Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: giustizia divina

  • Per Don Francesco Spagnesi, il prete tutto orge e cocaina, arrivano le scuse del vescovo ai fedeli

    Per Don Francesco Spagnesi, il prete tutto orge e cocaina, arrivano le scuse del vescovo ai fedeli

    “Vi chiedo perdono per non avervi protetto a sufficienza. Sono consapevole che la vostra sofferenza è grandissima e il danno morale che avete subito, più ancora di quello materiale, è incommensurabile. Qui c’era un abisso, di fronte al quale non si può provare che dolore e raccapriccio per l’abbandono di ogni riferimento valoriale alla dignità della persona, tanto più grave perché a finire nel fondo di quell’abisso è stato, purtroppo, un ministro di Cristo”. Lo ha detto il vescovo di Prato, monsignore Giovanni Nerbini, questa mattina nella chiesa dell’Annunciazione alla Castellina, dopo l’arresto nei giorni scorsi dell’ex parroco di don Francesco Spagnesi, 40 anni, per spaccio e importazione di sostanze stupefacenti utilizzati in festini hard con il suo compagno.

    Don Francesco Spagnesi e quel vizio delle orge e della cocaina

    “Ho voluto essere presente qui oggi con voi per condividere insieme il difficilissimo momento che la nostra Chiesa attraversa e la vostra comunità parrocchiale sente come una bruciante ferita sulla propria pelle, nella vostra anima, come del resto, vi garantisco è nella mia – ha spiegato il vescovo durante l’omelia nella chiesa gremita – Sono venuto con il cuore in mano per ascoltare la vostra sofferenza, il vostro dolore, la vostra indignazione: sono la mia sofferenza, il mio dolore, la mia indignazione”.

    Il vescovo ha confessato: “Ho lottato per non perdere don Francesco Spagnesi, per non lasciarlo andare a fondo. Ho sbagliato? Credo di avere fatto molti errori. Di questi, sono qui, fra voi, a chiedere scusa. Non mi sono reso conto certamente dell’abisso in cui don Francesco era precipitato, inimmaginabile nei terribili aspetti in cui è venuto alla luce in questi giorni. Ma ancora oggi, conosciuta tutta la storia, Io continuo a soffrire, a sperare ed a pregare per lui. Cercherò di fare quel poco, pochissimo, che ormai è in mio potere fare per aiutarlo ancora. Spero che un giorno, col cuore in mano, lui possa domandare perdono, non a me ma a voi e sarebbe un grande passo”.

    In attesa di questo, ha aggiunto il vescovo, “so bene quanto grave sia – sotto il profilo della giustizia divina ma anche di quella umana -ciò per cui don Francesco è accusato. Come Diocesi non possiamo fare altro che rimetterci – come ho subito affermato – alle indagini dell’autorità giudiziaria, a cui chiedo di fare piena luce sulla vicenda e di fare presto. Ribadisco anche in questo momento la piena collaborazione con la Magistratura, peraltro avviata già prima del clamore della notizia”.

    Il riscatto promesso da Monsignor Nerbini

    Monsignor Nerbini ha poi annunciato: “Dobbiamo intraprendere fin da subito un cammino di redenzione e di riscatto su molteplici piani. Uno dei primi atti compete soprattutto a me e consiste nell’accertamento puntuale del danno economico che la parrocchia ha subito, per quanto questo sarà possibile. È già in corso una dettagliata verifica e nei prossimi giorni tutto il materiale raccolto verrà presentato al sostituto procuratore che si occupa del caso con cui, ripeto, stiamo doverosamente collaborando già da tempo”.

    La Diocesi, d’intesa con la parrocchia, si impegna fin d’ora – sulla base degli esiti di questa verifica – “a mettere a disposizione dei poveri della nostra città una somma di denaro congrua a riparare quanto estorto a tante persone, della Castellina e di altre zone della città” dal sacerdote arrestato.

    Il vescovo ha annunciato anche che sarà necessario l’arrivo di un nuovo parroco per “ritrovare una vita comunitaria capace di far sentire a tutti l’esperienza autentica che in essa si fa del Signore”. “Mi preme richiamare un’altra esigenza, indicare un’altra prospettiva. Questa vicenda terribile chiama tutti noi, consacrati e laici insieme, a riflettere con serietà e urgenza anche sul ruolo dei parroci e dei sacerdoti tutti: sulle loro potenzialità, sulle loro difficoltà, sulle loro solitudini, su come stare loro vicini – ha concluso mons. Nerbini – E sulla costruzione di una Chiesa che chiama tutti noi, nessuno escluso, non solo ad annunciare ma anche a testimoniare una buona novella di cui c’è, nel mondo, grande bisogno”.

  • Belve senza embargo – Una cultura criminale che padre Hans Zollner ribattezza

    Belve senza embargo – Una cultura criminale che padre Hans Zollner ribattezza

    Di Francesco Zanardi – Nelle dichiarazioni rilasciate a “The Tablet” padre Hans Zollner – Presidente del Centro per la protezione dell’infanzia del Vaticano – sottolinea la necessità di assistere i preti pedofili, fino a recluderli a vita, ma sottolinea anche “volontariamente e in case gestite dalla chiesa”.

    Gesuita come il suo padrone fa una astuta e ingannevole dichiarazione, in quanto 1): quelle strutture già esistono, sono le carceri di cui ogni Stato è fornito, 2): perché mai limitarle ai preti e non a tutti i criminali pedofili ? Con il colletto da prete o meno sono comunque pedofili, o sbaglio?

    Ma quindi, perché mai la necessità di tali strutture per le quali la chiesa, magari, chiede anche sostegno economico allo Stato? Chieda piuttosto allo Stato di occuparsi del problema, anche sotto l’aspetto del monitoraggio medico e terapeutico del paziente pedofilo – prete o meno – d’altra parte se l’interesse vero sono i bambini, perché questa differenza?

    Certo, non serviva l’acutezza di padre Zollner per scoprire, nel 2021, che i pedofili sono ad altissimo rischio di reiterazione. Questo, soprattutto la chiesa dovrebbe saperlo bene, date le direttive (segrete fino al 2001) che già nel 1962 aveva attuato, informandone nuovamente nel 2001 i vescovi “La direttiva è tutt’ora in vigore”. Zollner su questo pecca di ignoranza! Sta a vedere che non sa neppure che il papa emerito fu incriminato in Texas per aver ricordato ai vescovi la direttiva, intralciando la giustizia. Si salvò dal processo solo perchè papa: chiese l’immunità.

    Lo stesso Zollner che imbarazza persino la prestigiosa università di Harvard, dove tiene un simposio per le vittime ma senza vittime presenti.

    Rivelazioni pari alla scoperta dell’acqua calda fatte ai media e subito riportate con clamore, come quella di papa Francesco «La violenza su un bambino è un omicidio psicologico». Da anni ne parlano psicologi e riviste serie come LEFT. Qui il loro ultimo articolo, a cura di Federico Tulli, antecedente alle ovvietà vecchie di vent’anni dette da Bergoglio, che non è improbabile abbia preso spunto proprio da LEFT.

    Tuttavia, restando nel concreto, ora che finalmente il papa ha capito il problema: perché allora lo dice solo ai media e non si rivolge a tutti i lacchè che ha nella politica italiana? Potrebbe risolvere davvero il problema delle vittime di cui il Vaticano non si vuole fare carico.

    A una sua richiesta farebbero immediatamente a gara srotolandosi come zerbini ed almeno, anche in Italia, potremmo assistere le vittime, oggi abbandonate dallo Stato, e non solo i criminali pedofili sostenuti dallo Stato per amicarsi il Vaticano.

    Una volta tanto potremo persino evitare a Bergoglio la solita straziante frustrazione di ringraziarsi per auto acclamazione.

    Giuro! lo faremmo noi e sarebbe persino sincero e autentico!

    Tornando alle strutture per i preti criminali, e si, c’è un tacito accordo tra lo Stato italiano e il Vaticano che già dal 2010 fornisce di fatto l’impunità ai preti criminali.

    Come facciamo a saperlo?

    Ce lo segnalarono per primi i sacerdoti di Perugia, da quanto traspare nella missiva, il problema non erano tanto per i bambini ma, come sempre, la loro onorabilità qualora qualcuno restasse stuprato e per disgrazia la cosa diventasse pubblica… Meglio che niente, individuammo almeno la prima struttura, Villa Sacro Cuore.

    Un tema poi approfondito e, come racconta l’inchiesta giornalistica edita in “Giustizia divina” – Ecco dove sono nascosti i preti e le suore che imbarazzano il Vaticano – ha portato all’individuazione di ben 23 strutture sul solo suolo italiano e al censimento, da parte degli autori del libro che, interrogate le 192 carceri italiane, come risposta hanno ottenuto: al momento abbiamo 5 sacerdoti in carcere, dei quali 1 condannato per pedofilia.

    Non serve un genio a capire dove siano finiti i più di 300 preti che la Rete L’ABUSO ha censito sulla mappa italiana, se non sono in carcere e non sono morti…

    Zollner non è il primo a lanciare campagne di inciviltà come questa, che ha come unico scopo quello di salvare il prete e non le sue vittime. Marco Ermes Luparia, diacono e psicoterapeuta proprio in una di queste strutture, anche lui invoca l’impunità al fine del recupero. Anche lui non parla delle vittime, ma solo di salvare i criminali che le hanno ridotte tali.

    A “The Tablet”, quasi scocciato Zollner afferma; “Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime, ha detto Zollner. Ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire a più minori di diventare vittime.”

    Stride molto la presunta affermazione di Zollner – tutta da dimostrare – che si tratterebbe di non voler produrre altre vittime e non di salvare il prete, quando puntualmente vediamo preti come don Rugolo denunciati alla chiesa, che immediatamente vengono trasferiti. Altri che, dopo il carcere, tornano in parrocchia come don Massaferro ecc.

    Sembra più della serie “se ci beccano abbiamo il paracadute per il prete”. Anche perchè, nei fatti, quale vittima è stata mai aiutata o indennizzata dalla chiesa? Gli unici indennizzi alle vittime li ha dati la giustizia dello Stato, non certo il Vaticano, che più di venti anni gira intorno al problema senza risolverlo.

    Una mancanza di responsabilità e civiltà tipica di tutte le culture criminali, come quella vaticana, che mettono in primo piano non la persona ma l’istituzione; la propria onorabilità; i possibili danni e, solo poi la persona (vittima), ma rea di aver creato il problema reclamando un suo diritto.

    2021 anni di esperienza non solo pedocriminale, ma comunque riconosciuta senza pari in ogni angolo del mondo dove il Vaticano è arrivato, tanto da meritare lo slogan “dove c’è un prete pedofilo, c’è una chiesa che lo protegge”.

    Zanardi

  • ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    Good evening, thank you for the invitation to participate in this important event.

    A little over a year ago, on December 17, 2019, the pope finally lifted the papal secrecy on pedophilia cases handled by the Vatican involving priests. The civil magistracies of all countries affected by this criminal phenomenon can now therefore access the acts of canonical processes and the archives of the dioceses. But not only that. The elimination of pontifical secrecy probably also marks a turning point in terms of communication on “sensitive” issues concerning the internal affairs of the Holy See. I am thinking, for example, of the decision to make public the dossier on Cardinal MacCarrick, which has been much discussed in recent months. I would define this as a side effect of the elimination of papal secrecy. This elimination is undoubtedly an important signal in the direction of transparency and collaboration of the Holy See with foreign and international institutions, and may have important consequences in favor of the victims awaiting justice. But from the point of view of crime prevention, it should be said immediately that it does not change anything. Let’s go in order.

    Papal secrecy was codified in the document “Secreta continere” of Paul VI on February 4, 1974. It concerned (and I quote) “certain matters of major importance” and had to “be guarded with grave obligation”. That is to say, in case of violation there was excommunication. Among these secreted “affairs of greater importance” were several crimes, including violence against minors. This meant, for example, that the victim of a pedophile priest undergoing a canonical trial was never informed of the outcome of the judgment. But also that the names of pedophiles judged by Vatican judges could remain “unknown” to lay judges. With obvious consequences, unfortunately, on the safety of tens of thousands of minors around the world, since pedophile priests, after the period of prayer and penance provided as a penalty for their “sin”, almost always return to practice in parishes, to teach in religious schools, to attend oratories, scout camps and so on. As it has been documented by dozens of governmental and mixed State-Church investigations in the last decade in Ireland, Germany, USA, Holland, Belgium, Auystralia etc… In short, secrecy has been for decades – if not for centuries, since the Inquisition – one of the matrices of the spread of clerical pedophilia in the world. Now, with a guilty and unprecedented delay, the Holy See has at least remedied this.

    Another matrix of the spread of “ecclesiastical” pedophilia was and is the “reason of State”.

    Let me explain myself better with a quick example:

    On April 9, 2010 – the year in which news about these crimes finally began to be published regularly in Italy as well – the Washington Post discovered that in 1985 Cardinal Ratzinger (then pref. of the CDF) had advised against reducing to the lay state a California priest who had molested minors. The response of the Holy See was immediate: the then Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith “did not cover up the case”, but only asked to study it with “greater attention” for the “good of all those involved”. In the long investigation, the WP reconstructs that, in a letter written in Latin to Bishop John Cummins, of the Diocese of Oakland, Ratzinger decided not to remove the priest. A choice that the future Pope motivated by writing verbatim “for the good of the universal Church”. And what does that mean translated into more earthly terms? To avoid public scandal. Hence the “reason of State”.

    For decades, in the name of “reason of State” and protected by papal secrecy, a very violent crime against the most defenseless human beings was buried under a gigantic and widespread cloak of silence, complicity and silence impossible – humanly speaking – to accept. It must be said, however, that if papal secrecy has been eliminated, the same cannot be said of the reason of State.

    All this concerns Italy very closely and not only for geographical reasons. In the weekly magazine Left, and then in the book Giustizia divina with Emanuela Provera, we were the first and so far the only journalists, thanks to the collaboration of the L’Abuso network, to pierce the aforementioned cloak over the ecclesiastical courts scattered throughout Italy and present in each of the more than 220 dioceses. Here is an excerpt from the story of Giada Vitale, a victim at the age of 13 of a 55-year-old parish priest.

    “There were three of us in the room: me, the judge and the notary of the Curia of Termoli. I already knew the notary, because before the hearing he told me that the ecclesiastical judge wanted a copy of my complaint to the Italian prosecutor’s office. This shows the way in which ecclesiastical justice works with the presumed victims. Moreover, Giada faced the interrogation alone, that is without a lawyer, because in these processes only the one chosen by the curia can be present, even for the witness. And she rightly refused him. “The judge was trying to get me to say that I felt affection for my rapist but I only wanted to point out that when the abuse began I was thirteen years old.” About five years have passed since the hearing and Giada has never heard anything on the record. “I was never notified of the outcome of the trial nor do I know how my statements were used.”

    Thanks to the abolition of papal secrecy, will other victims, unlike Giada, from now on know the outcome of the canonical judgment? According to the declarations of the Holy See, the answer is yes, and this would already be something in favor of the victims, because certain information could be useful to them during the Italian criminal and civil process. But what should perhaps be of most interest to us is the possibility of collaboration between the ecclesiastical authorities and the Italian civil authorities. From this point of view, however, Bergoglio’s “turning point” moves nothing. I might say, not because of the pope. In fact, the Italian law – unlike the French one, for example – for crimes of this type provides the obligation to report only for public officials, and bishops who are not public officials continue to do what they have always done: that is, not to report suspected priests to the civil authorities. This issue was also reiterated by the Italian Episcopal Conference when it explained why it did not include the obligation to report in the anti-pedophilia guidelines.

    If we add to this the fact that also the New Concordat of 1985 between the Italian State and the Holy See, in its article 4, relieves the bishops from the obligation to collaborate with the civil authority, all the nodes that have always strongly limited the investigations of the Italian judiciary when there are priests involved, with the risk of interfering with the exercise of criminal prosecution against those suspected of pedophilia and the “superiors” who transfer them from parish to parish allowing them to remain in contact with minors and repeat the abuse, remain unresolved.

    The elimination of art. 4 from the Concordat would not be a small matter. This is also stated by the cases surveyed by Rete L’Abuso and the statistics that Francesco Zanardi communicated during his speech. Personally, I have dedicated an entire book to Italy reconstructing the history of pedophilia in the Italian Church from 1870 to 2014.

    Since I wrote my first book for L’Asino d’oro on these issues in 2010, I have had the opportunity to speak with hundreds of victims. The lives of many of them continue as a function of obtaining justice for what they have suffered. There are those who – like those present – have founded an association, transforming their personal vicissitudes into a collective battle for civilization. One of the strengths of their civil commitment – perhaps the most important because it is unassailable – in my opinion lies in having understood that the real “enemy” to be fought lies in the thinking that still denies the violence suffered by the child. That is, the thought that confuses a crime (very violent against a person) with sin. In fact, we know from the psychiatrist Fagioli that pedophilia is the annulment of the human reality of the child, a sort of psychic murder.

    However, even in the Church of Pope Francis, abuse, that is, “the sexual act of a cleric with a minor,” is still treated only as a crime against morality, an offense against God, a violation of the sixth commandment. Consequently, the sinner must answer only to those who represent the Most High on Earth (the Pope), and not to the laws of the civil society to which he belongs. Well, all this is not taken into account by my fellow Italian journalists when they have to report news about alleged crimes against minors committed in the ecclesiastical sphere; and neither does the Italian State take it into account by keeping the Concordat alive, although since 1996 the legislation on crimes of a “sexual” nature against children (and women) has made enormous progress. What consequences this blindness of our institutions has on the safety of children who attend parishes, oratories, minor seminaries and Catholic schools is not only easy to imagine but has been – unfortunately – documented.

    Therefore, in conclusion, the abolition of the pontifical secret is a good thing – because in some way it can facilitate the action of the civil judiciary – but it is not enough. At least in Italy it is not enough. It would take a cultural paradigm shift that would lead the Vatican, the men of the Church, the Italian institutions and the great organs of the press to “see” rape for what it is: a violent crime that destroys the life of those who suffer it. But this would mean for believers to deny the Sixth Commandment, one of the cornerstones of religious and political power of the Catholic and Roman Apostolic Church. A temporal power that the Italian State and the Italian media still struggle to disavow.

    Federico Tulli

  • Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Intervento di Federico Tulli

    Buonasera, vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante appuntamento.

    Poco più un anno fa, il 17 dicembre 2019, il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui casi di pedofilia trattati dal Vaticano che riguardano i sacerdoti. Le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale possono quindi ora accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Ma non solo. Probabilmente l’eliminazione del segreto pontificio segna anche una svolta a livello di comunicazione su temi “sensibili” che riguardano gli affari interni alla Santa Sede. Penso ad es. la decisione di rendere pubblico il dossier sul cardinale MacCarrick di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Lo definirei un effetto collaterale dell’eliminazione segreto pontifico. Eliminazione che è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione della Santa sede con le istituzioni straniere e internazionali, e può avere importanti conseguenze in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione dei crimini è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

    Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Riguardava (cito) “taluni affari di maggiore importanza” e doveva “essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, che in caso di violazione c’era la scomunica. Tra questi “affari di maggiore importanza” secretati c’erano diversi reati, tra cui la violenza su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse mai informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i nomi dei pedofili giudicati dai giudici vaticani potessero rimanere “sconosciuti” a quelli laici. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, tornano quasi sempre a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Come del resto è stato documentato da decine di inchieste governative e miste Stato-Chiesa nell’ultimo decennio in Irlanda, Germania, Usa, Olanda, Belgio, Auystralia etc… Insomma, la segretezza è stata per decenni – se non per secoli, dall’Inquisizione in poi – una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo la Santa Sede ha posto rimedio.

    Un’altra matrice della diffusione della pedofilia “ecclesiastica” è stata ed è la “ragion di Stato”.

    Mi spiego meglio con un esempio veloce:

    Il 9 aprile 2010 – anno in cui le notizie su questi crimini iniziarono finalmente ad essere pubblicate con regolarità anche in Italia – il Washington Post scoprì che nel 1985 il cardinale Ratzinger (allora pref. della Cdf) aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato minori. La replica della Santa Sede fu immediata: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso», ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nella lunga inchiesta il WP ricostruisce che, in una lettera scritta in latino al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger decise di non rimuovere il sacerdote. Una scelta che il futuro Papa motivò scrivendo testualmente «per il bene della Chiesa universale». E cosa vuol dire tradotto in termini più terreni? Per evitare lo scandalo pubblico. Di qui la “ragion di Stato”.

    Per decenni in nome della “ragion di Stato” e protetto dal segreto pontificio un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità e silenzio impossibili – umanamente – da accettare. Va detto però che se il segreto pontificio è stato eliminato, non si può dire altrettanto della ragion di Stato.

    Tutto questo riguarda molto da vicino l’Italia e non solo per motivi geografici. Sul settimanale Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera, per primi e finora unici giornalisti grazie alla collaborazione di rete L’Abuso abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi in Italia e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne.

    «Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice e il notaio della Curia di Termoli. Il notaio lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi disse che il giudice ecclesiastico voleva una copia della mia denuncia alla procura italiana. E già questo fa capire in che modo lavora la giustizia ecclesiastica nei confronti delle presunte vittime. Inoltre Giada affrontò da sola l’interrogatorio, cioè senza avvocato, perché in questi processi può essere presente solo quello scelto dalla curia, anche per il testimone. E lei lo ha giustamente rifiutato. «Il giudice cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione sono passati circa 5 anni e Giada non ha mai saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Grazie all’abolizione del segreto pontificio altre vittime, diversamente da Giada, potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico? Stando alle dichiarazioni della Santa Sede la risposta è sì e sarebbe già qualcosa in favore delle vittime, perché certe informazioni potrebbero tornar loro utili durante il processo penale e civile italiano. Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili italiane. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio però non sposta nulla. Potrei dire, non per colpa del papa. Difatti la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali, e i vescovi che pubblici ufficiali non sono continuano a fare quello che hanno sempre fatto: cioè a non denunciare all’autorità civile i preti sospettati. Questione ribadita anche dalla Conferenza episcopale italiana quando ha spiegato perché non ha inserito l’obbligo di denuncia nelle linee guida antipedofilia.

    Se a questo si aggiunge che anche il Nuovo Concordato del 1985 tra Stato italiano e Santa sede all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, ecco che restano irrisolti tutti i nodi che da sempre limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana quando ci sono di mezzo dei preti con il rischio di interferire con l’esercizio dell’azione penale nei confronti di quelli sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso.

    L’eliminazione dell’art. 4 dal Concordato non sarebbe cosa da poco. Lo dicono anche i casi censiti da Rete L’Abuso e le statistiche che Francesco Zanardi ha comunicato durante il suo intervento. Personalmente ho dedicato un intero libro all’Italia ricostruendo la storia della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 al 2014.

    Da quando nel 2010 ho scritto il mio primo libro per L’Asino d’oro su questi temi ho avuto modo di parlare con centinaia di vittime. La vita di molte di loro prosegue in funzione dell’ottenimento di una giustizia per quanto subito. C’è chi – come i presenti – ha fondato un’associazione trasformando la propria vicenda personale in una battaglia collettiva di civiltà. Uno dei punti di forza del loro impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – secondo me sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro una persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino, una sorta di omicidio psichico.

    Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è trattato ancora solo come un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, una violazione del sesto comandamento. Di conseguenza il peccatore deve risponderne solo a chi rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Ebbene di tutto questo non tengono conto i miei colleghi giornalisti italiani quando devono riportare delle notizie che riguardano presunti crimini su minori commessi in ambito ecclesiastico; e nemmeno ne tiene conto lo Stato italiano mantenendo in vita il Concordato, sebbene dal 1996 la legislazione in materia di reati a sfondo “sessuale” sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche non solo è facile  immaginarlo ma è stato – purtroppo – documentato.

    Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Per lo meno in Italia non basta . Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano, gli uomini di Chiesa, le istituzioni italiane e i grandi organi di stampa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Ma ciò significherebbe per dei credenti negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana. Un potere temporale che lo Stato italiano e i media italiani fanno ancora fatica a disconoscere.

    Federico Tulli

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  • Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Spagnolo – Webinar ECA – Federico Tulli

    Discurso de Federico Tulli

    Buenas noches, gracias por la invitación a participar en esta importante cita.

    Hace poco más de un año, el 17 de diciembre de 2019, el papa por fin quitó el secreto pontificio sobre los casos de pedofilia tratados por el Vaticano en relación con los sacerdotes. Las magistraturas civiles de todos los países afectados por este fenómeno criminal ahora pueden acceder a los documentos de los juicios canónicos y a los archivos de las diócesis. Pero no solo. Probablemente la eliminación del secreto papal también marca un punto de inflexión a nivel de la comunicación sobre cuestiones “sensibles” relativas a los asuntos internos de la Santa Sede. Pienso, por ejemplo, la decisión de hacer público el dossier sobre el cardenal MacCarrick, del que tanto se ha hablado en los últimos meses.

    Yo lo llamaría un efecto secundario de la eliminación del secreto pontificio. Esta eliminación es, sin duda, una señal importante en la dirección de la transparencia y la colaboración de la Santa Sede con instituciones extranjeras e internacionales, y puede tener importantes consecuencias a favor de las víctimas en espera de justicia. Pero desde el punto de vista de la prevención del delito es bueno decir de inmediato que no mueve nada. Vayamos en orden.

    El secreto pontificio fue codificado en el documento “Secreta continere” de Paulo sexto el 4 de febrero de 1974. Se refería (cito) “ciertos asuntos de mayor importancia” y tenía que “ser guardado con seria obligación”. Es decir, en caso de violación habia excomunión. Entre estos “asuntos de mayor importancia” ocultados se encuentraban varios delitos, incluyendo el abuso infantil. Esto significó, por ejemplo, que la víctima de un sacerdote pedófilo sometido a juicio canónico nunca viniera informada del resultado del juicio. Pero también que los nombres de los pedófilos juzgados por los jueces del Vaticano podrían permanecer “desconocidos” para los seculares.

    Con evidentes consecuencias, lamentablemente, sobre la incolumidad de decenas de miles de menores en todo el mundo, ya que los sacerdotes pedófilos, una vez finalizado el período de oración y penitencia previsto como sanción por su “pecado”, casi siempre vuelven a ejercer en las parroquias, a enseñar en escuelas religiosas, a asistir a oratorios, campamentos de scouts, etc. Como de hecho ha sido documentado por docenas de investigaciones gubernamentales y mixtas de la Iglesia y el Estado en la última década en Irlanda, Alemania, Estados Unidos, Holanda, Bélgica, Australia, etc. En resumen, el secreto ha sido durante décadas, si no siglos, de la Inquisición en adelante, una de las matrices de la propagación de la pedofilia clerical en el mundo. Ahora, con la máxima culpa y sin precedentes, al menos esto ha sido remediado por la Santa Sede.

    Otra matriz de la difusión de la pedofilia “eclesiástica” fue y es la “razón de Estado”.

    Déjenme explicar mejor con un ejemplo rápido:

    El 9 de abril de 2010, año en el que finalmente comenzaron a publicarse regularmente noticias sobre estos crímenes también en Italia, el Washington Post descubrió que en 1985 el cardenal Ratzinger (entonces prefecto de la Congregación por la Doctrina de la Fe) había desaconsejado reducir al estado laico a un sacerdote de California quien había molestado sexualmente a menores. La respuesta de la Santa Sede fue inmediata: el entonces prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe “no cubrió el caso”, sino que sólo pidió estudiarlo con “mayor atención” por “el bien de todas las personas involucradas”. En una larga investigación, el Washington Post reconstruye que, en una carta escrita en latín al obispo John Cummins, de la diócesis de Oakland, Ratzinger decidió no remover al sacerdote. Una elección que el futuro Papa motivó escribiendo textualmente “por el bien de la Iglesia universal”. ¿Y qué significa cuando se traduce a términos más terrenales? Para evitar el escándalo público. De ahí la “razón de estado”.

    Durante décadas en nombre de la “razón de Estado” y amparado por el secreto papal, un crimen muy violento contra los seres humanos más indefensos fue sepultado bajo un manto gigantesco y extendido de silencio y complicidad imposible -humanamente- de aceptar. Sin embargo, hay que decir que si se ha eliminado el secreto pontificio, no puede decirse lo mismo de la razón de Estado.

    Todo esto concierne muy de cerca a Italia y no solo por razones geográficas. En el semanario Left, y luego en el libro “Giustizia divina” con Emanuela Provera, fuimos los primeros y hasta ahora los únicos periodistas, gracias a la colaboración de la red L’Abuso, en haber perforado el mencionado manto antes mencionado que pesa sobre los tribunales eclesiásticos esparcidos en Italia y presentes en cada una de las más de 220 diócesis. Aquí hay un extracto de la historia de Giada Vitale, una víctima de 13 años de un sacerdote de 55 años.

    “Éramos tres en la sala: yo, el juez y el notario de la Curia de Termoli. Yo ya conocía al notario, porque antes de la audiencia me dijo que el juez eclesiástico quería una copia de mi denuncia a la fiscalía italiana. Y esto ya nos hace comprender cómo funciona la justicia eclesiástica hacia las presuntas víctimas. Además, Giada enfrentó el interrogatorio sola, es decir sin abogado, porque en estos juicios sólo puede estar presente el elegido por la curia, incluso para el testigo. Y ella lo rechazó con razón. “El juez trató de hacerme decir que sentía afecto por mi violador, pero yo solo quise señalar que tenía trece años cuando comenzaron los abusos”. Han pasado aproximadamente 5 años desde la audición y Giada nunca ha sabido nada oficialmente. “Nunca me comunicaron el resultado del juicio ni sé cómo se utilizaron mis declaraciones”.

    Gracias a la abolición del secreto pontificio, otras víctimas, a diferencia de Giada, ¿podrán a partir de ahora conocer el desenlace del juicio canónico? Según las declaraciones de la Santa Sede, la respuesta es sí y ya sería algo a favor de las víctimas, porque ciertas informaciones podrían serles útiles durante el juicio penal y civil italiano. Pero lo que quizás debería interesarnos más es la posibilidad de colaboración de las autoridades eclesiásticas con las autoridades civiles italianas. Desde este punto de vista, el “punto de inflexión” de Bergoglio, sin embargo, no mueve nada. Podría decir, sin culpa del papa. De hecho, la ley italiana -a diferencia de la francesa, por ejemplo- para delitos de este tipo establece la obligación de denunciar solo para los funcionarios públicos, y los obispos que no son funcionarios públicos siguen haciendo lo que siempre han hecho: es decir, no denunciar a los sacerdotes sospechosos a las autoridades civiles. Esta cuestión también fue reiterada por la Conferencia Episcopal Italiana cuando explicó por qué no incluía la obligación de denunciar en las directrices contra la pedofilia.

    Si a esto le sumamos que incluso el Nuevo Concordato de 1985 entre el Estado italiano y la Santa Sede en el artículo 4 libera a los obispos de la obligación de colaborar con la autoridad civil, he aquì que quedan sin resolver todas las cuestiones que desde siempre limitan severamente las investigaciones del Poder judicial cuando hay sacerdotes involucrados con el riesgo de interferir en la persecución de los sospechosos de pedofilia y de “superiores” que, al trasladarlos de parroquia en parroquia, les permiten mantenerse en contacto con menores y repetir el abuso.

    La eliminación del art. 4 del Concordato no sería un asunto trivial. Lo dicen también los casos relevados por Red L’Abuso y las estadísticas que comunicó Francesco Zanardi durante su intervención. Personalmente, he dedicado un libro completo a Italia reconstruyendo la historia de la pedofilia en la Iglesia italiana desde 1870 hasta 2014.

    Desde que escribí mi primer libro para L’Asino d’oro sobre estos temas en 2010, he tenido la oportunidad de hablar con cientos de víctimas. La vida de muchas de ellas transcurre en función del obtenimiento de una justicia por lo sufrido. Hay quienes, como los presentes, fundaron una asociación transformando su historia personal en una batalla colectiva de civilización. Una de las fortalezas de su compromiso civil -quizás la más importante por ser inexpugnable- a mi juicio radica en haber entendido que el verdadero “enemigo” a combatir está en el pensamiento que aún hoy niega la violencia sufrida por el niño. Ese pensamiento que confunde un delito (muy violento contra una persona) con el pecado. De hecho, sabemos por el psiquiatra Fagioli que la pedofilia es la anulación de la realidad humana del niño, una especie de asesinato psíquico.

    Sin embargo, incluso en la Iglesia del Papa Francisco el abuso, es decir, “el acto sexual de un clérigo con un menor”, todavía se trata solo como un crimen contra la moral, una ofensa contra Dios, una violación del sexto mandamiento. En consecuencia, el pecador debe responder sólo a quienes representan al Altísimo en la Tierra (el papa), y no a las leyes de la sociedad civil a la que pertenece. Pues bien, mis compañeros periodistas italianos no tienen en cuenta todo esto cuando tienen que informar noticias sobre presuntos delitos contra menores cometidos en el ámbito eclesiástico; El Estado italiano tampoco lo tiene en cuenta al mantener vivo el Concordato, aunque desde 1996 la legislación sobre delitos “sexuales” contra niños (y mujeres) ha avanzado enormemente. Las consecuencias que esta ceguera de nuestras instituciones tiene sobre la incolumidad de los niños que asisten a parroquias, oratorios, seminarios menores y escuelas católicas no solo es fácil de imaginar sino que, lamentablemente, ha sido documentado.

    Entonces, en conclusión, la abolición del secreto pontificio es buena, porque de alguna manera puede facilitar la acción del poder judicial civil, pero no es suficiente. Al menos en Italia no es suficiente. Seria necesario un salto de paradigma cultural que llevaría al Vaticano, a los hombres de Iglesia, a las instituciones italianas y a los grandes órganos de prensa a “ver” la violación por lo que es: un crimen muy violento que destruye la vida de quienes la padecen. Pero esto significaría que los creyentes negarían el Sexto Mandamiento, una de las piedras angulares del poder religioso y político de la Iglesia católica y apostólica romana. Un poder temporal que el Estado italiano y los medios italianos todavía luchan por desconocer.

  • Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    “Per come lo abbiamo conosciuto in questi anni, non possiamo credere che don Franco sia responsabile dei fatti di cui è accusato”: è questo il senso della risposta che da più voci raccolgo nel cortile davanti alla canonica dove vive don Franco Reverberi, a Sorbolo.

    In un bar del centro, qualcuno ricorda il clamore che aveva suscitato, nel 2012, la notizia che il parroco, arrivato da circa un anno in paese, fosse ricercato dall’Interpol per fatti risalenti agli anni della “guerra sporca” di Videla.

    Oggi la vicenda torna a fare parlare dopo che a ottobre è stata emessa una seconda richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote italo-argentino, come riportato nell’inchiesta I fuggitivi pubblicata nei giorni scorsi su La Repubblica.

    Originario di Enzano, classe 1937, a undici anni Reverberi emigra con la famiglia in Sudamerica. Nel ‘67 l’ordinanza sacerdotale lo porta a svolgere la funzione di parroco, per oltre quarant’anni, a Salto de Las Rosas.

    Dopo la fine della dittatura e dopo l’annullamento delle leggi che impedivano di accertare le responsabilità del terrorismo di Stato, quattro sopravvissuti alle sevizie subite nella Casa Departamental, uno dei tanti buchi neri che inghiottirono migliaia di oppositori politici, chiamano in causa don Reverberi nelle loro testimonianze.

    Come emerge dall’inchiesta giornalistica che fa parte del progetto On the run from the past, durante il processo i testimoni riferirono che, mentre venivano torturati, ad assistere vi era il cappellano militare, riconosciuto in Reverberi.

    Vestito a volte con abiti militari, altre volte con l’abito talare, la Bibbia in mano, il sacerdote, ricordano i testimoni, parlava raramente e solo per indurre i prigionieri a collaborare.

    Ma quando, nel giugno del 2011, il procuratore generale di San Rafael, sulla base delle testimonianze raccolte, chiede che Reverberi venga indagato, il sacerdote non è più reperibile avendo lasciato il Paese un mese prima per stabilirsi a Sorbolo. Ai giudici, che dovevano ascoltare il parroco, fu presentato un certificato che attestava problemi cardiaci.

    Nel 2012, a un anno dal suo trasferimento in Italia, una sua foto viene diramata dall’Interpol che emette un mandato di rintraccio nei suoi confronti mentre la richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, in assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, viene rigettata prima dalla Corte d’Appello di Bologna, poi dalla Cassazione, nel 2014.

    Il 2 ottobre scorso, come riportato sulle pagine di Repubblica, è stata però presentata una nuova richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote.

    Don Reverberi, come mi dicono in paese, esce raramente e conduce una vita molto ritirata limitandosi a dire messa una volta alla settimana. Nello spiazzo alle spalle della chiesa, delimitato a ferro di cavallo entro gli edifici della canonica, c’è un via vai di bambini accompagnati a catechismo dalle mamme.

    Lauretta Ponzi, referente Caritas della parrocchia, all’uscita della canonica non si sottrae alle domande. In che modo ha reagito la comunità parrocchiale di fronte alle accuse rivolte nei confronti di don Franco?

    “Guardi, abbiamo già parlato tutti troppo di questo argomento, da diversi anni: più se ne parla e più la gente di Sorbolo scuote le spalle e dice di non volerne più sapere nulla. Noi vediamo l’operato che don Franco sta facendo qui ormai da dieci anni: non abbiamo nessun motivo per poter giudicare. Non conosciamo i fatti, se non quelli che abbiamo letto da voi. Per quello che noi vediamo, non abbiamo elementi per dubitare di lui”.

    Avete mai provato, in un confronto con la comunità, a chiedere risposte in merito alle accuse che gli vengono rivolte?

    “Don Reverberi ha chiarito tutto: anche in Italia è stato assolto perché non si trovava nel luogo in cui dicono che si trovasse al momento dei fatti”, mi risponde. Le dico che non è così: non è stato assolto perché non è stato processato, essendo venuto in Italia a un mese dall’inizio del processo. “Comunque ho visto l’inserto che avete fatto” e scuote il capo.

    Un peso lo hanno anche le parole dei testimoni: don Reverberi non sente il dovere di dare risposte ai giudici, a chi chiede di ricostruire un pezzo buio di storia, anche per chiarire la sua posizione?

    “Potrebbe anche essere, io non lo so, ma prima di tutto credo che debba rispondere davanti a Dio: è un sacerdote, c’è un superiore, c’è un vescovo, dovranno verificare loro. La comunità, mi creda, è stanca. Non possiamo dare giudizi su fatti che non conosciamo, che vengono da lontano e che ci sono stati riportati. Sono fatti rispetto ai quali lui si è difeso a spada tratta di fronte alla comunità parrocchiale”.

    Don Reverberi si è allontanato dall’Argentina per venire a Sorbolo poco prima del processo che lo vedeva imputato…”Probabilmente sì…questo ci può anche stare: ci possono essere stati sacerdoti che hanno lasciato la vita e altri, magari più deboli, che hanno chiuso gli occhi. Questo più che un problema della Chiesa credo sia un problema della persona. Possiamo mettere in dubbio un sacerdote che sta dando alla comunità, per quello che può dato che è molto malato, il suo impegno celebrando la messa e confessando i fedeli? Nel frattempo si sta curando, ha detto che è venuto in Italia per curarsi: ci sta anche che possa essere venuto in Italia in un momento difficile, ma era anche già malato. A che titolo possiamo giudicare?”.

    Cercare risposte, per poi poter giudicare, anche a nome delle vittime del regime di quegli anni. “Sì, sì, la storia la conosciamo…ma quando l’altro giorno ho visto il vostro servizio con don Reverberi in mezzo a quei due…mi è dato un colpo al cuore: non ce lo vedo, lì in mezzo, non posso crederci. La mia risposta da fedele, da cristiana, è questa: se lui è veramente colpevole, parli. Se no, ci dovremo affidare alla giustizia divina. Se intervista qualche altro parrocchiano, qualcuno potrebbe dirle che ha dei dubbi ma la comunità vera, che vive attorno alla parrocchia, non si pone il problema: non è che non vogliamo riconoscere quello che veramente è stato ma non vogliamo pensare che il nostro prete – che non è il parroco, perché è qui solo in appoggio – possa essere coinvolto in una cosa del genere”.

    Da una porta, si affaccia sullo spiazzo don Aldino Arcari, dal 2013 parroco della diocesi. Pochi giorni fa, alla giornalista di Repubblica che gli poneva una domanda sul caso Reverberi, ha parlato di accanimento da parte della stampa, informandola di avere avvertito il vescovo del fatto che in paese fossero tornati giornalisti a chiedere di don Franco.

    Di fronte alla mia domanda di un’intervista, accetta di rispondere. Parlare con don Reverberi, invece, non è possibile: è molto anziano e malato, mi dice.

    Don Arcari, a testimoniare ci sono quattro ex prigionieri politici che hanno indicato in Reverberi il parroco che nel 1976 avrebbe assistito alle torture mentre più testimoni riferiscono della sua presenza tra il ‘76 e il ‘78 nel centro di detenzione clandestino di San Rafael. Quale è la vostra posizione rispetto a questa vicenda?

    “Noi abbiamo un foglio della diocesi di San Rafael che dice che lui non era lì, nel ‘76, e lui stesso ha ribadito che non c’era, in quel periodo, essendo diventato cappellano militare solo nell’80. C’è tanto di documento della diocesi! Le accuse che gli vengono rivolte mi sembrano un po’ forzate, conoscendolo! Qui stiamo dando la caccia alle streghe…”.

    Ma i centri di detenzione erano extra-legali e clandestini: è improbabile che si registrassero gli ingressi di chi vi operava…

    “Può anche essere – ribatte don Arcari – io però mi fido di quello che dice. Se poi fosse falsa testimonianza, dovrà risponderne davanti a Dio. Siamo nel campo delle ipotesi. Lui ha già detto che non c’era. Ma io dico: se anche ci fosse stato, che accusa è? Beh, va bene: aveva la Bibbia in mano, dicono, certo: è un prete, non poteva andare là con un mitra….che conforto poteva dare ai condannati? Cosa poteva fare? Come quando durante il fascismo chiedevano a qualcuno di baciare il crocifisso….Che cosa poteva fare, poveretto… Non siamo mica tutti leoni: pensiamo a Don Abbondio”.

    All’esterno fa freddo, pur essendo un pomeriggio di sole. Don Arcari mi invita a entrare assieme a Lauretta Ponzi. Mi ripetono che la comunità non può credere che sia lui il prete riconosciuto dai testimoni, non per come lo conoscono.

    “Ci pensi – così Arcari, rivolgendosi a me -, come mai papa Francesco non è mai andato in Argentina, che è la sua terra? Chiediamoci questo. E’ un problema politico: non lo possono vedere, quel papa lì, in Argentina e lui non ci andrà mai, glielo dico io: sono delle beghe politiche. Non possono vedere papa Francesco e allora dicono: ti torturiamo questo prete argentino che è in Italia. Ci sono delle storie, sotto, che noi non sappiamo…Io, se fossi papa, la prima cosa che farei sarebbe andare nel mio paese natale…”.

    Vi siete confrontati col vescovo recentemente sulla vicenda di cui ora si torna a parlare vista la nuova richiesta di estradizione?

    “Io e il vescovo siamo molto legati. Quando viene qualcuno a chiedere di don Franco, glielo dico: lui mi ha detto di avere allertato Parolin in modo che avverta il papa di questa storia. Sembra che Sorbolo copra il torturatore ma noi non copriamo nessuno: lo abbiamo qui ospite e ce lo teniamo, anziano e malato, poveretto. Celebra messa solo una volta a settimana e confessa i fedeli: più di questo non fa. Che gli è venuto un infarto è vero: l’ho accompagnato io in ospedale. Per lui questa attenzione è una tortura. Altro, non saprei cosa dirle”.

    Arturo Salerni, avvocato che nel caso Reverberi è stato parte civile in Cassazione per la Repubblica Argentina, uno dei principali avvocati difensori delle vittime del maxi-processo Condor nel quale sono stati condannati all’ergastolo 24 responsabili dei crimini commessi durante le dittature sudamericane, raggiunto nel suo studio romano così commenta il caso Reverberi: “La richiesta di estradizione fu respinta dalla Corte d’Appello di Bologna, ritenendo che i reati fossero prescritti. Verso di lui era mossa l’accusa di tortura. Io allora feci per la Repubblica Argentina il ricorso in Cassazione che sostanzialmente ribadì le conclusioni alle quali era arrivata la Corte di appello di Bologna.

    Dal punto di vista dei processi, in Italia non ci sono attualmente altri elementi. Quello che evidenziamo è che don Reverberi si è sottratto alla giustizia argentina oltre al fatto che ci sono diversi e convergenti elementi di accusa: ci sono precisi riconoscimenti, che sono stati raccolti, tutti convergenti nell’indicare in lui ‘il prete’, il sacerdote che assisteva alle torture in maniera benevola non nei confronti dei torturati ma dei torturatori, con atteggiamento di complicità e spingendo i prigionieri a confessare. Da più parti – conclude il legale – in alcuni casi anche da parte della Chiesa, viene la richiesta che Reverberi si sottoponga alla giustizia terrena, prima di arrivare alla giustizia divina”.

    Lucia De Ioanna

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/01/20/news/sorbolo_il_caso_don_reverberi_la_comunita_e_stanca_non_giudichiamo_fatti_che_non_conosciamo_-283389240/?fbclid=IwAR0rqWtQc52SapVME10yvb_xAaSCZVLGSjY_OHqyC5lMBK4WKzH-bS47vWQ

     

  • CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    Da anni la Chiesa è chiamata a riconoscere gli abusi dei prelati sui bambini. L’ultimo caso arrivato alla cronaca è di poche settimane fa, il cosiddetto “Rapporto su McCarrick”, l’ex cardinale pedofilo ridotto allo stato laicale da Papa Francesco. La Chiesa, tuttavia, deve fare i conti da secoli anche con un altro problema che la attraversa in maniera endemica: gli abusi sessuali sulle suore, storie di violenza che negli ultimi trent’anni hanno lottato strenuamente per venire alla luce e che, a solo un anno dalle dichiarazioni a riguardo del Papa, rischiano già di tornare nel dimenticatoio. Ancora oggi, infatti, è difficile comprendere quanto questi crimini siano diffusi negli ambienti ecclesiastici, dato che esistono pochi dati e testimonianze rispetto a quanto si stima possa essere la rete delle vittime. Da tempo, però, alcune di queste donne hanno deciso di far sentire la loro voce, anche se nessuno sembra volerla ascoltare.

    Il primo giornalista a interessarsi a questa vicenda è stato Tom Roberts, ex-editor del National Catholic Reporter. Nel 1999, un informatore segreto aveva lasciato sulla scrivania della redazione, a Kansas City, in Missouri, due rapporti contenenti documenti che provenivano dalla Santa Sede, classificati come “riservati”. Il primo risaliva al 1994, quando la sua autrice, suor Maura O’Donohue, coordinava gli aiuti destinati alle zone colpite dall’epidemia di AIDS per il Catholic Fund for Overseas Development. Nei suoi sei anni di servizio, suor O’Donohue aveva ricevuto le prime segnalazioni da parte di sorelle in missione che venivano violentate da vescovi e preti. La situazione era particolarmente grave in Africa dove, a causa dell’AIDS, i missionari prediligevano le suore – oltre alle bambine – perché sicuri che fossero sane. In molti casi, gli stessi uomini di Chiesa che le avevano violentate le obbligavano poi ad abortire.

    Il rapporto conteneva il caso emblematico di un vescovo che, in Malawi, aveva avuto rapporti sessuali con molte suore della sua congregazione, 29 delle quali erano rimaste incinta. Per una di esse, aveva organizzato un’interruzione di gravidanza, la suora però era morta durante l’operazione e lo stesso vescovo ne aveva celebrato il funerale. Dopo aver compilato il rapporto, suor O’Donohue aveva prontamente informato i funzionari del Vaticano delle sue sconcertanti scoperte, eppure la sua grave inchiesta era stata accantonata.

    Il secondo rapporto, scritto da suor Marie McDonald, madre superiora dell’istituto religioso femminile Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa, metteva nero su bianco le cause del problema: il celibato e la scarsa comprensione della vita religiosa da parte di certi membri del clero, la posizione d’inferiorità delle donne nella gerarchia ecclesiastica, l’epidemia di AIDS, le difficoltà di adattamento culturale delle suore inviate in missione – specialmente delle novizie – e l’omertà. Nel 1998 questo rapporto era stato presentato dalla madre superiora al Consiglio dei Sedici, un gruppo composto da membri dell’Unione delle Superiore Generali di Roma, dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali e della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ma anche in quel caso non era stato preso alcun provvedimento.

    Due anni dopo aver ricevuto questi documenti, Tom Roberts, finalmente certo della loro veridicità, pubblica un articolo in cui rivela questa fitta rete di abusi, composta dalle denunce provenienti non solo dall’Africa, ma anche da altri 23 Paesi, inclusa l’Italia. Quasi vent’anni dopo, lo stesso giornalista ha dichiarato: “[In tutto questo tempo] non è successo molto. Non esiste un’opinione pubblica in merito agli abusi sessuali sulle suore: è ancora tutta da costruire”.

    Dal 2011 a oggi molte suore hanno trovato il coraggio di denunciare i loro molestatori e i casi si sono moltiplicati in tutto il mondo. Grazie al #MeToo, poi, le loro testimonianze hanno iniziato a ricevere sempre più ascolto e sostegno. Spesso, tuttavia, arrivano a molti anni dai fatti, come nel caso di una suora indiana che ha accusato il vescovo che dirigeva il suo convento di averla violentata 13 volte nell’arco di due anni. Poco dopo la sua denuncia, un gruppo di monache ha lanciato una protesta durata due settimane per ottenere l’arresto del vescovo: un’iniziativa senza precedenti nel Paese, che ha spaccato in due la comunità cattolica del Kerala, dove attualmente queste donne ribelli sono considerate alla stregua di paria, isolate dal resto delle sorelle che credono all’innocenza del vescovo.

    Questo è il destino riservato a molte suore: dal momento in cui denunciano, infatti, sono obbligate dalla loro congregazione a dismettere il velo dato che il voto di castità a quel punto risulta rotto – anche se a causa di un abuso e contro la loro volontà. La vita da ex-religiosa, quando non si può contare sul supporto della famiglia o non si ha una professione, però può essere molto difficile, oltre che non desiderata da tante donne che avevano invece scelto un percorso d’altro tipo. Per questo Papa Francesco, come racconta il cardinale João Braz de Aviz, ha deciso “di creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi e dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere”, e continua, “Ci sono casi molto duri in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento, o che sono state mandate via. Queste persone sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni”. Forse, invece di creare case di accoglienza, la Chiesa dovrebbe trovare il modo di punire chi non rispetta le regole e tutelare le vittime con azioni concrete.

    Qualcosa in questo senso si è mosso quando, nel febbraio del 2019, il supplemento mensile del quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, ha pubblicato un articolo di denuncia firmato dall’allora direttrice Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea oggi in pensione. Una settimana dopo il Papa ha finalmente ammesso davanti ai giornalisti gli abusi sessuali sulle suore commessi da preti e vescovi. Poco dopo aver denunciato la portata dello scandalo, però, la direttrice Lucetta Scaraffia e l’intero staff del supplemento si sono dimessi a causa del “clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva” da parte della Chiesa.

    A marzo del 2019, come ci ha raccontato la stessa Scaraffia, L’Osservatore Romano ha pubblicato una recensione di Religieuses abusées, l’autre scandale de l’église, un documentario francese realizzato da Eric Quintin, Marie-Pierre Raimbault e Elizabeth Drevillon. Nell’articolo, però, la giornalista Monica Mondo sosteneva “posizioni opposte” rispetto a quelle già espresse dal mensile il mese prima, definendo l’opera “priv[a] di spirito cristiano”. Questo articolo sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per Scaraffia e le sue collaboratrici, che a oggi continuano a ricevere molte testimonianze di suore vittime di abusi e sono ancora attivamente coinvolte in questa battaglia.

    Lo stesso documentario è stato al centro di una serie di polemiche, dato che la testimonianza di una delle ex-suore è stata smentita dal Tribunale di Amburgo. Questa falsa denuncia, purtroppo, ha invalidato l’intero progetto, che tuttavia racconta una vicenda molto importante: la storia di Michelle France, abusata per 35 anni dal sacerdote francese padre Marie-Dominique Philippe, fondatore dell’organizzazione “Famille Saint-Jean”, che conta più di 800 adepti in 24 Paesi del mondo. Il credo di padre Philippe era fondato su una bizzarra teoria di sua invenzione chiamata “l’amour d’amitié” che, mischiando sessualità e spiritualità, giustificava i suoi abusi e quelli dei suoi discepoli. Il documentario si conclude con Marie France e altre donne vittime di abusi da parte dei prelati che nel 2018 vengono finalmente ricevute a porte chiuse da Papa Francesco. A causa della falsa denuncia, però, il tribunale ha ordinato la rimozione del filmato dal catalogo di ARTE – anche se la registrazione integrale in francese rimane disponibile su YouTube.

    A oggi, la Santa Sede non ha preso alcun provvedimento, anche se a detta di Scaraffia “i dicasteri sono sommersi dalle denunce”. Il motivo è chiaro: “Non hanno nessuna intenzione di passare all’azione. Dal loro punto di vista, gli abusi sono semplici trasgressioni al voto di castità e, per giunta, violazioni condivise da entrambe le parti, dato che nella maggior parte dei casi le suore violentate sono maggiorenni. In questo caso, le violenze sono peccato, ma non vengono considerate come reati”.

    Come ci ha spiegato Francesco Zanardi, responsabile della Rete L’ABUSO, un’associazione che dà supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, la situazione per le suore che decidono di denunciare è particolarmente complessa. Le suore, infatti, vivono nella maggior parte dei casi in conventi, ambienti piccoli e blindati, dove le donne abusate temono le ritorsioni della Madre Superiora e delle sorelle, che potrebbero non credere alle loro dichiarazioni. Vero è che potrebbero sporgere una denuncia civile, ma in questi casi di solito vengono dissuase dall’ordine a cui appartengono, queste sono pressioni sì informali ma molto forti per chi abita nel mondo ecclesiastico e ha contatti solo al suo interno. Nel caso in cui le suore, però, riescano a far riconoscere gli abusi davanti al tribunale davanti al tribunale ordinario, i preti possono essere condannati al carcere o – come succede più spesso – ai domiciliari.

    Come raccontano infatti l’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli nel libro-inchiesta Giustizia divina, dei 300 casi di preti condannati al carcere, solo 5 stavano scontando la pena in prigione. Tutti gli altri, compresi quelli destinati ai domiciliari, finiscono in altri centri religiosi che poco somigliano alla detenzione. In alcuni di essi, i preti intraprendono percorsi di psicoterapia volti a migliorare la loro condizione psicologica e a tutelare la società, in modo che la possibilità di recidive si riduca. Non esiste però una lista ufficiale di questi centri: Zanardi ne ha contati 24 “ricavando i nomi dagli atti giudiziari. Quando la magistratura manda ai domiciliari i preti che hanno commesso abusi nel 99% dei casi vanno in questi posti”. Una volta scontata la pena i preti possono tornare alla loro vita di prima: se durante il processo canonico, infatti, la Santa Sede assolve l’imputato, il prelato non è obbligato a dismettere l’abito, e lo Stato non può obbligarlo a farlo. Insomma, dopo il processo civile, quello canonico, ed eventualmente il carcere, il prelato viene semplicemente trasferito in un’altra sede. Per avere un’idea della gravità della situazione degli abusi sessuali su donne e minori, la Rete L’ABUSO ha creato una mappa interattiva che indica tutte le Diocesi non sicure, ovvero dove sono situati tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. Secondo l’associazione, i preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva per reati sessuali e molestie a danno di minori in Italia sarebbero 151, mentre quelli condannati in via definitiva o reo confessi dal 2000 a oggi sarebbero 154.
    Alcuni sostengono che una possibile soluzione al problema potrebbe essere l’accesso per le donne al sacerdozio e al cardinalato, in modo da riconoscere loro più potere all’interno della gerarchia ecclesiastica. Eppure, per quanto importante, questo non è sufficiente, dato per tutte le donne che nella Chiesa occupano i gradini più bassi le cose continuerebbero come prima. Chi di dovere dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e decostruire questo sistema bacato in cui gli abusi sono normalizzati e pesano sistematicamente sulle spalle dei più deboli. Non è possibile che i sacerdoti possano commettere violenze del genere e venire coperti, ne va dell’immagine e della credibilità della Chiesa stessa.
    Questi abusi di potere avrebbero i giorni contati se la Chiesa iniziasse a rispettare le donne, in primis in quanto persone portatrici di diritti inalienabili e in secundis come lavoratrici, studiose e professioniste. Papa Francesco ha fatto un tentativo di aprire la strada, almeno a parole, ora si tratta però di avere il coraggio di percorrerla fino in fondo senza tentennare. Invece che punire le vittime che denunciano questi abusi, è arrivato il momento di ascoltare le loro testimonianze e fare in modo che i prelati, come tutti gli altri cittadini, si confrontino con la legge dello Stato, oltre che con quella della Chiesa, e che invece di essere semplicemente spostati da una parrocchia all’altra scontino le loro pene come tutti e se ritenuto necessario da chi di dovere (un organo super partes) vengano sollevati dai loro incarichi.
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  • Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Di fronte agli scandali, i piccoli passi del papa

    Le questioni finanziarie e sessuali continuano ad agitare il Vaticano, spesso nascondendo lotte di potere ai vertici della Chiesa. Papa Francesco prosegue nonostante la forte opposizione sul suo percorso di riforme verso una maggiore trasparenza

    Un sacerdote condannato in primo grado dalla giustizia milanese a 6 anni e 4 mesi di reclusione per pedofilia viene assolto da un tribunale ecclesiastico. La notizia è data il 25 novembre dall’associazione delle vittime italiane di abusi sessuali nella Chiesa, “L’Abuso”. Solo un giornale transalpino riporterà l’informazione il giorno successivo. Così, il religioso “resta sacerdote” e sarà “reinserito in parrocchia”, traduce in altri termini Francesco Zanardi. Nella lotta della Chiesa contro la pedofilia, “non rimettere i condannati tra i bambini dovrebbe essere la prima cosa da fare, giusto?” il fondatore della rete delle vittime è arrabbiato. “In Italia, la Chiesa prosegue impunemente”. L’istituzione religiosa ha perso ogni credibilità ai suoi occhi. Al telefono, la sua rabbia è acuta. Lui stesso vittima di abusi commessi da un uomo di fede, ha creato L’Abuso dieci anni fa. Comincia a raccontare la sua storia dopo le rivelazioni del Boston Globe all’inizio degli anni 2000 sulla violenza sessuale nella diocesi americana.

    L’attivismo virulento prende il posto del silenzio. “Bergoglio inganna i cattolici”, aveva denunciato sul sito dell’associazione lo scorso luglio. Denuncia le riforme annunciate da Francesco ma mai concretizzate. Il pontefice sarebbe aiutato anche da una stampa italiana “complice e compiaciuta”.

    Esercizio di trasparenza senza precedenti

    È, tuttavia, un esercizio di trasparenza senza precedenti quello che il Vaticano ha svolto il 10 novembre pubblicando il rapporto McCarrick, intitolato all’ex cardinale americano spretato all’inizio del 2019. Il testo coordinato dal Segretario di Stato del Santo -Siege, lungo circa 450 pagine, racconta ad esempio che lettere anonime che accusavano Theodore McCarrick di pedofilia e una testimonianza della sua “attività sessuale” con almeno un sacerdote, erano già state portate all’attenzione di Giovanni Paolo II.

    Ma il diniego dell’arcivescovo al segretario privato del Papa, le testimonianze “imprecise e incomplete” di tre vescovi e la mancanza di “notizie dirette dalle vittime, maggiori o minori”, avevano consentito la nomina del uomo a Washington alla fine del 2000 e la sua creazione cardinale pochi mesi dopo.

    Il caso McCarrick è solo uno dei tanti scandali sessuali che hanno sconvolto il Vaticano negli ultimi anni. Le chiese negli Stati Uniti o in Australia, comprese quelle in Cile e Germania, stanno crollando sotto la schiacciante testimonianza. La Chiesa sta vivendo “la più grave crisi degli ultimi 500 anni”, afferma lo storico e teologo Massimo Faggioli dell’Università americana di Villanova. “Questa è un’ampia crisi di autorità su questioni morali e sessuali. Le risposte sono diverse in giro per il mondo “, prosegue l’esperto, riferendosi a testimonianze e indagini in Pennsylvania sul silenzio assordante in Italia. “La grave instabilità sulla questione degli abusi all’interno delle chiese nazionali ha fatto esplodere gli scandali, afferma lo storico. La situazione non si riduce a poche mele marce, ma indica un movimento traumatico più complicato che è destinato a durare “.

    Questi scandali diventano anche la scusa di uomini di Chiesa per condurre campagne contro il loro sovrano pontefice. L’affare McCarrick, ad esempio, spinge l’arcivescovo italiano Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico – o ambasciatore – a Stati Uniti, per chiedere le dimissioni nel 2018 di Francesco. Lo accusa di essere stato informato di fatti del passato. La sua posizione è quindi smentita dal rapporto McCarrick. Ma Mons. Viganò resta uno dei principali oppositori di Francesco. Anche quest’anno lui fomenta quello che diventerà per lo storico Massimo Faggioli un vero “scandalo” politico: lo scorso giugno ha inviato una lettera di sostegno al presidente in cui indirettamente scredita le azioni del Papa. Donald Trump e Francesco sembrano quindi essere in due campi separati, come lo sono “Dio e Satana”. E attenti a non scegliere la battaglia sbagliata, la “dannazione eterna”si annida.

    Il pontificato di Francesco “ha portato alla luce questioni a lungo negate o nascoste”, relativizza il teologo. Il primo Papa dell’America Latina favorisce così la lotta alla povertà, la difesa degli esclusi, come i migranti, o addirittura l’ecologia, a scapito di temi più tradizionali come la vita o la famiglia. “Con l’arrivo di questo cattolicesimo latinoamericano a Roma, molte cose sono state ridefinite”, continua Massimo Faggioli. Italiani, europei e americani non sono quindi più al centro della Chiesa universale, che ha causato un periodo di instabilità su molte questioni “. Queste lotte possono quindi essere intraviste anche dietro gli scandali finanziari.

    “Nel suo desiderio di riformare la Chiesa, Francesco si è trovato di fronte a un’opposizione interna composta da cardinali in lotta per la gestione dei tesori del Vaticano”, scriveva il settimanale L’Espresso nel 2015. “Le riforme economiche e la trasparenza finanziaria volute dal successore di Pietro incontrarono ogni tipo di resistenza. Non solo all’interno della vecchia guardia che non vuole abdicare, rinunciare al potere, ma anche tra il nuovo popolo portato a Roma dallo stesso Francesco”.

    Dopo la sua elezione, il Papa argentino, ad esempio, si è trovato di fronte alle finanze vaticane composte da più bilanci separati da ministeri ed enti al servizio della Chiesa, e con una gestione opaca. Da questa realtà è nato lo scandalo di Sloane Avenue, scoppiato in seguito alle rivelazioni di investimenti della Santa Sede attorno a un edificio londinese. I magistrati del piccolo Stato stanno indagando sui sospetti di corruzione ed estorsione in particolare. La vicenda, con le sue molteplici ramificazioni, ha provocato le dimissioni del cardinale Angelo Becciu, uno degli alti funzionari della Segreteria di Stato. La gestione dei fondi di questo ramo esecutivo della Santa Sede è stata trasferita all’inizio di novembre all’APSA, l’amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, guidata da un vescovo vicino a Francesco.

    Questo scandalo ha quindi permesso al Papa di portare avanti la sua riforma dell’accentramento delle finanze. “L’idea è nata già durante il conclave tra gli elettori” di Bergoglio, ricorda Emiliano Fittipaldi, giornalista e autore del libro Avarice, pubblicato nel 2015 e che dettagliava gli scandali finanziari dell’epoca. Questo progetto di centralizzazione doveva infatti essere portato avanti dal cardinale George Pell, nominato nel 2014 prefetto di una nuova Segreteria per l’Economia. Ma l’australiano fallisce rapidamente: i suoi modi descritti come “brutali” gli impediscono di affermarsi nel cuore del potere della Chiesa e un processo per pedofilia lo costringe a tornare in patria nel 2017.

    Il cardinale è riuscito da solo a cristallizzare gli scandali finanziari e sessuali e le lotte di potere sottostanti. Ha rivelato la resistenza anche all’interno della Curia romana, il governo della Chiesa, avendo spinto il Papa a fare affidamento su un consiglio di nove cardinali chiamato al suo fianco piuttosto che al suo esecutivo. Francesco ha così sfidato molti leader, incoraggiati a cambiare radicalmente la cultura della Chiesa e il loro comportamento sulle questioni finanziarie come sulla gestione degli abusi sessuali, ma allo stesso tempo provocando forti resistenze e opposizioni.

    Maggiore attenzione alle vittime?

    “L’introduzione di nuove leggi non preverrà i crimini”, avverte padre Hans Zollner. Queste parole del presidente del Centro per la protezione del bambino, dell’Università Gregoriana di Roma, e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, creata nel 2014, sono pronunciate con riferimento alla pedofilia, ma possono essere applicata all’economia e alla finanza. Il sacerdote tedesco chiede quindi un cambio radicale di mentalità e cultura, a partire da una maggiore attenzione alle vittime.

    Francesco Zanardi scoppia a ridere. No, non ha mai visto l’ombra del sostegno da parte di un religioso. Il presidente de L’Abuso ha invece preso atto dei sacerdoti condannati per pedofilia. Assicura che questi ultimi siano ospitati in 23 “case di cura” sparse attraverso l’intera penisola per evitare la prigione. Questa è la tesi sviluppata in Giustizia Divina, un’opera che dettagliava la protezione di cui godono i sacerdoti in Italia. Delle centinaia di sacerdoti denunciati o condannati per pedofilia, gli autori, aiutati da Francesco Zanardi, hanno trovato solo cinque sacerdoti nelle 192 carceri italiane, solo uno dei quali è stato imprigionato per abusi sessuali. Queste “case di cura” sono per il presidente dell’associazione delle vittime italiane il simbolo della totale mancanza di trasparenza di un papa che difende la tolleranza zero. ■

    (traduzione con Google da https://www.letemps.ch/monde/face-aux-scandales-petits-pape-francois)

  • Il sacerdote Miranda Cauca condannato per abusi su una ragazzina di 12 anni

    Il sacerdote Miranda Cauca condannato per abusi su una ragazzina di 12 anni

    Il sacerdote Arcángel Acosta Izquierdo attende una condanna di almeno 16 anni di carcere, dopo che lunedì 17 agosto è stato condannato per abuso carnale con un minore di età inferiore ai 14 anni, in un processo durato circa due anni e che ha la famiglia della minore maltrattata isolata dalla loro comunità e timorosa di ciò che potrebbe accaderle a Miranda, nel Cauca.

    Acosta Izquierdo è stata dichiarata colpevole dal primo tribunale penale del circuito di Puerto Tejada, Cauca, e l’ammontare della pena sarà noto a settembre. Tuttavia, l’avvocato che ha rappresentato la famiglia della ragazza assicura che non è stato trasferito in carcere, e che al contrario sta trascorrendo la sua reclusione in una casa del comune.

    Il 12 ottobre 2018 si sono verificati gli eventi che hanno cambiato la vita della ragazza e della sua famiglia. A quel punto il più giovane aveva 12 anni. Sia lei che i suoi genitori hanno partecipato assiduamente alle attività della parrocchia di Nuestra Señora del Rosario, una delle due nel comune settentrionale di Cauca.

    La ragazza era una ragazza dell’altare, ha partecipato alla pastorale giovanile e anche i suoi genitori hanno sostenuto i bazar e altre attività intorno alla Chiesa. Così racconta l’avvocato Elmer Montaña. “La loro vita sociale era circoscritta alle attività della chiesa”, dice, e per questo avevano “enorme fiducia” con il sacerdote Acosta Izquierdo.

    Quel giorno, il prete chiamò la famiglia per chiedere l’aiuto della ragazza in un’attività che stavano preparando per la mattina successiva. Ha parlato con la madre della minorenne, ha spiegato che aveva bisogno del suo supporto con compiti di cancelleria come fare fotocopie, e che se potevano portarla intorno a mezzogiorno. Dato che il rapporto era stretto, hanno accettato e il padre della ragazza l’ha portata in parrocchia.

    Il minore è entrato nella casa del prete, dove non c’era nessun altro. Nel mezzo della conversazione, il prete gli disse di salire nella stanza per parlare. Quello che è successo lì “si è concluso con il fatto che il ragazzo ha acconsentito carnalmente al minore”, riassume l’avvocato Montaña.

    Più tardi il prete è uscito e la ragazza ha trascorso il pomeriggio nelle attività per le quali l’aveva chiamata, ma col passare dei giorni ha cominciato a sentirsi a disagio per quanto era successo. Per questo lo ha raccontato a una collega della sua scuola che, a sua volta, l’ha raccontata allo psicologo dell’istituto scolastico e questo, da parte sua, al rettore. Dalla scuola hanno attivato il percorso per questo tipo di casi e hanno chiamato i genitori, che erano “assolutamente sgomenti” e hanno subito smesso di andare in chiesa.

    Flor Liliana Yatacué, la madre della ragazza, dice che è “felice perché la giustizia è stata servita”. Durante il processo, l’intera famiglia è stata accusata di mentire, di voler danneggiare il parroco della chiesa di Nuestra Señora del Rosario, ma la condanna contro il sacerdote ha dimostrato che la famiglia aveva ragione nelle loro denunce.

    Da allora, non sono usciti molto “per la stessa paura che le persone della comunità vogliano recitare”, dice la madre della ragazza. Durante il processo hanno ricevuto insulti e l’intera città sapeva cosa era successo, perché come lei stessa dice, “piccola città, grande inferno”.

    La paura che abbiamo è che scappi

    L’avvocato Montaña dice che anche un’assistente sociale che lavorava nell’ufficio del sindaco è stato interrotto dal rinnovo del contratto per aver accompagnato la famiglia, e ha detto che la famiglia è stata avvicinata dai parrocchiani con offerte di denaro per ritirare le denunce. Ma non erano d’accordo. Volevano giustizia per la loro figlia, per il crimine per il quale hanno condannato il prete Acosta Izquierdo, la pena minima sarebbe di 16 anni, dice Montaña, senza sconti se non per lavoro e studio, per i quali avrebbe trascorso almeno 11 o 12 anni in prigione. . “La paura che abbiamo è che scappi”, dice, viste le condizioni in cui si trovava e continua a essere trattenuto, incustodito, in una casa a Miranda.

    Nel processo sono state decisive le testimonianze sia della ragazza che del padre e della madre, coincidenti tra loro, il che non ha permesso di supporre alcun interesse straniero nella sua denuncia, spiega l’avvocato. Così erano le competenze psicologiche e le dichiarazioni delle persone che si prendevano cura del minore a scuola. La difesa, da parte sua, ha utilizzato il silenzio assoluto del sacerdote come strategia e ha cercato di sottolineare che l’abuso era stato commesso da un’altra persona.

    Durante il processo, l’avvocato Montaña ha scoperto se altri minori potevano essere vittime del sacerdote Arcangel Acosta, e sebbene abbia appreso di due ragazze che il sacerdote ha cercato di sedurre, poiché non è stato compiuto alcun atto sessuale, le famiglie hanno deciso di non denunciare e hanno permesso solo andare in chiesa.

    Per la famiglia del minore che ha subito abusi, quanto accaduto ha significato anche uno “shock” nelle loro convinzioni e costumi, dice l’avvocato. La signora Yatacué assicura che provengono da una famiglia sempre cattolica e che avevano mantenuto fede nella chiesa, che non hanno perso la messa di domenica, ma da quel giorno l’hanno abbandonata.

    Ora ognuno prega nella sua stanza. Non vogliono partecipare all’Eucaristia o ad altre attività correlate. Anche la ragazza, racconta la madre, aveva una vocazione religiosa, ma “è lì che è venuto il desiderio”.

    Il sacerdote Acosta è stato sospeso dalla Chiesa. Nelle due parrocchie del paese ci sono nuovi parroci, ma nessuno si è avvicinato alla famiglia che, come dice Liliana Yatacué, ha la consolazione che “la giustizia divina non ha sbagliato”.

    Altro da Justice:

    -‘JEP deve dare la priorità alle richieste di libertà ‘: Corte costituzionale

    -Masacres, sintomo di una maggiore violenza radicata nel sud del Paese

    JUSTICIATwitter: @ JusticiaETJusticia @ eltiempo.com

    Altro da PEOPLE
    https://noticiasneiva.co/2020/08/25/condenado-sacerdote-de-miranda-cauca-por-abuso-de-nina-de-12-anos-delitos-justicia/
  • Al Direttore di Cinque Quotidiano. Diritto di replica ex art. 8 l. 47/1948

    Al Direttore di Cinque Quotidiano. Diritto di replica ex art. 8 l. 47/1948

    In riferimento all’articolo dal titolo “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa, la denuncia di don Di Noto, prete da decenni sul fronte antipedofilia” pubblicato dalla Vostra testata a firma di Gilda Tucci, per il quale si chiede diritto di replica secondo ex art. 8 l. 47/1948.

    TESTO DI RETTIFICA

    -Premesso che nell’articolo in oggetto non viene citata fonte alcuna del dato da voi divulgato a mezzo stampa ovvero, che in Europa ci siano 19 milioni di pedofili (dato che richiediamo per il momento in sede bonaria di documentare) facciamo notare, secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro nel maggio 2019 che le cifre della pedofilia, non solo online, ma abusi in generale (casa, chiesa, ambienti sportivi ecc.), parlano di 18 milioni di vittime in Europa e non di 19 milioni di pedofili, che produrrebbero qualora il dato fosse vero ben più vittime che gli abitanti dell’intera Europa.

    A produrre questo dato non siamo noi, ma due studi fatti da due colleghi del sacerdote da voi intervistato. Il primo è Richard Sipe, secondo il quale un pedofilo, è in grado di produrre 200 vittime. Il secondo è Andrew M. Greeley secondo il quale ne produrrebbe 50. Facendo il calcolo, sulla base del dato “terroristico” da voi fornito (19.000.000 di pedofili), nel primo caso otterremo 3.800.000.000 vittime e nel secondo 950.000.000. Solo per avere un’idea e poter fare un riscontro, la penisola italiana ha poco più di 60.000.000 di abitanti, l’Europa 741.000.000.

    -In riferimento alla dichiarazione secondo la quale “grazie a papa Benedetto XVI”… si fa notare che allo stato attuale non solo la situazione non è affatto cambiata, il rapporto del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia del 2014 lamenta che «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». L’Onu si riferisce al periodo che va dal 1991 al dicembre del 2013 quindi è molto azzardato affermare che “grazie a papa Benedetto XVI, per la prima volta la Chiesa  ,come Stato sovrano,  è  intervenuta in maniera forte ,chiara , trasparente ,celere” visto che tra il 1991 e il 2013 lui è stato prima prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi pontefice. Riguardo a Bergoglio sottolinerei il fatto che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare il primo settembre 2017 una memoria difensiva per le accuse del 2014, che a Ginevra stanno ancora aspettando.

    Le attuali norme introdotte da Papa Francesco, omettono al momento la denuncia alle autorità civili, quindi gli abusi continuano ad essere gestiti internamente, con la complicità delle gerarchie. Le stesse direttive non prevedono alcun indennizzo alla vittima.

    A fronte di tutto ciò e contrariamente alle raccomandazioni dell’ONU, ci troviamo nella più totale assenza di provvedimenti in aiuto alle malcapitate vittime, come documentato ampliamente nel libro edito da CHIARELETTERE “Giustizia divina”, in tutela dei preti criminali, la chiesa ha realizzato sul solo territorio italiano, la bellezza di 23 centri per la loro accoglienza, cura e recupero. Nulla invece per le vittime. I dati statistici prodotti nei vari paesi ove sono state fatte commissioni di inchiesta, valutano la pedofilia nella sola categoria dei preti cattolici, tra il 4 e l’8% contro l’1,2% delle altre categorie. In Italia, tolto il sommerso, contiamo circa 150 preti cattolici condannati in via definitiva e altrettanti in attesa di giudizio.

    Il Presidente della Rete L’ABUSO (Associazione sopravissuti agli abusi sessuali del clero)

    Francesco Zanardi