Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora

    Ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora

    Avevo 15 anni quando con mia madre decisi che sarebbe stato giusto iniziare un percorso psicologico per un periodo di difficoltà che stavo vivendo con me stessa. Venimmo a conoscenza di uno psicologo rinomato e così decidemmo di affidarci a lui.

    Ricordo la prima seduta: tecniche di respirazione. L’inizio sembrò quasi normale , fino a quando non iniziarono ad esserci le prime stranezze. Esposi le mie titubanze a mia cugina che riferì poi di conseguenza a mia madre. Dopo averci parlato a mia insaputa riuscì a convincere mia madre che fosse tutto normale.

    Ricordo che chiesi il parere a degli amici che mi dissero di non pensare male e che se mi veniva detto che era la prassi della terapia dovevo solo fidarmi. Così andammo avanti , e insieme ad essa continuarono ad aumentare sempre di più le ambiguità: tapparelle che venivano abbassate ogni volta che entravo, richiesta di tacere su ciò che accadeva in terapia perché soltanto chi viveva la seduta poteva capire il tipo di tecnica utilizzato e che all’esterno non sarebbe stato compreso…. Mi veniva detto che questo metodo lo usava solo con maggiorenni ma che essendo matura per la mia età aveva deciso di darmi la possibilità di accedervi.

    Il sospetto dentro di me che qualcosa non andasse cresceva sempre di più , ma essendo la prima esperienza terapeutica pensai che forse potesse essere normale e così decisi di fidarmi. Passavano le sedute e man mano aumentava sempre di più un contatto fisico che vivevo con disgusto ma con un lavaggio del cervello dove venivo convinta che andava fatto , che serviva per arrivare a stare finalmente bene . Quando poi si arrivò all’apice decisi nuovamente di cacciare tutto e di parlarne con mia cugina, che ancora una volta condivise tutto con mia madre.

    Tutto ciò fu fatto a mia insaputa , così come le accuse che mia madre avanzó verso di lui per ciò che mi aveva fatto costringendolo a mettersi in ginocchio piangendo mettendo fine a quello che era stato il nostro percorso. Io continuai a fingere che andasse tutto bene, che finalmente stavo meglio, perché ammettere quello che mi era successo sia a mè stessa che alla mia famiglia avrebbe significato affrontare qualcosa che era troppo più grande di me.

    Poi tutto ciò che non avevo detto con il passare dei mesi iniziò a manifestarsi con un malessere che non potevo più contenere. Iniziai a provare odio per il mio corpo, mi sentivo sporca, odiavo lui ma anche me stessa per la vita che mi era capitata, e così passavo le giornate tentando di dimenticare tutto bevendo o fumando. Piangendo decisi un giorno di parlarne con mia madre che finse di non saperne nulla per non agitarmi ulteriormente.

    Non volli esporre denuncia per la paura di coinvolgere altre persone della mia famiglia come mio padre, di non essere creduta non avendo prove se non il dolore e il senso di colpa che mi stavo portando dentro. Ho pensato fosse colpa mia, che avrei potuto fermare tutto prima che quei comportamenti strani potessero arrivare man mano a diventare dei veri abusi sessuali. Ma la verità è che ero solo una bambina che sperava di poter vivere la propria adolescenza con l’ingenuità e la spensieratezza che merita , e tentare di convincermi che nulla fosse successo senza dire niente a nessuno mi avrebbe aiutato a non renderlo reale, a sotterrare tutto.

    Così nel silenzio sono passati anni dove ho sviluppato disturbi alimentari cadendo prima nell’anoressia e poi nella bulimia: le privazioni e le abbuffate di cibo erano diventate l’unico mezzo che avevo per anestetizzare tutte quelle emozioni che non ero capace di affrontare e che avevo tentato di riporre in un cassetto. Ormai odiavo così tanto me stessa ed il mio corpo che più dimagrivo, più mi sentivo debole e più per me stavo vincendo, l’unico obiettivo era occupare quanto meno spazio possibile, scomparire.

    Poi arrivò il covid dove i sintomi della bulimia peggiorarono così tanto da costringermi a guardarmi dentro e finalmente chiedere aiuto.

    Quando iniziai la terapia non avrei mai immaginato di dover affrontare un percorso così tortuoso e doloroso. Dopo due anni si iniziarono a calmare i sintomi del disturbo alimentare fino a lasciare spazio alle mie emozioni: un mare in tempesta. Da lì a poco caddi in depressione, avevo paura anche della mia stessa ombra. Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico continui che non mi lasciavano più respirare né vivere. Ricordo quel periodo con tanta paura tutt’oggi, come se potesse tornare da un momento all’altro, ma dopo tutta la sofferenza che ho vissuto mi sono resa conto che riuscire a vedere la bellezza e la rarità nelle cose quotidiane è la rivincita più grande che esista.

    Con la psicologa ho fatto un lavoro su me stessa fino a vedere la luce dopo 5 anni di terapia.

    Finalmente la paura, i sensi di colpa , gli attacchi di panico si erano appianati, riuscivo finalmente ad essere nel presente, a capire che quello che mi era successo non era colpa mia, che rimanere in silenzio e non riuscire a reagire era l’unico modo che pensavo di avere per poter evitare di ammettere la realtà e quindi il dolore di doverlo affrontare io, così come le persone che amo al mio fianco. Proteggere me e loro era ciò che inconsciamente mi era scattato dentro in quei momenti, e capire questo, abbracciarmi invece di condannarmi è stato ciò che mi ha fatto fare finalmente pace con me stessa.

    Poi arrivò la mattina del 5 giugno 2025 , stavo vivendo la mia giornata con la solita routine quando improvvisamente mi viene mandata la notizia dell’arresto di uno psicologo di Afragola da mia cugina. Ero felice che qualcuno che aveva fatto ciò che era stato fatto a me era stato scoperto e che avrebbe pagato per le ingiustizie fatte, per le vite di persone cambiate per sempre, fino a quando non iniziarono ad aggiornarsi gli articoli.

    Iniziai a fare ricerche per avere più informazioni per poi scoprire che era lui, colui che 10 anni prima mi aveva strappato l’ingenuità dei miei anni dalle mani. Non avrei mai pensato che sarebbe mai potuto succedere veramente, a volte ho addirittura pensato di essere pazza e aver immaginato tutto quello che mi era successo, e invece poi arrivó quel giorno e tutto acquisì un senso. Tutto era vero, non sono mai stata pazza, ma io infondo questo lo sapevo. Sapevo del dolore che ho vissuto giorno dopo giorno, fino a scavarmi dentro e lasciarmi senza più la forza di sorridere o vedere il mondo a colori. E finalmente tutto mi era stato riconosciuto. Quando ebbi la conferma scoppiai in un pianto che cambió tutto, mi sentivo pervasa di una pace così profonda tanto da guarire ogni parte di me. Così decisi che il silenzio non potevo più sceglierlo, che dovevo urlare tutto a voce alta per la me bambina che non ha avuto la forza di reagire e per tutte quelle che come me avevano vissuto lo stesso.

    Dissi a mia madre della notizia ricevuta e che sarei andata dai carabinieri, e così feci. Mi misi in macchina e da sola esposi denuncia, piangendo, stavolta non per il dolore, ma per l’incredulità di ciò che finalmente dopo tanto si stava rimettendo al suo posto dentro di me. Decidemmo di dirlo a mio padre, e questa fu l’ennesima cura per me, nonostante la paura di una sua reazione, avevo passato troppi anni nel terrore di sapere che mio padre non avrebbe mai realmente conosciuto chi sono, non per cosa ho subito, ma per cosa ho superato.

    Non molto dopo inizió il processo finito il 3 febbraio e decisi di condividere un po della mia storia ricevendo così tanto amore da lasciarmi senza fiato, ma ancora di più, ricevendo tante altre testimonianze e ringraziamenti da chi non aveva mai avuto il coraggio di parlarne ma che con il mio racconto si era sentito finalmente di dire tutto ai genitori.

    Tutto questo è stato per me cura, e ho capito che la mia vita è questa, che non ha senso desiderarne un’altra pur di non soffrire, ma che potevo mettere il mio vissuto a servizio di chi ne ha bisogno, dare forza ad altre vittime di abusi sessuali , ricordare che si può tornare a vivere anche quando tutto sembra non avere più senso nè forza per esistere ancora.

    E allora eccoci arrivati ad oggi, con una storia che non si dimentica ma che trova un nuovo significato che mi porta qui a condividere parte di me con la speranza di poter, anche se in minima parte, dare una carezza ad ognuna/o di noi.

        Lorenza Ciccarelli

  • Inghilterra, sacerdote abusa di minori in parrocchia per anni: la conferma dopo il suicidio

    Inghilterra, sacerdote abusa di minori in parrocchia per anni: la conferma dopo il suicidio

    Per anni aveva molestato e abusato delle ragazzine del gruppo giovanile della sua parrocchia riuscendo a evitare ogni conseguenza ma quando la vicenda è venuta alla luce, non ha retto e ha deciso di togliersi la vita, è la terribile storia del Sacerdote anglicano Kesh Govan che nel novembre scorso si è tolto la vita dopo che le pesanti accuse di abusi sessuali sui minori.

    Come stabilito ora da una inchiesta indipendente commissionata dalla Chiesa anglicana del Queensland meridionale, dove il 50enne si era trasferito ed esercitava il suo ministero al momento del decesso, Kesh Govan ha abusato sessualmente di alcune ragazze in un centro giovanile che lui gestiva all’epoca dei fatti durante il suo ministero nella diocesi di Lichfield, nel Regno Unito.

    In Inghilterra, la diocesi di Lichfield ha confermato che l’indagine australiana ha rivelato “gravi informazioni sulla tutela dei minori” relative al defunto reverendo Kesh Govan e ha esortato chiunque sia stato coinvolto a farsi avanti e a contattare il team di tutela o servizi di supporto indipendenti. “Notizie di questo tipo sono profondamente angoscianti, soprattutto per coloro che hanno subito abusi, ma anche per le famiglie, gli amici e le comunità. Invitiamo chiunque sia stato colpito da questa notizia a contattare in via confidenziale il nostro team di tutela” recita un avviso della diocesi britannica.

    L’inchiesta era scattata in Australia dopo le voci di abusi da parte del sacerdote nel Paese dove esercitava già da anni ma l’indagine non ha trovato alcuna prova di reati commessi durante il suo ministero nel Paese.  L’indagine ha concluso che gli abusi si erano verificati anni prima, quando era pastore nella diocesi di Lichfield, prima del suo trasferimento in Australia dove ha esercitato come parroco nel Nuovo Galles del Sud, nella diocesi di Newcastle, e nel Queensland meridionale, dove divenne noto localmente come il “vicario canterino”.

    https://www.fanpage.it/esteri/inghilterra-sacerdote-abusa-di-minori-in-parrocchia-per-anni-la-conferma-dopo-il-suicidio/

  • Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

    Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

    I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.

    Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    I “personaggi” del film

    “Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.

    Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.

    Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».

    Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».

    Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».

    Il papa: «Misericordia ai predatori»

    E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».

    Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.

    Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.

    https://www.adista.it/articolo/75517

  • Bolivia, discarica di pedofili: le vittime denunciano i gesuiti catalani per aver trasferito abusatori per decenni

    Bolivia, discarica di pedofili: le vittime denunciano i gesuiti catalani per aver trasferito abusatori per decenni

    Bolivia è stata per decenni la destinazione verso cui venivano inviati sacerdoti gesuiti accusati di abusi sessuali in Catalogna, in quello che le vittime descrivono come un sistema organizzato per nascondere i reati ed evitare l’azione della giustizia. Lo sostiene la Comunidad Boliviana de Sobrevivientes (CBS), che ha reclamato al Parlament de Catalunya e al Síndic de Greuges l’apertura di un’indagine istituzionale.

    Il rapporto, presentato di recente dall’associazione delle vittime, colloca nella Provincia Tarraconense della Compagnia di Gesù l’origine di ciò che considerano il più grande caso di pedofilia in America Latina, con una ventina di aggressori identificati e circa mille vittime in Bolivia.

    Un sistema di trasferimenti per eludere la giustizia

    Secondo quanto ha spiegato il giurista Alejandro Klock, rappresentante delle vittime, in dichiarazioni riportate dall’agenzia EFE, gli abusi “nascono” in Catalogna, che agiva come provincia “madre” della missione boliviana dalla metà del XX secolo.

    Il modello denunciato è reiterato: quando un sacerdote veniva accusato o scoperto ad abusare di minori in scuole catalane, i suoi superiori optavano per trasferirlo in Bolivia invece di denunciarlo.

    Lì, lontano dal focus giudiziario europeo, questi religiosi continuavano la loro attività in ambienti particolarmente vulnerabili. Minori in situazione di disprotezione sono rimasti esposti —secondo le vittime— a nuovi abusi per anni.

    “Il grande danneggiato è la Bolivia; hanno creato un sistema criminale che si è perpetuato per decenni”, ha affermato Klock, in dichiarazioni diffuse da Swissinfo.

    Le vittime hanno sintetizzato questa pratica con un’espressione tanto dura quanto rivelatrice: la Bolivia è stata convertita in una “discarica di pedofili”.

    Il caso ha acquisito dimensione internazionale dopo l’indagine pubblicata da El País nel 2023 sul diario del gesuita Alfonso Pedrajas, in cui confessava abusi contro almeno 85 minori per anni mentre i suoi superiori lo proteggevano.

    Da quel momento, nuove informazioni e documenti interni hanno iniziato a venire alla luce, rivelando che non si trattava di un caso isolato. La Procura boliviana ha allora aperto un’indagine senza precedenti che ha portato al processo di responsabili dell’ordine per occultamento.

    Il rapporto della CBS, elaborato dopo anni di raccolta di prove, include lettere interne, risoluzioni canoniche e documentazione che dimostrerebbe che la Compagnia conosceva gli abusi da decenni e ha ricevuto direttive dalla Spagna e da Roma per gestirli senza ricorrere alla giustizia.

    Nomi, prove e occultamenti prolungati

    Tra i casi documentati figurano sacerdoti trasferiti dalla Catalogna dopo denunce precedenti, come Francesc Peris o Lluís Tó, oltre ad altri coinvolti direttamente in Bolivia.

    Particolarmente grave è il caso di Lucho Roma, che ha abusato di più di 70 bambine indigene tra il 1994 e il 2005. Secondo quanto rivelato dall’indagine di El País, l’ordine ha persino investigato internamente i fatti e sequestrato diari e materiale grafico, ma ha optato per non trasferirli alla giustizia per anni.

    Le vittime denunciano che questi occultamenti non appartengono solo al passato, ma si sono protratti fino a date recenti, senza che i responsabili abbiano risposto penalmente.

    Responsabilità internazionale e pressione istituzionale

    Il rapporto sostiene che la Provincia Tarraconense esercitava un controllo totale —amministrativo, gerarchico e finanziario— sulla missione in Bolivia, il che rafforza la tesi di una responsabilità strutturale nei fatti.

    Inoltre, le vittime denunciano la mancanza di collaborazione delle autorità ecclesiastiche e l’assenza di riparazione effettiva, nonostante il riconoscimento interno di molti dei casi.

    In questo contesto, hanno sollecitato al Parlament de Catalunya la creazione di una commissione d’indagine e al Síndic de Greuges di chiarire come sia stato possibile questo sistema per decenni.

    “La Catalogna deve sapere che ciò che qui si indaga non sono casi isolati, ma l’origine del più grande caso di pedofilia istituzionale in America Latina”, ha affermato Klock, secondo quanto riportato da El País.

    Mentre in Bolivia sono già state emesse condanne per occultamento contro antichi responsabili gesuiti, in Spagna la responsabilità istituzionale rimane, per ora, non depurata.

    https://infovaticana.com/it/2026/03/27/bolivia-discarica-di-pedofili-le-vittime-denunciano-i-gesuiti-catalani-per-aver-trasferito-abusatori-per-decenni/

  • Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia

    In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».

    La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.

    Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.

    Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».

    Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.

    Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.

    L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.

    Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_leone_rupnik_vittime_suore_violenze-9435528.html

  • 4. COPERTURA E BUROCRAZIA: CALIFORNIA, ILLINOIS, AUSTRALIA

    4. COPERTURA E BUROCRAZIA: CALIFORNIA, ILLINOIS, AUSTRALIA

    Come ha sottolineato Scicluna, la permissività verso i casi di pederastia non finì nemmeno con il codice canonico del 1983. Stabilì che nei diocesi venivano condotti procedimenti penali ecclesiastici; appelli, nella rota romana; e ricorsi contro i decreti, nella Congregazione per il Clero, dove quindi è nascosta anche molta informazione. La Dottrina della Fede continuò a essere esclusa, ma fu dedicata alle petizioni di dispensa dal sacerdozio, che divennero sempre più abbondanti. Negli anni ’80, i casi di pederastia iniziarono a crescere rapidamente nella Chiesa degli Stati Uniti, che venivano risolti con accordi extragiudiziari e risarcimenti, e di fronte a numerosi casi di recidiva, i vescovi ricorsero a chiedere dispense per risolvere il (altro…)

  • 3. FASCICOLI CHE COPRONO ABUSI: UN CASO NASCOSTO PER DECENNI IN PORTOGALLO

    3. FASCICOLI CHE COPRONO ABUSI: UN CASO NASCOSTO PER DECENNI IN PORTOGALLO

    I documenti trovati sono solo pochi pezzi di un mosaico in cui sono scomparsi migliaia di persone, ma delineano un quadro generale di come la Chiesa ha agito per decenni. Lo stesso Vaticano ammette di essere stato un management pieno di errori. Nel 2010, quando emerse il caso Ratzinger, pubblicò un’Introduzione Storica al Problema in cui sottolinea: “Il periodo tra il 1965 e il 1983 (l’anno di pubblicazione del nuovo codice di Diritto Canonico) fu segnato dalla divergenza di opinioni tra i canonisti (…). Si preferiva un atteggiamento pastorale verso condotte inappropriate; alcuni consideravano le sentenze canoniche anacronistiche. Il modello terapeutico prevaleva spesso nel trattamento dei casi (…). Si prevedeva che il vescovo fosse in grado di guarire piuttosto che punire, … a volte senza considerare adeguatamente la possibilità di (altro…)

  • 1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO

    1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO

    I documenti più antichi trovati in questa ricerca fanno riferimento a un momento cruciale della Chiesa cattolica tedesca, l’ascesa del regime nazista, con Pio XI. Essi si trovano negli archivi del Santo Ufficio e della Segreteria di Stato, nella parte aperta ai ricercatori, e sono stati contributi dallo storico Davide F. Jabes. Sono molto significativi perché rivelano che anche allora c’era una comunicazione fluida tra il Vaticano e i vescovi riguardo ai casi di pedofilia, e che per la Chiesa erano informazioni pericolose da nascondere. Il Santo Ufficio ha sempre ordinato questi processi fin dal XVI secolo e Roma ha centralizzato tutti i casi, anche se le diocesi potevano nasconderli a loro. In tempi moderni iniziò a essere regolamentata dall’istruzione del 1922, aggiornata nel 1962, Crimen Sollicitationis, per abusi sessuali nel campo della confessione, e che nel suo capitolo 5 (Crimen pessimum) menzionava espressamente la pederastia. Secondo gli storici, questa regola fu stabilita in parte perché molti casi si verificarono in un paese europeo all’inizio del ventesimo secolo, con “frequenza impressionante”, secondo il Santo Ufficio: avvenne in Spagna. In Germania negli anni ’30, queste informazioni erano molto pericolose se cadevano nelle mani dei nazisti. Il regime di Hitler molestò la Chiesa con campagne diffamatorie e gli abusi sui minori furono una delle accuse più (altro…)

  • BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    Il Vaticano ha sempre avuto informazioni sui casi di pedofilia nel mondo, sa molto più di quanto ammetta e non ha mai detto ciò che sa. Questo è dimostrato dai documenti trovati da un’indagine internazionale del quotidiano tedesco Correctiv, in collaborazione con EL PAÍS, insieme a The Boston Globe degli Stati Uniti, Observador del Portogallo e Casa Macondo della Colombia.

    Gettano nuova luce sugli archivi vaticani del Dicastero per la Dottrina della Fede e dell’ex Santo Ufficio, ancora chiuso ai ricercatori e accessibile a pochissime persone. “Entrare lì è impossibile,” conferma un sacerdote canonico che ci ha provato più volte. Inoltre, varie fonti sottolineano che esiste un archivio ancora più segreto che protegge i casi più gravi e delicati. Il quadro che emerge indica che il Vaticano ha sempre avuto più informazioni sugli abusi in ogni paese di quante ne ammetta, anche se ha sostenuto che per decenni quasi nessun caso sia arrivato a Roma e abbia iniziato a riceverli solo dal 2001. Fu l’anno in cui, di fronte alla portata dello scandalo, nuove normative vaticane costrinsero le diocesi di tutto il mondo a inviarle. Ma questa ricerca mostra che alcuni sono arrivati, nascosti sotto questioni che parlavano di altro, come dispense e divieti di confessione. I documenti più antichi che ora sono stati rivelati esclusivamente risalgono agli anni Trenta in Germania.

    Di fronte al rischio che i fascicoli dei preti pedofili finissero nelle mani dei nazisti, nemici della Chiesa cattolica, l’ordine era chiaro: “Bruciate tutto.” I documenti più rilevanti provengono dal caso Ratzinger, scoperto nel 2010 dal New York Times, perché dimostrano che è ben lontano dall’essere stato chiarito: una misteriosa lettera del futuro Benedetto XVI, datata 1986, quando era prefetto della Dottrina della Fede, rivela che già allora aveva informazioni secondo cui un sacerdote della sua ex diocesi,  Monaco, era un pedofilo pericoloso. Inoltre, lo ha elaborato in modo confidenziale al di fuori del protocollo. Questo sacerdote continuò nelle parrocchie e aggrediva 23 minorenni, fino a quando il caso venne alla luce nel 2010. Questo caso apre altre domande che attendono una risposta.

    Nell’agosto 2025, Correctiv inviò a Leone XIV una serie di domande, insieme ai documenti trovati. Il papa li inoltrò alla Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori, che li rimpatriò al Dicastero per la Comunicazione, che non rispose. Anche la Dottrina della Fede rimase in silenzio dopo 20 consultazioni. Il 27 gennaio, le domande furono nuovamente rivolte al papa, questa volta di persona, mentre stava lasciando Castel Gandolfo. Non ha ancora risposto. In definitiva, l’arrivo del nuovo pontefice offre l’opportunità di un cambiamento di atteggiamento da parte del Vaticano, per compiere il passo verso un’autentica trasparenza su tutto ciò che sa e su ciò che si trova nei suoi archivi. Leone XIV ha mostrato sensibilità verso le vittime della pederastia e ha sostenuto il lavoro dei giornalisti.

    In diversi paesi, per il bene della verità, la Chiesa ha intrapreso audit interni, ma il Vaticano no, essendo il più grande centro di informazione sullo scandalo. Aprire gli archivi, rivelarne il contenuto, o intraprendere uno studio personale e offrire dati, sarebbe un gesto decisivo per mostrare la vera volontà di Leone XIV che tutta la verità sullo scandalo fosse conosciuta. “Ogni passo avanti su questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica,” ha detto lunedì alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Le storie raccontate da questi giornali rintracciati in vari paesi sono di occultamento, lentezza e negligenza. Alcuni sono inediti e altri erano già pubblici, ma erano dispersi in ricerche condotte a livello locale. Metterli insieme offre una panoramica. Ad esempio, rivelano come il caso di un frate denunciato nel 1972 e che negli anni Novanta era ancora attivo fosse nascosto in Portogallo.

    Lo stesso vale per quelli più recenti, già sotto Benedetto XVI. In Colombia, un vescovo e il Vaticano hanno insabbiato un caso noto nel 2004 fino all’arresto del sacerdote nel 2010. In Italia, un altro caso è rimasto nascosto per decenni fino al 2010. Ci sono anche casi evidenti in due diocesi statunitensi, Oakland e Springfield, e in Australia. Sono solo la punta dell’iceberg di documenti ancora nascosti negli archivi vaticani. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato nel gennaio 2002 negli Stati Uniti con l’indagine del Boston Globe. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato, nel gennaio 2002 negli Stati Uniti, con l’indagine sul Boston Globe. Da allora, è emerso in tutti i paesi cattolici. In Spagna, con l’indagine su EL PAÍS dal 2018. Il Vaticano e gli ultimi papi, ovviamente, sono sempre stati al centro dello scandalo, ma la richiesta di trasparenza da parte della Chiesa su migliaia di casi è stata una battaglia giornalistica combattuta in ogni paese. Il risultato è che oggi il Vaticano non ha mai rivelato le informazioni di cui dispone. Le fonti e gli storici vaticani ammettono che in realtà negli archivi del Santo Ufficio si trovano tutti i casi noti a Roma almeno per quasi tutto il diciannovesimo e ventesimo secolo. Va ricordato che nel 1810 Napoleone prese gli archivi e solo una parte di essi fu restituita.

    Tuttavia, il Vaticano non ha mai fornito dati. In una storica apparizione di due rappresentanti vaticani nel 2014, il Comitato ONU sulla Convenzione sui Diritti del Bambino ha richiesto informazioni dettagliate alla Santa Sede e poi nessun altro lo ha fatto. Nel 2010, il promotore della giustizia (procuratore) della Dottrina della Fede, Charles Scicluna, stimò che a Roma fossero arrivati circa 3.000 casi. Quella cifra è stata aggiornata in poche dichiarazioni, sporadiche e confuse. Nel 2014, come riportato all’ONU, ci sono stati 3.420 casi dal 2004 al 2013. Nel 2021, l’ultima stima nota della Dottrina della Fede indicava 9.000 dal 2001. Ma è una cifra inaffidabile se si considera che solo in Spagna EL PAÍS ha finora contato 1.572 imputati, con quasi 3.000 vittime. Ciò che è chiaro è che nessuno parla dei decenni precedenti al 2001, è un mistero ancora più grande. In realtà, il Vaticano possiede probabilmente il più grande archivio di pedofili impuniti al mondo.

    Questa ricerca fa luce su questo.

    Continua…

    https://elpais.com/sociedad/2026-03-19/quemad-todo-los-secretos-de-los-archivos-de-pederastia-del-vaticano-de-la-epoca-nazi-al-caso-ratzinger.html

  • CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    Vale più una sottana da prete che la salute di bambine e bambini. Questo è quanto sembra emergere ancora una volta dalla triste vicenda sarda che ha coinvolto la Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, di fatto defenestrata dal Consiglio regionale sardo e dalla Conferenza episcopale sarda per aver fatto il suo lavoro.

    Una vicenda istituzionale diffusa che racconta con tristezza l’arretratezza italiana e spiega con i silenzi perché l’Italia sia l’unico Stato dell’UE incapace di tutelare la salute psico fisica dei minori. Un paese che in materia è stato piò volte ripreso e spronato ad intervenire anche dagli organi sovrannazionali come il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale, malgrado le preoccupazioni espresse più volte, non ha mai risposto e che pochi giorni fa ha nuovamente sollecitato l’Italia affinchè intervenga di fronte alle gravi infrazioni che non riguardano solo il tema degli abusi.

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, tendendo la mano ha scritto con spirito collaborativo, al presidente del Consiglio regionale sardo, l’Onorevole Giampiero Comandini. Ma nulla da fare, a quanto pare sembrano prioritari i rapporti con la chiesa, anziché la salute di minori e delle persone vulnerabili tanto che la Regione, intervenuta in difesa della chiesa, fa per la seconda volta scena muta, anche di fronte ai cittadini.

    Da presidente di questa ONG provo rammarico nel vedere tanta irresponsabilità di fronte agli elettori e all’intera società. Sconcertante anche il silenzio dei colleghi Garanti che anziché indignarsi di fronte a un episodio di ingerenza tanto grave, lascino invece sola la Garante Pugligheddu.

    Da sopravvissuto resto invece mortificato vedendo questo scenario istituzionale crudele nella sua indifferenza verso i più piccini, verso i loro stessi figli e nipoti e mi chiedo come è possibile che le istituzioni, la stessa chiesa non provino almeno un po’ di vergogna nel lasciare abbandonati i cittadini rimasti vittime di tali atrocità, costretti a cercare giustizia da soli.

    E mentre la società civile si stringe attorno alla Garante Carla Pugligheddu con messaggi di solidarietà e stima, anche la Garante nazionale sembra essersi “persa nel bosco”, impossibilitata ad interviene su un tema tanto grave, che la riguarda in prima persona.

    Di seguito la lettera inviata dalla Rete L’ABUSO al Presidente del Consiglio regionale sardo.

    Gent.mo On. Dott. Giampiero Comandini,

    Le scrivo in qualità di presidente di Rete L’abuso in relazione alla controversia tra la Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Sardegna dott.ssa Carla Puligheddu e il Consiglio regionale che Lei presiede, sulla questione degli abusi clericali e non solo.

    È evidente che, all’interno di tale circostanza, l’accusa rivolta alla dott.ssa Puligheddu in merito alla modalità della comunicazione e alla credibilità dei dati da lei utilizzati tocca anche l’Associazione che presiedo, in quanto fonte di tali informazioni.

    In primo luogo, tuttavia, vorrei esprimere il rammarico per la nuova vittimizzazione dei sopravvissuti e dei loro famigliari che inevitabilmente sono rimasti coinvolti in questo “scontro”. Sono stati infatti ulteriormente feriti e delegittimati dal disconoscimento, di fatto, della loro esistenza e del loro vissuto traumatico: e questo non solo da parte della Chiesa, ma anche delle istituzioni vocate a tutelarle, che sembrano invece averle abbandonate.

    Nella convinzione della assoluta necessità di un dialogo sereno e costruttivo con le istituzioni dello Stato, nella direzione di un impegno condiviso che miri alla costruzione di buone pratiche, e sottolineando l’attenzione prioritaria di cui la Regione deve farsi portatrice nei confronti delle famiglie delle vittime di pedofilia, per trasformare questa vicenda in un momento costruttivo e restituire ai sopravvissuti il riconoscimento del loro status trovando un’intesa programmatica nel loro interesse, con la presente La invito a un incontro con il sottoscritto, senza clamori e senza l’intervento mediatico, in un clima di franchezza come è nello spirito di questa mia missiva che auguro possa essere accolta.

    Restando in attesa di un Suo cordiale riscontro, un cordiale saluto.

    Francesco Zanardi

    Savona, 12/3/2026