Puntuali, le parole dette da papa Francesco ad alta quota, questa volta durante il suo volo di ritorno dal Perù a Roma, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio, hanno prodotto l’ennesima grande confusione:
Sono stati due gli argomenti esplosivi della conferenza stampa, entrambi localizzati in Cile: la sorte del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros Madrid, e il matrimonio-lampo celebrato dal papa tra una hostess e uno steward, durante il volo da Santiago a Iquique.
In questo secondo caso Francesco ha detto d’aver giudicato all’istante che “tutte le condizioni erano chiare” per la validità del sacramento e quindi che si potesse celebrarlo da subito. Per maturare tale certezza ha spiegato che gli sono bastate le parole dei due sposi.
Riguardo al vescovo di Osorno, è avvenuto l’opposto. Il papa ha detto che ha “studiato e ristudiato” a lungo il caso, ma gli sono mancate le “evidenze” della sua colpevolezza. E per questo mantiene il vescovo alla testa della diocesi, nonostante le accuse che continuano ad essere portate contro di lui, accuse che per il papa sono in realtà “calunnie”.
In Cile, rispondendo seccamente alla domanda di un giornalista, Francesco aveva parlato non di “evidenze” mancanti, ma di “prove”. E dell’uso di quest’ultima parola – in realtà poco o per niente diversa dalla precedente – ha chiesto scusa in aereo. Ha mantenuta ferma, invece, la correttezza della parola “calunnia” da lui applicata a chi si dice vittima di abusi sessuali di cui il vescovo sarebbe stato a conoscenza.
Ha anche detto, però, di non aver mai dato retta alle “vittime” perché né “sono venute” né “si sono presentate” da lui. Quando in realtà esse hanno chiesto più e più volte, pubblicamente, di essere ascoltate dal papa, affinché potesse verificare sulla base delle loro testimonianze proprio quelle “evidenze” che egli continua a dire mancanti.
Durante il volo di ritorno a Roma, Francesco ha inoltre fornito una nuova esegesi della lettera da lui scritta ai vescovi cileni il 31 gennaio del 2015 e resa nota da “Associated Press” alla vigilia di questo viaggio in Cile.
Da com’era scritta quella lettera, infatti, sembrava di capire che anche papa Francesco in persona ritenesse giusto, fino a tutto il 2014, l’esonero di quel vescovo, salvo poi mutare parere e promuoverlo, il 10 gennaio del 2015, alla sede di Osorno.
Ma ora pare che non sia stato così. Dalle parole dette da Francesco in aereo si dovrebbe ricavare che egli abbia da sempre ritenuto quel vescovo “bravo e buono”, anche quando “qualche persona della conferenza episcopale” cilena voleva che rinunciasse. E infatti non una ma due volte il papa ha detto di aver respinto la sua rinuncia, sia prima che dopo la nomina ad Osorno, perché accettarla avrebbe significato “ammettere la sua colpevolezza”, quando invece, ha scandito: “Sono convinto che sia innocente”.
In questo groviglio di contraddizioni, resta non spiegato perché alle vittime della guida spirituale del vescovo di Osorno, il sacerdote Antonio Karadima, sia stato dato amplissimo credito, arrivando rapidamente alla condanna canonica del reprobo, mentre ad alcune di queste stesse vittime non viene dato invece credito e neppure ascolto, quando accusano il vescovo.
Nella conferenza stampa in aereo, Francesco ha inoltre detto di aver “ringraziato” il cardinale Sean O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, per le parole da lui dette sulla questione.
In realtà, la nota pubblicata dal cardinale il 20 gennaio sul sito della sua arcidiocesi di Boston, è tutt’altro che consonante con il papa.
O’Malley ha detto che “è comprensibile che quelle parole di Francesco siano state fonte di grande dolore per le vittime di abusi sessuali”, perché “espressioni come: ‘se non puoi dimostrare le tue accuse, non puoi essere creduto’ relegano le vittime nell’esilio del discredito”:
Tornando al matrimonio-lampo benedetto da Francesco in volo tra Santiago del Cile e Iquique, va notato che tale sbocco era stato fatto presagire dagli stessi sposi già un mese prima, in un’intervista al quotidiano cileno “El Mercurio” del 19 dicembre:
Sull’aereo, però, tutto è sembrato essere accaduto di sorpresa, a giudicare dal video della “breaking news” data subito dopo dagli stessi sposi ai giornalisti in volo con loro:
E anche Francesco – stando a quanto da lui detto durante il volo per Roma – sembra sia stato colto di sorpresa dall’idea di sposare la hostess e lo steward, ma abbia deciso di procedere all’istante, dando immediato credito ai due.
E al giornalista che in conferenza stampa gli ha chiesto “che cosa direbbe ai parroci che si troveranno di fronte fidanzati intenzionati a sposarsi sugli aerei o sulle navi”, ha risposto tranquillo:
“Bisogna dire ai parroci che il papa li ha interrogati bene, era una situazione regolare”.
Dopo le polemiche, il pontefice torna sul caso del vescovo di Osorno, accusato di violenze sessuali: “Volevo dire ‘evidenze’, non ‘prove’”
“La parola ‘prova’ è quella che mi ha tradito. Ho fatto confusione: non volevo parlare di ‘prove’, quanto di ‘evidenze’. C’è molta gente abusata che non può avere prove, non le ha. Magari le ha, ma sente vergogna e soffre in silenzio”. Così papa Francesco, durante il volo da Lima, ha risposto ai giornalisti sulle polemiche nate dalle sue dichiarazioni sul caso di Juan Barros, vescovo di Osorno (Cile) allievo dell’abusatore seriale Fernando Karadima. “Devo chiedere scusa – ha detto – perché la parola ‘prova’ ha ferito: ha ferito tanti abusati”.
Le dichiarazioni del pontefice avevano aperto un duro scontro in Vaticano sulla pedofilia, con il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della commissione per la protezione dei minori, che aveva sentito il bisogno di distanziarsi dalle parole del Papa con una nota ufficiale: “È comprensibile che le parole di Papa Francesco siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”.
Oggi Francesco è tornato sulla vicenda, chiedendo scusa a tutte le vittime di abuso per averle “ferite senza volerlo”. E ringraziando il cardinale O’Malley per la sua dichiarazione: “Io ho apprezzato il cardinale O’Malley, ringrazio per la dichiarazione, perché è stato molto giusto […]. Ha detto tutto quello che ho fatto e faccio per le vittime, e quello che fa la Chiesa. E poi ha detto del dolore delle vittime”.
“Sul vescovo Barros ho fatto una sola dichiarazione, a Iquique – ha ricordato Francesco – In Cile ho denunciato gli abusi con molta forza, davanti al governo, nel discorso ai sacerdoti, ho detto cosa penso più profondamente sull’argomento. Sento di dover andare avanti con la tolleranza zero. Inoltre in cinque anni di pontificato non ho firmato una sola richiesta di grazia. In cinque anni avrò ricevuto venti-venticinque richieste di grazia e non ne ho firmata nessuna. Solo un caso in cui si contestava il processo. Come si dice in giurisprudenza, unico caso in cui c’era il principio ‘in dubio pro reo’”.
Quello del vescovo Barros “è un caso che ho fatto studiare, investigare, ci ho fatto lavorare molto: non c’è evidenza, sotto l’aspetto delle prove, per l’incolpabilità”. E secondo il Papa, “nel caso in cui non c’è evidenza, ‘nemo malus nisi probetur’”, nessuno è cattivo se questo non sia provato. “E in questo caso ho detto la parola che mi ha attirato le critiche”, ha proseguito. “Io ho detto, stavo entrando alla messa, un giornalista a Iquique mi ha chiesto sul vescovo Barros: ‘Il giorno che avrò una prova parlerò. Non ho prove’, ho risposto. La parola prova è quella che mi ha tradito. Ho fatto confusione. Non volevo parlare di prove, quanto di evidenze”.
Secondo il Pontefice, “c’è molta gente abusata che non può avere prove, non le ha. Magari le ha, ma prova vergogna e soffre in silenzio”. “Il dramma degli abusati è tremendo, è tremendo”, ha aggiunto, raccontando il caso di una “donna di 40 anni, sposata, con dei figli: questa donna non prende la comunione da quell’epoca, perché la mano del parroco era la mano dell’abusatore”. “La parola prova non era la migliore – ha insistito -, volevo dire evidenze. Nel caso Barros non c’è evidenza. Non ho evidenze per condannare, né certezza morale”.
Il Papa ha parlato anche di una lettera che è uscita e che “io scrissi alcuni anni fa. Quando cominciai a vedere il caso Barros. Quella lettera devo spiegarla – ha detto -, perché è anche una lettera a favore della prudenza su come è stato gestito il problema Barros. Quella lettera non è la narrazione di un fatto puntuale, è la narrazione di dieci-undici mesi. Quando è scoppiato lo scandalo Karadima, purtroppo conosciamo questo scandalo, si incominciò a vedere quanti sacerdoti che erano stati formati da Karadima, erano stati abusati o sono stati abusatori. Ci sono in Cile quattro vescovi che Karadima inviò al seminario. Qualche persona della Conferenza episcopale ha suggerito che questi vescovi, che sono tre – uno era molto malato e non era in carica in diocesi -, forse era meglio che rinunciassero, dessero le dimissioni, prendessero un anno sabbatico, poi, passata la tempesta, per evitare accuse… Sono vescovi bravi, buoni vescovi, come Barros, che è vescovo da 20 anni”. “Voleva dare le dimissioni – ha rivelato il Pontefice -, è venuto a Roma, io ho detto ‘no, così non si gioca, perché questo è ammettere la incolpabilità previa’. Io ho respinto le dimissioni, poi quando è stato nominato a Osorno è andato avanti questo movimento di protesta. Lui ha dato le dimissioni per la seconda volta. Ho detto ‘tu vai’, ho parlato a lungo con lui”.
“Io continuo a fare l’indagine su Barros senza che ci sia un’evidenza. Questo ho voluto dire. Non oso condannare, perché non ho l’evidenza, ma io sono anche convinto che non c’è”.
“Cosa sentono gli abusati? – ha aggiunto – Ecco, su questo devo chiedere scusa. Perché la parola ‘prova’ ha ferito tanti abusati. ‘Ecco, io devo andare a cercare la certifica di questo?’ La parola ha ferito e chiedo scusa loro se li ho feriti senza accorgermi, ma è una ferita senza volerlo. E a me questo fatto dispiace tanto, perché io li ricevo. In Cile ho ricevuto. Tanti altri in privato. In ogni viaggio c’è qualche possibilità. Due o tre sono stati pubblicati. So quanto soffrono. Sentire che gli dici in faccia, ‘portatemi una prova’, è uno schiaffo. E adesso io mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, perché non pensavo quello. E capisco l’incendio che si è sollevato. Ma Barros resterà lì perché io non posso condannarlo se non ci sono evidenze”.
Città del Vaticano – Non nascondono un certo rammarico le parole del cardinale Sean O’Malley,tra i porporati più vicini a Francesco e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, riguardo alle recenti dichiarazioni del Papa sul “caso Barros”. Ovvero la polemica sul vescovo di Osorno i cui fedeli – sacerdoti e laici – chiedono la rimozione immediata da tre anni, esattamente dal giorno in cui Papa Francesco lo ha posto nel 2015 alla guida della diocesi cilena, accusandolo di aver insabbiato i crimini dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima. Una polemica incendiaria che ha superato ormai i confini del Cile.
«È comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco siano state fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero», ha detto il porporato in una nota pubblicata sul sito dell’arcidiocesi di Boston. Due giorni fa, Bergoglio incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto del pastore di Osorno, “figlioccio” spirituale del carismatico parroco della parrocchia de El Bosque e formatore di gran parte del clero cileno, rispondeva: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?».
Parole, secondo O’Malley, facilmente travisabili «che trasmettono il messaggio che “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» e che suonano come «un abbandono» di «coloro che hanno subito violazioni riprovevoli della loro dignità umana, relegando i sopravvissuti ad un esilio screditato».
Il cardinale, tuttavia, nella medesima nota precisa: «Non essendo stato coinvolto personalmente nei casi oggetto dell’intervista, non posso sapere perché il Santo Padre ha scelto le parole particolari che ha usato in quel momento. Quello che so, comunque, è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e del clero che ha abusato dei bambini e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari».
Accompagnando il Papa in numerosi incontri con i sopravvissuti come presidente dell’organismo per la tutela dei minori «ho assistito alla sua pena nel conoscere la profondità e l’ampiezza delle ferite inflitte a coloro che sono stati abusati e che il processo di recupero può richiedere una vita intera», spiega il cardinale O’Malley. «Le affermazioni del Papa sul fatto che non c’è posto nella vita della Chiesa per coloro che abusano dei bambini e che dobbiamo seguire una tolleranza zero per questi crimini sono autentiche e sono il suo impegno».
La preoccupazione principale, però, è sempre rivolta alle vittime e ai loro familiari. «Non possiamo mai annullare la sofferenza che hanno vissuto o che il loro dolore sia completamente guarito», sottolinea l’arcivescovo di Boston. «In alcuni casi dobbiamo accettare che anche i nostri sforzi per offrire assistenza possono essere una fonte di disagio per i sopravvissuti e che dobbiamo pregare quietamente per loro mentre provvediamo a fornire un supporto nell’adempimento dei nostri obblighi morali». Il porporato ribadisce il suo impegno costante «per la guarigione di tutti coloro che sono stati così danneggiati» e per fare «tutto ciò che è possibile per garantire la sicurezza dei bambini nella Chiesa in modo che questi crimini non accadano mai più».
La dichiarazione di O’Malley va a suggellare una settimana di accese critiche e manifestazioni di piazza contro il vescovo Juan Barros prima, durante e dopo la permanenza del Papa a Santiago. Un nutrito gruppo di Osorno, approfittando della visibilità internazionale data dalla visita papale, ha sfilato per le strade della capitale cilena con cartelloni e striscioni che mostravano immagini di Karadima (oggi 87enne e ricoverato in ospedale) nell’atto di benedire il vescovo con accanto frasi in spagnolo del tipo: «Osorno soffre. Il vescovo Barros insabbiatore» oppure «Vescovo insabbiatore, non può essere pastore».
Al Palazzo della Moneda, era intervenuto anche il presidente della Camera dei Deputati cilena, Fidel Espinoza, che ha fatto pervenire al Pontefice tramite il cardinale Parolin una lettera della comunità cattolica di Osorno in cui veniva richiesta – ancora una volta – la rimozione del presule.
Ad alimentare poi la rabbia dei manifestanti, guidati da tre ex vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andre’s Murillo, divenuti negli anni un “simbolo” – come loro stessi si definiscono – della denuncia degli abusi del clero cileno, la presenza di Barros a tutte le messe papali. In prima fila o nelle tribune riservate ai vescovi. Una chiara «provocazione», a detta degli accusatori. Come provocatorie sono state le dichiarazioni rese da Barros – che ha sempre respinto ogni accusa – alla stampa locale sul fatto che il Papa era stato «molto affettuoso» nei suoi confronti e che gli aveva detto «parole di sostegno». Le stesse, probabilmente, che il Pontefice ha pronunciato poi ai giornalisti.
La reazione delle vittime non si è fatta attendere: «Questi sono pazzi», ha commentato Cruz dal suo account Twitter, chiedendosi quali altre prove si debbano ancora fornire sulla complicità di Barros. «Come se avessi potuto farmi un selfie o scattare una foto mentre Karadima mi toccava nelle parti intime e abusava di me con Barros in piedi accanto a lui, vedendo tutto!». «Il vero scandalo nelle parole di Francesco sta nel fatto che sta dando del bugiardo alle vittime e non a chi ha abusato di loro», ha fatto eco il portavoce dell’associazione di laici di Osorno che chiedono l’allontanamento di Barros, Juan Carlos Claret. In questo modo, secondo le vittime, cioè senza alcun provvedimento nei confronti del vescovo ma anzi con una pubblica difesa, la richiesta di perdono espressa dal Papa nel suo primo discorso ufficiale in Cile rimane solo «un gesto vuoto».
Il pontefice rispondendo a una domanda sul vescovo di Osorno ha detto: “Il giorno che mi portano prove contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola evidenza contro di lui. Questa è calunnia. Chiaro?”
Duro scontro in Vaticano sulla pedofilia. A far esplodere il caso sono le dichiarazioni di papa Francesco sul vescovo di Osorno, frasi così inattese che hanno sorpreso il capo della commissione per la protezione dei minori Sean Patrick O’Malley (di fatto il braccio destro di Francesco contro la pedofilia) e lo hanno spinto addirittura a fare una nota ufficiale per criticare le dichiarazioni del pontefice.
Il cardinale O’Malley, membro del Consiglio dei 9 cardinali che affianca il papa nello studio della riforma della Curia e presidente della Pontificia Commissione per la protezione dei minori oltre che arcivescovo di Boston ha scritto: “E’ comprensibile che le parole di Papa Francesco siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”.
Secondo il porporato, la risposta del Papa ai giornalisti cileni sul caso del vescovo di Osorno, Juan Barros, “il giorno che mi portano prove contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola evidenza contro di lui. Questa è calunnia. Chiaro?” rischiano di scoraggiare le vittime di abusi. Infatti se la Chiesa sostenesse che “se non riesci a dimostrare le tue lamentele, allora non ci si crederà” questo significherebbe “abbandonare coloro che hanno subito illecite violazioni della loro dignità personale”, che si sentirebbero relegati “all’esilio del discredito”.
“Non essendo stato personalmente coinvolto nel situazioni che sono state oggetto dell’intervista del Papa, non posso spiegare – precisa O’Malley – perchè il Santo Padre abbia scelto le parole che ha usato nella sua risposta. Ma quello che so davvero è che Papa Francesco riconosce pienamente gli enormi fallimenti della Chiesa e del suo clero che hanno abusato di bambini, e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sulle vittime che ama particolarmente”.
In merito O’Malley ricorda le psrole pronunciate da Francesco a Santisgo del Cile: “non posso fare a meno di manifestare il dolore e la vergogna che provo per il danno irreparabile fatto ai bambini dai ministri della Chiesa”, e conclude il suo comunicato con questa frase: “Le mie preghiere e la mia preoccupazionesaranno sempre con le vittime e i loro parenti. Non possiamo mai sottovalutare la sofferenza di ciò che hanno sofferto o curare completamente il loro dolore”.
Il vescovo Barros, 61 anni, è accusato di aver protetto con il suo silenzio un prete pedofilo.
Lima – Bufera sul Papa per la pedofilia. Se in Perù alcuni politici chiedono al Papa di contribuire a fare estradare un pedofilo – Luis Figari – che ora vive protetto in un convento italiano, e se in Cile le vittime di un altro orco, Karadima criticano il Papa per continuare a difendere «incomprensibilmente» il vescovo (Juan Barros) che lo ha coperto, dagli Stati Uniti si alza la voce del cardinale, Sean O’Malley che se la prende addirittura con Bergoglio per avere accusato di calunnie le vittime. «È comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco siano state fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero», ha detto il porporato in una nota pubblicata sul sito dell’arcidiocesi di Boston. Due giorni fa, incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto ddel vescovo di Osorno, Bergoglio rispondeva seccato: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?».
Parole, secondo O’Malley, «che trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto» e che suonano come «un abbandono» di «coloro che hanno subito violazioni riprovevoli della loro dignità umana, relegando i sopravvissuti ad un esilio screditato». Il cardinale, tuttavia, nella medesima nota precisa: «Non essendo stato coinvolto personalmente nei casi oggetto dell’intervista, non posso sapere perché il Santo Padre ha scelto le parole particolari che ha usato in quel momento. Quello che so, comunque, è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e del clero che ha abusato dei bambini e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari».
O’Malley era stato nominato da Bergoglio a capo della Commissione per la Tutela delle vittime degli abusi, un organismo che è stato fatto scadere a metà dicembre e da allora mai rinnovato. Non solo. In questi anni di lavoro due membri della commissione, Marie Collins e Peter Sanders, entrambi ex vittime di orchi, sono stati costretti a dimettersi per divergenze di vedute con la curia vaticana. Al centro del contenzioso il progetto per la costituzione di un tribunale interno incaricato di valutare il comportamento dei vescovi omertosi e procedere, nel caso, alle sanzioni. L’idea di questo tribunale poco dopo l’annuncio era stata messa in soffitta e da allora dimenticata.
Il cardinale di Boston presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori prende le distanze da Bergoglio
La polemica sul vescovo di Osorno, Juan Barros, varca ancora le mura leonine e, mentre Papa Francesco è ancora in visita apostolica in Perù, coinvolge i vertici della Santa Sede.
Il cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta dal Papa nel 2014 e membro del C9, prende le distanze da Bergoglio con una nota: è “comprensibile”, scrive, che le sue parole in difesa del vescovo di Osorno siano state “fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero”.
Secondo O’Malley, le dichiarazioni del Papa potrebbero dare l’impressione che il Pontefice stia “abbandonando” le vittime: sono “parole che trasmettono il messaggio ‘se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto’”. Poi smorza, affermando di non “poter parlare” non essendo presente.
“Quello che so, comunque – aggiunge il cardinale – è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari”. Il vescovo di Boston ricorda l’impegno preso da Bergoglio sulla lotta senza frontiere alla pedofilia.
Prima di partire per il Perù, ad Iquique, due giorni fa il Pontefice è tornato a difendere – questa volta con un gruppo di giornalisti cileni – la sua scelta sulla nomina di Barros. Le accuse contro il vescovo, per Papa Francesco, sono tutte calunnie, non essendo emersa negli anni alcuna prova che lo inchiodi. Barros è accusato di aver protetto Padre Karadima, condannato dal tribunale vaticano e dalla giustizia civile cilena per pedofilia, e si dice sia stato suo allievo spirituale.
Gli abitanti della diocesi di Osorno protestano – e anche pesantemente nei giorni di permanenza di Bergoglio in Cile – chiedendo la rimozione di Barros, ma il Pontefice ha sempre difeso la sua scelta: del 2015 è il video diffuso sui media cileni che mostra il Papa mentre, a margine di un’udienza in Vaticano, prende strenuamente le parti di Barros. Il 16 gennaio nella Nunziatura Apostolica di Santiago del Cile, dopo il pranzo, Francesco ha ricevuto un piccolo gruppo di vittime di abusi sessuali da parte di preti. Il Vaticano non ha fornito ulteriori dettagli, ma è più che probabile si sia trattato delle vittime di Karadima.
Pochi giorni prima dell’arrivo di papa Francesco in Cile, la pubblicazione sull’Associated Press di una sua lettera ai vescovi cileni del gennaio 2015 ha complicato non poco la sua visita.
Quella lettera, infatti, genera un autentico rompicapo sul reale pensiero di Jorge Mario Bergoglio riguardo al maggiore scandalo che ha scosso il Cile in questi ultimi anni, quello che ha per protagonista un sacerdote di nome Fernando Karadima.
Karadima, oggi ottantasettenne, è stato per decenni parroco a Santiago, ma soprattutto è stato seguitissimo educatore e guida di folte schiere di giovani e di sacerdoti, dei quali alcuni sono poi diventati vescovi.
Nel 2010, però, numerosi suoi discepoli rivelarono di essere stati abusati sessualmente da lui, quando erano in giovane età o minorenni. La Santa Sede arrivò presto alla conclusione che quelle accuse erano fondate. E il 21 giugno del 2011 dichiarò Karadima colpevole e lo obbligò a ritirarsi a una vita nascosta di penitenza e preghiera.
Successivamente, tuttavia, nuove denunce colpirono anche tre vescovi cresciuti alla scuola di Karadima, accusati di aver assistito o di aver preso parte ad alcuni degli abusi sessuali compiuti dal loro maestro.
Questi tre vescovi erano:
– Juan de la Cruz Barros Madrid, ordinato nel 1995 come ausiliare di Valparaíso, poi vescovo di Iquique e all’epoca ordinario militare del Cile;
– Tomislav Koljatic Maroevic, ordinato nel 1998, vescovo di Linares;
– Horacio del Carmen Valenzuela Abarca, ordinato nel 1995, vescovo di Talca;
Anche su questi tre vescovi la Santa Sede avviò delle verifiche. Che fecero presto maturare la decisione di esonerarli dall’esercizio dei loro uffici.
Questo, infatti, è ciò che si ricava dalla lettera di papa Francesco resa nota pochi giorni fa dall’Associated Press.
Stando a ciò che scrive il papa in quella lettera, nel 2014 il nunzio vaticano in Cile, Ivo Scapolo, chiese a Barros, quello dei tre vescovi che era più nell’occhio del ciclone, di dimettersi e di prendere un anno sabbatico.
Il nunzio disse inoltre a Barros in via confidenziale – sempre stando a quanto scrive il papa – che lo stesso passo sarebbe stato richiesto anche agli altri due vescovi sotto accusa.
Barros, però, nell’atto di rinuncia da lui fatto pervenire alle autorità vaticane verso la fine del 2014, mise per iscritto anche ciò che il nunzio gli aveva detto sotto segreto riguardo agli altri due vescovi. E questa infrazione – scrive il papa nella lettera – “complicò e bloccò” tutto.
Infatti, l’atto di rinuncia di Barros e degli altri due vescovi non ebbe più seguito.
Non solo. Poco dopo, Francesco addirittura promosse Barros da ordinario militare a vescovo di una diocesi, quella di Osorno.
La nomina fu resa pubblica il 10 gennaio 2015 e in Cile scoppiò il finimondo. Il 23 gennaio, il consiglio permanente della conferenza episcopale del Cile scrisse a papa Francesco una lettera per chiedere la revoca della nomina.
E il 31 gennaio Francesco rispose ai vescovi cileni appunto con la lettera ora resa nota dall’Associated Press.
This photo shows a scanned copy of a confidential Jan. 31, 2015 letter from Pope Francis obtained by The Associated Press, with details of the behind-the-scenes maneuvering to deal with prelates connected to Chile’s most notorious pedophile priest, Rev. Fernando Karadima. (AP Photo) English Translation follows. The Vatican, January 31, 2015 To the Bishops of the Permanent Committee of the Chilean Bishops Council Santiago, Chile Dear Brothers, I received your email of Jan. 23. Many thanks for openly expressing your concerns at this time regarding the appointment of Mons. Juan Barros Madrid. I understand what you are saying and I am aware that the Church in Chile is in a difficult situation due to all the trials it has had to undergo. I am sending not only my brotherly understanding and my brotherly closeness, but also my prayers. I well remember your visit in February of last year and all the different proposals, which I thought were prudent and constructive. However, a serious problem came up at the end of the year. The Nuncio asked Mons. Barros to resign and encouraged him to take a sabbatical, (for perhaps a year), before assuming any other responsibilities as a Bishop. And he told him the same course of action would be taken with Bishops of Talca and Linares, but that nothing should be said to them. Mons. Barros wrote a resignation letter in which he mentioned the Nuncio’s comment. As you can comprehend, the Nuncio’s comment complicated and blocked any eventual path to offering a year’s sabbatical. We spoke about this issue with Cardinal Ouellet and I know he talked about it with the Nuncio. At this time, on express orders from the Congregation of Bishops, Mons. Barros is performing a month of spiritual retreat in Spain. I do not know if he will stop by Rome when he is finished, but I will advise Cardinal Ouellet about this and your suggestions. I thank you once again for your openness and frankness in expressing your views: that is th
Eccola tradotta integralmente.
*
Vaticano, 31 gennaio 2015
Ai Signori Vescovi
del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale del Cile
Santiago
Cari fratelli,
Ho ricevuto la vostra e-mail del 23 di questo mese. Vi ringrazio per aver manifestato apertamente l’inquietudine che vivete in questi momenti riguardo alla nomina di Mons. Juan Barros Madrid. Capisco ciò che mi dite e sono consapevole che la situazione della Chiesa in Cile è difficile a causa delle prove che avete dovuto sopportare. Vi assicuro, oltre la mia fraterna comprensione, la mia vicinanza di fratello e la mia preghiera.
Ricordo bene la vostra visita nel febbraio dell’anno passato, come anche le diverse proposte, che mi apparvero prudenti e costruttive.
Tuttavia, verso la fine dell’anno è emerso un problema serio. Il Signor Nunzio chiese a Mons. Barros la rinuncia e lo esortò a prendersi un periodo di sabbatico (un anno, per esempio) prima di assumere un’altra responsabilità pastorale come vescovo diocesano. E gli aggiunse che la stessa procedura si sarebbe fatta con i vescovi di Talca e di Linares, ma lo pregò di non dire niente a costoro. Mons. Barros fa arrivare il testo della sua rinuncia aggiungendovi questa considerazione del Nunzio.
Come voi potete capire, questa considerazione del Signor Nunzio complicò e bloccò ogni eventuale percorso ulteriore, nel senso di proporre un anno sabbatico. Parlammo della questione con il Card. Ouellet e so che lui parlò con il Signor Nunzio.
In questo momento, per espressa indicazione della Congregazione per i Vescovi, Mons. Barros sta facendo il mese di Esercizi Spirituali in Spagna. Non so se una volta conclusi passerà da Roma, ma avviserò il Card. Ouellet di questo e del suggerimento che voi fate.
Vi ringrazio di nuovo per l’apertura e la franchezza nell’esprimere il vostro parere e sentire: è l’unico modo di lavorare per la Chiesa, la cui cura il Signore ha affidato ai Vescovi. Vi chiedo, per favore, di pregare per me perché ne ho bisogno.
Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi protegga.
Fraternamente.
Franciscus
*
Come si vede, in questa sua lettera Francesco non spiega perché sia bastata una semplice improprietà di scrittura – peraltro correggibile – per annullare l’atto di rinuncia di Barros.
Né tanto meno il papa cita, né spiega, lo stupefacente voltafaccia da lui compiuto con la promozione alla diocesi di Osorno del vescovo che solo poco tempo prima aveva in animo di far dimettere.
Questo è comunque ciò che è avvenuto in seguito.
– Il 6 marzo 2015 Francesco riceve in udienza l’arcivescovo di Concepción Fernando Natalio Chomalí Garib, amministratore apostolico di Osorno nell’attesa che sia insediato il nuovo vescovo.
– Il 21 marzo dello stesso mese Barros fa il suo ingresso ufficiale nella diocesi di Osorno, in un uragano di proteste.
– Dieci giorni dopo, il 31 marzo, un comunicato del vicedirettore della sala stampa vaticana dichiara che “prima della recente nomina di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid a Vescovo di Osorno (Cile), la Congregazione per i Vescovi ha studiato attentamente la candidatura del Presule e non ha trovato ragioni oggettive che ne ostacolassero la nomina”. Il che non spiega perché invece fino a tutto il 2014 la Santa Sede premesse per le dimissioni di Barros.
– In aprile Marie Collins, irlandese, vittima da adolescente di abusi e membro di spicco della pontificia commissione per la protezione dei minori, critica pubblicamente la nomina di Barros. E con altri tre membri della commissione si reca a Roma a incontrare il presidente della stessa, il cardinale Sean O’Malley, affinché egli convinca il papa a revocare la nomina.
– In maggio, al termine di un’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco incontra un ex portavoce della conferenza episcopale cilena, Jaime Coiro, con la famiglia, il quale gli dice che in Cile la Chiesa “prega e soffre” per tutto ciò che sta accadendo.
Ed ecco le parole testuali che Francesco gli rivolge, registrate in un video di un minuto e venti secondi messo in circolo il 2 ottobre successivo dalla testata cilena “Ahora Noticias”.
Nell’originale spagnolo:
“Es una Iglesia que perdió la libertad dejándose llenar la cabeza por políticos, juzgando a un obispo sin ninguna prueba después de veinte años de servicio. O sea, que piensen con la cabeza, no se dejen llevar por las narices de todos los zurdos que son los que armaron la cosa.
“Además, la única acusación que hubo contra ese obispo fue desacreditada por la corte judicial. O sea, por favor, eh… no pierdan la serenidad. Osorno sufre sí, por tonta, porque no abre su corazón a lo que Dios dice y se deja llevar por las macanas que dice toda esa gente. Yo soy el primero en juzgar y castigar a alguien que tiene acusaciones de ese tipo… Pero en este caso ni una prueba, al contrario… De corazón se lo digo. No se dejen llevar por las narices de estos que buscan lío no más, que buscan calumnias…”.
E in italiano:
“È una Chiesa che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio. Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.
“Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh? non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, chiasso, che cercano di calunniare…”.
– In ottobre, dopo la diffusione di queste parole di Francesco tanto assolutorie di Barros quanto umilianti per i suoi accusatori, le proteste esplodono ancor più vigorose. E anche Marie Collins dichiara in un tweet tutto il suo sconforto per questa presa di posizione del papa:
“Quale perdita di tempo è stato quel mio viaggio a Roma riguardo a Barros, visto come sono trattate le proteste delle coraggiose vittime di Karadima”.
– Un anno e mezzo dopo, il 20 febbraio 2017, Francesco riceve i vescovi del Cile in visita “ad limina”. Conversa con loro, a porte chiuse, per circa tre ore. Dopo l’incontro, il cardinale di Santiago Ricardo Ezzati Andrello dichiara che il papa ha toccato “con molta sincerità” anche il problema della pedofilia, invitando “a superare questa situazione”. Ma niente cambia riguardo al vescovo di Osorno, presente anche lui all’incontro, al pari degli altri due discepoli di Karadima, i vescovi di Linares e di Talca.
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E siamo all’oggi, cioè all’arrivo di papa Francesco in Cile, proprio ora che è stato scoperchiato – con la pubblicazione di quella sua lettera del 31 gennaio 2015 – il groviglio di contraddizioni che ha fin qui segnato la sua gestione della vicenda.
Contraddizioni tra il dire e il fare. Come anche tra il dire oggi una cosa e la volta dopo il suo contrario.
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POST SCRIPTUM – Il 18 gennaio, a Iquique, ultima tappa del suo viaggio in Cile, papa Francesco ha detto a dei giornalisti che contro il vescovo Barros “non c’è una sola prova e sono tutte calunnie”. E il giorno precedente, nel salutare calorosamente Barros al termine della messa celebrata a Temuco, gli aveva detto: “Vai avanti!”:
Al papa hanno replicato gli accusatori di Barros, gli stessi ai quali era stato dato credito quando l’imputato era il sacerdote Antonio Karadima, mentre ora la loro testimonianza – lamentano – inspiegabilmente non è più presa per vera:
Ma soprattutto è arrivato il polemico commento del cardinale Sean O’Malley, un’autorità in materia, in quanto capo della pontificia commissione per la tutela dei minori. In una nota del 20 gennaio egli ha dichiarato che “è comprensibile che quelle parole di Francesco siano state fonte di grande dolore per le vittime di abusi sessuali”, perché “espressioni come: ‘se non puoi dimostrare le tue accuse, non puoi essere creduto” relegano le vittime nell’esilio del discredito”: Cardinal O’Malley: Pope caused ‘great pain’ for abuse survivors in Chile
Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità
“Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.
Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.
“Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.
Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.
Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.
Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.
A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.
Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.
Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.
Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.
Pubblicato il report della Royal Commission, frutto di 8mila audizioni alle vittime: «Celibato volontario e i preti denuncino abusi ammessi in confessionale». I vescovi: «Sigillo inviolabile». Il Vaticano: «Vicini ai sopravvissuti per portare giustizia»
SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
Non è un paese per bambini l’Australia. Almeno così pare osservando i risultati della corposa inchiesta sulla pedofilia della Royal Commission che, dal 2012 ad oggi, ha raccolto in ventuno volumi 15mila deposizioni e 8mila audizioni a porte chiuse di coloro che in orfanotrofi, scuole, circoli sportivi, gruppi giovanili, e soprattutto istituzioni cattoliche (si parla del 61,8% dei casi) sono stati vittime di abusi sessuali. L’Australia «è venuta meno in modo grave ai suoi doveri» di proteggere i bambini, si legge nel final report, «decine di migliaia di bambini sono stati vittime di violenza sessuale in molte istituzioni australiane e non ne sapremo mai il numero esatto».
Lo sconcerto che ha provocato l’indagine si sintetizza nelle parole del premier australiano, Malcolm Turnbull: «Una tragedia nazionale», ha detto. E non ha mancato di ringraziare «i membri della Commissione e coloro che hanno avuto il coraggio di raccontare le loro storie».
I sei membri della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione Reale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori) – organismo istituito nel 2013 dal governo laburista di Julia Gillard, che a marzo 2016 aveva torchiato il prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia, il cardinale australiano George Pell per i presunti insabbiamenti di casi di pedofilia – hanno setacciato ogni angolo dei sei Stati dell’isola intimando e ottenendo il rilascio di 1,2 milioni di documenti riservati.
Dal meticoloso lavoro sono state identificate oltre 4mila istituzioni, teatro di crimini sessuali su minori negli ultimi decenni. Non erano poche le «mele marce», spiega il documento, «alcune istituzioni hanno avuto diversi pedofili che hanno aggredito numerosi bambini»; esse hanno quindi «fallito in modo grave nei loro doveri e in molti casi queste carenze sono state aggravate da una risposta chiaramente inadeguata per le vittime».
Circa 2600 persone sono state segnalate alla polizia e ad altre autorità che hanno avviato 230 azioni penali. Una mossa, quest’ultima, non scontata considerando che, nel passato – come ha denunciato il presidente della Commissione, Peter McClellan – «la polizia ha spesso rifiutato di credere ai bambini e di indagare sulle loro denunce e il sistema di giustizia penale ha creato molte barriere alla riuscita di procedimenti giudiziari».
«In molti decenni numerose istituzioni hanno tradito i nostri bambini. I sistemi di protezione dell’infanzia e di giustizia civile li hanno abbandonati», ha aggiunto lapidario McClellan. Che sul banco dei principali imputati trascina la Chiesa e tutte le sue autorità accusate di mala gestione e insabbiamenti dei casi di abusi (una delle maggiori accuse rivolte a Pell, da giugno in congedo dal Vaticano per difendersi in Tribunale in Australia).
Proprio ai sacerdoti è rivolta una delle 409 raccomandazioni (189 delle quali del tutto inedite) contenute nel rapporto conclusivo e indirizzate a governi e organizzazioni per evitare che il dramma possa ripetersi in futuro. Ai preti si suggerisce di rivedere il voto di castità, considerandolo all’origine di tanti cattivi “impulsi”, perché diventi «volontario», ma soprattutto si chiede di ripensare la questione del segreto durante la confessione, in modo che il sacerdote confessore – al pari di poliziotti, medici, infermieri – sia obbligato per legge a denunciare gli atti di pedofilia eventualmente ammessi nel confessionale.
Insomma, si tratterebbe di violare il sigillo sacramentale come sancito dal Codice di Diritto Canonico e dal Catechismo della Chiesa cattolica, il quale afferma che il confessore è vincolato dal segreto assoluto non soltanto per quanto riguarda i peccati ma anche per quanto egli viene a conoscere riguardo alla vita del penitente.
La proposta ha infatti suscitato una reazione piccata da parte dei vescovi australiani che l’hanno bollata come «inaccettabile». Il presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, intervenendo a riguardo ha dichiarato che si sentirebbe «terribilmente combattuto» se qualcuno gli confessasse di essere autore di tali crimini, perché il segreto «è inviolabile» e «non può essere spezzato». «Non riesco a immaginare che la natura sacrosanta della confessione possa mai cambiare», ha detto il pastore di Melbourne ai giornalisti, «rispetto la legge di un Paese, ma è un impegno sacro, spirituale, davanti a Dio che devo onorare e devo rispettare».
La questione non è di poco conto: «La pena per un sacerdote che viola il segreto della confessione è la scomunica, è una questione spirituale, reale e grave» ha spiegato Hart, sottolineando tuttavia che «se qualcuno confessasse di aver abusato di bambini, lo incoraggerei ad ammettere i suoi crimini al di fuori del confessionale in modo che possano essere riferiti alla polizia».
Il capo dell’episcopato australiano – che si è mostrato invece piuttosto possibilista sull’introduzione del celibato volontario – ha assicurato comunque che la Chiesa cattolica del paese ha preso «molto seriamente» i risultati dell’inchiesta. E, «a nome dei vescovi e dei leader religiosi cattolici», ha ribadito «le scuse incondizionate per questa sofferenza» e per «questo vergognoso passato, in cui una prevalente cultura della segretezza e dell’autoprotezione ha portato a sofferenze inutili per molte vittime e per le loro famiglie». Di qui la promessa di un maggior impegno «a garantire giustizia per le persone colpite».
Con uguale prontezza l’arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher, ha affermato che il rapporto non «siederà su uno scaffale» e che è pronto ad affrontare i fallimenti sistemici dietro gli abusi. Il vescovo si dice infatti «inorridito» dall’attività peccaminosa e criminale di alcuni membri del clero e si vergogna della risposta che alcuni dirigenti della Chiesa hanno dato in passato. «Riconosco e comprendo come questo abbia danneggiato la credibilità della Chiesa nella comunità e abbia scioccato molti dei nostri fedeli», ha aggiunto, «se vogliamo essere degni della fiducia delle persone, dobbiamo dimostrare che i diritti dei bambini sono sempre rispettati».
Solo così, solo se «le storie non saranno nascoste sotto il tappeto e non ci sarà alcun insabbiamento», ha fatto eco l’arcivescovo di Perth Timothy Costelloe, tutto il lavoro della Commissione e la sofferta testimonianza delle vittime «non saranno state vane».
Dal canto suo la Santa Sede, sottolineando che il rapporto della Commissione «merita di essere studiato approfonditamente», si dice «vicina alla Chiesa cattolica in Australia – fedeli laici, religiosi e clero – mentre ascolta e accompagna le vittime e i sopravvissuti nello sforzo di portare guarigione e giustizia». Poi ricorda le parole di Papa Francesco nel recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, quando ha affermato che «la Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto» ed «è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili».
L’associazione Rete L’ABUSO rende noto che nella mattina di giovedì, ore 10, ha indetto una conferenza stampa presso il Circolo Bocciofila Lido di via Gobetti 8a (loc. Albaro Genova).
L’incontro che avrà attinenza con le raccomandazioni avanzate nel 2014 dalla Commissione ONU per la Tutela del Fanciullo alla Santa Sede, ha l’obbiettivo di illustrare, oltre alle iniziative ad essa collegate, la prima Interrogazione Parlamentare in Italia sul tema dei preti pedofili, voluta dalla Rete L’ABUSO e depositata nei giorni scorsi in Parlamento.
L’incontro sarà presieduto dall’intero direttivo, Francesco Zanardi (Presidente) avv. Elena Peruzzini (vice Presidente), avv. Riccardo Di Rella (Segretario).