Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Il 4 febbraio scorso la Rete L’ABUSO presentava un’istanza al Garante per la protezione dei dati personali al quale chiedeva di verificare una evidente violazione delle garanzie dei cittadini vittime di abusi sessuali da parte del clero, che a seguito della campagna mediatica portata avanti da papa Francesco, si rivolgono sempre più spesso a questi sportelli presenti in ogni diocesi italiana.

    Violazioni a danno della stessa vittima che si rivolge a questi sportelli per chiedere aiuto e che invece rischia non solo di compromettere un eventuale futuro processo in un Tribunale italiano, ma di fornire a “sua insaputa”, informazioni importanti, che potrebbero addirittura essere usate contro la stessa vittima.

    Il macroscopico è più che evidente vuoto, il solo fatto che la vittima non possa far presenziare il suo difensore di fiducia; che rilasci dichiarazioni che vengono poi fatte sottoscrivere; che non venga fornita copia al dichiarante, è già più che sufficiente per contestare la dubbia trasparenza di questi uffici e il conseguente rischio al quale la vittima NON INFORMATA si sottopone, senza sapere che uso verrà fatto delle dichiarazioni e dei dati.

    Il fatto che un’associazione con una rappresentatività di persone maggiormente fragili come quelle che si rivolgono alla Rete L’ABUSO avanzi una contestazione di questa gravità al Garante, dovrebbe attivarlo ben di più che una richiesta di rimozione di un articolo come quelle che lo stesso Garante manda a noi. Francamente ci aspettavamo che il Garante procedesse, al massimo potesse rispondere che avremmo dovuto riformulare l’istanza a un altro Ufficio più specifico e invece, a distanza di più di un mese, dopo un sollecito nel quale si chiedeva semplicemente venisse comunicato almeno il numero di protocollo del procedimento nulla, nessuna risposta dal Garante tranne le ricevute delle pec.

    Un Garante che parrebbe non voler essere Garante dei cittadini vittime del clero.

    Francesco Zanardi

  • Mons.  Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Mons. Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, a conclusione della prima parte di indagini sul caso del sacerdote di Enna Giuseppe Rugolo, sulla base delle informazioni acquisite anche a Ferrara, aveva formalizzato alla Procura di Enna una denuncia nella quale appaiono quattro monsignori, tra cui il vescovo di Ferrara, accusati dalla rete per le ipotesi di reato di cui al 2° comma dell’art. 40 c.p. che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”, oltre all’ipotesi di favoreggiamento nei confronti del sacerdote, accusato da più persone a Enna.

    Dopo le denunce alla diocesi, subito trasferito sottobanco a Ferrara, dove dagli elementi da noi acquisiti, non solo diceva la messa nella parrocchia di Vigarano Mainarda, cosa poco rilevante in quanto nessuno lo accusa di dire male la messa.

    Le denunce sono di molestie a danno minori, tuttavia a Ferrara organizzava incontri con adolescenti.

    Come detto prima, l’ipotesi era di eventuale favoreggiamento da parte della diocesi ferrarese, che proprio questa mattina, attraverso il suo avvocato Barbara Grandi, membro dell’’Ufficio Famiglia della Diocesi di Ferrara nel laboratorio “Famiglie Ferite”, la quale, malgrado avessimo solamente il dubbio che la diocesi di Ferrara sapesse della presenza del prete o meno, diffidando la Rete L’ABUSO, allega la conferma che il vescovo di Ferrara sapeva della presenza di don Giuseppe Rugolo.

     

    Testimonianza importante, al di la del fatto che siano accaduti altri abusi o meno, nel documento si dichiara che la cosa fu concordata. Documentazione immediatamente trasmessa da Rete L’ABUSO alla procura di Enna.

    Di seguito la diffida inviata a Rete L’ABUSO dall’avvocato Grandi

  • Pedopornografia, condannato un prete in Vallese

    Pedopornografia, condannato un prete in Vallese

    La procura vallesana lo scorso autunno ha condannato con decreto d’accusa un sacerdote congolese per il possesso e la trasmissione di un video a carattere pornografico con minorenni.

    Lo indica un comunicato odierno dell’abbazia di Saint-Maurice, nel Basso Vallese, dove il prete, «membro della nostra missione in Congo», all’epoca dei fatti stava seguendo una formazione in contabilità.

    Contattato da Keystone-ATS, il ministero pubblico ha indicato di aver pronunciato lo scorso novembre una pena pecuniaria di 60 aliquote giornaliere, sospese per un periodo di prova di due anni, e di aver inflitto una multa di 500 franchi. La procura non ha indicato quale fosse l’ammontare delle aliquote.

    Nella nota i canonici dell’abbazia si dicono «costernati» dai fatti e «sorpresi e scioccati dalle immagini provenienti dal Congo». Il sacerdote aveva ricevuto il video pedopornografico via WhatsApp.

    I religiosi si rammaricano per il fatto che il prete non abbia «ritenuto importante informarci immediatamente» e che abbia trasmesso il filmato a tre suoi contatti in Africa. «Siamo rattristati da questo comportamento riprovevole», scrive l’abbazia.

    Il sacerdote è tornato nella Repubblica democratica del Congo, dove risiede. L’abbazia di Saint-Maurice ha trasmesso le informazioni sul caso all’arcivescovo di Kananga, da cui dipende il religioso. Sarà l’alto prelato a determinare «quale seguito dare al dossier», recita il comunicato.

  • Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Webinar ECA Global – Federico Tulli

    Intervento di Federico Tulli

    Buonasera, vi ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante appuntamento.

    Poco più un anno fa, il 17 dicembre 2019, il papa ha finalmente tolto il segreto pontificio sui casi di pedofilia trattati dal Vaticano che riguardano i sacerdoti. Le magistrature civili di tutti i Paesi colpiti da questo fenomeno criminale possono quindi ora accedere agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Ma non solo. Probabilmente l’eliminazione del segreto pontificio segna anche una svolta a livello di comunicazione su temi “sensibili” che riguardano gli affari interni alla Santa Sede. Penso ad es. la decisione di rendere pubblico il dossier sul cardinale MacCarrick di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Lo definirei un effetto collaterale dell’eliminazione segreto pontifico. Eliminazione che è senza alcun dubbio un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione della Santa sede con le istituzioni straniere e internazionali, e può avere importanti conseguenze in favore delle vittime in attesa di giustizia. Ma dal punto di vista della prevenzione dei crimini è bene dire subito che non sposta nulla. Andiamo per ordine.

    Il segreto pontificio venne codificato nel documento “Secreta continere” di Paolo VI il 4 febbraio 1974. Riguardava (cito) “taluni affari di maggiore importanza” e doveva “essere custodito con obbligo grave”. Vale a dire, che in caso di violazione c’era la scomunica. Tra questi “affari di maggiore importanza” secretati c’erano diversi reati, tra cui la violenza su minori. Questo ha comportato per esempio che la vittima di un sacerdote pedofilo sottoposto a processo canonico non venisse mai informata dell’esito del giudizio. Ma anche che i nomi dei pedofili giudicati dai giudici vaticani potessero rimanere “sconosciuti” a quelli laici. Con ovvie conseguenze, purtroppo, sull’incolumità di decine di migliaia di minori in tutto il mondo, poiché i sacerdoti pedofili, terminato il periodo di preghiera e penitenza previsto come sanzione per il loro “peccato”, tornano quasi sempre a esercitare nelle parrocchie, a insegnare nelle scuole religiose, a frequentare oratori, campi scout e così via. Come del resto è stato documentato da decine di inchieste governative e miste Stato-Chiesa nell’ultimo decennio in Irlanda, Germania, Usa, Olanda, Belgio, Auystralia etc… Insomma, la segretezza è stata per decenni – se non per secoli, dall’Inquisizione in poi – una delle matrici della diffusione della pedofilia clericale nel mondo. Ora con colpevolissimo e inaudito ritardo almeno a questo la Santa Sede ha posto rimedio.

    Un’altra matrice della diffusione della pedofilia “ecclesiastica” è stata ed è la “ragion di Stato”.

    Mi spiego meglio con un esempio veloce:

    Il 9 aprile 2010 – anno in cui le notizie su questi crimini iniziarono finalmente ad essere pubblicate con regolarità anche in Italia – il Washington Post scoprì che nel 1985 il cardinale Ratzinger (allora pref. della Cdf) aveva sconsigliato di ridurre allo stato laicale un sacerdote californiano che aveva molestato minori. La replica della Santa Sede fu immediata: l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede «non coprì il caso», ma chiese solo di studiarlo con «maggiore attenzione» per il «bene di tutte le persone coinvolte». Nella lunga inchiesta il WP ricostruisce che, in una lettera scritta in latino al vescovo John Cummins, della diocesi di Oakland, Ratzinger decise di non rimuovere il sacerdote. Una scelta che il futuro Papa motivò scrivendo testualmente «per il bene della Chiesa universale». E cosa vuol dire tradotto in termini più terreni? Per evitare lo scandalo pubblico. Di qui la “ragion di Stato”.

    Per decenni in nome della “ragion di Stato” e protetto dal segreto pontificio un crimine violentissimo nei confronti degli esseri umani più indifesi è stato sepolto sotto una gigantesca e diffusa cappa di omertà, complicità e silenzio impossibili – umanamente – da accettare. Va detto però che se il segreto pontificio è stato eliminato, non si può dire altrettanto della ragion di Stato.

    Tutto questo riguarda molto da vicino l’Italia e non solo per motivi geografici. Sul settimanale Left, e poi nel libro Giustizia divina con Emanuela Provera, per primi e finora unici giornalisti grazie alla collaborazione di rete L’Abuso abbiamo bucato la cappa di cui sopra che grava sui tribunali ecclesiastici sparsi in Italia e presenti in ciascuna delle oltre 220 diocesi. Riporto qui un brano del racconto di Giada Vitale, vittima a 13 anni di un parroco 55enne.

    «Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice e il notaio della Curia di Termoli. Il notaio lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi disse che il giudice ecclesiastico voleva una copia della mia denuncia alla procura italiana. E già questo fa capire in che modo lavora la giustizia ecclesiastica nei confronti delle presunte vittime. Inoltre Giada affrontò da sola l’interrogatorio, cioè senza avvocato, perché in questi processi può essere presente solo quello scelto dalla curia, anche per il testimone. E lei lo ha giustamente rifiutato. «Il giudice cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore ma io ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo tredici anni». Dal giorno dell’audizione sono passati circa 5 anni e Giada non ha mai saputo nulla in via ufficiale. «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Grazie all’abolizione del segreto pontificio altre vittime, diversamente da Giada, potranno d’ora in poi conoscere l’esito del giudizio canonico? Stando alle dichiarazioni della Santa Sede la risposta è sì e sarebbe già qualcosa in favore delle vittime, perché certe informazioni potrebbero tornar loro utili durante il processo penale e civile italiano. Ma quello che forse più ci dovrebbe interessare è la possibilità di collaborazione delle autorità ecclesiastiche con quelle civili italiane. Da questo punto di vista la “svolta” di Bergoglio però non sposta nulla. Potrei dire, non per colpa del papa. Difatti la legge italiana – diversamente da quella francese, per esempio – per reati di questo tipo prevede l’obbligo di denuncia solo per i pubblici ufficiali, e i vescovi che pubblici ufficiali non sono continuano a fare quello che hanno sempre fatto: cioè a non denunciare all’autorità civile i preti sospettati. Questione ribadita anche dalla Conferenza episcopale italiana quando ha spiegato perché non ha inserito l’obbligo di denuncia nelle linee guida antipedofilia.

    Se a questo si aggiunge che anche il Nuovo Concordato del 1985 tra Stato italiano e Santa sede all’articolo 4 solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, ecco che restano irrisolti tutti i nodi che da sempre limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana quando ci sono di mezzo dei preti con il rischio di interferire con l’esercizio dell’azione penale nei confronti di quelli sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso.

    L’eliminazione dell’art. 4 dal Concordato non sarebbe cosa da poco. Lo dicono anche i casi censiti da Rete L’Abuso e le statistiche che Francesco Zanardi ha comunicato durante il suo intervento. Personalmente ho dedicato un intero libro all’Italia ricostruendo la storia della pedofilia nella Chiesa italiana dal 1870 al 2014.

    Da quando nel 2010 ho scritto il mio primo libro per L’Asino d’oro su questi temi ho avuto modo di parlare con centinaia di vittime. La vita di molte di loro prosegue in funzione dell’ottenimento di una giustizia per quanto subito. C’è chi – come i presenti – ha fondato un’associazione trasformando la propria vicenda personale in una battaglia collettiva di civiltà. Uno dei punti di forza del loro impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – secondo me sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro una persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino, una sorta di omicidio psichico.

    Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è trattato ancora solo come un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, una violazione del sesto comandamento. Di conseguenza il peccatore deve risponderne solo a chi rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. Ebbene di tutto questo non tengono conto i miei colleghi giornalisti italiani quando devono riportare delle notizie che riguardano presunti crimini su minori commessi in ambito ecclesiastico; e nemmeno ne tiene conto lo Stato italiano mantenendo in vita il Concordato, sebbene dal 1996 la legislazione in materia di reati a sfondo “sessuale” sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche non solo è facile  immaginarlo ma è stato – purtroppo – documentato.

    Dunque, in conclusione, bene l’abolizione del segreto pontificio – perché in qualche modo può agevolare l’azione della magistratura civile – ma non basta. Per lo meno in Italia non basta . Occorrerebbe un salto di paradigma culturale che porti il Vaticano, gli uomini di Chiesa, le istituzioni italiane e i grandi organi di stampa a “vedere” lo stupro per quel che è: un crimine violentissimo che distrugge la vita di chi lo subisce. Ma ciò significherebbe per dei credenti negare il VI Comandamento, uno dei cardini del potere religioso e politico della Chiesa cattolica e apostolica romana. Un potere temporale che lo Stato italiano e i media italiani fanno ancora fatica a disconoscere.

    Federico Tulli

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  • Pedofilia, anche la Chiesa in Lussemburgo pubblica rapporto annuale sugli abusi e sui preti pedofili, «onestà e trasparenza»

    Pedofilia, anche la Chiesa in Lussemburgo pubblica rapporto annuale sugli abusi e sui preti pedofili, «onestà e trasparenza»

    Città del Vaticano – Mentre in Italia il numero degli abusi resta avvolto nel mistero visto che la Cei ancora non prevede alcun rapporto annuale che renda conto all’opinione pubblica di quanti sono i sacerdoti che nel corso dell’anno (e degli anni) sono stati denunciati e allontanati dai tribunali della Chiesa o denunciati alle autorità civili, in Europa si allunga la lista delle conferenze episcopali che – al contrario-  hanno avviato al proprio interno un sano percorso di trasparenza.

    Per il secondo anno consecutivo, anche la piccola Chiesa lussemburghese ha pubblicato il rapporto annuale. Nel 2020 sono emerse altre tre vittime di violenze.

    Per quanto riguarda le aggressioni sessuali, l’arcidiocesi afferma che si tratta di due casi relativi ad un periodo relativo agli anni Sessanta. I reati in oggetto, in base alle leggi civili, sono cadute in prescrizione. In entrambi i casi, al momento dei fatti, le vittime (due uomini) erano ragazzini e minorenni. I responsabili sono tre sacerdoti e un laico.

    Il caso di abuso fisico e psicologico, invece, riguarda una suora. Il rapporto 2020 non fornisce maggiori informazioni sulla vittima, probabilmente per proteggere la sua privacy.

    Il vicario generale, Patrick Muller, ha spiegato che con questo ulteriore passaggio si dimostra la volontà della Chiesa di ripulire il proprio passato, fare più attenzione alle vittime, e mettere in sicurezza i giovani che frequentano le strutture. Ha anche reso noto che a un sacerdote dell’arcidiocesi è stato «proibito di esercitare il servizio sacerdotale in pubblico e di rimanere solo in presenza di minori». Un provvedimento preso dalla Dottrina della Fede.

    La Chiesa in Lussemburgo, inoltre, ha avviato nel 2017 un percorso di formazione per prevenire gli abusi nelle parrocchie, nelle scuole, negli oratori. Ha finanziato corsi obbligatori per tutti i religiosi e gli impiegati dell’arcidiocesi. Il covid non ha fermato questa attività: la diocesi ha attivato un numero di telefono per ricevere segnalazioni. Uno strumento per aiutare le vittime a mettersi in contatto in modo anonimo, prevedere la fase di ascolto e la presa in carico ed accompagnarle nei passi successivi.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofiia_papa_francesco_abusi_vittime_trasparenza_cei_vescovi_italiani_lussemburgo_germania-5768063.html

  • KBI sta indagando sul vescovo John B. Brungardt per presunti abusi su un minore

    KBI sta indagando sul vescovo John B. Brungardt per presunti abusi su un minore

    Melissa Underwood, direttrice delle comunicazioni del Bureau of Investigation del Kansas, ha detto che la KBI sta indagando su un’accusa penale mossa contro il vescovo John B. Brungardt.

    “Attualmente, non sono stati fatti arresti o accuse in relazione al caso”, ha detto Underwood.

    La diocesi cattolica di Dodge City ha detto che il KBI sta indagando su presunti abusi su un minore.

    Una dichiarazione della diocesi afferma: “Il vescovo Brungardt nega l’accusa e collabora pienamente con le indagini in corso. Ha deciso di ritirarsi dai suoi doveri fino a quando la questione non sarà risolta e ha informato il suo arcivescovo metropolita, Joseph Naumann”.

    Mons. Gerald Vincke, di Salina, è stato nominato dalla Congregazione per i Vescovi amministratore apostolico effettivo della diocesi di Dodge City.

    La dichiarazione afferma che, poiché l’indagine è in corso, non verranno rilasciati ulteriori dettagli.

    Secondo www.dcdiocese.org, Brungardt è stato ordinato il 23 maggio 1998 dal vescovo Eugene J. Gerber nella cattedrale dell’Immacolata Concezione a Wichita.

    Brungardt è stato con la diocesi di Wichita per 12 anni in una serie di incarichi pastorali prima di venire nella diocesi di Dodge City nel 2010.

    La dichiarazione della diocesi di Dodge City elencava anche informazioni relative alla segnalazione di abusi.

    “Chiama le forze dell’ordine e se un’accusa coinvolge un vescovo, può essere segnalata al sistema di segnalazione di terze parti del vescovo al numero 1-800-276-1562 o online su https://reportbishopabuse.org”, si legge nella dichiarazione. “Per favore pregate per tutte le persone coinvolte.”

    Underwood ha aggiunto che la KBI continua a ricevere segnalazioni di abusi sessuali al numero 1-800-KS-CRIME o tramite e-mail all’indirizzo clergyabuse@kbi.ks.gov.

    Per contattare l’autore, inviare un’e-mail a vmarshall@dodgeglobe.com.

  • Vaticano e pedofilia: la fede è a repentaglio?

    Vaticano e pedofilia: la fede è a repentaglio?

    Dopo l’ennesimo evento che in questo caso pone sotto i riflettori don Gabriele Martinelli e di rimbalzo il vescovo rettore del seminario accusato di sapere ma di non aver agito, comincia a farsi strada un principio per il quale i pesi si sbilanciano nel nome di una mera forma tautologica: il mal contento è dato dalla maggioranza delle azioni negative e non dalle eccezioni delle azioni positive, concetto per il quale il Papa forse comincerà molto probabilmente ad interrogarsi sull’attendibilità non di chi viene cooptato ma di chi è facente funzione della valutazione dei nuovi sacerdoti.

    Esisteva il segreto pontificio sui casi di pedofilia

    Con l’insediamento di papa Francesco cambiarono molte cose in diversi campi; a febbraio del 2019 il papa diede disposizione di creare “un summit sugli abusi”, incentrato proprio sui casi di pedofilia sui minori, per fare una volta per tutte una vera luce sul “mostro della pedofilia del clero”. Di lì a poco, il 4 dicembre, papa Francesco istituì “l’abolizione del segreto pontificio sulla pedofilia” proprio perché per combattere questo mostro bisognava guardarlo negli occhi ed alla luce del sole, dimostrando ai fedeli la volontà di debellare la “delicta graviora”. In pochissimo tempo, caduto il muro dell’omertà sostenuto proprio dal segreto pontificio, l’ufficio preposto a ricevere le denunce di abusi sessuali nel contesto clericale dichiarò di aver registrato in un solo anno la mostruosa cifra di di 1.000 casi in tutto il mondo, ove i casi più eclatanti sono emersi in Argentina, Messico, Cile, Polonia, Stati Uniti e Italia.

    E proprio in Italia nasce l’associazione L’ABUSO

    Nella raccolta di informazioni per poter scrivere questo articolo, mi sono imbattuto in qualcosa di davvero difficile da digerire e altrettanto inquietante da osservare: ho trovato un sito che ha tracciato una mappa, su Google, di tutti i casi di abusi nel nostro Paese, con tanto di legenda colorata a seconda della gravità dei casi. Le vicende occorse sono talmente tante che se dovessi fare una ricerca approfondita per accertarle tutte non saprei determinarne il tempo necessario, e come è spiegato nella pagina, allargando la cartina ne escono fuori tanti di più, per cui ve la riporto qui con tanto di link al sito stesso, https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp

    Aggiornata come contenuto nella pagina, all’8 di gennaio 2021, la cartina mostra un aspetto della religione cattolica in Italia del quale francamente stento a credere. E’ davvero il momento di cominciare ad avere paura di portare i propri figli all’oratorio per il catechismo perché potrebbero essere oggetto di attenzioni particolari? No, ma quanto evidenziato dall’associazione deve far riflettere.

    La realtà dell’associazione L’abuso

    Nella pagina “chi siamo“, si spiega la scelta del costituirsi in associazione e che la mappa che si propone, proviene da un database partito addirittura dal 2005, “ABUSE-TRACKERS“.

    Ho navigato nel sito alla ricerca di tutte le informazioni necessarie a comprendere le motivazioni e le attività di questa associazione e sono arrivato ad una conclusione: nel 2010 un gruppo di vittime di preti pedofili, si costituiscono in associazione determinata a combattere la pedofilia nel Vaticano e a fornire tutta l’assistenza possibile a chi li contatta per chiedere aiuto. Questa associazione non sembra presentare l’intenzione di intaccare la fede o di mostrare che la religione sia fallita, ma si prefigge l’obiettivo di combattere un cancro all’interno di un sistema che gravita intorno alla stessa ma in maniera evidente non ne condivide la missione.

    Usare la religione come strumento per i propri fini non è solo grave

    Tutti i compartecipati del clero, dal più basso al più alto dei livelli, considerano e comprendono che la più grande responsabilità è quella che si decide di prendere e tutto questo impatta enormemente sul principio stesso sul quale la chiesa si fonda: il perdono.

    Anteporre il perdono ad un errore è profondamente cristiano, ma la regola fissa la condizione per la quale l’errore non può e non deve abbattersi su chi ha subìto un errore che si trasla in un trauma per un periodo verosimilmente pari a per sempre. E qui la religione non è solo non colpevole ma non è nemmeno contemplata nell’equazione: un errore è un errore con tutto ciò che ne consegue, dal contesto sociale a quello giuridico e commettere delitti in maniera consapevole, vestendo un simbolo che rappresenta un riferimento è un’aggravante che mette a repentaglio il simbolo stesso.

    La religione non è colpevole: il sistema è comunque fatto di persone

    Fra il pensiero e l’azione, come dicevano i saggi d’un tempo, dovrebbe trascorrere un lasso di tempo di sette secondi circoscritti in dei respiri profondi. Gli scenari che si profilano nei riguardi dei sacerdoti possono essere molteplici: da ragazzi invaghiti dal carisma a persone dalla accentuata timidezza che spesso si traduce in un carattere facilmente manipolabile. Qualsiasi sia il contesto, la persona alla quale è affidata una comunità dovrebbe essere addestrata a poter gestire le altrui e le proprie emozioni e così infatti è nella stragrande maggioranza dei casi; tuttavia accade anche il contrario in quanto già in partenza la profilazione dei soggetti non è garantita, evidentemente, da un personale che possa mettere in evidenza talune inclinazioni che poi esplodono successivamente trascinando la comunità stessa in un limbo di sfiducia verso chi si propone di interessarsi alla spiritualità dei fedeli e di guidarli con consigli ed esempi.

    Sarà la stessa religione a risolvere il problema

    Un chiaro esempio di come la religione rasenti una montagna per la quale ogni credente sceglie un sentiero per arrivare alla vetta ci è dato non dal Papa ma dallo stesso Dalai Lama, nella chiesa di Grossmuenster a Zurigo, nel 2016. Le sue dichiarazioni dimostrano esattamente che questa montagna rappresenta non una religione specifica ma la pura fede e che i sentieri ad essa connessi il cammino di un fedele che arrivando alla vetta si incontra con tutti gli altri che provengono da altre discipline religiose: ognuno per sé e attraverso chi li ha guidati, condividono le loro esperienze su di un terreno comune.

    “Vorrei parlare dell’importanza della religione nei tempi attuali. Tutti, per natura, abbiamo il senso di un sé e, attraverso di esso, sperimentiamo i fenomeni conoscibili come dolorosi, piacevoli o neutri. E’ un dato di fatto che non ha bisogno di ulteriori indagini. Anche gli animali provano la stessa cosa. Per natura, amiamo la felicità e cerchiamo di evitare sofferenza e dolore. E neppure questo è un fatto che ha bisogno di dimostrazioni. Detto ciò, possiamo parlare del diritto di ciascuno a di vivere un’esistenza felice e superare le sofferenze.” Se questa parte di discorso del sant’uomo recasse la firma del Papa non cambierebbe assolutamente nulla: il contenuto del discorso forgia e dimostra la forma della fede stessa che non si aspetta nulla in quanto le azioni sono dettate dall’interesse della comunione fra gli individui.

    In conclusione

    Come osserva il Dalai Lama quando afferma “Tremila anni fa vivevano circa cento mila persone. Oggi siamo 7 miliardi. E’ evidente che tra tutti noi vi siano differenti disposizioni” possiamo comprendere che oggi, con la tecnologia, con internet e con tutte le novità presenti nell’odierno rispetto all’antico, si potrebbe pensare che la dottrina non sia al passo con i tempi, mentre forse il successo della stessa consta proprio nell’aver mantenuti integri i cardini della sua stessa tradizione. I fedeli di una volta erano consapevoli della propria scelta, quelli di oggi sono consapevoli che la loro esistenza proviene da una consapevolezza millenaria e questo potrebbe essere lo spunto sul quale considerare realmente che la religione è e resta distante dalle scelte di persone che si sono introdotte al suo interno per indulgere nelle proprie intenzioni.

    Le regole poste in atto dalla Chiesa hanno dimostrato l’intenzione di distanziarsi ufficialmente da quelli che pensano che una volta individuati e stretti all’angolo chiedere scusa sia meglio di chiedere permesso. Ma non solo.

    https://www.notiziavera.it/vaticano-e-pedofilia/

  • Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Da diversi mesi la Rete L’ABUSO ha avviato un’indagine sull’introduzione nelle diocesi dei c.d. Sportelli diocesani per le vittime di abusi, introdotti dall’ultimo Motu proprio di papa Francesco Vos lus extis mundi.

    Quello che abbiamo scoperto è tutt’altro che un progresso nella lotta ai preti pedofili, ma un ulteriore scappatoia per l’impunità della chiesa e del pedofilo, a discapito della vittima che come sempre ci casca, in virtù della fede.

    Faccio intanto notare che quando ci si rivolge a uno di questi sportelli, non trova al loro interno alcuna regolamentazione in materia di protezione dei dati personali, non viene informato se quei dati verranno usati per altre cose, se verranno mandati ad altre persone, chi è il responsabile della loro conservazione, quali garanzie dell’uso che potrà essere fatto vengono date a chi depone ecc.

    Abbiamo così indagato delle diocesi a campione, una per ogni Regione italiana, chiedendo la composizione del Servizio diocesano per la tutela dei minori scoprendo che in molte, viene inserito in quella commissione anche un avvocato. Cercando meglio abbiamo scoperto che quell’avvocato, è generalmente quello della diocesi. Situazione che non cambia in quelle diocesi dove è ufficialmente assente l’avvocato, in quanto l’incognita resta sempre; quale uso e chi può accedere a quei dati ingenuamente forniti dalla vittima?

    Ora facciamo un esempio molto comune che vediamo accadere ogni volta che una vittima si rivolge a un tribunale canonico, ne avete mai sentita una che dopo il processo abbia ringraziato la chiesa per averle reso giustizia?

    Appunto!

    In compenso ne abbiamo sentite tante scontente e deluse, che successivamente si sono rivolte alla giustizia italiana.  Il caso di don Giuseppe Rugolo a Enna che la Rete sta seguendo, vede dopo la denuncia della vittima il vescovo spostare immediatamente il prete, integrato in un’altra parrocchia del ferrarese, senza dare seguito alla denuncia della presunta vittima che dopo aver perso del tempo si è rivolta alla polizia. Questo è solo l’ultimo di una lunga lista che testimonia, dopo l’introduzione del Vos lus extis mundi più di prima, l’inaffidabilità dell’enorme castello di carte creato a doc dal Vaticano con un solo obbiettivo; salvare il prete e non risarcire la vittima !

    Ed è qui che nasce il vero problema perché la vittima che uscirà dal processo canonico per passare a quello italiano, in realtà, in forma cartacea e con tanto di firma lascerà alla diocesi quelle che furono le deposizioni per il rito canonico, di fatto adesso agli atti della chiesa e di sua proprietà. Atti che non restituirà e che firmati precedentemente dalla vittima, da quella data, hanno iniziato a far decorrere i termini prescrittivi per il rito civile in un tribunale italiano, ma questo la vittima non lo sa. Una doppia fregatura.

    Informazioni nei fatti in possesso di quello che in precedenza era l’avvocato affiancato alla vittima e ora diventa l’avvocato in difesa della diocesi e questo, a prescindere dal fatto che la vittima abbia deposto direttamente a lui o a un delegato, perché in quanto membro del comitato ne ha libero accesso e comunque, in quanto dati raccolti senza una regolamentazione in materia di tutela, oggi di proprietà della chiesa che ne potrà disporre liberamente, anche a danno della vittima, anche utilizzandoli come prove contro lei in un tribunale italiano, dove come puntualmente vediamo non si sono mai fatti scrupoli.

    Un altro trabocchetto per la vittima lo troviamo proprio nell’art. 2 par. §3 del Motu proprio; “l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”

    Nella sostanza, quando la vittima si presenta allo sportello diocesano – a differenza di quanto accade per la segnalazione all’autorità giudiziaria italiana – qui, in automatico e “senza indugio” vengono avvisati gli ordinari (che sono i vescovi) responsabili del luogo dove sono accaduti i fatti, sia quelli del luogo dove attualmente opera il sacerdote denunciato. Un articolo che nella sostanza da modo alla chiesa di tutelarsi, magari spostando il prete o magari facendo pressioni su altre eventuali vittime o testimoni venute nella conoscenza della chiesa,  proprio grazie alla vittima.

    Una questione moto grave e ulteriormente penalizzante per quello che riguarda le garanzie costituzionali del cittadino che ingenuamente si rivolge a questi sportelli dove a sua insaputa, di fatto sono congelate. Questione che abbiamo sollevato al Garante per il trattamento dei dati personali perché è pur vero che la chiesa ha diritto a una sua autonomia interna e quindi in quella sede è legittimata a muoversi come vuole in base alle leggi del Vaticano.

    Tuttavia le diocesi non godono di extraterritorialità e nel nostro caso sono sul suolo italiano, come i cittadini che vi si recano per la denuncia e, se è pur vero che la gestione interna spetta di diritto alla chiesa, ovvero colei che in un processo italiano dovrà tutelarsi dalle accuse della vittima, a maggior ragione il cittadino deve essere  sollecitamente informato e reso ben consapevole del rischio che corre.

    A quel punto ha la consapevolezza per esercitare in sicurezza il diritto di scelta, mentre al momento le possibilità che venga ingannato sono davvero elevate e lo Stato non può non intervenire o ne diventa nuovamente complice.

    Molte di loro hanno subito e stanno subendo abusi a causa del Governo che non non è mai intervenuto in Italia, almeno gli dia la possibilità di vivere una vita più dignitosa possibile.

    Francesco Zanardi

  • Fu vittima di abusi da parte di un sacerdote pedofilo, avrà diritto ad un maxi risarcimento

    Fu vittima di abusi da parte di un sacerdote pedofilo, avrà diritto ad un maxi risarcimento

    Un uomo di 52 anni riceverà 2,45 milioni di dollari australiani (1,67 milioni di franchi al cambio attuale), oltre alle spese processuali, come risarcimento per gli abusi subiti dal suo insegnante, il sacerdote Bertram Adderley. A quel tempo, la vittima aveva 10 anni e un tribunale australiano ha dimostrato le ripetute violenze tra il 1977 e il 1980.

    Secondo i legali della vittima, il sacerdote in questione sarebbe stato, tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, un abusatore seriale con «decine e decine di vittime», anche se non lo hanno denunciato, e dunque la sentenza che prevede un risarcimento senza precedenti è di «enorme significato».

    È finora il più grande risarcimento ordinato dalla giustizia in Australia, e forse nel mondo, in casi di pedofilia ad una singola persona. Lo scrive la stampa locale ricordando la diffusione della piaga degli abusi da parte del clero sulla quale le istituzioni australiane da anni hanno intrapreso una battaglia. Il problema nei decenni passati ha riguardato non solo i sacerdoti che sono risultati colpevoli di pedofilia ma anche l’intero sistema che permetteva l’insabbiamento dei casi. «Quello che è successo a me non sarebbe mai dovuto accadere – ha detto la vittima alla fine del processo -, perché la Chiesa cattolica era consapevole della sua malattia – ha aggiunto riferendosi al prete insegnante che lo abusò -, della sua malattia mentale, anche prima che arrivasse a colpire me».

    Ovunque nel mondo le conferenze episcopali stanno comunque cercando di mettere argine ad un fenomeno che in molti Paesi ha devastato la Chiesa e che non accenna a cessare del tutto, nonostante la linea di ‘tolleranza zero’ voluta da Papa Francesco che ha proseguito e rafforzato le decisioni che erano già state assunte da Benedetto XVI.

    L’ultimo caso in ordine d’arrivo si registra a Malta dove due sacerdoti nei giorni scorsi sono stati arrestati dalla polizia per abusi sessuali compiuti su un bambino che all’epoca dei fatti, nel 2003, aveva 8 anni ed era il chierichetto della parrocchia nella località di Xaghra, sull’isola di Gozo. I due, Joseph Sultana di 84 anni e Joseph Cini di 70, sono separatamente comparsi stamani davanti al Tribunale di Gozo. Entrambi si sono dichiarati non colpevoli.

    Il caso è stato riportato dalle autorità civili maltesi alla Commissione di Salvaguardia della Chiesa cattolica. La Curia ha confermato di aver dato alla polizia tutte le informazioni sul caso ed ha ribadito l’invito pubblico a denunciare tutti gli episodi di presunti abusi sessuali.

    La Corte di Gozo ha ascoltato la testimonianza della vittima, che attualmente ha circa 26 anni, ordinando la non pubblicazione del suo nome. L’uomo, che ora vive abitualmente all’estero, ha riferito di aver avuto il coraggio di parlare dei fatti solo nel 2019 con il vescovo di Gozo, che lo incoraggiò a rivolgersi alla Commissione.

  • Pedofilia: Malta, due preti arrestati per abusi sessuali

    Pedofilia: Malta, due preti arrestati per abusi sessuali

    (ANSAmed) – LA VALLETTA, 27 GEN – Due preti maltesi sono stati arrestati lunedì scorso dalla polizia maltese per abusi sessuali compiuti su un bambino che all’epoca dei fatti, nel 2003, aveva 8 anni ed era il chierichetto della parrocchia nella località di Xaghra, sull’isola di Gozo.

    I due, Joseph Sultana di 84 anni e Joseph Cini di 70, sono separatamente comparsi stamani davanti al Tribunale di Gozo.

    Entrambi si sono dichiarati non colpevoli. Il caso è stato riportato dalle autorità civili maltesi alla Commissione di Salvaguardia della chiesa cattolica. La Curia ha confermato con un comunicato di aver dato alla polizia tutte le informazioni sul caso ed ha ribadito l’invito pubblico a denunciare tutti gli episodi di presunti abusi sessuali.

    La Corte di Gozo ha ascoltato la testimonianza della vittima, che oggi ha 26 anni, ordinando la non pubblicazione del suo nome. L’uomo, che ora vive abitualmente all’estero, ha riferito di aver avuto il coraggio di parlare dei fatti solo nel 2019 col Vescovo di Gozo, che lo incoraggiò a rivolgersi alla Commissione.(ANSAmed).

    http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2021/01/27/pedofilia-malta-due-preti-arrestati-per-abusi-sessuali_4bd33116-51f9-40ec-8e31-90519dc82ee6.html