Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: gran bretagna

  • Abusi, arcivescova anglicana sospettata di aver coperto il caso di un prete: choc nella chiesa inglese

    Abusi, arcivescova anglicana sospettata di aver coperto il caso di un prete: choc nella chiesa inglese

    Non c’è pace per la Chiesa d’Inghilterra. Dopo lo shock delle dimissioni dell’Arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, l’anno scorso, a causa di sue coperture ad una orribile storia di abusi, ora si materializza una denuncia anche contro la prima Arcivescova donna, Sarah Mullally. Alla vigilia della sua designazione nella cattedrale di San Paul il 28 gennaio, è spuntata un indagine su un caso di abuso.

    Anche lei sembra che abbia brigato per mettere i bastoni tra le ruote al corso di una denuncia nella sua diocesi, quando era vescova. E’ stato rivelato che il mese scorso la Mullally è oggetto di una denuncia da parte di una vittima che dice di essere stata oggetto di attenzioni sessuali da parte di un prete. Il suo caso era subito stato esaminato dall’arcivescovo di York, Stephen Cottrell che però aveva deciso di archiviarlo, tuttavia la vittima, per niente intimidita e decisa ad andare in fondo, ha denunciato pure lui sostenendo che da parte di Cottrell vi sia un conflitto di interesse.

    «Il vescovo Sarah Muyllally e l’arcivescovo Stephen erano d’accordo ad archiviare qualsiasi indagine relativa all’abuso che ho subito e a sua volta denunciato.

    Ora però la questione sta venendo alla luce ed è stata accelerata perché Mullally si sta per insediare» ha riferito la vittima al Telegraph. Poi ha raccontato di essere stato abusato da un sacerdote della diocesi in cui era vescova la Mullally e che la mancata risposta della Chiesa e il relativo insabbiamento lo hanno gettato nello sconforto fino a portarlo ad avere problemi di salute mentale, e coltivare la tentazione di suicidarsi.

    La Chiesa d’Inghilterra e i funzionari di Lambeth Palace hanno però spiegato che la denuncia presentata nel 2020, non aveva avuto seguito a causa di «errori amministrativi e un’errata interpretazione dei desideri dell’individuo». Inoltre che, all’epoca, la vescova Mullally non ne era affatto informata. Tuttavia il caso sta ugualmente sollevando parecchio polverone in Gran Bretagna sul tema degli abusi dopo quello che è accaduto l’anno scorso con le dimissioni dell’arcivescovo anglicano Welby.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/chiesa_anglicana_abusi_sarah_mullally_welby_vittima_abuso_pedofilia-9288175.html

  • Polonia-abusi: indietro tutta

    Polonia-abusi: indietro tutta

    La Conferenza episcopale polacca ha deciso di annullare il procedimento per una commissione relativa agli abusi e ripartire da capo. L’arcivescovo primate, Wojciech Polak, il suo gruppo di lavoro e i testi di indirizzo per la commissione finora prodotti sono stati sfiduciati. Al suo posto è subentrato mons. Slawomir Oder, noto come postulatore della causa di santità di Giovanni Paolo II e per la sua presenza nell’Ufficio giuridico della Conferenza, il quale ha criticato in toto (lo scorso 28 febbraio) la proposta di Polak. La decisione è stata presa a Katowice dove i vescovi hanno solennizzato il centenario della diocesi (10-12 giugno).

    Lo sconcerto è visibile in tutte le reazioni del mondo cattolico e no. Emblematico quello del caporedattore dell’agenzia ufficiale KAI, Marein Przeciszewski, che scrive:

    «La decisione significa che l’arcivescovo Polak il quale, in qualità di delegato della Conferenza episcopale polacca per la protezione dei bambini e dei giovani, conosce molto bene questo tema ed è una riconosciuta autorità per le vittime, sarà privato di qualsiasi influenza sulla configurazione della futura commissione. Nel contempo, il vescovo Oder non si è mai occupato di questo tema in precedenza e non ha alcuna esperienza in questo campo. Le vittime percepiranno questa nomina come la prova che il loro dramma non è trattato con serietà e nella società civile significherà un ulteriore e probabilmente rapido declino dell’autorità della Chiesa».

    Il vescovo Oder, dal canto suo, ha relativizzato molto: «Si tratta di precisazioni sia nelle formulazioni giuridiche sia nei principi specifici di funzionamento di questa commissione. Abbiamo l’esperienza di Chiese di altri Paesi che è stata condivisa con noi. Vogliamo evitare gli errori che qualcuno ha commesso». Il riferimento è chiaramente al rapporto della commissione indipendente voluta dai vescovi francesi (CIASE). Polak e i suoi esperti non hanno mai nascosto una privilegiata attenzione a quell’esperienza particolare.

    Difficile indicare le cause di un cambiamento così radicale di indirizzo. È probabile che il conflitto fra «garantisti» e «innovatori» fosse in atto da tempo, che il parere dell’Ufficio giuridico abbia impaurito molti vescovi e che l’attuale scontro politico e ideologico nel Paese abbia giocato da cassa di risonanza del confronto interno. Di fatto, un processo che si è avviato con coraggio e fatica nel 2023 è oggi in frantumi nonostante le assicurazioni di rito.

    Delusione dopo le speranze

    La plenaria della Conferenza episcopale di marzo 2023 aveva deciso, su pressioni mediatiche violentissime, di istituire una squadra speciale per fare luce sui crimini contro i minori commessi in passato nella Chiesa cattolica.

    Il giugno successivo mons. Polak, coadiuvato dal gesuita Adam Žak, aveva presentato uno studio comparato fra i vari strumenti e commissioni già sperimentate nel contesto delle Chiese nazionali (USA, Germania, Australia, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo) privilegiando l’interlocuzione con l’esperienza francese. Fu deciso di allargare la presenza di altri due vescovi e di fissare il tempo di indagine dal 1945 ad oggi. L’approccio previsto era quello storico e interdisciplinare.

    Nel novembre 2023 si coinvolgono i rappresentanti dei religiosi e delle religiose, evidenziando la centralità delle vittime nel processo in atto. Nel giugno dell’anno successivo (2024), dopo che mons. Polak è rieletto nella Commissione per la tutela dell’infanzia, si annuncia che il lavoro preparatorio si avvia a conclusione. Il mese prima era arrivato alla presidenza un’argomentata lettera di 46 vittime che chiedeva una reazione coraggiosa della Chiesa al problema degli abusi. Nella risposta vi era l’invito per un dialogo diretto che è effettivamente avvenuto il 19 novembre del 2024. L’incontro fra i 74 vescovi e i rappresentanti delle vittime è stato da tutti avvertito come un momento alto di intesa e di verità.

    Sembrava tutto pronto per una decisione rapida e coraggiosa nell’avviare una Commissione se non «indipendente» quanto meno di «indipendenti». Si aspettava solo il parere, non vincolante, del Consiglio giuridico della Conferenza episcopale. È arrivato con un secco no al progetto il 28 febbraio 2025 (cf. qui su SettimanaNews).

    Denuncia il carattere investigativo dell’organismo previsto e non solo storico-informativo, tale da porre sotto inchiesta anche i vescovi (il Codice lo riserva alla Santa Sede). Inoltre, prevede la possibile collaborazione con persone di non provata fede che potrebbero non aver a cuore il bene della Chiesa. Sottolinea anche: l’impossibilità di verificare le accuse, il lungo periodo di investigazione (dal 1945 a oggi), la carenza di indicazioni dei costi dell’operazione e la possibilità che il materiale raccolto possa essere utilizzato per cause civili contro enti ecclesiastici.

    La conclusione è drastica. Si torni a votare sulla natura della commissione, dopo la decisione del 2023.

    Le reiterate richieste

    Prima dell’assemblea di Katowice, una lettera dei rappresentanti degli abusati rinnova ai vescovi le richieste già formulate in passato. Esse sono relative alla sospensione dell’attuale presidente, mons. Tadeusz Wojda, in attesa di un pieno chiarimento rispetto alle accuse di negligenza in casi di abuso, alla determinazione della data di inizio dei lavori della commissione di indagine, ad un elenco di buone pratiche nelle indagini, alla nomina di un difensore civico nominato dalla Chiesa, all’invito ai vescovi di incontrare anche le vittime segnalate dai media, al coinvolgimento di almeno una donna nel sistema ecclesiale di assistenza agli abusati, a un serio approccio al tema degli adulti vulnerabili e a un coinvolgimento diocesano delle vittime nelle decisioni che le riguardano.

    L’esito della decisione episcopale ha portato uno dei tre firmatari della lettera (Jakub Pankowiak) a denunciare la paura dei vescovi e le rivalità evidenti al loro interno fra chi riteneva la commissione una minaccia per l’istituzione e chi invece condivideva la linea proposta. La sua delusione è radicale. Si è sentito ingannato e deluso. Chiuderà ogni collaborazione e l’idea della commissione a suo avviso è archiviata, «anche se venisse formata una nuova équipe non sarebbe più la commissione che avevamo chiesto».

    Attraversata da dolore e irritazione anche la reazione del vescovo Damian Muskus: «Oggi non possa fare altro che assicurare la mia vicinanza a coloro la cui fiducia è stata seriamente scossa». Angosciate le parole del carmelitano Mateusz Filipowski che ha condiviso un percorso di ascolto e riscatto con un centinaio di vittime. Chiede ai vescovi: «Datemi qualche argomento sensato su cui basarmi nelle conversazioni con le vittime, sul perché valga la pena per loro di rimanere nella Chiesa».

    Un clima avvelenato

    Il vistoso arretramento dell’episcopato polacco sul tema degli abusi avviene in un contesto di duro scontro politico con l’attuale governo. Nel comunicato finale dell’assemblea episcopale si indica lo scontro frontale sulla questione dell’insegnamento della religione (cf. qui su SettimanaNews), sui corsi di educazione sanitaria introdotti dal ministero, sul mancato avvio della discussione relativamente al finanziamento statale della Chiesa.

    Ma anche i temi interni sembrano particolarmente tesi: sul rinnovo della catechesi, sulla situazione dei media, sull’identità del prete. Uno studio, per ora provvisorio, sulle aggressioni ai preti parla di minacce, insulti e scherni non solo occasionali. Il 19% dei 614 preti sentiti ha riferito di un’aggressione fisica, il 15% di interruzioni nelle funzioni religiose, il 4% di aggressioni fisiche.

    Un contesto che non annuncia nulla di buono a meno di correzioni significative sui fronti contrapposti

    https://www.settimananews.it/vescovi/polonia-abusi-indietro-tutta/

  • Abusi sessuali, in Gran Bretagna si dimette l’arcivescovo di Canterbury Welby

    Abusi sessuali, in Gran Bretagna si dimette l’arcivescovo di Canterbury Welby

    Si è dimesso Justin Welby, l’arcivescovo anglicano di Canterbury. La decisione è arrivata dopo l’accusa di aver nascosto gli abusi sessuali e psicologici contro minorenni da parte di un amico avvocato, John Smyth, morto nel 2018. Welby non avrebbe informato la polizia delle violenze dell’uomo, avvenute nei campi estivi organizzati dalla chiesa anglicana. Il caso ha scatenato la rabbia dei fedeli e dei vertici della Chiesa anglicana. Alcuni membri del Sinodo generale, l’assemblea nazionale della Chiesa, aveva chiesto le dimissioni dal momento che l’arcivescovo aveva “perso la fiducia del suo clero”.

    “Credo che farmi da parte sia nell’interesse della Chiesa d’Inghilterra, che amo profondamente e che ho avuto l’onore di servire”, ha annunciato l’arcivescovo di Canterbury in un comunicato.

    Con la denuncia si sarebbero prevenuti ulteriori abusi

     Secondo un’indagine indipendente, Welby non ha mai denunciato Smyth nonostante fosse stato informato degli abusi da lui compiuti nell’agosto 2013, poco dopo essere diventato arcivescovo di Canterbury. La Makin Review, che ha condotto l’indagine, ha rilevato che se Smyth fosse stato denunciato alla polizia nel 2013, si sarebbe potuto contribuire a scoprire la verità, si sarebbero prevenuti ulteriori abusi e ciò avrebbe portato a una possibile condanna penale.

    Gli abusi sarebbero continuati fino alla morte

     “In effetti, sono stati persi tre anni e mezzo, un lasso di tempo entro il quale John Smyth avrebbe potuto essere assicurato alla giustizia e ogni abuso che stava commettendo in Sudafrica sarebbe stato scoperto e fermato”, ha rilevato l’indagine. Tra il 1984 e il 2001, Smyth infatti ha vissuto in Zimbabwe e successivamente in Sudafrica. Ha continuato ad abusare di ragazzi e giovani uomini e ci sono prove che gli abusi siano continuati fino alla sua morte, avvenuta in Sudafrica nell’agosto 2018. Smyth in veste di predicatore laico avrebbe preso di mira almeno 130 tra bambini e ragazzi nel corso di campi estivi cristiani per giovani tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

    Premier Starmer: “Accuse orribili”

     Il futuro dell’arcivescovo di Canterbury “è una questione che riguarda la Chiesa”, ha detto il primo ministro britannico, Keir Starmer. “Vorrei essere chiaro: da quello che so le accuse sono orribili, sia per la loro portata sia per il loro contenuto”, ha affermato Starmer, aggiungendo: “E’ una questione che riguarda la Chiesa, ma non mi tirerò indietro dal fatto che queste sono accuse orribili e che i miei pensieri sono con le vittime”.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/abusi-gb-si-dimette-arcivescovo-canterbury-welby_90223880-202402k.shtml

  • Quella Chiesa che odia i bambini

    Quella Chiesa che odia i bambini

    Sono decenni che la Chiesa cattolica si trova nell’occhio del ciclone, e tra scandali finanziari e il dramma degli abusi sessuali su minori, sono in tanti ad interrogarsi sulla sua capacità di superare questo momento storico e ristrutturarsi dalle fondamenta.

    A dispetto del monito di Gesù Cristo, riportato nel vangelo di Matteo, “chiunque scandalizzerà anche solo uno di questi piccoli sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa una macina al collo e gettato negli abissi del mare”, non si placa l’ondata di denunce delle vittime di abusi da parte di membri del clero che, non solo non sono stati puniti per i reati perpetrati ma, coperti da un clima di omertà, hanno continuato ad esercitare il proprio ministero e mietere ulteriori vittime.

    L’ultima, in ordine di tempo, a fare i conti con questo drammatico problema è stata la Chiesa svizzera, all’interno della quale sarebbero avvenuti migliaia di casi di violenza sessuale su minori a partire dalla metà del secolo scorso, ma non vi è però Paese in cui la Chiesa cattolica operi che si possa dire scevro da tali episodi.

    L’origine del male con lo scandalo di Boston – Degli abusi sessuali a opera di prelati si iniziò a parlare nel 2001 quando un gruppo di giornalisti investigativi del Boston Globe, denominati Spotlight, iniziarono a indagare su diversi casi di molestie all’interno della diocesi della città statunitense, scoprendo una lunga serie di violenze perpetrate da numerosi preti a danno di minori di cui sfruttavano la fiducia riposta nei loro confronti o la provenienza da classi sociali molto svantaggiate. Nella sola Boston vennero indagati un centinaio di sacerdoti, di cui la metà venne rimossa dal proprio incarico, mentre l’ex sacerdote John J. Geoghan, poi ucciso in carcere nel 2003, venne condannato a dieci anni per una serie di violenze sessuali su minori.

    Il tribunale ordinò la consegna di migliaia di documenti dai quali emerse il coinvolgimento della Chiesa di Boston in decenni di abusi sessuali da parte di sacerdoti ai quali veniva permesso di continuare a operare in parrocchie non informate sulle denunce pendenti a loro carico. Resisi conto della gravità della situazione, i vescovi statunitensi convocarono a Dallas, nel 2002, una Conferenza episcopale che si pronunciò per una radicale opera di risanamento e affidò, al John Jay College of Criminal Justice della New York University un rapporto sull’entità del fenomeno. Anche se la volontà di riforma incontrò una forte opposizione da parte dell’ala più conservatrice del clero, la Conferenza episcopale fu comunque utile per tracciare una via da seguire per affrontare gli scandali che, da lì a poco, coinvolsero tante altre curie nel mondo. L’indagine svolta dal Boston Globe, che gli valse il Premio Pulitzer e finì anche in un film del 2015 “Il caso Sporlight”, ebbe il merito di scoperchiare il vaso di Pandora di un dramma che, per troppo tempo, si era deciso di ignorare: si stima che, ad oggi, siano quasi otto milioni le vittime di abusi da parte del clero nel mondo, anche se il numero preciso è impossibile da stimare.

    Nella cattolicissima irlanda migliaia di abusi – Seguendo l’esempio di quanto accaduto negli Stati Uniti, sempre più vittime decisero di raccontare e denunciare quanto loro accaduto e, nel biennio 2009-2010, anche l’Europa venne coinvolta dallo scandalo degli abusi sessuali all’interno delle sue istituzioni religiose. Nel 2010 la Chiesa irlandese fu oggetto di due rapporti governativi, il Ryan Report, che raccolse oltre duemila testimonianze di abusi su minori nelle scuole, nei seminari e nelle parrocchie cattoliche dagli anni ’30 in poi, e il Murphy Report, che si concentrò su quanto avvenne nella diocesi di Dublino dal 1975 al 2004, con risultati che lasciarono basita l’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici al mondo, oltre che quella internazionale.

    Venne alla luce che i vertici della Chiesa cattolica, consapevole di tali abusi, anziché proteggere le vittime copriva con il silenzio i reati sessuali commessi dai propri sacerdoti, liberi non solo di continuare a svolgere il proprio operato, ma di far carriera all’interno della Chiesa irlandese stessa. Sulla questione intervenne anche Papa Ratzinger che, seguendo la linea della ‘tolleranza zero’ verso queste forme di abuso, rimosse dal proprio incarico figure clericali di spicco coinvolte nello scandalo. Nonostante questa iniziale volontà di contrastare il dramma della pedofilia all’interno della Chiesa, Ratzinger è stato, negli anni, ferocemente criticato per aver insabbiato numerosi casi di violenza sessuale quando era arcivescovo della diocesi bavarese. A oggi, gli effetti di quanto accaduto si riverbera nella vistosa diminuzione del numero di sacerdoti e di credenti praticanti irlandesi. Se nel 1975, infatti, in Irlanda la presenza settimanale alla messa era del 91%, nel 2016 è scesa al 36% ed è tuttora in calo.

    Il Vaticano che ostacola le indagini in Germania – Il 2010 ha rappresentato un momento molto buio nella storia della Chiesa per il proliferare di casi di abusi sessuali denunciati, dalla Gran Bretagna all’Austria e i Paesi Bassi e il coinvolgimento di cardinali, vescovi o semplici sacerdoti. In Germania riemersero storie di abusi sessuali all’interno del coro delle voci bianche del duomo di Ratisbona, successivamente confermate dal vescovo Gerhard Ludwig Müller che parlò di casi di pedofilia nell’ambiente del coro e del convitto ad esso collegato. Il Vaticano venne inoltre accusato di aver ostacolato le indagini condotte dai magistrati sugli abusi avvenuto all’interno del collegio gesuita ‘Canisius’ di Berlino.

    Mille casi di violenza in Belgio – In Belgio, il Rapporto relativo al periodo 2012-2015 sugli abusi sessuali nella Chiesa, redatto da Manu Keirse, all’epoca presidente della Commissione inter-diocesana per la protezione dei bambini, mise in luce oltre mille casi di violenza sessuale, risalenti a decenni prima, perpetrati per il 95% da uomini a danno di minori di età inferiore ai diciotto anni, e per il 23% di età inferiore ai dieci anni.

    Italia: 325 preti denunciati per pedofilia e tanto silenzio – In Italia, paese a maggioranza cattolica, lo scandalo degli abusi all’interno della Chiesa ha avuto un impatto deflagrante per la popolazione che ha dovuto prendere coscienza della vastità del fenomeno. Secondo i dati diffusi nel 2022 dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, in Italia sono 325 i sacerdoti denunciati per pedofilia e 161 sono stati condannati in via definitiva, ma sarebbero migliaia le vittime di violenza sessuale da parte di membri del clero. A differenza di quanto accaduto in Francia nel 2018, in Italia non è mai stata avviata una indagine indipendente che potesse far luce sulla reale portata del fenomeno degli abusi nella Chiesa ma sono stati pubblicati, sempre nel 2022, solo i risultati di un rapporto che si basa su alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa tramite i suoi Centri d’ascolto, fra il 2020 e il 2021. Secondo tale report vi sarebbero state 89 segnalazioni di molestie a carico di prelati e 613 fascicoli aperti, ma i dati forniti dalla Cei sono ben lontani dalla realtà.  Bisogna sottolineare, infatti, che in Italia non vi è l’obbligo da parte di sacerdoti o vescovi, di denunciare i pedofili alle competenti autorità italiane e, per tale motivo, molti sacerdoti denunciati per abusi sono stati semplicemente trasferiti di sede, lasciando loro la libertà di reiterare i propri comportamenti.

    “Denunci, ma ti prendono per bugiardo” – In Portogallo, una inchiesta condotta da una commissione indipendente, ha individuato 4.815 casi accertati di abusi sessuali su minori dal 1950 al 2022 mentre, di recente, la Chiesa spagnola ha pubblicato un documento secondo il quale 927 vittime avrebbero accusato 728 membri della chiesa “in maggioranza sacerdoti”. Vi sarebbero poi 208 religiosi o religiose, 91 laici e 23 casi in cui il ruolo di colui che abusava non era noto alla vittima. Come denunciato da El Pais “il silenzio è schiacciante. Solo il 13% delle diocesi fornisce informazioni.”. Secondo il quotidiano spagnolo, le disposizioni di Papa Francesco vengono di frequente disattese dato che “molto spesso non si apre una indagine senza la denuncia diretta della vittima che non viene informata della possibilità di avere un risarcimento; quando questo avviene vengono imposte delle clausole di silenzio e, anche se c’è la condanna dell’abusante, alla vittima non vengono fornite informazioni sul caso”. Lo scandalo della pedofilia, come è noto dai casi di cronaca, ha superato anche i confini dell’Europa, portando alla luce migliaia di casi di abusi in Australia e Nuova Zelanda così come nella Chiesa dell’America Latina.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1698243/abusi-chiesa-casi-sacerdoti-interno-vittime-boston-scandalo-pedofilia-mondo

  • Abusi nella chiesa, le vittime dell’ex gesuita Rupnik si oppongono alla sua riabilitazione

    Abusi nella chiesa, le vittime dell’ex gesuita Rupnik si oppongono alla sua riabilitazione

    «Questa relazione, che scagiona da ogni responsabilità Rupnik, ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata». Queste le parole di alcune vittime di Marko Rupnik, che in una lettera aperta al papa reagiscono con sdegno al rapporto finale della visita canonica sul Centro Aletti, diffuso ieri dalla diocesi di Roma.

    «I fatti e i comunicati che si sono susseguiti in questi ultimi giorni – l’udienza privata, resa poi pubblica attraverso immagini apparse in rete, concessa dal papa a Maria Campatelli, ex religiosa della Comunità Loyola e attuale presidente del Centro Aletti; e il comunicato diffuso con il report conclusivo della visita canonica realizzata alla comunità del Centro Aletti – tali fatti ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo», scrivono le sopravvissute alle violenze dell’ex gesuita nella lettera pubblicata oggi sul sito di Italy Church Too ), il coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica, nato nel febbraio 2022 in sostegno di tutte le vittime della violenza clericale. Per le firmatarie, l’udienza papale a Campatelli e il rapporto diocesano che assolve l’operato del Centro Aletti sono un chiaro segno dell’indifferenza della Chiesa nei confronti delle vittime: «riconosciamo che la “tolleranza zero sugli abusi nella chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi», si legge nel testo. Oltre al papa, la lettera – che si può sottoscrivere e che denuncia la doppia violenza subita dalle vittime, prima da Rupnik e poi dalla Chiesa, che le ha ripetutamente ignorate – è indirizzata anche al cardinale Angelo De Donatis, al presidente della Cei Matteo Zuppi e al cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

    «Il comunicato della diocesi, avallando pienamente il lavoro del Centro Aletti riabilita anche il suo fondatore ed è l’ultimo sfacciato tentativo del cardinale De Donatis di salvare Rupnik, con la piena approvazione del papa», spiega a Domani Fabrizia Raguso, docente di psicologia all’università cattolica di Braga, in Portogallo, ex sorella della Comunità Loyola e prima firmataria della lettera aperta. Proprio dalla Comunità Loyola erano emerse, già nel 1994, le prime denunce di abuso a carico di Rupnik (qui l’intervista alla vittima: https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-sessuali-rupnik-gesuiti-sesso-chiesa-vaticano-q3youohh). Da questi fatti si era originata la spaccatura della Comunità: alcune sorelle erano rimaste con la superiora Ivanka Hosta e altre, fra cui la stessa Campatelli, avevano seguito Rupnik per fondare il Centro Aletti a Roma. Hosta, si legge ancora nella lettera, «per trent’anni ha coperto le nefandezze di Rupnik, e ha ridotto in schiavitù spirituale coloro che si opponevano ai suoi disegni di rivincita». La Comunità Loyola è stata commissariata nel dicembre 2020 e la sua situazione canonica è al momento lasciata in sospeso dal Dicastero competente, nonostante la relazione conclusiva del commissario, il vescovo gesuita Daniele Libanori, che ha evidenziato gravi casi di manipolazione di coscienza da parte della superiora. Emerge quindi chiaramente come il sacerdote sloveno abbia goduto di una rete di protezione da parte di diverse persone (non ultimo l’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar), che già trent’anni fa erano a conoscenza dei suoi abusi ma non hanno fatto nulla per fermarlo.

    «Immagino che dietro questa difesa ad oltranza di Rupnik e delle sue seguaci ci siano anche interessi economici – continua Raguso – perché il Centro Aletti è un’associazione pubblica di fedeli della diocesi e incassa cifre importanti grazie alla produzione e alla vendita dei mosaici». La risonanza mondiale delle denunce a carico dell’ex gesuita ha però già fatto calare le richieste di nuove opere e in diversi paesi, dalla Francia alla Svizzera e alla Gran Bretagna, si comincia a discutere dell’opportunità di rimuovere i mosaici usciti dall’atelier artistico del Centro Aletti.

    Alla lettera aperta hanno aderito anche alcune ex religiose che avevano testimoniato a Domani sotto pseudonimo e che ora hanno deciso di esporsi pubblicamente con il proprio nome. «Sono passati più di trent’anni dagli abusi subiti nella comunità Loyola – dice Gloria Branciani a Domani –  un tempo insopportabile perché nonostante tutte le testimonianze, le denunce, i fatti narrati con fatica e dolore io oggi ancora non esisto per la Chiesa. I fatti sono prescritti ma le persone no, e neanche il nostro dolore. Per questo sento il diritto-dovere civico e morale di continuare a testimoniare la verità dei fatti, anche se a qualcuno possono sembrare sgradevoli e inappropriati». «Di nuovo ci vogliono costringere al silenzio ma la verità non si può cancellare», aggiunge un’altra sopravvissuta, Vida Bernard.

    Papa Francesco, che il 15 settembre ha accolto con calore in Vaticano Maria Campatelli (un incontro «sbattuto in faccia alle vittime»), non ha invece mai risposto a quattro lettere che altrettante religiose ed ex religiose della Comunità Loyola gli avevano fatto recapitare nel luglio del 2021. L’amarezza delle vittime per la diversità di trattamento ricevuto dal papa è profonda: «non c’è posto in questa chiesa per chi ricorda verità scomode», concludono.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/marko-rupnik-chiesa-cattolica-gesuiti-papa-francesco-angelo-de-donatis-vescovo-centro-aletti-dgnmu5m9

  • ORRORE IN CANADA

    ORRORE IN CANADA

    Giunge dal giardino di quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, nel Canada occidentale una scoperta shock: i resti di ben 215 bambini, stipati in una sorta di fossa comune, quasi certamente appartenenti all’etnia indigena. La Kamloops Indian Residential School faceva parte, infatti, dell’insieme di ’Indian residential schools’, rete di istituti voluti dal governo e gestiti dalle Chiese cattoliche con il preciso scopo di assimilare i figli degli indigeni nella cultura dominante, la cosiddetta “educazione bianca”.

    La minoranza etnica ’Tk’emlúps te Secwépemc’ paventava già da decenni l’emergere di un’agghiacciante verità. Pare che i bambini fossero costretti a subire abusi sessuali e fisici, pagando a volte con la vita quella che era la loro unica “colpa”: essere indigeni. La Kamloops Indian Residential School, una delle più grandi del Paese, iniziò l’attività alla fine del 19mo secolo sotto la gestione della Chiesa cattolica prima di passare sotto il controllo del governo nella seconda metà degli anni Sessanta e di chiudere i battenti nel 1978.

    Le origini dell’odio xenofobo dei Canadesi verso gli indigeni sono ben spiegate dalle parole di Ry Moran, ex direttore del National Research Centre for Truth and Reconciliation: «La soppressione o sottomissione degli indigeni fu una strategia precisa in Canada.Eravamo una colonia da cui le madrepatrie — Gran Bretagna e Francia — pompavano risorse. Il primo obiettivo era l’accesso ai fiumi, al legname, al mare, alla terra da coltivare. Il mito del territorio vergine da conquistare è falso. C’era gente che viveva qui da centinaia di anni. Lo Stato canadese doveva cancellare le popolazioni indigene in qualche modo e raccontare una nuova storia, dei miti appunto: che questa terra era stata “scoperta”, che gli indigeni stavano morendo e sarebbero scomparsi e quindi era meglio integrarli, assimilarli nella società occidentale che si stava formando. Venne impedito loro, “legalmente”, di partecipare attivamente al nuovo Stato, nessun diritto di voto, nessun diritto di assembramento per più di tre persone, rimozione forzata dalle loro terre tradizionali per confinarli nelle riserve e trasferimento forzato dei bambini nelle scuole residenziale. Dovevi raccontare la storia di una nazione che si formava, gran parte di quello che le popolazioni indigene subivano era tenuto lontano dalla vista della pubblica opinione. Non era discussa»

    Anna Maria Stanca

  • Il “focolare” sotto la cenere: nasce un’associazione internazionale di vittime di abusi

    Il “focolare” sotto la cenere: nasce un’associazione internazionale di vittime di abusi

    41051 ROMA-ADISTA. «Una nuova associazione internazionale per combattere gli abusi di potere nel Movimento dei Focolari di Chiara Lubich»: si chiama OREF (ORganizzazione Ex Focolari) ed è appena nata, dopo la pubblicazione, a fine marzo, del Rapporto indipendente firmato da GCPS Consulting sugli abusi sessuali di minori in Francia da parte di Jean-Michel Merlin, laico consacrato, oggi ottantenne, che nel movimento è stato dagli anni ‘60 fino a quando ne è stato cacciato, nel 2016 (v. Adista Notizie n. 13/22); ma anche in seguito al vano tentativo di alcuni ex membri del Movimento – si legge sul comunicato stampa di presentazione – «di avere un incontro aperto e onesto con Co.Be.Tu.», la Commissione per il Benessere e la Tutela dei Minori interna ai focolarini per le persone abusate dal Movimento.

    L’associazione nasce con l’obiettivo di «segnalare e registrare i casi di abuso di ogni tipo all’interno del Movimento dei Focolari, fenomeni che riteniamo un problema sistematico, e di cercare giustizia e verità per le vittime», con un approccio «caratterizzato dalla trasparenza: rigettiamo lo stile di segretezza tipico del Movimento dei Focolari e più in generale della Chiesa cattolica, così come abbiamo constatato, almeno fino all’inizio del pontificato di Papa Francesco». Nel 2020, sull’onda dello scandalo suscitato da Merlin – le cui vittime certe per il periodo 1963-1998 sono al momento 26, oltre ad altre possibili 11 e ad altri casi di adescamento più recenti –, i vertici francesi del movimento si erano dimessi (v. Adista Notizie n. 39/20) ed era stata incaricata la società GCPS Consulting – specializzata nell’aiutare organizzazioni a garantire la sicurezza dei bambini, di persone vulnerabili e gruppi “a rischio” – di compiere un’indagine, con la supervisione ulteriore di un ex alto funzionario francese indipendente, a garanzia di integrità, qualità e affidabilità dell’indagine. Il Rapporto finale dell’inchiesta, quasi un centinaio di pagine frutto di un anno e mezzo di lavoro, denota che «Jean-Michel Merlin è stato un prolifico abusatore seriale di minori, responsabile di molteplici casi di abuso sessuale e tentato abuso sessuale su minori, quelli di cui abbiamo informazioni e, molto probabilmente, molti altri». Non solo: il documento punta il dito contro «la struttura piramidale del Movimento, il suo mantra di obbedienza e unità» che «hanno certamente contribuito al fallimento sistemico nell’affrontare non solo il caso di JMM», ma anche altri casi di natura psicologica, spirituale ed economica, nel mettere in atto misure di prevenzione, nel perseguire presunti reati e nell’ascolto e nell’aiuto alle vittime.

    Spiega OREF che, proprio nei giorni precedenti la pubblicazione del rapporto, «è fallito un incontro tra un gruppo di ex membri del Movimento e la Co.Be.Tu., la commissione cosiddetta “indipendente” nata in seno al Focolare su ordine del Vaticano. In vista di tale incontro avevamo proposto, (…), la presenza di un giornalista indipendente e di un avvocato di nostra fiducia; a tale richiesta Co.Be.Tu. ha opposto un rifiuto (mentre la commissione avrebbe partecipato con quattro persone, tre delle quali avvocati)». Essendo, per il gruppo di vittime, necessaria e tutelante la presenza di un giornalista e di un avvocato, in assenza di un riscontro «abbiamo deciso che a tali condizioni non era possibile procedere all’incontro». «Co.Be.Tu. non ha replicato e, più volte sollecitata, ha infine accettato l’incontro con la presenza di un nostro avvocato», racconta OREF, «ma ciò è avvenuto solo: quando per noi le condizioni di fiducia erano ormai venute meno; dopo un lungo silenzio da parte loro; a seguito della pubblicazione del Rapporto della GCPS Consulting».

    Di qui la decisione che non fosse più «utile né costruttivo» un incontro con la Commissione e che fosse opportuno fare un passo oltre, creando un organismo di ampio respiro per combattere gli abusi. I fondatori di OREF – intorno alla quale gravitano avvocati, teologi, esperti di diritto canonico e giornalisti – sono tutti ex focolarini di varie nazionalità (Italia, Gran Bretagna, Olanda, Svezia, il Brasile, Francia, Canada e Lussemburgo), molti dei quali hanno testimoniato gli abusi subiti nel libro di Ferruccio Pinotti La setta divina (Piemme 2021).

    Molti di essi sono stati all’interno del movimento per decenni ricoprendo anche cariche di rango. «Gli abusi vanno dalla manipolazione affettiva (compresi matrimoni e separazioni combinate) all’uso di metodi settari di proselitismo (come il love bombing e la rivelazione progressiva dell’insegnamento interno, allo scopo di non spaventare i nuovi proseliti), l’obbligo di reprimere ogni manifestazione di sofferenza (forzando il volto al sorriso e trattenendo ogni lacrima), la patologizzazione di orientamenti sessuali ed espressioni di genere non conformi al modello eteropatriarcale cisgender, l’impiego non retribuito in lavori sfiancanti che a distanza di tempo ha lasciato alcuni di noi senza risparmi nécopertura pensionistica».

    Senza parlare dei disturbi mentali che di cui molte vittime hanno sofferto a motivo della pressione fisica e mentale esercitata dal Movimento, che ha portato alcuni «sull’orlo del suicidio».Nel comunicato stampa, i fondatori di OREF mettono in luce come gli aspetti più problematici della cultura focolarina, all’origine degli abusi, non siano esplicitati in documenti o statuti, ma costituiscano il naturale risvolto «di una formazione che mette al centro il Movimento e ritiene che l’istituzione valga più di qualsiasi individuo».

    Un atteggiamento stigmatizzato da papa Francesco che, il 6 febbraio 2021, parlando ai partecipanti dell’assemblea generale del Movimento, invitò a «guardarsi dal ripiegamento su sé stessi, che induce a difendere sempre l’istituzione a scapito delle persone, e che può portare anche a giustificare o a coprire forme di abuso». «Si tratta – spiega il comunicato OREF – di una modalità invisibile dall’esterno, di cui noi ex membri siamo stati testimoni diretti e sulla quale possiamo dunque offrirci come osservatori privilegiati»

    https://www.adista.it/articolo/67920

  • Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    BBC – Lo chiameremo “Mario”. Si tira leggermente indietro mentre gli stringiamo la mano, ancora chiaramente a disagio con il contatto fisico. E alla mia prima domanda: “Come stai?” – che speravo lo avrebbe facilitato dolcemente nella conversazione, si rompe immediatamente.

    “Questa intervista mi sta riportando a tutto”, balbetta, a malapena in grado di tirare fuori le parole attraverso le lacrime.

    Mario non ha mai parlato prima con un giornalista di quella che chiama la sua “schiavitù sessuale” per mano del suo prete d’infanzia.

    Il nostro viaggio ci porterà dall’orribile testimonianza di Mario, all’affrontare faccia a faccia il suo aguzzino – e infine alla ricerca di risposte da coloro che hanno permesso al sacerdote di continuare a celebrare la Messa fino ad oggi.

    La sua è una delle innumerevoli storie di abusi sessuali clericali in Italia, che non ha mai affrontato adeguatamente il flagello. Nonostante abbia il più alto numero di sacerdoti di qualsiasi Paese e la sede della Chiesa cattolica nel suo cortile, l’Italia non mantiene statistiche ufficiali sulla questione e non c’è stata alcuna inchiesta pubblica.

    All’ombra del Vaticano, i peccati dell’Italia sono nascosti sotto un velo di tenebre.

    Breve linea grigia di presentazione

    «Certo, mi è stato detto che c’era un segreto», ricorda Mario, «tra lui, me e Gesù».

    Quel segreto erano, dice Mario, 16 anni di orribili abusi che ha subito dall’età di otto anni, perpetrati da un prete di nome padre Gianni Bekiaris.

    Una sintesi del caso dell’avvocato di Mario, che include molti dettagli troppo grafici da riportare, descrive il primo stupro del 1996 come “premeditato”. Bekiaris ha prenotato per entrambi una camera d’albergo con un letto singolo. In seguito, si legge sui giornali, Mario è rimasto “dolorante e sanguinante… piangendo in silenzio”.

    Bekiaris ha poi fatto ai genitori di Mario “un regalo” di un poster che mostrava dove si trovava l’hotel – e dove si dice sia avvenuto lo stupro – sotto il quale aveva scritto la data e l’ora di quel momento, oltre alle parole: ” In ricordo dei due giorni trascorsi al freddo delle montagne”.

    Sembrava una commemorazione distorta del crimine e un segno di come il prete manipolasse il bambino emotivamente vulnerabile, traendo profitto dal rapporto teso di Mario con suo padre.

    Gli atti del caso affermano che Bekiaris ha minacciato Mario di tacere, “raccontandogli quello che è successo… è stata anche colpa del bambino”.

    “Quando sono cresciuto, ha chiesto ai miei genitori se potevo andare a dormire a casa sua”, ricorda Mario. “Hanno acconsentito, anche se ho pregato che non lo facessero”.

    I suoi genitori, ignari dell’orrore che si stava svolgendo, erano ingenuamente orgogliosi che un uomo importante della stoffa avrebbe apprezzato il loro figlio. Il trauma ha portato Mario alla droga, al collasso psicologico e ai ripetuti tentativi di suicidio.

    “Ha rubato l’anima gentile che ero io”, dice Mario. “E gli incubi… i miei sogni riguardano guerre con kalashnikov e bombe a mano.”

    Alla fine, dopo essersi aperto a un terapeuta, Mario si è imbarcato in una ricerca di giustizia. Il suo primo passo fu avvicinare il superiore di Bekiaris, il vescovo Ambrogio Spreafico. Monsignor Spreafico ha avviato un processo secondo il diritto canonico, il diritto della Chiesa cattolica, che utilizza per affrontare i problemi interni.

    Il verdetto che abbiamo ottenuto da quel processo di diritto canonico mostra che i giudici hanno ritenuto Bekiaris “chiaramente colpevole delle accuse mosse contro di lui” e che, mentre contestava alcuni dettagli dell’abuso, “ha ammesso di aver commesso il crimine”. Ha anche effettuato un pagamento di € 112.000 (£ 94.000) a Mario.

    Ma la giuria non ha svincolato il sacerdote, come aveva chiesto Mario, scegliendo invece di vietargli a vita di “amministrare i suoi doveri con i minori”.

    Delusi, Mario e il suo avvocato hanno sporto denuncia penale alla polizia italiana.

    I documenti che abbiamo visto di questo secondo processo rivelano che i giudici “non avevano dubbi sulla veridicità delle accuse”, lasciando “nessuno spazio per l’assoluzione dell’imputato”.

    Ma sotto l’ingombrante sistema legale italiano, il caso era andato oltre i termini di prescrizione, il che significa che Bekiaris non poteva essere condannato. Il caso illustra il pantano di ostacoli legali che ha irretito i casi di abusi sessuali in Italia, privando i sopravvissuti – un termine che la maggior parte preferisce a “vittime” – di giustizia.

    La prescrizione italiana – che inizia quando un reato viene commesso, piuttosto che denunciato – è attualmente in fase di riforma per impedirne l’uso per ostacolare o imporre un procedimento giudiziario, ma la riforma non è retroattiva.

    L’avvocato di Mario, Carla Corsetti, ci ha detto che il limite di tempo ha ostacolato innumerevoli casi di abusi sessuali a causa degli anni che i sopravvissuti possono impiegare per elaborare mentalmente il crimine. Ma, aggiunge, il problema è più profondo: alla costituzione italiana e al Patto Lateranense del 1929 firmato dall’allora dittatore Benito Mussolini, che conferiva al Vaticano autonomia giuridica dall’Italia. Ciò dà al clero il ricorso alla legge vaticana rispetto a quella italiana, proteggendoli in effetti potenzialmente dalla giustizia italiana.

    “Preservando il Patto Lateranense, siamo un Paese con sovranità limitata”, afferma la Corsetti. “Paghiamo per questo ogni giorno e quelli che pagano per primi sono le vittime di abusi sessuali”.

    Il Vaticano sotto papa Francesco ha lentamente intensificato i suoi tentativi di affrontare il reato, vietando, ad esempio, l’uso di un codice del silenzio chiamato “segreto pontificio”. Di recente, la Conferenza episcopale italiana ha istituito la prima giornata nazionale di preghiera in Italia per i sopravvissuti agli abusi.

    Ma per i critici, queste mosse sono nel migliore dei casi tardive e nel peggiore tristemente inadeguate.

    Nel 2019 le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di avviare un’indagine indipendente e imparziale sugli abusi sessuali da parte dei clericali. Le loro chiamate finora sono cadute nel vuoto.

    In altre parti del mondo si stanno facendo progressi per togliere il mantello della segretezza. Un rapporto in Francia lo scorso anno ha rilevato che dal 1950 almeno 216.000 bambini sono stati maltrattati lì da circa 3.200 sacerdoti. L’Italia ha più del doppio dei sacerdoti della Francia, ma nessun conteggio ufficiale dei casi di abuso.

    Anche all’interno delle mura vaticane, alcuni hanno espresso costernazione per l’inerzia dell’Italia.

    Padre Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Salvaguardia della Pontificia Università di Roma e membro della Commissione vaticana per la protezione dei minori, ha esortato l’Italia a seguire l’esempio della Francia e di altri Paesi che hanno indagato su questi crimini.

    “In Gran Bretagna, in Australia, negli Stati Uniti, in Germania, la società è arrivata a un punto per confrontarsi con questo problema e poi anche la Chiesa ha dovuto affrontarlo – ma questa consapevolezza e questa urgenza di affrontarlo non si è verificata in questo Paese ancora”, dice.

    Nei luoghi che hanno affrontato gli abusi del clero, padre Zollner afferma che in media il 4-5% dei sacerdoti è stato accusato o condannato, aggiungendo che “con ogni probabilità, in Italia ci sarebbe un numero simile”. Ma in assenza di un conteggio ufficiale e con un impegno minimo da parte dello stato italiano, è stato lasciato all’unico gruppo di campagna del paese che lavorava sulla questione di compilare ciò che poteva.

    Francesco Zanardi – lui stesso sopravvissuto – gestisce un’associazione chiamata The Abuse Network dal suo minuscolo appartamento nel nord Italia. “Quando abbiamo iniziato a cercare supporto e supporto legale”, dice, “abbiamo colpito un muro di mattoni”. Combinando informazioni riservate e resoconti dei media, ha mappato i sacerdoti del paese che sono stati sospettati, indagati o condannati per abusi. E ha creato un gruppo di avvocati pronti a lavorare con i sopravvissuti.

    Zanardi ha calcolato 163 condanne di preti in Italia negli ultimi 15 anni, ma è certo che si tratta di una grave sottostima.

    “L’Italia è come un altro pianeta lontano dall’Europa”, dice. “C’è una chiara mancanza di volontà da parte dello Stato di interferire con la Chiesa, a spese dei bambini”.

    Parte del problema qui è culturale. L’Italia è spesso più conservatrice su alcune questioni sociali rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale. In un Paese in cui oltre l’80% delle persone si identifica come cattolico, la Chiesa è, per molti italiani, al centro della loro identità quanto la famiglia – e spesso può sembrare un’autorità incontestabile.

    Breve linea grigia di presentazione

    Quella nozione di silenzio e intoccabilità della Chiesa in Italia, come la descrive padre Zollner, ha permesso di inserire alcuni sacerdoti accusati di abusi in una rete di centri di riabilitazione gestiti dalla Chiesa.

    Molti di questi centri esistono in tutto il paese ma si sa poco di loro. Uno vicino a Roma, a cui abbiamo ottenuto un accesso raro, è isolato su una strada non segnalata, dietro il filo spinato. Attraverso il cancello si trova una statua bianca di Cristo.

    All’interno ci sono camere da letto per i sacerdoti residenti, un soggiorno e una piccola cappella. Sulla parete ci sono le foto di una recente visita di Papa Francesco, che è rimasto per un’ora e mezza e, secondo quanto riferito, ha elogiato la cura pastorale dell’istituzione.

    I sacerdoti inviati ai centri hanno una serie di problemi, tra cui il gioco d’azzardo e la tossicodipendenza. Ma alcuni sono anche accusati, sotto inchiesta o sotto processo per abusi sessuali.

    Marco Ermes Luparia, il fondatore, nega strenuamente che la sua comunità sia “un rifugio per i fuggiaschi”, insistendo sul fatto che sia invece un luogo di cura dei sacerdoti per prevenire la recidiva. I molestatori seguono quello che lui definisce “un ciclo individuale, molto intenso, di due o tre sedute di psicoterapia a settimana, seguito da una totale limitazione dei movimenti. Non possono nemmeno pranzare all’aperto”.

    Per i sopravvissuti, le strutture oscure che tengono gli abusatori lontani da occhi indiscreti illustrano ancora una volta una catena di complicità che seppellisce il crimine.

    Il sig. Luparia respinge categoricamente tale affermazione. “I vescovi devono avvisare le autorità competenti che il sacerdote sta venendo da noi”, dice, respingendo le affermazioni che la comunità consente alla Chiesa di proteggere i maltrattatori. “Oggi un vescovo che lo facesse – per lui sarebbe la fine”, dice.

    Non esiste un’assistenza così dignitosa per gli innumerevoli sopravvissuti agli abusi, incluso Mario, per il quale continua l’insabbiamento.

    Il suo aguzzino, Gianni Bekiaris, rimane un sacerdote attivo ancora nella stessa diocesi in cui si presume siano iniziati i crimini – e ancora sotto la guida del vescovo Ambrogio Spreafico.

    Passiamo settimane a rintracciare Bekiaris online, scoprendo come si presenta per celebrare la messa in varie chiese in più di una città, prima di sembrare di nuovo sdraiato. È ancora indicato come sacerdote nella diocesi in cui sono avvenuti gli abusi. Abbiamo anche portato alla luce fotografie di lui che celebra la Messa con i bambini presenti.

    Infine, in un luogo vicino a Roma, lo troviamo e ci avviciniamo. Gli mostro le carte del processo che avevamo ottenuto e le foto dei bambini presenti alla sua messa.

    “Lavoro qui”, risponde, indicando il palazzo dove abita, “e non ci sono bambini”.

    Poi produco le sue fotografie in chiesa con minorenni.

    “Quelle sono persone, non minorenni”, insiste.

    Comincia a ritirarsi al chiuso.

    “Sei un pedofilo?” Chiedo.

    “Questo è quello che stai dicendo”, risponde.

    “No, è quello che sta dicendo la tua vittima”, azzardo, prima che chiuda la porta, con un semplice “arrivederci”.

    Breve linea grigia di presentazione

    Chiedo a padre Hans Zollner, dell’Istituto di salvaguardia, cosa dovrebbe in teoria accadere a un sacerdote la cui colpa è stata riconosciuta in un processo di diritto canonico, che ha ammesso l’abuso e ha pagato i danni.

    Mi dice che, pur non conoscendo il caso specifico: “Se la procedura stabilisce che ha commesso il reato, va ovviamente licenziato. E se c’è un qualsiasi tipo di attività che lo porti a contatto con minori, questo va ovviamente contro il verdetto”.

    Eppure, quando sfidiamo il superiore di Bekiaris, monsignor Ambrogio Spreafico, sul perché non avesse svogliato il sacerdote, nonostante una diretta supplica di Mario, nega ogni illecito.

    Mons. Spreafico insiste sul fatto che è stata la Congregazione per la Dottrina della Fede – il potente dipartimento vaticano che si occupa di tali questioni e ha guidato il processo di diritto canonico – a prendere la decisione.

    “Ho seguito le procedure”, dice, “e hanno deciso in questo modo. Non dipendeva da me”.

    Ma perché, chiedo, non ha consigliato al Vaticano di intraprendere una diversa linea di condotta, vista la sua conoscenza di tutti i dettagli, il fatto che Mario si era confidato con lui e che il processo di diritto canonico ha ritenuto colpevole Bekiaris?

    “Il senso di colpa può essere basato su fatti diversi”, risponde. “Potrebbero rivelarsi di una scala diversa, di un lasso di tempo diverso, di una realtà diversa”.

    Quando gli mostro le fotografie di Bekiaris in chiesa con minori, inizialmente suggerisce di aver verificato con il Vaticano e che la celebrazione occasionale della messa non fosse contraria alla sentenza, prima di assicurarmi: «Chiederò alla Congregazione [la Dottrina della Faith] se questo è incluso nel divieto. Ma di per sé non è specificato nel decreto”.

    Anche se, come sostiene, non è contro la legge, chiedo, non è contro la moralità fondamentale che un uomo con un tale passato continui a fare il prete?

    “Prenderò in considerazione la tua osservazione”, dice, “e darò un’occhiata, non preoccuparti.”

    Lo esaminiamo noi stessi, chiedendo una risposta alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Ci dicono che il divieto a vita di amministrare i doveri con i minori imposto a Gianni Bekiaris aveva lo scopo di “guarire ed espiare” e che potrebbe consentire a un sacerdote di celebrare la messa pubblica con i minori, “purché non siano mai lasciati soli”.

    Tecnici giuridici, scappatoie procedurali e interpretazioni personali dei giudizi: sono ciò che ha permesso a Gianni Bekiaris di continuare a predicare la parola di Dio; ha privato Mario della giustizia – e potrebbe portarlo un giorno potenzialmente a entrare in una chiesa della sua diocesi con suo figlio e guardare la messa celebrata dall’uomo accusato di averlo violentato ripetutamente.

    Questo è il costo dell’incapacità dell’Italia di affrontare la maledizione degli abusi – e della sua mancanza di responsabilità per i sopravvissuti la cui fede e infanzia sono state derubate così crudelmente.

    “L’impatto è devastante”, dice Mario, la sua anima spezzata è evidente. “Verso tutta la Chiesa, dal Papa fino all’ultimo sacerdote, mi sento nauseato da loro. Sono malato da morire”.

    Ulteriore segnalazione di Julian Miglierini

    https://www.bbc.com/news/world-europe-60325191

  • Il Vaticano esprime la “vicinanza” del Papa alle vittime della pedofilia dopo l’apertura della prima grande inchiesta in Spagna

    Il Vaticano esprime la “vicinanza” del Papa alle vittime della pedofilia dopo l’apertura della prima grande inchiesta in Spagna

    Il Vaticano ha espresso “con parole, preghiera e con tanti gesti” l’”attenzione” e la “vicinanza” del Papa alle vittime della pedofilia, dopo aver reso pubblica la grande inchiesta aperta dalla Chiesa spagnola a seguito di un rapporto con 251 nuovi casi consegnati da EL PAÍS al Pontefice. La Santa Sede, rispondendo questa domenica mattina alle domande di questo giornale, ribadisce che Francesco ha agito subito dopo aver ricevuto lo studio di 385 pagine e lo ha inviato “alle autorità competenti perché si procedesse secondo le norme canoniche. attuali”. La Conferenza Episcopale Spagnola (Ce) per il momento tace.

    Come ha pubblicato questa domenica questo quotidiano, il Papa ha affidato l’incarico alla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organismo che centralizza le indagini sugli abusi sui minori nel mondo cattolico. IL PAESE glielo ha consegnato il 2, durante il viaggio in Grecia nel quale ha avuto contatti con i giornalisti, e la settimana successiva lo ha inviato anche a Juan José Omella, presidente della Cee e arcivescovo di Barcellona. Anche Omella ha agito prontamente e lo ha inviato immediatamente al tribunale ecclesiastico della sua diocesi, che lo ha registrato e ha avviato le indagini, anche se il fascicolo si estenderà poi alle 31 diocesi e ai 31 ordini religiosi interessati. Il 77% dei casi proviene da congregazioni, e questo giornale ha anche avanzato alla maggioranza i casi che li riguardano. Quasi tutti stanno già indagando anche su questo.

    Il dossier è scaturito da più di 600 messaggi pervenuti alla mail aperta da questo quotidiano nell’ottobre 2018. Un centinaio sono stati pubblicati, 251 sono stati inseriti in questo documento e il resto è ancora in fase di accertamento. Nuove denunce hanno continuato a pervenire questa mattina dopo la pubblicazione del rapporto, che si aggiungerà all’inchiesta. Questo giornale ha anche creato l’unica contabilità e banca dati aggiornate degli abusi in Spagna, in assenza di dati ufficiali da parte della Chiesa o delle autorità.

    L’Associazione Vittime di Infanzia Rubata ha reagito questa mattina con soddisfazione: “Crediamo che sia molto importante e rilevante che il Papa finalmente costringa in qualche modo la Cee ad essere propositiva nelle indagini sui casi di pedofilia. Applaudiamo questa decisione del Papa ”, ha dichiarato il suo presidente, Juan Cuatrecasas. “Abbiamo cominciato a confidare in qualche modo che la Chiesa in Spagna affina le sue responsabilità, e ci proponiamo di collaborare, ma continuiamo a insistere che le parole sono parole, ci devono essere fatti. Le vittime non ce la fanno più, e noi crediamo che la Chiesa debba accompagnare e riparare le vittime. Tutta la Chiesa, tutte le congregazioni e le prelature, devono aprire le finestre, scuotere la polvere e assumersi la responsabilità che talvolta hanno di occultamento, occultamento e complicità”. Cuatrecasas ha anche voluto esprimere la sua gratitudine ai media per il loro lavoro. “Va evidenziato perché crediamo che sia importante rendere visibili i danni causati, affinché il resto della popolazione sia consapevole di questo problema”.

    Miguel Hurtado, che ha scoperto gli abusi nell’abbazia di Montserrate promosso una raccolta di firme per ampliare la prescrizione dei reati pedofili, è duro: “L’ostruzionismo della Chiesa spagnola nello svolgimento di un’indagine indipendente ed esaustiva sugli abusi, e il suo rifiuto di risarcire le vittime, mette seriamente in dubbio la vostra effettiva disponibilità per apportare modifiche. La Chiesa spagnola non può indagare su se stessa, essere giudice e parte. Finora, le poche indagini interne in Spagna sono state un esercizio di imbiancatura per l’istituzione. Si sostiene che il problema siano alcune mele marce e non l’insabbiamento portato avanti da decenni”. A suo avviso, “nel nostro Paese ci sono state gravi violazioni dei diritti umani, in modo generalizzato e sistematico, non solo nella Chiesa. Spetta allo Stato agire, cosa che fino ad oggi si è rifiutato di fare”. Per questo si propone di approvare l’imprescrittibilità penale nei reati di pedofilia; garantire che le vittime possano ottenere un risarcimento nella giustizia civile “senza dover chiedere l’elemosina ai vescovi”; e creare una commissione statale d’inchiesta sugli abusi, sul modello dell’Australia o della Gran Bretagna. “In Cile, il candidato Gabriel Boric si è impegnato nel suo programma per creare una commissione cilena per la verità. Qual è il governo più progressista della storia in attesa di agire in Spagna? seguendo il modello dell’Australia o della Gran Bretagna. “In Cile, il candidato Gabriel Boric si è impegnato nel suo programma per creare una commissione cilena per la verità. Qual è il governo più progressista della storia in attesa di agire in Spagna? seguendo il modello dell’Australia o della Gran Bretagna. “In Cile, il candidato Gabriel Boric si è impegnato nel suo programma per creare una commissione cilena per la verità. Qual è il governo più progressista della storia in attesa di agire in Spagna?

    In Spagna nessuna istituzione ha fatto nulla in questi anni per indagare sugli abusi nella Chiesa, e quasi tutte le parti tacciono. Solo in Navarra la Provincia e il Parlamento hanno preso iniziative ed è in corso uno studio dell’Università Pubblica di Navarra per verificare il numero dei casi. Anche in Catalogna, il Sindic de Greuges, il difensore civico regionale, ha preparato una relazione con raccomandazioni al Parlamento. Ma nient’altro.

    Gemma Varona, dottoranda di ricerca permanente presso l’Istituto di Criminologia dell’Università dei Paesi Baschi, sottolinea innanzitutto “una cosa ovvia: nessuna istituzione ha fatto questo lavoro, doveva essere un mezzo di comunicazione”. Varona è uno degli autori del primo studio accademico sulla pedofilia nella Chiesa spagnola, presentato lo scorso giugno, e ritiene che “dopo tanti anni, il livello di sfiducia delle vittime sia alto”. “Dovranno guadagnarsi la loro fiducia e l’unico modo è garantire un’indagine indipendente, la Chiesa non può essere giudice e parte ancora, deve essere fatta da professionisti e con trasparenza. Lo stesso processo investigativo, svolto con onestà, può già essere riparatore per le vittime. Che abbiano voce, controllo e partecipazione. Quello che non può essere è che questo processo crei di nuovo false aspettative”. L’esperto vuole ora ricordare le prime vittime che sono venute alla luce sui media per denunciare gli abusi, perché lo hanno fatto da sole, “hanno avuto un costo elevato e hanno fatto da pioniere a molte cose”.

    Il caso più antico nel rapporto EL PAÍS risale al 1943, e il più recente, al 2018. Tutti sono inediti, tranne 13 già pubblicati, che sono stati inclusi perché sono sorte nuove denunce contro questi chierici. Se quei 251 si aggiungono a quelli che erano già noti fino ad ora e che questo giornale ha contato, unico record esistente in Spagna in assenza di dati ufficiali da parte della Chiesa o delle autorità, ammontano ad almeno 602 casi – ognuno si riferisce a un imputato – e 1.237 vittime dagli anni ’30. Tuttavia, sono stati applicati i criteri più restrittivi e, secondo le testimonianze raccolte, potrebbero essere migliaia.

    Dopo aver appreso del rapporto EL PAÍS, Papa Francisco e Omella hanno avuto una conversazione. Il Vaticano, come fa di solito quando le denunce sono così numerose e non appartengono a un solo ordine, diocesi o abusatore specifico, supervisionerà attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede l’intero processo svolto dalla CEE. La Roma aspetterà risultati, che secondo il suo stesso codice, dovrebbero arrivare in non più di tre mesi.

    Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce del giorno, scrivici con la tua denuncia a abusos@elpais.es

    https://elpais.com/sociedad/2021-12-19/el-vaticano-manifiesta-la-cercania-del-papa-a-las-victimas-de-pederastia-tras-la-apertura-de-la-primera-gran-investigacion-en-espana.html

  • Pedofilia, rapporto choc in Gran Bretagna: rischio in tutte le organizzazioni religiose

    Pedofilia, rapporto choc in Gran Bretagna: rischio in tutte le organizzazioni religiose

    Il rapporto è choccante. L’indagine nazionale indipendente da parte dell’IICSA (la commissione nazionale che indaga sul fenomeno della pedofilia), in Gran Bretagna, ha fatto affiorare l’alta esposizione al pericolo di abusi da parte dei bambini in ogni tipo di organizzazioni religiosa, compreso le madrasse islamiche. I bambini coinvolti sono risultati doppiamente vulnerabili a causa di culture in cui la colpevolizzazione delle vittime, l’abuso di potere e la sfiducia nelle autorità esterne sono purtroppo assai diffuse.

    L’inchiesta rileva senza «alcun dubbio che l’abuso sessuale dei bambini avviene in una vasta gamma di ambienti religiosi». Puntanto il dito sull’ipocrisia delle religioni che pretendono di insegnare il bene e il male, ma non riescono a proteggere i bambini.

    L’indagine è choc è sta sollevando un putiferio in Gran Bretagna anche perchè ha preso in esame ben 38 grandi organizzazioni e ordini religiosi compresi i Testimoni di Geova, i Battisti, i Metodisti, l’Islam, il Giudaismo, l’Induismo, il Buddismo e le confessioni cristiane .

    «La libertà di religione e di credo non può mai giustificare o scusare il maltrattamento di un bambino, o l’incapacità di prendere misure adeguate per proteggerlo dal male» si legge.

    Il rapporto, pubblicato giovedì, ha seguito precedenti indagini sulle chiese anglicane e cattoliche romane che hanno dettagliato abusi diffusi e coperture.

    Ci sono diversi casi citati tra quello di tre bambini abusati da Todros Grynhaus, un membro di spicco della comunità ebraica Haredi di Manchester, che è stato mandato dal suo rabbino per una consulenza dopo le accuse.

    Un altro caso riguardava una ragazza che è stata abusata e violentata in una madrasa in una “casa moschea” tra gli otto e gli 11 anni. Dopo aver rivelato l’abuso, è stata chiamata “puttana” da altri nella comunità.

    Una ragazza abusata da un volontario di una chiesa metodista, che in seguito si è dichiarato colpevole di aggressione sessuale, non ha ricevuto alcun sostegno dal suo ministro metodista locale dopo la sua rivelazione. Il colpevole è stato descritto come un “membro stimato” della chiesa. In una altra parte del rapporto si legge che una bambina che è stata abusata tra i quattro e i nove anni da un “servitore ministeriale” dei Testimoni di Geova dopo le sessioni di studio della Bibbia, ha poi intentato una causa civile contro l’organizzazione religiosa. È stato difeso dai Testimoni di Geova nonostante una condanna separata contro il colpevole secondo quanto ha riportato dal Guardian in un lungo reportage. Una tesi che è stata oggetto di una precisazione da parte dei testimoni di Geova i quali spiegano che si sono difesi legalmente nella causa intentata dalla vittima contro di loro. «E che in nessun caso, il rapporto afferma che i Testimoni di Geova abbiano difeso la persona accusata di aver commesso abusi sessuali».

    Il rapporto dell’IICSA – di cui ne parlano altri giornali inglesi – si è basato su 16 giorni di audizioni pubbliche tenute l’anno scorso. Il rapporto chiede cambiamenti legislativi per consentire il controllo ufficiale delle politiche di protezione dei bambini nelle istituzioni educative non registrate.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_preti_vaticano_abusi_islam_bambini_pedofilia_vaticano_denuncia_gran_bretagna_inchiesta-6173427.html