Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

    Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

    Un piano folle nato guardando «To catch a Predator», una serie di docu-film mandato in onda negli Stati Uniti dalla NBC tra il 2004 e il 2007 ma tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti dava la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

    Vittime risarcite

    A fare da esca in una chat riservate ai gay era il più grande dei tre, affetto dalla sindrome di Crouzon, che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Ieri, mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile. La pena, che tiene conto della riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito alternativo, è di poco inferiore alla richieste avanzate dal pubblico ministero di Treviso, Barbara Sabattini, tenuto conto che il reato di rapina aggravata ha assorbito quello di sequestro di persona. Al ventenne sono stati inflitti tre mesi in più rispetto alla pena comminata al diciannovenne in quanto avrebbe partecipato a tutti i fatti contestati. Le vittime dei «vendicatori» sono state inoltre risarcite. Quattro hanno ritirato la costituzione di parte civile, per due (divenuti di fatto irreperibili) sono state effettuate altrettante donazioni ad associazioni di volontariato, che hanno validità per la giustizia riparativa alla quale gli imputati erano stati ammessi. Gli ultimi due, assistiti dall’avvocato Paola Turri, sono stati invece liquidati in sede di udienza.

    Impiegato stordito con un taser

    Quanto ai difensori degli imputati, gli avvocati Elisa Berton e Nicoletta Gasbarro, si sono riservati di leggere le motivazioni (che verranno pubblicate entro novanta giorni) prima di presentare il ricorso in appello.
    I protagonisti di questa surreale vicenda avrebbero agito nel Trevigiano, esattamente nella zona tra Vedelago e Campigo, area di Castelfranco. In tutti gli otto i casi avrebbero attirato le loro vittime in casolari o zone isolate, poi sarebbe scattati il sequestro di persona, con la minaccia delle armi e le rapine, che i giovani volevano servissero da lezione a uomini dai desideri sessuali non proprio leciti. Nel febbraio dell’anno scorso i tre ragazzi furono sorpresi dai carabinieri in un edificio abbandonato a Vedelago posto da tempo sotto osservazione: erano con un impiegato cinquantenne della Castellana, da loro sequestrato, legato e stordito con un taser. All’uomo erano state sottratte le chiavi dell’auto e la tessera Bancomat con cui uno dei tre ragazzi stava andando a fare un prelevamento.

    Gli interrogatori

    Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche: il 20enne, affetto da una visibile menomazione fisica, avrebbe sofferto non solo per la sua disabilità e per il fatto di aver perso il padre quando era un bambino ma sarebbe stato, oltre che frequentatore del Sert dove è in cura per delle dipendenza, anche un paziente psichiatrico. L’altro maggiorenne invece proviene da una famiglia difficile, da tempo segnalata e seguita dai Servizi sociali. «Difficile — hanno detti i loro difensori — distinguere in questo caso i profili delle vittime e dei carnefici. I nostri assistiti sono giovani immaturi ma non sono cattivi ragazzi».

    https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/treviso/cronaca/24_aprile_18/treviso-condannati-a-sei-anni-i-giustizieri-dei-pedofili-abbiamo-fatto-bene-alla-societa-e43b1152-48da-4921-a14d-54d93295dxlk.shtml

  • Quasi 500 vittime di abusi sessuali della chiesa in Francia hanno ricevuto un risarcimento finanziario

    Quasi 500 vittime di abusi sessuali della chiesa in Francia hanno ricevuto un risarcimento finanziario

    NIZZA, Francia – Centinaia di vittime di abusi sessuali su minori da parte di preti o rappresentanti della chiesa hanno ricevuto finora un risarcimento finanziario dalla Chiesa cattolica francese nell’ambito di un ampio programma di riparazione, ha detto giovedì un organismo indipendente incaricato del processo.

    Un rapporto annuale dell’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione afferma che 1.351 vittime si sono fatte avanti per chiedere un risarcimento e cercare supporto psicologico nel tentativo di riprendersi dal trauma infantile.

    L’età media delle vittime che si sono manifestate è di 61 anni, ha dichiarato giovedì Marie Derain de Vaucresson, capo dell’organismo, in una conferenza stampa.

    Di questi, il 66% sono uomini e il 34% donne, ha detto. Il processo di reclamo è iniziato nel 2022.

    Finora l’autorità per le riparazioni ha approvato le richieste di risarcimento di 489 vittime, si legge nel rapporto. Di questi, a 88 persone è stato concesso il massimo di 60.000 euro (65.000 dollari). L’anno scorso sono state approvate 358 richieste di risarcimento delle vittime, per ciascuna delle quali è stato concesso un importo medio di 35.310 euro, si legge nel rapporto.

    La Conferenza episcopale francese ha accettato di fornire risarcimenti dopo che un rapporto del 2021 ha stimato che circa 330.000 bambini hanno subito abusi sessuali per oltre 70 anni da parte di preti o altre figure legate alla chiesa in Francia.

    Le stime si basavano su una ricerca più ampia condotta dall’Istituto nazionale francese di sanità e ricerca medica sugli abusi sessuali sui bambini.

    Il rapporto descrive un insabbiamento “sistemico” da parte dei funzionari ecclesiastici e esorta la Chiesa cattolica francese a rispettare lo stato di diritto in Francia.

    Una volta che l’autorità per le riparazioni approva la compensazione finanziaria, ogni caso viene inviato a un fondo speciale finanziato dalla chiesa per il pagamento.

    La maggior parte di coloro che si sono rivolti alle autorità nel 2023 hanno denunciato crimini “molto gravi”, afferma il rapporto, incluso lo stupro ripetuto.

    Secondo il rapporto, nel 39% dei casi gli abusi sono continuati per più di un anno e nel 12% dei casi l’aggressore ha manipolato psicologicamente la vittima fino a cinque anni dopo l’ultima aggressione fisica.

    Le vittime avevano tra i 6 e i 15 anni quando hanno subito gli abusi, afferma il rapporto.

    Le riparazioni includono anche sostegno non finanziario, come l’aiuto alle vittime per scrivere le loro storie, incontri con rappresentanti della chiesa locale o l’installazione di una targa in memoria delle vittime. Attualmente le autorità assistono circa 780 vittime.

    L’assistenza include l’aiuto a scrivere una lettera a un abusatore deceduto da tempo o a ricucire i rapporti interrotti con i figli adulti, i coniugi e altri membri della famiglia delle vittime.

    Molto spesso si tratta semplicemente di ascoltare le vittime – che ora hanno 60, 70 o addirittura 80 anni – parlare finalmente dopo essere state messe a tacere per così tanto tempo.

  • Violenza sui minori, condannato don Rugolo: il caso fu insabbiato dal vescovo

    Violenza sui minori, condannato don Rugolo: il caso fu insabbiato dal vescovo

    Don Giuseppe Rugolo è stato condannato a quattro anni e sei mesi per violenza sessuale ex articolo 609 bis e quater del codice penale (quindi su minori di 16 anni) e tentata violenza sessuale, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado.  La curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina è stata riconosciuta responsabile civile e dovrà rispondere in solido con il sacerdote del risarcimento delle parti civili. Prescritti invece i fatti avvenuti prima del maggio 2011. Si è concluso così il 5 marzo il processo di primo grado al sacerdote di Enna, 42 anni, chiamato a rispondere di violenza aggravata su minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.

    Il prete di Enna era stato arrestato il 27 aprile 2021 dopo la denuncia di Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti; nel corso delle indagini erano poi emerse anche altre due vittime minorenni. Il tribunale, composto dal presidente Francesco Pitarresi e dai giudici a latere Elisa D’Aveni e Maria Rosaria Santoni ha emesso il verdetto dopo otto ore di camera di consiglio. Una sentenza che arriva dopo 22 udienze a porte chiuse e 53 testimoni sentiti. Il procedimento si era aperto il 7 ottobre 2021 davanti al tribunale di Enna ( come abbiamo raccontato qui); Messina, oggi trentenne, aveva raccontato agli inquirenti di essere stato abusato da Rugolo per quattro anni, dal 2009 al 2013.

    «Questa è una sentenza importante perché non solo è stata riconosciuta la responsabilità penale del sacerdote, ma è stato anche messo in luce un metodo abusante sostenuto dall’ambiente ecclesiastico locale», ha dichiarato Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di Antonio Messina. «Sono soddisfatto per il risultato – ha commentato Messina – la condanna è un passo importate perché riconosce la presenza di abusi, anche se è chiaro che per me non ci sono stati tentativi di condizionamento nel corso del processo». Gli avvocati di Giuseppe Rugolo,  Antonino Lizio e Dennis Lovison, non hanno rilasciato commenti.

    Il 24 dicembre 2018 Antonio Messina aveva denunciato i fatti anche al vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, all’inizio del 2019, aveva disposto l’investigatio previa sul sacerdote. L’indagine ecclesiastica si era però conclusa in un niente di fatto, perché l’allora Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero preposto a decidere dei casi di abuso sessuale su minori, aveva stabilito di non essere competente perché Rugolo era ancora un seminarista all’epoca dei primi approcci con il ragazzo. Gli altri abusi, secondo quanto sostenuto dai giudici ecclesiastici, risalivano a quando Antonio era ormai maggiorenne e Rugolo non ancora sacerdote, e quindi non rientravano nei casi di competenza del diritto canonico.

    Certo è che, secondo le intercettazioni agli atti, il vescovo Gisana era al corrente delle violenze subite da Messina sin dall’agosto 2016, quando don Giuseppe Fausciana, parroco della chiesa di Sant’Anna a Enna, gli aveva riferito le confidenze ricevute dal ragazzo. A giugno 2017 sono i genitori di Antonio Messina ad andare per la prima volta dal vescovo a raccontare gli abusi subiti dal figlio, ma monsignor Gisana prende tempo, dicendo che si occuperà lui della faccenda. Passa ancora più di un anno prima che il vescovo incontri Antonio Messina, a ottobre 2018; don Rugolo, nel frattempo, viene nominato parroco della chiesa di San Cataldo. Il vescovo, dopo aver parlato con Antonio, da un lato avvia l’indagine ecclesiastica, dall’altro offre alla famiglia del ragazzo 25 mila euro (che avrebbe preso dai fondi della Caritas) da giustificare con una generica causale di «borsa di studio». Un risarcimento con il vincolo del silenzio che Antonio Messina rifiuta. Intanto il sacerdote viene mandato nella diocesi di Ferrara per un periodo di studio e riflessione – periodo in cui Rugolo continua a essere in contatto con i ragazzini della parrocchia. Quando scatta la denuncia penale, anche Gisana risulta coinvolto: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!», si sente in un’intercettazione. Proprio il comportamento di copertura del vescovo è stato stigmatizzato duramente durante la requisitoria del pubblico ministero Stefania Leonte.

    Nel processo si erano costituiti parte civile, oltre alla vittima, assistita da Eleanna Parasiliti Molica, i genitori di Antonio Messina con l’avvocato Giovanni Di Giovanni, La Rete l’Abuso, assistita da Mario Caligiuri, e l’associazione Contro Tutte le Violenze con Irina Mendolia mentre responsabili civili erano la diocesi di Piazza Armerina, assistita dall’avvocato Gabriele Cantaro e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna, con Mauro Lombardo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-condanna-giuseppe-rugolo-pedofilia-su9zg8qp

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 26 del 2 marzo

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 26 del 2 marzo

    Francesco Zanardi – CEI incontra le famiglie. Ma i media diffidano 

    Una notizia immediatamente verificata dalle agenzie di stampa, data quella precedente che aveva già all’epoca convinto pochi in quanto uscita senza preavvisi solo dopo gli incontri, quindi non certificabile e certo, verissima la privacy, ma il fatto che CEI – al di là del comunicato – non fosse neppure stata in grado di citare quali le circostanze dei fatti dei “presunti ospiti” si trattasse, aveva sollevato qualche più legittimo dubbio.

    Naturalmente, a questo giro le domande si sono aggiunte alle precedenti perché restano anonime come la volta scorsa le presunte vittime e le circostanze oltre che i luoghi, ma la domanda dei media questa volta è; come è possibile che la Rete L’ABUSO, infondo unica realtà in sostegno delle vittime del clero nel paese, non sia mai stata mai coinvolta in nessuno di questi fondatamente anonimi incontri della CEI?

    Come è possibile che nessuna delle vittime note ed inevitabilmente (in quanto unica in Italia) in contatto con la Rete, sia mai stata chiamata?

    L’ultima inevitabile domanda è chi sarebbero questi gruppi, queste famiglie e queste vittime dal momento che in Italia nessuna risulta essere stata chiamata o abbia mai riportato, anche anonimamente, ai media di questi incontri?

    Domande non certo scontate che giriamo a Zuppi e alla sua squadra di “acchiappa pedofili” perché la risposta non solo ci riguarda, ma ci interessa moltissimo, senza il bisogno di fare nomi.


    Federica Tourn – I dati mancanti del report dei vescovi spagnoli

    Nell’ambito della serie di abusi sessuali su minori commessi all’interno della Chiesa cattolica spagnola, denunciati attraverso  inchieste e pubblicazioni del quotidiano El País , la Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) ha commissionato la preparazione di un rapporto sulla pedofilia in questo ambito. Secondo un’esclusiva del giornale, il documento risultante, intitolato  Dare luce , elimina più di 300 casi di abuso già riconosciuti da 39 ordini o diocesi.

    Non solo: ci sono più di 600 accuse note che non sono state incluse in detto rapporto. Nello specifico mancano 325 denunce che erano state segnalate al Mediatore. Lo stesso organismo che un mese e mezzo fa ha diffuso un proprio rapporto , un lavoro in cui concludeva che lo 0,6% della popolazione spagnola ha subito abusi nella Chiesa , “un minimo di 2.056 vittime”.

    In questo senso, secondo il citato giornale, nel rapporto della Chiesa mancano anche le vittime. L’unico dato è relativo ad un calcolo di giugno 2023, che indicava 927 vittime. Tuttavia, ordini religiosi e diocesi ne hanno segnalati almeno 1.385 all’organizzazione guidata da Ángel Gabilondo.

    “Ognuno ha la sua metodologia e i suoi criteri”

    Dopo aver consultato la CEE su questa differenza di dati tra i due rapporti, i vescovi hanno precisato di non conoscerne la causa, “ma può darsi che siano state richieste cose diverse, in tempi diversi”, hanno dichiarato. L’addetto stampa, José Gabriel Vera, ha detto a El País che “abbiamo fornito i dati al Mediatore, ma lui non ce li ha forniti”.

    SEBBENE le diocesi e gli ordini abbiano assicurato di aver trasmesso informazioni identiche al Difensore civico e alla Conferenza, Vera ha affermato che “ciascuno ha la sua metodologia e i suoi criteri di azione e possiamo dire che sono paralleli. Abbiamo rilevato numerosi casi che compaiono in Molti di essi”.

    Così, dalla CEE hanno assicurato che “abbiamo offerto la nostra collaborazione mettendo a disposizione le informazioni di cui disponiamo, ma, anche se siamo determinati a far sì che il nostro rapporto non tralasci nessun caso, non abbiamo ricevuto informazioni sufficienti”

    Fonte:www.huffingtonpost.es


    Federico Tulli – Uomini che odiano le donne e i bambini

    Nei rilievi della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia contro il Vaticano rimasti pressoché inascoltati dal 2014 a oggi non è finita nel mirino degli esperti dell’Onu solo la pedofilia dei preti cattolici. La Convenzione ratificata anche dalla Santa sede si occupa in generale di tutelare, oltre alla sfera psico-fisica dei minori, anche i loro diritti civili fondamentali. In primo luogo, quello a non essere discriminati in base al sesso. È bene ricordare che durante i lavori della Commissione sullo stato delle donne del 2013 la Santa Sede fece obiezione al testo della bozza finale in cui si proponeva che religione, usanze e tradizioni non diventassero il pretesto degli Stati per sfuggire all’impegno di proteggere donne e ragazze da ogni forma di violenza.

    Le Nazioni Unite riportano a tal proposito un esempio concreto dello sconcertante approccio culturale ancora oggi mantenuto dalla Chiesa nei confronti delle donne oggetto di violenza. Vale a dire il caso avvenuto in Brasile di una bambina di 9 anni stuprata dal patrigno e sottoposta ad un

    aborto di emergenza per salvarle la vita. Ebbene il vescovo locale reagì scomunicando sia la madre della bambina sia il medico che ha eseguito l’aborto; la sanzione è stata successivamente approvata dalla Santa sede. Per questo motivo l’Onu ha invitato il Vaticano a rivedere la sua posizione sull’aborto che mette a rischio evidente la vita e la salute delle ragazze incinte, e ad emendare

    il canone 1398  del Codice di diritto canonico. Questo appunto in particolare provocò una scomposta reazione del Vaticano che espresse «stupore e addirittura rincrescimento», perché in alcuni punti del Rapporto si intravedeva «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

    Avete capito bene, come nella pedofilia – che sarebbe un delitto contro la morale, un peccato di lussuria – anche nei casi di violenza sulle donne al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e si giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

    L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo ‘religioso’ può essere compreso tutto e il suo contrario. In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo,

    in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’aborto è un omicidio, negando ciò che la scienza ha dimostrato, e cioè che la vita umana inizia alla nascita, e che è un peccato tale da portare alla scomunica immediata della donna.

  • I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    ROMA – All’inizio di questa settimana la leadership della Conferenza episcopale italiana ha incontrato un gruppo di sopravvissuti agli abusi clericali e i loro familiari, pochi giorni dopo che il più grande gruppo di difesa delle vittime del Paese aveva inaugurato una nuova memoria.

    In una dichiarazione del 27 febbraio, il cardinale italiano Matteo Zuppi di Bologna, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha affermato: “La voce di coloro che hanno subito abusi rimane essenziale per aiutarci a comprendere in profondità il dolore vissuto dalle vittime e le loro famiglie e le loro ferite, per entrare in autentica comunione con coloro che hanno sofferto”.

    Ascoltare i sopravvissuti è essenziale anche per capire cosa ci si aspetta dalla Chiesa, ha detto, chiedendosi: “cosa è mancato? Cosa si può fare per migliorare?”

    “È anche dalla risposta a queste domande che il percorso di prevenzione e protezione può progredire ogni giorno con passi significativi e significativi”, ha affermato.

    Zuppi ha incontrato nella mattinata il gruppo dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime insieme a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, segretario generale della Cei, e mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori.

    L’incontro di martedì, durato circa tre ore, è stato caratterizzato da “un ascolto attivo in cui, nella condivisione e nel dialogo, sono stati valorizzati quegli elementi necessari e sostanziali che possono e devono essere inseriti, migliorati e rafforzati per una prevenzione sempre più efficace e per una ancora più calorosa accoglienza”. evidenziato”.

    Fa seguito a una conversazione simile tenutasi nel maggio scorso, alla quale hanno partecipato anche Zuppi, Baturi e Ghizzoni, oltre ai sopravvissuti, ai loro familiari e agli operatori pastorali impegnati in attività ecclesiali sia nel recente che nel lontano passato.

    Vincenzo Corrado, portavoce della CEI, lo scorso maggio ha affermato che questi incontri hanno segnato un momento importante per le vittime per condividere le loro storie e il loro desiderio di aiutare la Chiesa a garantire “che questi episodi non si ripetano” e che gli enti e le istituzioni della Chiesa siano migliori. in grado di proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili.

    “L’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituisce una linea di azione importante per la Chiesa”, ha affermato Corrado.

    Tuttavia, nonostante gli sforzi della CEI per incontrare i sopravvissuti, la Chiesa italiana è stata ampiamente condannata dalle vittime e dai gruppi di pressione per non aver fatto di più per affrontare la questione a livello nazionale e per risarcire le vittime.

    Nel novembre 2022, la CEI ha pubblicato il suo primo rapporto in assoluto sugli sforzi di salvaguardia nazionale, rivelando quasi 100 vecchi e nuovi casi documentati nei due anni precedenti, ma condividendo pochi dettagli su questi incidenti.

    Il rapporto, che riguardava i casi identificati nel periodo 2020-2021, ha rilevato che erano state presentate 89 denunce contro 68 presunti autori di abusi.

    Poco più della metà di questi 89 casi riguardavano abusi recenti o attuali, un numero che molti osservatori considerano un numero significativamente elevato, dato che queste denunce sono state presentate attraverso centri di ascolto gestiti da diocesani, istituiti nelle diocesi di tutta Italia allo scopo specifico di ricevere segnalazioni di abusi.

    Baturi all’epoca aveva detto che negli archivi vaticani del Dicastero della Dottrina della Fede sono custoditi anche 613 fascicoli provenienti da diocesi italiane contenenti denunce di abusi risalenti al 2000.

    A parte alcuni parametri generici sulla forma di abuso, sull’età e sul sesso sia degli abusatori che delle vittime nel rapporto 2022 della CEI, non sono stati forniti altri dettagli sui sacerdoti o sulle persone coinvolte, e nessuna informazione è stata fornita se si tratti di procedimenti civili o canonici. era stato avviato, o quale sarebbe stato l’esito di tali procedimenti, se fossero stati avviati.

    Per mesi prima della pubblicazione del rapporto, una rete di gruppi di difesa dei sopravvissuti, uniti sotto l’hashtag sui social media #ItaliaChurchToo, stava spingendo la CEI a fare un’analisi più approfondita, come hanno fatto altri paesi in tutta Europa e in Occidente.

    Paesi come Stati Uniti, Irlanda, Germania, Francia, Spagna e Portogallo hanno incaricato terzi indipendenti di condurre un’indagine nazionale sugli abusi risalenti a decenni fa, pubblicando rapporti che spesso contengono numeri schiaccianti sia di autori che di vittime, ma l’Italia deve ancora farlo. fare una simile indagine.

    Mentre anche le diocesi di molti altri Paesi hanno iniziato a pubblicare i nomi dei sacerdoti accusati credibilmente di abusi nella loro giurisdizione ecclesiastica, nessuna diocesi italiana ha ancora fatto questo passo.

    In una dichiarazione successiva alla pubblicazione del rapporto 2022, Francesco Zanardi, che ha fondato e dirige la principale associazione italiana delle vittime, Rete L’Abuso , ha definito il periodo di due anni del rapporto “uno scherzo”.

    “Sessantotto autori di abusi in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi del rapporto sono una barzelletta ed escludono un mucchio di cifre”, ha detto Zanardi, definendo il rapporto “vergognosamente inadeguato”.

    Zanardi, che ha affermato di essere lui stesso vittima di abusi clericali, non è intervenuto sull’ultimo incontro della CEI con i sopravvissuti agli abusi, ma il 24 febbraio ha inaugurato un nuovo memoriale, una panchina viola, in onore dei sopravvissuti agli abusi clericali nella città italiana di Savona.

    I funzionari civici locali si sono uniti alla cerimonia di inaugurazione, segnando l’installazione della prima di quella che dovrebbe essere una serie di panchine viola in tutta Italia che attireranno l’attenzione sugli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili.

    Zanardi nella cerimonia ha elogiato la città di Savona per la sua solidarietà con le vittime e i suoi sforzi per proteggere le persone a rischio, tuttavia, ha affermato che occorre fare di più.

    In un comunicato diffuso dopo l’evento, Rete L’Abuso ha affermato che una panchina viola, pur sensibilizzando, “non salva i bambini e non cura coloro che hanno subito abusi”.

    “Deve servire da simbolo per gli adulti, per la società civile, per coloro che possono o devono proteggere i minori o le persone vulnerabili, di non chiudere gli occhi, di non voltarsi dall’altra parte, ma di intervenire”, si legge nella nota.

    Rete L’Abuso ha affermato che l’Italia è ancora “molto indietro” rispetto agli altri paesi nell’agire e nell’affrontare la crisi degli abusi, affermando che le difficoltà nell’affrontare il fenomeno sono perché “ci spaventa, perché ci mette in imbarazzo, perché non Consideriamo nostro problema intervenire nei casi di violenza, dimenticando troppo spesso che noi siamo gli occhi e le orecchie di chi è in difficoltà”.

    “Siamo noi che dobbiamo tutelarci civilmente, a partire dai nostri figli, dai nostri nipoti, dai nostri cari, facendo prevenzione e denuncia”, afferma la rete.

    Non ci si può aspettare che le vittime lo facciano da sole, poiché spesso non hanno né le risorse né la forza per farlo, si legge nella dichiarazione, sottolineando che hanno bisogno dell’aiuto degli altri e di sapere che non sono sole.

    Il progetto della panchina viola è sponsorizzato da Rete L’Abuso , Ending Clergy Abuse Justice Project e progetto di coordinamento di Italy Church Too Italian. Si prevede che nelle prossime settimane verranno installate altre panchine in altre città d’Italia, tra cui Enna in Sicilia e Roma, tra le altre.

    Italian bishops meet with abuse victims as survivors unveil memorial

  • Secondo incontro fantasma tra CEI e ? …

    Secondo incontro fantasma tra CEI e ? …

    CEI incontra le famiglie. Ma questa volta puzza tanto di bruciato che i media chiamano la Rete L’ABUSO per conferma

    Come è possibile che nessuna delle vittime note ed inevitabilmente (in quanto unica in Italia) in contatto con la Rete, sia mai stata chiamata?

    L’ultima inevitabile domanda è chi sono questi gruppi, queste famiglie e queste vittime dal momento che in Italia nessuna risulta essere stata chiamata o abbia mai riportato (anche anonimamente) ai media di questi incontri?

    Domande non certo scontate che giriamo a Zuppi e alla sua squadra di “acchiappa pedofili” perche la risposta non solo ci riguarda, ma ci interessa moltissimo, senza il bisogno di fare nomi.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2024/02/28/cei-incontra-le-famiglie-ma-questa-volta-puzza-tanto-di-bruciato-che-i-media-chiamano-la-rete-labuso-per-conferma/

  • CEI incontra le famiglie. Ma questa volta puzza tanto di bruciato che i media chiamano la Rete L’ABUSO per conferma

    CEI incontra le famiglie. Ma questa volta puzza tanto di bruciato che i media chiamano la Rete L’ABUSO per conferma

    Ed è successo ancora, dietro il paralume della fantaprivacy della CEI che a suo dire ieri – si legge nel comunicato – “Il Card. Matteo Zuppi e Mons. Giuseppe Baturi, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della CEI, insieme a Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, hanno accolto oggi, nella sede di Circonvallazione Aurelia 50, un piccolo gruppo di familiari e vittime di abusi compiuti da chierici e operatori pastorali in ambito ecclesiale.”

    Una notizia immediatamente verificata dalle agenzie di stampa, data quella precedente che aveva già all’epoca convinto pochi in quanto uscita senza preavvisi solo dopo gli incontri, quindi non certificabile e certo, verissima la privacy, ma il fatto che CEI – al di là del comunicato – non fosse neppure stata in grado di citare quali le circostanze dei fatti dei “presunti ospiti” si trattasse, aveva sollevato qualche più legittimo dubbio.

    Naturalmente, a questo giro le domande si sono aggiunte alle precedenti.

    Restano anonime come la volta scorsa le presunte vittime e le circostanze oltre che i luoghi, ma la domanda dei media questa volta è; come è possibile che la Rete L’ABUSO, infondo unica realtà in sostegno delle vittime del clero nel paese, non sia mai stata mai coinvolta in nessuno di questi fondatamente anonimi incontri della CEI?

    Come è possibile che nessuna delle vittime note ed inevitabilmente (in quanto unica in Italia) in contatto con la Rete, sia mai stata chiamata?

    L’ultima inevitabile domanda è chi sono questi gruppi, queste famiglie e queste vittime dal momento che in Italia nessuna risulta essere stata chiamata o abbia mai riportato (anche anonimamente) ai media di questi incontri?

    Domande non certo scontate che giriamo a Zuppi e alla sua squadra di “acchiappa pedofili” perche la risposta non solo ci riguarda, ma ci interessa moltissimo, senza il bisogno di fare nomi.

  • Roma, catechista a processo per abusi su una 14enne. «Il parroco le raccomandò di non parlare»

    Roma, catechista a processo per abusi su una 14enne. «Il parroco le raccomandò di non parlare»

    «Se la giustizia non farà il suo corso sicuramente ne risponderanno davanti a Dio». Si lascia andare ad uno sfogo di rabbia e delusione in aula la madre di Marta (nome di fantasia), vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate nel tempo, dal 2009 al 2012, da quando aveva solo 14 anni. Sul banco degli imputati G. V. ex catechista della parrocchia di Santa Rita da Cascia, nel quartiere Casalotti di Roma. L’accusa è di abusi aggravati dal ruolo svolto all’interno della comunità religiosa. «Nel 2013 un presbitero di cui non posso fare il nome mi riferì di alcune problematiche intime sorte all’interno del gruppo di giovani – racconta durante la sua testimonianza uno dei responsabili dei catechisti della parrocchia – mi disse che c’erano stati dei problemi tra un educatore e una ragazzina, ma senza farmi nomi e cognomi».

    Eppure, anche senza i dettagli, il religioso individua subito chi possa essere coinvolto: «Ho guardato l’elenco, ho chiamato personalmente G.

    V. e l’ho invitato a casa mia fuori Roma per farmi raccontare cosa fosse realmente accaduto. Lui ha ammesso di essersi baciato con una ragazzina. Mi ha parlato solo di un bacio e quando ho chiesto a Marta di raccontarmi i fatti anche lei ha confermato». Solo qualche bacio in macchina, niente di più, stando alla testimonianza dell’ex catechista e la promessa di non raccontare nulla ai genitori per scongiurare una reazione sconsiderata da parte del padre poliziotto della ragazza. «Così ho informato subito il parroco di Santa Rita da Cascia, ormai deceduto da diversi anni, che mi ha consigliato di non dire nulla a nessuno per non allarmare sia la famiglia della ragazza sia la famiglia dell’imputato, padre di quattro figli».

    LA DENUNCIA
    Tutto cambia nel 2018, quando crolla il muro di omertà costruito intorno a questa vicenda. Questa volta è la madre a chiamare il responsabile dei catechisti ed è molto arrabbiata. «Ho ricevuto una telefonata dalla mamma di Marta – prosegue l’uomo nella testimonianza – che diceva di aver parlato con la figlia». Marta si sfoga e racconta tutto, descrivendo le violenze sessuali subite in anni di catechismo da parte di quell’uomo del quale lei si fidava ciecamente. «Mia figlia è viva per miracolo – si sfoga la donna in aula – non ho idea di come abbia fatto a proseguire con la sua vita tenendosi tutto dentro. Ha subito le violenza da quando aveva 14 anni e dopo essere diventata maggiorenne ha deciso di sfogarsi. Una vergogna quello che è accaduto. All’interno della chiesa ci sono persone che fanno del bene, ma non tutte purtroppo. E poi c’è anche la morale. Non mi interessa se il parroco, all’epoca delle violenze, ha detto di tacere. Loro dovevano raccontare tutto e invece non l’hanno fatto». Dopo la telefonata della donna i vertici del gruppo di catechesi e il parroco si sono riuniti e hanno deciso di prendere provvedimenti, allontanando G.V. definitivamente dalla parrocchia. «Lo abbiamo interrogato in chiesa – racconta ancora il testimone – e lui ha ammesso di aver avuto tre rapporti in totale durante gli incontri di post cresima». Ed è proprio su questi incontri ha indagato la Procura.

    GLI INCONTRI
    Gruppi di discussione composti da 8/10 ragazzini nei quali si trattano tematiche religiose o problematiche familiari, con lo scopo di non far allontanare i giovani dal mondo ecclesiastico dopo la comunione. Gli incontri vengono svolti in casa di alcune famiglie di fiducia scelte direttamente dalla parrocchia. E una di queste famiglie è proprio quella dell’imputato. In aula come testimone, anche la moglie di G. V. che ammette candidamente di essere stata a conoscenza di questo rapporto tra il marito e la ragazza: «Mi ha confessato tutto e io ho cercato di mettermi nei suoi panni. Ho analizzato il nostro rapporto e mi sono resa conto tra di noi si era creato un muro, ci eravamo chiusi in noi stessi». Nel capo d’imputazione si legge un particolare che rende ancora più torbida una storia già difficile da raccontare: l’imputato avrebbe costretto la ragazzina ad avere rapporti sessuali non protetti, per via delle sue convinzioni religiose.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/metropoli/catechista_abusi_ragazzina_casalotti_cosa_e_successo-7861563.html

  • “Ora che siamo adulti responsabilizzati possiamo raccontare la storia degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica spagnola”

    “Ora che siamo adulti responsabilizzati possiamo raccontare la storia degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica spagnola”

    “Volevo denunciarlo perché quello che mi aveva fatto il monaco era un crimine, ma i miei genitori avevano paura”.

    Così Miguel Hurtado racconta come , all’età di 16 anni, iniziò il suo lungo e doloroso percorso per essere riconosciuto vittima di abusi sessuali da parte di un monaco di un monastero cattolico situato alla periferia di Barcellona.

    “Mia madre credeva che il gruppo cattolico di giovani scout dell’Abbazia di Monserrat fosse molto sicuro, ma sfortunatamente era un posto molto più pericoloso di quanto sembrasse”, spiega questo psichiatra catalano che oggi ha 41 anni e ha trascorso metà della sua vita cercando giustizia.

    Sono passati più di due decenni in cui Miguel ha provato di tutto per denunciare quello che gli è successo: registrazioni segrete, un documentario, un libro, un incontro con Papa Francesco, una campagna per raccogliere firme e, naturalmente, fare terapia e relazionarsi la sua testimonianza alle autorità e alla stampa.

    La sua perseveranza è stata tale che il suo caso di abuso è diventato uno dei più emblematici in Spagna.

    Recentemente, l’Ufficio del Difensore civico di quel Paese ha pubblicato un rapporto realizzato da una commissione indipendente sulla pedofilia nella Chiesa cattolica spagnola. È il primo del suo genere e include la storia di Miguel.

    Il rapporto stima che l’1,13% dell’attuale popolazione adulta spagnola abbia subito abusi da parte dei preti .

    Questi dati contraddicono la versione della Chiesa che per anni ha affermato che quel Paese rappresentava un’eccezione rispetto alla gravità del fenomeno globale.

    L’istituzione religiosa ha reagito al rapporto in modo frammentato e senza un chiaro consenso.

    Mentre il presidente della Conferenza episcopale spagnola ha respinto sui social i dati estrapolati dal testo, la Conferenza spagnola dei religiosi (CONFER) ha diffuso un comunicato in cui ringrazia il lavoro svolto dal Difensore civico e si impegna a studiare le raccomandazioni del Difensore civico. denuncia e si scusa con le vittime.

    L’indagine ufficiale spagnola è avvenuta perché nel 2022 diversi partiti politici hanno richiesto la creazione di una commissione per analizzare la questione.

    Sostenevano, tra le altre cose, che a differenza dei paesi vicini come Francia e Portogallo, e di molti altri paesi nel mondo, la Spagna non ha ancora indagato formalmente sugli abusi della Chiesa.

    BBC Mundo ha parlato con Hurtado di quel rapporto, ma anche della sua storia, del suo attivismo e del complesso processo che le vittime della pedofilia devono affrontare all’interno della Chiesa cattolica per denunciare e vedere fatta giustizia.

    “Quello che pensavo era: se questo è stato fatto a me, avrebbe potuto essere fatto ad altri. Dobbiamo trovare un modo per fermarlo”.

    Miguel aveva 17 anni quando arrivò a questa conclusione.

    Il suo aggressore era il monaco Andreu Soler, che da più di 40 anni guidava un gruppo di giovani scout nell’emblematica abbazia di Montserrat, icona della cultura catalana.

    Si erano conosciuti un paio di anni prima in quel gruppo, e il monaco era diventato poco a poco una guida spirituale nella quale il giovane Miguel aveva molta fiducia.

    Tanto che confessò la sua angoscia nel rendersi conto di essere omosessuale.

    “Gli ho detto che ero gay, che lo stavo accettando, che i miei genitori non lo sapevano e che ero preoccupato di come avrei potuto dirglielo.”

    Da quel momento il comportamento del monaco cominciò a confondere Miguel.

    Da un lato era un uomo rispettato dalla comunità, carismatico, molto preoccupato per il benessere dei giovani e che, inoltre, si mostrava interessato ad ascoltarlo e ad offrirgli una guida.

    Ma, d’altra parte, era un uomo di 65 anni che cercava di restare solo con lui di notte e che gli diceva che se “lavorassero insieme, quegli impulsi omosessuali potrebbero essere curati”.

    “Per me era una figura paterna e il suo discorso era: così come mi interessa il tuo benessere e cerco di darti consigli sulla famiglia, sugli amici, ti do anche consigli sull’educazione sessuale”.

    Ma quei suggerimenti apparenti includevano tocchi che arrivavano a un livello superiore.

    “Quando mi ha dato il bacio alla francese sono rimasta pietrificata. Ho stretto forte i denti perché non volevo che mi facesse questo. Non mi piaceva quello che stava succedendo e rimasi scioccato. “Non ho potuto reagire”

    E poi è arrivata la chiarezza.

    “La barriera di negazione che avevo avuto per tanti mesi è crollata. “Ho capito che ciò che stava facendo il monaco non faceva parte di un tentativo di fornire educazione sessuale ma era un abuso.”

    “Quello che è successo è che ha approfittato di quelle informazioni riservate per iniziare ad abusare sessualmente di me.”

    La denuncia

    La prima persona che Miguel raccontò dell’abuso fu un altro monaco che notò che era strano e osò chiedergli cosa c’era che non andava.

    All’inizio quel monaco si dimostrò empatico e comprensivo, ma quando Miguel volle dare seguito alla sua denuncia per scoprire quali avrebbero potuto essere i passi successivi, dovette affrontare il segreto.

    “Aveva un atteggiamento più difensivo. Era come se fosse stato un gioco da bambini. Uno scherzo banale, gli dai una pacca sulla mano perché non lo faccia più e basta.”

    Miguel capì che nella Chiesa non c’era la volontà di denunciare , né di denunciare i suoi genitori o quelli degli altri giovani, tanto meno di trovare altre vittime.

    “Sono rimasto molto, molto scioccato perché non me lo aspettavo. Avere una persona che ti delude è difficile. Ma avere una seconda persona che ti delude e l’istituzione che ti delude è molto più difficile”.

    Il passo successivo è stato dirlo ai suoi genitori, poiché erano i suoi rappresentanti legali.

    Dopo averlo scoperto, la madre di Miguel decise di inviare una lettera all’abate principale lamentandosi dell’accaduto e del fatto che non era stata intrapresa alcuna azione.

    “L’abate ha risposto dicendo che l’aggressore era stato trasferito in un monastero che l’ordine ha nell’interno della Catalogna e che non avrebbero più avuto questo tipo di problemi”.

    “Era affettuoso, affettuoso, era preoccupato per il mio benessere e raccomandò a mia madre di non denunciarlo, che era meglio che se ne occupassero internamente perché se avesse sporto denuncia avrebbero dovuto chiamare un avvocato l’aggressore.”

    Per Miguel, in quel momento l’insabbiamento istituzionale divenne chiaro.

    “Hanno avuto la solita reazione. All’inizio negano, facendo finta di nulla, e quando la denuncia raggiunge un livello tale che è lì e non c’è modo di contenerla, risolvono il problema spostando l’aggressore in un altro posto all’interno della rete di istituzioni che ha la stessa Chiesa Cattolica”.

    Ma Miguel aveva già chiaro che quanto accaduto era un crimine e voleva denunciarlo alle autorità spagnole. Il problema era convincere i suoi genitori.

    “ I miei genitori avevano paura delle conseguenze , avevano paura dell’ostilità sociale, avevano paura che nessuno mi credesse. Avevano paura che l’Abbazia assumesse una buona squadra di avvocati che ci avrebbero distrutto dal punto di vista giudiziario”.

    Ora stava affrontando la sua stessa famiglia.

    “C’è stato un incidente e non mi hanno supportato quando ho presentato il reclamo. A quel tempo ero finanziariamente dipendente e i miei genitori non mi avrebbero sostenuto. “Ho provato a voltare pagina, concentrarmi sui miei studi e andare avanti con la mia vita.”

    La goccia che ha riempito il bicchiere

    Miguel si dedicò completamente agli studi di medicina e riuscì a raggiungere un alto rendimento accademico.

    Cercò di dimenticare gli abusi, ma intorno al 2002, quando aveva 20 anni, venne alla luce lo scandalo della pedofilia nella chiesa cattolica di Boston, negli Stati Uniti.

    L’inchiesta pubblicata in più puntate dal quotidiano The Boston Globe ha dimostrato non solo che erano molti i minori abusati dai preti, ma che la chiesa era responsabile di proteggere e coprire gli autori degli abusi.

    “Questo mi ha commosso molto. Quegli stimoli provenienti dai telegiornali, dalla televisione, hanno fatto emergere e venire a galla il trauma rimosso. Mi sono trovato molto male. Non riuscivo a dormire”.

    Miguel ha cercato aiuto. Conoscevo una fondazione che lavorava sugli abusi sessuali sui minori e offriva terapie di gruppo. Decise allora di contattare nuovamente l’Abbazia per chiedere un risarcimento.

    “Ho scritto loro una lettera molto arrabbiata in cui li criticavo per come avevano gestito gli eventi. Ho detto loro che stavo male, che avevo bisogno di terapia, che non pensavo che i miei genitori avrebbero dovuto pagarla e che avevo bisogno di un compenso economico per pagarla”.

    Questa volta l’istituzione ha risposto con una lettera del suo avvocato in cui si chiedeva un incontro, al quale Miguel ha partecipato in compagnia di un avvocato.

    “Mi hanno fatto spiegare nuovamente l’abuso. “Credo che sia stato un confronto per confrontare quello che ho detto con quello che avevo scritto e vedere se la mia testimonianza era credibile”.

    “Alla fine il mio avvocato e il suo avvocato hanno concordato un risarcimento molto basso, molto basso, di circa 7.200 euro (circa 7.600 dollari) per le spese terapeutiche. Non hanno voluto pagare direttamente con bonifico bancario per non lasciare la minima traccia. Mi hanno pagato in tre rate in buste e con banconote da 500 euro”.

    Questo processo servì anche a convincere sua madre a unirsi alla sua causa .

    “Quando mia madre ha visto che quando hanno chiesto un risarcimento, quella reazione molto pastorale è cambiata e hanno assunto un atteggiamento così ostile e legalistico, più tipico di una multinazionale, ha capito che l’avevano ingannata e che l’avevano usata”.

    Miguel si è finalmente sentito sostenuto dalla sua famiglia e la terapia è stata il primo passo per iniziare ad affrontare il trauma dell’abuso sessuale . In questo processo ha capito che il suo aggressore era stata una figura paterna, che gli mancava, in un momento fondamentale della sua vita.

    Ma col passare del tempo, ha voluto verificare che la chiesa avesse mantenuto la promessa di isolare il suo aggressore e ha deciso di cercarlo online.

    “Ho scoperto che era morto. Ma ho anche scoperto che prima di morire, l’Abbazia di Montserrat aveva pubblicato un libro di ricordi con un prologo di Jordi Pujol, ex presidente del governo catalano.”

    “A me è sembrata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato l’ultimo insulto e ho capito che dovevo fare qualcosa”.

    Era il 2011, Miguel aveva già 29 anni e conosceva meglio l’istituto che aveva di fronte.

    Test

    La prima cosa che Miguel ha fatto è stata attuare una strategia per ottenere prove che potessero supportare la sua testimonianza.

    Ormai sapeva che molto probabilmente non gli avrebbero creduto e, anzi, lo avrebbero screditato.

    Ha deciso di contattare nuovamente i vertici dell’istituzione cattolica. Ha inviato loro un’altra lettera chiedendo un incontro, al quale ha deciso di recarsi con una telecamera nascosta per registrare l’intera conversazione.

    Miguel era incaricato di facilitare ulteriori incontri con diverse autorità cattoliche che erano a conoscenza del suo caso e che li registravano segretamente. Gli incontri si sono svolti nel corso di diversi anni.

    “Il monaco Josep María Sanromá, al quale raccontai del mio abuso quando avvenne, si giustificò rivelando di aver spiegato all’abate di allora quello che era successo e che era stato l’abate a decidere di non fare nulla.”

    “Con l’abate Josep María Soler, nominato quando avevo 18 anni, ho avuto due conversazioni. Ha detto che il mio aggressore aveva negato i fatti. Ma negli anni ’70 avevano sentito storie, voci di comportamenti sessuali inappropriati, quando era responsabile di un gruppo di giovani che si incontravano nei fine settimana per andare in un rifugio cattolico.

    “Che non sapeva se fossero state prese delle misure oppure no, ma quando io, decenni dopo, gli spiegai cosa mi era successo, non fu colto di sorpresa.”

    “E la giustificazione che mi diede riguardo al libro fu che lui come abate non sapeva che fosse stato pubblicato. “Che l’editore agisce in modo indipendente, ma che si è impegnato a ritirarlo dalla circolazione e a distruggerne tutte le copie.”

    Con queste registrazioni Miguel era riuscito a ottenere la prova che i leader cattolici erano a conoscenza dei suoi abusi e non li avevano denunciati alle autorità.

    Ma mancava un ultimo passo: restituire i soldi che gli avevano dato ufficiosamente per la terapia e dimostrare così che quelle transazioni erano esistite.

    “Ho colto l’occasione per restituire i soldi e dirgli che erano soldi sporchi, che non li volevo e che mi avevano usato. L’ho registrato mentre lo restituiva .”

    “E alla fine gli ho detto che mi avevano chiesto insistentemente di tacere, ma che in quella situazione non potevo più garantire che lo avrei fatto. Mi ha chiesto ancora di tacere perché l’abate di allora, quando ero minorenne ed era avvenuto l’abuso, era già molto vecchio e la cosa lo avrebbe turbato e gli avrebbe toccato molto”.

    A quel punto Miguel cominciò a raccontare il suo caso in forma anonima ad alcuni media locali.

    racconta tutto

    “Ora che siamo adulti emancipati possiamo raccontare la storia degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica spagnola”, spiega Hurtado.

    Nel 2019, a 37 anni, Miguel ha raccontato la sua storia al quotidiano spagnolo El País. Ha nominato il suo aggressore e coloro che presumibilmente lo avevano coperto, supportata dalle prove che aveva raccolto.

    Nello stesso anno ha collaborato al documentario “Examen de Conciencia” , che denuncia il caso della pedofilia nella Chiesa cattolica spagnola, e che è stato ampiamente distribuito da Netflix.

    “Ciò che mi ha motivato è che nella mia scala di valori, nella mia scala etica e morale, non era accettabile che un’istituzione, non importa quanto potere, prestigio o influenza abbia, si comporti in quel modo.”

    «Si erano comportati come un’organizzazione mafiosa, come un’organizzazione criminale. A porte chiuse hanno tenuto un discorso sui valori cristiani umanisti, sulla cura dei più vulnerabili, sulla difesa dei diritti dei bambini e poi, a porte chiuse, hanno commesso milleuno crimini. “Sapevo che eticamente dovevo denunciare quanto accaduto e che era importante che si sapesse la verità”.

    Dopo 20 anni di tentativi in ​​modi diversi, a Miguel è bastato presentare una denuncia pubblica.

    “Era l’unico strumento di potere che avevo. Quando ho avuto la prima crisi, mi sono consultato con un avvocato e lei mi ha spiegato che, secondo la legislazione allora vigente, la mia causa scadeva tre anni dopo la maggiore età, cioè a 21 anni. Legalmente non potevo fare nulla. Le porte della giustizia erano chiuse. Ed è quello che è successo nella maggior parte dei paesi del mondo”.

    Ma la sua strategia ha dato i suoi frutti. Ha fatto parte del gruppo di attivisti provenienti da tutto il mondo che hanno partecipato al summit antipedofilia organizzato da Papa Francesco a Roma nel febbraio 2019.

    Inoltre, le loro denunce pubbliche hanno incoraggiato altre vittime a raccontare le loro storie e, date queste prove, la chiesa ha deciso di condurre un’indagine interna per la quale ha convocato una commissione indipendente.

    “Nel settembre 2019 hanno pubblicato i risultati e ciò che la commissione indipendente ha affermato è che il mio aggressore era un predatore sessuale. Che aveva abusato di almeno 12 bambini in 30 anni. E non solo, ma non è stato l’unico caso di abuso sessuale avvenuto a Montserrat”.

    Miguel ha deciso, allora, di cominciare a concentrare il suo attivismo sulla questione dell’imprescrittibilità dei crimini sessuali contro i minorenni, poiché sostiene che la prescrizione legale è stata la grande alleata degli abusatori e degli occultatori.

    Quell’idea si è concretizzata con la campagna “L’abuso non prescrive” sulla piattaforma Change.org.

    “ Ho raccolto 560.000 firme e ci è voluto molto per suscitare l’interesse dei politici. Alla fine, nel 2021, è stata finalmente approvata una legge in cui il termine di prescrizione è stato esteso a 17 anni, in modo che le vittime abbiano 17 anni in più per denunciare, nei casi verificatisi dal momento in cui è iniziato il reato. “

    Anche se il termine è stato prorogato, questi reati continuano a scadere in Spagna. Ecco perché ha chiesto consiglio ad altri paesi che hanno legiferato a favore dell’imprescrittibilità. La sua idea era quella di fornire elementi per il rapporto dell’Ufficio del difensore civico che avrebbe iniziato a essere preparato nel 2022.

    “Ci sono altri paesi come Perù, Ecuador, Cile e Colombia che hanno già approvato la completa imprescrittibilità. Gli attivisti spagnoli continuano a lottare affinché i termini di prescrizione vengano completamente eliminati. “È una lotta molto dura e molto lunga perché i politici non ci sostengono molto”.

    Il rapporto

    Nel marzo 2022, il Congresso spagnolo ha incaricato il Difensore civico di creare una commissione indipendente da lui presieduta e di preparare un rapporto sulle denunce di abusi sessuali nella Chiesa cattolica spagnola.

    Il 27 ottobre, un anno e sette mesi dopo quell’incarico, il difensore Ángel Gabilondo ha presentato al Congresso il lavoro di 779 pagine dal titolo: “Rapporto sugli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica e il ruolo dei poteri pubblici. Una risposta necessaria”.

    Per l’inchiesta la commissione ha raccolto le testimonianze di 487 vittime elencate nel testo in forma anonima.

    Inoltre, nell’ambito della ricerca, è stato effettuato uno studio su un campione di 8.000 persone residenti in Spagna.

    L’obiettivo era cercare di quantificare l’entità del problema e dai dati raccolti si è concluso che l’1,13% dell’attuale popolazione adulta ha subito abusi in Spagna da parte di religiosi cattolici.

    “I media, estrapolando i dati, hanno fornito cifre di 230.000 vittime di pedofilia da parte di religiosi in Spagna e di circa 400.000 di abusi sessuali nelle istituzioni cattoliche”, spiega Miguel.

    Il cardinale Juan José Omella, presidente della Conferenza episcopale spagnola (CEE) e arcivescovo di Barcellona, ​​ha rifiutato questi numeri sul suo account X (ex Twitter).

    Ha affermato che “le cifre estrapolate da alcuni media sono bugie e hanno lo scopo di ingannare” e ha assicurato: “Non ci stancheremo di chiedere perdono alle vittime e di lavorare per la loro guarigione”.

    Il rapporto del difensore costituisce il primo rapporto ufficiale su questo tema nel paese europeo, che è stato criticato anche per il suo ritardo nel rispondere ad un fenomeno di interesse pubblico e su scala globale.

    Questo ritardo è riconosciuto nel testo. “ Il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa occidentale ad aver creato una commissione e ad aver prodotto un rapporto. Tra i paesi più vicini lo hanno già fatto sia la Francia (2021) che il Portogallo (2023).

    “Ma molto prima, saltando i continenti, vale la pena ricordare che il Canada aveva già creato una commissione parlamentare nel 1989 e presentato un primo rapporto nel 1992 (ampliato nel 2007), seguito dagli Stati Uniti (2004)”

    Per Miguel questo ritardo non è strano.

    “ Per 40 anni la Spagna è stata una dittatura nazionale cattolica , dove il potere civile e il potere religioso erano fratelli siamesi. “Non si sapeva dove iniziasse l’uno e finisse l’altro, e c’è stata un’enorme resistenza da parte della stampa e delle autorità civili quando si è trattato di indagare su questi eventi.”

    Ma la verità è che la Spagna ha già fatto un primo passo e Miguel ha contribuito in qualche modo a questo processo. Nella relazione del Mediatore, infatti, si passa in rassegna il suo caso e come il suo attivismo sia riuscito a mettere la questione all’ordine del giorno e ottenere la modifica dei termini di prescrizione.

    “Ho chiesto a un team legale cileno molto potente, gli stessi che avevano redatto la legge cilena sull’imprescrittibilità, di scrivere un documento legale tecnico di 120 pagine che raccomandava una legge sull’imprescrittibilità in Spagna”.

    “Ho consegnato quel rapporto alla commissione d’indagine del Difensore civico. “Ho avuto un incontro con Ángel Gabilondo per spiegargli la misura.”

    Ma ha la sensazione di non essere stato ascoltato del tutto.

    “Leggendo il rapporto si vede che le vittime in più occasioni e in più modi chiedono l’imprescrittibilità, ma continuano a non ascoltarci e continuano a non includerla nelle raccomandazioni”.

    Miguel è concentrato nel realizzare quel cambiamento per contribuire, in qualche modo, alla tutela delle nuove generazioni.

    “Il problema principale è che l’abuso sessuale sui minori è sempre un abuso di potere. E quanto maggiore è l’asimmetria tra il bambino e l’adulto, tanto più difficile è denunciarli e smascherarli come bambini o adolescenti.”

    “Per poter raccontare la propria storia in modo sicuro e non subire ritraumatizzazioni secondarie, è essenziale avere potere .”

    “Devi aver fatto terapia in molte occasioni. Devi aver raccontato la storia alla cerchia ristretta e trovare una cerchia che ti protegga e ti aiuti. Devi essere finanziariamente indipendente. “Devi avere risorse personali e finanziarie”.

    E le condizioni descritte da Miguel vengono raggiunte, nella maggior parte dei casi, anni dopo che si sono verificati gli abusi.

    “Le prove scientifiche ci mostrano che ci vogliono decenni prima che le vittime siano in grado di denunciare questi eventi . Ecco perché in gran parte del mondo sono in corso campagne molto attive per estendere o eliminare i termini di prescrizione per i reati di pedofilia”.

    La lotta di Miguel è motivata da quel minore che era, che nessuno poteva proteggere dagli abusi e che è diventato un adulto che ha dovuto lavorare instancabilmente per affrontare il suo trauma.

    “Quando invecchi, vedi l’impatto che l’abuso sessuale ha avuto sulla tua vita e confronti come è stata la tua vita e come sarebbe potuta essere se non avessi subito abusi sessuali.

    “Devi piangere la perdita delle molteplici opportunità di cui hanno goduto altri ragazzi della tua età, ma che tu non hai potuto perché eri depresso, angosciato, traumatizzato, chiuso in una stanza senza vedere nessuno.”

    https://www.elimparcial.com/mundo/Ahora-que-somos-adultos-empoderados-podemos-contar-la-historia-de-los-abusos-sexuales-a-menores-en-la-Iglesia-catolica-espanola-20231122-0148.html

  • Seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili

    Seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili

    È stata presentata oggi, 16 novembre, nel corso dell’Assemblea straordinaria Cei ad Assisi, la seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili promossa dalla Conferenza episcopale italiana attraverso il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, La rilevazione, affidata anche quest’anno agli esperti dell’Università cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, Paolo Rizzi e Barbara Barabaschi, e riferita al 2022, ha coinvolto i Servizi regionali, diocesani e interdiocesani e i Centri di ascolto diffusi su tutto il territorio nazionale.

    Il primo elemento evidente è l’ampia partecipazione delle diocesi italiane: da 166 sono passate a 186, che corrispondono a 190 diocesi su 206 (escludendo le diocesi accorpate e quelle abbaziali), portando la rappresentatività statistica del campione di indagine al 92,2%. Un dato che conferma la crescente sensibilizzazione sul tema e che si realizza in una raccolta di dati “sinodale”, in cui ogni elemento registrato è frutto del diretto coinvolgimento delle centinaia di persone coinvolte nelle strutture pastorali.

    Scendendo nel dettaglio geografico, l’indagine ha visto la partecipazione di 82 diocesi (pari al 45,1% del campione) dell’Italia meridionale, di 60 diocesi (pari al 32,3% del campione) dell’Italia settentrionale e di 44 diocesi (pari al 23,6% del campione) collocate nel Centro Italia. In termini dimensionali, oltre la metà delle diocesi coinvolte sono di media scala, tra 100 e 250 mila abitanti (104) e solo 29 di piccole entità, al di sotto dei 100 mila abitanti.

    La prima parte del documento è dedicata alle attività dei Servizi diocesani e interdiocesani, i cui referenti, nella maggior parte dei casi sono sacerdoti (46,2%), poi laici o laiche (39,7%) e solo raramente religiosi o religiose (6,5%). Inoltre, delle 186 diocesi indagate, l’82,8% ha un’équipe di esperti a sostegno del servizio. Per le attività specifiche, si nota un incremento significativo rispetto al 2020: è più che triplicato il numero degli incontri proposti (da 272 a 901) e il numero delle persone coinvolte (da 7706 a 23188). Si conferma così una tendenza positiva dove centrale diventa la formazione dei sacerdoti e degli operatori pastorali, tassello di fondamentale importanza per una strategia di prevenzione e lotta agli abusi. Raddoppiano le iniziative e collaborazioni con altri enti non ecclesiali: da 25 nel biennio 2020-2021 diventano 51 nel solo 2022. In deciso aumento, soprattutto nelle regioni del Sud, la partecipazione a tavoli istituzionali civili. Di contro, restano ancora molto basse le iniziative che vedono coinvolti anche gli Istituti religiosi.

    Quando si parla di Centri di ascolto si parte dall’aumento del loro numero che ne presenza capillare sul territorio di questo importante presidio. Sono stati rilevati dati relativi ai 108 Centri di ascolto attivati dai Servizi Diocesani o Inter-diocesani per la tutela dei minori, che fanno riferimento a 160 diocesi (pari al 77,7% delle 206 diocesi italiane).

    La maggior parte dei centri è attiva nel Nord (46), con una incidenza relativa molto superiore a quella delle diocesi che hanno attivato il servizio di tutela minori, seguono i 35 del Sud e i 27 del Centro Italia (le diocesi della Sardegna sono considerate del Sud nonostante come regione ecclesiastica siano Centro). L’attivazione dei centri di ascolto è strettamente correlata alla dimensione delle diocesi, con 40 centri costituiti in diocesi di grandi dimensioni o diocesi che si sono aggregate per questo servizio, 54 centri fanno riferimento a diocesi medie e i rimanenti 14 a diocesi di minori dimensioni.

    Generalmente collocati in altra sede rispetto alla curia diocesana (78% dei casi), sono affidati alla responsabilità, nella maggioranza dei casi, di un laico/a (76%), per lo più con competenze in campo psicologico o educativo. Tra i laici prevalgono nettamente le donne, che rappresentano complessivamente i due terzi dei responsabili dei Centri di ascolto.

    Quasi tutti i centri di ascolto fanno riferimento ad un’équipe di esperti costituita da laici, con competenze in campo psicologico, giuridico, educativo.

    Crescono in modo esponenziale i contatti rilevati dai Centri di ascolto passando dai 38 del 2020 ai 374 del 2022, nella gran parte dei casi telefonici (84,4%) da parte di non vittime (87,7%). Il motivo prevalente dei contatti (81,9%) è per chiedere informazioni, mentre nel 18,1% dei casi per segnalare abusi all’Autorità ecclesiastica. La richiesta di informazioni rende ragione anche del fatto che diversi centri di ascolto si sono messi in rete con enti pubblici e i servizi sociali per fornire informazioni utili ai richiedenti che vengono intercettati e che magari vogliono segnalare un abuso in ambito famigliare, ma non sanno a chi rivolgersi e con quale modalità.

    Sono stati 32 i casi di presunti abusi segnalati: la maggior parte si riferisce al passato (18, pari al 56,8%) rispetto ai casi attuali (14, pari al 43,8%). Prendendo in considerazione la modalità del presunto abuso, emerge che la maggior parte delle segnalazioni fa riferimento a casi reali (29 in valore assoluto, pari al 90,6%), molto meno a casi relativi ad episodi via web (3 casi pari al 9,4%). Dall’analisi del luogo in cui è avvenuto il presunto abuso reale, emerge che nella maggior parte dei casi si tratta della parrocchia (17 su 29, pari al 58,6%).

    Analizzando i casi segnalati per tipologia di abuso, si nota la prevalenza di “comportamenti e linguaggi inappropriati (offese, ricatti affettivi e psicologici, molestie verbali, manipolazioni psicologiche, comportamenti seduttivi, dipendenze affettive, …)”, pari a 20 casi in totale su 74.

    Il numero di vittime di presunti abusi nel 2022 è risultato pari a 54.

    L’età delle presunte vittime all’epoca dei fatti si concentra nella fascia 15-18 anni (25 su 54). Il secondo gruppo rappresentato tra le vittime è quello composto da chi ha più di 18 anni (19 su 54). Il focus sul genere delle presunte vittime rivela una netta prevalenza di femmine (44) rispetto ai maschi (10).

    Il numero di presunti autori dell’abuso è risultato nel 2022 pari a 32.

    L’analisi del profilo dei presunti autori di reato porta a soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni, in oltre la metà dei casi, con una media di 43 anni. Si tratta per la quasi totalità di maschi (31 su 32), chierici per un terzo, religiosi per un terzo e laici (37%). Con riferimento ai laici, il dettaglio relativo al servizio pastorale svolto indica che i presunti autori di reato, al momento della segnalazione, svolgevano i seguenti ruoli: educatore (5 casi), catechista (1 caso), fondatore di associazione ecclesiale, insegnante di religione, seminarista. Per lo più celibi ma anche 2 sposati.

    Per le opzioni offerte dai Centri di ascolto nei confronti delle presunte vittime nel 2022 prevale l’accompagnamento psicoterapeutico (10 casi) e in seconda battuta la fornitura di informazioni e aggiornamento sull’iter della pratica (9 casi). È stata data la possibilità di incontrare l’Ordinario o ancora un percorso di accompagnamento spirituale. Altre opzioni sono la consulenza ai genitori, l’incontro con il vicario episcopale, il supporto nell’incontro con le autorità civili e il supporto al sacerdote dell’oratorio L’offerta dei servizi è stata definita sulla base dei bisogni espressi dalle presunte vittime, sentito il parere degli esperti dell’équipe a supporto dei servizi diocesani per la tutela dei minori.

    Sono anche attivate azioni di accompagnamento agli autori dei presunti reati di abuso, a partire da percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (6 casi).

    Si conferma la strutturazione in ogni regione ecclesiastica di un Servizio regionale con un proprio coordinatore, di solito un sacerdote con competenze psicologiche, un Vescovo delegato e un’équipe di specialisti. Le attività del Servizio sono perlopiù formative. Il numero degli incontri proposti è quasi raddoppiato dal 2020 (anno di avvio del SRTM, in concomitanza con la pandemia da Covid19), passando da 36 incontri nel 2020 a 69 nel 2022. Particolarmente rilevante appare il numero dei partecipanti alle iniziative attivate, più che raddoppiato passando dai 914 partecipanti nel 2020 a 3276 nel 2022.

    Il testo completo della Rilevazione è disponibile in allegato