Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: giustizia divina

  • “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa” Come METER Onlus strumentalizza ad hoc i dati

    “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa” Come METER Onlus strumentalizza ad hoc i dati

    In un articolo a firma di Gilda Tucci pubblicato ieri, 21 settembre 2020, assistiamo allo stravolgimento più totale e strumentale di dati privi di fonte consultabile e sparati a caso in modo quasi terroristico, dove la pedofilia online – neppure tanto abilmente – viene confusa da un prete con la realtà degli abusi sessuali che avvengono in famiglia, nelle attività ricreative svolte dal volontariato e negli ambienti religiosi, dove indisturbata continua a proliferare e mietere vittime.

    Lo stesso titolo è a dir poco forviante e dà a intendere che in Europa, 19 milioni di pedofili stuprino neonati e tenendo conto del numero di vittime che un pedofilo riesce a produrre nella sua vita – in media almeno una ventina – se ne deduce che nella sola Europa esistano almeno 380.000.000 di vittime tra neonati,pre adolescenti ed adolescenti.

    Un dato totalmente in contrasto con quello divulgato da Telefono Azzurro, che parla di 18 milioni di vittime in Europa e non di 19 milioni di pedofili.

    Ben differente il dato che viene omesso e riguarda invece gli ambienti religiosi, favoriti non solo dal fatto che questi siano frequentati “per natura” da un numero ben più ampio di minori, ma anche dall’immancabile tutela che le istituzioni religiose hanno nei propri confronti e che a danno dei minori e in virtù del buon nome dell’istituzione stessa, porta al sistematico insabbiamento dei casi, tanto è vero che ad oggi, non siamo in grado di documentare un solo caso in cui un religioso, abbia mai denunciato un collega pedofilo.

    A riguardo esistono due studi, condotti tra le altre cose proprio da religiosi.

    Il primo è un monaco Benedettino, Richard Sipe, secondo il quale, un religioso, nell’arco della propria vita – anche per i motivi sopra citati – riuscirebbe a produrre una media di 200 vittime. Il secondo invece è un prete cattolico, Andrew M. Greeley secondo il quale, un religioso nell’arco della propria vita, riuscirebbe a produrre un numero inferiore ma ugualmente mostruoso di vittime, in media 50.

    L’articolo è tratto da un’intervista fatta al fondatore dell’Associazione METER, don Fortunato di Noto che ad oggi, non è noto abbia mai denunciato un solo collega pedofilo, ma che da sempre collabora con la Polizia Postale, nell’ambito della pedopornografia online.

    Ed è proprio qui che l’articolo di Gilda Tucci diventa veramente forviante e propagandistico, passando dai numeroni della pedofilia online, a quelli del clero, proponendo una sorta di paragone che minimizza l’endemico e tutt’ora irrisolto problema dei preti pedofili le cui proiezioni fatte in assenza di una quantificazione ufficiale del Goveno, come riporta IL FATTO QUOTIDIANO, parlano di una stima di 4.000 preti pedofili e 1.000.000 di vittime, solo in Italia.

    Omettendo che proprio Benedetto XVI, a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede ed indagato in Texas nel 2004, con l’accusa di intralcio alla giustizia, sfuggì a una probabile condanna, invocando l’immunità diplomatica, il fondatore di METER afferma che “ grazie a papa Benedetto XVI , per la prima volta la Chiesa  ,come Stato sovrano,  è  intervenuta in maniera forte ,chiara , trasparente ,celere e determinata attraverso leggi ,  riforme  e norme  per combattere un fenomeno enorme e sconvolgente che precedentemente aveva avuto la  complicità  di molti vescovi  e sacerdoti “.

    Affermazione che non poteva essere più falsa e disonesta tant’è che il dimissionario pontefice, dopo il totale fallimento delle sue politiche, che hanno contribuito a produrre durante il suo pontificato altre vittime, il suo successore, papa Francesco ha avviato una serie di riforme in materia, che però purtroppo (sic) restano ad unica tutela dell’istituzione, lasciando le vittime tutt’ora senza alcuna giustizia.

    Oggi infatti, anche grazie all’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli ,alla quale ha contribuito anche la Rete L’ABUSO, contenuta nel libro edito da CHIARELETTERE “Giustizia divina”, emerge che a fronte delle richieste di giustizia avanzate dalle associazioni di vittime di tutto il mondo, ad oggi ancora inevase (tranne i casi dove è intervenuta l’autorità civile), malgrado le solite bugiarde dichiarazioni del prelato di turno, che spesso si giustifica dicendo che la chiesa “sbadatamente” ha sottovalutato il problema, emerge tutta la malafede e l’inaffidabilità della stessa che, sbadatamente per le vittime, ma fortunatamente ben protettiva nei confronti dei loro carnefici, proprio ai tempi di Benedetto XVI, si organizzò per sottrarre al carcere, gli eventuali preti scoperti dalla giustizia italiana.

    Vediamo infatti che a fronte di tanta disattenzione per le vittime, ha tuttavia creato sul solo suolo italiano, ben 23 centri di villeggiatura dove i preti criminali possono scontare indisturbati, una eventuale condanna. Nulla invece per chi ha subito le irreparabili violenze.

    Secondo Di Noto “solo i potenti del mondo, coloro che hanno il potere economico e gestiscono internet,  hanno la  possibilità di fare controlli a tappeto,  informare, divulgare e documentare e con denunce  contribuendo ad individuare  vittime e  carnefici arginando il fenomeno.”

    E no don Fortunato di Noto, qui non ci siamo proprio perché tra i ricchissimi potenti del mondo, c’è anche lo Stato più ricco al mondo, quello della Città del Vaticano e papa Francesco e, se lei davvero avesse a cuore la salute psicofisica di bambini vittime della pedofilia, presserebe in quanto ministro della stessa istituzione, ed in virtù della pulizia della stessa, non solo il papa ad intervenire concretamente, ma anche il gregge di Dio, puntualmente contro le vittime ed in favore dei carnefici.

    Invece la leggiamo puntualmente, con la complicità di giornalisti senza scrupoli, fare bel viso a cattivo gioco, strumentalizzando questo dramma, con beceri specchietti per le allodole come questo.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/09/22/vi-da-fastidio-anche-meter-la-frase-shock-di-don-alessio-magoga-alle-vittime-dei-preti-pedofili/

  • IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    DI JENNIFER GUERRA

    Quando si parla di pedofilia all’interno della Chiesa solitamente ci si indigna per i grandi scandali di copertura da parte della Santa Sede, ma raramente si pone l’attenzione su quello che fa – o meglio, non fa – lo Stato italiano nei confronti di chi perpetra tali crimini. Secondo i dati raccolti da Rete L’Abuso, l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e osservatorio permanente, dagli anni Novanta a oggi sono 150 i preti processati per reati sessuali a danno di minori, con una durata media della condanna di circa 4 anni. Le stime dalla Chiesa sulla percentuale di pedofili vanno invece dal 2% del totale del clero, dichiarato da Bergoglio a Repubblica – in un’intervista ora cancellata dal sito – al 4-6% secondo il membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, Hans Zollner.

    Contando che i sacerdoti nel nostro Paese sono 32.036, si tratterebbe di almeno 640 persone. Anche rifacendosi alla stima “ottimistica” del papa, come fanno notare gli autori del libro Giustizia divina Emanuela Provera e Federico Tulli, si tratta di una percentuale altissima rispetto al tasso di condannati per abusi sessuali nei confronti di minori tra i laici, 0,0025%. I due giornalisti hanno anche provato a verificare quanti dei preti condannati siano effettivamente in carcere: su 125 penitenziari che hanno risposto (sui 191 presenti sul territorio italiano nel 2017) sono solo 5 i sacerdoti detenuti per reati connessi alla pedofilia.

    C’è quindi una situazione di grave omertà nella Chiesa, che preferisce gestire internamente i casi anziché consegnare anche coloro che ritiene colpevoli all’autorità giudiziaria. Non è raro infatti che gli abusi, che si consumano quasi sempre ai danni di famiglie molto legate alla realtà parrocchiale, non vengano denunciati alla polizia, ma soltanto al vescovo o ad altre autorità ecclesiastiche. Nella maggior parte dei casi infatti un genitore che sospetta delle violenze sui propri figli preferisce confidarsi con altri fedeli o altri sacerdoti prima di sporgere denuncia. Questo fa sì che molto spesso l’unico processo che si svolge sia quello canonico.

    Per il diritto canonico, un sacerdote che commette violenza contro un minore viola il canone 277 sul celibato ecclesiastico e perciò, secondo il canone 1395, viene “punito con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale” e se il delitto avviene con un minore di 16 anni viene “punito con giuste pene”. La violenza sessuale è considerata un peccato e non un reato: ciò significa che il sacerdote deve rispondere a Dio e non alla giustizia terrena. Il procedimento canonico viene avviato dalla Curia qualora vi siano “seri indizi” di “colpe gravi” e, se queste vengono accertate, la Congregazione per la dottrina della fede dà decreto di rimozione della persona accusata, oppure la invita a rinunciare all’incarico entro 15 giorni. Come spiegano Provera e Tulli, il procedimento canonico ha una serie di problemi che lo rendono un sistema vòlto a tutelare più la Chiesa che le vittime. Ad esempio, al procedimento non sono ammessi avvocati o testimoni ed è la vittima a dover dimostrare il delitto subìto. In più gli atti sono coperti da segreto pontificio, per cui è raro che le autorità ecclesiastiche collaborino con la giustizia italiana, anche dopo un’eventuale condanna.

    Il problema è proprio la natura della condanna inflitta dalla Congregazione per la dottrina della fede, che spesso fa sì che il prete condannato riesca a sfuggire alla magistratura anche dopo una denuncia all’autorità giudiziaria italiana. Il sacerdote viene infatti rimosso dal suo incarico e, in base alla gravità dei fatti commessi o ad altri precedenti, viene semplicemente riassegnato a un’altra diocesi oppure informalmente indirizzato verso una comunità di “assistenza per ecclesiastici in difficoltà”, come l’Oasi di Elim a Roma o il progetto dei “Ministri della misericordia”, centri che danno sostegno per diversi problemi, dalle dipendenze alle crisi vocazionali. Sono moltissimi i casi di sacerdoti – ma anche di suore – di cui si sono perse le tracce dopo sentenze di condanna da parte del tribunale ecclesiastico. Non è nemmeno raro che dopo tutti i vari trasferimenti, spesso fatti nel modo più discreto possibile, i reati contestati cadano in prescrizione per l’ordinamento italiano. Come racconta Giustizia divina, succede spesso che le vittime decidano di denunciare gli abusi anche alle autorità italiane a distanza di anni proprio nel momento in cui si accorgono che i propri abusatori continuano a fare i preti altrove, ma i termini per la denuncia sono ormai trascorsi. Senza contare poi che i trasferimenti continui non risolvono il problema, ma anzi possono favorire la reiterazione del reato, mettendo il sacerdote a contatto con altri minori.

    Ma perché la Chiesa non collabora con la giustizia? La Cei ha disposto che i vescovi, poiché non sono pubblici ufficiali, non abbiano il dovere di denunciare i casi di cui vengono a conoscenza. Questa idea era stata ribadita nel 2014 dall’allora presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, che aveva giustificato l’idea che non vi fosse obbligo di denuncia per non “mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza”. Nel 2019 sono state approvate le nuove “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, che comportano l’obbligo di segnalazione alle autorità ecclesiastiche, ma non a quelle civili, verso le quali le segnalazioni sono soltanto “incoraggiate”.

    Nonostante la buona volontà e la politica di “tolleranza zero” invocata da Bergoglio, tra la Chiesa – attenta a difendere la propria immagine e i propri interessi – e la magistratura italiana non può e non potrà mai esserci una vera collaborazione. La causa risiede nei Patti Lateranensi del 1929, ratificati nel Concordato del 1984: secondo l’articolo 4, “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. In pratica, non sono tenuti a collaborare con la giustizia. Nella circolare alle Conferenze episcopali per la preparazione delle linee guida da adottare nei casi di abuso su minore, il Vaticano ha ribadito che “va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale”. Il riferimento al “foro interno sacramentale”, cioè alla confessione, riguarda il divieto di un sacerdote di divulgare un peccato o l’identità del peccatore che si è confessato. Ciò significa che se un prete viene a conoscenza di un abuso durante una confessione è invitato a tenere per sé questa notizia, pena la scomunica. Anche il motu proprio di papa Bergoglio del marzo 2019 che istituisce l’obbligo per i membri della Curia di informare il tribunale vaticano di eventuali abusi prevede la clausola del sigillo sacramentale. Il concordato stabilisce inoltre che un prete che abbia commesso un delitto perseguibile sia per la legge italiana che per il diritto canonico possa rifugiarsi negli immobili della Chiesa protetti dall’extraterritorialità, dove le forze dell’ordine non possono entrare. Bernard Francis Law, l’arcivescovo di Boston noto per aver coperto decine di abusi scoperti dalla famosa inchiesta del Boston Globe vincitrice del Premio Pulitzer e raccontata nel film Il caso Spotlight, nel 2002 fu trasferito per volere di Wojtyla nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che gode dell’extraterritorialità. Law è morto a Roma nel 2017, all’età di 86 anni, senza subire alcun processo per il suo coinvolgimento nella copertura degli abusi su almeno 552 minori.

    Negli ultimi anni, sembra che la Chiesa si stia sforzando più che in passato per contenere il fenomeno della pedofilia, soprattutto a partire dall’elezione di Bergoglio. Nel 2014 è stata istituita la Pontificia commissione per la tutela dei minori, mentre nel 2016 il papa ha firmato il provvedimento “Come una madre amorevole” per la “protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, ribadita anche con il motu proprio del 2019. Ma tutto questo non è abbastanza se lo scopo di queste iniziative è risolvere dall’interno il problema sottraendo alla giustizia italiana chi compie violenze su minori. La responsabilità di questa situazione è anche dello Stato, e a riconoscerlo è l’Onu che, nell’ultima relazione del Comitato per i diritti dell’infanzia, ha espresso preoccupazione “per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”. Tra le raccomandazioni delle Nazioni Unite c’è proprio il superamento dei Patti Lateranensi e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul tema.

    Uno Stato che tollera questo tipo di interferenze nell’amministrazione della giustizia, specialmente riguardo a fatti così gravi che coinvolgono minori, non può certo definirsi laico.

    https://thevision.com/attualita/preti-pedofilia/

  • Le Marche regalano un fiume di soldi alla chiesa, 800.000€ solo di fondi diretti alle parrocchie

    Le Marche regalano un fiume di soldi alla chiesa, 800.000€ solo di fondi diretti alle parrocchie

    Sembra un vero e proprio Marche- ttone a parrocchie e scuole paritarie, almeno stando a quanto risulta dalla PIATTAFORMA 210 della Regione Marche che lancia un bando al quanto curioso.

    La nostra indignazione non è rivolta solamente al fiume di denaro, ma alla preoccupazione che quel fiume di denaro destinato soprattutto alle parrocchie, ma non solo, possa portare l’istituzione ecclesiastica, che ad oggi non ha ancora attuato in Italia alcun provvedimento concreto in tutela dei minori, a produrre nuovi casi di abusi sessuali a danno di minori.

    Il nostro purtroppo non è un pregiudizio, ma la preoccupazione reale dovuta al fatto che mentre in tutti gli altri paesi dell’Unione Europea, di fronte allo scandalo pandemico che ha investito il pianeta, i Governi abbiano preso provvedimenti in tutela della popolazione, avviato commissioni di inchiesta che hanno portato alla luce nomi e cognomi dei sacerdoti pedofili, potendo così monitorare i loro spostamenti e al tempo stesso dando la possibilità ai cittadini di poter controllare a chi affidano i propri figli, il nostro paese vive ancora nella più totale incognita.

    In Italia, malgrado le richieste che da anni la Rete L’ABUSO inascoltata avanza al Governo, malgrado il pesante sollecito fatto anche dal Comitato ONU per la tutela dell’infanzia che intima all’Italia una commissione di inchiesta e alla Magistratura di fare indagini più accurate proprio alla luce dei più di 300 casi di preti tra indagati o condannati per pedofilia solo nel nostro paese, il fatto che questo enorme finanziamento che ha la finalità di convogliare migliaia di minor presso strutture cattoliche senza controllo, ha sollevato la nostra grande preoccupazione.

    Strutture senza controllo perché di fatto lo Stato e la stessa magistratura, come documenta ampliamente il report prodotto dalla Rete L’ABUSO per il comitato ONU che dopo l’esamina, nel suo report conclusivo di risposta lo conferma in toto (al punto 21), ma anche come documenta l’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli, raccolta nel libro edito da Chiarelettere “Giustizia Divina”, purtroppo tutt’ora, a differenza degli altri paesi, lo Stato italiano lascia la gestione dei preti pedofili alla discrezione del clero.

    L’italia infatti, a differenza degli altri paesi più industrializzati, è quella che come denuncia anche l’esperto di statistiche irlandese Mark Vincent Healy, sulla base della popolazione, non solo ha il potenziale più alto di preti pedofili, ma anche quello di vittime e di casi in cui – come confermano le Nazioni Unite – queste non ricevano giustizia e assistenza alcuna dallo Stato italiano, ancor meno dalla chiesa.

    Ma passiamo alle cifre esorbitanti destinate alla sola Regione marche, che conta appena un milione e mezzo di abitanti, elargendo solo di fondi diretti unicamente alle parrocchie € 800.000,00.

    Poi ci sono tutti gli altri richiedibili anche, ma non solo dal clero che tuttavia detiene nel nostro paese il primato delle scuole private paritarie e del volontariato.

    Servizi educativi per la prima infanzia (0-3 anni) non convenzionati € 723.000,00

    Servizi educativi per la prima infanzia (0-3 anni) convenzionati € 434.000,00

    Scuole dell’infanzia paritarie (3-6 anni) € 1.774.448,00

    Scuole primarie parificate € 75.000,00

    Scuole paritarie di I e II grado € 225.000,00
    Francesco Zanardi

  • Biografia di FRANCESCO ZANARDI  – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Video

    Biografia di FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Video

    Non perché gli stimoli non ci fossero, ma ho impiegato dieci anni prima di scrivere questa biografia, che oggi, diversamente da allora ha un contributo decisamente maggiore nei suoi contenuti, un po’ come accade per le cose che con la stagionatura acquistano maggiore qualità.

    Il ritardo in realtà è dovuto al fatto che non volevo scrivere di me, volevo che fosse qualcun altro a scrivere ciò che vedeva di me e l’attesa ha portato a mio avviso un ulteriore valore aggiunto, perché a scrivere la biografia di un ateo che combatte da dieci anni la pedofilia nel clero, è una donna cattolica, madre di una vittima.

    Il libro infatti è scritto a quattro mani, da Cristina Balestrini (già autrice del libro “Chiesa: perché mi fai male?”) che racconta molte delle tappe e delle difficoltà che la mia vita ha avuto dopo le violenze sessuali, anche alla luce della sua consapevolezza che, purtroppo, con l’esperienza del figlio, pur restando cattolica, ha toccato concretamente prendendo atto di quella che ancora oggi è la triste realtà.

    Più tecniche le parti che io ho editato, frutto non solo della decennale esperienza in materia, ma mi permetto di vantarne le più di 900 vittime, passate in questi dieci anni per l’associazione che ho fondato, l’unica in Italia, la Rete L’ABUSO, che in qualche modo mi hanno aiutato a farmi un’idea molto precisa, purtroppo, di come sia, al di la dei proclami del Pontefice di turno, la reale posizione del Vaticano rispetto alle sue vittime e ai suoi criminali, che preferisce ancora oggi chiamare peccatori.

    La prefazione è di Federico Tulli, caro amico col quale da anni collaboro e che nella sua umiltà si dichiara un giornalista, ma a mio avviso non gli rende onore in quanto ritengo uno dei rari giornalisti di inchiesta sopravvissuti nel nostro paese.

    Agli albori del mio impegno civile in questa battaglia, Federico usciva col suo primo libro in materia, “Chiesa e pedofilia”, pochi anni dopo con un altro testo, più specifico del nostro paese, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” e nel 2019, con la giornalista Emanuela Provera, già autrice del testo “Dentro l’Opus dei”, questa volta anche con una mia testimonianza diretta, partendo proprio dal bagaglio documentale maturato negli anni, con il libro edito da Chiarelettere “Giustizia divina”.

    L’importanza di questo testo, per me, non è quella di raccontare il triste destino di chi ha la sfortuna di subire degli abusi, quello è un dato di fatto, in questo caso vissuto anche nel personale che ho voluto rendere pubblico, non solo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo grande problema sociale, ma per fare comprendere al tempo stesso, quelle che sono e sono state le gravi responsabilità, anche dei Governi, che in Italia si sono succeduti dal 2000.

    L’atteggiamento della chiesa, nel nostro paese, trova la sponda di uno Stato, che a differenza degli altri, in venti anni non ha preso ancora oggi una posizione forte in tutela dei cittadini minorenni e la chiesa si è semplicemente adeguata.

    Mentre nel mondo vediamo i vari Governi prendere provvedimenti in tutela dei propri cittadini, in Italia ricordiamo un unico intervento delle Istituzioni, nel 2010, quando la massima carica istituzionale, Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, a suo seguito il Parlamento, di fronte allo scandalo che proprio nel 2010 investiva l’Europa, diedero sostegno all’allora papa, Joseph Ratzinger, accusando di “complotto ai danni del papa” la stampa, al tempo stesso, senza fare alcun cenno ai cittadini vittime di cui erano responsabili.

    Un lavoro immenso in tutela dei minori che trova conferma dalla pesantissima ammonizione del Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale la Rete L’ABUSO nel gennaio del 2019 – dopo una serie di diffide al Governo – denunciò le gravi inadempienze del Governo con un report , il “Report Giustizia sul “Caso Italia“, al quale le Nazioni Unite, il 28 febbraio del 2019, rispondevano (punto 21 del documento) confermando in toto le inadempienze contestate al Governo che tutt’ora resta latitante.

    In ultimo, come da dieci anni cerco di fare, vorrei che questa storia sia un valore per tutte quelle vittime che oggi vivono e subiscono ancora nell’ombra, la scintilla per fare sì che escano come tanti in questi anni, dal ruolo di vittime e inizino per quanto possibile, a ricostruire come ho fatto io, una loro vita.

    Francesco Zanardi

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  • Treviso, “il seminario è un luogo satanico. Lì ho subito abusi sessuali, vessazioni e minacce”. Docente universitario denuncia due preti

    Treviso, “il seminario è un luogo satanico. Lì ho subito abusi sessuali, vessazioni e minacce”. Docente universitario denuncia due preti

    Gianbruno Cecchin, 48enne docente di filosofia, bioetica e antropologia filosofica, si è rivolto alla Procura contro due preti ancora in attività: nel corso di quell’esperienza è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse”

    Ha aspettato quasi trent’anni. Ma alla fine ha deciso di rivelare gli abusi di cui sarebbe rimasto vittima in seminario, a Treviso. Una denuncia per l’autorità giudiziaria e una denuncia per quella canonica. Il protagonista è Gianbruno Cecchin, 48enne, insegnante universitario di filosofia, bioetica e antropologia filosofica, nonché libero professionista in comunicazione e risorse umane. I suoi avvocati sono pronti a consegnare una denuncia circostanziata alla Procura della Repubblica. Ma prima di fare questo passo, il docente aveva già scritto al vescovo di Treviso, Michele Tomasi, e a Papa Francesco. Lo ha fatto una prima volta a dicembre, senza ottenere risposta. Allora ha inviato una seconda lettera al vescovo e a quel punto ha ricevuto una telefonata da monsignor Tomasi, ma non c’è mai stato un incontro programmato.

    “È passato tanto tempo, ma Dio non archivia”, scrive Cecchin. E lui non ha archiviato un’esperienza che definisce infernale. Non un’accusa generica, ma fatti precisi, con l’indicazione di due sacerdoti che oggi sono parroci in diverse realtà del Veneto, in provincia di Padova e di Venezia.

    “La mia vicenda è quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo – scrive il professor Cecchin – A 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 l’animatore nella mia parrocchia, a 18 a frequentare il Gruppo Diaspora perché sentivo una sorta di chiamata a diventare prete. L’anno successivo, dopo la maturità, sono entrato in comunità vocazionale. Ero pieno di vita e di sogni, volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione”. Si è imbattuto in una realtà molto diversa: “È stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, un luogo satanico, che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno non ho avuto la forza di andarmene, anche perché erano tempi in cui ancora non si poteva parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte dei preti”.

    Cecchin ricorda numerosi episodi di cui sarebbe rimasto vittima, altri dice di averli rimossi. “Non si possono dimenticare quei pomeriggi terribili e nefandi a fare direzione spirituale all’interno di quella camera da letto”. Riferisce di rapporti sessuali, minacce, vere e proprie vessazioni psicologiche. E aggiunge: “Ancora oggi vengo minacciato di morte da questi preti che hanno abusato sessualmente di me o mi fanno arrivare messaggi da altri preti o uomini di curia. Se parli sei morto”.

    Fu un anno tremendo. “Quando decisi di abbandonare il seminario fu una grande liberazione”. Sua madre andò a prenderlo, ma uno dei due sacerdoti non l’avrebbe fatta salire in camera dicendo: “Il piano superiore è un luogo privato dove possono andare solo i seminaristi”. “Allora gli diedi una spinta e lo minacciai di chiamare i Carabinieri e il vescovo se non avesse fatto salire mia madre”, ha spiegato il docente ai giornali locali. In precedenza era anche fuggito dal seminario, ma non era riuscito a raccontare i fatti di cui era vittima.

    Lo fa ora dopo un percorso tormentato, che ha avuto una svolta una decina di anni fa, quando ad Haiti ha conosciuto quello che è il suo attuale compagno, un medico francese. Si era recato laggiù come volontario con Medici Senza Frontiere, dopo il terribile terremoto che aveva devastato l’isola. “Lì mi sono ritrovato e ho scoperto anche l’amore. È stato il mio compagno a dirmi che dovevo togliermi questo peso per poter essere felice. Dovevo farlo, perché vogliamo sposarci e adottare due bambini. Per questo ho deciso di denunciare”. Ha vinto ogni resistenza dopo che il Papa ha organizzato in Vaticano un summit sulla pedofilia. “Io voglio che il vescovo agisca, non che mi parli. Mi sono fatto sbattezzare perché non credo più in Dio e nella giustizia divina, ma credo in quella terrena e pretendo che sia fatta”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/15/treviso-il-seminario-e-un-luogo-satanico-li-ho-subito-abusi-sessuali-vessazioni-e-minacce-docente-universitario-denuncia-due-preti/5706932/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR3f8nwSQ-y-0o5eAt2utcGo2HdLYqobmk6149k3uPAibKwMhq_yZZiOFQQ#Echobox=1581773041

  • Pedofilia, «Io violentato in seminario nel ’90»: prof universitario fa i nomi, ora sono parroci a Venezia e Padova

    Pedofilia, «Io violentato in seminario nel ’90»: prof universitario fa i nomi, ora sono parroci a Venezia e Padova

    «Infami», «vermi», «approfittatori», per arrivare fino a «criminali». Un atto d’accusa durissimo, quello di Gianbruno Cecchin, 48enne docente universitario di Filosofia, bioetica e antropologia filosofica oltreché libero professionista nell’ambito della comunicazione e delle risorse umane, che ha deciso di denunciare pubblicamente gli abusi sessuali che sostiene di aver subito quando frequentava il seminario vescovile di Treviso. Sono passati quasi 30 anni da quelle violenze, quasi sei lustri fatti di silenzi e sofferenze. «Dio non archivia» scrive il professore, dando mandato ai suoi legali di depositare in Procura a Treviso una querela contro i suoi due aguzzini: all’epoca dei fatti erano il responsabile della Comunità Vocazionale e il suo assistente, ora sono entrambi parroci, uno nel veneziano e l’altro nel padovano.

    Il fascicolo sarà nelle mani degli inquirenti lunedì, quando gli avvocati saliranno al terzo piano del palazzo di giustizia di via Verdi. Ma una lettera in cui il 48enne descrive i traumi conseguenti agli abusi sessuali è già stata recapitata al vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi, e per conoscenza anche a Papa Francesco, al presidente della Cei e arcivescovo metropolita di Perugia – Città della Pieve, cardinale Gualtiero Bassetti, al prefetto della Congregazione per il clero, cardinale Beniamo Stella, e ai due vescovi emeriti di Treviso, monsignor Gianfranco Agostino Gardin e monsignor Paolo Magnani.

    LO SFOGO
    A spingere il docente a trovare il coraggio di denunciare le vessazioni di cui dice di essere stato vittima nell’anno del seminario, è stato per sua ammissione il summit che si è svolto in Vaticano (che definisce «il luogo dove alberga Satana») sul tema della pedofilia. «La mia vicenda è quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo – scrive Cecchin – A 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto, a 15 l’animatore nella mia parrocchia, a 18 a frequentare il Gruppo Diaspora perché sentivo una sorta di chiamata a diventare prete. L’anno successivo, dopo la maturità, sono entrato in comunità vocazionale. Ero pieno di vita e di sogni, volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione – continua -. Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico, che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno non ho avuto la forza di andarmene, anche perché erano tempi in cui ancora non si poteva parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti».

    Il 48enne racconta della notte passata a dormire in macchina dopo essere fuggito dal seminario per cercare aiuto all’episcopio parlando con l’allora vicario generale, monsignor Angelo Daniel, oggi vescovo emerito di Chioggia. Non riuscì a dire nulla. Era marzo, anno 1991. Cecchin ha lasciato il seminario a luglio: in quei quattro mesi avrebbe subito altre violenze. Molte dice di averle rimosse, ma più di una decina le ricorda meticolosamente. «Non si possono dimenticare quei pomeriggi terribili e nefandi a fare “direzione spirituale” all’interno di quella camera da letto».

    Il professore parla di rapporti sessuali, di costrizioni, di vessazioni psicologiche. e anche di minacce: «Ancora oggi – afferma – vengo minacciato di morte da questi preti che hanno abusato sessualmente di me o mi fanno arrivare messaggi da altri preti o uomini di curia: “Se parli sei morto”».

    L’INCONTRO
    La Diocesi di Treviso conferma: «La persona aveva un appuntamento già fissato con il vescovo Michele Tomasi la prossima settimana – fa sapere il vicario generale, monsignor Adriano Cevolotto – L’incontro era stato concordato per poter ascoltare con massima disponibilità la persona che, evidentemente, ha però scelto di agire diversamente». La lettera di Cecchin è stata recapitata il 16 dicembre scorso, ma allora l’uomo non ha avuto risposta. Il vescovo Michele Tomasi gli ha telefonato dopo aver ricevuto una seconda missiva a fine gennaio. Un incontro era stato fissato il 10 febbraio, poi rinviato dal monsignore per un impegno improvviso. Si sarebbe dovuto tenere venerdì prossimo, il 21 febbraio, ma Cecchin ha declinato l’invito: «Io voglio che il vescovo agisca, non che mi parli – dichiara -. Mi sono fatto sbattezzare perché non credo più in Dio e nella giustizia divina, ma credo in quella terrena e pretendo che sia fatta».
    La svolta è arrivata nel 2010. Dopo aver pensato più volte al suicidio, il professore ha conosciuto il suo attuale compagno, un medico francese, durante l’anno di volontariato assieme a Medici senza Frontiere passato ad Haiti dopo il terremoto. «Lì mi sono ritrovato e ho scoperto anche l’amore. È stato lui a dirmi che dovevo togliermi questo peso per poter essere felice. Dovevo farlo, perché vogliamo sposarci e adottare due bambini. Ecco perché ha deciso di denunciare».

  • Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze. Chi vuole rottamare la macchina non ha bisogno di venire da noi”. Così Marco Ermes Luparia, 69 anni, diacono e psicoterapeuta, descrive la sua équipe di 5 persone che da più di 20 anni accoglie e segue a Roma in un percorso di sostegno religiosi colpiti da vari problemi psicologici e comportamentali. Tra questi, quello della pedofilia.
    Marco Ermes Luparia parla del suo lavoro come di un lavoro “di pronto soccorso, in trincea”: opera al Divino Amore, un centro che ospita religiosi che arrivano da varie parti d’Italia e dall’estero. “In venticinque anni abbiamo visto passare centinaia di religiosi. Problemi di burn out, di immaturità, crisi vocazionale: la lista è lunga e ci occupiamo anche di casi di pedofilia” spiega.
    Se il prete finisce in cella, finisce la terapia
    Un percorso che, a prescindere dalla sua efficacia, durante il suo sviluppo incontra un ostacolo. Quando il prete viene condannato e condotto in carcere, la terapia si inceppa. “In prigione non possiamo entrare” spiega Don Luparia. Ad oggi né lo Stato italiano né la Chiesa prevedono una prassi ufficiale per controllare e offrire un percorso psicologico a chi esce dal carcere dopo avere scontato una pena per abusi sessuali sui bambini.
    Dopo il carcere, i preti diventano senzatetto
    “Nella maggior parte dei casi questi preti dopo il carcere diventano senzatetto – spiega Luparia – noi anche dopo cerchiamo di portare avanti la terapia. Certo deve volerlo il prete, e deve essere aiutato dal vescovo. C’è un numero consistente di sacerdoti che hanno fatto terapia con noi e che ora non sono più preti: per loro sogniamo un convento per permettergli di vivere una vita dignitosa e che sarebbe un valore aggiunto per tutta la società; non parleremmo più infatti di possibili schegge impazzite. Vale per i terroristi, vale per gli assassini la possibilità di vivere una vita dignitosa, perché non dovrebbe valere anche per i preti pedofili?” chiede Luparia.
    Estratto dall’articolo “Dove si curano i preti pedofili” – Euronews

    Di Francesco Zanardi

    Sono il fondatore della Rete L’ABUSO, ma sono anche una vittima che nel suo ruolo di Presidente, dopo dieci anni in trincea, ha perfetta conoscenza della situazione delle vittime in Italia. Ho dato un titolo forte a questo articolo “Come una tanica di rifiuti tossici”, ma penso si possa difficilmente contestare, neppure affermando che la chiesa è fatta di tanti bravi preti. Può essere, ma in dieci anni non ne ho ancora visto uno attaccare la chiesa per chiedere giustizia per le vittime che ha prodotto.

    Le parole di Luparia sconvolgono, è triste dirlo, ma qui emerge la cultura criminale della chiesa di Roma, la cui sola preoccupazione si conferma essere, anche nel 2020, quella di salvaguardare la propria immagine e la salute psicofisica dei suoi preti pedofili.

    È altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione di Luparia per la “fragilità, il recupero e la dignità” dei sacerdoti pedofili (che in Italia possono godere di ben 23 centri di cura come quello gestito da Luparia – nulla invece per le vittime) neppure un’espressione di rammarico, in favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure di quei sacerdoti e rimasti vittime delle loro attenzioni. Semplice carne da macello.

    Certo, basta ricordare le parole del papa, lo scorso febbraio, quando dichiarò che finalmente la chiesa aveva preso consapevolezza del problema, ma Luparia, afferma nella sua intervista (e noi ne confermiamo la veridicità dell’affermazione, ampiamente documentata nel libro “Giustizia divina” – Chiaralettere) che la chiesa si prende cura di questi “sventurati” da 20 anni, ne viene da sé che, forse, la consapevolezza ce l’ha già da un po’, non solo dopo il summit dello scorso febbraio.

    Nel frattempo, mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori, lamenta che “I dati sono il vero problema”, quasi come se alla Congregazione per la Dottrina della Fede, fossero incapaci di fare un banalissimo elenco dei preti condannati dalla chiesa. Ma forse il problema è che ne uscirebbero molti nomi che ancora non sono pubblici.

    Ma il problema civile-culturale non è purtroppo solo di Luparia o di Ghizzoni, almeno in Italia, dove la comunità cattolica è la più derisa dai cattolici del pianeta, che la ridicolizzano in quanto l’unica a scendere in piazza e per le strade, mica chiedendo pulizia nella chiesa o giustizia per le vittime, ma per gridare l’innocenza del pedofilo.

    Vedi i casi dal più recente; 1 febbraio 2020 “Aulla: la comunità difende i preti accusati di pedofilia”;  7 novembre 2019 “RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE» ; 10 marzo 2019 “Serina; prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco”… e tanti altri, don Luciano Massaferro, don Franco Zappella, don Paolo Turturro, dopo il carcere, accolto a braccia aperta dai parrocchiani. Ecc. ecc. ecc.

    Ma si, alla fine non erano mica stati condannati perché dicevano male la messa, stupravano solo i bambini, capita, soprattutto in parrocchia…

    Zanardi

  • Venezuela. Era un pedofilo il prete ucciso da un minore a San Cristobal. Misure insufficienti dal vescovo Moronta

    Venezuela. Era un pedofilo il prete ucciso da un minore a San Cristobal. Misure insufficienti dal vescovo Moronta

    “Nella diocesi di San Cristóbal sono state adottate le norme della Chiesa universale per trattare i casi di abusi sui minori da parte del clero. Nel caso di p. Jesus Manuel Rondon Molina, “sono state ricevute diverse denunce contro di lui, sono state condotte le relative indagini e sono state prese le misure precauzionali… Nonostante le molteplici richieste di attenzione, ha disobbedito agli ordini e alle misure precauzionali stabilite nella legge della Chiesa”. Lo afferma in un comunicato il vescovo di San Cristobal, Mario Moronta che ammette dunque l’insufficienza delle misure da lui adottate per prevenire nuovi crimini di padre Jesus Manuel Rondon Molina, il sacerdote pedofilo scomparso il 16 gennaio e ritrovato ucciso il 21 gennaio.

    Nel testo del 22 gennaio, pervenuto all’Agenzia Fides, il vescovo spiega: “Secondo le informazioni fornite dalle autorità, il suddetto sacerdote sarebbe stato ucciso da un minore, che era stato vittima di abusi sessuali da parte del chierico, un’azione che ripudiamo. Lamentiamo la tragica morte del sacerdote e chiediamo che la giustizia divina si manifesti con misericordia. Preghiamo per lui, per sua madre e per la sua famiglia che stanno attraversando un momento di dolore e tristezza”.

    Mons. Moronta scrive che questo fatto “ci riempie di tristezza e preoccupazione”, chiede alle autorità “di chiarire cosa è successo senza usare questo triste evento per scopi politici o di altro tipo”, ricorda che la stragrande maggioranza dei sacerdoti si dedica generosamente al servizio della popolazione, “nonostante le difficoltà e le mancanze i fallimenti che alcuni possono avere”. Nessuna autocritica insomma per aver lasciato libero di agire un individuo così pericoloso.

  • Abolizione del segreto pontificio – Tutta la città ne parla

    Abolizione del segreto pontificio – Tutta la città ne parla

    Il Papa apre l’archivio dei processi per pedofilia, la magistratura potrà accedere agli atti dei processi canonici. Svolta storica in Vaticano. Il Papa apre l’archivio dei processi per pedofilia, la magistratura potrà così accedere agli atti dei processi canonici.

    Continua la lotta di Francesco contro la pedofilia e la sua opera in generale di trasformazione profonda. Cosa cambia con questa novità, cosa comporta per i rapporti Stato-Chiesa?

    Gli Ospiti del 18 Dicembre 2019 Francesco Zanardi, presidente della ‘Rete nazionale l’ABUSO’ che dà voce alle vittime di pedofilia Gaetano Azzariti, insegna Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma Federico Tulli, giornalista di Left, settimanale sul quale aveva firmato a inizio anno l’editoriale “Chiesa e pedofilia, tolleranza zero contro il Concordato”.

    Ha scritto diversi libri sul tema; l’ultimo, da poco pubblicato da Chiarelettere con Emanuela Provera, Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori Lucetta Scaraffia, storica della Sapienza ed editorialista. Tra i suoi libri ricordiamo l’ultimo Storia della liberazione sessuale: Il corpo delle donne tra eros e pudore (Marsilio, 2019)

  • Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Emanuela Provera  – Federico Tulli

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Chiarelettere, Milano, 2018, pagine 184, euro 16,00

    Il testo si apre avanzando dubbi sulla buona fede di papa Francesco quando afferma di voler realmente combattere il cronico fanomeno dei preti pedofili. Gli Autori, dopo un’accurata indagine, scoprono che in carcere vi sono preti detenuti non solo per pedofilia ma anche per altri gravi reati. Addirittura vi è un parroco omicida.

    Si riscontra nel clero cattolico una doppia morale che affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato: si presenta il caso del confessore don Inzoli, soprannominato “Don Mercedes” per essersi arricchito grazie alla sua presunta vocazione spirituale! Si denunciano le complicità statali che garantiscono al clero “evidenti privilegi per gli ecclesiastici che nessun altro cittadino può avere”.

    La Chiesa cattolica è uno “Stato nello Stato” pericoloso sia dal punto di vista morale (pedofilia e simili) sia economico con particolar riguardo ai traffici di capitali tramite lo IOR. La trasparenza in Vaticano è una pura finzione e i nunzi apostolici continuano a usare cifrari per evitare di far conoscere le loro segretissime relazioni.

    I vescovi sono specializzati nell’occultare gli abusi dei propri sacerdoti diocesani rendendosi così complici delle loro nefandezze. Il testo fa l’esempio della diocesi di Boston i cui scandali hanno ispirato film da Oscar.  Anche la descrizione della testimonianza della vittima di un prete pedofilo della diocesi di Napoli ci fa capire come in tali strutture tutto sia congegnato per cercare di favorire il sacerdote accusato.

    I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e, dopo che i preti sono stati espusi dalla Chiesa, nessuno in Vaticano si occupa di segnalare i loro nomi alle autorità civili: parziale secretazione e divieto di stampa degli atti processuali servono a soffocare gli scandali.

    Il testo segnala anche casi di tortura: il prete esorcista campano don Barone percuoteva i presunti indemoniati.

    Infine, nei centri di recupero dei preti, in crisi per i più svariati motivi, “periodicamente viene distrutta tutta la documentazione” con ciò ostacolando anche eventuali studi psicologici o sociologici sui misfatti clericali.

    Pierino Marazzani, settembre 2019