Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Altro che toccare il fondo, la stampa italiana (e non solo) questa volta lo ha persino bucato.

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    E quello che per i soli media italiani pare essere “l’ombelico del mondo” tanto da arrivare a titoli squallidi come quello di TGcom 24 (nella foto) che arriva persino a criticare la stampa estera per non essersi genuflessa alla pecorina come quella italiana. Ci si domanda “stando ai titoloni dei media italiani” chissà quante persone non potranno sopravvivere perché il Papa è ricoverato; quanti per lo stresso motivo non avranno lo stipendio questo mese; quanti in Italia non potranno più camminare, mangiare, fare benzina ecc. perché il Papa è stato ricoverato… E adesso chi guiderà il Vaticano durante la sua degenza?

    Parliamo della stessa stampa che, guardando l’altra faccia della medaglia, è da sempre incapace di fare una informazione vera e obbiettiva, l’unica al mondo che è stata persino incapace di fare un’inchiesta giornalistica sulla pedofilia del clero italiano. Da più di dieci anni riporta, ogni tanto qualche caso, nulla di piu.

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    Quella che oramai da anni, quando parla di pedofilia nel clero, non chiede più neppure un contradittorio alle vittime.

    La stessa che non è capace neppure di chiedere al presidente della CEI Matteo Zuppi come mai promuove a una congregazione mons. Rosario Gisana, sotto processo nel tribunale di Enna e per il quale il pubblico ministero chiede due anni di carcere senza il beneficio della condizionale, in quanto avrebbe mentito in favore dello stupratore Giuseppe Rugolo, oggi condannato a tre anni in via definitiva. Sempre a Zuppi, forse andrebbe chiesto perché la CEI non ha preso provvedimenti (come ha fatto la magistratura) verso Gisana? Eppure lo stesso Motu proprio, tanto lodato dai media, lo prevede!

    Sempre la stessa stampa che è incapace di chiedere al Papa, quando la chiesa italiana inizierà come nel resto d’Europa, anche in Italia, a riconoscere e indennizzare le vittime dei preti pedofili, anziché vantare falsamente quello che i Governi di tutta Europa hanno ottenuto per i propri cittadini, mettendo la chiesa all’angolo, e non grazie al Papa.

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    La stessa stampa che per sola imparzialità, proprio in occasione di questo ricovero papale, avrebbe potuto sollevare, almeno il problema sanitario italiano, anziché offendere ed umiliare milioni di cittadini italiani rimasti oramai senza cure e senza alcuna assistenza medica.

    Un’informazione che sarebbe meglio, a questo punto non ci fosse in quanto in Italia è pura disinformazione.

    …E chissà, a questo punto, quanti giornalisti non prenderanno lo stipendio questo mese, perché il Papa è ricoverato…

    Di seguito la “galleria foto” dei principali titoli apparsi sui media italiani…

  • ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    ‘Abusi sessuali e violenze quando ero in collegio. Mi hanno distrutto l’infanzia’: la storia di Alvaro e il racconto prima di morire

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    “Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.

    La storia di Alvaro
    Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.

    Le segnalazioni alla diocesi
    L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.

    Lo scorso aprile il 65enne ha deciso di denunciare gli abusi al Garante per la protezione dei minori, che gli ha spiegato i passi da seguire per richiedere un risarcimento. Sempre nello stesso periodo, la segnalazione è arrivata anche all’ufficio per la tutela dei minori della diocesi di Valencia e all’ordine ospedaliero.

    Le indagini in corso

    Il 28 aprile un responsabile dell’ufficio per la tutela dei minori ha contattato Godoy, dicendo che le indagini erano in corso e che sarebbe stato ricontattato la settimana successiva. Cosa che però non è avvenuta. L’11 giugno l’uomo ha cercato di sollecitare nuovamente con una telefonata, ma gli è stato chiesto altro tempo per indagare. Adesso, a quattro mesi di distanza da quell’ultima comunicazione, non sono arrivate notizie, almeno fino all’intervento dei giornalisti spagnoli, che hanno contattato l’ordine ospedaliero dicendo che sarebbe uscito l’articolo con le dichiarazioni di Alvaro Del Cristo Godoy. Ventiquattro ore dopo, l’uomo è stato contattato per fissare un colloquio di persona e raccogliere la sua testimonianza.

    Il collegio San Juan de Dios appartiene all’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio e ha aperto i battenti nel settembre del 1972 per fornire “servizi educativi, assistenziali e riabilitativi a bambini con disabilità o in situazioni di bisogno sociale”. Nel 2018, El País ha avviato un’indagine sugli abusi e la pedofilia all’interno della chiesa spagnola: secondo i dati del quotidiano spagnolo, sarebbero almeno cinque i casi segnalati, tutti in strutture gestite dal medesimo ordine ospedaliero.

    I primi giorni in collegio

    Secondo quanto raccontato da Godoy, la sua “fortuna” è stata quella di trascorrere soltanto mezza giornata nel centro, per poi tornare a casa a dormire: “Ero un bambino normale con adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e un problema al ginocchio, poi rivelatosi essere osteocondrite dissecante. Ero orfano di padre da quando avevo cinque anni. Ecco perché mia madre acconsentì a iscrivermi alla scuola San Juan de Dios nel 1972”.

    Già nei primi giorni, Godoy ha raccontato di aver visto qualcosa che lo ha terrorizzato: “Mentre giocavo a nascondino, ho visto Fratel Francisco praticare sesso orale a un bambino di circa quattro anni. Non riuscivo a capire appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma mi ha spaventato. Ho cercato di evitare di andare in infermeria perché lui era il responsabile e mi diceva sempre che la procedura prevedeva un controllo. Per un po’ l’ho evitato”.

    Abusi e violenze

    Poi, un giorno, Fratel Francisco lo avrebbe sorpreso mentre entrava in classe, dalla porta accanto all’infermeria: “Sapeva che ero orfano e cercò di farmi sentire al sicuro: mi disse che era un sostituto di mio padre, che l’amore che provava per me era lo stesso che avrebbe provato se fosse stato mio padre, e che dovevo rilassarmi perché doveva esaminare il mio corpo. Mentre parlava, mi accarezzava le cosce”.

    “Quando mi resi conto di cosa stava succedendo – ha aggiunto – lui mi stava già abbassando le mutande e si stava masturbando un po’, cosa che non provocava alcuna reazione, nessuna erezione, non avevo ancora nemmeno avvertito nulla del genere. Iniziò a praticarmi sesso orale. Scoppiai in lacrime. In quel momento entrò Fratel Calixto. Cercai di approfittare dell’occasione per alzarmi e vestirmi, ma entrambi mi tenevano fermo. Non ho mai osato dirlo a nessuno: ho detto al vescovado che per fortuna non mi avevano penetrato, ma non era vero. L’ho sempre tenuto nascosto per vergogna, paura e perché mi sentivo umiliato. La verità è che Fratel Francisco mi ha penetrato. Ho urlato di lasciarmi andare, ma Fratel Calixto mi ha premuto la testa contro il lettino”.

    In quell’occasione la violenza è stata interrotta dall’allarme antincendio. “Non saprei dire se sono rimasto su quella barella per tre secondi o tre minuti, ho perso la cognizione del tempo. L’allarme mi ha salvato. Le porte delle aule hanno iniziato ad aprirsi e i bambini sono usciti. ‘Vestiti’, mi hanno detto”. Godoy ricorda la frase pronunciata da Fratel Francisco: “Questa è parte della volontà di Dio e deve rimanere tra noi. Se la riveli a qualcuno, Dio si arrabbierà con te e potrebbe accadere qualcosa di brutto alla tua famiglia. Me ne andai terrorizzato e scappai da scuola”.

    Il pestaggio davanti ai bambini

    Il giorno dopo è andata anche peggio: “Sono stato preso a calci e pugni davanti agli altri bambini – ha raccontato l’uomo -. Era Francisco. Mi ha rotto alcune costole, il naso e mi ha buttato giù da un pendio di tre metri. Usavo le stampelle e sono tornato a casa a piedi. Non ho nemmeno avuto il tempo di raccontare a mia madre cosa mi stava succedendo, perché era già stata chiamata dal centro e le era stato detto che ero un bambino cattivo, che insultavo tutti, che picchiavo gli altri bambini. Quando ho provato a spiegarle la verità, mi ha dato due schiaffi”.

    Godoy ha poi rivelato un altro tentativo di costringerlo a entrare in infermeria, non andato a buon fine, prima delle violenze fisiche subite in sala mensa: “Scappavo da lì perché il cibo mi sembrava immondizia. Ma Francisco e Calixto me lo infilavano in bocca a forza, picchiandomi: usavano un cucchiaio come leva tra i miei denti e mi torcevano le braccia”.
    Nell’articolo viene citata anche la testimonianza di uno dei compagni di classe dell’epoca, che ha chiesto di rimanere anonimo: “Sono stato anche io vittima e testimone di abusi da parte di Francisco. Lo vedevo entrare nella stanza di notte e sdraiarsi sul letto del ragazzo di fronte. Io facevo finta di dormire. Un giorno mi fece sedere sulle sue ginocchia e si masturbò con la mia mano. Mi baciava sulla bocca, ma io tenevo la bocca chiusa per impedirgli di penetrarmi con la lingua. Non andò oltre quell’episodio, perché dopo mi nascondevo”.

    “Era solo affettuoso”

    Godoy continuò a frequentare il centro per alcuni mesi, senza riuscire a raccontare a nessuno delle violenze subite. Più tardi, a 16 anni, durante il ricovero in ospedale per un intervento al ginocchio, il direttore del centro andò a trovarlo: “Non sono entrato nei dettagli degli abusi sessuali perché mi sentivo intimidito e spaventato. Ma gli ho detto che Fratel Francisco mi aveva picchiato e che aveva toccato e abusato dei bambini. Mi disse di non interpretarlo in quel modo, che Fratel Francisco era semplicemente affettuoso. Mi chiese persino di tornare a San Juan de Dios. Mi rifiutai e gli dissi che avrei ucciso Fratel Francisco. Lui rispose che non era più lì, che era stato trasferito in Africa”.

    L’ordine ha confermato il trasferimento in Camerun, dove l’uomo rimase per 8-9 mesi, ma le motivazioni dello spostamento non sono mai state rese note, così come quelle che hanno portato Francisco a uscire dall’ordine nel dicembre del 1977. Godoy non sa neanche se sia ancora vivo, e anche su Calixto l’ordine afferma di “non essere autorizzato a fornire informazioni”. Difficile prevedere come procederanno le indagini, ma almeno Alvaro ha avuto modo di raccontare la sua storia e togliersi questo “peso insopportabile” prima della fine.

    https://europa.today.it/attualita/abusi-violenze-collegio-storia-alvaro-del-cristo-godoy.html

  • Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

    Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

    Si è aperto questa mattina, davanti al Tribunale di Enna, il processo con rito abbreviato nei confronti del vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana e di Vincenzo Murgano, attuale parroco della Chiesa Madre di Enna. I due prelati sono imputati di falsa testimonianza per quanto dichiarato durante il procedimento a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in via definitiva a 3 anni per violenza sessuale su minori.

    Le accuse della Procura

    Secondo la Procura di Enna, Gisana (difeso dagli avvocati Pierfrancesco Bruno e Gabriele Cantaro) e Murgano (assistito dagli avvocati  Mauro Di Natale e Francesco Petralia) avrebbero reso in aula dichiarazioni non veritiere su circostanze che, secondo la Procura, erano nella loro conoscenza. Tra gli aspetti contestati figurano le informazioni ricevute sugli abusi attribuiti a Rugolo e le iniziative adottate, o non adottate, a tutela dei minori.

    Dalla denuncia di Messina al nuovo processo

    L’inchiesta nei confronti dei due religiosi è nata dalla denuncia di Antonio Messina, l’archeologo ennese – difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica – dalla cui iniziativa giudiziaria era partita anche la vicenda che ha portato al processo contro Rugolo.

    Nel procedimento davanti al Tribunale di Enna Messina è stato ammesso come unica parte civile. Sono state invece escluse le richieste presentate dai suoi genitori e dalle associazioni Rete L’Abuso e Co.Tu.Le.Vi.; non si è costituita parte civile neppure l’Avvocatura dello Stato.

    Sono stati gli imputati a scegliere l’abbreviato

    Il processo si celebra con rito abbreviato su richiesta degli stessi imputati, scelta formalizzata dalla difesa nell’udienza preliminare. La parola passa ora al giudice, chiamato a valutare le contestazioni della Procura e gli elementi raccolti nel procedimento.

    Falsa testimonianza, al via a Enna il processo al vescovo Gisana ed al vicario Murgano

  • Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    Abusi, accuse alle diocesi del Massachusetts. I vescovi: «Abbiamo fallito». Ora l’impegno per proteggere i minori

    «Abbiamo fallito nel proteggervi quando eravate più vulnerabili». Le diocesi statunitensi di Fall River, Springfield e Worcester riconoscono le responsabilità del passato, chiedono perdono ai sopravvissuti e assicurano che l’impegno per la sicurezza dei minori resta una priorità. Le reazioni sono arrivate dopo la pubblicazione del rapporto della procura generale del Massachusetts, un documento di oltre duecento pagine che ricostruisce decenni di abusi sessuali e gravi inadempienze nella risposta delle istituzioni ecclesiali. Le tre diocesi non contestano il quadro storico delineato dall’indagine, ammettono gli errori e chiedono perdono per le sofferenze inflitte alle vittima: ammissione che va di pari passo con l’impegno a continuare a migliorare le norme e i provvedimento introdotti dopo il 2002.
    Le parole più nette sono quelle del vescovo di Fall River, Edgar M. da Cunha, che si è detto «pieno di dolore» davanti al resoconto di episodi e prassi espressione di «tragici fallimenti» nella protezione delle persone più vulnerabili. «A tutti i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori, chiedo profondamente scusa. Noi come Chiesa vi abbiamo mancato quando eravate più vulnerabili», afferma il vescovo. La diocesi, aggiunge il presule, intende continuare ad accompagnare le vittime, assumersi le proprie responsabilità e fare quanto possibile perché nessun altro bambino debba subire violenze analoghe. Da Cunha assicura, inoltre, che l’ascolto e il percorso di guarigione dei sopravvissuti, assieme all’applicazione degli standard professionali e delle politiche di prevenzione, rimangono le principali priorità della Chiesa locale. La diocesi di Fall River, tra l’altro, cinque anni fa ha pubblicato un elenco di membri del clero destinatari di accuse ritenute credibili, comprendente casi risalenti a oltre settant’anni fa. Tra le prassi introdotte, nota ancora il presule, c’è quella di segnalare alle autorità civili ogni accusa di abuso su un minore, anche quando la persona che presenta la denuncia è ormai adulta. Ma le misure adottate non si fermano qui: ci sono anche gli accordi con le procure distrettuali per fornire la documentazione necessaria alle indagini anche senza un ordine del giudice, il rafforzamento dei protocolli per la gestione delle segnalazioni e il potenziamento dell’Ufficio per gli ambienti sicuri e l’assistenza alle vittime. Sono inoltre previsti controlli sui precedenti, codici di condotta e programmi di formazione obbligatoria per sacerdoti, dipendenti, ministri e volontari.
    Anche il vescovo di Springfield, William D. Byrne, definisce il documento della procura «un richiamo che induce all’umiltà» e alla necessità di mantenere una vigilanza costante nella gestione di ogni segnalazione. Byrne ringrazia i sopravvissuti che hanno trovato il coraggio di raccontare quanto subito e riconosce nel rapporto un documento storico importante, capace di dare voce alle vittime. La diocesi, assicura ancora il presule, esaminerà le raccomandazioni della procuratrice generale e resterà aperta a ulteriori miglioramenti, anche se già prima della pubblicazione del rapporto nella comunità locale è stato avviato un processo volto a correggere i fallimenti del passato, adottando procedure che tengono conto degli effetti del trauma sulle vittime. La stessa diocesi, poi, ha sottoscritto un protocollo con le tre procure competenti per il Massachusetts occidentale: in base all’accordo, le accuse vengono esaminate anzitutto dalle forze dell’ordine e soltanto in seguito dagli organismi ecclesiali. È stato inoltre ampliato l’elenco pubblico delle persone accusate in modo credibile, includendo sacerdoti già deceduti al momento della denuncia, membri di istituti religiosi, esponenti del clero provenienti da altre diocesi e dipendenti laici. Il vescovo Byrne, quindi, auspicato che le indicazioni formulate dalla procura non rimangano circoscritte alle diocesi cattoliche, ma possano diventare un riferimento anche per scuole, associazioni giovanili e altre organizzazioni impegnate con i minori. Il vescovo ha così richiamato una responsabilità condivisa nella costruzione di efficaci sistemi di prevenzione, ascolto e intervento, senza negare la specificità e la gravità delle responsabilità ecclesiali descritte nell’indagine.
    Più articolata, e maggiormente concentrata sui cambiamenti già compiuti, la reazione della diocesi di Worcester: la nota ufficiale riporta le scuse pronunciate dal vescovo Robert J. McManus nel rapporto diocesano del 2022: «Come vostro vescovo, sono profondamente dispiaciuto per gli abusi sui minori commessi da sacerdoti di questa diocesi dalla sua fondazione, nel marzo 1950». La diocesi, inoltre, afferma di accogliere il documento della procura generale, sottolineando la collaborazione assicurata durante l’indagine e ricordando che dal 2002 tutte le nuove segnalazioni sono state trasmesse immediatamente alla procura distrettuale competente. Il comunicato della diocesi, inoltre, sottolinea che la grande maggioranza degli episodi ricostruiti risale a un periodo compreso tra quaranta e sessant’anni fa, richiamando l’attenzione ai cambiamenti introdotti nel frattempo nella selezione dei candidati al sacerdozio, nella formazione sulla sicurezza degli ambienti ecclesiali e nell’esame delle denunce da parte di assistenti sociali e di un organismo consultivo composto in maggioranza da esperti indipendenti. A dimostrare l’efficacia delle misure adottate, sottolinea ancora la diocesi di Worcester, è il fatto di aver superato ogni anno le verifiche esterne previste dalla Carta per la protezione dei bambini e dei giovani, adottata nel 2002 dall’episcopato statunitense. Ma, continua il comunicato, l’impegno a fare meglio non verrà meno e il rapporto della procura verrà approfondito per individuare altre possibili misure a sostegno delle vittime e per rafforzare ulteriormente la tutela dei minori.
    I dati dell’indagine
    Avviata nel 2019 dall’allora procuratrice generale Maura Healey, oggi governatrice del Massachusetts, l’indagine ha comportato l’esame di oltre 300mila pagine di documenti e più di cento colloqui con sopravvissuti, avvocati, rappresentanti delle associazioni, sacerdoti, dirigenti e dipendenti delle diocesi. Il rapporto censisce complessivamente 275 esponenti del clero accusati e 944 vittime: 92 accusati e 469 persone coinvolte a Fall River, 93 e 259 a Springfield, 90 e 216 a Worcester. Gli investigatori precisano che questi dati, ricavati dagli archivi diocesani e da altre fonti, non sono stati filtrati attraverso una valutazione della credibilità di ogni singola accusa. Non equivalgono quindi a un accertamento giudiziario individuale per ciascuna delle persone menzionate.
    La maggior parte dei fatti risale a prima del 2002, l’anno in cui l’inchiesta del Boston Globe sull’arcidiocesi di Boston portò la questione degli abusi e delle coperture ecclesiali all’attenzione internazionale. Dopo quella cesura, le diocesi del Massachusetts hanno istituito uffici per la protezione dei minori e l’assistenza alle vittime e hanno adottato nuove regole per la segnalazione e la verifica delle accuse. Il rapporto riconosce che sono state realizzate riforme importanti, ma sostiene che le procedure introdotte non siano state sempre applicate in modo uniforme.
    Per il periodo precedente al 2002, la procura descrive una serie di comportamenti che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito agli abusi di proseguire: la mancata risposta a denunce e segnali d’allarme; il trasferimento di sacerdoti accusati o responsabili da una parrocchia all’altra, senza rendere note le ragioni del provvedimento; il ritorno nel ministero dopo periodi di trattamento senza un’adeguata supervisione; l’insufficiente applicazione delle restrizioni imposte; l’occultamento delle ragioni alla base della rimozione di un sacerdote; la mancata segnalazione sistematica alle autorità civili.
    La procuratrice generale Andrea Joy Campbell ha accusato i responsabili delle diocesi di avere troppo spesso protetto la reputazione dell’istituzione anziché i bambini. Ha tuttavia precisato che l’indagine «non aveva lo scopo di demonizzare una fede o una Chiesa», ma di cercare giustizia e accertare le responsabilità. «Dietro ciascuno di quei numeri», ha detto, «c’è un bambino la cui sicurezza è stata violata, una famiglia cambiata per sempre e un sopravvissuto che ha portato il trauma per anni e, in molti casi, per decenni».
    Una contestazione specifica riguarda Worcester, indicata come l’unica diocesi cattolica del Massachusetts a non mantenere sul proprio sito un elenco organico e facilmente accessibile degli esponenti del clero destinatari di accuse giudicate credibili. Pur avendo comunicato nomi alle autorità e pubblicato nel tempo alcune informazioni, secondo la procura la diocesi non dispone ancora di uno strumento pubblico stabile e aggiornato. La procuratrice Campbell ha chiesto che venga predisposto, considerandolo un passaggio necessario sul piano della trasparenza e del riconoscimento dovuto ai sopravvissuti.
    Il rapporto non ha prodotto una nuova serie di incriminazioni, anche perché, secondo la procura, in molti casi i termini di prescrizione sono scaduti, i presunti responsabili sono morti oppure le condotte individuate non erano configurate come reato dalla legislazione in vigore quando furono commesse, mentre le norme successive non possono essere applicate retroattivamente. In tre casi, però, gli atti sono stati comunque trasmessi alle procure distrettuali competenti; uno di quelli inviati nella contea di Worcester ha portato alla formulazione di accuse penali. Accanto alle raccomandazioni indirizzate alle diocesi, la Campbell ha chiesto al Parlamento statale di eliminare i termini di prescrizione per le azioni civili relative agli abusi sessuali subiti durante l’infanzia e di rafforzare gli strumenti a disposizione dei sopravvissuti. Per la procuratrice, infatti, la pubblicazione del rapporto deve rappresentare non la conclusione del percorso, ma un passaggio verso una maggiore responsabilità delle istituzioni, una più ampia trasparenza e un sostegno effettivo a chi continua a portare le conseguenze delle violenze.
    https://www.avvenire.it/chiesa/abusi-accuse-alle-diocesi-del-massachusetts-i-vescovi-abbiamo-fallito-ora-limpegno-per-proteggere-i-minori_113734
  • L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    L’Istituto del Verbo Incarnato ha rilasciato una dichiarazione in merito alle accuse di abusi contro il suo fondatore e ha risposto al Vaticano.

    Noi, i Superiori Maggiori dell’Istituto del Verbo Incarnato , interpretando il sentimento comune dei membri dell’Istituto, professiamo e abbracciamo pienamente la dottrina morale della Chiesa e, di conseguenza, condanniamo e respingiamo inequivocabilmente ogni forma di abuso (sessuale, di coscienza o di qualsiasi altra natura ), manipolazione, violenza, molestia o condotta sessuale disordinata, specialmente quando perpetrata da chi detiene l’autorità nei confronti di persone affidate alle loro cure o che si trovano in una situazione di particolare vulnerabilità. Respingiamo inoltre ogni falsificazione, strumentalizzazione o interpretazione distorta dell’amicizia, dell’affetto e dei rapporti personali. La vera amicizia non può essere fondata sullo sfruttamento dell’altro o sulla ricerca disordinata dell’interesse personale, ma deve essere fondata sulla carità cristiana, che, come insegna san Paolo, è il «vincolo della perfezione» (Col 3,14). Ogni rapporto di amicizia, fiducia, accompagnamento o paternità spirituale deve sempre rispettare la dignità della persona, la castità, la prudenza e i limiti propri di ogni stato e relazione. Ripudiamo pertanto ogni disordine sessuale e ogni condotta che violi la dignità e l’integrità della persona, e siamo pienamente disposti a collaborare con la Chiesa nell’affrontare qualsiasi condotta che costituisca effettivamente abuso, sempre in conformità alla verità, alla giustizia, alla legge e alle procedure stabilite dalla Chiesa. Affermiamo lo stesso riguardo alla cura e al sostegno delle vittime di abuso.
    Non esprimiamo giudizi sulla colpevolezza o innocenza del Fondatore

    Non siamo pienamente a conoscenza delle accuse mosse contro il Fondatore, né ne conosciamo tutti i dettagli, e non siamo stati, né siamo, giudici degli atti a lui attribuiti. Pertanto, non affermiamo la colpevolezza di Padre Carlos Buela in relazione agli atti di cui è stato accusato, ma non intendiamo nemmeno dichiararne l’innocenza. Allo stesso modo, non spetta a noi stabilire se gli atti attribuiti costituiscano offese canoniche.

    Affermiamo che il procedimento giudiziario penale non ha potuto giungere a conclusione e che la presunzione di innocenza resta legalmente in vigore.

    Poiché il procedimento penale non si è concluso a causa del decesso dell’imputato, non spetta all’Istituto dichiarare il fondatore colpevole né considerare legalmente concluso un processo non giunto a conclusione. Pertanto, ci atteniamo alle conseguenze legali inerenti a un processo penale incompleto e respingiamo l’idea che il fondatore possa essere considerato legalmente condannato sulla base di un processo non concluso. Inoltre, riteniamo che la diffusione di accuse o conclusioni di colpevolezza riguardanti una persona deceduta debba essere soggetta ai requisiti di legge e, in particolare, al rispetto della sua buona reputazione.

    In effetti, il Dicastero per i Testi Legislativi, con lettera del 29 gennaio 2026 (Prot. n. 18838/2026), ha risposto a una richiesta di informazioni riguardante lo stesso caso, affermando che, vista la morte dell’imputato prima della conclusione del processo, la presunzione di innocenza permane, come evidenziato e spiegato dal nuovo canone 1321 del Codice di Diritto Canonico. Ha inoltre rilevato che non è lecito rendere pubblica una sentenza non ancora pronunciata , proprio perché, fino a quando la sentenza non è definitiva, permane la presunzione di innocenza. Si veda anche la risposta del Dicastero per i Testi Legislativi, n. 18316/2024 del 5 settembre 2024, in merito alla buona reputazione del defunto. Inoltre, il canone 1614 stabilisce che «la sentenza deve essere pubblicata il prima possibile, indicando le modalità con cui può essere impugnata; e non ha alcun effetto prima della sua pubblicazione, anche se la parte dispositiva è stata notificata alle parti, con il permesso del giudice». In questo caso, all’imputato non è stata nemmeno notificata la parte dispositiva. Risulta tuttavia dagli atti che il procedimento è stato archiviato dal giudice con decreto, senza che fosse stata notificata alcuna parte dispositiva e senza che la sentenza fosse mai stata redatta.

    In quest’ottica, il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (Prot. n. 57824/25 CA, Decreto del 29 maggio 2026) ha sospeso, ritenendola illegittima, l’esecuzione del mandato conferito dal Pontificio Delegato per l’Istituto “Servi del Signore e della Vergine di Matará”, il quale ha disposto la pubblicazione sul sito web dell’Istituto di una nota datata 12 gennaio 2025, nella quale si afferma: “Al Pontificio Delegato è affidato in modo particolare il rinnovamento dei programmi di formazione, la riforma della legge propria dell’Istituto, nonché una comunicazione trasparente a tutti i membri circa i crimini commessi dal Fondatore di entrambi gli Istituti, Padre Carlos Buela”. Pertanto, riteniamo illegittimo comunicare ai membri di entrambi gli Istituti la colpevolezza del Fondatore come fatto giuridicamente accertato, e riteniamo altresì illegittimo presentare come concluso o definitivo l’esito di un processo penale che non è giunto a conclusione.

    Papa Francesco stesso scrisse una lettera autografa il 16 agosto 2023 a un membro dell’Istituto, affermando: “Erano molto preoccupati di conoscere la ‘sentenza’ definitiva… ma non c’era nessuna sentenza. (Questo è il clericalismo)”. Il Papa espresse esplicitamente il suo desiderio che, con la morte del Fondatore, il caso venisse chiuso e archiviato, e che la questione non venisse più discussa.

    Riconosciamo e accettiamo le decisioni della Santa Sede

    Accettiamo e rispettiamo, in spirito di fede, fedeltà e obbedienza religiosa, le disposizioni che la Santa Sede legittimamente adotta riguardo al Fondatore , alla sua memoria e alle conseguenze che queste possono avere per la vita dell’Istituto, nonché gli obblighi specifici che possono esserci legittimamente imposti, anche se personalmente non condividiamo alcuni giudizi o valutazioni che li accompagnano. Siamo pronti ad adempierli nella misura in cui ciò sia compatibile con gli obblighi e i limiti inerenti alla virtù e al voto di obbedienza.

    Non riconosciamo il Fondatore come santo, né l’Istituto ha mai avanzato una simile pretesa.

    Per noi, i “santi ”, che veneriamo con dulia, sono soltanto coloro che sono stati dichiarati tali dalla legittima autorità della Chiesa. Il fatto che i membri dell’Istituto abbiano ed esprimano sentimenti personali riguardo al Fondatore, siano essi favorevoli o sfavorevoli, rientra nella sfera della coscienza e della libertà personale di ciascun religioso, e l’Istituto non intende né può ergersi a giudice della coscienza dei suoi membri (cfr. Can. 630, §5).

    Vogliamo difendere, promuovere e vivere il carisma ricevuto tramite il Fondatore

    Per quanto riguarda l’opera del Fondatore, il bene da lui compiuto, e soprattutto il patrimonio spirituale, dottrinale, apostolico e formativo che è stato ricevuto e riconosciuto dalla Chiesa —ovvero tutto ciò che riguarda la mente e i propositi del Fondatore (can. 578) in quanto tale — noi dobbiamo e desideriamo difenderlo, promuoverlo e viverlo. Non riteniamo che si possa stabilire una relazione tra la possibile colpevolezza personale del Fondatore in certi eventi e l’autenticità del carisma dell’Istituto. È necessario distinguere tra la persona del Fondatore, le sue possibili mancanze personali, e il carisma fondatore stesso , che la Chiesa ha già discernuto, approvato e ricevuto come dono per tutta la Chiesa.

    Pertanto, riteniamo che qualsiasi giudizio sulla realtà attuale dell’Istituto o sulla fedeltà con cui vive il suo carisma debba essere formulato separatamente, secondo criteri propri e attraverso un esame obiettivo dei suoi frutti, della sua vita e della sua missione nella Chiesa.

    El Instituto del Verbo Encarnado se pronunció sobre la acusación de abuso de su fundador y le contestó al Vaticano

  • Abusi in sagrestia, ragazzo di 19 anni accusa il prete: “Diceva di voler scacciare il demonio”

    Abusi in sagrestia, ragazzo di 19 anni accusa il prete: “Diceva di voler scacciare il demonio”

    Ha confermato tutti e tre gli episodi il 19enne autistico, vittima di presunti abusi compiuti da un sacerdote di 69 anni in servizio nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca e arrestato a fine maggio. Il giovane è comparso davanti al gip Francesco Valente nel corso dell’incidente probatorio in cui, in circa un’ora, ha ribadito le accuse nei confronti del parroco, sempre confinato ai domiciliari con braccialetto elettronico.

    Per confermare la bontà e la genuinità delle sue dichiarazioni e la concomitante capacità a testimoniare (peraltro già accertata da una consulenza disposta dalla pm Erika Masetti) il giudice ha conferito l’incarico alla psichiatra Silvia Olive che dovrà depositare l’elaborato nei prossimi 20 giorni (tempi ristretti dal momento che il parroco è sempre sottoposto a custodia cautelare).

    Nel frattempo la Curia – che subito dopo l’arresto del prete diffuse una nota in cui “manifestava vicinanza e attenzione verso il giovane e la sua famiglia e chiedeva perdono per eventuali responsabilità del presbitero” – ha sospeso il parroco dalle sue funzioni: un provvedimento sollecitato dalla difesa stessa del prete finito nel registro degli indagati con l’accusa di tentata violenza sessuale aggravata in attesa di conoscere gli esiti dell’indagine. Il giovane non era un assiduo frequentatore della chiesa ed era convinto di essere posseduto dal demonio e di voler benedire il corpo. Così, per scacciare il male, intendeva confessarsi.

    Come accaduto nel corso del primo incontro, il 30 novembre 2025. Dalle informazioni acquisite da Repubblica, con la scusa di cospargere con acqua santa il corpo del 19enne, il prete avrebbe cercato di abusare del giovane all’interno della sagrestia esortandolo a non dire a nessuno quanto accaduto perché si trattava “di un segreto confessionale”.

    Il secondo episodio risale al 22 aprile: anche in questo il parroco avrebbe cercato di abusare del fedele trascinato nel bagno della sagrestia e invitato a ripresentarsi se “avesse avuto bisogno di lui”. Il trauma sarebbe stato così forte che il ragazzo – annotano gli inquirenti – avrebbe persino maturato pensieri suicidari.

    Stesso spartito andato in scena nel corso dell’ultima confessione l’8 maggio concordata dal 19enne con le forze dell’ordine: in quel caso il prete, a incontro concluso, avrebbe invitato il giovane a tornare “per ottenere la benedizione”. A dare avvio alle indagini è stata la madre dopo aver raccolto le confidenze del figlio. La donna, tra la metà e la fine di maggio, si presentò in commissariato per denunciare il parroco, in passato insegnante di religione.

    Sulla scorta del materiale investigativo acquisito, la procura chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari una misura cautelare ai domiciliari “per la gravità delle condotte e per il rischio dell’indagato di reiterare nel reato”.

    Nel successivo interrogatorio di garanzia, il sacerdote, nel faccia a faccia con il giudice, respinse le accuse: spiegò che il ragazzo aveva più volte minacciato il suicidio perché “la vita, per lui, era triste in quanto posseduto dal demonio”. E il prete, a suo dire, si sarebbe offerto di “fare una benedizione speciale su tutto il corpo”. Con quali metodi, però, divergono le ricostruzioni fornite dal sacerdote e dalla presunta vittima. agostino bagnato

    https://bari.repubblica.it/cronaca/2026/09/23/news/abusi_sagrestia_ragazzo_19_anni_accusa_prete_diceva_di_voler_scacciare_demonio-425603020

  • Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Nella capitale francese la febbre sale. Secondo la prefettura di polizia, lungo il percorso del passaggio di Leone XIV per le vie di Parigi sono attese fino a 250 mila persone: in 80 mila hanno già acquistato il biglietto per assistere alla messa dei giovani celebrata allo Stade de France, a Saint-Denis.

    Va ricordato che la capitale non vede un papa dal 2008, quando arrivò Benedetto XVI.

    “Papa Francesco è venuto a Strasburgo, a Marsiglia, in Corsica, che sono periferie della Francia,” ricorda Charles Mercier, direttore degli studi di storia e sociologia del cattolicesimo all’École pratique des hautes études (EPHE) di Parigi.

    _”_Ma venire nella capitale è un evento, perché non accade da molto tempo. Questo alimenta il desiderio, e credo che sia una delle ragioni del successo di questa visita.”

    Un’altra ragione di tanto entusiasmo è la popolarità del pontefice, che conquista ben oltre i soli cattolici francesi. Eletto al soglio pontificio nel maggio 2025, Leone XIV si presenta come un papa connesso e attento all’ascolto di tutti.

    Qual è l’agenda del papa in Francia

    Leone XIV sarà a Parigi e in Île-de-France per due giorni, senza trovare il tempo per ricevere dalle mani di Emmanuel Macron i piani di restauro di Notre-Dame all’interno della cattedrale, secondo le informazioni di La Croix.

    Eppure il presidente francese ne aveva fatto richiesta. Dovrà accontentarsi di un colloquio con il pontefice al suo passaggio all’Eliseo, venerdì mattina. Leone XIV vi incontrerà “le autorità, la società civile e il corpo diplomatico” prima di recarsi all’Unesco.

    Il programma del papa è infatti fitto. Domenica è atteso a Lourdes, dove incontrerà a porte chiuse sette vittime di violenze sessuali nella Chiesa.

    Tra loro, un ex alunno dell’istituto, situato a poca distanza, di Notre-Dame de Bétharram.

    Nel 2024 più di 230 vittime hanno sporto denuncia per punizioni corporali e abusi sessuali in questa istituzione cattolica del Sud-Ovest della Francia.

    https://it.euronews.com/2026/09/22/papa-leone-xiv-in-francia-parigi-si-prepara-allarrivo-del-pontefice-ma-gli-occhi-son-punta

  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Aparecida in festa per i mosaici che a Lourdes coprono

    Aparecida in festa per i mosaici che a Lourdes coprono

    Sembra che la mano destra di papa Leone XIV non sappia che cosa fa la mano sinistra, ma la Chiesa di Roma non sembra preoccuparsi di chiarire alcunché ai fedeli e allo stesso clero. Eppure non c’è spiegazione che possa venire in mente.

    Sabato 12 settembre a Aparecida, in Brasile, verrà solennemente inaugurato, con la benedizione del papa, un grande mosaico sulla facciata della più grande basilica del Sud America. La firma è di Marko Rupnik, l’ex gesuita oggi sotto processo al Dicastero per la Dottrina della Fede con l’accusa di abusi sessuali su una trentina di donne. Che è poi la ragione per cui due settimane dopo, a Lourdes, lo stesso papa visiterà il santuario trovando i mosaici di Rupnik sulle facciate della basilica coperti a titolo definitivo proprio per la gravità delle colpe attribuite all’artista sloveno. In entrambi i casi l’approvazione del papa è piena, convinta e ben comunicata sui media.

    È tutto vero. Il 12 settembre ad Aparecida, nello Stato di San Paolo, ci sarà una grande cerimonia con spettacoli di musica e teatro, e ovviamente un’adeguata celebrazione religiosa, per festeggiare l’inaugurazione della facciata ovest adornata dai mosaici che raccontano la storia dell’Apocalisse, la quarta e ultima facciata della seconda basilica più grande al mondo dopo San Pietro. Don Marko Rupnik nel 2017 ricevette l’incarico per la grande opera dai padri redentoristi che gestiscono il santuario con l’approvazione della Conferenza episcopale brasiliana.

    L’ex gesuita ha continuato a occuparsi direttamente del progetto brasiliano: qui lo vediamo mentre posa proprio davanti alla parete ovest insieme all’ex amministratore del Santuario, padre Luiz Cláudio Alves de Macedo, e alla destra l’ingegnere responsabile del cantiere.

    Il grande lavoro del rivestimento del santuario brasiliano è iniziato sette anni fa, nel 2019, ha subito una battuta d’arresto durante la pandemia ma ora è finalmente completato, per la gioia dei redentoristi, del vescovo di Aparecida Mário Antônio da Silva, del suo predecessore don Orlando Brandes e di tutti i fedeli che lo hanno finanziato.

    Da una parte la stampa di tutto il mondo punta i riflettori su Lourdes lodando l’iniziativa del vescovo Jean-Marc Micas che, con l’approvazione del papa, ha deciso di oscurare definitivamente i mosaici di Rupnik sulla facciata della Basilica del Rosario. Dall’altra, in un cono d’ombra mediatico grande come l’oceano, si sta per festeggiare il completamento della decorazione del Santuario di Nostra Signora Aparecida. Quattro facciate di mosaici a marchio Rupnik, realizzate ovviamente dagli artisti del Centro Aletti.

    Quindi, a soli quindici giorni dalla visita di papa Leone nella Basilica di Lourdes, su uno sfondo di mosaici coperti dal vescovo come simbolo dell’attenzione della Chiesa per la sofferenza delle vittime, in un’altra basilica cattolica (e non una chiesetta, ma il più grande santuario mariano del Sud America e uno dei più famosi siti di pellegrinaggio al mondo) un altro vescovo benedice uguali mosaici della vergogna, con gli stessi occhi neri privi di iride, tutti usciti dalla fucina dell’ex potente gesuita sotto processo.

    È tutto vero. Ad Aparecida non fanno nulla per nasconderlo, anzi, suonano la grancassa per incassare le ultime donazioni: chi ha aiutato la realizzazione di questo grande progetto potrà infatti vedere il proprio nome in un libro che verrà conservato nel santuario. Le pareti a marchio Rupnik sono descritte sul sito ufficiale di Aparecida, che illustra i singoli mosaici spiegando cosa significano, quando sono stati realizzati, con quali materiali e da quanti artisti:

    La facciata ovest della Basilica di Aparecida è stata la quarta di quattro facciate a essere rivestita a mosaico. I lavori, iniziati nel 2025 e completati nel 2026, hanno interessato quasi 4.000 m² di mosaici, ideati ed eseguiti da 39 mosaicisti di diverse confessioni religiose (ortodossa, greco-cattolica, cattolica latina), di varie nazionalità, età e provenienze (sacerdoti, persone consacrate, laici e coppie sposate), legati al Centro Aletti di Roma. Le pietre utilizzate provengono da diversi paesi, tra cui Brasile, Italia, Grecia e Afghanistan. L’opera è stata realizzata grazie alle donazioni della Famiglia dei Devoti, un’iniziativa che riunisce i fedeli per sostenere le opere sociali, edilizie ed evangeliche del Santuario Nazionale di Aparecida.

    Al contrario del santuario brasiliano, il Centro Aletti, che pure ha realizzato quest’opera monumentale, è ben più parco di informazioni. Infatti la pagina che riguarda Aparecida è ferma al 2023: devono aver pensato che era meglio non attirare troppo l’attenzione e far credere che il progetto era stato sospeso in attesa del giudizio definitivo su Rupnik, al momento sempre sotto processo ecclesiastico per abusi sessuali al Dicastero per la dottrina della fede. Invece, come abbiamo documentato in questi anni, i lavori non si sono mai fermati. Qui raccontavamo l’inaugurazione della facciata sud del santuario, l’11 maggio 2024 e davamo qualche idea di quanto è costato realizzare quest’opera monumentale:

    Una stima dei costi, però, possiamo azzardarla. «Il prezzo dei mosaici è di circa mille euro al metro quadrato, senza contare i materiali, la manodopera e i lavori di produzione, dai ponteggi all’uso dei macchinari necessari a preparare l’installazione», ha dichiarato Erasmo Freitas de Abreu a Isabel Gnaccarini, collaboratrice della Folha do São Paulo. Freitas è il direttore dell’atelier di architettura e arte sacra Amacom, che lavora con artisti brasiliani, laici e religiosi, e ha partecipato alla posa dei mosaici ad Aparecida sin dall’inizio.

    Se si calcola che la superficie della facciata nord è di circa 2.300 metri quadri, mentre la sud supera i tremila, a cui si aggiungono i 650 metri quadri di mosaico sulla colonnata, il conto è presto fatto: i padri redentoristi potrebbero aver pagato una cifra vicina ai sei milioni di euro per i mosaici realizzati finora, a cui vanno aggiunti tutti gli altri costi, compresi quelli dell’inaugurazione di ogni facciata.

    Quanto ha guadagnato il Centro Aletti con questa gigantesca commessa brasiliana? La facciata est, conclusa nella primavera del 2025, è composta da quasi 4000 metri quadri di mosaico, quindi i conti sono presto fatti: l’atelier di via Paolina si è portato a casa almeno 14 milioni di euro. Indubbiamente una bella cifra, che non sappiamo se e come è stata investita ma che sicuramente ha contribuito a fare di Rupnik un uomo potente e temuto in Vaticano.

    Non è tutto: se è vero che papa Leone ha incontrato in udienza privata il vescovo di Tarbes e Lourdes il 26 giugno 2025 e in quell’occasione gli ha detto di aver personalmente dato l’ordine di togliere le immagini delle opere di Rupnik dalla comunicazione del Vaticano, approvando quindi la decisione di monsignor Micas di oscurare le opere a Lourdes, è altrettanto vero che Prevost ha avuto una ben più recente e cordiale udienza con l’arcivescovo di Aparecida, Mário Antônio da Silva, appena un paio di mesi fa. Lo racconta lo stesso rettore del Santuario di Aparecida:

    Il 29 giugno (2026, ndr), Dom Mário Antonio è stato ricevuto da Papa Leone XIV in Vaticano. Ha ricevuto il pallio episcopale, simbolo del suo lavoro e del suo ministero pastorale nell’Arcidiocesi di Aparecida.

    Il papa sembra quindi voler benedire l’operato dell’arcivescovo, che vediamo in un video diffuso dalla rete di comunicazione del Santuario mentre mette le ultime tessere del mosaico che completano la parete ovest, insieme ai padri redentoristi e all’arcivescovo emerito di Aparecida Orlando Brandes.

    Papa Leone aveva già ricevuto una delegazione da Aparecida alla fine di dicembre 2025 insieme all’allora vescovo Brandes, come ho raccontato qui:

    (…) il papa ha pensato che non ci fosse nulla di strano nel dare il benvenuto in Vaticano proprio ai padri redentoristi di Aparecida. Lo scorso 13 dicembre (2025, ndr) ha ricevuto in udienza il superiore della Provincia di Nostra Signora Aparecida, Marlos Aurélio da Silva, e il rettore del Santuario, padre Eduardo Catalfo, accompagnati dal vescovo di Aparecida monsignor Orlando Brandes. I redentoristi, che non perdono occasione di fare sfoggio dei nuovi mosaici di Rupnik (profumatamente pagati con le donazioni dei fedeli) hanno regalato al papa una statuetta della vergine Aparecida e immagini della Basilica luccicante. La visita era organizzata in occasione dei vent’anni di Tv Aparecida, che trasmette dal Santuario e che è stato il solo network autorizzato, negli anni scorsi, a trasmettere le immagini delle grandiose inaugurazioni delle facciate rivestite dai mosaici di Rupnik.

    Sembra di essere finiti in un romanzo di Philip K. Dick, in cui la realtà può tranquillamente rovesciarsi nel suo contrario senza che qualcuno ci trovi nulla di strano. Papa Leone da un lato plaude alla damnatio memoriae di Rupnik e della sua opera, tanto da far prefigurare una sentenza esemplare nel processo a suo carico, dall’altra benedice e incoraggia un vescovo e una diocesi che da anni esaltano proprio la portata non solo artistica ma soprattutto pastorale dei mosaici di Rupnik.

    È il cuore del progetto Jornada Biblica, il viaggio biblico illustrato sulle quattro facciate di Aparecida:

    Il progetto “Viaggio Biblico”, proposto dal Santuario Nazionale, insegna che rivestirsi della Parola di Dio è un ideale di vita. Il nostro Viaggio è un progetto pastorale alla ricerca della speranza. Attraverso l’arte e la bellezza, desideriamo che i devoti di Nostra Signora di Aparecida si avvicinino alle Sacre Scritture. Colorando le quattro facciate del Santuario con passi biblici, rinnoviamo il nostro impegno verso la Bibbia.

    La stampa sceglie di guardare in una sola direzione, a Lourdes, e osannare l’attenzione del papa per le vittime (e in questo nulla di nuovo) ma questo usare due pesi e due misure da parte di Prevost deve pure avere un significato: o la Chiesa non sa quello che sta facendo, o lo sa benissimo e allora quello che si intravede non è per nulla rassicurante.

    (nella foto, la facciata nord del Santuario di Nossa Senhora de Aparecida, Brasile)

    https://federicatourn.substack.com/p/aparecida-in-festa-per-i-mosaici

  • Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    BOGOTÁ (HaciaElUmbral). Jesús Aníbal Ramírez Duque , sacerdote colombiano della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione, è stato recentemente denunciato alla Procura Generale per abusi sessuali su minori.

    Secondo Francesco Zanardi, rappresentante dell’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero, il sacerdote risiede attualmente a Torre Annunziata, un comune vicino a Napoli.

    Questa nuova denuncia si aggiunge a quella presentata nel 2019 alla stessa congregazione religiosa, che coinvolgeva anche i sacerdoti Ilde de Jesús Muñoz e Jesús Antonio Ramírez Giraldo . Secondo i Missionari della Divina Redenzione, la denuncia del 2019 è stata archiviata dal Dicastero per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco perché, a quanto pare, “non sono state trovate prove sufficienti per procedere”.

    “La mia vita missionaria”

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    La lunga carriera dell’accusato comprende periodi di servizio in diversi paesi: oltre a Colombia e Italia, Messico, Perù e Repubblica Democratica del Congo.

    Tra il 2003 e il 2006, Ramírez ha lavorato come “educatore legato al governo”, responsabile dell’”erogazione di educazione religiosa, etica e valoriale in tutti gli istituti scolastici della Guainía”, secondo le informazioni ufficiali della sua congregazione religiosa.

    Dal 2012 in poi, ha risieduto in Italia. Il suo ultimo incarico noto è stato quello di viceparroco presso la chiesa di San Michelel Arcangelo a Torre Annunziata, nella giurisdizione della diocesi italiana di Nola.

    Questa testata giornalistica ha contattato il vescovo Francesco Marino , ma non ha ricevuto risposta.

    La traccia digitale:

    negli ultimi anni, Ramírez è stato attivo sui social media, con account su Instagram, Facebook e YouTube.

    Un video del 2017 lo mostra vestito da clown, e una fotografia del 2024 lo ritrae mentre tiene in braccio un bambino. Un’altra foto, dello stesso anno, è un selfie che lo mostra con una bambina che sembra non avere più di dodici anni.

    Il sacerdote colombiano promuove la sua autobiografia, “La mia vita missionaria: Incontri tra culture diverse”, su varie piattaforme. Il libro afferma che è nato nel 1960 nel comune di Carmen de Viboral, in Antioquia.

    Il suo ultimo post su Facebook risale a sei giorni fa. Si tratta di un estratto della sua opera illustrato con un’immagine creata con l’intelligenza artificiale: “Ogni giorno è un dono di Dio. Godetevelo, amate, servite e siate felici”.

    “Tradimento della propria fede”,

    ha dichiarato l’attivista Francesco Zanardi in risposta a questo caso. “L’Italia è un paese eccellente per nascondere i preti pedofili. In primo luogo, perché il Vaticano ha molta influenza sulla polizia e sulle autorità giudiziarie. In secondo luogo, perché le leggi europee sono molto deboli in Italia. È difficile ottenere l’intervento della polizia italiana in casi che coinvolgono atti commessi in Colombia”. “È grave che la Chiesa trasferisca i sacerdoti, nascondendoli e mettendo a rischio la salute di altri bambini che senza dubbio diventeranno vittime di questi pedofili. Questo è il peggior crimine che la Chiesa possa commettere, tradendo la propria fede e le persone che dipendono da essa”.

    Attualmente, i protocolli della Chiesa prevedono che qualsiasi sacerdote accusato di presunti abusi sessuali su minori venga temporaneamente sospeso e allontanato dal contatto con bambini e adolescenti, mentre i suoi superiori conducono le indagini. Il documento vaticano “

    Vos estis lux mundi” , che spiega come un vescovo debba procedere di fronte a una denuncia penale che coinvolga un suo subordinato, fa riferimento anche alla necessaria collaborazione con le autorità civili.

    Questo è ciò che ci si aspetta da Francesco Marino, vescovo di Nola, alla luce della denuncia contro Ramírez attualmente pendente presso la Procura Generale colombiana.

     

    Ubicado en Italia sacerdote colombiano denunciado por abuso sexual de menores