Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    di Alessandro Rico

    L’annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.

    Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Padrick O’Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l’arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gòmez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.

    Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un’operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell’ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell’organo diretto dal cardinale O’Malley a mettere in rilievo che “le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione”. Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per “indagare i casi particolari”. Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.

    L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono “nel panico”, ribadendo la propria fiducia nell’onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito “inadeguata” l’evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel “giudicate da soli”, divenuto pochi giorni dopo “silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo”). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l’episcopato non avrebbe “assolutamente alcuna credibilità nell’affrontare questo argomento”. Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla,, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland,  oltre che da parte dell’ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all’abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell’ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l’ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l’inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.

    È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l’approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo – giustamente – più odioso per l’opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l’omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l’81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che “gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay”.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

    [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

    Di Marco Tosatti

    Mentre quotidianamente aumenta il numero dei vescovi, in particolare negli Stati Uniti, che chiedono al Pontefice regnante di dire una parola chiara sulla testimonianza dell’arcivescovo Viganò; e mentre – inspiegabilmente – non ha ancora avuto risposta la richiesta di udienza del presidente della Conferenza Episcopale USA, card. Di Nardo, Church Militant, un sito di cattolici Usa molto attivo e documentato ha scritto che è cominciata la caccia all’ex Nunzio da parte degli agenti della sicurezza della Santa Sede.

    Chi è interessato all’articolo può leggerlo QUI. Church Militant è particolarmente attiva in questo periodo, ed è a questo sito che si deve la denuncia dell’esistenza di una “pipeline” dalla Colombia agli Stati Uniti per importare sacerdoti rifiutati dai seminari del Paese perché omosessuali. Una connection che aveva il suo terminale a Newark, la sede di McCarrick.

    Vediamo che cosa scrive Church Militant.

    “Secondo fonti all’interno del Vaticano, la Segreteria di Stato della Santa Sede — sotto la direzione del cardinale Pietro Parolin — ha comunicato un’istruzione ai propri servizi di sicurezza interna ed esterna per utilizzare le proprie “risorse di intelligence” per individuare il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò. Questa richiesta è stata comunicata non solo al fine di prevenire ulteriori danni imprevedibili per l’immagine di Papa Francesco e la Santa Sede sulla scena mondiale, ma anche per ‘preparare il terreno’ per la prosecuzione dell’ex Nunzio per presunti crimini più contro la legge del Vaticano e della Chiesa.”

    L’urgenza con cui si ricerca il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò è tanto più palpabile poiché, secondo il canone 1507 del codice di diritto canonico e altre norme procedurali e penali della Santa Sede e dello stato della città del Vaticano, l’arcivescovo Viganò non può essere perseguito e tantomeno punito a meno che prima non gli sia data la possibilità di essere ufficialmente notificato per iscritto dei crimini specifici canonici che è sospettato di aver commesso, in modo da avere la possibilità di difendersi contro di essi.

    Come ha segnalato il prof. Roberto de Mattei (Corrispondenza Romana, 5 settembre), le accuse devono essere redatte in un libello accusatorius (denuncia penale canonica) per avere Viganò presumibilmente commesso spergiuro per aver forme di segreto di Stato in violazione  dell’istruzione “Secreta continere” sul segreto pontificio, emessa il 4 febbraio 1974 da John Cardinale Villot, Segretario di Stato di il Vaticano.

    Le norme specifiche di Secreta, che potrebbero essere  toccate, includono:

    Art. I-4 presunta divulgazione delle denunce extragiudiziali ricevuto da lui durante il suo servizio della Santa sede per quanto riguarda i reati contro la fede e morale e il sacramento della penitenza e il processo e la decisione relativi al trattamento di queste denunce per quanto riguarda Theodore McCarrick e altri religiosi a cui fa riferimento Viganò nella sua testimonianza e negli articoli di giornalisti ai quali l’arcivescovo è sospettato di avere diffuso le informazioni classificate;

    Art. I-7 presunta diffusione di segreti del Vaticano conosciuti in virtù del suo ufficio relativi alle nomine dei Vescovi, in particolare per quanto riguarda la nomina di Cdl. Blase Cupich come arcivescovo di Chicago, Illinois;

    Art. I-9 presunta divulgazione dell’ordine elettronicamente crittografato trasmesso dalla Segreteria di Stato all’arcivescovo Viganò per quanto riguarda la nomina di BP. Robert McElroy presso la sede di San Diego, California;

    Art. I-10 per la sua violazione di “business o questioni che sono così gravi in natura che sono vincolate al segreto pontificio dal Sommo Pontefice o un cardinale del Dicastero interessato.”

    Le notizie del Vaticano sull’uso delle sue vaste risorse internazionali per rintracciare e perseguire l’arcivescovo Viganò sono coerenti con le sue affermazioni a Aldo Maria Valli nel loro ultimo incontro: che Viganò “aveva acquistato un biglietto aereo,” che era “in viaggio all’estero”.

    Fin qui Church Militant.

    A questa ricostruzione così precisa possiamo aggiungere alcuni dettagli. Quando, mercoledì 22 agosto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò stava per lasciare la mia abitazione, dove avevamo riletto la testimonianza da lui preparata, e avevamo concordato la data di pubblicazione, (domenica, per dare tempo a spagnoli e inglesi di tradurre il testo), in maniera molto naturale gli chiesi: “E adesso dove se andrà, eccellenza?”. Mi rispose: “Non glielo dico, così quando glielo chiederanno non sarà obbligato a dire una bugia”. L’impressione che ricevetti è che sarebbe partito per l’estero. E anche questo sarebbe ragionevole. Il comandante dei Servizi di Sicurezza della Santa Sede, il generale Domenico Giani, proviene dai servizi italiani. È ben probabile che abbia rapporti con essi sia per ragioni d’ufficio che personali. Ed è quindi chiaro che una ricerca dell’arcivescovo sarebbe più agevole sul territorio italiano che altrove. Mons. Viganò mi disse che avrebbe spento il suo cellulare. E anche questo è ragionevole. Più volte abbiamo scritto, in base a informazioni di ottima fonte, che i telefoni e i servizi internet in Vaticano sono sotto controllo. Un controllo che – a quanto ci è stato detto – si estende anche ai cellulari di cui la Santa Sede è titolare, e forse anche a un raggio più ampio. Ora grazie al cellulare la localizzazione di una persona è cosa semplice. E la misura di precauzione primordiale è quella di spegnerlo. Fra l’altro, non dimentichiamo che mons. Viganò è stato Segretario dello Stato della Città del Vaticano, e che di conseguenza ha lavorato a stretto contatto con i Servizi di Sicurezza della Santa Sede (e ha esperienza del loro modus operandi), e con il generale Giani.

    [continua…]

    [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

  • IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    Bergoglio, che ha sempre parlato con tutti generando anche più di un equivoco, ora annuncia che non risponderà “ai cani selvaggi che cercano scandalo”. Ma quei “cani” sono il suo gregge: dagli arcivescovi ai fedeli, chiedono la verità

    di Mario Giordano

    Papa Francesco sceglie il silenzio. Nessuna risposta. Nessuna esternazione. Nessuna intervista. Nessuna chiacchiera in libertà. Niente di niente. Solo silenzio. Ebbene sì: il Pontefice più ciarliero della storia, quello che fino all’altro giorno sembrava disposto a concedersi anche all’inviato di Corse e Cavalli e Topolino Mese, quello che dialoga un giorno sì e l’altro anche con Eugenio Scalfari, che conversa amabilmente con i giornalisti trasformando l’aereo papale in bar sport, quello che telefona a chiunque, dall’edicolante sotto casa a Rita Pavone, disperdendo senza paura pillole di teologia via cavo, ebbene, proprio lui, all’improvviso ha scoperto che è meglio tacere.

    Che è un po’, con tutto il rispetto, come se Enrico Cuccia, un bel giorno, avesse cominciato a concedere un’intervista al giorno, chiedendo pure un posto fisso al Maurizio Costanzo Show.

    Per carità: meglio tardi che mai, penserà qualcuno, cui magari non è mai andata a genio l’abitudine di Francesco di andare a braccio, anche su temi delicati, aprendo la porta a mille interpretazioni e costringendo i suoi portavoce a mille precisazioni. Però. C’è un però: quest’invocazione silenzio casca, guarda caso, nel pieno dello scandalo sollevato su queste colonne da monsignor Carlo Maria Viganò: per la prima volta nella storia un (ex) nunzio apostolico chiede le dimissioni del Papa accusandolo di aver coperto gli abusi sessuali di un arcivescovo. Parole pesanti. Meditate. Pronunciate a testa alta e a viso scoperto. Parole che possono essere credute o no, ma che inevitabilmente pretendono una risposta. È vero o non è vero quello che dice il prelato? Ed ecco che il Papa, che ha sempre risposto a tutti, ma proprio a tutti, compresi quelli che gli domandavano “Sei felice di essere una star?” o “È vero che da piccolo volevi fare il macellaio?”, di fronte a una questione così importante, una questione che riguarda milioni di fedeli, perde all’improvviso la voce.

    “Dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo e divisione”, ha spiegato, l’unica strada da percorrere “è quella del silenzio e della preghiera”. Papa Francesco ci arriva commentando il Vangelo del giorno, quello di San Luca, in cui si parla di Gesù che torna a Nazareth e va a predicare in sinagoga. Tutt’altro che silenzioso, per altro. Infatti Nostro Signore legge un passo di Isaia, poi lo spiega, poi lo commenta, usando parole forti, poi risponde alle obiezioni che gli vengono poste. Alla fine quelli s’infuriano e lo portano su un monte per buttarlo giù. “Ma egli”, conclude San Luca, “passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Un versetto dopo, “sceso a Cafarnao”, Gesù ha già ripreso a insegnare. E dunque di nuovo a parlare. Dov’è, allora, tutto questo silenzio?

    Eppure, per il Papa, il messaggio fondamentale di questo passo del Vangelo è proprio questo. E cioè che Gesù “con il suo silenzio”, vince “il diavolo” che aveva seminato la menzogna nel cuore delle persone. Che poi “non erano persone, erano una muta di cani selvaggi che lo cacciarono fuori dalla città”. Difficile non vederci un riferimento alle vicende di questi giorni, con tanto di definizione non proprio soft per gli accusatori (“muta di cani selvaggi”). E difficile non vederci una manifestazione d’intenti del medesimo Francesco di fronte alle accuse: “Il silenzio di Gesù. Dire la sua e poi tacere. Perché la verità è silenziosa”. Questo evidentemente è quello che intende fare lui.

    Ora non ci metteremo certo a contestare il Papa e diamo per buono che la verità sia sempre silenziosa (ma allora ci può spiegare perché nel Vangelo a volte compaiono persino gli Angeli per annunciarla?), vorremmo solo, umilmente, far notare una piccola incongruità nel parallelismo: Gesù, come spiega lo stesso Francesco, prima dice la sua e poi tace. Ma prima dice la sua.

    Francesco, invece, la sua non l’ha ancora detta. Mai. Neanche per sbaglio. Alla prima domanda, sull’aereo che lo riportava a Roma dell’Irlanda, ha svicolato con un dribbling alla Messi: “Giudicate voi”. Poi ha lasciato trapelare la sua “amarezza”. E ora se ne esce con l’inno al silenzio stiracchiato sul Vangelo di San Luca ma alle domande continua a non rispondere. E non possiamo fare a meno di chiederci: perché?

    Fra l’altro, quelli che egli bolla carinamente come “cani selvaggi”, non sono propriamente animali. Anzi: sono pezzi importanti della sua chiesa. sono ex nunzi, arcivescovi, le colonne portanti dell’intera chiesa americana, insieme a tanti fedeli dal cuore semplice sparsi nei cinque continenti, compresi quelli che leggono La Verità. E che continuano a non capire come sia possibile che il Papa comunicatore, il Papa colloquiale, il Papa che entra nelle case attraverso Uno Mattina, il Papa che parla come un amico (“Se uno offende mia madre, gli do uno schiaffo”), il Papa che racconta barzellette su Sant’Antonio, che va dall’ottica e chiede di spendere poco, che non esita a discutere di teologia con i giornalisti laici, provocando in un amen l’abolizione dell’inferno, il Papa che dai gay a Emma Bonino affida la dottrina morale a chiacchierate in libertà, ebbene, questo Papa così espansivo e dialogante all’improvviso scopra il silenzio.

    Proprio quando deve dare le risposte che il mondo si aspetta?

    Dice bene il Papa che spesso “nelle famiglie incominciano le discussioni sulla politica, sullo sport, sui soldi e quelle famiglie finiscono distrutte”. Ma ci hanno sempre insegnato che il modo migliore per mettere fine alle liti sia quello di spiegarsi, chiarirsi, non quello di chiudersi dentro più o meno altezzosi silenzi. È come se un padre di famiglia che si è sempre mostrato aperto, socievole, pronto al dialogo, disponibile con tutto e con tutti, un giorno all’improvviso, venisse accusato da uno dei suoi figli: “Papà, è vero che l’altra sera sei tornato a casa ubriaco?”. E lui, anziché dare una risposta, gli dicesse: “Sei un cane selvaggio, io mi chiudo nel silenzio”.

    Che penserebbero i figli? Per lo meno che tutta quell’apertura di prima era solo una facciata. Una finta. Un inganno.

    (trascrizione da La Verità del 4 settembre 2018)

  • Il Papa dica tutto quel che sa

    Il Papa dica tutto quel che sa

    «Siamo mogli, madri, donne single, donne consacrate e sorelle religiose», si firmano le mittenti 

    Siamo la spina dorsale delle parrocchie cattoliche

    di Alessandra Nucci

    Se si muovono anche le donne, questa volta è difficile che Papa Francesco possa non rispondere. A chiedere una risposta, anzi l’invio di un visitatore apostolico incaricato di fare luce sugli abusi su minori da parte di membri del clero denunciati dal Grand Giurì della Pennsylvania era stato, a metà agosto, innanzitutto il presidente della Conferenza episcopale statunitense Mons. Daniel Di Nardo. A tutt’oggi non risulta esserci stata risposta alla richiesta dei vescovi americani, ma a non lasciar morire l’argomento ha provveduto nel frattempo l’ex nunzio apostolico in Usa, Mons. Carlo Maria Viganò, rivolgendo al Papa stesso l’accusa di aver saputo degli abusi del cardinal Theodore Mc Carrick e di non averlo sanzionato prima delle dimissioni dello stesso McCarrick a fine luglio.

    A questo punto cominciano a essere diversi i casi in cui il Pontefice si è rifiutato di fornire chiarimenti, di cui il più clamoroso certamente rimane quello in cui ignorò le domande, definite «dubia», di quattro cardinali (Burke, Caffarra, Brandmuller e Meisner) riguardo a dei punti dell’esortazione apostolica Amoris Laetitae. Inizialmente riservate, le domande furono rese pubbliche dai porporati dopo aver atteso molto tempo un riscontro da Papa Francesco.

    Forse è per questo che una cinquantina di donne di punta nel panorama cattolico, soprattutto americano, hanno preso l’iniziativa di rivolgere al Pontefice un appello accorato proprio in quanto donne, affinché non taccia.

    «Siamo mogli, madri, donne single, donne consacrate e sorelle religiose» si firmano le donne del documento pubblicato il 30 agosto. «Siamo le madri e sorelle dei vostri sacerdoti, seminaristi, futuri sacerdoti e religiosi. Siamo leader laiche della Chiesa e le madri della prossima generazione. Siamo professori nei vostri seminari e leader nelle cancellerie cattoliche e nelle istituzioni. Siamo teologhe, evangeliste, missionarie e fondatori dell’apostolato cattolico. Siamo il popolo che si sacrifica per finanziare il buon lavoro della Chiesa. Siamo la spina dorsale delle parrocchie cattoliche, scuole e delle diocesi. Noi siamo le mani, i piedi e il cuore della Chiesa. In breve, noi siamo la Chiesa, tanto quanto i cardinali e i vescovi».

    Cosa chiedono le 53 firmatarie iniziali, a cui si sono aggiunte nel giro di tre giorni altre decine di migliaia di firme, per un totale che al momento di scrivere si avvicina ai 29 mila? Facendo leva sull’invito di Bergoglio ad essere «una presenza femminile più incisiva nella Chiesa», le donne fanno quesiti che «non richiedono lunghe indagini né prove fisiche. Essi richiedono solo una Sua risposta diretta, Santo Padre. Quando l’hanno interrogata recentemente sulle accuse di monsignor Viganò, lei ha risposto: non dirò una sola parola su questo. Ha invitato i giornalisti a leggere attentamente l’informativa e farvi il vostro giudizio». Ma «per il suo gregge sofferente, papa Francesco, le sue parole sono inadeguate. Feriscono, ricordano il clericalismo che lei ha così recentemente condannato. Abbiamo bisogno di leadership, verità e trasparenza. Noi, il vostro gregge, meritiamo risposte in questo momento».

    In particolare il documento enuclea tre domande specifiche riguardo alle accuse di Monsignor Viganò, secondo cui nel giugno 2013 aveva detto direttamente al Pontefice che l’allora cardinale McCarrick aveva danneggiato generazioni di seminaristi e sacerdoti e che Papa Benedetto XVI gli aveva ordinato di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza, senza però ottenerne l’obbedienza. Le donne chiedono:

    1) È vero questo? Che cosa le disse l’arcivescovo Viganò nel giugno 2013 riguardo all’allora cardinale McCarrick?

    2) Quando ha saputo delle accuse di abuso sessuale o di comportamenti sessuali scorretti con adulti da parte dell’allora cardinale McCarrick?

    3) Quando ha saputo delle restrizioni di Papa Benedetto all’allora cardinale McCarrick? E lei ha sciolto l’allora cardinale McCarrick da una qualche restrizione impostagli da Papa Benedetto XVI?

    «Santo Padre», continua il documento, «per favore, non si giri dall’altra parte. Lei si è impegnato a cambiare i modi di fare clericali nella Chiesa. Che un cardinale predi i seminaristi è ripugnante. Abbiamo bisogno di sapere che possiamo fidarci che lei sia onesto con noi su ciò che è accaduto. Le vittime che hanno sofferto così tanto hanno bisogno di sapere che possono fidarsi di Lei. Le famiglie, che saranno la fonte di rinnovamento della Chiesa, hanno bisogno di sapere che possiamo fidarci di Lei, così da poterci fidare della Chiesa.

    Per favore non ci tenga a distanza su queste domande. Siamo figlie fedeli della Chiesa che hanno bisogno della verità in modo da poter aiutare a ricostruire. Non siamo cattolici di seconda classe che si possono ignorare mentre i vescovi e i cardinali gestiscono le questioni fra loro privatamente. Abbiamo il diritto di sapere. Abbiamo diritto ad avere le Sue risposte».

    https://www.italiaoggi.it/news/il-papa-dica-tutto-quel-che-sa-2295288

  • Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    “L’ho letto e non dirò una parola. Leggetelo voi [giornalisti] e fate voi il vostro giudizio. Quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò”.

    È così che papa Francesco – la sera del 26 agosto sull’aereo di ritorno da Dublino – ha risposto a chi l’interpellava sull’atto d’accusa che la mattina stessa gli aveva rivolto l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.

    Una risposta molto elusiva. Al pari di altre sue precedenti reazioni, ogni volta che si è visto attaccato. Come nel caso dei “dubia” sulla sua correttezza dottrinale sollevati nel 2016 da quattro autorevoli cardinali, che egli non ha mai voluto né ricevere né degnare di un chiarimento.

    Questa volta però, oggetto dell’accusa non è una controversia dottrinale “ad intra”, di scarso impatto sull’opinione pubblica laica, ma una questione di sesso, anzi, di omosessualità praticata per decenni, con decine di partner, da un ecclesiastico americano di prima grandezza, arrivato ad essere arcivescovo di Washington e cardinale, Theodore McCarrick.

    In sostanza Viganò accusa papa Francesco di essere stato informato da lui delle malefatte di McCarrick fin dal 23 giugno del 2013, ma di non aver poi agito di conseguenza, anzi, di aver tenuto il reprobo vicino a sé come suo primo consigliere nelle nomine che stanno ridisegnando la gerarchia cattolica negli Stati Uniti, promuovendo i suoi protetti. Solo quest’anno, a seguito della denuncia di un suo abuso anche su un minorenne, il papa avrebbe deciso di sanzionare McCarrick e di spogliarlo del cardinalato.

    L’accusa è di una pesantezza inaudita ed è difficilmente contestabile nella sua sostanza, anche per i ruoli chiave ricoperti in passato da Viganò in curia e in diplomazia. Ma, appunto, papa Francesco ha scelto anche in questo caso di non reagire. Ha lasciato ai professionisti dei media il compito di giudicare. Sicuro che molti si pronuncino in sua difesa, come è già avvenuto con i “dubia”, dove in effetti la successiva battaglia si è risolta di fatto a suo favore.

    Che però la vittoria gli arrida anche questa volta, è tutto da vedere.

    Il caso McCarrick non è l’unico, nel suo genere, a mettere in difficoltà Jorge Mario Bergoglio.

    Ce n’è un altro che gli somiglia come un gemello. Riguarda monsignor Battista Ricca (nella foto), direttore della Casa di Santa Marta scelta da Francesco come sua residenza e da lui promosso il 15 giugno 2013, all’esordio del pontificato, prelato dello IOR, cioè referente del papa nella “banca” vaticana, con facoltà di presenza a tutte le riunioni del board e di accesso a tutta la documentazione.

    Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede. Ed è in quell’occasione che Viganò, all’epoca nunzio a Washington, incontrò Francesco e gli disse delle malefatte di McCarrick.

    Ma anche la nomina di Ricca a prelato dello IOR, avvenuta pochi giorni prima, aveva creato forte sconcerto in un buon numero di nunzi, che l’avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay, ovunque con una condotta tutt’altro che illibata, specie nell’ultima destinazione.

    A Montevideo, tra il 1999 e il 2001, Ricca conviveva con il proprio amante, l’ex capitano dell’esercito svizzero Patrick Haari, che l’aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d’appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un’altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana.

    Finì che Ricca fu ritirato dal servizio diplomatico sul campo e richiamato a Roma, dove, però, miracolosamente, la sua carriera ricominciò con successo, portandolo a divenire consigliere diplomatico di prima classe nell’organico della segreteria di Stato e soprattutto direttore delle tre residenze vaticane per i cardinali e i vescovi in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta, con l’opportunità di tessere eccellenti rapporti, anche di amicizia, con ecclesiastici di mezzo mondo tra i quali Bergoglio, che appena eletto papa lo ammise nella sua cerchia più intima, di cui continua a far parte ancor oggi.

    Ebbene, tra i nunzi convenuti a Roma in quel mese di giugno del 2013 c’erano anche quelli che sapevano degli scandalosi precedenti di Ricca e ritenevano che papa Francesco non ne fosse al corrente, vista la sua promozione del personaggio, pochi giorni prima, addirittura a prelato dello IOR.

    Ci fu quindi chi, in quei giorni, volle mettere in guardia Francesco informandolo sui trascorsi di Ricca.

    Non solo. Tra i numerosi testimoni della scandalosa condotta di Ricca a Montevideo c’erano anche dei vescovi uruguayani, uno dei quali, dopo la nomina dello stesso Ricca a prelato dello IOR, ritenne doveroso scrivergli una lettera accorata in cui lo pregava, “per amore del papa e della Chiesa”, di dimettersi.

    E in effetti Francesco volle veder chiaro nella documentazione sui trascorsi di Ricca che si trovava nella nunziatura di Montevideo. Se la fece recapitare a Roma attraverso suoi canali personali, senza passare dalla segreteria di Stato.

    Nel frattempo, sull’Espresso, era uscito un servizio molto dettagliato su Ricca. Il quale pubblicamente non reagì in alcun modo, mentre però in privato liquidava come “chiacchiere” tutti quei fatti riportati contro di lui, e teneva a far sapere che anche il papa, da lui incontrato, li riteneva “chiacchiere” prive di fondamento.

    Interpellato nel luglio del 2013 dalla stampa uruguayana e argentina sulla sorte del prelato, l’allora nunzio a Montevideo, Guido Anselmo Pecorari, si limitò a questa dichiarazione laconica: “Ritengo che la questione sia nelle mani della Santa Sede. E sicuramente il Santo Padre, nella sua saggezza, saprà come fare”.

    Sta di fatto che alla fine del mese di luglio, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, dove si era recato per la giornata mondiale della gioventù, papa Francesco fu effettivamente interrogato da una giornalista brasiliana sul caso Ricca e sulla cosiddetta “lobby gay”. E questa fu la sua risposta testuale, trascritta così nel bollettino ufficiale della Santa Sede:

    “Quanto a mons. Ricca ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la ‘investigatio previa’. E da questa ‘investigatio’ non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i ‘peccati di gioventù’, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: ‘Ho peccato in questo’, il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a San Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’’investigatio previa’ e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con ‘gay’. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: ‘Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società’. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda”.

    Tre annotazioni e proposito di quanto detto qui da papa Francesco.

    1. Sostenendo di non aver “trovato niente” di riprovevole nella “investigatio previa” alla nomina di Ricca a prelato dello IOR, Francesco ha confermato che il dossier personale su di lui conservato in segreteria di Stato era stato accuratamente ripulito dai suoi trascorsi scandalosi. Francesco però aveva avuto a disposizione nelle settimane precedenti anche la documentazione accusatoria conservata nella nunziatura di Montevideo, documentazione inoppugnabile, visto che sulla base di essa la segreteria di Stato aveva ritirato Ricca dal servizio diplomatico sul campo. Eppure l’ha ignorata.

    2. Francesco ha applicato a Ricca la tipologia di chi ha commesso dei “peccati di gioventù” e poi si è pentito. Ma non è questa l’immagine che Ricca ha mai dato di sé, ma piuttosto quella di chi ha sempre respinto come “chiacchiere” senza fondamento le accuse contro la sua condotta.

    3. Ed è riferendosi proprio a Ricca che Francesco ha pronunciato la famosa frase che è diventata il marchio del suo pontificato: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Con questa frase Bergoglio ha rovesciato a suo totale favore presso l’opinione pubblica mondiale una vicenda che altrimenti avrebbe potuto seriamente minare la sua credibilità.

    È questa l’impresa che papa Francesco sta ritentando oggi, dopo che la vicenda di McCarrick è stata messa a nudo dalla testimonianza dell’ex nunzio Viganò.

    Anche questa volta Bergoglio si è astenuto dal giudicare. Ha rilanciato il gioco nel campo dei media. Dove la pedofilia non è ammessa, ma i rapporti omosessuali sì. Non importa se commessi da uomini di Chiesa che praticandoli violano in pieno l’impegno di castità che hanno assunto pubblicamente con il sacramento dell’ordine.

  • DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    Il pontefice snobba il dossier e la stampa amica infanga l’accusatore. Per le opinioni, però, oltre un certo limite non c’è più spazio. La dura denuncia contiene date, avvenimenti, nomi e cognomi. È quella la realtà? Abbiamo scelto 10 punti sui quali non si scappa

    di Maurizio Belpietro

    Ventiquattro ore. Tante ne sono servite perché anche i principali quotidiani si accorgessero dell’atto d’accusa contro il Papa pubblicato dal nostro giornale. Per l’intera giornata di domenica la grande stampa nazionale aveva preferito ignorare il dossier reso noto in esclusiva dalla Verità,  preferendo dare spazio alle notizie del viaggio di Bergoglio in Irlanda piuttosto che alle clamorose rivelazioni dell’ex nunzio in America, Carlo Maria Viganò, sulle coperture papali di cui avrebbe goduto un arcivescovo omosessuale e sulla lobby gay all’interno della Chiesa. Poi, forse anche per via del fatto che la lettera era stata ripresa con grande eco dai principali mezzi d’informazione internazionali, in America e in Europa, anche nelle redazioni italiane si devono essere rassegnati e quella che non era tata ritenuta degna d’attenzione per tutta la domenica è diventata notizia da prima pagina il lunedì.

    La faccenda però è stata ripresa cercando di smontare le accuse. E siccome non era possibile sostenere che La Verità si fosse inventata la testimonianza di Viganò sulle coperture che il Papa avrebbe dato all’arcivescovo Theodore Edgar McCarrick nonostante fossero note le sue frequentazioni sessuali con i seminaristi, la stampa se l’è presa direttamente con il monsignore, cercando di delegittimarlo. Secondo tanti augusti colleghi, l’ex nunzio negli Usa sarebbe mosso da rancore nei confronti di papa Francesco in quanto, giunto a 77 anni, non sarebbe stato nominato cardinale. Qualcuno fa riferimento anche a un appartamento che sarebbe stato nelle disponibilità del prelato e che il Pontefice gli avrebbe tolto o per lo meno non avrebbe fatto nulla per impedire che gli venisse tolto.

    Altri ancora, tra i quali Francesca Immacolata Chaouqui, la pr finita nei guai per l’affare Vatileaks, veicola la notizia di un presunto esaurimento nervoso del monsignore, con relativi ricoveri in ospedale. Il senso è evidente: se Viganò non ha agito per ritorsione è pazzo o poco ci manca.

    La linea adottata per rispondere alle accuse, e di cui si sono fatti interpreti tanti organi di stampa nazionali, è dunque quella del discredito. La testimonianza dell’ex nunzio non è degna di essere presa in considerazione in quanto colui che l’ha resa non è attendibile. Del resto, questo è anche ciò che ha detto il Papa durante il viaggio di ritorno dalla visita in Irlanda. Sull’aereo che domenica lo riportava in Italia, Bergoglio ha consegnato ai giornalisti una risposta di poche righe al dossier di Viganò, che riportiamo: “L’ho letto questa mattina. Devo dirvi questo: leggete voi attentamente e fatevi un giudizio. Non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parli da sé. Avete al capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”.

    In pratica, secondo il Papa, l’accusa non meriterebbe risposta. I giornalisti dovranno farsi da soli un’idea sul contenuto del documento, perché il Pontefice non dirà una sola parola su ciò che dice Viganò. È ovvio che quelle frasi sono state studiate e ristudiate prima di essere consegnate agli inviati delle principali testate. Bergoglio doveva uscire dal silenzio che si era autoimposto sulla faccenda e, vista l’eco avuta da dossier, lo ha fatto, pur senza citarlo, puntando il dito sulla credibilità dell’autore. Argomento chiuso?

    Eh no, perché dire “Giudicate voi”, “Ho fiducia in voi”, sottintendendo in realtà “Abbiate fiducia in me”, non è sufficiente. Non dossier che abbiamo pubblicato sono citati alcuni fatti che, a prescindere da Viganò, o sono veri o non lo sono. Li riassumiamo qui per praticità.

    • È vero che dell’arcivescovo di Washington, McCarrick, in Vaticano erano note le tendenze pedofile, al punto che presso la Congregazione dei vescovi esisterebbe un dossier sugli abusi da lui commessi nei confronti di giovani seminaristi?
    • Corrisponde al vero che papa Benedetto XVI tra il 2009 e il 2010 decise di togliere a McCarrick la berretta cardinalizia, ordinando gli di lasciare il seminario in cui viveva e di non avere contatti con l’esterno e intimandogli una sorta di isolamento?
    • È vero che nel 2013 le fu consegnato un dossier fatto redigere da papa Benedetto XVI sulla cosiddetta lobby gay all’interno della Chiesa? Che fine ha fatto quel dossier?
    • Le risulta che Carlo Maria Viganò nel corso degli anni abbia segnalato le gravi accuse contro McCarrick a vari cardinali, tra i quali il prefetto della Congregazione della fede, cardinal William Levada, e il segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone?
    • È vero che i nunzi apostolici negli Stati Uniti che precedetterò Viganò, ossia Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, informarono immediatamente la Santa Sede dei comportamenti “gravemente immorali” con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick?
    • È vero che lo stesso Viganò parlò con lei, in un colloquio che avvenne domenica 23 giugno 2013, del dossier in cui erano raccolte le accuse contro McCarrick?
    • Corrisponde al vero che quello stesso giorno egli le disse che McCarrick aveva corrotto generazioni di seminaristi e sacerdoti e lei “non mostrò sul volto alcun segno di sorpresa, come se la cosa le fosse nota da tempo”, e cambiò subito argomento, come sostiene Viganò?
    • È vero che invece di dare corso alle disposizioni di Benedetto XVI, che aveva deciso di destituire McCarrick, nonostante le gravi accuse contro l’arcivescovo, lei non lo costrinse a lasciare l’incarico e a rinchiudersi in preghiera in un convento, ma gli rinnovò gli incarichi?
    • È vero che il 10 ottobre 2013 Viganò le parlò del cardinale Donald Wuerl e delle “deviazioni aberranti alla Georgetown University”, oltre che di un incontro organizzato dell’arcidiocesi di Washington per aspiranti al sacerdozio e tenuto da McCarrick?
    • È vero che il cardinale McCarrick ha avuto influenza sulle nomine di molti alti prelati e ha concorso anche alla sua elezione?

    Le domande sono dieci, ma sull’onda di quanto rivelato potrebbero essere di più. Un’ultima che le riassume tutte però ci preme: se è vero che in Vaticano sapevano delle pratiche omosessuali di McCarrick fin dai tempi della segreteria del cardinale Angelo Sodano, e se nonostante le molte coperture di cui ha goduto, l’arcivescovo di Washington stava per essere destituito nel 2010, perché lei, quando divenne Papa, pur esistendo così tante accuse nei confronti di McCarrick lo lasciò al suo posto, salvo poi ricredersi solo pochi mesi fa, quando a distanza di altri cinque anni, gli scandalosi comportamenti del cardinale furono resi noti?

    In Cile, dove pure altri prelati sono stati coinvolti in accuse di pedofilia, papa Francesco prima difese i vescovi, parlando di pettegolezzi, poi quando l’evidenza fu portata alla luce, si ricredette dicendo di essere stato informato male. Nel caso del cardinal McCarrick le informazioni sembrerebbero esserci state, perché dunque Bergoglio lo lasciò al suo posto?

    Chiedere scusa alle vittime degli abusi è giusto, ma non basta. Non bastano neppure le parole consegnate a una stampa adorante che alle domande preferisce il megafono.

    (trascrizione da La Verità del 28 agosto 2018)

  • Preti pedofili: esplodono scandali in tutto il mondo, ma “Il caso italiano” che fine ha fatto?

    Preti pedofili: esplodono scandali in tutto il mondo, ma “Il caso italiano” che fine ha fatto?

    Il 5 giugno scorso, mentre con i colleghi di ECA venivamo ascoltati da Gianni Magazzeni, il funzionario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che ci ha ricevuti a Ginevra, nel mio intervento, oltre alle inadempienze dei governi italiani che si sono susseguiti negli ultimi anni, ho sollevato un problema forse maggiore di quello di Governo, quello della Stampa.

    Per chi non lo sapesse, Nell’annuale classifica di Reporters sans Frontieres il nostro Paese perde quattro posizioni, scendendo dal 73° posto del 2015 al77° (su un totale di 180 Paesi) del 2016. L’Italia è il fanalino di coda dell’Ue (che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti), per quanto riguarda la libertà di stampa, superata addirittura da alcuni paesi che ci ostiniamo ancora a definire del “terzo mondo”.

    Non vi nascondo che quando Gianni Magazzeni, rispondendo alla domanda, ci invitò ad affidarci ai social network, provai un profondo senso di vergogna.

    Ma perché vi parlo della censura della stampa italiana?

    Perché la stampa ha un ruolo di fondamentale importanza nella società civile, ed  è uno strumento fondamentale per il mantenimento della democrazia, non a caso i giornalisti godono di alcuni privilegi come il segreto delle fonti dalle quali apprendono le notizie. Dove non c’è libertà di stampa, non ci può essere democrazia.

    Dopo questa fondamentale premessa torniamo a noi: che fine ha fatto “Il caso italiano”?

    Glisso la domanda “c’è un caso italiano?” perché il caso c’è!  Già nel 2014 lo documenta Federico Tulli nel suo secondo libro (il primo è del 2010) “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”. Sono poi seguite altre pubblicazioni, da quelle di Gianluigi Nuzzi a quelle di Emiliano Fittipaldi e così via.

    Eppure, se leggiamo i giornali italiani, tranne qualche sporadico caso spesso limitato alla cronaca locale, non troviamo quasi nulla sull’Italia, molte notizie invece su ciò che accade all’estero.

    Tutto ciò accade malgrado i casi documentati negli ultimi 15 anni (a mio avviso circa un 20 – 25 % del sommerso) siano all’incirca 300. (vedi mappa italiana)

    Ma perché accuso la stampa italiana?

    Perché come in tanti altri contesti, la censura della stampa italiana porta i cittadini a una mancanza di consapevolezza, quindi a sottovalutare la reale entità del fenomeno e, se non se ne parla, il cittadino è indotto a pensare che il problema non esiste.

    Infatti, mentre all’estero vediamo i cittadini scendere in piazza, la magistratura che fa indagini, i governi che prendono provvedimenti e si mobilitano nel contrastare il fenomeno, quantificando nelle varie commissioni di inchiesta percentuali che fanno rabbrividire, in Italia non vediamo nulla di tutto ciò.

    Sui giornali italiani non leggiamo mai le contestazioni e il disagio delle vittime, quello delle associazioni che le tutelano e, malgrado le indagini che la Rete L’ABUSO documenta in tutta la penisola, nessun giornalista è mai andato a chiedere a papa Francesco per esempio perché, malgrado ne fosse personalmente a conoscenza, ha insabbiato il caso del prete italiano Nicola Corradi e di altri 13 sacerdoti: il Corradi, è oggi agli arresti proprio nella terra natale di Bergoglio, con l’accusa di aver reiterato il crimine.

    Nessun giornalista italiano è andato a chiedere a papa Francesco che fine ha fatto la denuncia sui presunti abusi commessi in Vaticano proprio sui chierichetti del papa e perché, malgrado due precedenti insabbiamenti del caso, il presunto abusatore, don Gabriele Martinelli, non sia neppure stato sospeso dal sacerdozio, proprio come i suoi protettori, i quali non hanno ricevuto neppure un richiamo dalla Santa sede.

    Nessun giornalista è andato a chiedere a papa Francesco perché il Vaticano continua a fare scena muta al pesantissimo report divulgato nel 2014 dalla Commissione ONU per la tutela del Fanciullo, report al quale la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere il primo settembre scorso.

    Nessun giornalista è andato a chiedere a papa Francesco perché il tanto acclamato tribunale per punire i vescovi insabbiatori sia svanito nel nulla. Perché, malgrado le promesse fatte al “Popolo di Dio” in questi anni di pontificato, papa Francesco, in totale contrasto con le sue stesse dichiarazioni, non abbia perseguito insabbiatori come il cardinale Crescenzio Sepe o perché, in barba alla documentazione in possesso della Congregazione per la Dottrina della Fede, abbia comunque promosso insabbiatori come monsignor Mario Delpini o Pierantonio Tremolada, entrambi nominati nel luglio 2017, uno niente popò di meno che arcivescovo di Milano, l’altro vescovo di Brescia.

    Se noi leggiamo i giornali italiani, la maggior parte, per non dire tutti, ci racconta quotidianamente che il papa fa solo cose belle, quelle brutte sono colpa della curia romana che, a loro dire, metterebbe il bastone tra le ruote al povero Bergoglio, fatto già martire ancor prima di morire.

    Nessun giornalista italiano vi ha raccontato le numerose iniziative che ci sono in Italia, per esempio non vi hanno detto che lo scorso 27 novembre, grazie alla sensibilità del deputato M5s Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO è finalmente riuscita a depositare la prima interrogazione parlamentare sul fenomeno dei preti pedofili.

    Nessun giornalista italiano vi ha detto che sempre la Rete L’ABUSO, lo scorso 19 febbraio, ha diffidato il Governo Italiano per favoreggiamento alla pedofilia.

    Nessun giornalista italiano vi ha detto che lo scorso 5 giugno, anche a seguito di quella diffida, nell’incontro con il funzionario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra Gianni Magazzeni, lo stesso ha comunicato l’apertura di una indagine sull’Italia il cui report sarà divulgato il 19 gennaio 2019.

    Nessun giornalista italiano è mai andato a chiede al Governo, per esempio, come intende affrontare la situazione, o il perché malgrado dal 2001 siano state introdotte e ratificate leggi che prevedono per esempio, consultori ASL per le vittime di violenza sessuale, ad oggi questi non siano mai stati realizzati oppure perché, malgrado i fondi stanziati nel 2007 dal Governo per realizzare un database nazionale dei sexual offenders, questo non sia mai stato realizzato.

    La pressione della stampa su queste due ultime iniziative (consultori e database) e la loro realizzazione, sarebbe già sufficiente a produrre un dato che quantifichi l’entità dei pedofili, non solo quelli in abito talare, e al tempo stesso quantificherebbe anche quello che, temo, sia un triste primato italiano, il numero delle vittime.

    Il 19 aprile del 2018 la Rete L’ABUSO, il suo Presidente è invitato nella sede romana della Stampa estera in Italiana, incontro motivato dal fatto che i giornalisti esteri, in materia di preti pedofili, volevano capire un po’ quale fosse la situazione in Italia, affermando “troviamo così poche notizie sui giornali italiani”. (A fondo articolo l’intervento integrale)

    Certo se la stampa italiana avesse fatto seriamente il proprio mestiere/dovere, i cittadini avrebbero un pò più di consapevolezza sul “Caso italiano” o, quantomeno, sarebbe sorto qualche ragionevole dubbio sul fatto che, forse, anche in Italia esiste un problema.

    Di Francesco Zanardi

  • Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

    Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

    Di Alessandro Fioroni – Pedofilia nella Chiesa americana

    All’inizio fu il caso Spotlight. Quando nel 2001 una squadra di giornalisti investigativi del giornale statunitense Boston Globe iniziò un’inchiesta sugli abusi sessuali ai danni di minori perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’arcidiocesi di Boston. Dei casi di pedofilia all’interno della chiesa si parlava a malapena e con grande difficoltà. Coperture ed omertà delle alte sfere ecclesiastiche insabbiavano qualsiasi tentativo di far trapelare la verità nonostante le denunce delle vittime.
    Nella vicenda fu coinvolto lo stesso arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molte violenze in diverse parrocchie L’indagine valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003 e aprì a numerose indagini su alcune tragiche vicende all’interno della Chiesa cattolica.

    Il caso Spotlight

    Dal lavoro dei giornalisti del Boston Globe venne tratto anche un film che nel 2016 vinse il premio Oscar. Ma è proprio alla fine della pellicola che si scopre quanto la pedofilia sia ramificata e praticata dai preti cattolici.
    Nei titoli di coda una lunga lista di luoghi, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, nei quali la Chiesa cattolica è stata coinvolta.
    Inoltre in seguito all’emersione dello scandalo il cardinale Bernard Francis Law è stato rimosso dal suo incarico a Boston ma promosso alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma dove è morto nel 2017.

    Scandalo in Pennsylvania

    Ora dopo Boston un altro caso, che si snoda per oltre 70 anni, colpisce lo stato della Pennsylvania. E’ stata la Corte Suprema dello Stato, il 14 agosto, a pubblicare un’inquietante informativa nella quale si parla di circa 300 preti cattolici responsabili per l’abuso sessuale di oltre 1000 bambini in sei diocesi dello stato americano. Lo stesso arcivescovo Donald Wuerl ha inviato ai preti della Pennsylvania una lettera nella quale si avvertiva del contenuto “profondamente inquietante” del rapporto.
    I magistrati in oltre 1300 pagine parlano esplicitamente di minori manipolati attraverso alcool e droghe. Vengono descritti particolari precisi e crudeli sulle violenze sessuali, sulle loro modalità. Le vittime sono principalmente maschi anche se non mancano bambine coinvolte. Ma gli abusi si estendono anche ad adolescenti e preadolescenti.

    Insabbiamento sistematico

    Finora la Chiesa cattolica non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali circa le accuse all’indomani della pubblicazione del rapporto.
    Da quest’ultimo emerge soprattutto quello che il Procuratore di Stato Josh Shapiro ha descritto come “un insabbiamento sistematico da parte di alti funzionari della Chiesa in Pennsylvania e in Vaticano”.
    Dal testo si può ancora leggere: “i preti stavano violentando i bambini e gli uomini di Dio che erano responsabili di loro non solo non hanno fatto nulla, hanno nascosto tutto, per decenni”.

    Legge di limitazione

    La conseguenza peggiore, al di là della pubblicità che ha ora il caso, è che l’insabbiamento, così resistente in tutti questi anni, ha reso i casi quasi tutti troppo vecchi per essere giudicati, poiché la maggior parte di essi è anteriore all’anno 2000. Inoltre, in Pennsylvania è in vigore la cosiddetta”legge di limitazione” che impedisce alle vittime di abusi sessuali durante l’infanzia di presentare cause civili contro la Chiesa dopo aver compiuto 30 anni. Ma la corte ha potuto rinviare e giudizio solo due sacerdoti accusati di abusi sui minori avvenuti nell’ultimo decennio.
    Per questo Shapiro non ha escluso che il numero vero delle vittime possa superare la cifra attuale. Infatti è possibile che le accuse di alcuni minori siano andate perse o che molti abbiano scelto di rimanere in silenzio. Il Procuratore ha anche puntato l’indice contro alcuni esponenti della Chiesa che si sono limitati a minimizzare gli accadimenti qualificandoli come “giochi bruschi”, “scontri e comportamenti inappropriati”. “Non era nessuna di quelle cose – ha ribadito nel rapporto Shapiro -, erano abusi sessuali su minori, incluso lo stupro”.

    Un lavoro durato due anni

    Il rapporto ha richiesto un lavoro di due anni, è stato esaminato mezzo milione di pagine di documenti delle diverse diocesi. Sono stati ascoltati decine di testimoni e vittime. Alcune di queste hanno raccontato di essere stati picchiati dai loro stessi familiari che non credevano ai racconti. Una delle vittime ha tentato il suicidio mentre era ancora in corso l’indagine.
    Le autorità giudiziarie definiscono questa inchiesta la più ampia mai condotta finora da un’agenzia governativa negli Stati Uniti sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica. Una dimensione molto più grande proprio del caso Spotlight o di quella che ha  portato alle dimissioni il mese scorso dell’arcivescovo di Washinghton, Theodore McCarrick, accusato di abusi durati decenni.

    PAPA FRANCESCO

    Pedofilia, Chiesa Usa nella bufera, scandalo Pennsylvania

  • Migliaia di bambini violentati per decenni da preti cattolici: rapporto-shock in Pennsylvania

    Migliaia di bambini violentati per decenni da preti cattolici: rapporto-shock in Pennsylvania

    Il “reale numero” dei bambini abusati potrebbe ammontare a diverse migliaia – sostiene il Grand jury – perche’ alcuni documenti segreti della chiesa sono andati perduti e le vittime hanno avuto paura a farsi avanti. “I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto”, ha aggiunto Shapiro 

    Centinaia di preti cattolici in Pennsylvania avrebbero molestato migliaia di bambini dagli anni ’40 ad oggi, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington Donald William Wuerl, avrebbero sistematicamente coperto gli abusi: lo afferma il rapporto del Grand jury  diffuso al termine di 18 mesi di indagini guidate dall’Attorney general statale Josh Shapiro su sei delle otto diocesi dello stato e segue quella di un altro Grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due. Il “reale numero” dei bambini abusati potrebbe ammontare a diverse migliaia – sostiene il Grand jury – perche’ alcuni documenti segreti della chiesa sono andati perduti e le vittime hanno avuto paura a farsi avanti. “I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto”, ha aggiunto Shapiro parlando ai giornalisti ad Harrisburg e precisando che l’indagine sta andando avanti.  “Crediamo che il numero reale delle vittime – considerando le denunce perse o quelle mai fatte per paura di farsi avanti – sia di migliaia”, si legge nel rapporto di circa 1.400 pagine sugli abusi sessuali su minori segnalati in quasi tutte le diocesi dello Stato. Il rapporto finale della giuria indica che “quasi tutti i casi”, riferiti a diversi decenni fa, sono caduti in prescrizione e non possono essere perseguiti penalmente. Tuttavia due sacerdoti sono stati incriminati per abusi ripetuti su diversi bambini in alcuni casi che risalgono al 2010. “Alcuni preti abusarono di bambini e bambine e gli uomini di Chiesa che erano i loro responsabili non fecero nulla, per decenni”, hanno scritto i membri della giuria nella relazione. I giurati scrivono di “riconoscere che molte cose sono cambiate in seno alla Chiesa cattolica in questi quindici ultimi anni” ma sottolineano che le due imputazioni mostrano che “gli abusi di bambini in seno alla chiesa non sono svaniti”. Malgrado le riforme istituzionali, “gli alti responsabili della Chiesa hanno evitato le loro responsabilita’”, si legge ancora nel rapporto. Vescovi e cardinali “sono stati protetti”. “Molti di quelli citati nel rapporti sono stati promossi”, affermano i giurati secondo cui “finche’ cio’ non cambia, pensiamo che sara’ prematuro chiudere il capitolo degli abusi all’interno della Chiesa cattolica”.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Pedofilia-Chiesa-cattolica-migliaia-di-bambini-violentati-per-decenni-da-preti-cattolici-rapporto-shock-in-Pennsylvania-28b6b147-ac25-4468-95d7-adeff2f38f8f.html

  • Boston, il cardinale O’Malley ordina un’inchiesta su un seminario

    Boston, il cardinale O’Malley ordina un’inchiesta su un seminario

    Indagine nell’arcidiocesi di Boston. Due ex seminaristi hanno diffuso delle accuse via social. Il cardinal O’Malley ha optato, sin da subito, per la linea dura

    In molti si ricorderanno del caso Spotlight. Quando i giornalisti del Boston Globesmascherarono la strutturalità di un fenomeno, quella relativa a circa settanta sacerdoti resisi responsabili di abusi ai danni di minori, era il 2002.

    L’arcidiocesi della città americana, nel corso di queste settimane, potrebbe essere finita nel mezzo di una nuova bufera.

    Il cardinale cappuccino Sean O’Malley ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Qualcuno vocifera che l’indagine ordinata riguarderà presunti abusi che sarebbero stati perpetrati all’interno del seminario di St’John. Ma nessuna ipotesi è escludibile allo stato attuale. L’arcidiocesi della città americana è presieduta dallo stesso importante porporato americano.

    O’Malley venne chiamato a sostituire il dimissionario cardinale Law, messo ‘sotto scacco’ dagli inchiestisti della squadra del Boston Globe per insabbiamenti operati in favore dei consacrati di cui sopra. Dall’avvento di O’Malley in poi, la Chiesa cattolica americana ha iniziato a pubblicare i nomi degli accusati e a risarcire le vittime.

    Quando si è trattato di pagare le persone che avevano subito violenze sessuali, O’Malley ha anche optato per vendere alcuni beni ecclesiastici. L’arcivescovo di Boston, insomma, è considerato un acerrimo nemico della pedofilia e della efebofilia. Si dice che il suo unico pensiero sia quello di sgominare, una volta per tutte, la piaga della pedofilia.

    Le accuse che hanno portato a questa decisione sono state mosse, attraverso i social, da due ex seminaristi, così come riportato dalla Cna. La natura delle eventuali imputazioni non è ancora stata chiarita. Si sa che il cardinale statunitense, che di recente è stato confermato da Papa Francesco al vertice della Pontificia Commissione per la tutela dei minori e che è anche un membro del C9, ha intimato a James Moroney, rettore del seminario in questione, di prendersi un periodo di pausa: forse un anno.

    Il controllo servirà a verificare “la cultura del seminario riguardo agli standard personali previsti e richiesti ai candidati al sacerdozio, e qualsiasi questione relativa al seminario di molestie sessuali o altro forme di intimidazione o discriminazione”.

    Non si può escludere, quindi, che l’indagine non riguardi episodi di pedofilia, ma tutt’altro. O’Malley, stando a quanto raccontato da In Terris, ha dichiarato che: “Le accuse fatte questa settimana sono fonte di seria preoccupazione per me come arcivescovo di Boston. Il ministero del sacerdozio cattolico – ha sottolineato – richiede un fondamento di fiducia con il popolo della Chiesa e la più ampia comunità in cui i nostri sacerdoti servono. Sono determinato – ha concluso – a far sì che tutti i nostri seminari siano in grado di fornire questo livello di fiducia e prestare la formazione necessaria affinché i sacerdoti possano vivere una vocazione esigente di servizio nella nostra società contemporanea”.

    La diocesi di Boston nell’occhio del ciclone? In caso, questa volta, la linea annunciata sarà dura sin dagli albori dell’esplosione del possibile scandalo.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/boston-cardinale-omalley-ordina-uninchiesta-su-seminario-1564612.html