Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    Il primo Report sugli abusi presentato dalla Conferenza episcopale italiana nasce gravemente compromesso e dimostra ancora una volta che la volontà di prendere le distanze dalla cultura dell’omertà e dell’insabbiamento non fa parte dell’agenda CEI.

    Esso si concentra più che altro sulle iniziative di formazione messe in atto, pretendendo di realizzare misure preventive senza verità e senza giustizia per le vittime. Il dato di 89 vittime nel periodo 2020-2021 solo nei Centri d’ascolto diocesani, più che illuminare un angolo buio, oscura la piena portata della verità: quante sono le vittime reali, se è lo stesso Report ad ammettere la scarsa interazione dei Servizi diocesani con le istituzioni civili?

    Esso nasce compromesso perché l’approccio stesso della CEI rivela che nulla è cambiato sotto il profilo della ricerca di verità e giustizia. A chiarirlo limpidamente ancora una volta è lo stesso presidente del Servizio tutela minori della Cei mons. Lorenzo Ghizzoni, non solo durante la Conferenza stampa di presentazione del Report alla presenza dei giornalisti, il 17 novembre, ma soprattutto due giorni dopo, a un convegno più “protetto” della Diocesi di Roma presso la Pontificia Università Lateranense, dal titolo “Dalla parte delle vittime”.

    Nel corso di questo convegno, infatti, mons. Ghizzoni

    • ha sparato a zero sulle commissioni indipendenti sul modello francese: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania»;

    • ha precisato che il caso di «un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti» (sic) non è grave quanto quello di un abusatore seriale»;

    • ha aggiunto che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni»;

    • ha ribadito che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa»;

    • ha ridicolizzato l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi».

      Se la ricerca di giustizia, giusti processi e giuste condanne è percepita dai vescovi italiani in tal modo, si accentua la sensazione di trovarsi di fronte a una mera operazione di facciata.

    I DATI

    • Le cifre fornite nascondono una voragine prospettica; gravi le carenze nella base dati, ridicolo l’arco temporale di due anni e ancor più gravi le assenze, spesso ingiustificabili, come quella di quasi un quarto delle diocesi totali, ben sessanta, che non hanno dato risposte sulla propria attività.

    • Completamente omesso è nel Report l’ambito degli abusi nei confronti donne adulte e religiose e delle vittime di derive settarie.

    • Non sorprende che dei già pochi 90 Centri d’ascolto esistenti (che coprono solo il 70% delle diocesi) solo 30 abbiano ricevuto segnalazioni di abusi: una dimostrazione del fatto – già contestato da #ItalyChurchToo – che questo organismo non presenta le caratteristiche di terzietà atte a mettere la vittima nelle condizioni di denunciare in modo agevole e sereno.

    • La base temporale presa in considerazione dal Report – 2020-2021 – è del tutto insufficiente: ci si aspettava già da ora almeno i dati relativi agli ultimi 20 anni in possesso del Dicastero per la Dottrina della Fede, promessi lo scorso maggio, ma si è appreso che solo ora la CEI starebbe mettendo a punto il relativo protocollo di collaborazione. Per contro si apprende – in modo del tutto fortuito e non previsto, solo grazie alla domanda di un giornalista – un dato rilevante non espresso nel Report, relativo al numero di 613 fascicoli depositati dalle diocesi in Vaticano in vent’anni.

    GLI ALIBI

    È apparsa vistosa, alla conferenza stampa, l’assenza del cardinale Zuppi: proprio lui, che si era impegnato personalmente, da neopresidente della CEI, all’attenzione alle vittime e a portare avanti un dialogo con esse: se tale dialogo è stato avviato ma poi è cessato perché venuta meno la sua dimensione puramente confidenziale, come puntualizzato da Ghizzoni, è lecito chiedersi quale fosse, nelle premesse, la sua valenza politica e il suo senso profondo.

    Si persiste con il non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili da parte della struttura ecclesiastica, rimandando tale compito solo alla vittima, dalla quale ci si premura di raccogliere una dichiarazione impegnativa nel caso di rinuncia: un atto di malcelata autoprotezione che, in definitiva, mette a repentaglio le vittime, fornendo al vescovo l’alibi di aver esortato la vittima a sporgere denuncia. Ma il documento potrebbe avere rilevanza probatoria ed essere utilizzata in sede processuale civile, penale e canonica a vantaggio del presunto abusante allo scopo di screditare la vittima che in seguito decida di rivolgersi alle autorità civili.

    Viene poi vantata la partecipazione della Chiesa italiana all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile afferente al Ministero della Famiglia – della cui attività in questi anni non si hanno notizie – in veste di osservatore permanente sul fenomeno degli abusi nella società, quando invece dovrebbe essere messa sotto osservazione da enti terzi. Il patto scellerato di connivenza c’è ed è funzionale a dissimulare le disuguaglianze, oggi più che in passato. La lotta deve convergere con il movimento per i diritti civili, l’affermazione della parità di genere e dei princìpi costituzionalmente garantiti almeno sulla carta.

    E LE VITTIME?

    In tutto questo, dove sono le vittime? Risibili sono le «numerose opzioni» di accompagnamento offerte loro: tra di esse spiccano, per frequenza (ma senza raggiungere nemmeno la metà dei casi), quelli che appaiono in realtà prerequisiti: informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica e incontri con il vescovo. Per i presunti autori degli abusi, «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico”, ma senza il necessario iter giuridico.

    Nel Report, poi, non si trova nemmeno una volta il termine “risarcimento”, passaggio doveroso nel percorso di riconoscimento delle responsabilità. Ma mons. Ghizzoni, al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre, ha ribadito che risarcire non spetta alla Chiesa, semmai ai responsabili degli abusi nel momento in cui vengono condannati dalla magistratura civile. Un atteggiamento opaco e pilatesco, con cui si rimanda allo Stato la presa in carico dell’aspetto finanziario.

    Dal raffronto con quanto hanno posto in essere le Conferenze episcopali di altri Paesi (Francia, Germania e molti altri, come ben noto), la posizione, l’approccio e la dignità della Chiesa italiana escono demoliti e privi di credibilità. L’atteggiamento della gerarchia è disarmante e per nulla evangelico! Non basta che la Chiesa si spenda sui grandi temi che in fondo non la pongono in contrasto puntuale con la realtà nazionale e costano poco in termini di autocritica e di lavoro per recuperare credibilità. Quale il clericalismo da combattere? Quale la giustizia da praticare ? Quali verità da conseguire?

    Con la schiena dritta #ItalyChurchToo rinnova le sue pressanti richieste. In particolare:

    • creazione di commissioni indipendenti ed esterne da parte dello Stato e della Chiesa;

    • totale messa a disposizione degli archivi diocesani e di ogni istituzione della Chiesa;

    • individuazione e allontanamento immediato di chi ha omesso e coperto

    • denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli

    • ampliamento alla Chiesa della richiesta del certificato antipedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote per tutti coloro (educatori, volontari, ecc.) che entrano in contatto con i minori anche, ovviamente, all’interno delle strutture ecclesiali.

    Così non si va da nessuna parte: non si può fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

  • Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Pedofilia nella Chiesa, 89 vittime in due anni. Pure con il lockdown!

    Novanta casi di abuso sessuale compiuto in una parrocchia, in un’aula di catechismo o in un seminario denunciati in due anni. È il dato che emerge dal primo rapporto sulla pedofilia nella Chiesa commissionato dalla Conferenza episcopale italiana, realizzato dall’Università cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e presentato ieri dal segretario generale dei vescovi, monsignor Giuseppe Baturi, e da monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei.

    SONO 89 GLI ABUSI segnalati ai centri di ascolto delle diocesi italiani nel biennio 2020-2021, perlopiù ai danni di minorenni: in 12 casi si tratta di bambine e bambini con meno di dieci anni, 28 hanno fra i dieci e i quattordici anni, 33 fra i quindici e i 18 anni, solo in 16 sono maggiorenni.

    È un dato elevato, ma decisamente sottostimato: i centri di ascolto sono novanta, mentre le diocesi in Italia sono 226; e nel periodo preso in esame si era in piena emergenza Covid, quindi per diversi mesi i centri sono rimasti chiusi o sono stati impossibili da raggiungere a causa del lockdown.

    Per quando riguarda la tipologia di abusi, il rapporto indica che vi sono stati «comportamenti e linguaggi inappropriati» in 24 casi, «toccamenti» (21), «molestie sessuali» (13), «rapporti sessuali» (9), «esibizione di pornografia» (4), «adescamento online» (3) e «atti di esibizionismo» (2).
    Gli abusatori sono in tutto 68, di cui 30 preti, 15 religiosi e 23 laici – che quindi sono un terzo del totale –, come insegnanti di religione cattolica, sagrestani, animatori dell’oratorio, catechisti e responsabili di associazioni ecclesiali, prevalentemente (il 60%) di un’età compresa fra i quaranta e i sessant’anni. I luoghi nei quali gli abusi e le violenze si sono consumate sono soprattutto parrocchie (33,3%), sedi di movimento e associazioni (21,4%), seminari, noviziati e case di formazione (11,9%), scuole cattoliche (6%).

    Cosa hanno fatto i vescovi dopo che i centri di ascolto hanno segnalato loro gli abusi? Hanno preso un provvedimento disciplinare canonico nei confronti dei preti abusatori e talvolta hanno trasmesso il caso al Dicastero vaticano per la dottrina della fede. E hanno proposto ai preti pedofili dei «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione», compresi l’inserimento in «comunità di accoglienza specializzata» e «accompagnamento psicoterapeutico».

    COME SI NOTA, la denuncia alla autorità civile da parte delle gerarchie ecclesiastiche non è contemplata. Quello dell’assenza dell’obbligo della denuncia penale resta una delle gravi lacune delle linee guida antipedofilia della Chiesa italiana, come più volte sottolineato dalle associazioni delle vittime, dal coordinamento anti-abusi «Italy Church too» e dai gruppi di base, come «Noi siamo Chiesa». L’onere della denuncia penale spetta solo alle vittime.

    COSA VIENE OFFERTO dai centri di ascolto alle vittime che denunciano l’abuso? Poco o nulla: soprattutto informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9% dei casi), incontri con il vescovo diocesano (24,6%), un percorso di sostegno psicoterapeutico (14%), un cammino di accompagnamento spirituale (12,3%). La voce indennizzi non è nemmeno contemplata. Eppure lo stesso rapporto spiega che in circa metà dei casi il trauma dell’abuso subito provoca nelle vittime delle conseguenze che perdurano a lungo nel tempo.

    Al di là dei numeri, il rapporto presenta numerose lacune. È vero che si tratta della prima indagine presentata dalla Chiesa italiana, ma nello stesso tempo assomiglia alla proverbiale montagna che partorisce un topolino. A differenza di altre Conferenze episcopali, a cominciare da quella francese per non allontanarsi troppo, che hanno condotto delle inchieste realmente indipendenti, su una grande e diversificata mole di dati e lungo un arco temporale di diversi decenni.

    LA CEI INVECE ha affidato l’analisi dei numeri all’Università Cattolica, sulla cui piena autonomia e indipendenza è più che lecito avanzare dubbi. Ha utilizzato unicamente i dati dei centri di ascolto attivati dalle diocesi, e nemmeno tutte, dove molte vittime non si recano volutamente a denunciare gli abusi subiti dai preti. Ha ristretto l’indagine al biennio 2020-2021. Mancano tutti i dati del Dicastero per la dottrina della fede, dove – è stato rivelato in conferenza stampa – sono aperti 613 fascicoli contro preti pedofili italiani, della magistratura e delle associazioni delle vittime.
    «Siamo appena all’inizio», ha detto monsignor Ghizzoni in conferenza stampa. Ma non pare decisamente un buon inizio.

    https://ilmanifesto.it/pedofilia-nella-chiesa-89-vittime-in-due-anni-pure-con-il-lockdown

  • Primo Report sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Primo Report sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Gli obiettivi e la metodologia della rilevazione
    L’obiettivo della rilevazione è quello di verificare, nel biennio 2020-2021, lo stato dell’arte in merito all’attivazione del Servizio Diocesano o Inter-diocesano per la tutela dei minori (SDTM/SITM), del Centro di ascolto e del Servizio Regionale per la tutela dei minori (SRTM) nelle Diocesi italiane. Il presente report intende offrire uno strumento conoscitivo alla Conferenza Episcopale Italiana per implementare le azioni di tutela dei minori e delle persone vulnerabili nelle Diocesi italiane. A tale scopo, la metodologia del lavoro ha previsto la definizione e la somministrazione online di tre strumenti di rilevazione, uno destinato ai referenti diocesani per analizzare la struttura e le attività del SDTM/SITM, il secondo destinato ai referenti delle Regioni ecclesiastiche, il terzo indirizzato ai referenti dei Centri di ascolto. I dati raccolti sono stati elaborati differenziando le diverse situazioni a livello territoriale e dimensionale.

    1. I Servizi Diocesani e Inter-diocesani per la tutela dei minori
    I Servizi sono presenti in tutte le 226 Diocesi italiane. Le elaborazioni effettuate fanno riferimento a 158 risposte su 166 Diocesi coinvolte: 8 Servizi sono infatti a carattere Inter-diocesano. La rappresentatività statistica del campione di indagine è pari al 73,4% (166 Diocesi sulle 226 totali in Italia e, ad oggi, sono in corso ulteriori accorpamenti).
    – La distribuzione geografica del campione evidenzia una relativa omogeneità nella presenza di Diocesi collocate nelle diverse aree del nostro Paese (seppure al Centro Italia corrisponda una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord). Dal punto di vista dimensionale, le Diocesi del campione sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250mila abitanti), seguite dalle Diocesi di grandi (oltre
    250mila) e piccole dimensioni (fino a 100mila).
    – Ad avere l’incarico di referente nella maggior parte dei casi è un sacerdote (51,3%), seguito da laico o laica (42,4%) e solo raramente un religioso o una religiosa (6,3%).
    – Le Diocesi di piccole dimensioni invece si distinguono in quanto a ricoprire il ruolo di referente, in oltre la metà dei casi, è un laico/a (56, 0%), mentre negli altri casi un sacerdote.
    – Il 77,2% delle Diocesi censite ha una équipe di esperti a sostegno del SDTM.
    – Le principali attività svolte dal SDTM consistono in incontri e corsi formativi.
    – Il numero di incontri formativi proposti nel biennio in esame (2020-2021) è cresciuto notevolmente, passando dai 272 incontri del 2020 ai 428 del 2021.
    – Il numero di partecipanti conferma il trend di crescita: da 7.706 nel 2020 a 12.211 nel 2021, con l’aumento più alto per gli operatori pastorali, passati da 3.268 a 5.760.
    – Le relazioni tra SDTM e altri organismi ecclesiali, quali Ordinari religiosi e Superiori di istituti femminili, risultano scarse: solo il 4,7% dichiara di aver promosso iniziative comuni.
    – Anche le iniziative o le collaborazioni con altri enti, associazioni, istituzioni non ecclesiali, risultano limitate (12,2%); solo nell’11,4% dei casi il SDTM partecipa a tavoli istituzionali civili.
    – Gli Uffici diocesani con i quali sono state avviate collaborazioni sono soprattutto l’Ufficio per la pastorale giovanile (53,3%), l’Ufficio per la pastorale familiare (47,4%), l’Ufficio scuola (35,6%).
    – La maggior parte delle Diocesi ha attivato un Centro di ascolto (70,8%), in particolare nelle Diocesi di grandi dimensioni (84,8%).
    – Le modalità con cui vengono pubblicizzate le attività del SDTM si avvalgono soprattutto del sito web (67,7%), in secondo luogo si utilizzano presentazioni o comunicazioni ordinarie alla stampa (42,4%).
    – I referenti dei SDTM sono stati chiamati a fornire un parere in merito ai punti di forza e di debolezza del sistema sinora costituito a livello diocesano. Tra i punti di forza vengono indicati in via prioritaria la sensibilità di educatori e catechisti nei confronti del tema degli abusi sui minori (il punteggio medio da 1 a 10 è 7,3) e la gestione delle relazioni con gli Uffici pastorali diocesani (7,1), con il Seminario diocesano (6,5) e con educatori e catechisti (6,4).
    – I punti negativi risultano invece: la capacità di gestire relazioni con Istituti e Congregazioni religiose (5,1), con le associazioni non ecclesiali (4,9), con gli enti locali (4,8); infine, il giudizio più negativo è riservato all’attività di comunicazione realizzata sui media locali (4,1) circa le iniziative proposte dai Servizi.

    2. I Centri di ascolto
    Sono stati rilevati dati relativi a 90 Centri di ascolto: di questi 21 attivati nel 2019 o prima, 30 nel 2020, 29 nel 2021 e 10 nel 2022. L’attivazione dei Centri di ascolto è strettamente correlata alla dimensione delle Diocesi, con 38 Centri costituiti in Diocesi di grandi dimensioni o Diocesi che si sono aggregate.
    – La sede del Centro di ascolto differisce dalla sede della Curia diocesana nel 74,4% dei casi.
    – Il responsabile del Centro, in oltre due terzi dei casi, è un laico o una laica (77,8%). Meno frequente è la scelta di un sacerdote (15,5%), oppure un religioso o una religiosa (6,7%). Tra i laici prevalgono nettamente le donne, che quindi rappresentano i due terzi dei responsabili.
    – Nella maggior parte dei casi (83,3%), i Centri di ascolto sono supportati da una équipe di esperti.
    – Nel biennio in esame il totale dei contatti registrati da 30 Centri di ascolto è stato pari a 86, di cui 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021.
    – Il genere delle persone che hanno contattato il Centro rivela una maggiore rappresentazione delle donne (54,7%).
    – I contatti sono avvenuti principalmente via telefono (55,2%) o, in misura inferiore, tramite corrispondenza online (28,1%).
    – Il motivo del contatto è rappresentato dalla volontà di segnalare il fatto all’Autorità ecclesiastica (53,1%), dalla richiesta di informazioni (20,8%), da una consulenza specialistica (15,6%).
    – I casi segnalati, anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni.
    – Circa la tipologia dei casi segnalati, è emersa la prevalenza di “comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2).
    – Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%).
    – Il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione.
    – Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%).
    – A seguito della trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, tra le azioni poste in essere sono risultati prevalenti i “provvedimenti disciplinari”, seguiti da “indagine previa” e “trasmissione al Dicastero per la Dottrina della Fede”.
    –  Tra le azioni di accompagnamento delle presunte vittime, i Centri forniscono informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9%), organizzano incontri con l’Ordinario (24,6%), offrono un percorso di sostegno psicoterapeutico (14,0%) e di accompagnamento spirituale (12,3%).
    – Ai presunti autori degli abusi vengono proposti percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    3. I Servizi regionali per la tutela dei minori
    I Servizi regionali (SRTM) attivati sono 16 e comprendono la totalità delle Regioni ecclesiastiche (le Regioni politiche Piemonte e Valle D’Aosta; Abruzzo e Molise; Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia costituiscono rispettivamente la Conferenza Episcopale Piemontese, la Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana e la Conferenza Episcopale Triveneta). Rappresentano il luogo di coordinamento tra i Servizi diocesani e organizzano iniziative di formazione dei membri degli stessi Servizi. Le attività del SRTM sono state quasi esclusivamente iniziative di carattere formativo, con 36 incontri nel 2020 e 62 nel 2021 (per un totale di 98 incontri con 2.746 partecipanti).

    https://www.chiesacattolica.it/primo-report-nazionale-sulle-attivita-di-tutela-nelle-diocesi-italiane/

  • Report CEI la critica dei sopravvissuti ai limiti del report, ma i dati battono la Francia

    Report CEI la critica dei sopravvissuti ai limiti del report, ma i dati battono la Francia

    Prima di analizzare il report la critica ad un “report sulla pedofilia del clero” che un report non è, che inizialmente era già parziale nel raccogliere i soli dati dal 2000 a oggi (come fatto notare a maggio al Presidente Zuppi) provenienti all’epoca solo dalla Congregazione per la Dottrina della fede e dagli sportelli diocesani.  Invece troviamo un report parecchio più limitato, al limite del ridicolo. Solo due anni, dal 2020 al 2022, con solo i dati degli sportelli Diocesani.

    Sono esclusi dal report quindi tutti i casi (sempre di sacerdoti italiani) denunciati alla magistratura o all’associazione o direttamente alla CDF.

    Nessun accenno a indennizzi e nessun supporto per le vittime. Solo il 14% delle diocesi risulta dal report, avere almeno quello psicologico. Per i sacerdoti invece 23 strutture sul territorio che li assistono e spesso li sottraggono anche al carcere.

    Nessun accenno di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria, tranne ovviamente quando vengono indagati e sono costretti a farlo per ordine di un pubblico ministero o un giudice.

    Non si sa chi o almeno dove siano i preti e laici citati, se e quali provvedimenti sono stati effettivamente presi, facendo presente che per i laici che nel report come vedrete risultano più dei preti, la chiesa non può imporre controllo ed il tutto si riduce a mera omertà.

    Si parla di collaborazione con associazioni esterne, ma non con quella italiana delle vittime. Nemmeno con il Coordinamento Italy Church Too che le sostiene e che più volte ha scritto alla CEI senza mai ottenere risposte.

    Anche in difetto i dati sono comunque allarmanti.

    Se contiamo che sono stati raccolti nei due anni durante i quali l’ accesso agli sportelli è stato limitato per via del COVID e mancano i casi denunciati alla magistratura e alle associazioni, qui si parla di 89 casi segnalati tra il 2020 e il 2021 (manca il 2022). Come sottolinea il report (PrimoReport_Sintesi- PrimoReport_integrale) “Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”.

    Possiamo quindi dire che almeno 45 casi siano quelli recenti (2020 – 2021), circa 2 casi al mese, che a noi non sembrano pochi.

    Inoltre, secondo il report CEI, l’effetto della mancanza del certificato antipedofilia dal quale l’Italia ha sollevato il volontariato e che da anni denunciamo la pericolosità di quel vuoto – in quanto incentiva i predatori ad inserirsi in quegli ambienti, ancor più nella chiesa che per via della paura dello scandalo se succede qualcosa non querela – parrebbe sempre secondo il report darci ragione, il dato batte i laici della Francia e in Italia supera i preti.

    Si legge; “Il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione.”.

    Forse non è così casuale che la CEI voglia introdurre sotto forma di corsi anche nelle scuole cattoliche questo sistema di monitoraggio.

    In sintesi si conferma quanto le vittime avevano già potuto apprendere nella scorsa estate attraverso gli incontri avuti con il presidente della CEI Matteo Zuppi e che già all’epoca avevano interrotto per l’assenza di spazi di dialogo da parte della chiesa italiana, nelle proposte per nulla interessata alle vittime.

    Il report conferma una mera propaganda degli sportelli diocesani, utili alla chiesa, ma pericolosissimi per le vittime, oltre che inutili, come abbiamo già dettagliato in passato.

    Il vero responsabile resta in Italia lo Stato, l’unico in Europa a non essersi mai pronunciato oltre che inadempiente, come conferma anche il Comitato per i diritti dell’infanzia del l’ONU.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/05/03/litalia-denunciata-per-la-seconda-volta-allalto-commissariato-per-i-diritti-umani-delle-nazioni-unite/

  • “Io abusato dal 2009 al 2013, vi racconto la mia storia”

    “Io abusato dal 2009 al 2013, vi racconto la mia storia”

    Antonio, vorrei che mi raccontassi la tua vicenda personale…
    “Tutto ha inizio quando ho tra i 14 e i 15 anni. Frequentavo la parrocchia di San Giovanni Battista ad Enna, dove ho preso i sacramenti e mi sono approcciato all’Azione Cattolica. Lì conobbi meglio Don Giuseppe Rugolo (attualmente c’è un processo in corso nella fase di primo grado, nda) che all’epoca era ancora seminarista. Non era un educatore ma coordinava le attività di pastorale giovanile.

    Faceva spesso degli incontri con noi, era affabile e ci invitava a confidarci con lui perché ci avrebbe compreso di più rispetto al parroco, molto anziano. Si poneva come un punto di riferimento per conversazioni private. Opportunità che ho colto sia per una mia eventuale scelta vocazionale sia per la mia identità sessuale. Ci furono diversi incontri tra me e lui, fino a quando, all’età di 16 anni (nel 2009), ci fu il primo abuso. Mi sono ritrovato totalmente isolato nella scuola dove facevo il grest, anche se era pomeriggio e c’erano i ragazzi nel cortile. Non ho chiesto aiuto per un senso di vergogna, di pudore. Ho un ricordo nitido: ero pietrificato”.

    E il giorno dopo?
    “Iniziai a prendere le distanze ma volevo evitare di dare nell’occhio con la mia assenza. Frequentai il grest più sporadicamente e lo incontrai altre volte. Lui cominciò ad addolcirmi, anche durante gli abusi successivi. Per me era destabilizzante: mi isolava dagli altri e nel momento in cui mi allontanavo tentava di denigrarmi”.

    In quei giorni sei riuscito a confidarti con qualcuno?
    “In parrocchia mi trovavo isolato perché Rugolo riusciva a creare una rete di collaborazione e fiducia che mi induceva a pensare che se avessi parlato nessuno mi avrebbe creduto. Ricordo una sensazione di paura nei suoi riguardi perché è stato sempre fisicamente più grande rispetto a me, ma anche per il suo modo di riuscire a condizionare gli altri. Ho dovuto elaborare tutto nel tempo e trovare il modo per potermi distaccare”.

    Questi abusi quanto sono durati?
    “Dal 2009 al 2013. Nel frattempo, lui ha ricevuto tutti gli ordini: dal diaconato al presbiterato e diventò sacerdote nell’aprile del 2013”.

    E in quel momento denunci?
    “Nel 2014 denunciai l’accaduto al parroco di San Giovanni Battista perché messo alle strette dai miei genitori, le prime persone con cui mi sono aperto. All’inizio si è dimostrato disponibile ma poi propose un incontro tra me, lui e Rugolo. Incontro organizzato per non farmi sembrare credibile: minimizzò le violenze che avevo subito, entrando nello specifico degli atti sessuali. Secondo lui non c’era stata nessuna violenza. Dopo quest’incontro, nonostante mio padre cercò di convincermi di denunciare all’autorità giudiziaria, io presi del tempo. Cominciai a perdere peso e ho vissuto malissimo”.

    Tale situazione come ha influenzato il tuo rapporto con la Chiesa?
    “In quei momenti avevo chiuso i miei rapporti con la Chiesa, ma ho sempre sentito l’esigenza di recuperare la mia spiritualità. Diedi fiducia al mio attuale parroco, nella Chiesa di Sant’Anna, che mi ha accolto nonostante gli avessi raccontato l’accaduto. Lui prese i contatti con il vescovo per presentargli la denuncia, che ho deposto alla diocesi il 24 dicembre 2018. Cinque anni dopo l’ultima violenza”.

    Non troppo tempo rispetto ad altre storie…
    “Molti condannano questo intervallo di tempo. Purtroppo, il vescovo, che già dal 2016 era a conoscenza del caso, prendeva tempo. Dopo quel primo contatto, fece passare un anno prima di incontrare i miei genitori e un altro anno per sottoporgli una relazione da sottoscrivere. Dopo diverso tempo l’ho incontrato e gli chiesi udienza, ma dice che non aveva capito chi fossi” (ma il vescovo ha respinto ogni accusa su questi punti, nda).

    La denuncia l’hai presentata in contemporanea sia alla diocesi che alla polizia?
    “Nel 2018 presento la denuncia al vescovo e nel 2019 inizia la investigatio previa. Fui convocato al tribunale ecclesiastico di Palermo, dove fui sentito solo io, un’altra persona e il parroco di San Giovanni Battista. Don Giuseppe Rugolo non si presentò perché a livello ecclesiastico hanno la possibilità di farlo. Non ho mai avuto accesso alle carte dell’indagine anche quando il vescovo mi disse che si era conclusa. Compresi che dietro c’era ben altro. Anziché di ottenere giustizia tutto si è risolto a parlare di denaro”.

    Quest’offerta come ti è arrivata?
    “Dal mio avvocato canonista appresi che la vicenda poteva concludersi chiedendo il provvedimento nei riguardi di Rugolo con la disponibilità da parte della diocesi di pagare un indennizzo. Non si parlava più di un provvedimento ecclesiastico ma di un accordo extragiudiziale che doveva concludersi con un pagamento in cui dovevo impegnarmi al silenzio (ma anche su questo punto la Diocesi ha smentito, nda). Nel frattempo Rugolo era frequentemente ad Enna. Io ero totalmente destabilizzato: vedevo la sofferenza che c’era in casa, in periodo di lockdown. Scrissi anche una lettera al Papa. Confidavo in una risposta e in una risoluzione dalla Santa Sede, cosa mai accaduta. Così denunciai alla Polizia nel dicembre 2020. Sono iniziate le indagini e ci fu l’arresto del sacerdote ad aprile 2021. Poi iniziò il processo”.

    Cosa fai oggi?
    “Oggi sono archeologo e sto finendo il post-laurea. Gli studi, insieme allo sport, sono le cose che mi hanno permesso di non perdermi totalmente. Mi occupo anche di attività culturali e cerco di inserirmi nel mondo del lavoro dando un contributo alla mia comunità attraverso la politica e la cultura. Non è semplice. Nella mia città c’è stata la caccia alla vittima finché non decisi di raccontare la mia storia. In quel momento ho visto una parte dei miei concittadini vicini, anche per la stanchezza per come la Chiesa gestisce questi casi. Nello stesso tempo, le difficoltà le riscontri: ti stai mettendo contro un sistema molto radicato nel nostro territorio. Il Comune non si è nemmeno costituito parte civile al processo. Quest’anno mi sono candidato alle regionali e ho sentito il giudizio delle persone: vorrei solo dare un contributo per migliorare il mio territorio, senza sfruttare le mie situazioni”.

    Vuoi fare un appello a chi in questo momento non trova il coraggio di andare a denunciare gli abusi che ha subito?
    “Comprendo quanto sia difficile e che ognuno deve avere il suo tempo, ma farlo è l’unico modo per affrontare la nostra storia. La Chiesa non è pronta a fare giustizia attraverso i provvedimenti ecclesiastici; invece, quando denunci all’autorità giudiziaria sai che trovi persone pronte ad aiutare la parte offesa. Rivolgetevi anche a realtà come La Rete l’Abuso che non lasciano da sole le vittime”.

    DIRITTO DI REPLICA

    Abbiamo chiesto una replica all’avvocato di Don Giuseppe Rugolo, ma non ci è stata ancora fornita. Restiamo in attesa della stessa per pubblicarla prontamente

    https://qds.it/io-abusato-dal-2009-al-2013-vi-racconto-la-mia-storia/

  • Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    di Nico Spuntoni – Quella appena trascorsa è stata una settimana intensa per Joseph Ratzinger. La sua immagine è ricomparsa pubblicamente attraverso le fotografie di due incontri che ha avuto in questi giorni: quello nei Giardini Vaticani con il cardinale Gerhard Ludwig Müller accompagnato da due suore e quello nel Monastero Mater Ecclesiae con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev.

    Dalle foto si notano il corpo fragile ed il volto provato ma traspare anche l’attenzione che riserva al racconto del suo interlocutore, il capo della Chiesa greco cattolica ucraina. Ad affiancarlo, come sempre, c’è monsignor Georg Gänswein, ormai tornato ad essere suo segretario particolare a tempo pieno dopo essere finito “a riposo” come prefetto della Casa Pontificia.

    Alle notizie terribili riportate da Shevchuk sulla sofferenza del popolo ucraino in guerra, si sono aggiunte quelle sgradevoli dalla Germania che lo riguardano direttamente. Nemo propheta in patria, un’espressione piuttosto calzante per la storia di Ratzinger che ha sempre subìto attacchi da politici, media e persino vescovi tedeschi.

    Martedì l’agenzia Dpa ha rivelato che il Papa emerito è pronto a difendersi in tribunale dall’accusa di negligenza nei confronti di un prete pedofilo. Il tribunale competente è quello di Traunstein presso il quale una vittima ha presentato una denuncia contro Ratzinger e contro il suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Oltre ai due prelati, l’uomo ha sporto denuncia anche contro il suo aggressore e contro l’arcidiocesi. La causa è civile perché sul piano penale è scattata la prescrizione, ma potrà avere luogo proprio grazie alla disponibilità del Papa emerito che non si è tirato indietro pur potendolo fare.

    Per quanto riguarda la questione abusi, Benedetto XVI non vuole ombre sul suo conto ed intende applicare quella linea della trasparenza che ha contraddistinto il suo pontificato. Da qui la decisione di difendersi, affidandosi allo studio legale Hogan Lovells. Lo farà con ogni probabilità con una memoria difensiva che potrebbe riprendere quanto già spiegato nelle 82 pagine inviate mesi fa al team legale a cui l’arcidiocesi bavarese aveva affidato l’incarico di redigere un rapporto su abusi e insabbiamenti a Monaco e Frisinga tra il 1945 ed il 2019.

    La presunta vittima avrebbe subito molestie sessuali da Peter Hullermann – questo il nome del prete protagonista della vicenda – nel suo periodo a Garching dove il religioso fu trasferito come parroco dall’arcivescovo Wetter nel 1987 nonostante fosse stato condannato l’anno precedente per pedofilia.

    Le strade del futuro Benedetto XVI e di Hullermann si incrociano nel gennaio 1980 quando, nel corso di una riunione dei vertici dell’arcidiocesi, l’allora cardinale Joseph Ratzinger che la guidava diede il suo assenso alla richiesta del prete di risiedere per un periodo a Monaco per seguire un trattamento psicoterapeutico. Il permesso fu accordato ma non ci fu alcun via libera del futuro Pontefice a far sì che il prete svolgesse attività pastorale.

    Sebbene non avesse ancora condanne, Hullermann si era già reso responsabile di un abuso sessuale ai danni di un undicenne nel 1979 ad Essen. Il suo vescovo di allora, informato dai genitori della piccola vittima, dispose che avrebbe dovuto seguire una terapia a Monaco. A seguito di ciò, dunque, la richiesta di alloggio fatta all’arcidiocesi all’epoca guidata da Ratzinger che però non sapeva assolutamente il motivo per cui Hullermann avrebbe dovuto iniziare quella terapia.

    I problemi arrivarono pochi mesi dopo, quando il vescovo ausiliare di Monaco, monsignor Gerhard Gruber, autorizzò il prete a svolgere incarichi pastorali. Lo fece, come chiarito in una dichiarazione del 2010, senza informare Ratzinger.

    Le ammissioni degli stessi protagonisti di questa triste vicenda sarebbero dovuti bastare a fugare ogni dubbio sul comportamento del Papa emerito, l’uomo che per primo denunciò “la sporcizia nella Chiesa” e che tanto ha fatto per perseguire la linea della tolleranza zero contro i preti pedofili. Ma il clamore provocato dal rapporto abusi relativo all’arcidiocesi di Monaco e Frisinga e la riproposizione dei sospetti su Ratzinger hanno portato poi all’avvio di questa causa civile che, però, il novantacinquenne ex Pontefice regnante ha scelto di non schivare: si difenderà nell’eventuale processo.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-innocenza-tribunale-2084719.html

  • Preti pedofili – La linea garantista della CEI – #CEI-Comic

    Preti pedofili – La linea garantista della CEI – #CEI-Comic

    Negli incontri tra il portavoce delle vittime e il cardinale Zuppi emerge chiara la linea della CEI, il garantismo basato sul fatto che il prete abbia diritto a continuare la sua missione pastorale.

    Per noi nessun problema se vengono reintegrati.

    Che io sappia nessuno di loro è mai stato denunciato perché diceva male la messa.

    Ma perchè stuprava i bambini.

    La messa la si può dire anche con chierichetti adulti !

  • Sacerdote arrestato a Parigi per aver drogato e violentato un ragazzo di 15 anni

    Sacerdote arrestato a Parigi per aver drogato e violentato un ragazzo di 15 anni

    Un sacerdote di 52 anni è stato arrestato domenica scorsa dalla polizia di Parigi per “stupro aggravato” e “induzione di minore a uso di stupefacenti”. Secondo quanto appreso, il prete avrebbe adescato il quindicenne sull’app di appuntamenti “Grinder”.

    Abusa di un minore dopo averlo drogato: arrestato prete

    Il parroco è stato arrestato domenica scorsa. Secondo l’emitente radiofonica francese RTL, il 52enne, che officia nella diocesi di Rennes, è stato portato in galera per gli abusi che avrebbe commesso su un minorenne di 15 anni nella notte tra il 3 e il 4 novembre 2022.

    Il prete, dopo aver adescato il ragazzo, avrebbe offerto a quest’ultimo diversi farmaci, più volte rifiutati dal 15enne. A quel punto avrebbe somministrato al giovane una sostanza a sua insaputa per narcotizzarlo e poi abusare di lui. Una fonte anonima ha riferito a RTL che il sacerdote e il minore di 15 anni si sarebbero conosciuti sull’app di appuntamenti “Grinder” per poi darsi appuntamento in un albergo di Parigi. Sarebbero poi saliti in una stanza e qui si sarebbe consumato l’abuso sessuale sull’adolescente.

    Interrogato dalla polizia il sacerdote avrebbe dichiarato di ignorare l’età del ragazzo, poiché quest’ultimo aveva indicato di essere maggiorenne sull’app di incontri.

    https://www.ilmessaggero.it/mondo/sacerdote_arrestato_parigi_drogato_violentato_ragazzo_15_anni-7044579.html

  • L’Italia ha violato i diritti umani obbligando due bambini a frequentare il padre violento

    L’Italia ha violato i diritti umani obbligando due bambini a frequentare il padre violento

    Il 10 novembre la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha accolto il ricorso di una donna e dei suoi due figli che per tre anni avevano dovuto frequentare il padre violento, tossicodipendente e alcolizzato, per decisione dei tribunali civili italiani che si erano occupati del caso. La CEDU ha per questo stabilito che l’Italia ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che stabilisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare, fallendo nel suo dovere di proteggere e assistere i bambini.

    Secondo la CEDU gli incontri tra i figli (nati nel 2010 e nel 2013) e il padre a partire dal 2015, avvenuti senza controlli, avevano alterato l’equilibrio psicologico ed emotivo dei bambini, come peraltro segnalato dai servizi sociali. Durante gli incontri il padre, che aveva sospeso la propria terapia di recupero, aveva un comportamento «aggressivo, distruttivo e incurante». L’interesse dei bambini non era stato preso in considerazione dai tribunali, che non avevano sospeso gli incontri, dunque i loro diritti erano stati violati.

    La Corte si è anche espressa contro la decisione dei tribunali italiani di sospendere la responsabilità genitoriale della madre tra il 2016 e il 2019, considerandola «ostile» ai contatti tra i bambini e il padre dato che si rifiutava di partecipare agli incontri. La Corte ha detto che i giudici non avrebbero avuto abbastanza prove per giustificare questa decisione, che ha violato i diritti della madre.

    L’associazione Differenza Donna, la cui avvocata Rossella Benedetti si era occupata del caso e del ricorso alla CEDU, ha definito la sentenza «storica» dato che in Italia sarebbe «prassi diffusa nei tribunali civili considerare le donne vittime di violenza domestica che non adempiono all’obbligo di effettuare gli incontri dei figli con il padre e che si oppongono all’affidamento condiviso come “genitori non collaborativi”». Il caso della donna era stato seguito dal centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili di Roma.

    La CEDU ha stabilito che l’Italia deve risarcire i due bambini coinvolti con 7mila euro.

    https://www.ilpost.it/2022/11/11/bambini-costretti-padre-violento-italia-condannata-cedu/

  • L’OBLIO – Saloon per preti che si rifanno il curriculum

    L’OBLIO – Saloon per preti che si rifanno il curriculum

    Su al nord, don B. (nelle chat di incontri) ci ricasca e questa volta il suo vescovo la prende davvero sul serio; non lo reintegrerà fino a quando non saranno rimossi tutti gli articoli pubblicati durante lo scandalo.

    Anche al sud il monsignore prova “imbarazzo” per la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto e si sa, certe cariche “istituzionali” necessitano di “decoro”, soprattutto in Italia e visto il periodo.

    Anche tra i trulli, scampato per prescrizione, dopo cinque anni durante i quali nessun’altra vittima ha bussato alla sua porta, è ora di tornare in pista, ma prima ci vuole una ripulitina.

    Sono decine ultimamente le richieste di oblio da parte dei chierici italiani che chiedono la rimozione degli articoli che raccontano gli scandali che li riguardano tanto da aver creato un vero e proprio business, con servizi profumatamente pagati, spesso proprio sulla base del “livello sociale” da recuperare.

    Quasi sempre, anche se con scarsi risultati, le agenzie che praticano questa attività sono in regola, anche se ogni tanto, forse proprio per via delle parcelle appetibili, c’è chi per esempio da cassamortaro si improvvisa “agenzia”.

    Un lavoro non indifferente neppure per noi in quanto non pagati da nessuno, ad ogni domanda di rimozione, visto spesso le richieste “illegittime” o addirittura non autorizzate, alla Rete L’ABUSO ci siamo dovuti imporre per protocollo una serie di verifiche sul richiedente, in questo caso l’agenzia, in quanto del sacerdote in genere abbiamo già tutti gli accrediti del caso.

    Raramente rimuoviamo i contenuti dal nostro portale, spesso sottoponendoci all’esamina da parte del Garante che raramente ci ha dato torto, in quanto i contenuti del nostro portale hanno la peculiarità che i crimini di cui trattiamo sono soggetti alla recidività, che in un contesto di sicurezza pubblica ha prevalenza sulla richiesta di oblio.

    Tuttavia molte volte, pur non rimovendo i contenuti dal portale all’interno del quale restano consultabili, il richiedente riesce ad ottenere la rimozione dei contenuti dagli stessi motori di ricerca, ottenendo un risultato certamente di cancellazione che ha però un effetto collaterale, per noi un indizio molto forte in caso di indagine.

    Accade infatti che alcuni sacerdoti che in precedenza si erano già rivolti a GOOGLE, nel momento in cui vengono segnalati dalle presunte vittime, ad una ricerca non si trovi nulla di questi signori, che fanno i preti da trenta anni, ma di cui non vi è traccia neppure che abbiano celebrato mai una messa.

    Mentre dall’altra parte la CEI compra per 25.000€ il silenzio delle vittime.

    F.