Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    I quotidiani italiani sono tornati in questi giorni a occuparsi del caso di Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana (il servizio che gestisce le udienze del Papa), che scomparve a Roma il 22 giugno 1983 e di cui non si è più saputo nulla. A riportare l’attenzione sul caso Orlandi è stata la scoperta della scomparsa, nel cimitero romano del Verano, della salma di Katty Skerl, diciassettenne di origine svedese il cui corpo fu ritrovato a Grottaferrata, in provincia di Roma, il 21 gennaio 1984. L’omicidio di Skerl è tuttora irrisolto.

    A collegare le due vicende fu nel 2015 un fotografo romano, Marco Accetti, che si autodenunciò per il rapimento di Orlandi sostenendo che sia quel sequestro sia l’omicidio di Skerl fossero collegati a una lotta interna tra varie fazioni del Vaticano. A conferma delle sue dichiarazioni disse che la tomba di Skerl era vuota e che all’interno del loculo, una volta aperto, sarebbe stata trovata solo una maniglia d’ottone con inciso un angelo.

    Dopo 12 interrogatori, Accetti non venne ritenuto credibile. Le verifiche sulla tomba della ragazza, nel cimitero del Verano, non furono fatte. Ora, a sette anni di distanza, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide posta nel riquadro 115, n° 84, fila 2 del cimitero. La cassa di legno con la salma della ragazza è sparita e nel loculo è stata ritrovata in effetti solo una maniglia.

    Sono molte le domande che in questa storia non hanno risposta. La prima è perché solo ora, dopo tanto tempo, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide. Sette anni fa la rivelazione di Accetti non fu considerata attendibile, ma qualcosa è probabilmente accaduto di recente portando il procuratore che ora si occupa del caso a ordinare l’ispezione della tomba.

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è scettico sul presunto legame tra le due vicende. «Accetti non ha mai portato nessun elemento concreto che supportasse le sue dichiarazioni. Non ha mai fatto i nomi di chi avrebbe materialmente rapito mia sorella. Certo, la vicenda della scomparsa del cadavere di Katty Skerl è inquietante, oltre che triste. Ma sul collegamento con la storia di Emanuela ho molti dubbi» dice al Post.

    Per chiarire la vicenda, che è intricatissima, bisogna tornare al 1983. Emanuela Orlandi, studentessa che aveva appena terminato il secondo anno al convitto nazionale Vittorio Emanuele II, scomparve a Roma attorno alle 19 del 22 giugno dopo essere uscita da una lezione di musica in piazza Sant’Apollinare. Poco prima delle 19 telefonò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi perché non passava l’autobus. Disse anche che era stata appena avvicinata da un uomo che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio.

    Le indagini e le inchieste giornalistiche si concentrarono presto sugli ambienti vaticani. Orlandi viveva all’interno delle mura pontificie: venne quindi ipotizzato che il suo sequestro fosse stato ordinato e portato a termine per esercitare pressioni affinché venisse liberato Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. A riprova di questa teoria vennero portate le testimonianze della famiglia Orlandi, che nel luglio del 1983 aveva ricevuto le telefonate di un uomo che parlava con un forte accento anglosassone (i giornali allora lo soprannominarono “l’amerikano”) che, in cambio della liberazione della ragazza, chiedeva la scarcerazione di Ali Agca. Il 17 luglio venne anche fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che chiedeva aiuto. Le telefonate furono in tutto 16 ma l’uomo non portò mai prove concrete sul fatto che Orlandi fosse realmente sua prigioniera.

    Ci furono anche telefonate da parte dell’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi Grigi, di cui faceva parte Ali Agca, che disse di avere rapito anche un’altra ragazza, Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, poche settimane prima della scomparsa di Orlandi. La madre di Gregori, due anni dopo, durante una visita del Papa nella parrocchia romana di San Giuseppe, riconobbe in un agente della Gendarmeria vaticana della scorta un uomo che a suo dire si intratteneva spesso con la figlia. Anche le indagini sulla sparizione di Gregori, così come quelle sulla scomparsa di Orlandi, non hanno mai raggiunto risultati concreti.

    Durante le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sono state fatte molte ipotesi. Una fonte anonima nel 2005 affermò che la ragazza era morta durante una festa nella residenza di un alto prelato. Ma non ci fu mai nessun elemento concreto a sostegno di questa pista.

    Sempre nel 2005 durante una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto, in onda su Rai 3, un uomo disse che per capire la scomparsa di Orlandi bisognava andare a vedere chi era sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e «controllare il favore che Renatino fece al cardinale Poletti». Renatino era il soprannome di Enrico De Pedis, boss della banda romana cosiddetta della Magliana, molto potente a Roma tra gli anni Ottanta e Novanta e legata sia ad ambienti dei servizi segreti sia dell’estrema destra. Ugo Poletti, cardinale morto nel 1997, era stato presidente della Conferenza episcopale italiana.

    Si scoprì che nella chiesa di Sant’Apollinare, vicino a cardinali e grandi benefattori della Chiesa, era in effetti sepolto De Pedis, assassinato a Roma nel febbraio del 1990. Sembrava in effetti molto strano che un boss criminale fosse sepolto in una chiesa riservata a cardinali e illustri personaggi vicini alla Chiesa. Si scoprì poi che il boss della banda della Magliana aveva fatto ingenti donazioni alla chiesa e si era così “comprato” quella sepoltura.

    A collegare il rapimento Orlandi alla banda della Magliana furono anche alcuni pentiti, come Antonio Mancini, detto “accattone”, e Maurizio Abbatino, detto “er crispino”. Mancini disse che Orlandi venne rapita per fare pressioni sul Vaticano affinché restituisse grosse somme di denaro che la banda della Magliana aveva prestato allo Ior, l’Istituto opere religiose, attraverso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi. Anche una donna, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed ex compagna di De Pedis, confermò che Orlandi era stata rapita dalla banda della Magliana nell’ambito dei rapporti con ambienti vaticani. Secondo Minardi, De Pedis le aveva detto: «La Orlandi è cosa nostra». La donna rivelò alla procura di Roma che Orlandi era stata tenuta a lungo prigioniera in uno scantinato del quartiere romano di Monteverde prima di essere uccisa.

    Ma nemmeno le testimonianze di Minardi, Mancini e Abbatino hanno avuto mai concreti riscontri investigativi.

    Il fotografo romano Marco Accetti entrò nella vicenda nel 2015. Il suo nome era già presente nel casellario giudiziario: il 20 dicembre 1983 un bambino di undici anni, figlio di un diplomatico uruguayano, uscito dalla sua casa all’Eur per andare dal barbiere, venne ritrovato morto nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, a venti chilometri da casa. Sul posto venne fermato un uomo, che era Accetti. Disse all’epoca: «Il bambino l’ho ucciso io, l’ho investito accidentalmente». Accetti venne condannato a un anno per omicidio colposo. La madre del bambino commissionò un’indagine a un detective privato e si convinse che suo figlio fosse in realtà stato rapito e ucciso e che Accetti avesse avuto un ruolo nella vicenda.

    Nel 2015 Accetti fece ritrovare alla procura di Roma un flauto dicendo che era quello di Emanuela Orlandi. La famiglia Orlandi disse che in effetti quel flauto poteva essere quello di Emanuela ma, come ha spiegato al Post Pietro Orlandi, «non c’è mai stata una prova concreta che si trattasse in effetti di quello strumento. Purtroppo il DNA presente era troppo esiguo per poter arrivare a qualsiasi conclusione».

    Accetti disse che aveva quel flauto perché aveva partecipato al rapimento. Disse di essere stata una delle persone che avevano telefonato, dopo il sequestro, alla famiglia Orlandi. Aggiunse che la ragazza era stata rapita nel corso di uno scontro tra due fazioni avverse presenti allora in Vaticano. Da una parte c’era la fazione, di cui diceva di aver fatto parte lo stesso Accetti, che voleva esercitare pressioni su Papa Giovani Paolo II affinché abbandonasse la sua politica anticomunista e di sostegno ai movimenti anti-regime dell’Est Europa, come il sindacato polacco Solidarność. Dall’altra parte c’era la fazione che invece sosteneva il Papa nella battaglia contro il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica.

    Accetti sostenne anche che la fazione anticomunista, in risposta al sequestro Orlandi, aveva ucciso Katty Skerl, studentessa del liceo artistico, figlia di un regista svedese. La ragazza, che aveva 17 anni, era iscritta alla federazione giovanile comunista ed era una militante femminista.

    Il 21 gennaio 1984 Skerl era uscita di casa con un borsone per andare a una festa. Venne ritrovata il giorno dopo in una vigna di Grottaferrata: era stata strangolata prima con un filo di ferro e poi con la cinghia del suo borsone. Secondo i risultati dell’autopsia, era stata spinta a terra a faccia in giù e tenuta ferma con un ginocchio sulla schiena con una forza tale da sfondarle alcune costole. Venne esclusa la violenza sessuale.

    Anche le indagini sulla morte di Skerl non portarono a nulla. Mai nessuno però, fino alle dichiarazioni di Accetti, aveva messo in relazione il suo omicidio alla scomparsa di Orlandi.

    Dopo le sue dichiarazioni, il fotografo venne indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Accetti rivelò anche un elemento a sostegno delle sue dichiarazioni. Disse che la camicia bianca indossata da Skerl al momento della sepoltura aveva scritto sull’etichetta “Via Frattina 1982”, e costruì intorno a questo dettaglio una articolata teoria, mai provata in nessun modo. Scrisse nel suo blog: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi».

    In una delle lettere inviate negli anni Ottanta alla famiglia Orlandi, firmata dall’organizzazione Fronte Turkesh, c’era in effetti un riferimento, che i magistrati non erano mai riusciti a interpretare, a via Frattina. Accetti in sostanza accusò una delle due presunte fazioni interne alla Chiesa, quella che sosteneva l’anticomunismo del Papa, di aver scoperto quel dettaglio della camicetta e di averlo inserito in una lettera alla famiglia Orlandi per dare un segnale alla fazione avversa.

    Accetti sostenne poi che il cadavere di Skerl fosse stato fatto sparire proprio per eliminare quella camicia e quell’etichetta e nascondere il collegamento tra i due casi. Disse che chi aveva fatto sparire la tomba aveva però lasciato una maniglia nel loculo.

    Dopo le dichiarazioni del fotografo i giornali ricordarono che a un’amica di Emanuela Orlandi e alla sorella di Mirella Gregori erano giunte nel 2013 due lettere che contenevano queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Secondo alcune interpretazioni, le due “more” erano Emanuela Orlandi e Mirella Gregori mentre la donna bionda era Skerl, il cui corpo era stato ritrovato in una vigna.

    L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si convinse che Accetti era inattendibile e chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo di indagine. Alla decisione si oppose il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nemmeno lui riteneva attendibile Accetti per quanto riguardava la storia dello scontro in Vaticano, ma credeva che si dovesse continuare a indagare. In quel periodo il Corriere della Sera scoprì anche che Skerl era nella stessa classe della figlia di uno dei tre uomini bulgari che furono coinvolti nelle indagini sull’attentato al papa.

    In un post sul suo blog, nel 2015, Accetti parlò così del trafugamento della salma di Katty Skerl: «Per impossessarsi di tale elemento (la camicetta, ndr) alcune persone organizzarono nel 2005 una fittizia squadra di addetti ai lavori cimiteriali e, simulando un lavoro di riesumazione, smurano il fornetto e lo richiusero dopo aver prelevato la bara. Tali persone caricarono la cassa su un carro funebre ed uscirono da uno dei cancelli vigilati, come se si trattasse di un’operazione di traslazione. Lasciarono all’interno della tomba una maniglia che svitarono alla stessa cassa. Tale maniglia raffigurava un angelo. Il significato di tale azione era una sorta di codice. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni»

    Giancarlo Capaldo, che ha recentemente pubblicato un romanzo ispirato al caso Orlandi, La ragazza scomparsa, ha detto parlando con Il Giornale: «Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa».

    A complicare ulteriormente la storia e a rendere ancora più ambigua la figura di Marco Accetti c’è una vicenda anch’essa risalente al 2015. Accetti contattò la famiglia di Alessia Rosati, una ragazza romana, studentessa di Lettere alla Sapienza e militante di sinistra molto impegnata, scomparsa il 23 luglio 1994 e di cui non si è più saputo nulla.

    Disse Accetti lasciando un messaggio alla famiglia Rosati: «So che cosa è successo a vostra figlia. Allo stesso modo in cui nel 1983 il nostro gruppo promosse l’allontanamento da casa della Orlandi e della Gregori per fare pressioni sul Vaticano, così nel 1994 contattammo la Rosati per simulare un sequestro, tramite il quale ricattare elementi del Sisde (servizi segreti, ndr). Solo che fummo anticipati, la giovane sparì prima. Noi sospettammo per mano della stessa parte che volevamo colpire». Anche in quel caso Marco Accetti non portò nessun riscontro concreto alle sue affermazioni.

    https://www.ilpost.it/2022/07/25/emanuela-orlandi-katty-skerl/

  • “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    Sono passati quasi 39 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne romana di cui si sono perse le tracce dal lontano pomeriggio del 22 giugno 1983. Tra ipotesi, supposizioni e indagini ad ampio raggio, il caso continua a essere tra i più intricati e controversi della cronaca degli ultimi 50 anni.

    Le recenti rivelazioni dell’ex procuratore di Roma Giancarlo Capaldo hanno aperto nuovi scenari sulla misteriosa vicenda. “Due ‘alte cariche’ della Santa Sede si resero disponibili a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per farci avere ‘i resti’ di Emanuela”, conferma alla nostra redazione Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

    Pietro, lo scrittore Tommaso Nelli ha raccontato che nei diari di scuola di Emanuela figurerebbe il numero telefonico di una persona, tal “Federica”, mai identificata. Può confermarlo?

    “Si, era in un’agendina”.

    Di chi si tratta?

    “Non saprei, probabilmente un’amica o una compagna di scuola. Chiaramente è impossibile che conoscessi tutte le amicizie di mia sorella”.

    Accanto al nome compare un’annotazione: “Indovina chi è”. Secondo lei, cosa significa?

    “Non credo sia un dettaglio rilevante. Bisogna tenere conto che all’epoca Emanuela aveva 15 anni , era poco più che una bambina. Forse – ma è solo un’ipotesi – era qualcuno che le piaceva e ci scherzava su con un’amichetta. Chissà. In ogni caso, nulla di importante”.

    Esclude che possa entrarci qualcosa con la scomparsa?

    “Sì, direi proprio di sì. Così come escludo, in generale, che dei ragazzini – parlo di amici e compagni di scuola di Emanuela – possano entrarci qualcosa con il rapimento di mia sorella”.

    Di recente è emerso un altro retroscena. Pare che nella primavera del 2012 due emissari di Papa Ratzinger, verosimilmente due “alti prelati”, avrebbero dato la disponibilità del Vaticano a far ritrovare “i resti” di Emanuela. Lo conferma?

    “Assolutamente sì. Anzi fu prospettata una sorta di trattativa”.

    Che genere di trattativa?

    “Il Vaticano chiese alla Procura di Roma ‘un aiuto’ per spostare le spoglie di Enrico ‘Renatino’ De Pedis (ex boss della Banda della Magliana, ndr) dalla Basilica di Sant’Apollinare, dov’era stato sepolto, perché ovviamente creava imbarazzo alla Chiesa. Giancarlo Capaldo, all’epoca procuratore e titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, propose una contropartita”.

    Cioè?

    “Il dottor Capaldo chiese in cambio che fossero restituiti ‘i resti’ di Emanuela alla nostra famiglia”.

    E quale fu la risposta?

    “Ci furono due colloqui tra Capaldo e due emissari della Santa Sede. Durante il primo incontro dissero che ‘gli avrebbero fatto sapere’ dopo essersi confrontati con altre persone ‘più in alto nella gerarchia’. In quello successivo confermarono che il Vaticano era disponibile a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.

    Lasciarono intendere che avrebbero collaborato o il consenso fu esplicito?

    “‘Va bene’, fu la loro risposta”.

    E per quale motivo la trattativa sarebbe sfumata?

    “Dopo poco il dottor Giuseppe Pignatone venne nominato capo della procura e chiese l’archiviazione del fascicolo riguardante la scomparsa di mia sorella, che Capaldo rifiutò di firmare. E poi, nel giro di pochi mesi, Papa Ratzinger si dimise”.

    Quali sono stati i risvolti successivi?

    “Lo scorso dicembre, il dottor Capaldo è stato sentito in Procura nell’ambito di un fascicolo aperto a modello 45, quindi senza indagati né ipotesi di reato, dopo che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva chiesto informazioni ai magistrati sull’esposto presentato dall’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, sui colloqui intercorsi tra il i magistrati della Procura e il Vaticano”.

    Cosa è emerso? Ma soprattutto, chi sarebbero i “due emissari” coinvolti nella trattativa?

    “Due ‘alte cariche’ della Santa Fede. Quello che ritengo importante però, al di là delle persone coinvolte, è che per la prima volta il Vaticano abbia ammesso di avere informazioni sulla scomparsa di Emanuela. Lì dentro sanno bene cosa è successo”.

    Nel corso degli anni sono state formulate molteplici ipotesi sulla scomparsa di Emanuela. A oggi, quale pista scarterebbe?

    “Quella dell’allontanamento volontario. Le altre, per una ragione o per un’altra, sono tutte plausibili”.

    Allora ribaltiamo la domanda: Qual è l’ipotesi più attendibile?

    “Emanuela è stata oggetto di un ricatto, qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiega perché dopo tutto questo tempo la verità non sia ancora saltata fuori”.

    Un ricatto tra chi e per cosa poi?

    “Per certo non c’entrano i soldi. Un affare, forse uno scambio, in cui sono coinvolti uomini di potere. Quello di mia sorella è stato un rapimento organizzato, su questo non c’è ombra di dubbio”.

    Cosa glielo fa pensare?

    “Tante cose. Sin da quella famosa telefonata dopo il rapimento – intendo la prima – in cui Emanuela raccontava di essere una ‘ragazza di 15 anni iscritta alla scuola di musica eccetera’. La sensazione è che si trattasse di una registrazione, magari un’intervista che le avevano fatto nei giorni antecedenti alla scomparsa. E poi c’è quella frase di Papa Giovanni Paolo II che non scorderò più: ‘Esistono casi di terrorismo internazionale’, furono le sue testuali parole quando venne a trovarci per gli auguri di Natale”.

    Anche il nome dell’ex boss della Banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis, torna sempre in questa storia. Secondo lei, perché?

    “Penso che abbia avuto un ruolo secondario nella vicenda. Nel senso che è stato impiegato per un lavoro di ‘manovalanza’, mettiamola così. Ma c’erano – ci sono – poteri ben più consolidati e personalità ricattabili che c’entrano con il rapimento di Emanuela”.

    Sono 39 anni che si batte per la verità. Dove trova la forza?

    “La forza la trovo nell’ingiustizia che Emanuela ha subito e ancora subisce. Lo dico da 39 anni: finché non mi daranno prova del contrario continuerò a inseguire la verità e cercare mia sorella da viva. Emanuela era ed è registrata all’anagrafe come ‘cittadina vaticana vivente’”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pietro-orlandi-ammisero-avere-informazioni-su-emanuela-poi-2009900.html

  • Processo vaticano su abusi in seminario, imputati prosciolti

    Processo vaticano su abusi in seminario, imputati prosciolti

    Città del Vaticano, 6 ott. (askanews) – Sono stati prosciolti i due imputati del processo vaticano sui presunti abusi sessuali nel preseminario.

    Per alcuni reati i due sacerdoti sono assolti, per altri non sono punibili, per altri ancora è intervenuta la prescrizione.

    Il processo nel tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone si era aperto il 14 ottobre ed era teso ad accertare le accuse di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nel Preseminario Pio X, a pochi passi da San Pietro. Sul banco degli accusati due sacerdoti: don Gabriele Martinelli, accusato di abusi sessuali che sarebbero avvenuti in anni precedenti il 2012, e don Enrico Radice, rettore del Preseminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento.

    Le indagini erano state avviate nel novembre del 2017 a seguito di notizie divulgate dal giornalista Gianluigi Nuzzi. Nonostante i fatti denunciati risalgano ad anni in cui la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa da presentarsi entro un anno dai fatti contestati, il rinvio è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento del Santo Padre del 29 luglio scorso, che ha rimosso la causa di improcedibilità.

    https://www.askanews.it/esteri/2021/10/06/processo-vaticano-su-abusi-in-seminario-imputati-prosciolti-pn_20211006_00107/

  • Preseminario San Pio X, la “scuola” dei chierichetti del Papa lascia il Vaticano. È al centro di un processo per violenze sessuali

    Preseminario San Pio X, la “scuola” dei chierichetti del Papa lascia il Vaticano. È al centro di un processo per violenze sessuali

    Francesco trasferisce il Preseminario San Pio X fuori dal Vaticano. La decisione, nell’aria da diverso tempo, arriva proprio mentre il luogo dove finora si sono formati i chierichetti del Papa è al centro di un processo penale per violenze sessuali. Gli imputati sono due preti: don Gabriele Martinelli, all’epoca dei fatti seminarista, che è accusato di abusi sessuali, e don Enrico Radice, ex rettore del Preseminario, accusato di favoreggiamento. Un processo analogo a quello che da mesi si sta svolgendo presso il Tribunale Vaticano è iniziato parallelamente anche presso il Tribunale penale di Roma. “Da tempo – si legge in un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede – si stava studiando l’ipotesi di un trasferimento del Preseminario San Pio X al di fuori delle Mura Vaticane, anche per favorire la vicinanza dei giovani studenti ai luoghi dove svolgono i loro studi e praticano le loro attività ricreative. In una recente udienza, il Santo Padre Francesco ha comunicato al rettore, don Angelo Magistrelli, la decisione che il Preseminario, a partire dal prossimo mese di settembre, sposti la sua sede all’esterno della Città del Vaticano, in luogo conveniente”.

    Nella nota si precisa, inoltre, che “Sua Santità non ha mancato, nell’occasione, di esprimere viva gratitudine a don Magistrelli per l’opera compiuta in questi 75 anni dalla fondazione dell’istituzione, riconoscendo che essa conserva la sua validità educativa e chiedendo che possa continuare l’apprezzato servizio liturgico svolto dai giovani studenti nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Si tratta, dunque, di una nuova tappa della vita e dell’attività del Preseminario San Pio X, che offrirà senz’altro ad esso nuove opportunità di crescita e di sviluppo soprattutto nell’ambito della promozione delle vocazioni al sacro ministero”. Sarà interessante vedere quale sarà la futura collocazione di questa istituzione, che non dovrebbe essere comunque molto distante dal Vaticano visto che Bergoglio vuole che i suoi allievi continuino a svolgere il servizio di chierichetti del Papa a San Pietro.

    Fondato nel 1956 per volontà di Pio XII e don Giovanni Folci, il Preseminario, che dipende dalla diocesi di Como, è un istituto di orientamento vocazionale dove sono nate quasi duecento vocazioni sacerdotali e religiose e di moltissimi laici impegnati. La sua principale finalità è quella del servizio liturgico nella Basilica Vaticana accogliendo ragazzi adolescenti e giovani provenienti da tutte le diocesi d’Italia e del mondo. Negli ultimi anni, però, questa realtà è stata travolta dallo scandalo degli abusi sessuali. Don Martinelli, nato nel 1992, è accusato di aver usato violenza e minaccia, abusando della sua autorità e approfittando delle relazioni di fiducia in qualità di frequentatore anziano del Preseminario, tutore e coordinatore delle attività dei seminaristi, costringendo la sua vittima, di un anno più piccola, a subire ripetuti abusi all’interno del Vaticano. Violenze, che sempre secondo l’accusa, sono avvenute fino al 2012. Don Radice, classe 1949, è accusato, invece, di avere più volte, come rettore del Preseminario, in Italia e anche all’estero, aiutato Martinelli a eludere le investigazioni dopo i reati di violenza carnale e libidine. Su queste accuse sarà il Tribunale Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone a pronunciarsi nelle prossime settimane. La decisione del Papa, però, anticipa di fatto la sentenza con un giudizio non certamente positivo su ciò che è avvenuto nel Preseminario negli anni precedenti.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/25/preseminario-san-pio-x-la-scuola-dei-chierichetti-del-papa-lascia-il-vaticano-listituto-al-centro-di-un-processo-per-violenze-sessuali/6209561/

  • Abusi in Vaticano, il Vescovo difende don Martinelli: “Tendenza omosessuale legata all’adolescenza”

    Abusi in Vaticano, il Vescovo difende don Martinelli: “Tendenza omosessuale legata all’adolescenza”

    Il Vescovo di Como al processo in Vaticano: “Da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote non c’è stata una segnalazione. Era una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza”

    Città del Vaticano – Prosegue in Vaticano il processo riguardo ai presunti abusi nel Preseminario San Pio X, avvenuti dal 2007 al 2012. L’ultima udienza, quella odierna, è tutta incentrata sul vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, ascoltato come teste dal Tribunale Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone. Il Preseminario, infatti, dipende dalla Fondazione don Folci, a sua volta incardinata nella diocesi di Como.

    E nell’udienza ci è soffermati sulla questione della “podestà” dell’istituto. Monsignor Cantoni ha riferito di aver chiesto chiarimenti in merito al cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, da una settimana in pensione (leggi qui), che però aveva specificato di essere solo il responsabile della Sacrestia della Basilica vaticana (dall’istituto di orientamento vocazionale ospitava i cosiddetti “chierichetti del Papa”). “Non posso avere la giurisdizione sul Preseminario in quanto tale”, gli aveva detto Comastri, tra l’altro accusato ieri da uno degli ex allievi di aver saputo quello che accadeva nel Preseminario e di non aver fatto nulla.

    Dal momento che “si viveva in ambiguità”, Cantoni ha anche raccontato di essersi rivolto al Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il quale gli aveva precisato che “non c’era un patto tra il Vaticano e Como”. “Ho potuto chiarire che la responsabilità ultima è della diocesi di Como”, ha concluso monsignor Cantoni.

    “Mi dissero che Martinelli era idoneo al sacerdozio”
    Cantoni ha poi ricordato di aver ordinato lui stesso don Gabriele Martinelli sacerdote, l’imputato del processo per i presunti abusi: “Quando ho saputo che era prossima l’ordinazione sono venuto a Roma e ho convocato il rettore don Radice e il rettore del Seminario francese. Entrambi – ha raccontato il vescovo di Como in Aula – mi hanno detto che il giovane (Martinelli) aveva fatto un percorso positivo. Tutte le persone a cui avevo chiesto un giudizio su Martinelli, che avevano avuto a che fare con lui dopo il diaconato, mi avevano rassicurato che non ci fosse stato nessun comportamento equivoco, si era comportato con dignità. Il rettore del Francese ha visto una maturazione, sono passati anni, ha detto: ‘Ok, diamo il via’”.

    Il vescovo Cantoni ha poi detto di aver ricevuto una buona collaborazione durante le indagini dall’Opera Don Folci, che attualmente risulta commissariata: “Ho ordinato un’inchiesta per far luce su aspetti economici e pedagogici. Sono molto preoccupati“. L’indagine è ancora in corso, sospesa però a causa del Covid.

    Nella sua nota il presule scriveva di aver “maturato il sospetto che qualche sacerdote all’epoca educatore nel Preseminario sia venuto meno al suo compito di vigilanza”. Interrogato però ha detto di non essersi riferito a qualcuno in particolare ma in generale. E stata quindi citata la lettera falsa firmata da don Radice a nome del vescovo Coletti per confermare l’idoneità al sacerdozio e chiedere anche di accelerarla in occasione del 90° anniversario del fondatore dell’Opera Don Folci.

    Mons. Cantoni in proposito ha detto di “non aver avuto notizia di questa lettera” ma di averne appresa l’esistenza durante l’indagine, quando era stata già stracciata. Nel corso del processo, sta emergendo via via sempre di più la figura dell’ex vicario giudiziale della diocesi di Como, don Andrea Stabellini, ora residente a Lugano dove insegna Teologia, al quale viene imputato da alcuni avvocati della difesa di aver violato il Codice di Diritto Canonico che prevede la riservatezza delle indagini.

    Stabellini avrebbe raccontato alcuni particolari ad ex seminaristi suoi amici (in un’occasione nel bar della Pontificia Università Lateranense) e protratto il suo mandato di indagare sulla vicenda oltre il tempo previsto. Probabilmente verrà interrogato dal Tribunale vaticano. Stabellini, inoltre, dice di aver dichiarato alle Iene di “non aver condiviso il giudizio di infondatezza dato da Coletti e Comastri”. Mons. Cantoni però ha detto che nei documenti il vicario giudiziale non ha mai espresso un parere simile e che, parlando a voce, aveva solo detto di essere stato “destabilizzato” dalla situazione.

    Risarcimento per la vittima
    La diocesi di Como, al termine di una indagine sul Preseminario San Pio X avviata dopo le lettere di denuncia presentate da don Marco Granoli e don Ambrogio Marinoni, sacerdoti che facevano parte dell’equipe educativa e che l’ex rettore don Enrico Radice aveva emarginato dalla gestione, aveva disposto un risarcimento di 20 mila euro per la presunta vittima, come ha confermato il vescovo di Como.

    La diocesi quindi aveva chiesto ai due imputati (l’ex rettore Radice, accusato di favoreggiamento e a don Gabriele Martinelli, accusato di abusi e violenze) il risarcimento di 20 mila euro per la presunta vittima più 5 mila euro per le spese effettuate per le indagini. Indagini che si erano concluse con un “votum episcopi”. Questa “condanna” (non lo è in senso proprio perché il processo canonico non c’è stato) è alla base del rinvio a giudizio del processo penale in corso è stata notificata solo a don Martinelli e non a don Radice.

    Il vescovo di Como ha detto che hanno “cercato di proteggere la persona la cui fama è stata lesa” dai servizi giornalistici. Il vescovo ha parlato delle accuse come risalenti ad un passato di Martinelli che ora è cambiato, confermando che tra settembre 2006 e giugno 2012, le segnalazioni dei sacerdoti parlano di “una condotta sessualmente inappropriata” ma “è pacifico che negli anni in questione non fosse chierico, manca il requisito soggettivo per l’applicazione delle norme“. (quelle sugli abusi da parte del clero sui minori).

    Quindi il vescovo di Como, parlando di don Martinelli, ha scandito: “Da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote non c’è stata una segnalazione. Era una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza“. Inoltre, ha aggiunto, don Gabriele ha sempre rispettato le regole imposte e nessuno, da quando è prete, “si è mai lamentato con me”.

    Al termine dell’udienza è stato deciso che il 17 e il 18 marzo il Tribunale del Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone sentirà la presunta vittima. Sarà anche effettuato un sopralluogo al Preseminario. Il 14 aprile, poi, una nuova udienza.

    https://www.ilfaroonline.it/2021/02/25/abusi-in-vaticano-il-vescovo-difende-don-martinelli-tendenza-omosessuale-legata-alladolescenza/396779/?fbclid=IwAR34-CAyjvbApcF0xP6nZH26bsLrXloyj1IzPOalvTKaqs-MJOOOLrqplFQ

  • “Omosessualità sì ma transitoria”: il vescovo di Como parla al processo sugli abusi

    “Omosessualità sì ma transitoria”: il vescovo di Como parla al processo sugli abusi

    Como, 26 febbraio 2021 – È stata e lunga e dettagliata la deposizione fornita dal vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, ascoltato ieri in Vaticano come testimone al processo per le presunte violenze ai chierichetti del Papa, consumate all’interno del Preseminario San Pio X gestito dall’Opera don Folci che dipende proprio dalla diocesi. Una brutta storia di abusi, silenzi e complicità iniziata a settembre 2006 e proseguita fino al giugno nel 2012, quando a reggere la diocesi di Como c’era monsignor Diego Coletti, ma venuto alla luce solo più tardi grazie alla denuncia di una delle vittime e all’inchiesta compiuta dalla trasmissione tv “Le Iene”.

    Tra i tanti aspetti ancora da chiarire i 20mila euro chiesti dal vescovo di Como a don Gabriele Martinelli, imputato per i presunti abusi, da corrispondere a titolo di risarcimento al ragazzo che ha denunciato le violenze. “Non una condanna perché il processo canonico non è mai iniziato – ha risposto monsignor Cantoni al collegio giudicante diretto dal magistrato Giuseppe Pignatone – Si tratta di una decisione presa al termine di un’indagine “votum episcopi” che diventerà esecutiva solo all’esito di questo processo”. Il vescovo ha proseguito confermando che c’erano state segnalazioni su don Martinelli “per la sua condotta sessualmente inappropriata”. “Una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza – ha spiegato – Don Martinelli da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote, ha tenuto una condotta ineccepibile”. Da chiarire anche la posizione di don Enrico Radice, rettore del collegio e anche lui imputato per aver coperto l’operato di don Martinelli. Una sorta di terra di nessuno il Preseminario, nel cuore stesso del Vaticano, ma fuori dalla giurisdizione della Santa Sede come ha avuto modo di chiarire il vescovo con il vicario generale monsignor Angelo Comastri e il Segretario di Stato, il cardinale Parolin. Per anni sotto l’esclusivo controllo di don Radice e dell’Opera don Folci ora commissariata. “La diocesi è responsabile non solo delle questioni economiche ma anche di quelle pedagogiche – ha concluso monsignor Cantoni – sono molto preoccupato”.

  • Vaticano, parlano tre ex chierichetti: “Il Preseminario ambiente malsano, continue le avances e le battute a sfondo sessuale”

    Vaticano, parlano tre ex chierichetti: “Il Preseminario ambiente malsano, continue le avances e le battute a sfondo sessuale”

    Quinta udienza del processo per gli abusi nel San Pio X. Chiamati quattro testimoni: «Il cardinale Comastri informato ma bollò tutto come falsità». Domani convocato il vescovo di Como

    CITTA’ DEL VATICANO. «Un ambiente malsano» dove rivalità e divisioni, tra gli allievi e tra gli stessi superiori, si intrecciano a palpeggiamenti, avances, pressioni psicologiche, battutine pesanti sull’aspetto fisico o a sfondo omosessuale, sfociati pure in presunti abusi di potere e aggressioni sessuali. I quattro testimoni chiamati questa mattina nell’aula del Tribunale vaticano per il cosiddetto “Processo dei chierichetti” sono tutti concordi nel descrivere il caos all’interno al Preseminario San Pio X, tanto da spingere ad una seria riflessione sull’esistenza stessa di questa istituzione voluta da Pio XII nel 1956 ma che oggi appare anacronistica e problematica.

    Tre ex allievi e un sacerdote della Basilica di San Pietro sono stati chiamati dal Promotore di Giustizia a testimoniare in questa quinta udienza, durata oltre tre ore e mezza e presieduta dal presidente Giuseppe Pignatone, che vede al banco degli imputati il giovane sacerdote Gabriele Martinelli, accusato di abusi, e l’ex rettore don Enrico Radice, accusato di mancata vigilanza e negligenza. Domani toccherà testimoniare al vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, diocesi in cui risiede l’Opera Don Folci, alla cui gestione è affidato il Preseminario. Mentre il vescovo emerito, Diego Coletti, convocato anche lui come testimone, non sarà presente per gravi problemi di salute («decadimento cognitivo e diabete alto») per i quali ha presentato un certificato medico.

    Il primo ad essere ascoltato oggi è stato Andrea Spinato, ex allievo del Preseminario dal 2000 al 2008. Molto sicuro nell’atteggiamento ma debole nell’interrogatorio, ha parlato di un «ruolo dominante» di Gabriele Martinelli che esplicava soprattutto nel coordinamento delle attività come i turni alle liturgie in Basilica. Un «premio» per i tanti ragazzini che vivevano questo periodo di discernimento. Martinelli andava con un foglio e diceva: «Tu fai questo, tu fai quello». Il suo non era un incarico istituzionalizzato ma un ruolo che il ragazzo, allora 16enne, svolgeva in virtù dell’enorme «fiducia» accordatagli dal rettore Radice.

    Di Martinelli, ha detto Spinato, era «una cosa percepita e manifesta» che avesse «atteggiamenti omosessuali», tanto da fargli valere il soprannome de «la Madre», una sorta di badessa di tutti i preseminaristi (mentre in Basilica veniva appellato il «comandino» per il suo modo di organizzare tutto, anche le candele da utilizzare a messa). Frecciatine del genere erano all’ordine del giorno nel Palazzo San Carlo: «Le battute a sfondo omosessuale erano frequenti, come pure i nomignoli declinati al femminile», anche riferiti a cardinali e vescovi di Curia per alludere al loro orientamento sessuale, ha spiegato Alessandro Flaminio Ottaviani, entrato da universitario a 23 anni nel San Pio X e autore per propria iniziativa della prima lettera anonima sui fatti del Preseminario, inviata anche al Papa.

    Ognuno dei ragazzi aveva un soprannome e riceveva sfottò per l’aspetto fisico, la provenienza o addirittura il lavoro dei genitori. Qualcuno la prendeva sul ridere, molti vivevano la situazione con angoscia. Come Christian Gilles Donghi, uno dei testimoni di oggi, che ha vissuto un solo mese (dal 17 giugno a fine luglio 2009) nel Preseminario ma che ne parla come di un’«esperienza logorante». «Il pettegolezzo era molto acceso. Sono stato schernito anch’io… Mio papà è andato via di casa quando avevo 9 anni, mi ha cresciuto mia mamma, ho atteggiamenti effeminati ma non sono omosessuale».

    Al di là delle bravate e di una certa licenziosità verbale, pesanti ma comunque tipiche dell’età adolescenziale, il problema nel San Pio X sono gli abusi sessuali per cui è in corso il processo in Vaticano. Sembra infatti che Martinelli fosse solito palpare nelle parti intime alcuni ragazzi: «toccamenti», li hanno definiti in aula i testimoni, nessuno dei quali afferma di aver assistito a rapporti sessuali ma solo di averne sentito parlare. Uno su tre ammette di aver visto con i suoi occhi l’allora “tutor” afferrare i genitali di un altro ex allievo, Andrea Garzola, chiamato oggi a testimoniare ma assente. Verso di lui pare che Martinelli provasse forte attrazione: «Era una nuova preda». Ottaviani racconta di aver sentito un pomeriggio schiamazzi dalla stanza di Garzola e, affacciandosi, ha visto Martinelli rincorrere il ragazzo e altri due: «Alla fine del gioco ha afferrato Garzola nelle parti intime». Una «richiesta implicita di rapporto sessuale» che Garzola avrebbe rifiutato. «Da allora è caduto in disgrazia, emarginato, pressato psicologicamente» al punto da abbandonare il San Pio X.

    Ma Gabriele Martinelli aveva tutto questo potere? «Sì», è stato il responso unanime: «Aveva un ruolo di vertice», tanto da bypassare anche l’allora vice rettore don Ambrogio Marinoni e don Marco Granoli, il padre spirituale deceduto nel 2020. Entrambi erano «messi un po’ da parte» dal rettore Radice, il quale era «sfuggente»: «Difficile parlare con lui se non tramite battute, faceva comunque orecchie da mercante. Denunciare a lui Martinelli sarebbe stato un autogol, era il suo protetto».

    Nel corso dei colloqui più volte è stato nominato il cardinale Angelo Comastri, recentemente pensionato, che come vicario per la Città del Vaticano aveva una responsabilità diretta sul Preseminario. I testi hanno assicurato che Comastri fosse stato avvertito di alcune «voci» che circolavano all’interno del San Pio X, anzitutto da Kamil Jarzembowski, il giovane polacco entrato nel 2009 nel Preseminario e dallo stesso allontanato (dopo essere fuggito in Veneto da Garzola). «Ho visto uscire Kamil dallo studio di Comastri», ha confermato Ottaviani. Sembra che però il cardinale abbia bollato queste voci come «falsità» e si sia opposto anche alla decisione di rimuovere Radice come rettore presa dall’allora vescovo di Como Coletti e dal vicario giudiziale don Andrea Stabellini, al quale era stata affidata un’indagine dopo che in diocesi erano pervenute lettere per segnalare «fatti gravi».

    A rivelare quest’ultimo dettaglio è stato Donghi spiegando, tra contraddizioni e vuoti di memoria, che il vicario Stabellini lo aveva informato di un viaggio a Roma per approfondire l’indagine. Cosa che ha suscitato le proteste di alcuni avvocati che hanno definito ingiustificabile che un seminarista fosse a conoscenza dei particolari di un’inchiesta. Lo stesso Donghi, che affermava di non aver mai contattato Martinelli dopo l’uscita dal Preseminario, è stato contraddetto dall’avvocato Rita Laura Baffioni che ha mostrato un messaggio del 2017 inviato su Messenger in cui dava sostegno a Martinelli: «Sono vicino nella preghiera per quanti calunniati dalla istituzione», scriveva. Lo screen shot è stato acquisito agli atti.

    Ultimo a testimoniare è stato padre Pierre Paul, maestro del coro della Cappella Giulia e sacerdote della Basilica di San Pietro. Il religioso canadese 63enne ha riferito di aver ricevuto in passato le confidenze di L.G., anche se il giovane «non ha mai detto esplicitamente cosa non andasse. Si capiva però che erano problemi della sfera affettivo-sessuale». Anche monsignor Vittorio Lanzani, vice di Comastri alla Fabbrica di San Pietro, «sapeva di L.G. e di Kamil». Lo stesso Lanzani che, quando padre Paul aveva coinvolto L.G. nel coro per assicurargli un piccolo guadagno visto che aveva problemi economici (era previsto un gettone di presenza di 20 euro), chiamò il sacerdote per dirgli che L.G. non doveva più partecipare: «Lo sai come sono quelli del Preseminario, per ora fai così», disse.

    Padre Pierre Paul ha detto che si sarebbe voluto recare alla Congregazione della Dottrina della Fede per denunciare, ma lo aveva frenato lo stesso L.G. dicendo di voler «mettere una pietra sopra» a tutta la storia. Il religioso, tuttavia, nel 2017 ha fatto una segnalazione alla Commissione per la Tutela dei minori: «L’ho fatto lo stesso perché penso che un sacerdote che sa qualcosa e non parla diventa complice».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/02/24/news/vaticano-parlano-tre-ex-chierichetti-il-preseminario-ambiente-malsano-continue-le-avance-e-le-battute-a-sfondo-sessuale-1.39949326

  • UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    UDIENZA PROCESSO PRESEMINARIO 10 febbraio 2021

    Cominciata alle 11.20 – Terminata alla 13.30

    Interrogatorio a don Gabriele Martinelli

    In estreme sostanza: ha negato ogni accusa affermando «parlando di abusi hanno colpito me ma volevano colpire soprattutto il Preseminario». Le accuse sono «frutto di divisioni della equipe educativa che poi si riflettevano anche sugli allievi». «Stavo sulle balle a molti per il mio carattere» e «perché cerco di fare ogni cosa il meglio che posso». Le divisioni riguardavano il rito della Messa (preconciliare e postconciliare) e l’idea, poi non andata in porto, di aprire il Preseminario anche agli universitari. I ragazzi si erano divisi in base alla vicinanza con i sacerdoti che sostenevano l’una o l’latra cosa. Martinelli sostiene di non aver sporto denuncia, contro chi lo accusava secondo lui ingiustamente, «perché dai superiori mi è stato chiesto di aspettare». Riferisce anche che gli è stato chiesto, sotto il vincolo di obbedienza, di vivere isolato e di «non rispondere ai giornalisti. Posso parlare solo con i miei genitori e con i miei superiori», cioè il vescovo e il suo vicario.

    Durante l’udienza, sono state citate le lettere inviate dalla presunta vittima L.G. con le accuse contro Martinelli, tra queste una lettera a Papa Francesco datata

    Prossime udienze dedicate ai teste

    24 FEB ore 9.30: verranno ascoltati (se confermeranno la disponibilità) Spinato, Borghetto, Flaminio Ottaviano, padre Pierpaul, Christian Gilles Donghi, Andrea Garzola.

    25 FEB ore 10 mons. Diego Coletti e mons. Oscar Cantone (diocesi di Como)

    Nelle successive udienze (17 marzo mattina e 18 marzo mattina) verrà sentita la parte lesa L. G.

    Il 18 marzo mattina previsto un sopralluogo nei locali del Preseminario.

    Presenti

    Gabriele Martinelli, imputato

    la sua legale Rita Claudia Baffoni

    l’avvocato dell’ex rettore Enrico Radice, Agnese Camilli Carissimi

    l’avvocato dell’Opera Don Folci, Emanuela Bellardini

    l’avvocato della presunta vittima, L.G., Dario Imparato

    Assente L.G., in questi giorni all’estero, e assente monsignor Radice


    A Martinelli, durante l’udienza presieduta dal presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone, sono stati riletti i due interrogatori resi al Promotore di Giustizia vaticano il 23 ottobre 2018 e al delegato per l’investigatio previa della diocesi di Como il 24 febbraio 2018. In entrambi, l’imputato ha negato qualsiasi accusa che gli è stata rivolta in questi anni dalla presunta vittima L.G. che ha inviato lettere, anonime e firmate, all’ex rettore Radice, al cardinale Angelo Comastri, al vescovo di Como Diego Coletti e anche a Papa Francesco il 9 giugno 2017.

    Martinelli negava anche le accuse ricevute da altri ragazzi ospiti del Preseminario. Anche oggi, nelle circa due ore di interrogatorio, ha rigettato gli addebito nei suoi confronti («Sono accuse infondate») e ha argomentato la sua difesa. Ha affermato che ogni accusa è frutto di gelosie nei suoi confronti, quindi un tentativo di bloccare la sua ordinazione sacerdotale; soprattutto, l’intera vicenda è il risultato di profonde divisioni interne tra superiori (da una parte, il rettore Radice e, dall’altra, il vice don Ambrogio Marinoni e l’assistente spirituale don Marco Granoli, morto l’anno scorso) che si riflettevano tra gli allievi che, nonostante la giovane età, erano arrivati a spaccarsi in due per questioni liturgiche, come la preferenza per la messa in rito tridentino e quella post conciliare.

    Più nel dettaglio, Martinelli ha raccontato la vita del seminario scandita da studio, servizio nella Basilica di San Pietro, momenti di gioco e di preghiera con la comunità del San Pio X, senza nessuna possibilità di uscire. Ha ricordato che la sera, intorno alle 22.30/ 23 i ragazzi dovevano trovarsi nelle loro stanze: un’ex camerata suddivisa in 7-8 stanze più piccole, collocate tutte su un unico corridoio e chiuse con porte in legno e la parte superiore in vetro. «Così don Enrico (Radice) vedeva ad esempio se c’era qualcuno che ancora stava al cellulare e diceva di andare a dormire». Le porte non venivano mai chiuse, non esistevano chiavi e il rettore entrava in ogni stanza a spegnere la luce.

    Per Martinelli – che ha condiviso per un anno la stanza con il suo accusatore L.G. e con un altro ragazzo oggi sacerdote – questo sistema impediva che si compissero abusi senza che nessuno se ne accorgesse. Come pure, ha assicurato che era impossibile avere rapporti sessuali (come affermato da L.G. in diverse lettere) nel piccolo bagno sotto l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Oltre che per le dimensioni del bagno anche e soprattutto per il fatto che alle messe feriali, secondo un sistema di turnazione basato anche sull’età dei seminaristi, serviva un solo chierichetto. Nelle celebrazioni della domenica, invece, erano circa nove o dieci in base alle esigenze: «Tutti si sarebbero accorti se fosse successo qualcosa».

    Martinelli ha negato di essere il pupillo di Radice e ha detto pure di non aver avuto alcun ruolo di potere all’interno del San Pio X, seppur lo stesso Radice abbia dichiarato che il ragazzo svolgeva mansioni di tutoraggio con i più giovani. Il sacerdote ha affermato che lui ha solo seguito indicazioni dei suoi superiori, che collaborava con il rettore e con i cerimonieri pontifici per la scelta dei chierichetti che servivano alle messe e che ha sempre fatto «molto bene» tutto quello che gli veniva richiesto. Nessuna sopraffazione o abuso di potere, a suo dire: «Stavo sulle balle a molti, probabilmente anche per il mio carattere. Ognuno ha il suo».

    Nel corso dell’udienza sono stati letti diversi messaggi inviati su Messenger o WhatsApp tra L.G. e Martinelli, risalenti al periodo in cui entrambi avevano già lasciato il Preseminario. La presunta vittima accusava il sacerdote di avere una «perversione sessuale», di «essere interessato solo al pene delle persone», di avergli fatto sempre del male e di averlo messo in cattiva luce con gente, inclusi superiori, ai quali non aveva fatto niente.

    L.G. chiedeva di essere lasciato in pace e di non essere tempestato di telefonate. Martinelli si è difeso dicendo che il linguaggio, seppur volgare, era quello corrente tra ragazzi; poi ha spiegato che mai L.G. gli ha rivolto per iscritto o verbalmente le accuse contenute nelle lettere anonime inviate al cardinale Comastri, al rettore Radice e anche al Papa nel 2017. Anzi, a dimostrazione dei buoni rapporti, ha citato una serie di messaggi del 2012 con cui L.G. chiedeva aiuto a Martinelli per trovare una casa in affitto visto che si sarebbe iscritto all’Università La Sapienza.

    L’avvocato di L.G. ha parlato di tre sanzioni disciplinari notificate tra il 2017 e il 2018 dalla Diocesi di Como a Martinelli dopo l’esplosione dello scandalo, a seguito anche della trasmissione “Le Iene”. Queste notificazioni prevedevano che Martinelli vivesse in isolamento, senza rispondere al telefono se non ai genitori e al vescovo. Il sacerdote ha raccontato di essere stato mandato in un paesino della Val d’Aosta, in un monastero con tre monaci, a meno 17 gradi sotto zero. Il padre ha protestato e, dopo varie insistenze, ha incontrato il vescovo Cantoni che gli ha permesso di risiedere in una struttura con delle monache benedettine. Martinelli ha detto pure di aver voluto inizialmente intraprendere azioni legali, soprattutto contro la troupe delle “Iene” dalla quale si è sentito aggredito. Il vescovo gli avrebbe però suggerito che era meglio «non contattare nessuno», «aspettare» e «non avere colloqui coi giornalisti». Martinelli ha spiegato che quello del vescovo è stato solo un suggerimento: «Non mi ha impedito di denunciare, a me è stata insegnata l’obbedienza al vescovo che vedo come padre e punto di riferimento e ho obbedito. In quei momenti mi sentivo molto confuso».

    Martinelli ha insistito sul fatto che tutte le accuse sono un modo per screditare il Preseminario, nate in un passaggio cruciale che era il marzo 2013 quando è naufragato definitivamente il progetto, sostenuto da Marinoni e Granoli, di ampliare il Preseminario anche agli universitari. «Alla fine ci sono andato di mezzo io». «Una congiura nei suoi confronti?», gli ha chiesto il promotore di Giustizia Giampietro Milano, chiedendo il nesso tra queste divisioni interne e le accuse di abusi.

    Tutti i presenti erano in mascherina, sono stati rispettati i dispositivi di sicurezza.

    Manuela Tulli e Salvatore Cernuzio

  • Pietro Orlandi: “Finché non avrò un corpo per me sarà un dovere cercarla viva”

    Pietro Orlandi: “Finché non avrò un corpo per me sarà un dovere cercarla viva”

    IL 14 GENNAIO SIT-IN A ROMA PER IL COMPLEANNO DI EMANUELA ORLANDI

    “Dietro la scomparsa di Emanuela c’è chi continua ad occultare la verità. Un sistema di ricatti che lega Stato, Chiesa e criminalità e quella sepoltura (De Pedis) ne è l’esempio più alto”.

    “Istanze, lettere, suppliche…

    Ma gli ambienti vaticani tacciono. Anche Papa Francesco non ci ascolta…” Parola d’ordine del Vaticano? “Rallentare le indagini”…e io “me le faccio da solo”. “Lo Stato italiano e la Procura non hanno avuto il coraggio. La verità fa ancora paura!!!”

    “L’importante è danneggiare nel minor modo possibile la Santa Sede e se si tratta di pedofilia all’interno del Vaticano è stato mirato”.

    Ad oggi?… “Ci sono diverse iniziative investigative basate su fonti che mi auguro possano essere più attendibili di quanto accaduto in passato”. Emanuela?… “Nessun maniaco o adescatore. C’è dell’altro e più complesso dietro la sua sparizione”. … “In una foto brindisi a base di Champagne tra De Pedis e il Cardinal Poletti a Piazza Navona”…quello stesso De Pedis che frequentava la scuola di musica e che “usciva spesso dallo studio di Oscar Luigi Scalfaro!!!”.

    “L’ipotesi che lega mia sorella alla banda della Magliana e il Vaticano è l’ipotesi seguita in particolar modo nella seconda inchiesta dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi. Ipotesi legata ad una questione economica riguardante i soldi della mafia che tramite elementi della Magliana sono entrati nelle casse dello Ior e probabilmente in quelle del banco Ambrosiano di Calvi, soldi, sempre secondo le ipotesi, utilizzati da Giovanni Paolo II per la questione Polacca di Solidarnosc e da qui il ricatto al Vaticano da parte della mafia-magliana per riaverli indietro”.


    E’ un fiume in piena Pietro Orlandi ai nostri microfoni, e come biasimarlo. 38 lunghi anni sono trascorsi dalla scomparsa di sua sorella Emanuela, giovane cittadina vaticana che il 22 giugno del 1983 non ha fatto più ritorno a casa. Ha lottato con tutte le sue forze Pietro in questi quattro decenni, ma a depistare le indagini e ad occultare la verità ci hanno pensato “agenti atmosferici” vicini e lontani agli ambienti ecclesiastici. Una storia che conosciamo a menadito e alla quale “Chi l’ha visto” e gran parte dei rotocalchi italiani hanno dato risalto. Uno degli episodi di cronaca nera ancora irrisolti nella storia repubblicana di questo Paese.

    Ma ascoltiamo cosa ha da dirci Pietro a pochi giorni dal sit-in per il compleanno di Emanuela.

    D. Pietro Orlandi buongiorno,

    ci spiega esattamente come funziona il ritrovo di giovedì 14 gennaio?

    R. Come tutte le altre volte, ormai sono anni che ci ritroviamo, grazie alla solidarietà di tante persone. Due volte l’anno, il 14 gennaio, giorno del compleanno di Emanuela e il 22 giugno, giorno della sua scomparsa. Un modo per tenere alta l’attenzione e non dimenticare. Porto sempre con me un microfono e un amplificatore, per salutare e ringraziare i presenti e per poter dire quello che penso. E’ un momento liberatorio per poter sfogare la propria rabbia, senza censure o tagli, mantenendo però un’educazione che secondo me è doverosa quando si ha la possibilità di parlare pubblicamente. L’appuntamento è per giovedì 14 gennaio 2021 dalle ore 17:00 alle ore 19:00 a Largo Giovanni XXIII a Roma.

    D. Lei scrive sul post di Facebook … “continuare a pretendere quel diritto alla Verità, urlando nelle orecchie di chi si ostina a non voler ascoltare….” Cosa intende per diritto alla verità e a chi si riferisce quando dice “ostina a non voler ascoltare”? E’ un messaggio indirizzato a chi?

    R. La verità non può e non deve mai essere negata, è un diritto di ognuno di noi conoscerla e un dovere cercarla e pretenderla. Le persone che non vogliono ascoltare sono coloro che sia all’interno che all’esterno del Vaticano hanno avuto responsabilità sulla scomparsa di Emanuela. Le persone che non vogliono ascoltare è riferito a quelle gerarchie vaticane che si voltano continuamente dall’altra parte, nonostante le istanze, le lettere, le suppliche, come se il rapimento di Emanuela non li riguardasse. Lo stesso Papa Francesco non vuole ascoltare le tante richieste fatte per incontrarlo dopo quelle sue parole rivolte a me e mia madre fuori dalla Chiesa di Sant’Anna in Vaticano; “Emanuela sta in cielo”, un modo delicato per dire che è morta, quando ancora non si ha la prova certa, facendoci supporre che lui possa sapere qualcosa in più rispetto alla famiglia. E allora perché voltarsi dall’altra parte di fronte alle nostre richieste di spiegazione e verità, dimenticando che lui è il Papa e Capo di Stato, di quello stesso Stato dove Emanuela e la sua famiglia sono cittadini ed Emanuela è l’unica (da cittadina) che sia mai stata rapita. Chi non vuole ascoltare è anche Benedetto XVI, al quale mi sono rivolto durante il suo pontificato e anche negli ultimi mesi, richieste sempre cadute nel vuoto .

    Le persone che non vogliono ascoltare sono anche quelle di uno Stato italiano e di una Procura che non hanno mai avuto il coraggio di puntare il dito nei confronti di chi sospettavano. Istituzioni che continuano a girare la testa dall’altra parte nonostante io abbia denunciato, pubblicamente e nei vari media, con documenti ufficiali le manipolazioni da parte di alcuni apparati delle istituzioni italiane. Prove importanti che avrebbero potuto contribuire a fare passi decisivi verso la verità.

    Le assicuro che in tanti non vogliono ascoltare perché la VERITA’, nonostante tanti anni passati, fa ancora paura.

    D. 38 anni dalla scomparsa di Emanuela. A oggi Pietro ci sono degli sviluppi sulle indagini? O meglio, ulteriori (e ancora celate) novità che possono far luce su uno dei casi di cronaca nera più discussi della prima repubblica?

    R. Le indagini ufficiali purtroppo sono state interrotte quando, nel 2015, il Dott Giuseppe Pignatone, Capo della Procura di Roma, decise di richiedere l’archiviazione dell’inchiesta, portando all’esonero definitivo del Dott. Capaldo, il magistrato che insieme alla Dott.ssa Maisto seguiva le indagini, perché si rifiutò di firmare la richiesta di archiviazione. Archiviazione peraltro in seguito confermata dal GIP Dott. Giorgianni. Quindi, da quella data, le indagini sono diventate, diciamo, private, nel senso che me le faccio da solo aiutato dal 2017 dall’avv . Laura Sgro’. Il suo contributo è stato ed è molto importante perché grazie al suo patrocinio per il Vaticano (quindi poter accedere al Tribunale ed altre sedi della Santa Sede) abbiamo potuto dare un cambio di marcia alle mie azioni presentando direttamente denunce e istanze anche lì e al segretario di stato card. Parolin, nel tentativo (ancora non riuscito) di far aprire un’inchiesta all’interno della cinta muraria vaticana. Le uniche risposte ottenute sono state il silenzio e l’indifferenza. Sempre pronti però a far finta di essere propositivi sceneggiando indagini inesistenti per dare l’impressione (solo apparente) di essere collaborativi. Situazioni al limite del paradosso, fino alla tentata “corruzione” di magistrati della procura italiana promettendo fascicoli con alcuni nomi di chi ha avuto responsabilità sul rapimento di Emanuela a patto che la procura imbastisse, o meglio ancora inventasse, una versione verosimile della vicenda utilizzando alcuni dei nomi contenuti nel fascicolo per arrivare ad una sorta di conclusione e chiusura della vicenda che danneggiasse nel minor modo possibile la Santa Sede.

    Al momento ci sono diverse iniziative investigative basate su fonti che – mi auguro – possano essere più attendibili di quanto accaduto in passato. Purtroppo il mitomane di turno è sempre pronto dietro l’angolo, ma non posso scartare alcuna possibilità con il rischio di rinunciare a quella giusta.

    D. Banda della Magliana, Vaticano, criminalità organizzata. C’è correlazione? E se sì in che modo? Si sarà fatto una sua idea personale in tutto questo tempo.

    R. Tutti i giorni mi faccio  questa domanda. Le ipotesi fatte e le piste seguite sono state tante nel corso degli anni, alcune più valide di altre, ma sempre ipotesi rimangono. Nonostante sia passato tanto tempo non sono mai emerse prove che possano confermare una o l’altra ipotesi. L’unica cosa di cui sono certo è che Emanuela non si sia allontanata volontariamente o sia stata vittima di un maniaco, un adescatore seriale, ma che sia stata rapita per fini ancora a noi sconosciuti, questo è un mio convinto pensiero basato sui tanti particolari emersi nel corso delle indagini.

    L’ipotesi che lega mia sorella alla banda della Magliana e il Vaticano è l’ipotesi seguita in particolar modo nella seconda inchiesta dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi. Ipotesi legata ad una questione economica riguardante i soldi della mafia che tramite elementi della Magliana sono entrati nelle casse dello Ior e probabilmente in quelle del banco Ambrosiano di Calvi, soldi, sempre secondo le ipotesi, utilizzati da Giovanni Paolo II per la questione Polacca di Solidarnosc e da qui il ricatto al Vaticano da parte della mafia-magliana per riaverli indietro. Io sinceramente non riesco a scartare alcuna ipotesi possibile perché in ognuna delle piste, compresa questa, ci sono indizi che hanno avuto riscontri, come per esempio l’effettivo legame che alcuni elementi della Magliana e dei Testaccini avevano con il Vaticano e lo IOR. Piccole verità in ogni ipotesi e la difficoltà è proprio questa, riuscire ad escludere le varie piste per seguirne una, ma per fare questo servono prove, conferme certe. Invece, di ogni ipotesi, non ci sono prove concrete né della loro attendibilità né della loro falsità .

    D. Enrico “Renatino” De Pedis sepolto a Sant’Apollinare. Emanuela rapita o sparita in zona Sant’Apollinare. C’è qualche nesso?

    R. E’ quello che la Procura pensò nel 2005 dopo una telefonata anonima alla trasmissione “Chi l’ha visto”, che indicava un legame tra il rapimento di Emanuela e quella sepoltura, messaggio interpretato come se si volesse intendere che all’interno della bara di De Pedis ci fossero i resti di Emanuela. A mio avviso quel messaggio che diceva: “se volete sapere cosa c’e dietro la scomparsa di Emanuela andate a vedere chi è sepolto a sant’Apollinare” voleva far capire che dietro la scomparsa c’era la Santa Romana Chiesa e la criminalità. In parte questo rappresenta un po’ anche il mio pensiero. Dietro la scomparsa di Emanuela c’è chi continua ad occultare la verità. Un sistema di ricatti che lega Stato, Chiesa e criminalità e quella sepoltura ne è l’esempio più alto. La Basilica di Sant’Apollinare è inglobata nel palazzo che comprende la scuola di musica dove studiava Emanuela. Al piano della scuola di musica c’era anche l’ufficio di Oscar Luigi Scalfaro, molto amico sia della direttrice della scuola Suor Dolores che del Card. Poletti, il quale autorizzò la sepoltura di De Pedis nella Basilica. Entrambi, Scalfaro e Poletti, erano molto vicini al rettore della Basilica Don Vergari (indagato per concorso in sequestro dalla procura di Roma) che – a sua volta – sappiamo fosse molto amico di De Pedis. I tre – Poletti, Scalfaro e Vergari – spesso si ritrovavano, durante le varie cerimonie organizzate dalla scuola di musica, all’interno della Basilica di Sant’Apollinare. Il Card Poletti conosceva molto bene De Pedis, ne ho avuto conferma io stesso qualche mese fa. Ho avuto la possibilità di vedere una foto scattata in un appartamento a Piazza Navona che ritraeva De Pedis che versava dello Champagne al Card. Poletti in una sorta di brindisi. Insieme a loro anche un ufficiale, (del quale non ricordo purtroppo il nome e se appartenesse all’esercito o altra arma). La mia attenzione, in quei pochi secondi, fu concentrata sugli altri due. Di recente ho avuto anche alcune testimonianze molto attendibili riguardo al fatto che De Pedis prima della scomparsa di Emanuela, quando ancora non era latitante, era stato visto all’interno della scuola di musica perché amico di Suor Dolores, che lo considerava un benefattore della scuola, e più di una volta uscire dallo studio di O.L. Scalfaro.

    D. Pietro, che prove ha di quello che sta dicendo? Scalfaro e De Pedis che si vedono nello studio dell’ex Presidente della Repubblica?

    R. Una fonte che reputo molto attendibile. Una persona che frequentava la scuola di musica e si è presentata anche negli uffici della Digos insieme ad un amico per verbalizzare tutto. Sto cercando la documentazione in Procura. Sono sicuro che salterà fuori a breve.

    D. Orlandi, mi scusi. Ha mai pensato all’ipotesi pedofilia all’interno delle “Sacre” stanze? E per mettere tutto a tacere la piccola Emanuela doveva essere eliminata.

    R. E’ una delle tante possibili ipotesi che emergono dai numerosi indizi che ruotano attorno a questa vicenda. Io sono sempre convinto che il rapimento di mia sorella sia stato organizzato da tempo e non casuale, al di là del movente e delle modalità che hanno portato alla sua scomparsa. Se si tratta di pedofilia all’interno del Vaticano è stato mirato. Magari portare la ragazzina “sbagliata” a qualcuno, documentare e incastrare per creare quell’oggetto del ricatto che fa molta paura.

    D. La brava Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto” vi ha aiutato molto in tutti questi anni. Le meticolose indagini del suo staff hanno portato a informazioni rilevanti per la risoluzione della vicenda?

    R. Federica Sciarelli ci ha aiutato tantissimo soprattutto nel periodo delle prime petizioni, mi invitava praticamente tutte le settimane dandomi quello spazio importante per fare degli appelli. Lei, e la sua redazione, sono stati importantissimi nel tenere alta l’attenzione su questa vicenda. La prima volta che andai in trasmissione aveva un’altro nome, si chiamava “Telefono Giallo” ed era condotto da Augias, era il 1987. Da quel momento si è stabilito un forte legame tra noi e loro, da Augias fino a Fiore de Rienzo e Federica Sciarelli. Ovviamente l’informazione più importante fu quella telefonata che ricevettero nel 2005 che – di fatto – aprì una nuova ipotesi, il possibile coinvolgimento della criminalità e di De Pedis in particolare.

    D. Dentro di se coltiva la speranza che sia ancora viva Emanuela?

    R. Io continuerò a pensarlo e sperarlo anche perché non c’è al momento una prova certa né della morte né della vita. Una cosa che ho sempre sostenuto è che finché non avrò un corpo per me sarà un dovere cercarla viva.

    D. Tre i Santi Padri che si sono succeduti in questa vicenda. Con quale di essi ha instaurato un rapporto migliore? E poi, la ritiene colpevole la Santa Romana Chiesa?

    R. Certamente un rapporto migliore basato sulla fiducia fu con Giovanni Paolo II nei primi sei mesi dalla scomparsa, lo ritenevamo un punto di riferimento, ci eravamo affidati a lui, ai suoi appelli e alle parole che ci disse quando venne a trovarci a casa nel Natale del 1983, “sto facendo quanto è umanamente possibile per una soluzione positiva della vicenda e che Emanuela possa tornare a casa”. Poi il silenzio e lui da quel momento permise al silenzio e all’omertà di calare su questa vicenda. Le cose da quel giorno non sono cambiate, anzi peggiorate, il nome di Emanuela è diventato tabù. Oltre alla mancanza di collaborazione, denunciata anche da alcuni magistrati, c’è sempre stata una volontà ad evitare di trattare l’argomento, come se non riguardasse loro, la Chiesa, il Vaticano, eppure (lo ripeto), parliamo di una loro concittadina. Chi indagava all’epoca mi disse che c’era pressione da parte del Vaticano affinché si rallentassero le indagini. L’obiettivo è sempre stato quello di dimenticare e far dimenticare. E questo vuol dire solo una cosa, che la Verità di cui sono a conoscenza è cosi pesante che rischia di  minare un’istituzione che dura da 2000 anni.

    D. Vuole indirizzare tramite questo giornale un messaggio a chi ipoteticamente sa ma non vuole parlare? Quale il suo appello?

    R. Penso spesso alle persone che sanno ma non parlano, diventando di fatto complici dei veri responsabili. Come fate a vivere con questo fardello sulle spalle? Per difendere e coprire chi? Mi rivolgo soprattutto a chi in Vaticano sa tutto, alla loro presunta cristianità, “presunta” appunto, perché le parole verità e giustizia sono alla base della cristianità, sono le parole della persona che loro dicono di rappresentare, Gesù’ Cristo. “La Verità vi renderà liberi”. Purtroppo queste semplici parole ancora non riescono ad entrare in quelle mura, nonostante siano le parole che si sentono nominare dai vari Papi. Parole che purtroppo rimangono vuote, prive del loro significato. L’ultima, se mi permette, è la parola ipocrisia sulla verità, l’ha pronunciata Papa Francesco in un Lettera enciclica ad Assisi il 3 ottobre 2020. Ad un certo punto scrive:” …… Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi…..”

    Grazie Pietro, il 14 ci saremo. Buona fortuna per tutto.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/pietro-orlandi-finche-non-avro-un-corpo-per-me-sara-un-dovere-cercarla-viva-715500.html?fbclid=IwAR0tQHEUoedlkVwPfo5vtABD4vez-IRFG9OmO9VM46_AGfnrLUVxLqeHYc8

  • Vaticano: processo abusi,chiamato in giudizio il Preseminario

    Vaticano: processo abusi,chiamato in giudizio il Preseminario

    Pignatone accoglie istanza parte civile, processo si allarga

    27 Ottobre , 17:47
    (ANSA) – CITTA DEL VATICANO, 27 OTT – Il processo in Vaticano per i presunti abusi ai ‘chierichetti del Papa’ vede entrare in scena l’ente Preseminario San Pio X citato in giudizio dalla parte civile che si è oggi costituita nel corso della seconda udienza.

    Il presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone ha accolto l’istanza presentata dall’avvocato Dario Imparato, legale di L.G., la vittima dei presunti abusi da parte di don Gabriele Martinenelli, imputato nel processo assieme a don Enrico Radice, all’epoca dei fatti rettore del Preseminario.

    La parte civile chiama dunque in causa il Preseminario e l’Opera don Folci, della diocesi di Como, dalla quale dipende lo stesso Preseminario di Palazzo San Carlo per “mancata vigilanza e grande negligenza nel controllo di questa istituzione”, ha detto l’avvocato Imparato che, poi, a margine del processo, rispondendo ai giornalisti, ha citato espressamente “don Angelo Magistrelli” come responsabile dell’istituzione citata in giudizio.

    L’avvocato, alla domanda del Presidente del Tribunale di quale fosse la persona giuridica che intendeva citare in giudizio, ha risposto: “Il Preseminario come ente, altrimenti la diocesi” di Como. Nella citazione tuttavia la diocesi non è citata ma solo i due enti (Preseminario e Opera don Folci).

    Pignatone ha accettato l’istanza, contro il parere negativo del Promotore di giustizia Roberto Zanotti (“non è tra le prerogative della parte civile”, ha detto), e l’opposizione della difesa sia di don Martinelli che di don Radice. In questo modo il procedimento dunque si allarga alla gestione dell’intera istituzione, almeno sotto il profilo della responsabilità civile, che forma i chierichetti che servono le celebrazioni a San Pietro.

    Ora la parte civile dovrà notificare l’istanza entro dieci giorni dalla prossima udienza fissata per il 19 novembre alle ore 14. I due avvocati della difesa potranno notificare la loro opposizione entro i tre giorni successivi. (ANSA).