il caso degli archivi segreti sui pedofili, Giada violentata dal parroco chiede di visionare dossier

    Scoppia il caso degli archivi segreti sui pedofili, Giada violentata dal parroco chiede di visionare dossier

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – I primi nodi applicativi del Motu Proprio firmato qualche settimana fa da Papa Francesco per facilitare la trasparenza nella gestione dei processi relativi agli abusi sessuali, cominciano a venire al pettine. Con questo storico provvedimento il pontefice ha voluto togliere il segreto pontificio da tutti gli atti conservati negli archivi diocesani o della Congregazione della Fede (altro…)