Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Parla padre Zollner: “Oggi la prevenzione dipende dall’ammettere le realtà del passato”

    Parla padre Zollner: “Oggi la prevenzione dipende dall’ammettere le realtà del passato”

    Teologo, psicologo e professore presso la Pontificia università Gregoriana, padre Hans Zollner è considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Lo abbiamo sentito per parlare della pedofilia all’interno della Chiesa e del report che a breve sarà pubblicato dalla Cei.

    Padre Zollner, il report in fase di redazione della Cei porta con sé alcune ombre. La prima è che si tratta di un’indagine interna e non indipendente. La seconda è che farà riferimento agli abusi avvenuti solamente negli ultimi 20 anni basandosi sui dati dei centri fragilità delle diocesi entrati in funzione appena due anni fa. Lei cosa ne pensa?

    “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”.

    In Sicilia sono 28 i preti pedofili che sono stati condannati, che hanno patteggiato o che sono indagati. Un dato che rappresenta oltre l’8% dei preti condannati a livello nazionale. Tutti numeri che dovrebbero essere rivisti al rialzo, date le peculiarità del trauma. Secondo lei questa indagine interna porterà alla luce un dato reale o uno molto a ribasso?

    “Io non conosco né la metodologia né lo scopo preciso di questa indagine. In ricerca, su questi campi, e in particolare nella ricerca sul fenomeno di abuso in alcuni Paesi, si distinguono due concetti: il campo chiaro e il campo oscuro. Io suppongo che, come in molti altri studi condotti in Usa o in Germania, si parlerà del campo chiaro, ovvero di quei casi che possono essere verificati, calcolati e contati attraverso quello che si trova nei documenti, negli archivi, nella corrispondenza tra uffici. Queste cose si trovano nelle denunce presso la magistratura, in quelle nell’ambito della Chiesa stessa o testimonianze dirette da parte delle vittime o da parte di un reo. L’unica ricerca fatta sul campo oscuro, cioè sulla stima secondo un metodo utilizzato in medicina per l’epidemiologia, è quella francese. Loro hanno chiesto a sociologi di fare una tale stima seguendo un metodo riconosciuto e utilizzato dall’Oms. Ovviamente non è la stessa cosa avere da un lato numeri precisi, verificati e comprovati dalla documentazione in essere e dall’altro una stima che anche se scientificamente valida sempre una stima rimane. Si deve stare attenti a non aspettarsi che questo metodo produca numeri esatti sulle vittime di abuso in Sicilia o altrove. Da quello che capisco io, in Italia si concentreranno sui dati verificabili in un senso forense. Non è che è un’eccezione l’Italia, l’eccezione era la Francia”.

    Ci sono diversi studi che confermano che il periodo di accettazione di questo tipo di traumi supera i 20-25 anni. Come mai in Italia, secondo lei, si è individuato proprio l’intervallo di tempo di venti anni?

    “Generalmente i tempi, in tutti i rapporti che abbiamo visto ultimamente, andavano dalla fine della Seconda guerra mondiale ai nostri giorni. Quando parliamo del consumarsi dei casi di abuso non ha senso andare più in là. In Spagna, per esempio, i gesuiti hanno cominciato a parlare di vittime degli anni 1920. Ma anche questa era una eccezione. Normalmente negli ultimi anni si prendevano i decenni dopo la guerra. Io non so perché la Cei ha deciso di guardare solo agli ultimi 20 anni, non conosco le spiegazioni. In quasi tutti i rapporti che ho visto però si prendevano fino a 70 anni indietro”.

    Questa differenza dell’intervallo di tempo pensa che possa avere una conseguenza negativa sull’esito del rapporto?

    “Io credo che se faranno bene il lavoro per gli ultimi vent’anni produrranno i numeri reali degli ultimi vent’anni. Ma sarà solo una parte della realtà perché prima degli ultimi 20 anni ci sono state altre vittime e quindi si dovrà andare indietro prima o poi. Non è che non siano giusti questi impegni ma saranno sempre parziali. Se si concentrano negli ultimi vent’anni con la cresciuta attenzione verso il tema tipica di questi anni, le vittime possono essere aiutate a denunciare con più libertà. Sappiamo che tantissimi hanno tardato molto a parlare di queste ferite. Ma non vale per tutti. Sembra che dove c’è più attenzione, sensibilità e possibilità mediatica di far conoscere i fatti le persone si sentono più invitate a parlarne pubblicamente. Comunque quello che è successo negli ultimi venti anni è una cosa, ciò che è stato denunciato negli ultimi 20 anni è un’altra cosa e sappiamo che non sono numeri indifferenti, anche in Italia”.

    Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?

    “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla Cnn in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    Una condanna che spesso, quando c’è, viene scontata dai carnefici nelle cosiddette case di recupero. Cosa accade dentro queste strutture?

    “Da secoli ci sono case di recupero per sacerdoti con malattie psichiche o alcolismo o altre cose simili. Io non ho mai visitato una di queste strutture in Italia ma penso che abbiano livelli molto diversi in termini di professionalità. Probabilmente alcune esistono solo per contenere le persone, sia nello spazio sia nelle loro attività. Altre sono molto più attrezzate in termini di terapia e di supervisione. In ogni caso queste strutture esistono perché anche nel clero cattolico ci sono persone con grosse difficoltà sia a livello fisiologico che psicologico, inclusa una patologia come la pedofilia. C’è una cosa che voglio sottolineare: non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti”.

    Quindi non sono pedofili ma pederasti? In ogni caso il risultato della loro devianza non è lo stesso?

    “Beh, no. Anche di fronte alla legge italiana l’abuso di un minore prima che compia 14 anni viene trattato diversamente. C’è un riconoscimento sia della medicina che dal punto di vista legale di una differenza. Che per la persona questo abuso possa avere lo stesso effetto è un altro discorso, ma oggettivamente ci sono considerazioni diverse. Inoltre, le chiederei di evitare la parola pederastia perché viene male intesa e non corrisponde al concetto scientificamente valido. A mio parere l’utilizzo di questa parola non aiuta neanche sulla discussione seria di queste materie. Sia davanti alla legge che davanti al medico ci sono criteri per valutare questi casi uno per uno”.

    La pedofilia è una malattia per cui è possibile una guarigione? E nelle case di recupero è questo l’obiettivo?

    “Se uno è pedofilo sessualmente attratto da bambini prima dell’adolescenza, nella psichiatria di oggi questa attrazione non può essere cambiata. Il che non vuol dire che non ci sia la possibilità di lavorare con queste persone affinché non agiscano secondo le loro attrazioni. Ma questi casi coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    https://qds.it/pedofilia-chiesa-parla-padre-zollner/

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati in queste ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM) – presieduta dal card. Sean O’Malley – vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili, secondo p. Andrew Small, segretario ad interim della Commissione, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28 ottobre – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    I nuovi membri designati (con un incarico quinquennale) sono: mons. Peter Karam, vicario patriarcale della Chiesa maronita (Libano); mons. Thibault Verny, vescovo ausiliare di Parigi, incaricato della Protezione dei minori per l’arcidiocesi di Parigi e interlocutore della Commissione CIASE, promotore, tra le altre cose, di un sito web di informazione sugli abusi e di formazione online obbligatoria per gli educatori della Diocesi di Parigi; p. Tim Brennan, della Provincia australiana dei Missionari del Sacro Cuore, impegnato a Roma presso l’Ufficio Tutela della Curia generalizia; suor Niluka Perera (India), assistente sociale professionale, coordinatrice del Catholic Care for Children International (CCCI) dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG) di Roma; suor Teresa Nyadombo, coordinatrice nazionale per l’educazione e la salvaguardia della Conferenza episcopale cattolica dello Zimbabwe; Irma Patricia Espinosa Hernández, psichiatra e psicoterapeuta, esperta di psicologia criminale, profilazione e valutazione delle vittime di abusi sessuali e di autori di reati sessuali, direttrice della Facoltà di Psicologia dell’Universidad Catolica Lumen Gentium di Città del Messico e membro del Consiglio nazionale per la protezione dei minori della Conferenza episcopale messicana, nonché cofondatrice del CEPROME, centro di ricerca e formazione interdisciplinare sulla protezione dei minori con sede a Città del Messico; Maud de Boer-Buquicchio, presidente di ECPAT Internazionale (associazione che opera per contrastare lo sfruttamento sessuale dei minori, la violenza e la tratta), già vice cancelliere presso la Corte Europea dei Diritti Umani (1998), poi (2002-2012) vice segretario generale del Consiglio d’Europa; dal 2014 al 2020 è stata relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei bambini; Anne-Marie Emilie Rivet-Duval (Mauritius), psicologa clinica responsabile dell’Ufficio diocesano di psicologia; Teresa Devlin, con studi in psicologia e scienze sociali, CEO del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church in Irlanda; Ewa Kusz, psicologa clinica, sessuologa e terapeuta, vicedirettrice del Centro per la protezione dell’infanzia presso l’Università dei Gesuiti “Ignatianum” di Cracovia (Polonia), dove ha contribuito a creare il programma di studi post-laurea sulla protezione dell’infanzia.

    Questi nuovi membri si vanno ad aggiungere a mons. Luis Manuel Alí Herrera, vescovo ausiliare di Bogotá, in Colombia, psicologo; p. Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana; suor Arina Gonçalves, sociologa e terapeuta; Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro Onlus e presidente della Fondazione Child; Benyam Dawit Mezmur, professore associato di Giurisprudenza presso il Dullah Omar Institute, University of the Western Cape, a Cape Town (Sudafrica), due volte presidente della Commissione di Esperti sui Diritti e il Benessere dei Bambini dell’Unione Africana, nonché presidente della Commissione Onu sui diritti dei bambini (2015-2017), Neville Owen, giudice della Corte d’Appello della Corte Suprema dell’Australia occidentale, alla guida del Consiglio Giustizia e Riconciliazione creato dalla Chiesa australiana per far fronte alla crisi causata dagli abusi sessuali; Sinalelea Fe’ao, 42 anni di lavoro nel campo dell’educazione; Teresa Kettelkamp Morris, già colonnello nella Polizia di Stato dell’Illinois, direttrice esecutiva del Segretariato per la tutela dei bambini e dei giovani della Conferenza episcopale Usa (2005-2011) e Nelson Giovannelli Rosendo dos Santo, esperto di riabilitazione dalla tossicodipendenza e dall’abuso, fondatore in Brasile delle comunità Fazenda da Esperança. Una sola, per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz, – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione; Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali, le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità. Definendo questo lavoro nella prospettiva della comunione e della sussidiarietà, il Santo Padre lo ha associato a due concetti fondamentali dell’essere e del fare della Chiesa».

    È da sottolineare, però, – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/68958

  • Il Vaticano sta cercando di combattere gli abusi. Un caso in Congo solleva segnali di allarme.

    Il Vaticano sta cercando di combattere gli abusi. Un caso in Congo solleva segnali di allarme.

    KINSHASA, Repubblica Democratica del Congo — La ragazza di 14 anni è tornata a bordo di una moto al convento dove ha vissuto e studiato. Singhiozzando e soffrendo, tirò da parte una suora.

    La ragazza ha detto di essere stata appena violentata dal prete che l’ha lasciata.

    La suora, Henriette Okitanunga, ha cercato di confortare la ragazza. Ha detto di aver poi seguito la nuova regola dettata da papa Francesco per la gestione di una tale segnalazione: ha avvertito la sua superiore di un possibile crimine.

    “Eccellenza”, ha ricordato la suora scrivendo un messaggio a Nicolas Djomo, il vescovo locale.

    Dopo gli scandali sugli abusi del clero che hanno scosso gran parte del mondo cattolico – generalmente in nazioni con le risorse per fare pressione ed esporre la chiesa – l’attenzione si sta rivolgendo alle regioni in cui l’entità degli abusi rimane sia un mistero che motivo di trepidazione. La speranza del Vaticano è che i vescovi dei paesi in via di sviluppo, formati su nuove linee guida, possano evitare gli errori che hanno danneggiato così gravemente la Chiesa cattolica romana altrove.

    Il messaggio che Okitanunga ha detto di aver inviato al telefono di Djomo nel marzo 2020 solleva una domanda decisiva per il futuro della chiesa: nei luoghi in cui i leader cattolici hanno meno controlli sul loro potere, come stanno rispondendo?

    La risposta di Djomo, che si è svolta negli ultimi due anni, fornisce una risposta e mostra il potenziale per la proliferazione della crisi pubblica in nuove parti del mondo. Nonostante tutti i tentativi di riforma del papa, un vescovo come Djomo ha ancora un’autorità significativa nella sua diocesi – e rimane poco ricorso per coloro che non sono d’accordo con la sua gestione di una richiesta.

    Un’indagine del Washington Post sul caso, basata su interviste e su una revisione di lettere ed e-mail inviate a Djomo e ad altri funzionari della chiesa, mostra che il vescovo non ha seguito le linee guida del Vaticano. Le suore, i sacerdoti e la presunta vittima che hanno insistito su Djomo sulle accuse affermano che ha orchestrato un insabbiamento che ha sconvolto la vita della vittima, mantenuto intatta la propria reputazione e assolto il presunto aggressore all’interno del sistema stesso della chiesa.

    Alcune delle persone coinvolte affermano che Djomo ha chiesto di rimanere in silenzio. Tra questi la suora che prima lo ha informato e, in seguito, la presunta vittima, che dice di averla pregata in un incontro faccia a faccia di perdonare il prete, incontro che l’ha fatta sentire “malata”.

    Lo zio della ragazza sostiene che dopo che la famiglia ha portato avanti un caso giudiziario, Djomo gli ha offerto $ 15.000 – una somma enorme in una nazione in cui la maggior parte delle persone vive con meno di $ 2 al giorno – per convincere i suoi parenti a risolvere la questione. Lo zio, un prete che lavorava per Djomo, ha detto che il vescovo ha eliminato il suo lavoro dopo aver rifiutato.

    Separatamente, quando le suore hanno sostenuto la ragazza, dice il loro fondatore, Djomo ha reagito sciogliendo la loro associazione.

    Dopo che la famiglia della ragazza ha portato il caso alla polizia, Djomo ha preso almeno un provvedimento disciplinare, impedendo al sacerdote accusato, il Rev. André Olongo, di svolgere il ministero e di avere contatti non controllati con minori. Ma quella sanzione, attuata otto mesi dopo il presunto stupro, si rivelò di breve durata. Quest’anno, Djomo ha inviato le sue conclusioni sul caso al Vaticano, dopo un’indagine condotta dalla diocesi che non includeva un’intervista con la presunta vittima. Il Vaticano settimane fa ha stabilito che non c’erano motivi sufficienti per mostrare illeciti, ha detto Djomo.

    “E’ stato assolto. Era assolutamente falso”, ha detto Djomo in una breve intervista.

    Djomo ha interrotto una conversazione iniziale con The Post, dicendo che doveva prepararsi per la Messa, e ha rifiutato ulteriori domande, riferendole al Vaticano. Non ha risposto a un elenco di domande sulla sua gestione dell’accusa di stupro.

    Il Vaticano ha affermato che il suo Dicastero per la Dottrina della Fede era “stato in grado di affrontare questo caso sulla base delle prove che gli erano state fornite” e aveva stabilito che non poteva “procedere oltre”.

    “Se, inoltre, alcune prove fossero fornite dalle autorità civili, dagli accusatori o da altri testimoni, sarebbero immancabilmente prese in debita considerazione”, si legge nella dichiarazione del Vaticano.

    Olongo, il sacerdote accusato, ha rifiutato di parlare con i giornalisti del Post. Faustin Abedi, un avvocato che ha aiutato a rappresentare Olongo durante il caso, ha detto che il sacerdote si dice innocente.

    Il Post non pubblica i nomi delle presunte vittime di violenze sessuali. La ragazza, che ora ha 17 anni, è un’aspirante suora che vive ancora con l’associazione sciolta – le Suore Serve di Maria, Consolatrice degli afflitti – i cui membri rimanenti sono fuggiti dalle zone rurali di Tshumbe e dalla diocesi di Djomo per Kinshasa, la capitale del Congo, dove pregano e studiano in un piccolo edificio in cemento in una baraccopoli vicino all’aeroporto.

    La ragazza dice di provare dolori ricorrenti allo stomaco e va nel panico perché teme che le sarà impedito di diventare suora poiché non è vergine. “Si sente come se non fosse più come le altre”, ha detto una delle sue zie, Marie Walo, 26 anni. Una suora, Louise Ekoko, ha detto che la ragazza “ha perso la gioia” che le era venuta naturale prima del presunto stupro. Fatica a dormire e mangiare.

    Il Vaticano ha annunciato a giugno che Francesco aveva accettato le dimissioni di Djomo. I vescovi sono tenuti a presentare lettere di dimissioni al papa all’età di 75 anni, ma il Vaticano spesso allunga il loro tempo. Djomo, che aveva compiuto 78 anni il 3 luglio, era stato autorizzato a rimanere per quasi altri tre anni. Il Vaticano, come è sua abitudine, non ha fornito una spiegazione del motivo per cui il papa alla fine ha accettato le dimissioni di Djomo e gli ha permesso di ritirarsi.

    Durante la sua breve intervista con The Post, avvenuta poche ore dopo l’annuncio delle sue dimissioni, Djomo ha affermato che le accuse di insabbiamento erano false e ha accusato la fondatrice dell’associazione delle suore, Charlotte Ekumu, di aver inventato una storia.

    “Ho la documentazione. Non hai niente”, ha detto. «Non fidarti di sorella Charlotte. Fidati del vescovo”.

    ***

    I vescovi cattolici sono i governatori della chiesa, rispondono solo al papa, e i 25 anni di Djomo a Tshumbe mostrano fino a che punto possono estendersi i poteri di un vescovo. Ha operato nel mezzo del vasto entroterra congolese, guidando una diocesi delle dimensioni del West Virginia con elettricità fugace e appena una strada asfaltata, uno dei luoghi più poveri di una nazione ancora scossa da un secolo di saccheggio colonialista e governo dispotico. Con il governo assente in gran parte del paese, la chiesa funziona come lo stato de facto. La diocesi di Djomo insegna agli studenti e finanzia la clinica medica e aiuta persino a costruire strade. Quando il presidente congolese Félix Tshisekedi ha visitato la regione quest’anno, è rimasto a casa di Djomo, secondo molti familiari con il viaggio.

    Sulla questione degli abusi del clero, gran parte dei messaggi del Vaticano è stato rivolto ai vescovi in ​​regioni come questa.

    Quando nel 2019 Francesco ha convocato un vertice unico nel suo genere sugli abusi, è nato in parte dall’idea che la Chiesa globale, non solo negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in Africa e in Asia, dove il cattolicesimo sta crescendo — era a rischio. Gli oratori hanno cercato di smentire la teoria, sostenuta da una minoranza di vescovi, che gli abusi fossero solo un problema occidentale. Un cardinale indiano ha detto che nessun leader della chiesa dovrebbe credere che “le cose sono diverse nella mia parte del mondo”.

    Le nuove regole ecclesiastiche che Francesco elaborò non fecero che modellare pratiche già ben consolidate nei paesi bruciati dallo scandalo. Ma erano rivoluzionari in posti come il Congo.

    Quelle regole, lo sforzo più sostanziale di qualsiasi papa per affrontare la crisi degli abusi, hanno mirato a creare un sistema globale in cui tutte le figure della Chiesa siano più reattive e responsabili. Suore e sacerdoti sono tenuti a denunciare le accuse alle autorità religiose di grado superiore. Le diocesi dovrebbero istituire uffici speciali per ricevere i reclami. Gli informatori vanno tutelati. Uno dei partecipanti al vertice congolese, il Rev. Georges Kalenga, ha condotto seminari di formazione con i vescovi del Paese al ritorno da Roma.

    “Il peccato non ha un colore né un continente”, ha detto al Post l’arcivescovo di Kisangani Marcel Utembi, presidente della Conferenza episcopale congolese. “La chiesa non può nascondere nessun caso”.

    Perché il Vaticano continua a lottare con gli scandali sugli abusi sessuali

    Ma ci sono motivi di preoccupazione. L’abuso d’ufficio si è rivelato diffuso in paese dopo paese, quando qualcuno lo cerca. E in gran parte dell’Africa, pochi l’hanno cercato, non il governo, non gli avvocati, non i media. Anche il Vaticano, che non pubblica dati sui casi di abuso, ha tutt’altro che un quadro completo.

    “Non ne sappiamo abbastanza”, ha detto il reverendo Hans Zollner, un sacerdote tedesco che ha contribuito a organizzare il vertice di Francesco.

    In gran parte dell’Africa subsahariana, la roccaforte cattolica del continente, un tabù contro le discussioni sugli abusi ha un effetto raggelante sulle vittime. Coloro che si fanno avanti devono fare i conti con sistemi giudiziari deboli e corruzione. Innocent Prosper, il direttore esecutivo di Lizadeel, un’organizzazione non governativa congolese che lavora con le vittime di violenze sessuali, ha detto di conoscere casi di abusi da parte del personale ma raramente vanno lontano, spesso vengono risolti con guadagni, che le persone in condizioni di estrema povertà trovano difficile rifiutare.

    “Il denaro sta giocando un ruolo importante”, ha detto Prosper, il cui gruppo sostiene anche l’aspirante suora. “Un giorno hai un caso, e il giorno dopo ti svegli e la famiglia dice che il caso è chiuso”.

    La gestione di un caso dipende sproporzionatamente da una figura: il vescovo. A causa del posto del vescovo nella gerarchia, la chiesa ha lottato per anni per costruire un sistema di controlli e contrappesi che aumenterebbe le probabilità che un prelato accusato di un insabbiamento possa essere indagato e potenzialmente disciplinato. Il tentativo di soluzione di Francesco, redatto dopo il vertice, invita i vescovi a vigilare a vicenda: se un vescovo è accusato di aver insabbiato abusi, un metropolita, generalmente figura a capo di un’importante arcidiocesi urbana, può indagare sul caso sostegno della Santa Sede.

    Tre anni dopo, Bishop-Accountability.org , un centro di smistamento indipendente per i dati sugli abusi, ha trovato 28 casi in cui questo processo è stato utilizzato, con la maggior parte degli esempi verificatisi in Polonia, che è stata sconvolta dalle recenti rivelazioni di abusi del personale. La camera di compensazione non ha trovato tali esempi in Africa.

    Il Post ha inviato e-mail, in inglese e francese, a 27 Conferenze episcopali a livello nazionale in Africa cercando dati su casi di abusi e chiedendo se qualche vescovo fosse stato indagato o sanzionato. Solo la conferenza del Burundi ha risposto, affermando che un ufficio a livello nazionale istituito per ricevere denunce di abusi non aveva ricevuto una sola accusa e che nessun vescovo era stato indagato.

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    Nel presunto stupro a Tsumbe, le persone che sostengono la ragazza affermano di aver cercato di allertare altri al di fuori della diocesi. Lo zio della ragazza, il reverendo Alphonse Okongo, ha inviato tre lettere a febbraio e marzo 2022 all’ambasciatore vaticano in Congo e ai vertici della Chiesa a Roma. Ekumu, che ha fondato l’associazione delle suore, ha detto di aver incontrato di persona nel 2021 uno dei leader dell’organismo vaticano che gestisce i fascicoli di abusi, il reverendo John Joseph Kennedy, descrivendogli il presunto insabbiamento di Djomo.

    Ma lo zio, Okongo, dice di non aver mai ricevuto risposta. Ed Ekumu dice di non aver mai ricevuto un follow-up nonostante abbia inviato e-mail in seguito. Kennedy non ha risposto a un’e-mail in cerca di commenti.

    Anche la Conferenza episcopale nazionale congolese, di cui Kalenga è diventato lo zar contro gli abusi, afferma di non aver mai sentito parlare del caso della ragazza di 14 anni. Kalenga ha citato una “debolezza nel sistema” – in cui l’indagine su un caso di abuso equivale tipicamente a una conversazione chiusa tra il vescovo in questione e il Vaticano.

    “Ogni vescovo è il capo della sua zona”, ha detto Kalenga. “Purtroppo è così”.

    Prima del presunto stupro e delle sue conseguenze, le monache vivevano in un semplice convento a pochi minuti di macchina dalla casa vescovile. I Servi di Maria facevano visite domiciliari agli anziani e ai malati e molti insegnavano nelle scuole di Tshumbe.

    Intorno al 2019, un nuovo sacerdote è stato incaricato di sovrintendere alla vita spirituale delle suore.

    Il Rev. André Olongo, un prete di corporatura robusta, si sviluppò una reputazione nel convento per essere aggressivo e comportarsi in modo inappropriato, secondo le monache. Diverse suore affermano che ha iniziato ad avere rapporti sessuali consensuali con un membro della loro associazione e ha fatto passaggi indesiderati ad altri. Ma nella misura in cui quelli avrebbero potuto essere segnali di avvertimento, Ekumu ha detto che era difficile evitare un sacerdote nominato e di cui si fidava il vescovo. A volte la ragazza di 14 anni veniva mandata a fare commissioni per Olongo.

    La presunta vittima dice di credere, in retrospettiva, che Olongo la stesse preparando per abusi.

    In un caso, dice, Olongo le disse che tutti i sacerdoti prendono le suore come partner, il che implica che i rapporti sessuali erano la norma. In un’altra occasione, dice, lui le accarezzò i seni mentre lei andava a prendere dell’acqua. Dice che lo schema si è intensificato il 28 marzo 2020, quando le ha chiesto di entrare nella sua stanza per rifare il letto. Dice che Olongo l’ha sollevata, l’ha lasciata cadere sul letto e l’ha violentata.

    “Mi ha tolto i vestiti con la forza”, ha detto.

    Il padre della presunta vittima, Michel Tadiongo, ha descritto sua figlia come una ragazza brillante e timida che aveva gravitato sull’idea di una vita religiosa perché ammirava così tanto una delle sue maestre, una suora. La famiglia l’ha mandata all’associazione nel 2019. Solo mesi dopo il presunto stupro ha trovato la forza di dirlo ai suoi genitori, dice. Tadiongo ha ricordato di aver pensato che la famiglia “non poteva permettere che questo fosse nascosto”. Un membro della famiglia, con una formazione legale, ha aiutato Tadiongo a portare il caso alla polizia. (Il cognome della presunta vittima è diverso da quello dello zio o del padre.)

    Da quel momento, il caso ha viaggiato su due binari, uno nelle lente marce del sistema giudiziario congolese e l’altro nelle mani del vescovo.

    Coloro che hanno familiarità con il caso affermano che Djomo ha fatto diversi passi per indebolire o archiviare il caso su entrambi i binari. Sciolse i Servi di Maria, trasformando potenziali testimoni in suore de facto in esilio. Nell’aprile 2020, Djomo aveva definito l’associazione un “faro di speranza”. Ma nell’annunciare la sospensione nel luglio 2021, ha affermato che il gruppo era fondato su “menzogne” e “duplicità” ed era coinvolto nella pratica della stregoneria. Ha accusato Ekumu, la fondatrice, di trascorrere “più della metà dell’anno” negli Stati Uniti, dove ha famiglia, e di “ostinata disobbedienza” al vescovo.

    Le suore affermano che la presunta vittima si è convinta che il tumulto sia colpa sua.

    “Non dormo quando ci penso”, ha detto la ragazza in un’intervista.

    Djomo è accusato dalla famiglia della presunta vittima di aver cercato di pagarla per far cadere il caso giudiziario. Okongo, lo zio della ragazza, che ha servito come sacerdote sotto Djomo, ha detto che il vescovo lo ha invitato a un incontro nel settembre 2021 in una chiesa. Okongo dice che Djomo ha sottolineato la difficile situazione finanziaria della famiglia e ha detto che potrebbe aiutare a migliorarla.

    “Un modo per comprare il silenzio”, lo definì Okongo.

    Djomo, dice Okongo, gli ha offerto $ 15.000, quanto il prete, capofamiglia della famiglia, avrebbe guadagnato in cinque anni.

    Okongo dice di averlo rifiutato: “Sono soldi sporchi”.

    Okongo non ha la documentazione della presunta offerta e dice che Djomo l’ha fatta oralmente. Dice di aver immediatamente informato i suoi fratelli, incluso il padre della presunta vittima, che ha confermato tale account. Due mesi dopo, quando Djomo conferì ai suoi sacerdoti i loro doveri per l’anno successivo, il nome di Okongo non era da nessuna parte nell’elenco: un’effettiva rimozione del lavoro. La diocesi ha smesso di pagare il suo stipendio. Okongo lo ha descritto come un atto di ritorsione. Si è trasferito a Kinshasa, dove è disoccupato e dorme a casa della sorella minore.

    Djomo non ha risposto a una domanda sulla presunta offerta.

    ***

    Mesi dopo che le accuse di stupro contro Olongo sono venute alla luce, è stato elencato in un documento della chiesa come titolare di una posizione dirigenziale nella diocesi. Ma poi la famiglia ha portato il caso in tribunale, e Djomo ha istituito la sanzione che gli vietava il ministero e il contatto non controllato con i minori.

    Con quei divieti in atto, Olongo si ritirò a Kinshasa, rifugiandosi in un recinto usato dalla diocesi per ospitare chierici che studiano nella capitale o visitano. Un pomeriggio recente, due giornalisti del Post hanno ronzato all’ingresso del complesso, hanno annunciato le loro identità, hanno chiesto di Olongo e sono stati introdotti in una stanza centrale.

    Il sacerdote è apparso pochi minuti dopo, stringendo la mano. Ma dopo che i giornalisti hanno spiegato il motivo della visita, ha interrotto la conversazione, dicendo che avrebbe chiamato il suo avvocato. Altri sacerdoti sono entrati nella stanza e hanno minacciato di chiamare la polizia. “È impensabile che tu venga ad umiliarlo”, ha detto uno. Olongo ha detto che “se succede qualcosa, se vedo il mio nome nell’articolo, sarai responsabile”.

    I sacerdoti hanno fatto entrare i giornalisti del Post verso la porta.

    Ma due giorni dopo, un prete che soggiornava nel complesso ha contattato The Post. Voleva incontrarsi.

    In quell’incontro, due sacerdoti Tshumbe hanno affermato che la diocesi ha affrontato negli ultimi anni almeno una mezza dozzina di casi di presunti abusi sessuali o cattiva condotta da parte di sacerdoti. In almeno tre casi, hanno detto i sacerdoti, Djomo si è mosso per disciplinare gli accusati. (Il Post ha ottenuto tre decreti – dal 2018, 2019 e 2020 – che ordinavano il despotamento dei sacerdoti che subiscono accuse di abusi.) Ma in altri casi, hanno detto i sacerdoti, Djomo ha lavorato per proteggere i religiosi accusati dalle conseguenze.

    “Dipendeva dalla sua preferenza personale per il prete”, ha detto uno di loro.

    Olongo era uno dei preferiti di Djomo, dissero i sacerdoti, ed era considerato dal vescovo un potenziale successore. Ed era tra i protetti, dicevano i sacerdoti.

    Lo zio della presunta vittima ha detto di essere a conoscenza di una precedente accusa di stupro contro Olongo perché era stato trasferito nel villaggio di Djalo per sostituirlo dopo tale accusa. Uno dei sacerdoti che ha incontrato The Post ha detto, indipendentemente dallo zio, di essere a conoscenza dell’esistenza di quell’accusa.

    Abedi, l’avvocato che ha rappresentato Olongo, ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna precedente accusa contro il sacerdote e di sapere poco della vita di Olongo al di là della questione di questo caso.

    Boniface Okitapambi, l’avvocato che rappresenta l’aspirante suora dei Servi di Maria, ha affermato di essere stato coinvolto in due casi negli ultimi anni in cui i sacerdoti Tshumbe erano accusati di aver messo incinta minorenni. In un caso, in cui ha difeso il sacerdote, il religioso è stato condannato a un periodo di arresti domiciliari, ha detto Okitapambi. L’altro caso è in corso.

    Okitapambi ha affermato che il caso dell’aspirante suora ha guadagnato più terreno di qualsiasi altro, in parte a causa della persistenza della famiglia.

    Tadiongo ha detto che la sua famiglia è cattolica ma è disposta a sfidare la chiesa come un modo per preservare la “carriera e la fede” di sua figlia.

    “Non ci interessa se la chiesa è forte”, ha detto.

    ***

    In Congo, la giustizia può essere difficile da trovare. Okitapambi, che si occupa principalmente di divorzi e controversie sulla proprietà, e dice di non potersi permettere la propria auto, è stato “molte volte deluso” dal sistema congolese. Il Dipartimento di Stato americano, nel suo rapporto annuale sui diritti umani, afferma che la magistratura congolese è “corrotta e soggetta a influenze e intimidazioni”. Okitapambi dice che fare affidamento su quel sistema è la sua unica scelta.

    “Con tutti gli alti e bassi, è ancora meglio provare”, ha detto.

    La famiglia ha sporto denuncia più di 18 mesi fa, ma non ha visto alcuna soluzione. La famiglia chiede l’arresto di Olongo e $ 40.000 di risarcimento danni dal sacerdote, oltre a $ 70.000 dalla diocesi per “danno subito”. Le parti si sono spinte su dove dovrebbe essere ascoltato il caso e alla fine la giurisdizione è stata trasferita a Kinshasa.

    Olongo ha presentato domanda riconvenzionale contro la presunta vittima, un familiare e due suore, sostenendo che fosse diffamato.

    Il presunto abuso di bambini sordi in due continenti indica i fallimenti del Vaticano

    Il caso giudiziario è diventato più critico perché la procedura interna della chiesa è effettivamente terminata.

    Diversi mesi fa, lo zio e il padre della presunta vittima e un pugno di suore hanno ricevuto lettere dalla diocesi di Djomo chiedendo loro di presentarsi di persona per fornire la loro testimonianza. A quel punto, molto tempo dopo il presunto stupro, molte delle persone invitate si erano trasferite altrove. Kinshasa si trova a 600 miglia da Tsumbe. E avevano perso la fiducia in Djomo per condurre un’indagine equa. Molte delle suore si rifiutarono di partecipare. Così ha fatto Okongo, lo zio, che ha scritto al vescovo che l’inchiesta sembrava “sospetta”. La presunta vittima, che non possiede un cellulare, non è mai stata contattata.

    Il reverendo Marcel Kilombo, il sacerdote Tshumbe incaricato da Djomo di guidare le indagini, ha affermato che il vescovo ha ritardato l’avvio della propria indagine perché “aspettava la conclusione del processo giudiziario”. Kilombo ha detto che Djomo ha invertito la rotta dopo che il Vaticano ha esercitato pressioni. Kilombo ha detto che “non poteva incolpare” molti degli invitati per aver rifiutato di testimoniare, ma alcune persone si sono presentate per parlare.

    Kilombo ha affermato che, sulla base delle informazioni raccolte, era “personalmente convinto” che ci fosse stato uno stupro.

    Ma ha detto che spettava a Djomo compilare le informazioni e fare un rapporto al Vaticano.

    “Il vescovo è l’unico che conosce il contenuto del rapporto e cosa ha inviato a Roma”, ha detto Kilombo.

    Djomo riferì al Vaticano domande sulla sua gestione del caso.

    Il Post ha contattato altri sacerdoti della diocesi in merito al caso. Il reverendo Jules Omokonge, che ha servito come capo del clero nella diocesi, ha affermato che dopo la decisione di Roma di motivi insufficienti per trovare illeciti, molti religiosi erano “convinti che questo caso fosse una falsa accusa”. Ma Omokonge ha affermato di non avere prove a sostegno di tale convinzione e che era “molto difficile” per i sacerdoti ottenere informazioni sui casi di abuso nella diocesi. Tali casi, ha detto, sono stati “gestiti dal vescovo stesso”.

    I sacerdoti dicono che Djomo, durante una recente visita a Kinshasa, si è recato nel complesso dove si trovava Olongo e ha informato i sacerdoti del ritrovamento del Vaticano. La notizia è presto arrivata sui gruppi di WhatsApp, una battuta d’arresto così deludente per i sostenitori della presunta vittima che hanno deciso di non dirglielo.

    L’annuncio finì per essere una delle ultime mosse di Djomo come vescovo di Tshumbe. Giorni dopo, tornò nella sua diocesi e iniziò il suo pensionamento. Olongo, nel frattempo, non è più soggetto a restrizioni; può riprendere il ministero ed avere contatti con i minori.

    “Ora è libero”, ha detto Djomo nella sua breve conversazione con The Post. “Può dire messa. Sono così felice.”

    Caleb Kabanda a Kinshasa, Congo, ha contribuito a questo rapporto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2022/07/15/congo-catholic-priest-sex-abuse/

  • PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, promotore di una linea di contrasto agli abusi clericali ben precisa, espressa articolatamente nella “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell’intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

    1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, all’interno della Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore di tanti preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l’affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

    2) Presidente, la statistica non è un opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all’altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell’intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l’OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un’estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un’immagine dell’ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo “Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa”). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell’Istat, quando afferma, nell’intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine»

    3. Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell’intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

    4. Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l’arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell’indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l’affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull’applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

    5. Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell’intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

    6. Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all’interno del progetto “SAFE”. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell’indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiae, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l’alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l’Università di Zurigo per la Svizzera.

    7. Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi… La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE”, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l’obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico. Un lavoro – svolto in partnership con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana – la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza; un lavoro di tale rilievo per la Chiesa da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”.

    Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell’operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità di rendere accessibili tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, di giustizia per tutte le vittime e di reale ed efficace prevenzione.

    Roma, 30/6/2022

    https://italychurchtoo.it/2022/06/comunicato-stampa-presidente-zuppi-a-questo-report-manchera-proprio-la-serieta/

  • Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    C’era anche il bresciano Michelangelo Ventura a Roma alla presentazione della lettera inviata alla Cei in occasione della sua 76esima assemblea generale sul tema degli abusi nella chiesa. L’evento è stato organizzato lo scorso 27 maggio all’associazione “Stampa estera” dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella chiesa cattolica” (ItalyChurchToo). Fondato il 15 febbraio 2022, il Coordinamento ha visto l’adesione di decine di realtà, laiche e cattoliche, in primis “Rete l’abuso”, l’associazione italiana delle vittime di preti pedofili che, dal 27 maggio, ha ricevuto centinaia di segnalazioni di molestie e abusi.

    Ventura fa parte del Coordinamento, oltre che di “Noi siamo chiesa”, e da questa esperienza nella Capitale ha portato nella nostra città “il messaggio che anche qui c’è bisogno di verità sugli abusi all’interno della chiesa, per fare giustizia e risarcire le vittime, persone che, quando riescono ad esternare la loro sofferenza, si definiscono “sopravvissute”. Risarcire sia sul piano giuridico morale sia su quello economico, per far fronte alle spese processuali e di cura”.

    Le vittime, anche nel Bresciano “ci sono sicuramente, ma è difficilissimo raggiungerle”, continua Ventura, segnalando che sul sito www.retelabuso.org sono indicati alcuni episodi e, nel 2016, fu stilata una “mappa” delle diocesi dove sono stati attestati casi di abuso da parte di preti. Tra queste vi era anche Brescia, con tre casi dettagliati, due in città e uno in provincia.

    Del resto qualche mese fa padre Hans Zollner, teologo e psicologo parte della commissione pontificia cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella chiesa, ha dichiarato: “Abbiamo dei criminali fra noi perché ormai il fenomeno è chiaro, cioè che nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore”.

    “Quindi – aggiunge ancora Michelangelo Ventura – anche nella nostra realtà bresciana siamo propensi ad immaginare che il fenomeno sia da sempre esistito e purtroppo sottaciuto: se lo sostiene un prelato interno alla chiesa vuol dire che il tema è molto concreto”.

    A Roma il flashmob è stato molto d’impatto: alcuni attivisti, nelle vicinanze della Nunziatura apostolica, hanno esposto cartelli con foto di uomini e donne con biancheria intima macchiata di sangue, ispirati da una protesta organizzata in aprile in Estonia, per attirare l’attenzione sulle presunte violenze dei russi contro le donne in Ucraina.

    Ma ogni azione di “ItalyChurchToo” non vuole essere un attacco alla chiesa, anzi, ribadisce Ventura: “Vogliamo liberare la nostra chiesa da questo peso, aiutarla ad essere una chiesa con la piena fiducia e partecipazione dei suoi fedeli; per questo chiediamo una commissione di inchiesta indipendente: aspiriamo ad una chiesa altra, trasparente. Ci sono tanti sacerdoti che si spendono sul territorio, c’è una chiesa viva e degna di liberazione. Il vero ente che dovrebbe indagare è lo Stato italiano e la chiesa dare la sua piena collaborazione, come chiesto anche dall’Onu in più occasioni. Questo aiuterebbe la chiesa ad essere davvero libera, evangelica”.

    I.Pan.

    (trascrizione da BRESCIAOGGI, 1 giugno 2022)

  • La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    Di  – SAVONA, 19 mag. (Reuters) – Francesco Zanardi ha passato gli ultimi 12 anni a documentare abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici in Italia, colmando un vuoto che secondo lui è causato dal rifiuto della Chiesa del Paese finora di avviare un’indagine importante .

    Quando i vescovi italiani si incontreranno la prossima settimana per eleggere un nuovo presidente, Zanardi spera di vedere l’inizio di una resa dei conti attesa da tempo per la Chiesa, i cui leader discuteranno se commissionare un’indagine indipendente sugli abusi simili a quelli condotti in Francia e Germania. leggi di più

    Dal suo appartamento nel centro di Savona, nel nord Italia, Zanardi, 51 anni, gestisce Rete l’Abuso, che possiede uno dei più grandi archivi digitali sugli abusi sessuali d’ufficio nel Paese.

    Trascorre gran parte del suo tempo a cercare documenti giudiziari, rintracciare dove si trovano i sospetti abusatori, parlare con avvocati che lo aiutano con i casi e controllare i suggerimenti delle vittime.

    “Il filo conduttore che ho trovato tra le vittime è che non vogliono che succeda ad altri perché solo una vittima sa cosa ti fa dentro, anche se fuori sorride e sembra normale”, ha detto Zanardi.

    A febbraio, Zanardi e altri otto gruppi hanno formato un consorzio chiamato “Oltre il grande silenzio” e hanno lanciato l’hashtag #ItalyChurchToo per fare pressione sulla Chiesa italiana affinché accettasse un’indagine imparziale.

    La scelta del suo prossimo presidente per un mandato di cinque anni è cruciale perché i vescovi sono divisi sul fatto che un’eventuale indagine su vasta scala debba essere interna, utilizzando risorse esistenti come i comitati diocesani contro gli abusi, o da un gruppo esterno, potenzialmente composto da accademici , avvocati ed esperti di abusi.

    Sono anche divisi sul fatto che debba essere limitato al recente passato o tornare indietro di decenni.

    Un portavoce della Conferenza episcopale italiana ha detto che discuteranno su come procedere quando si incontreranno.

    La crisi mondiale degli abusi sessuali ha causato alla Chiesa cattolica romana un danno enorme alla sua credibilità ed è costata centinaia di milioni di dollari in insediamenti, con alcune diocesi che hanno dichiarato bancarotta.

    La Chiesa italiana, come gruppo, non ha emesso scuse formali e radicali per gli abusi, sebbene i singoli vescovi lo abbiano fatto.

    GIOVANI IN DIFFICOLTÀ

    I gruppi di vittime affermano che per decenni la Chiesa italiana ha affrontato abusi come la maggior parte delle altre Chiese nazionali, trasportando preti predatori da una parrocchia all’altra, riponendo fiducia in una terapia psicologica di dubbi effetti, screditando la vittima e usando il suo potere con le autorità civili per mettere a tacere le cose.

    In un caso, circa 20 anni fa, un vescovo inviò al Vaticano una lettera e un dossier su Nello Giraudo, allora sacerdote accusato di aver molestato adolescenti in un campo e in una casa per minori in difficoltà. Lui e il suo avvocato hanno negato tutte le accuse contro di lui.

    Nella lettera, vista dalla Reuters insieme ad altra corrispondenza e atti processuali, il vescovo ha detto che cercherà “per quanto possibile” di assicurarsi che il sacerdote non abbia più contatti con bambini e adolescenti.

    Ma circa due mesi dopo, il vescovo nominò Giraudo a dirigere una parrocchia in un’altra zona. Gli furono affidati i compiti di celebrare la Messa, visitare i malati, visitare le famiglie e insegnare la religione agli adulti. Ma la lettera di incarico non menzionava il fatto di stare lontano dai bambini.

    Una nota interna diocesana scritta più o meno nello stesso periodo diceva che c’erano sospetti che Giraudo risalisse a più di due decenni fa.

    Il sacerdote è stato sottoposto a terapia psicologica. Un’altra lettera rivelava di aver confidato le sue “tendenze pedofile” a un confratello. Nonostante tutti gli avvertimenti non è stato svincolato.

    Ha lasciato il sacerdozio nel 2010 e nel 2012 un tribunale lo ha condannato a un anno con la sospensione della pena in un patteggiamento per l’accusa di aver molestato un ragazzo di 17 anni in un campo nel 2005.

    Giraudo ha rifiutato di parlare con un giornalista della Reuters che si è avvicinato a lui fuori dalla sua casa di Savona per discutere le accuse contro di lui.

    Zanardi ha detto di essere stato abusato da Giraudo quando aveva 12 anni e in seguito è caduto in anni di depressione e abuso di droghe.

    MIGLIORI INTENZIONI

    Vittime come Zanardi affermano che ci sono centinaia di casi in cui le autorità della Chiesa non sono intervenute, hanno insabbiato o hanno agito troppo tardi per impedire che gli abusi si ripetessero.

    Dicono che un’indagine completa sarebbe un atto di purificazione per la Chiesa in Italia, che storicamente ha avuto un grande potere sulla vita ed è stata considerata intoccabile.

    Padre Hans Zollner, tedesco che dirige il dipartimento di tutela e prevenzione degli abusi sessuali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, da anni sollecita la Chiesa italiana ad accettare un rapporto indipendente.

    “Possiamo avere le migliori intenzioni, ma finché lo facciamo internamente nessuno ci crederà”, ha detto Zollner.

    I fautori di un’indagine interna affermano che la Chiesa ha le risorse, rilevando che circa il 62% delle 226 diocesi italiane ha istituito “centri di ascolto” dove le vittime e altri possono registrare denunce di abusi, passati o presenti.

    I vescovi, riuniti per cinque giorni a porte chiuse in un albergo fuori Roma, voteranno tre candidati alla presidenza della conferenza e li proporranno a papa Francesco di sceglierne uno tra di loro.

    Francesco ha espresso vergogna per l’incapacità della Chiesa cattolica mondiale di affrontare casi di abusi sessuali e ha affermato che deve rendersi una “casa sicura per tutti”.

    Il mese scorso, ha chiesto un audit annuale per valutare come le Chiese cattoliche nazionali stessero attuando misure per proteggere i bambini dagli abusi sessuali del clero.

    Nel 2019 Francesco ha emesso una direttiva papale che ordina a ciascuna diocesi del mondo di istituire “sistemi pubblici, stabili e facilmente accessibili per la presentazione” delle denunce di abusi sessuali.

    Alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno stabilito procedure anche prima della direttiva, ma altri sono stati lenti a conformarsi.

    Zanardi dice che non gli importa chi viene eletto presidente della conferenza episcopale “purché faccia un minimo di quanto fatto all’estero”.

    https://www.reuters.com/world/europe/italys-catholic-church-crossroads-over-sexual-abuse-investigation-2022-05-19/

  • Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Città del Vaticano, 18 mag. (askanews) – La Conferenza episcopale italiana deciderà il proprio presidente, nel corso dell’assemblea generale in programma a Roma da lunedì a venerdì prossimi, 23-27 maggio, che succederà al cardinale Gualtiero Bassetti e dovrà affrontare, quale primo impegno, la questione di un’indagine storica sugli abusi sessuali su minori avvenuti nella Chiesa italiana.

    A restringere il novero dei candidati più probabili è stato papa Francesco, che in un recente colloquio con il Corriere della sera, ha affermato: ‘Adesso la prossima assemblea dovrà scegliere il nuovo presidente della Cei, io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire: voglio lavorare con questa persona’.

    Sono solo cinque, attualmente, i cardinali italiani con meno di 75 anni: l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori (75 anni), l’arcivescovo de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi (73 anni), il vicario per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis (68 anni), l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (66 anni), e l’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Paolo Lojudice (57 anni).

    Questi ultimi due, in particolare, entrambi ex vescovi ausiliari di Roma, entrambi ‘preti di strada’, molto impegnato nella pastorale con rom e migranti Lojudice, un passato nella comunità di Sant’Egidio e una spiccata sensibilità per i temi della pace, dell’ecumenismo e della giustizia sociale Zuppi, sembrano particolarmente in sintonia con Bergoglio, oltre ad aver dato buona prova di governo nelle loro diocesi.

    Qualità particolarmente indicate per quel ‘rinnovamento della Chiesa italiana’ che, auspicato già da tempo da Francesco, il cardinal Bassetti, evidentemente, non ha realizzato.

    ‘Spesso ho trovato una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliare’, ha detto Bergoglio sempre nell’intervista al Corriere. ‘In continenti come l’America latina e l’Africa è stato più facile. In Italia forse è più difficile. Ma ci sono bravi preti, bravi parroci, brave suore, bravi laici. Per esempio una delle cose che tento di fare per rinnovare la Chiesa italiana è non cambiare troppo i vescovi. Il cardinale Gantin diceva che il vescovo è lo sposo della Chiesa, ogni vescovo è lo sposo della Chiesa per tutta la vita. Quando c’è l’abitudine, è bene. Per questo cerco di nominare i preti, come è accaduto a Genova, a Torino, in Calabria. Credo che questo sia il rinnovamento della Chiesa italiana’.

    L’indicazione del papa, peraltro, corregge, almeno parzialmente, la dinamica, avviata dallo stesso Bergoglio, di responsabilizzare i vescovi italiani. Tradizionalmente, infatti, quella italiana era l’unica conferenza episcopale nazionale che non eleggeva il proprio presidente, come avviene in tutti gli altri paesi, perché era il papa, che è anche primate d’Italia, che lo sceglieva. Anni fa Jorge Mario Bergoglio ha chiesto all’episcopato italiano di eleggersi il presidente, ma i vescovi hanno fatto resistenza, e alla fine è stato sancito un compromesso: l’assemblea dei vescovi elegge una terna – ciò che dovrebbe avvenire all’inizio della prossima settimana – e tra i tre nomi prescelti il papa sceglie, liberamente, il presidente.

    Così è avvenuta, cinque anni fa, l’elezione del cardinale Gualtiero Bassetti, verso il quale già nel febbraio 2014 Francesco aveva mostrato una predilizione elevandolo, lui pastore di diocesi secondaria, a dignità cardinalizia: eletto dall’assemblea dei vescovi in una terna, assieme a Franco Giulio Brambilla e al cardinale Francesco Montenegro, fu nominato dal pontefice presidente della Cei il 24 maggio 2017.

    Scelta che rispecchiava un iniziale sintonia tra il vescovo di Roma e l’arcivescovo di Perugia e Città della Pieve. L’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires al Conclave del 2013, di certo, fu percepito da molti vescovi italiani come unadoccia fredda. Per errore, subito corretto, la Cei, peraltro, aveva diramato, pochi minuti dopo la fumata bianca, un messaggio di congratulazioni per l’elezione al soglio pontificio di… Angelo Scola, allora arcivescovo di Milano, un radicato passato in Comunione e liberazione, e candidato ideale di diversi porporati conservatori. L’incontro decennale dei vescovi a Firenze, nel 2015, quando presidente della Cei era ancora il cardinale arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ufficializzò una notevole distonia tra il pontefice argentino e l’episcopato italiano: ‘Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro’, tuonò a Firenze Bergoglio. Su quello sfondo, l’arrivo di Bassetti alla guida della Cei, due anni dopo, si immaginava segnasse una correzione di rotta verso una maggiore sintonia col papa. Cosa effettivamente avvenuta – se si pensa, in particolare, alla distanza dai toni battaglieri dell’era del cardinale Camillo Ruini sui cosiddetti ‘valori non negoziabili’ – ma solo parzialmente.

    Nel corso degli anni, infatti, il rapporto tra Bergoglio e Bassetti si è raffreddato, e non per motivi personali. Più volte, proprio facendo riferimento all’incontro di Firenze, il papa ha lamentato la mancanza di reazioni dell’episcopato italiano alle proprie indicazioni, in particolare a quelle esposte nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il pontefice ha dovuto insistere ripetutamente, privatamente e pubblicamente, perché finalmente la Cei decidesse, come le Chiese di altri paesi, di lanciare un percorso sinodale nazionale.

    Quando è arrivata la pandemia, poi, i toni aspri adottati dalla Conferenza episcopale italiana nei confronti del governo Conte in merito alle restrizioni sanitarie sono state pubblicamente sconfessate dal papa, preoccupato sì di tenere le chiese aprte, ma d’accordo a limitare la partecipazione alle funzioni religiose, e soprattutto attento a non guastare la collaborazione tra Chiesa e Stato.

    L’ultimo incidente è avvenuto nuovamente a Firenze: lungamente preparato, lo scorso febbraio la Cei ha organizzato, insieme al comune di Firenze, un incontro sul Mediterraneo nel nome di Giorgio La Pira. Il papa avrebbe dovuto partecipare, ma ha annullato pochi giorni prima: un male al ginocchio, ha spiegato la sala stampa vaticana. Ma, a quanto si è appreso, c’era anche dell’altro. In particolare, la presenza di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno all’epoca degli accordi con la Libia, criticata anche all’interno della stessa curia fiorentina, avrebbe indotto il pontefice non solo a dare forfait ma a non citare neppure, durante i saluti all’Angelus di quella domenica, il convengo di Firenze. Un’assenza vissuta in Cei come uno schiaffo in faccia.

    Ora il prossimo presidente della Cei dovrà ‘fare un bel cambiamento’, nelle parole di papa Francesco. A partire dalla questione degli abusi sui minori. I vescovi ‘intendono promuovere una migliore conoscenza del fenomeno per valutare e rendere più efficaci le misure di protezione e prevenzione’, recitava il comunicato dell’ultimo consiglio permanente, a marzo, nel quale, peraltro, la Cei rivendicava i servizi diocesani per la tutela dei minori e i 140 centri d’ascolto già costituiti.

    Negli anni passati gli episcopati di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, da ultimo Portogallo, Svizzera e Spagna) hanno commssionato inchieste indipendenti, altrattanto hanno fatto singole diocesi, come Monaco di Baviera, e in altri paesi sono stati i governi (Irlanda, Australia) a svolgerne, per indagare sugli abusi sessuali su minori avvenuti negli ultimi decenni nella Chiesa. Ipotesi che, però, all’interno della Conferenza episcopale italiana trova alcuni a favore, altri contrari. ‘La giustizia non è giustizialismo’, ha avuto a dire il cardinale Bassetti, ‘e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri’. Ma ‘la gente, come abbiamo visto in tante parti del mondo, non si fida più della giustizia all’interno della Chiesa, non accetta più numeri che sono stati rivisti e ricavati da processi o persone controllate dalla Chiesa perché vogliono sapere da fonti indipendenti e ogettive quello che viene fuori e quindi in questo senso prima o poi questa esigenza arriverà’, ha detto da parte sua padre Hans Zollner, gesuita e psicologo, grande esperto vaticano della materia: ‘O la Chiesa decide di farlo per conto suo e ordinare a persone indipendenti come successo in Germania, in Francia, come adesso anche la Conferenza episcopale portoghese sta facendo oppure a un certo punto sarà costretta perchè lo Stato, o chi per lo Stato, adirà a sè questo tipo di processi’.

    Il nodo sarà capire se un’indagine verrà avviata o meno, chi sarà a svolgerla (se un’istanza terza e indipendente o la stessa Conferenza episcopale) e quale sarà l’oggetto di studio (se i soli abusi avvenuti nell’ambito della Chiesa o la pedofilia nella società più ampia). L’ormai ex segretario della Cei, mons. Stefano Russo, da poco nominato dal papa vescovo di Civitavecchia, ha partecipato all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile che si è svolto a inizio maggio alla presenza della ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

    Negli ultimi mesi, intanto, è nato un Coordinamento italiano contro gli abusi nella chiesa cattolica, con hastag #ItalyChurchToo, che sta monitorando, in accordo con l’associazione Rete l’abuso, i casi noti in Italia, e fa pressione sulla Cei in vista dell’assemblea della prossima settimana. L’associazione chiederà, in una lettera ai vescovi pubblicata lunedì prossimo, ‘precise misure necessarie e improrogabili nell’ambito della lotta agli abusi nella Chiesa cattolica, che allineino l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e dissolvano i dubbi relativi alle reticenze e alle resistenze dell’episcopato italiano riguardo all’emersione della reale portata del fenomeno in Italia’. Per il prossimo presidente, chinunque egli sarà, sarà il primo banco di prova.

    https://www.askanews.it/esteri/2022/05/18/cei-zuppi-e-lojudice-favoriti-dopo-bassetti-pedofilia-primo-test-pn_20220518_00176/

  • Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    Ogni abuso sessuale nella Chiesa è preceduto da un abuso di potere e da un abuso spirituale e di coscienza

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web – Paula Merelo, laica, insegnante di scuola secondaria e membro dell’Equipe Pedagogica Provinciale dei Clarettiani, ha appena scritto un libro che sta facendo colpo. “Adulti violati nella Chiesa” si riferisce a un tipo di abuso di cui si parla poco: quelli in cui una persona della Chiesa, di solito un chierico, ma non sempre, abusa di un’altra persona maggiorenne usando la sua posizione di potere e la sua spiritualità ascendente. Raramente vengono denunciate e raramente le vittime vengono ascoltate e credute . 

    Di cosa si parla quando si parla di adulti vulnerabili nella Chiesa? Chi sono le vittime? 

    Una vittima adulta è una persona maggiorenne, che aveva già almeno 18 anni quando si sono verificati gli eventi. Essendo relazioni tra adulti, si presume che ci sia consenso e, quindi, non vi sia abuso. Ma essere maggiorenne non implica il consenso. L’abuso si verifica perché c’è un’asimmetria nelle relazioni,come accade con un medico, un capo, l’insegnante o il terapeuta. Le relazioni asimmetriche non sono cattive di per sé, ma non siamo su un piano di parità, quindi chi è in una posizione di potere ha la responsabilità di prendersi cura dell’altro. All’interno della Chiesa non dovrebbero esserci casi di abuso, ma purtroppo capita molte volte, ad esempio, con il parroco, i superiori delle comunità religiose, i formatori, i catechisti e, cosa ancora più grave, con il direttore spirituale. Questa persona è usata per me come riferimento a Dio e come aiuto per il mio cammino spirituale e quella persona, che è responsabile del mantenimento della relazione di cura, se supera qualsiasi altra linea, sta abusando, a causa di quella situazione iniziale di disuguaglianza. Non si parla sempre di aggressività fisica, ma di una relazione in cui,

    Parlo nel titolo di “adulti vulnerabili” in risposta al Codice di Diritto Canonico che fa riferimento agli “adulti vulnerabili” come persone che soffrono di problemi fisici o psichici che li equiparano ai minori e solo in questi casi vengono riconosciuti abusi.  Non possiamo pensare che gli abusi avvengano perché la vittima ha una caratteristica che facilita o incoraggia l’aggressione. In effetti, siamo tutti adulti vulnerabili. L’aggressione si verifica perché c’è un aggressore che prende la decisione di attaccare. Quindi c’è un adulto vulnerabile.

    In questi casi c’è sempre un abuso di coscienza, spirituale, di potere. Tutti gli abusi sessuali sono preceduti da questi altri abusi. Ecco perché, per me, l’attuale Commissione d’inchiesta sulla Chiesa è insufficiente, perché si concentrerà solo sui minori e sugli abusi sessuali. Purtroppo, nonostante si parli poco di questi casi, l’abuso di adulti è molto più frequente di quello di minori. Ci sono autori che suggeriscono che i casi di abuso su adulti quando le vittime sono uomini sono doppi, mentre possono essere fino a quattro volte più frequenti quando le vittime sono donne.

    La prima cosa che sorprende è sapere che molti degli abusatori sono di riconosciuto prestigio come compagni spirituali…

    A volte sono persone molto prestigiose, non solo come compagni spirituali, ma anche come relatori, insegnanti, persone carismatiche, con grandi capacità sociali. E di solito si aggiunge un certo narcisismo. Ciò rende più facile che l’asimmetria diventi più acuta e, maggiore è l’asimmetria, maggiore è il rischio che possa essere abusato. Ci sono caratteristiche che si ripetono nella figura dell’aggressore: il loro prestigio sociale, che dà loro grande sicurezza e rafforza il loro orgoglio, la loro arroganza. E c’è il narcisismo, che è la centralità del sé. Gli altri cessano di essere fine a se stessi e diventano un mezzo per soddisfare i propri desideri e bisogni, in un processo che si sviluppa lentamente.

    Come funziona quel meccanismo di abuso?

    Generalmente si inizia con un processo di corteggiamento o, come è noto nel mondo anglosassone, di “grooming”, per generare, a poco a poco, un rapporto di dipendenza, che sarà favorito se la persona sta attraversando un brutto momento o un momento particolarmente delicato. L’abusante si presenta come l’unico compagno in quel momento delicato, l’unico che la comprende, e si genera una grande dipendenza affettiva. La vittima vive innanzitutto nello smarrimento, in un groviglio emotivo, nella mescolanza di quell’accompagnamento spirituale con il rapporto sessuale in cui è coinvolto anche Dio ed è difficile per lui riconoscere che qualcuno di cui si fida e da cui si aspetta solo cure può essere danneggiandola L’aggressore spesso la incolpa, “guarda cosa mi hai fatto fare”, e si sente in colpa di fronte a quella persona di riferimento. Inoltre, la paura gioca molte volte,La smentita finale della vittima, il “non voglio questo”, non è immediata, è difficile uscire da quella realtà di dipendenza, segretezza e colpa.

    Quanti casi vengono segnalati e perché molti non vengono segnalati?

    Non è noto quanti casi siano segnalati. Non ci sono quasi dati di prevalenza nei casi di abuso, per questo ho fatto un sondaggio con i miei mezzi e alla fine ho ottenuto 300 risposte. Tra i risultati, la prima cosa che spicca è che il tredici per cento ha dichiarato di essere a conoscenza di casi di abuso di adulti nella Chiesa. Di questi casi, le vittime erano per lo più donne e gli autori, principalmente religiosi. Questi dati vengono a rafforzare altri studi che parlano del fatto che, mentre nei casi di abusi sui minori le vittime sono per lo più bambini, tra gli adulti le vittime sono fondamentalmente donne. Si ritiene generalmente che il 90% degli abusi sessuali nella società non venga denunciato, a causa del tabù sessuale e della vergogna che comporta per le vittime.Nella Chiesa si aggiunge un altro fattore, ovvero che quando le vittime vengono a denunciare, in genere, sono state ignorate o nuovamente vittimizzate, assumendo il consenso: «voi siete adulti, sapevate quello che stavate facendo». Cioè se riesci ad ascoltarlo. C’è anche una grande mancanza di conoscenza del diritto canonico tra le persone che dovrebbero occuparsi di questi casi. E inoltre, l’interpretazione della legge è stata favorevole all’autore e all’ente. Il “la verità ti renderà libero” non ha preso piede, pensano di difendere l’istituzione contro una persona che ha già vissuto l’inferno; Ci sono state persone che si sono suicidate per questo problema.

    Nei pochi casi in cui la persona ha trovato la forza di recarsi presso un vescovato o dal Superiore responsabile di una congregazione, trova che il corporativismo è spaventoso e non viene ascoltato. Questo è vittimizzante, straziante. Se ciò viene segnalato, non sono sorpreso che le vittime non vengano a denunciare. Cosa stiamo facendo con queste persone? Le vittime si rivolgono ai media perché non sappiamo come accoglierle e ascoltarle a casa, anche nel caso dei minori. E mi tolgo il cappello perché molte delle vittime continuano a sentirsi parte della Chiesa. Ma tutti abbiamo una responsabilità nei loro confronti. C’è chi guarda dall’altra parte, chi raccomanda il silenzio, chi rimprovera “già sapevi, eri più grande”. Ma tutti abbiamo la responsabilità di ascoltare, accogliere e non ferire.

    Perché non si crede alle vittime ? 

    Ci sono quelli per i quali questo è troppo grande, è difficile guardare in faccia tanta sofferenza, è più facile negarlo. In un ambiente clericale, inoltre, si tende a credere al prete: come sarà questo, che è un prete così buono, che predica così bene… Molte persone sono arrabbiate con lui, è così atroce che si tirano fuori le palle, si pensa che sia qualcosa del passato, o si ricorre all’argomento che fuori dalla Chiesa accade di più. C’è anche quella di salvaguardare l’immagine della Chiesa. Ma, come dice Francesco, preferisco una Chiesa ferita e macchiata andando incontro a una Chiesa immacolata, senza macchiarsi e senza rispondere alle realtà del mondo. Non c’è macchia più grande che proteggere coloro che commettono questi atti atroci. La risposta della Chiesa dovrebbe essere coraggiosa e riconoscere ciò che c’è. Credo che quanto si sta facendo in merito agli abusi (protocolli,Ma ciò che non può accadere in alcun modo è il trattamento attuale delle vittime per la sofferenza che provoca e perché la cultura dell’occultamento favorisce e alimenta il ripetersi di questi eventi . Spesso l’imputato viene separato o allontanato per un certo tempo, ma non si prendono misure drastiche e nascondendo i fatti si favorisce la loro ripetizione.

    Affermi che il nome degli aggressori deve essere pubblicato, cosa che oggi non si fa…

    Non si tratta di aprire il telegiornale con il nome di un aggressore, ma di farlo conoscere nelle congregazioni e nell’ambiente in cui si sono verificati i fatti. È una forma di giustizia con la vittima, è convalidare la sua testimonianza, da un lato, ed è anche un modo per proteggerci: questa persona può essere un insegnante meraviglioso, ma devi proteggerti da lui e hai conoscere nell’ambiente in cui si muove. C’è chi parla di seconde possibilità e di misericordia, ma la misericordia non va confusa con la giustizia. Quando qualcuno ruba, c’è un processo e lui va in prigione e sconta la pena. Quindi, se si è pentito, preoccupiamoci che possa riavere la sua vita. IlIl percorso con gli aggressori non può essere avviato senza che questi riconoscano pienamente quanto accaduto e la loro responsabilità. Bisogna riconoscere la gravità e la profondità delle sofferenze provocate e da lì, se ciò accade, si potrebbe pensare anche di accompagnare gli aggressori.Il nome degli aggressori deve essere noto per giustizia e per precauzione. Ed è responsabilità delle istituzioni farlo, non gettare quel peso sulle vittime. Ci sono vittime che, dopo la loro denuncia pubblica, hanno subito ricadute nei loro processi. Quindi non è giusto che, oltre a tutto quello che hanno vissuto, debbano essere loro stessi costretti a esporsi per rendere pubblico il nome degli aggressori. In altri paesi ci sono elenchi pubblici di sacerdoti e persone su cui sono state accertate denunce – la stragrande maggioranza lo sono – e si dice cosa sia successo a quella persona e dove si trovi. Ci sono carceri ecclesiali, luoghi remoti, lontani dalla vita pastorale pubblica. In Spagna non è così. Nel caso della vittima di cui presento la testimonianza nel libro, la congregazione dell’abusante non vuole presentare pubblicamente il suo nome,

    Ma, dici, dobbiamo nascondere il nome della vittima…

    La vittima ne ha abbastanza di quanto accaduto, non dovrebbe vergognarsi, ma spesso il peso del tabù e del pregiudizio sociale ricade su di lei, oltre al proprio senso di colpa e vergogna per quanto accaduto. E inoltre, con i nostri commenti attacchiamo facilmente qualcuno che sta già vivendo atroci sofferenze, dalle quali ciascuno guarisce come meglio può. Inoltre c’è un maschilismo ambientale e le vittime sono per lo più donne. Vorrei che potessimo creare degli spazi nella Chiesa dove le vittime potessero parlare senza paura, perché ci sensibilizzerebbero, ci insegnerebbero e ci avvicinassero a quel Gesù che è sempre stato con le vittime. Per questo affermo che le vittime stanno aiutando la Chiesa.Vogliono aiutare la Chiesa anche se a volte sono trattati come demoni che vogliono danneggiare l’immagine della Chiesa e aggredirla. E ci aiuterebbero molto di più se li ascoltassimo davvero, con il cuore.

    Dobbiamo guardare alla cultura interna della Chiesa come causa di questo maltrattamento della vittima dopo gli eventi?

    Sì, fondamentalmente al clericalismo e all’occultamento. Lo stesso papa Francesco attacca il clericalismo: i ministri sono scelti da Dio, e fanno parte non di un circolo di servi, come dovrebbero essere, ma di un circolo di eletti, che si proteggono e si esaltano a vicenda. Ci sono anche molti laici dipendenti che si aspettano riconoscimento e guida dal clero come se fosse chiaramente la parola di Dio. E c’è una tendenza a proteggersi a vicenda, che sono -come capiscono- le persone importanti nella Chiesa, che li porta a coprire questi casi di abusi, a spazzare via. Forse non si rendono conto che in questo modo stanno danneggiando tutti quegli altri sacerdoti, la stragrande maggioranza, che sono brave persone.

    Se un vescovo o un superiore nasconde l’accaduto e protegge l’aggressore, sta trasmettendo alla popolazione il messaggio che tale comportamento è normale o, quantomeno, tollerato e, quindi, resta il sospetto che possa continuare a verificarsi.

    Come racconta una vittima, il superiore permette che quella persona che mi ha aggredito con le mani e mi ha ferito nel profondo, continui a consacrare con quelle stesse mani. Quando non c’è stato alcun riconoscimento dei fatti, è abbastanza grave rimuoverli dal ministero pastorale. Tuttavia, nascondendolo, si perpetua all’interno della Chiesa una struttura di male, una struttura di peccato che genera e permette che questo peccato si perpetui. Lo stesso Hans Zollner, sj, afferma che, in molte occasioni, il peccato è strutturale perché si trova nelle strutture e nei processi stessi. E questo è molto più grave e più difficile che combattere un singolo peccatore. Ecco perché abbiamo tutti una responsabilità nel trattamento che diamo alla questione e nell’attenzione alle vittime.

    Nel libro critichi l’approccio alla materia che si fa nel diritto canonico per essere centrato sull’aggressore…

    Il Codice di diritto canonico non è preparato ad affrontare questi casi, nonostante alcuni progressi. I processi sono molto oscuri. E come è possibile che le denunce siano mediate dalla stessa istituzione dell’aggressore? Si va dall’Ispettore a denunciare ea volte si decide che l’istruttore del caso è un compagno di comunità dell’aggressore. Che neutralità è? La vittima non è nemmeno parte del processo,riceve informazioni solo su sua insistenza e, se è fortunata, la buona volontà di qualcuno, ma il diritto canonico non la riconosce come parte processuale. Il processo canonico si concentra sugli aggressori e soprattutto sulla violazione delle norme all’interno del sacramento della riconciliazione, dove la Dottrina della Fede ha potere nei casi degli adulti. Sembra che ci sia più preoccupazione che il sacerdote salti le norme sacramentali, ad esempio dando l’assoluzione a un “amante”, perché è un delitto contro la sacralità dei sacramenti, ma la centralità della vittima, lesa nella sacralità, è non riconosciuto della sua persona.

    Ci sono stati dei miglioramenti nel Codice, ora è possibile perseguire i laici, i catechisti, le persone consacrate, ecc., e non solo i sacerdoti, e il concetto di adulto vulnerabile è stato ampliato, ma è ancora insufficiente. Il Codice di Diritto Canonico dovrebbe essere più chiaro e risonante nell’opzione preferenziale per le vittime, come è chiaro nel vangelo.

    Cosa manca nella Chiesa per un approccio sufficiente a questo terribile problema? 

    Si stanno compiendo dei passi, ma, come indica Zollner nella prefazione al mio libro, la Chiesa è come una grande nave che fa fatica a cambiare rotta, anche se quando cambia rotta colpisce molte persone. Quello che serve è che i tentativi di Francesco di cambiare le cose diventino davvero un cambiamento culturale all’interno della Chiesa. Dobbiamo continuare il cambiamento verso un Codice più chiaro, verso il riconoscimento e l’ascolto delle vittime;dobbiamo conoscere e ascoltare il loro dolore, e non farli sentire in colpa, cosa che li spinge fuori dalla Chiesa. Occorre che si sappia la verità di quanto accaduto, e per cercare di ripararlo – è un danno che forse non si rimargina mai del tutto – anche con un risarcimento. Le vittime non vengono a chiedere soldi, ma molte fanno terapie costose, altre hanno dovuto lasciare il lavoro, servono anche soldi. E i processi devono essere trasparenti. In breve, giustizia e riparazione.

    Dici che il libro è “analogicamente interattivo”…

    Alla fine del libro ho lasciato un link al sondaggio che ho utilizzato per ottenere i dati che offro nel libro, al quale invito i credenti che si sentono vicini alla Chiesa, come mi sento io stesso, a rispondere. Nel mio studio, ci sono il tredici per cento delle persone che affermano di essere a conoscenza di casi di abusi su adulti nella Chiesa. Sarebbe bello avere più dati su questa realtà dolorosa e messa a tacere. Più risposte, più peso possono avere i risultati. E voglio sottolineare il fatto che le risposte delle persone che conoscono i casi sono importanti quanto quelle che non hanno mai incontrato nessuno che abbia subito abusi. La domanda iniziale è “Conosci qualcuno che, da adulto, ha subito abusi sessuali all’interno della Chiesa?” ed è per questo che sia il sì che il no sono preziosi. Questo è il link:https://forms.gle/Laxyh3N3mR1gNxx47 .

    E c’è anche un indirizzo email, adultvulnerados@gmail.com , a cui puoi rivolgerti e che apro in esclusiva. La vittima la cui scioccante testimonianza è presentata nel libro non perde la speranza che appaiano altre vittime dello stesso abusatore, e questa è una possibilità di contatto indiretto con lei.

    By Lala Franco, Alandar, Espagna (Alandar.org). Traducido por Redazione Web

    https://alandar.org/portada-destacado/todo-abuso-sexual-en-la-iglesia-viene-precedido-de-un-abuso-de-poder-y-de-un-abuso-espiritual-y-de-conciencia-%EF%BF%BC/

  • “Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia”

    “Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia”

    Francesco Zanardi è come un fiume in piena. Forse deve esserlo per forza, visto il silenzio che lo circonda. In molte parti del mondo, il tema degli “abusi sessuali da parte del clero” domina la cronaca della Chiesa cattolica. Non così in Italia. Se non fosse per la Rete l’abuso, si potrebbe pensare che in Italia questi reati non esistano. “Rete L’Abuso” è il nome dell’associazione fondata da Zanardi una decina di anni fa con sede a Savona, in Liguria. È l’unica organizzazione nel Paese a rappresentare le vittime del clero.

    “C’è un silenzio assoluto su questo argomento in Italia”, dice Zanardi, 51 anni. È stato violentato per la prima volta da un prete all’età di undici anni, per un totale di quattro anni. Zanardi ha detto al telefono di aver avuto consapevolezza del suo trauma solo all’età di 40 anni. “Poi ho iniziato a prendermi cura di me stesso e a cercare giustizia”.

    Ha denunciato il suo carnefice, che gli aveva fatto violenza nel gruppo di giovani cattolici nella località balneare ligure di Spotorno e durante le trasferte al campeggio. Ma quando Zanardi ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica, i reati erano prescritti. “In quel momento ho capito che dovevo attivarmi e contribuire a garantire che cose del genere non si ripetessero più”.

    Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno documentato i casi di 360 sacerdoti

    La Rete l’abuso esiste dunque ormai da oltre dieci anni. Il successo dell’organizzazione è notevole. Tuttavia, l’elaborazione in Italia è ancora agli inizi.

    Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno finora documentato i casi di 360 sacerdoti che sono stati condannati per abusi o che sono stati oggetto di procedimenti penali negli ultimi 15 anni. Sul sito web dell’organizzazione sono elencati su una mappa dell’Italia alla voce “diocesi non sicure“. I contrassegni rossi stanno per gli autori condannati in via definitiva, gialli per procedimenti in corso o insabbiati. I luoghi in cui i molestatori sono stati trasferiti in Italia dall’estero sono contrassegnati in nero; il blu segna le 21 strutture della Chiesa di terapia per i preti perpetratori. La pratica del trasferimento dei colpevoli condannati e la speranza che la terapia possa porre fine alle loro tendenze pedofile hanno caratterizzato l’azione della Chiesa in Italia fino ad oggi.

    Zanardi spiega perché la questione viene affrontata con il disinteresse della stampa locale. Tra l’altro va aggiunto anche il groviglio di Chiesa, Stato e società in Italia, che è profondamente cattolica. Quando Francesco, a febbraio, è stato ospite di un talk show televisivo italiano, prima volta per un papa, il conduttore gli ha reso omaggio, ma non ha posto una sola domanda sulla più urgente di tutte le questioni ecclesiali, gli abusi. “I maggiori media italiani sono un porto sicuro per il Vaticano”, ha scritto il New York Times.

    Nessuna diocesi italiana ha ancora commissionato rapporti investigativi

    La Chiesa gode anche di alcuni privilegi giuridici. Ad esempio, con i Patti Lateranensi, che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, si è convenuto che la Procura della Repubblica informasse le diocesi delle indagini sui preti. “Quindi si devono presentare tutte le prove quando si denuncia, dice Zanardi, altrimenti viene tutto insabbiato.

    Nessuna diocesi italiana ha commissionato rapporti investigativi come quelli recentemente realizzati in Germania. I risultati sarebbero probabilmente drammatici: Zanardi presume che dal 1950 ci siano state fino a un milione di vittime di abusi. Questa stima si basa su un confronto: in Francia, secondo il rapporto di una commissione incaricata dalla stessa Chiesa, si contano 330.000 minori abusati, di cui 216.000 vittime di sacerdoti e 114.000 di laici. Mentre in Francia ci sono 21.000 sacerdoti, in Italia ce ne sono circa due volte e mezzo, con circa 52.000 sacerdoti.

    La vittima Zanardi chiede una commissione parlamentare d’inchiesta

    Secondo una ricerca, circa il 4 per cento di tutti i sacerdoti sono abusatori. “Si riflette in tutto il mondo, con una certa oscillazione, il fatto che negli ultimi 80 anni ci sono state denunce di abusi contro il 3-5% dei sacerdoti diocesani”, afferma padre Hans Zollner, gesuita nato a Ratisbona, a capo dell’Istituto di Antropologia presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma. Se si prendono come base le cifre della Francia e le si moltiplicano per un fattore pari a 2,5, si ottengono 825.000 vittime. “Un numero preoccupante”, dice Zanardi.

    Zanardi chiede l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta perché ha poche speranze nell’attività dei vescovi italiani. Nemmeno la metà di tutte le diocesi ha centri di ascolto per le vittime, che comprensibilmente diffidano del clero.

    Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha escluso rapporti investigativi come quelli di Germania, Francia o Stati Uniti. “Non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri”, ha detto.

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