Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Giovanni Paolo II avrebbe insabbiato abusi sessuali su minori di preti e diaconi

    Giovanni Paolo II avrebbe insabbiato abusi sessuali su minori di preti e diaconi

    Francesca Di Feo – L’inchiesta condotta da Ekke Overbeek, giornalista danese – naturalizzato polacco – ha rivelato evidenze secondo le quali Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato coinvolto nell’insabbiamento di diversi casi di abusi sessuali a sfondo pedofilo da parte di preti e diaconi.

    Ai tempi Karol Wojtyla, non ancora Papa, era arcivescovo dell’arcidiocesi di Cracovia: si parla quindi degli anni 60’/70‘, ben prima dello scandalo scoppiato successivamente nel 1985.

    L’indagine di Ekke Overbeek sui tempi in cui Giovanni Paolo II era Arcivescovo di Cracovia

    Ekke Overbeek ha trascorso gli ultimi due anni a scartabellare archivi ecclesiastici in Polonia, dove risiede oggi, trovando diversi casi in cui il futuro Papa dichiarava di essere a conoscenza degli abusi perpetrati da preti e diaconi – e di averli aiutati, per vie traverse, a rimanere impuniti, trasferendoli in altre parrocchie.

    “Posso fornire tutte le prove necessarie: su quei documenti c’è scritto chiaro e tondo. Alcuni preti hanno davvero abusato di bambini e adolescenti che frequentavano l’Arcidiocesi di Cracovia. Giovanni Paolo II ne era ben consapevole, e invece di punire i colpevoli, li ha semplicemente trasferiti altrove – dove probabilmente ci sono state altre vittime” – ha dichiarato Overbeek al quotidiano di informazione polacco Nieuwsuur.

    Il giornalista spiega di non aver condotto nessuna indagine illegale: tutti i documenti sono di dominio pubblico, messi a disposizione dai servizi segreti in tempi recenti. Tutti risalenti al periodo in cui Wojtyla prestava servizio a Cracovia.

    Le prove sono tutte raccolte nel libro di Overbeek – Maxima Culpa – che verrà pubblicato il prossimo anno in Polonia.

    “Ho fatto appena in tempo a trovare i rapporti su cui ho basato la mia ricerca: quasi tutti i documenti cronologici sull’Arcivescovato di Wojtyla sono stati distrutti. Per fortuna sono riuscito a ricostruire il puzzle attraverso tutti i rapporti su cui è anche semplicemente menzionato. E il risultato è un deludente caso di insabbiamento ecclesiastico”.

    Da santo a figura controversa

    Una grande delusione per cattolici e laici: Karol Jozef Wojtyla è una delle figure ecclesiastiche più amate dei tempi recenti. Nato in Wadovice, Polonia, nel 1920, Papa Giovanni Paolo II è stato un pilastro della Chiesa, tanto da essere santificato post-mortem nel 2014.

    L’opinione pubblica ha sempre considerato Wojtyla come un difensore dei deboli: la versione ufficiale è infatti che il Papa fosse venuto a conoscenza dei casi di pedofilia nella Chiesa solo nel 1985, schierandosi ferocemente contro l’insabbiamento.

    Tuttavia, l’inchiesta di Overbeek smentisce questa supposizione: Giovanni Paolo II sapeva decenni prima. Il primo caso portato alla sua attenzione fu quello di Monsignor Surgent, un prete accusato di abusi sessuali verso minori già nei primi anni 60’.

    “Surgent venne effettivamente arrestato in quell’occasione. Il compagno di cella ha raccontato di come il Monsignore avrebbe chiesto e ottenuto il perdono e la riqualificazione al Papa, promettendo di non macchiarsi mai più di un crimine simile. Senza mantenere la promessa” spiega Overbeek.

    Un altro prete pedofilo avrebbe spiegato nei dettagli le sue colpe a Wojtyla, ricevendo, ancora una volta, assoluzione e riqualificazione.

    Difficile mettere in discussione che i documenti citati siano autentici: sono stati analizzati accuratamente anche dal professor Stanislaw Obirek dell’Università di Varsavia, e confermati da uno degli stessi autori.

    Oltre al danno, la beffa: si specula infatti che l’attuale Papa Francesco fosse a conoscenza della vicenda, e che avesse deciso comunque di procedere con la canonizzazione di Karol Wojtyla nel 2014.

    “Stiamo solo aspettando la reazione della chiesa, adesso. I fatti non possono essere cancellati” ha dichiarato Obirek. “Se finora la Chiesa si è difesa dalle accuse di insabbiare i casi di pedofilia per semplice ignoranza sulla questione, oggi non può più farlo”.

    Ad oggi, si attende ancora una risposta dagli ufficiali cattolici sulla questione, anche se – indirettamente – la reazione sembra esserci stata: il Vaticano ha annunciato un’indagine generale sul periodo preciso in cui Giovanni Paolo II avrebbe prestato servizio come Vescovo a Cracovia.

    PAPA GIOVANNI PAOLO II E LE PERSONE LGBTQIA+

    Giova ricordare cosa pensava e predicava Karol Wojtyla a proposito dell’omosessualità. Per non dimenticare che, dallo scranno di Pietro, la Chiesa di Roma per secoli ha represso, perseguitato – e continua a farlo grazie al suo potere di ricatto sulla politica – le persone LGBTQIA+.

    “Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale. Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione, ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.
    (Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 1995)

    GIOVANNI PAOLO II DEFINI’ IL WORLD PRIDE DI ROMA DEL 2000 UN’OFFESA AI VALORI CRISTIANI

    “Vorrei limitarmi a leggere quanto dice il catechismo della Chiesa cattolica, il quale, dopo aver rilevato che gli atti di omosessualità  sono contrari alla legge naturale, così si esprime: ‘un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali, profondamente radicate. Questa inclinazione oggettivamente disordinata costituisce per la maggior parte di loro, una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà  ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà  di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà  che possono incontrare in conseguenza della loro condizione‘”

    (Giovanni Paolo II – Angelus del 9 Luglio 2000 – Fonte: archivio di Repubblica.it)

    https://www.gay.it/giovanni-paolo-ii-insabbiamento-casi-abusi-sui-minori

  • Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Che succede quando ad essere adombrato dall’accusa di abusi è uno dei religiosi più famosi al mondo? Nel caso che sta tenendo banco nel mondo ecclesiastico in questi giorni non c’entrano minorenni, ma le denunce di presunte violenze psicologiche e forse sessuali ai danni di alcune suore.

    I fatti risalirebbero ai primi anni Novanta e sarebbero avvenuti nella Comunità Loyola di Lubiana in cui era confessore il teologo ed artista sloveno padre Marko Ivan Rupnik. Quest’ultimo, nel frattempo divenuto una celebrità dell’arte sacra per i suoi mosaici neobizantini nonché membro e consultore di vari Pontifici Consigli, è l’uomo accusato da tre religiose di «abusi di coscienza ma anche affettivi e presumibilmente sessuali». Accuse messe nero su bianco in una lettera pubblicata dalla rivista Left e che, secondo l’autrice, sarebbe stata inviata nell’estate del 2021 al Papa senza però ottenere risposta.

    È alle motivazioni addotte nella lettera che si dovrebbe l’allontanamento – avvenuto nel 1993 – di Rupnik, appartenente alla Compagnia di Gesù, dalla Comunità fondata dalla sua amica, suor Ivanka Hosta. All’epoca, quindi le ombre sull’artista sloveno sarebbero state “coperte” con il benestare – sempre secondo il racconto di una delle presunte vittime – dell’allora arcivescovo di Lubiana, monsignor Alojzij Šuštar. Proprio al dicembre del 1993 risale l’inaugurazione della “creatura” più famosa di Rupnik, quel Centro Aletti nato a Roma per far parte del Pontificio Istituto Orientale e benedetto da San Giovanni Paolo II in persona.

    Il dossier sloveno su Rupnik sarebbe rimasto sconosciuto se non fosse stato per il commissariamento della Comunità Loyola avvenuto – ha fatto sapere Left – nel 2020 ed affidato ad un altro gesuita, il vescovo ausiliare della diocesi di Roma, monsignor Daniele Libanori. Questo commissariamento, di cui non è stata data alcuna notizia ufficiale, sarebbe partito a seguito del numero sorprendente di suore uscite dalla comunità e apparso a Roma come una spia del malessere per una gestione evidentemente problematica. Riaprendo quel vaso di Pandora a Lubiana, presumibilmente deve essere affiorata anche la vicenda relativa al gesuita sloveno e risalente a quasi venti anni prima.

    Dopo le voci dei giorni scorsi, ieri si è avuta la prima conferma tramite una dichiarazione – datata 2 dicembre – firmata Domus Interprovinciales Romanae dei gesuiti. Dalla nota si apprende che nel 2021 il Dicastero per la dottrina della fede ha ricevuto una denuncia relativa al «modo di esercitare il ministero» di padre Rupnik. L’ex Sant’Uffizio ha affidato l’indagine direttamente alla Compagnia di Gesù che ha nominato un istruttore esterno e poi ha redatto una relazione sul caso. Sulla base di questa relazione, il Dicastero per la dottrina della fede «ha costatato che i fatti in questione erano da considerarsi prescritti e ha quindi chiuso il caso».

    Roma locuta est a fine ottobre 2022, mentre la Compagnia ha fatto sapere di mantenere in vigore le misure amministrative imposte al teologo sloveno durante la fase d’indagine: divieto di confessare, di accompagnamento negli Esercizi Spirituali e di direzione spirituale, oltre all’obbligo di chiedere il permesso al superiore locale per svolgere attività pubbliche.

    Una certa elasticità in quest’ultima limitazione è all’origine della lettera a Left di una delle tre suore che hanno denunciato abusi per mano dell’artista: la donna, infatti, ha confessato di aver deciso di scrivere alla rivista dopo aver visto un recentissimo video su youtube con un’omelia di Rupnik e dopo essersene lamentata con il vescovo Libanori. I commenti del religioso sloveno al Vangelo sono stati pubblicati anche questa domenica sulla pagina del Centro Aletti, quindi nonostante le polemiche provocate dall’inchiesta di Left e nonostante il comunicato dei gesuiti che ha confermato la notizia delle misure.

    Peraltro Rupnik solamente pochi giorni fa ha ricevuto il titolo di Doctor Honoris Causa,  in un’università pontificia in Brasile ed ha tenuto per l’occasione una lezione sul tema Educare alla Bellezza nell’Aula Magna.

    Ma la corretta applicazione o meno delle misure amministrative comminate dalla Compagnia di Gesù non è l’unico argomento che sta facendo discutere in questi giorni sul caso Rupnik: l’altra “bomba”, infatti, l’ha sganciata due giorni fa il blog Messa in Latino sostenendo di averla appresa da «fonti in altissimo loco». Secondo Messainlatino.it, ai danni del gesuita sloveno sarebbe stata emessa addirittura una sentenza canonica di condanna relativa ad un «processo per l’assoluzione del complice in confessione» di cui, per competenza, si sarebbe occupato il Tribunale del Dicastero per la dottrina della fede. La sentenza, in base a quanto riportato dalla fonte di Mil, avrebbe comportato la scomunica latae sententiae per Rupnik che però sarebbe stata successivamente bloccata dal Papa in persona.

    Un’indiscrezione clamorosa ma priva di conferme dal Vaticano e che non trova traccia nell’unico comunicato ufficiale fino ad ora uscito sulla vicenda, quello della Provincia Romana della Compagnia di Gesù che invece ha confermato il contenuto delle rivelazioni su Left. Bisogna ammettere che queste accuse – seppur prescritte – segnano una nuova battuta d’arresto per la credibilità della Chiesa sul fronte del contrasto agli abusi commessi da religiosi e che ad uscirne ammaccata non può essere solo l’immagine dell’attuale pontificato dal momento che i fatti contestati al teologo ed artista sloveno risalgono agli inizi degli anni ’90 ed erano emersi già allora.

    https://lanuovabq.it/it/il-caso-rupnik-ferisce-anche-la-credibilita-della-chiesa

  • Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Il papa emerito Benedetto XVI (95 anni) intende difendersi di fronte a una denuncia sporta al Tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, nell’ambito di un’inchiesta su eventuali abusi nella Chiesa da parte di preti pedofili. Lo ha confermato la portavoce dello stesso Tribunale, senza precisare in che forme e in quali tempi il successore di Giovanni Paolo II fornirà la sua autodifesa in sede giudiziale. L’annuncio sulla disponibilità di Joseph Aloisius Ratzinger, infatti, per ora “non presenta elementi di contenuto”, ha spiegato la portavoce.

    La denuncia era stata sporta da un uomo oggi 38enne, che ha affermato di aver subito abusi da un prete pedofilo, e coinvolge Ratzinger in quanto all’epoca arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1982), quando il religioso accusato fu trasferito in quella diocesi.

    L’uomo ha inoltre riferito di aver subito abusi da un prete recidivo, tale Peter H., nella località di Garching an der Alz. Un rapporto sul sacerdote, diffuso lo scorso gennaio, riferisce anni di abusi; ma invece di denunciare l’accaduto, l’arcidiocesi è accusata di aver trasferito il religioso in altre parrocchie, dove gli abusi si sono ripetuti.

    Finora sono state presentate quattro denunce: oltre al prete, già condannato, e al predecessore di papa Francesco, sono coinvolti il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell’arcidiocesi, e l’arcidiocesi stessa. Si tratta di un’azione civile, dato che sul piano penale la vicenda non ha più valore.

    “Se la Chiesa cattolica e gli imputati – con l’eccezione del noto recidivo Peter H. – si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l’ingiustizia commessa, la causa avrà successo” ha dichiarato l’avvocato del querelante, Andreas Schulz. “Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa cattolica accelererà l’erosione della fede” ha aggiunto il legale. Se il pontefice emerito non si fosse dichiarato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. Ratzinger si è affidato allo studio legale Hogan Lovells. I quattro denunciati hanno chiesto una proroga, ha illustrato la portavoce del Tribunale bavarese, e hanno tempo fino al 24 gennaio prossimo per argomentare sul piano contenutistico la difesa.

    Le altre accuse a Ratzinger

    Di accuse a Ratzinger su “comportamenti erronei” nel gestire casi di preti pedofili a Monaco si parlò già nel corso del suo pontificato (2005-2013), quando le responsabilità sulla vicenda di “padre H.” vennero poi attribuite a un sottoposto. E sono riemerse con più forza nel gennaio scorso dal rapporto indipendente sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi bavarese.

    Tra l’altro, in quei giorni, il Papa emerito dovette correggere una sua dichiarazione essenziale rilasciata in relazione al dossier. Contrariamente al suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione dell’Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi e si era recato a Monaco per una terapia. Tuttavia, dichiarò il segretario particolare, mons. Georg Gaenswein, nell’incontro in questione “non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. In quella sede, è stato precisato ancora da Gaenswein, la richiesta fu approvata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    La questione che restava in piedi era che Benedetto XVI sapeva del prete accusato di pedofilia, anziché il contrario. In seguito, al prete fu consentito di proseguire il proprio ministero e lui continuò nei suoi comportamenti. L’accusa che viene rivolta all’allora arcivescovo Ratzinger è di non aver preso alcun provvedimento affinché ciò non accadesse.

    https://www.rainews.it/articoli/2022/11/benedetto-xvi-testimonianza-prete-pedofilo-abusi-baviera-2378d3ea-df73-4674-be6c-e6790c17bd2b.html

  • Un cardinale francese ha ammesso di aver abusato di una 14enne nel 1987

    Un cardinale francese ha ammesso di aver abusato di una 14enne nel 1987

    Il cardinale francese Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux dal 2001 al 2019, ha ammesso di aver abusato di una ragazzina di 14 anni quando era parroco nel 1987. In una lettera che è stata letta ad alta voce da Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese (CEF), durante una riunione dell’assemblea in corso dal 3 novembre a Lourdes, Ricard ha scritto:

    Il mio comportamento ha inevitabilmente avuto conseguenze gravi e durature su questa persona. Mi sono spiegato con lei e le ho chiesto perdono. Ora rinnovo la mia domanda di perdono anche a tutta la sua famiglia. Infine chiedo perdono a tutte le persone che ho ferito e che vivranno questa notizia come una vera e propria prova.

    Durante l’assemblea dei 120 vescovi francesi Moulins-Beaufort ha fatto sapere che ci sono 11 vescovi ed ex vescovi francesi attualmente coinvolti in casi di abusi sessuali. Tra loro si conoscono i nomi solo di Ricard e di Michel Santier, vescovo emerito di Créteil. A metà ottobre la rivista Famille Chrétienne aveva svelato che quest’ultimo era stato sanzionato nel 2021 dalle autorità del Vaticano per «abusi spirituali che avevano portato a voyeurismo su due uomini adulti» negli anni Novanta.

    Durante una conferenza stampa Moulins-Beaufort ha detto che altri sei vescovi e tre ex vescovi sono indagati dalla giustizia francese o da quella canonica in seguito a denunce di abusi. Non ha fatto nomi perché le indagini sono ancora in corso.

    Nella sua lettera Ricard ha spiegato di aver voluto confessare il proprio comportamento per via dell’impegno della Chiesa francese nell’ammettere il problema degli abusi sessuali da parte di religiosi. L’anno scorso la CEF aveva riconosciuto ufficialmente «la responsabilità istituzionale della Chiesa» per le violenze sessuali subite da migliaia di persone e la «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze, dopo la pubblicazione di un lungo e dettagliato rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), secondo cui negli ultimi settant’anni in Francia sono state oltre 330mila le vittime di abusi.

    Ricard ha scritto:

    Oggi, quando la Chiesa in Francia ha voluto ascoltare le vittime e agire nella verità, ho deciso di non nascondere più la mia situazione e di mettermi a disposizione della giustizia tanto sul piano della società che quello della Chiesa. Questo approccio è difficile. Ma prima viene la sofferenza vissuta dalle vittime e il riconoscimento degli atti commessi, senza voler nascondere la mia responsabilità.

    Ricard ha 78 anni ed è sacerdote dal 1968. Nel 1993 divenne vescovo, tra il 2001 e il 2007 fu il presidente della Conferenza episcopale francese, venendo eletto due volte, e nel 2006 venne nominato cardinale da papa Giovanni Paolo II. Nel 2019 diede le dimissioni da arcivescovo di Bordeaux per «ragioni d’età».

    https://www.ilpost.it/2022/11/07/cardinale-jean-pierre-ricard-abusi-sessuali-ammissione-francia/

  • “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    E’ tuttora irrisolto il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno del 1983 dalla Città del Vaticano, dove viveva con la famiglia, e mai più ritrovata. ll “cold case” è il tema della nuova docu-serie di Netlfix, “Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi”, realizzata dalla società di produzione inglese RAW con il contributo di testimoni dell’epoca e giornalisti che hanno seguito il caso, come Andrea Purgatori.

    Vatican Girl – le testimonianze choc di Pietro Orlandi e dei familiari

    Un altro volto noto è quello di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che non si è mai arreso e continua a cercare la sorella. O almeno, come ribadisce in maniera straziante, di un corpo sul quale la famiglia possa piangere. La docu-serie ripropone tutti i documenti accumulati negli anni, comprese le misteriose telefonate del misterioso “americano” e dei nastri agghiaccianti, con le comunicazioni dei rapitori, la voce della giovane Emanuela e quello che sembra essere l’audio di una tortura.

    Vatican Girl – lo scambio con Ali Agca

    La prima pista investigativa fu il terrorismo internazionale. Nelle prime comunicazioni, i rapitori proposero uno scambio con Ali Agca, che era in carcere perché due anni prima aveva cercato di uccidere Papa Giovanni Paolo II, sparandogli in Piazza San Pietro. Si ipotizzava che Agca, come da lui stesso dichiarato, fosse stato mandato dal Kgb per eliminare il Papa, nemico del comunismo, e che la sua liberazione fosse il primo passo per metterlo a tacere ed impedire di rivelare segreti indicibili.

    Vatican Girl – i legami con Roberto Calvi e la banda della Magliana

    Dalla docu-serie però emerge un’altra pista. Nella sua lotta al comunismo, il Vaticano avrebbe finanziato Solidarnosc, per liberare la Polonia (terra natia del Papa) dal regime. Un finanziamento che, secondo gli autori, sarebbe stato mascherato grazie a complessi giri con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Lo stesso “banchiere di Dio”, vicinissimo al Vaticano, sarebbe stato coinvolto nel riciclaggio di soldi della mafia e la sua morte a Londra sarebbe stata un regolamento di conti, per delle somme non restituite. Erano state usate per finanziare Solidarnosc? Le ricostruzioni ipotizzano uno scenario ricattatorio, per riavere quei soldi che appartenevano alla criminalità organizzata.

    Vatican Girl – il ricatto e lo scandalo sessuale

    Ma perchè rapire l’incolpevole Emanuela Orlandi e non un prete o un membro del Vaticano? Perché una 15enne era così importante per la criminalità organizzata, che voleva ricattare la Chiesa? La testimonianza più inquietante è quella di un’amica di Emanuela che, coperta dall’anonimato, riferisce una sconvolgente confidenza della ragazza: poco tempo prima, passeggiando, sarebbe stata “infastidita” da una persona “molto vicina al Papa”. Da qui l’ipotesi di un ricatto su un possibile scandalo che avrebbe potuto arrecare un danno di immagine enorme al Vaticano.

    https://www.affaritaliani.it/mediatech/vatican-girl-netflix-riapre-il-caso-emanuela-orlandi-con-la-serie-choc-821932.html

  • La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    Di Chico Harlan e  Amanda Coletta – CITTÀ DEL VATICANO — Tre anni fa papa Francesco affermava che la Chiesa cattolica si è impegnata a sradicare il “male” degli abusi. Il papa e altri dirigenti della chiesa hanno elaborato nuove linee guida per gestire le accuse. Hanno promesso trasparenza. Dissero che i bisogni delle vittime sarebbero stati prima di tutto.

    «Un cambio di mentalità», lo definì Francis.

    Ma due recenti casi importanti suggeriscono che la chiesa, nonostante tutti i suoi voti di miglioramento, stia ancora cadendo in trappole familiari e stia estendendo la sua crisi principale.

    Sebbene i casi siano notevolmente diversi: uno riguarda un cardinale canadese accusato di aver toccato in modo inappropriato uno stagista; l’altro riguarda un vescovo premio Nobel di Timor Est accusato di aver abusato di bambini poveri: i sostenitori dell’anti-abuso affermano che entrambi i casi riflettono un modello di segretezza e difensiva. Dicono che la chiesa stia ancora stringendo i ranghi per proteggere la reputazione di potenti prelati.

    Nel caso del cardinale, Marc Ouellet , il Vaticano ha indagato sulle accuse, ma ha delegato le indagini a un sacerdote che lo conosce bene, compagno di una piccola associazione religiosa . Il sacerdote ha stabilito che non c’erano motivi per andare avanti – una conclusione che l’avvocato dell’accusatore dice sia dubbia, dato il possibile conflitto di interessi.

    Justin Wee, l’avvocato, ha detto che padre Jacques Servais ha intervistato la sua cliente in una chiamata Zoom di 40 minuti, ma piuttosto che accertare i dettagli delle accuse, sembrava più interessato a sondare le sue motivazioni e chiederle se credeva ancora in Dio.

    “Se il Vaticano sta gestendo casi del genere, significa che se sei potente, non accadrà nulla”, ha detto Wee. “Nessuno dovrebbe essere al di sopra delle regole”.

    Nel caso del vescovo, Carlos Ximenes Belo, il Vaticano lo ha disciplinato nel 2020, un anno dopo che funzionari della Santa Sede avevano dichiarato di essere venuti a conoscenza delle accuse. Ma quelle restrizioni – che includevano l’esclusione di Belo dal contatto con i minori – sono state mantenute segrete dalla chiesa fino a un’indagine di notizie olandese pubblicata di recente che descriveva abusi su più ragazzi risalenti agli anni ’80.

    Belo aveva raggiunto la celebrità nella chiesa vincendo il Premio Nobel per la Pace nel 1996 per il suo lavoro nella ricerca di una soluzione pacifica nella lunga lotta per l’indipendenza di Timor Est. Ma sei anni dopo, il Vaticano ha annunciato che si sarebbe dimesso – due decenni prima della consueta età pensionabile – citando una legge canonica che si riferisce a motivi di salute o ad altri motivi “gravi”. Il Vaticano non ha risposto alla domanda se i funzionari fossero a conoscenza delle accuse di abusi al momento del pensionamento anticipato di Belo. Alla fine finì come assistente parroco in Mozambico. Ha detto in un’intervista del 2005 che i suoi doveri lì includevano l’insegnamento ai bambini e la conduzione di ritiri giovanili.

    “Entrambi i casi sono ulteriori indicazioni del fatto che l’intera iniziativa di responsabilità si sta rivelando superficiale e inefficace”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttore di BishopAccountability.org , un centro di smistamento degli abusi. “Ti fa chiedere: cosa è cambiato?”

    Il Vaticano ha lanciato una campagna per riguadagnare credibilità contro gli abusi dopo un’ondata di accuse non solo contro i parroci, ma contro vescovi e cardinali, i mediatori del potere della Chiesa. Francesco nel 2018 ha chiamato i vescovi a Roma per un vertice senza precedenti sugli abusi , che si è svolto mesi dopo. E in seguito, la chiesa ha stabilito nuove regole e linee guida su come gestire i casi, compresi i casi in cui i vescovi sono accusati di insabbiamento o abuso.

    La chiesa ha mostrato progressi sotto diversi aspetti. Le diocesi di tutto il mondo hanno istituito uffici di segnalazione, offrendo alle presunte vittime un modo più semplice per allertare la chiesa di potenziali crimini. E in un caso, la chiesa si è sottoposta a un atto di trasparenza senza precedenti, pubblicando un rapporto di 449 pagine sugli abusi del cardinale americano Theodore McCarrick, con rivelazioni che hanno ferito la reputazione di Papa Giovanni Paolo II.

    Ma da allora il Vaticano non è stato trasparente su alcuna disciplina nei confronti di altri prelati. E ha regolarmente ignorato le proprie procedure, che forniscono istruzioni specifiche su chi dovrebbe essere incaricato di indagare sui vescovi.

    “È molto frustrante, ad essere onesti”, ha detto un individuo che si è consultato con il Vaticano sulla gestione degli abusi, che ha parlato a condizione di anonimato per parlare francamente. “Quando escono grandi nomi – il Vaticano e la curia – lo scudo si abbassa. È incredibile.”

    Non è stato possibile raggiungere Belo per un commento. L’indagine della pubblicazione olandese De Groene Amsterdammer includeva interviste a due adulti che descrivevano abusi da parte di Belo quando erano adolescenti, dopo di che, hanno detto, il vescovo aveva dato loro dei soldi. La pubblicazione ha affermato che le accuse contro Belo erano note per aiutare gli operatori e i funzionari della chiesa. I Salesiani di Don Bosco, ordine religioso a cui apparteneva Belo, hanno affermato in un comunicato di aver appreso delle accuse con “profonda tristezza e perplessità”.

    La dichiarazione non offriva alcuna sequenza temporale e indirizzava ulteriori domande a coloro che avevano “competenza e conoscenza”.

    Ouellet, 78 anni, ha negato le accuse di tocco inappropriato. È ampiamente considerato come una delle figure più importanti all’interno della Curia romana, la burocrazia vaticana, come capo del dipartimento che sovrintende e controlla i vescovi. Francis gli ha permesso di rimanere nel ruolo ben oltre il normale mandato di cinque anni. Ha la reputazione di moderato – una rarità nella chiesa ideologicamente divisa – e ha servito sotto diversi papi, tra cui Francesco, con il quale ha incontri quasi settimanali.

    Le accuse contro di lui sono emerse pubblicamente come parte di una recente class action contro l’arcidiocesi del Quebec, in cui più di 100 persone denunciano una cattiva condotta sessuale contro dozzine di membri del clero cattolico, personale pastorale laico e religioso o volontari. Molte vittime affermano di essere minorenni al momento delle presunte aggressioni.

    Le accuse risalgono al tempo di Ouellet come arcivescovo del Quebec. Una donna identificata nei documenti legali solo come “F”. racconta che nell’autunno del 2008, quando era una stagista di 23 anni, che lavorava come agente pastorale in una diocesi del Quebec, lui le massaggiò con forza le spalle durante una cena. Quando si è girata, sostiene la causa, ha visto che era Ouellet, che le ha sorriso e le ha accarezzato la schiena prima di andarsene.

    Nel 2010, all’ordinazione di un collega, F. sostiene che Ouellet le avesse detto che poteva anche abbracciarla perché non c’è niente di male “trattandosi un po’”. L’abbracciò e le fece scivolare la mano lungo la schiena sopra le sue natiche, secondo la causa. Dice che si è sentita “inseguita” e che quando ha parlato con altre persone delle sue esperienze, le è stato detto che non era l’unica ad avere quel “problema” con lui.

    F. ha finito per cercare di portare alla luce il caso attraverso i canali ufficiali della chiesa, prima a un comitato consultivo indipendente progettato per ricevere i casi della chiesa, e poi, su consiglio del comitato, in una lettera allo stesso Francis. Un mese dopo la sua lettera al papa del gennaio 2021, è stata informata che padre Jacques Servais avrebbe indagato. Afferma che sembrava avere “poche informazioni e formazione” sulle aggressioni sessuali.

    Il Vaticano non ha risposto a una domanda sul perché uno stretto collaboratore di Ouellet, che conosceva il cardinale almeno dal 1991, sarebbe stato incaricato di condurre un’indagine preliminare. Le linee guida della Chiesa mettono in guardia contro un conflitto di interessi.

    Wee, l’avvocato della presunta vittima, ha affermato che non c’è stato alcun seguito da parte di Servais o di chiunque altro in Vaticano dopo la chiamata Zoom nel marzo 2021.

    Servais non ha risposto a una richiesta di commento.

    Wee, che ha rifiutato di rendere F. disponibile per un’intervista, ha detto di aver appreso che il Vaticano aveva stabilito che non c’erano prove sufficienti per un’indagine canonica basata su un comunicato stampa del Vaticano dopo che le accuse contro Ouellet sono diventate pubbliche ad agosto. Ha detto che non le era stato detto in privato in anticipo.

    Jean-Guy Nadeau, professore emerito di studi religiosi all’Università di Montreal, ha lamentato la mancanza di trasparenza nel caso. Ha detto che Servais avrebbe dovuto ricusare se stesso data l’apparenza di un conflitto di interessi.

    “Non capisco come sia stata fatta quella scelta”, ha detto Nadeau della decisione di Francis di nominare Servais per condurre le indagini. “Non capisco davvero come possa mai accadere una scelta del genere”.

    Gli analisti hanno affermato che il caso evidenzia la necessità che gli investigatori esterni indaghino sulle accuse di cattiva condotta. David Deane, professore associato di teologia presso l’Atlantic School of Theology in Nuova Scozia, ha affermato che i membri del clero spesso serrano i ranghi e non ci si può fidare che si indaghino a vicenda.

    “Il fatto che il clero si occupi delle indagini è un vero problema. È un vero problema”, ha detto. “Finché ciò accadrà, sarà molto difficile avere sia la responsabilità che la fiducia del pubblico nel processo”.

    Stefano Pitrelli ha contribuito a questo rapporto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2022/10/17/vatican-abuse-ouellet-belo-pope/

  • Il caso Emanuela Orlandi –

    Il caso Emanuela Orlandi –

    Mercoledì 5 ottobre affronteremo uno dei casi più misteriosi della storia recente italiana e vaticana: il caso Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana, scomparsa nel nulla a Roma il 22 giugno 1983.

    La vicenda è stata collegata ad altri eventi misteriosi dell’epoca, dall’attentato a Giovanni Paolo II allo scandalo IOR e il caso Calvi fino alla pista che la collega a “Renatino”, alias Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana.

    L’inchiesta è stata archiviata, ma c’è ancora molto da scoprire…

    La puntata sarà in live streaming su Facebook, YouTube e Twitch, qui sotto trovi i link a tutti i nostri canali 👇

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  • Vescovo e premio Nobel per la pace di Timor Est, sanzionato per abusi sessuali su minori

    Vescovo e premio Nobel per la pace di Timor Est, sanzionato per abusi sessuali su minori

    Il Vaticano ha confermato questo giovedì le sanzioni contro il vescovo Carlos Belo, premio Nobel per la pace nel 1996 e figura di spicco nella lotta per la liberazione di Timor Est, accusato di aver abusato sessualmente di minori per decenni.

    La Santa Sede, che ha iniziato a seguire il caso “per la prima volta nel 2019 “, ha imposto sanzioni disciplinari a mons  . Belo nel settembre 2020, ha detto giovedì il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni.

    Al vescovo salesiano 74enne, che ha svolto un ruolo di primo piano nella difesa dei diritti umani nell’ex colonia dell’Indonesia, è stato vietato l’esercizio del suo ministero e deve risiedere fuori Timor Est, Paese da cui ha dovuto lasciare alcuni anni fa. 20 anni dopo le prime accuse di abusi sessuali.

    Tra le sanzioni adottate due anni fa dal Vaticano ci sono “limitazioni ai suoi movimenti e all’esercizio del suo ministero, il divieto di contatto volontario con i minori e con Timor Est”, ha affermato il portavoce pontificio in una nota.

    “Nel novembre 2021 quelle misure sono state modificate e rafforzate “, ha assicurato Bruni.

    Il portavoce pontificio è intervenuto questo giovedì dopo la pubblicazione di un’inchiesta del settimanale olandese De Groene Amsterdammer, in cui denuncia le aggressioni sessuali e gli stupri di giovani adolescenti commessi dal prelato negli anni ’90, con diverse testimonianze che li supportano.

    “Il vescovo mi ha violentato e aggredito sessualmente una notte. Al mattino mi salutò (…) E mi lasciò dei soldi. Stava a lui stare zitto”, dice una vittima, attualmente di 45 anni, citata dalla rivista.

    Belo , contattato dal settimanale, non ha risposto alle loro richieste.

    Vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1996, il vescovo è stato amministratore apostolico di Dili, capitale di Timor Est, dal 1983 al 2002, quando ha presentato le sue dimissioni a papa Giovanni Paolo II, adducendo motivi di salute.

    Figura molto rispettata nel suo paese, è stato fondamentale per la pace dopo l’indipendenza nel 2002 dopo oltre quattro secoli di colonizzazione portoghese e 25 anni di occupazione da parte dell’Indonesia (1975-1999).

    Secondo De Groene Amsterdammer, la chiesa cattolica locale, molto influente, era a conoscenza del comportamento del vescovo  Belo , ma taceva per evitare scandali.

    L’atteggiamento del Vaticano sull’abuso sessuale religioso è cambiato negli ultimi anni e ha adottato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di questo fenomeno che lo ha notevolmente screditato in tutto il mondo.

    https://elcomercio.pe/mundo/actualidad/carlos-filipe-ximenes-belo-obispo-y-nobel-de-paz-de-timor-oriental-sancionado-por-abuso-sexual-de-menores-narracion-historias-ec-noticia/

  • ‘Quello che voglio sono scuse’

    ‘Quello che voglio sono scuse’

    Era domenica mattina. Paulo era in piedi tra gli altri fedeli ad ascoltare attentamente la messa che il vescovo Belo stava tenendo nel giardino tropicale della sua residenza a Dili, la capitale di Timor Est. Dopo la messa, Belo si avvicinò a Paulo, allora un adolescente di quindici o sedici anni. “Mi ha chiesto di venire a casa sua”, dice Paulo, che ora ha 42 anni, che desidera rimanere anonimo per la privacy e la sicurezza di se stesso e della sua famiglia.

    È stato un onore essere invitato. “Ero molto felice”, dice Paulo. Il vescovo Carlos Filipe Ximenes Belo non era solo il potente capo della chiesa cattolica romana di Timor Est, ma anche un eroe nazionale e un faro di speranza per il popolo. Ha parlato a nome del suo Paese, che allora soffriva così terribilmente sotto l’estrema e violenta occupazione indonesiana (1975-1999), e ha chiesto il rispetto dei diritti umani e l’autodeterminazione.

    Nel tardo pomeriggio Paulo si recò ignaro alla residenza vescovile, sulla strada costiera di Dili con una magnifica vista sul mare. Quella sera Belo lo portò nella sua camera da letto. “Il vescovo mi ha tolto i pantaloni, ha iniziato a toccarmi sessualmente e mi ha fatto sesso orale”, dice Paulo. Confuso e scioccato, l’adolescente si addormentò. Quando si è svegliato, “mi ha dato dei soldi”, ricorda. «Al mattino sono scappato via in fretta. Ero un po’ spaventato. Mi sono sentito così strano.’ Paulo si vergognò, finché non capì: ‘Non è colpa mia. Mi ha invitato. Lui è il sacerdote. È un vescovo. Ci dà da mangiare e mi parla bene. Sta approfittando di quella situazione.’ Aggiunge: ‘Ho pensato: questo è disgustoso. Non ci andrò più.’

    Paulo non ha detto a nessuno degli abusi sessuali e dello sfruttamento sessuale. È successo una volta, quella volta. Ma questo non valeva per Roberto, ora 45enne, che ha anche deciso di rimanere anonimo. Sia Paulo che Roberto si sarebbero poi stabiliti all’estero per costruirsi una vita.

    C’era un’atmosfera di eccitazione nella città di Roberto, dove era in pieno svolgimento una festa in chiesa. La gente si rallegrò perché era venuto anche il vescovo. Mentre Roberto guardava lo spettacolo e ascoltava la musica, l’occhio di Belo cadde su di lui. Il vescovo chiese all’adolescente, che aveva circa quattordici anni, di venire in convento. Roberto andò al convento e si fece sempre più tardi. Troppo tardi per tornare a casa. Il vescovo ha poi condotto Roberto nella sua stanza, dove l’adolescente esausto si è addormentato. Finché non si è svegliato all’improvviso. «Quella notte il vescovo mi ha violentato e abusato sessualmente», racconta Roberto. «Al mattino presto mi ha mandato via. Avevo paura perché era ancora buio. Quindi ho dovuto aspettare prima di poter tornare a casa. Mi ha anche lasciato dei soldi. Era inteso in modo che io tenessi la bocca chiusa. E per essere sicuro che sarei tornato.’

    È stata una grossa somma per l’adolescente, che aveva perso molti familiari a causa dell’occupazione indonesiana, durante la quale ben 183.000 timoresi sono morti per fame, malattie, stanchezza e violenza. Nelle sue successive visite in città, il vescovo mandava qualcuno a prendere Roberto. Belo ha giocato sul suo cuore e sulla sua mente. ‘Mi sono sentito riconosciuto, scelto, amato e speciale’, dice Roberto. «Finché ho capito che il vescovo non era veramente interessato a me, ma che si trattava solo di se stesso. Allora per me era solo questione di soldi. Soldi di cui avevamo tanto bisogno.’

    Quando Roberto si trasferì a Dili, l’abuso e lo sfruttamento sessuale si trasferirono nella residenza vescovile in città. Lì Roberto ha visto crescere ragazzi orfani nel recinto e altri ragazzi chiamati come lui. Sia Roberto che Paulo dicono che le persone sono state mandate con l’auto per portare i ragazzi che Belo voleva alla residenza.

    Alla richiesta di una risposta alle accuse, il vescovo Belo ha immediatamente riattaccato il telefono

    Il vescovo ha abusato della sua posizione di potere sui ragazzi che vivevano in condizioni di estrema povertà, dice Paulo. «Sa che i ragazzi non hanno soldi. Quindi, quando ti ha invitato, sei venuto a darti dei soldi. Ma intanto sei una vittima. È così che ha fatto”, spiega Paulo.

    Era impossibile rivelare cosa stesse succedendo nella camera da letto di Belo, dice Paulo. ‘Avevamo paura di parlarne. Avevamo paura di trasmettere le informazioni. Come me, sulla mia brutta storia con il vescovo Belo’.

    La Chiesa cattolica gode di un immenso rispetto tra la gente di Timor-Leste, per il suo ruolo religioso e come istituto che aiutava le persone e offriva protezione. Se le accuse contro Belo fossero rese pubbliche scandalizzerebbe il Paese e minerebbe la lotta per l’indipendenza, dice Roberto. È ancora difficile per le persone parlare dei presunti crimini sessuali di Belo, per paura della stigmatizzazione, dell’ostracismo, delle minacce e della violenza.

    Paulo voleva dimenticare e seppellì i suoi pensieri sull’abuso sessuale. Ma quando gli piaceva una ragazza, le sue esperienze emersero. ‘Ho già il negativo nella mia mente. Così, come ha fatto con noi il vescovo, non va bene».

    Dalle ricerche effettuate da De Groene risulta che Belo abbia avuto più vittime. De Groene ha parlato con una ventina di persone a conoscenza del caso: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, persone della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce personalmente una vittima, mentre altri conoscono il caso e la maggior parte ne ha discusso sul posto di lavoro. De Groene ha parlato anche con altre vittime che non volevano raccontare la loro storia sui media. Paulo e Roberto conoscono entrambi compagni di sventura. «Lo sapevo da alcuni dei miei cugini. Lo sapevo da alcuni dei miei amici”, dice Paulo, aggiungendo: “Vanno a casa sua, solo per prendere i soldi”.

    La ricerca

    Questo progetto di ricerca è iniziato nel 2002, quando un uomo timorese dice che un amico è stato abusato sessualmente dal vescovo Belo. Era molto preoccupato per il fratello minore che visitava ogni settimana la residenza vescovile e aveva detto a sua madre di non permettergli più di andarci. Nello stesso anno, nel novembre 2002, il vescovo si dimette improvvisamente. Da quel momento, le voci sul presunto abuso sessuale si trasformano in un enorme segreto pubblico.

    Diversi giornalisti cercano di riferire sul caso. Ma il vescovo è ‘troppo grande per fallire’. Una possibile apertura arriva a febbraio 2019, quando Tempo Timor svela per la prima volta il caso contro l’ex sacerdote americano Richard Daschbach.

    Da allora De Groene ha svolto ricerche sul caso Belo e parlato con diverse vittime e venti persone esperte in materia: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, membri della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce una vittima, mentre altri conoscono il caso e ne hanno discusso sul posto di lavoro.

    Negli ultimi anni sono apparse delle crepe nell’immagine della chiesa infallibile di Timor orientale

    L’abuso si estende per un lungo periodo di tempo. Le accuse di Paulo e Roberto si riferiscono agli anni ’90. Secondo la nostra ricerca, Belo ha abusato anche di ragazzi prima di diventare vescovo, nei primi anni ’80, nel villaggio di Fatumaca, quando era superiore presso il centro educativo dei Salesiani di Don Bosco (SDB), la congregazione di cui fa parte. L’attuale arcivescovo, Virgílio do Carmo da Silva, era allora uno studente del pre-seminario, come è stato scritto in articoli online, tra gli altri, dal vescovo Belo.

    Belo, oggi 74enne, è nato il 3 febbraio 1948 da una famiglia devota nella frazione di Wailacama a Timor Est, allora ancora colonia del Portogallo. Quando aveva tre anni, suo padre morì. La famiglia affrontò una vita dura nella profonda povertà che aveva segnato l’intera nazione. Belo ha iniziato a lavorare nei campi quando era un bambino, a volte camminando tre ore al giorno per procurarsi il riso. Da ragazzo gli piaceva fare il prete. Un giorno si mise in testa una buccia di pompelmo, prese un bastone come pastorale e ordinò ai suoi cugini di venire a baciare la mano del “vescovo”, scrive Arnold S. Kohen nella sua biografia elogiativa “Dal luogo dei morti”. Monsignor Belo e la lotta per Timor Est’ (1999).

    Belo viene insegnato nelle scuole cattoliche e nel seminario. Come studente capo è duro con i compagni di classe. Può essere lunatico, ama il dibattito, il teatro, il calcio, le canzoni romantiche e i Beatles. Nel 1968 lascia Timor Est per studiare in Portogallo, dove assiste alla rivoluzione dei garofani che pone fine al colonialismo portoghese. Ritorna a Timor-Leste, diventa salesiano il 6 ottobre 1974 e inizia ad insegnare a Fatumaca.

    Quando l’Indonesia invade Timor Est nel 1975, Belo si trova a Macao. Nel 1980 viene ordinato sacerdote. Quando torna in patria nel 1981, Belo è sconvolto dalla paura estrema, dalla povertà e dalla guerra violenta. L’esercito indonesiano usa la popolazione – compreso il fratello di Belo, zii e cugini – come scudi umani durante le operazioni militari, scrive Kohen.

    Belo va a Fatumaca, dove è maestro dei novizi e dopo un anno viene promosso al grado di superiore. Nel 1983, papa Giovanni Paolo II sceglie il 35enne a capo della chiesa di Timor-Leste. Nel 1988 Belo è nominato vescovo. È una posizione dura e stressante. La gente si rivolge disperatamente al vescovo per raccontargli come le truppe indonesiane invadono le loro case, prendono persone, torturano e uccidono. Belo viene chiamato a mediare quando i violenti militari e polizia indonesiani prendono di mira la popolazione. Nonostante il pericolo «aveva un senso di giocosità caratteristico di molti salesiani», scrive Kohen, interpretando la frase ripetuta di Belo: «Io sono solo un altro peccatore!».

    Il 12 novembre 1991, Belo sente le mitragliatrici. Al cimitero di Santa Cruz a Dili l’esercito indonesiano ha aperto il fuoco sui manifestanti. Molti giovani vengono uccisi. In centinaia fuggono nella residenza di Belo. Quando il vescovo visita il cimitero vede vittime coperte di sangue e con proiettili nei loro corpi. Finalmente Belo ottiene l’accesso all’ospedale militare. Riconosce molte persone che prima aveva portato a casa personalmente dal suo recinto, ma che sono state arrestate, gravemente ferite e prese a pugni. A quel tempo Paulo è troppo giovane, ma a 15 anni si unisce alle manifestazioni. È una vita irregolare e pericolosa. Molti amici vengono uccisi. Durante un attacco viene gravemente ferito e perde il suo migliore amico.

    Nel 1996 Belo riceve il Premio Nobel per la Pace, insieme all’attivista e diplomatico José Ramos-Horta, attuale presidente di Timor Est. I due ricevono il premio “per il loro lavoro verso una soluzione giusta e pacifica del conflitto a Timor orientale”. Belo si presenta durante il suo discorso per il Nobel come “la voce del popolo senza voce di Timor Est” e afferma: “quello che la gente vuole è la pace, la fine della violenza e il rispetto dei loro diritti umani”.

    Nel 1999, Timor Est ottiene finalmente un referendum sull’autodeterminazione. È organizzato dalle Nazioni Unite e l’Indonesia cerca di minare il processo con brutale violenza. Con una frana del 78,5 per cento, il popolo di Timor Est vota per l’indipendenza. L’Indonesia si vendica senza pietà. L’esercito e la polizia indonesiani insieme alla milizia timorese distruggono case, edifici e infrastrutture. Saccheggiano, uccidono e deportano un quarto della popolazione. In quell’esplosione organizzata di violenza, più di 5.000 persone si rifugiano nella casa del Vescovo. Il 6 settembre, la milizia lancia un attacco e brucia la sua residenza. Belo lascia il suo gregge, fuggendo prima su un elicottero indonesiano, poi su un aereo dell’esercito australiano diretto a Darwin. Nell’ottobre 1999 torna a Timor Est. In mezzo a quella distruzione totale, gli abusi sessuali sono ripresi, dice un testimone.

    “Il vescovo mi ha lasciato dei soldi per essere sicuro che stavo zitto”

    Un governo di transizione delle Nazioni Unite governa il paese liberato dal 1999 al 2002. Ci sono tentativi di portare alla luce il caso di abusi sessuali. Ma c’è paura di rappresaglie e preoccupazione che in questa fase iniziale il Paese non possa affrontare uno scandalo così devastante. Il popolo timorese ha pagato un prezzo enorme per l’indipendenza. Paulo è gravemente traumatizzato e soffre di attacchi di panico. «Ci ​​sono un sacco di cose confuse. Viene dalla guerra e dal vescovo. Ho passato tempi bui’, dice.

    Improvvisamente Belo si dimette da capo della chiesa. Il Papa lo solleva dalle sue funzioni il 26 novembre 2002. Il premio Nobel per la pace dice che soffre “di stanchezza fisica e mentale”. Nel gennaio 2003 Belo lascia Timor Est, ufficialmente per riprendersi in Portogallo. Dopo aver parlato con il prefetto dell’allora Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, sceglie un nuovo incarico, afferma in un’intervista all’agenzia cattolica UCA News. Nel giugno 2004 diventa ‘assistente sacerdote’ a Maputo, in Mozambico. “Sono sceso dall’alto verso il basso”, dice Belo a UCA News.

    Ma perché un vescovo ambizioso e di fama mondiale accetta una posizione così bassa? Alla luce delle accuse di abusi sessuali, quanto dice del suo lavoro a Maputo è allarmante: «Faccio pastorale insegnando catechismo ai bambini, facendo ritiri spirituali ai giovani». Belo non vive mai più a Timor Est, ma visita occasionalmente, l’ultima volta a Natale e Capodanno nel 2018, e lascia il suo paese d’origine a gennaio 2019.

    Negli ultimi anni sono apparse crepe nell’immagine della chiesa cattolica un tempo infallibile a Timor-Leste. Nel febbraio 2019, la piattaforma di notizie locale Tempo Timor rivela per la prima volta i dettagli di un caso di abuso del clero.

    Sebbene il Vaticano avesse ritenuto colpevole il missionario americano Richard Daschbach e lo avesse licenziato dal sacerdozio, queste decisioni furono taciute. Il 21 dicembre 2021, il tribunale di Timor Est ha condannato Daschbach per aver abusato sessualmente di ragazze nella casa di accoglienza che gestiva e lo ha condannato a 12 anni di carcere ( vedi il sito web di De Groene per un servizio olandese su questo caso ). Nel 2015 un fratello cattolico ha ricevuto una pena detentiva di dieci anni per abusi sessuali su adolescenti in un centro di sostegno nel distretto di Ermera, anche se quel verdetto non è arrivato ai media.

    Ci sono più casi. De Groene Amsterdammer ha parlato con persone che hanno denunciato quattro sacerdoti a Timor-Leste. Ci sono molte preoccupazioni per il sacerdote britannico Patrick Smythe, condannato quest’anno nel Regno Unito per aver abusato di bambini, che ha trascorso dieci anni viaggiando a Timor-Leste e ha avuto bambini che dormivano nella sua stanza d’albergo.

    Diverse fonti affermano che le autorità ecclesiastiche hanno limitato i viaggi di Belo. Ora risiede in Portogallo e non gli è stato permesso di viaggiare di propria iniziativa nel suo paese d’origine, ma prima ha dovuto chiedere il permesso a Roma. La restrizione di viaggio è stata confermata dal presidente della Conferenza episcopale di Timor Est. “Deve chiedere il permesso al Vaticano per vedere se gli permettono di venire o no”, ha detto il vescovo Norberto do Amaral in un’intervista nel settembre 2019. Ha detto di non conoscerne il motivo. ‘Sulla questione del motivo per cui non può venire, per favore chiedi al Vaticano’. Perché le “questioni con i vescovi” non sono trattate dalla Chiesa locale, “ma dal Vaticano”.

    Tale restrizione di viaggio è una misura del diritto canonico che le autorità ecclesiastiche possono applicare durante un’indagine su un caso per proteggere le vittime, l’indagine e il sospettato. La chiesa può anche applicare restrizioni dopo un verdetto di colpevolezza. Fonti confermano che al vescovo non è ancora consentito viaggiare liberamente. Non era presente durante la recente grande installazione a Roma dei nuovi cardinali cattolici, tra cui l’arcivescovo di Timor-Leste Virgílio do Carmo da Silva.

    De Groene Amsterdammer ha chiesto alla Chiesa cattolica una risposta alle accuse. La Santa Sede, le istituzioni responsabili tra cui il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Virgílio do Carmo da Silva a Dili e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, non hanno risposto alle nostre domande e restano in silenzio sulla questione. Il vescovo Belo sollevò il telefono per un momento, ma poi lo riagganciò immediatamente.

    Come vittima, Paulo vuole porre fine al silenzio sugli abusi sessuali. “Dobbiamo parlarne e gridarlo più forte al mondo”, dice. Roberto racconta la sua storia perché vuole aprire la strada alle altre vittime per parlare. «Quello che voglio sono le scuse di Belo e della chiesa. Voglio che riconoscano la sofferenza inflitta a me e agli altri, in modo che questa violenza e questo abuso di potere non accadano più.’

    https://www.groene.nl/artikel/what-i-want-is-apologies

  • La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    di Federica Tourn in “Domani” del 19 settembre 2022 – «Sono stata violentata per la prima volta a 24 anni da un sacerdote di quasi vent’anni più vecchio di me. Non soltanto era il mio superiore ma era anche il responsabile della congregazione. Non avevo mai sentito parlare di preti che si approfittano delle suore: per me, semplice novizia ; lo stupro fu così uno choc doppio». Doris Wagner subisce il primo stupro in convento nel 2008, a cinque anni dal suo ingresso nella Famiglia Spirituale l’Opera, una comunità di vita consacrata fondata dalla belga Julia Verhaeghe e riconosciuta da Giovanni Paolo II nel 2001. Nel 2003 Doris è solo una ragazza di 19 anni; piena di entusiasmo all’idea di dedicare la propria vita a Dio. Oggi è una donna libera, sposata, madre, che non ha mai avuto giustizia né dalla chiesa né dallo stato.

    Al Collegium Paulinum di Roma, sede della congregazione, sacerdoti e suore vivono insieme sotto lo stesso tetto e; anche se hanno mansioni diverse, si incontrano per la messa o durante i pasti. La realtà della vita comunitaria si rivela subito difficile: l’Opera le chiede di rinunciare alla famiglia; agli amici, le proibisce anche la lettura «per farla crescere in umiltà». Doris non viene messa al corrente di nulla, non sa nemmeno quando prenderà i voti perpetui. «Ci trasferivano da un paese all’altro senza preavviso e ci spostavano addirittura di stanza senza una spiegazione», conferma. Stringere amicizie è impossibile anche fra consorelle: «Spinte dalla devozione; ci rassegnavamo a vivere in solitudine: la nostra vita era completamente nelle mani della comunità».

    il corpo è una provocazione
    Il primo abuso che le suore subiscono è psicologico e spirituale. «Quando decidi di farti suora non sai niente della vita religiosa e aderisci totalmente alle regole della congregazione, convinta che sia giusto quello che ti chiedono. Non riesci a mettere dei confini e alla fine perdi la possibilità di pensare autonomamente: non chiedi; non ti ribelli perché è impossibile reclamare dei diritti in questo sistema», spiega Wagner.

    Così, quando Doris all’improvviso comincia a ritrovarsi sempre accanto il suo superiore (che lei non vuole nominare e che chiameremo padre Georg), non reagisce. «Mi seguiva in biblioteca, in giardino; persino in lavanderia e parlava continuamente: ero stupita e imbarazzata dalla sua presenza costante, perché era proibito parlare fra noi, ma non avrei certo immaginato che volesse tentare un approccio sessuale. Avevo seguito tutte le regole, ero certa che non potesse succedermi niente di male». La madre superiora, infatti, è stata chiara quando le ha detto che «gli uomini sono più deboli riguardo al sesso ed è responsabilità delle suore fare in modo che non succeda nulla».

    Nelle congregazioni il sesso è l’elefante nella stanza e non basta certo il voto di castità a fermarlo. Il corpo della religiosa è di per sé una provocazione sessuale da tenere a bada con le lezioni sul pudore e il controllo esasperato dell’abbigliamento: se il prete allunga le mani, la colpa è sempre della donna. «Appena entrata in comunità; una suora venne da me e mi diede la biancheria intima, raccomandandomi di indossare sotto l’abito anche il busto e una sottoveste per dissimulare del tutto le forme. Mi fece capire che dovevamo farlo per non indurre in tentazione i confratelli che vivevano con noi», ricorda Wagner.

    Nella casa romana dell’Opera, le suore sono sistemate al primo piano e i preti al secondo; il terzo piano è destinato agli ospiti e nel sottotetto ci sono soltanto due stanze: in quel momento Doris ne occupa una, da sola, mentre l’altra è vuota.
    Quando padre Georg sale le scale, nessuno si accorge di niente. «È entrato all’improvviso. In un istante ho capito che cosa sarebbe successo e sono diventata di ghiaccio. Ha allungato la mano e mi ha slacciato un bottone: l’ho respinto ma lui ha continuato. Era consapevole del suo potere; sapeva che avrei ceduto».

    È proprio nelle relazioni pastorali fra prete e suora che l’abuso mette radici: i sacerdoti sanno bene come approfittare della dipendenza spirituale e dell’immaturità affettiva delle suore per manipolarle.
    Lo attesta la psicologa clinica Mary Lembo della congregazione delle suore di Santa Caterina, che ha scritto una tesi all’università Gregoriana di Roma sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, in cui sottolinea come spesso i preti spaccino gli abusi per volontà divina. Non è certo un problema soltanto africano, succede anche in Italia: «Tante religiose a cui ho fatto formazione mi hanno confessato di aver avuto relazioni sessuali che non desideravano — racconta Lembo — Le giovani suore nelle parrocchie; negli uffici e nei conventi si affidano al sacerdote con fiducia; perché in lui vedono l’uomo di Dio e vengono spesso ricambiate con rapporti invadenti; allusioni in confessionale; molestie mascherate da dichiarazioni d’amore, stalking, fino allo stupro».

    Wagner racconta che dopo quel primo giorno di aprile del 2008 ha subito altre volte, per quattro mesi; gli assalti di padre Georg, fino a quando è stata trasferita per un periodo in Austria. Tornata al Collegium Paulinum in autunno, è stata sistemata al primo piano insieme alle altre consorelle ed è riuscita finalmente a evitare il prete.

    I suoi tormenti; però; sono soltanto all’inizio. Racconta a Domani: «La madre superiora un giorno mi comunicò che dovevo cambiare confessore e mi assegnò padre Hermann Geissler. Già questa imposizione era un sopruso, perché le suore hanno la facoltà di scegliere in autonomia con chi confessarsi». Padre Geissler non è un prete qualunque: innanzitutto è anche il confessore del suo abusatone e; soprattutto, dal 1993 lavora alla Congregazione per la dottrina della fede. È molto vicino a Joseph Ratzinger che, nel 2009, da papa, lo nomina capo dell’ufficio dottrinale del Dicastero.

    «Padre Geissler decise che i colloqui dovevano tenersi nella camera da letto della madre superiora», racconta Wagner. Un posto a dir poco inconsueto ma, ormai indifferente a tutto; lei subisce: «Dopo gli abusi ero diventata apatica. In seguito ho visto la stessa reazione in tante suore vittime di violenza: esteriormente non cambiano ma dentro diventano insensibili. Sono persino più funzionali ai sistema perché diventano più efficienti, sono come automi senza sentimenti».

    Lo scenario si presta a un nuovo capitolo del dramma. «Durante la confessione padre Geissler diventava sempre più insistente—racconta Wagner— mi parlava di amore, diceva che non potevamo sposarci ma fare altro; alludendo a una relazione sessuale. Io ero traumatizzata, perché a quel punto sapevo bene che un prete può prendersi quel che vuole. Un giorno, esasperata; mi sono alzata senza aspettare l’assoluzione e lui mi ha trattenuta cercando di baciarmi». La suora riesce a sfuggirgli e chiede alla madre superiora di poter cambiare confessore: «Voleva spiegazioni e quando le dissi che cosa era successo, commentò che sapeva che lui era solito comportarsi in questo modo con le suore e che dovevamo avere pazienza».

    Il vizio del prete non è evidentemente una novità: «Lei sapeva bene che padre Geissler aveva abusato di altre suore; casi di cui sono venuta a conoscenza quando sono uscita dalla congregazione; ma non aveva obiettato al fatto che ci incontrassimo nella sua camera da letto», chiosa Wagner.
    Nel 2010, quando la questione della violenza nella chiesa esplode in Germania e diventa oggetto di discussione quotidiana anche all’Opera, Doris si rivolge di nuovo alla madre superiora per raccontare la violenza subita due anni prima da padre Georg, ma quella si arrabbia: «Ha fatto un salto sulla sedia urlandomi in faccia che dovevo lasciarlo in pace: per lei la colpa era mia. Quando finalmente si è calmata, mi ha abbracciata e mi ha detto “ti perdono”. Ho capito che sapeva già tutto e che io non ero la prima vittima».

    Collusioni, silenzi, omertà, estensione del concetto di obbedienza. Sono i fattori che portano le madri superiore a sacrificare le suore agli appetiti dei sacerdoti. «Non prendono quasi mai posizione-conferma Mary Lembo-sono le prime a non credere che questi preti così bravi e rispettati da tutti possano aver commesso violenza e quindi accusano le suore di averli provocati. E non si preoccupano del fatto che la vittima debba continuare a vivere con chi l’ha violentata».

    Test di gravidanza
    Non solo: la superiora di Doris, appena saputo il fatto, la manda alla clinica privata Salvator Mundi di Roma (la stessa che ha curato, fra gli altri, padre Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo e responsabile di decine di abusi su minori, ricoverato per disintossicarsi dalla morfina), dove le fanno un prelievo del sangue per verificare un’eventuale gravidanza. «Surreale, visto che erano ormai passati più di due anni dallo stupro – commenta Wagner – Evidentemente aveva motivo di temere che fosse successo ancora». Comunque aveva paura della gravidanza, e non per caso.

    Il dramma delle suore messe incinte da membri del clero e perciò costrette ad abortire o cacciate dalle congregazioni è un altro dei segreti vergognosi della chiesa. Eppure sono questioni che il Vaticano conosce da decenni, almeno dal 1994, quando suor Maura O’Donohue manda a Roma un rapporto confidenziale dall’Africa, in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore (invece delle donne del luogo) per non prendere l’Aids. I casi citati sono agghiaccianti: in Malawi 29 suore di una stessa congregazione sono ingravidate dai preti della diocesi, altrove un sacerdote celebra il funerale di una suora morta durante un’interruzione di gravidanza a cui lui stesso l’aveva costretta. Ancora una volta, non si tratta solo del continente africano: la piaga riguarda 23 paesi, compresa l’Italia. Quattro anni dopo, un’altra religiosa, Marie McDonald, confermerà che sono proprio le giovani suore straniere che studiano a Roma le più esposte ai ricatti sessuali del clero.

    Rapporti resi pubblici dal National Catholic Reporter nel 2001 e arrivati fino sul tavolo del Parlamento europeo, che in una successiva Risoluzione fa sapere di aver mandato al Vaticano ben cinque avvertimenti in cui denuncia la drammatica condizione di molte religiose, infettate dall’Hiv, stuprate, costrette ad abortire o allontanate dalle comunità dopo aver partorito.

    Il silenzio del papa
    Roma, dal canto suo, tace. Solo nel 2019 papa Francesco ha ammesso che il problema degli abusi riguarda anche il mondo consacrato e lo stesso Motu proprio Vos Estis Lux Mundi , che incoraggia i vescovi a segnalare gli abusi clericali alle autorità civili, è stato un sostanziale fallimento. Quanto ai processi in ambito ecclesiastico, si entra in un buco nero: il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, interrogato da Domani su quale sia la dimensione del problema della violenza sulle suore in Italia e quanti casi di abuso sessuale di religiose ha preso in esame il Dicastero, ha rifiutato di rispondere.

    La violenza sulle religiose continua così ad essere un terreno inesplorato. Se in Francia qualcosa si è mosso, anche grazie al documentario di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église trasmesso dall’emittente televisiva Arte (a cui ha preso parte anche Wagner), in Italia, ancora una volta, la situazione rimane un tabù. Conta certamente la misoginia nella chiesa e un’opinione pubblica poco disponibile a prendere sul serio i drammi di una categoria che è perlopiù relegata alle barzellette. La conseguenza, però, è l’invisibilità: il lavoro delle suore è gratuito o poco pagato, spesso sono ridotte a fare le serve dei preti e, se decidono di lasciare la comunità, vengono abbandonate a loro stesse.

    «Chi denuncia le violenze viene ripagata con l’isolamento e rappresaglie da parte delle consorelle e della madre superiora—spiega suor Lembo — se non addirittura con l’espulsione dalla comunità». Mentre il prete, nemmeno a dirlo, rimane al suo posto.

    Neppure Wagner è riuscita da avere giustizia. Lasciata infine la congregazione, insieme ad altre ex consorelle vittime di abusi della stessa comunità, nel 2012 denuncia l’Opera alla Congregazione per la dottrina della fede. Grazie a una canonista in contatto con la Santa sede, Wagner viene a sapere che è stata avviata «con grande serietà» un’inchiesta sui due preti e sulla disciplina interna della congregazione e che padre Georg, che nel frattempo era già stato allontanato dal Collegium Paulinum e assunto nella sezione di lingua tedesca della segreteria di Stato vaticana, sarebbe stato rimosso dall’incarico alla fine di quell’anno.

    «In seguito mi dissero che non avevano trovato niente sul conto dell’Opera, ma molti testimoni non sono
    mai stati sentiti», precisa Wagner.

    Su padre Geissler, invece; vista la delicata posizione che riveste come capo ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede, le indagini proseguono. Due anni dopo, viene comunicata a Wagner la chiusura del caso: il prete ha ammesso «due imprudenze in un paio di occasioni» ma ha chiesto scusa ed è stato ammonito a «essere più vigile e prudente in futuro». Resta al suo posto alla Congregazione, che è il Dicastero deputato a giudicare i peccati sessuali del clero; nonostante le “imprudenze” si siano svolte durante il sacramento della confessione, circostanza che per il diritto canonico è considerata un’aggravante, meritevole di pene anche gravi. Si dimetterà soltanto nel gennaio 2019, dopo che Wagner ha reso pubblica la sua storia durante un convegno organizzato dalla rete di donne cattoliche Voices of Faith. La notizia ormai circola sui giornali e Geissler chiede il
    processo canonico per dimostrare la sua innocenza. Il processo, visto il ruolo del prelato, non si svolge davanti alla Congregazione per la dottrina della fede ma viene affidato alla Segnatura apostolica.

    Il decreto sarà di assoluzione; «non risultando provata con la dovuta certezza morale la configurazione dell’asserito grave delitto». Padre Geissler è oggi docente di dogmatica all’università di scienze applicate di Heiligenkreuz, un comune a trenta chilometri da Vienna.

    Il reato non risulta
    Se la chiesa è sorda, gli stati non lo sono da meno. Su denuncia della ex suora, due indagini per violenza sessuale sono state istruite nei confronti di padre Georg: la prima nel 2012 in Germania, archiviata perché non c’era la competenza territoriale visto che i fatti erano avvenuti a Roma; e la seconda nel 2014 in Austria, paese natale della persona denunciata; ma anche qui la procura ha interrotto il procedimento perché «il reato non è stato commesso». «Hanno detto che si trattava di un rapporto consensuale perché lui non aveva usato la forza», commenta amara Wagner. Insomma, il prete aveva violato il voto di castità (che ovviamente non è reato) ma non aveva abusato della suora.

    Padre Georg a sua volta ha poi fatto causa all’emittente Arte nel 2019 per un passaggio del documentario Religieuses abusées, in cui il suo nome veniva associato allo stupro di Doris Wagner, e ha ottenuto che la frase venisse cassata. In tribunale, i toni hanno il sapore della beffa: «Ad Amburgo, dove si svolgeva il processo contro Arte — ricorda Wagner — gli avvocati dell’emittente sostenevano che non si poteva parlare di una relazione perché il padre e io ci siamo dati sempre del “lei”; ma il tribunale ha accolto l’argomentazione dell’accusa, che sosteneva invece che il “tu” è consuetudine solo nelle relazioni amorose mondane».

    La comunità l’Opera, dal canto suo, conferma che oggi padre Georg, «non avendo commesso nessun delitto, ha ricevuto altri compiti nella comunità» e — contrariamente a ciò che abbiamo visto — sostiene anche «che non è mai stato oggetto di un’indagine ecclesiastica».

    Wagner, oggi sposata con un ex confratello e madre di un bambino; continua la sua lotta contro gli abusi del clero. Come teologa lavora all’università di Francoforte e l’anno scorso ha pubblicato il primo studio accademico sulle minorenni messe incinte da sacerdoti negli Stati Uniti, un campo di ricerca ancora del tutto inesplorato. Le ragazze violentate dai preti e poi abbandonate in stato di gravidanza o costrette ad abortire sono, secondo una stima riportata dalla studiosa, dall’1 al 10 per cento di tutte le vittime minorenni di abusi clericali nel mondo.

    «Senza contare le donne adulte, che sono molte di più», sottolinea Wagner. Un numero enorme di ragazze e donne sacrificate da sacerdoti che pensano soltanto a preservare la propria reputazione, con un inconcepibile disprezzo per la vita umana. La maggior parte di loro, nonostante la scomunica prevista dal diritto canonico a chiunque procuri un aborto, continua a restare al suo posto; pronta a reiterare il reato.

    Gli aborti forzati delle suore
    «I preti coinvolti in questi casi sono in maggioranza abusatori seriali attestati di ragazze; in molti casi, ci sono indicazioni di ulteriori gravidanze o aborti», scrive Wagner. E in Europa? «Non si riesce ad accedere ai documenti — dice la studiosa — ma in Germania nell’ultimo anno si sono aperti processi per aborti indotti da sacerdoti e le vittime hanno cominciato a parlarne pubblicamente».

    Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo

    https://www.editorialedomani.it/fatti/la-suora-che-ha-denunciato-il-sacerdote-che-la-stuprava-sfyjvlvx