Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    VDP – «LEI NON SEMBRAVA MORTA»

    L’Europeo, aprile 2001

    Domenico Scali fu il primo poliziotto a entrare nella stanza in cui giacevano ormai privi di vita i corpi di Anna Fallarino, Camillo Casati Stampa e Massimo Minorenti. Quella domenica di agosto Scali, funzionario della Squadra Mobile della Questura di Roma (che poi per un anno, nel ’73, avrebbe comandato, prima di essere nominato questore), era impegnato in un “pattuglione”.

    «Arrivò la segnalazione che in via Puccini c’erano alcuni morti» racconta Scali, oggi in pensione. «Con un collega mi precipitai sul posto. Non avevo nessuna idea di quello che mi stava aspettando. Entrai nel palazzo, al numero 9 della via, accolto dalla servitù. I domestici erano letteralmente ammutoliti e per oltre un’ora, dopo che avevano avvertito gli spari, erano restati in un’incomprensibile attesa. Mi spiegarono poi, quando li interrogai, che avevano ubbidito a un ordine del marchese che aveva esplicitamente chiesto di non essere disturbato per nessun motivo, e loro non disubbidivano mai al marchese. Di fronte a me c’era un grande scalone di marmo. Tutto il posto trasudava importanza, ricchezza, nobiltà.

    «Salimmo in fretta le scale e arrivammo di fronte alla porta del salotto. Aprii e avvertii subito, chissà perché, il bisogno di guardare a destra. Il primo corpo che vidi fu quello di Anna Fallarino. Mi sembrò ancora viva. Era seduta sul divano con le gambe incrociate sopra uno sgabello. Aveva le mani in grembo e il volto sereno. La nota stonata era una macchia scura di sangue, sulla camicetta. Vicino a lei, accanto al divano, c’era il giovane Minorenti. Giaceva mezzo raggomitolato per terra, con indosso una maglietta leggera e dei pantaloni, seminascosto da un tavolino con cui aveva tentato a quanto pare un’estrema difesa nei confronti del marchese armato di fucile. Il tavolino era mezzo scheggiato dal colpo che aveva raggiunto il giovane. Avanzai e vidi anche il terzo corpo, quello del marchese. Non era un bello spettacolo, con la testa mezzo sfigurata dal colpo di fucile. L’arma, un Browning calibro 12 da caccia, giaceva abbandonata su una poltrona. Il marchese doveva aver usato quella poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento. Poi aveva fatto fuoco. Il suo corpo era finito dietro la poltrona, sui quadri alla parete era schizzata la sua materia cerebrale. In quella stanza non c’era altro. Espletate le prime indagini, passai la mano ai colleghi dell’Omicidi e tornai a occuparmi del pattuglione in cui ero impegnato fin dal mattino. Le foto compromettenti, che destarono tanto scandalo, furono trovate successivamente in un altra stanza del palazzo durante le indagini dell’Omicidi. Ma io quel giorno vidi solo una bella donna che sembrava non essersi accorta di nulla…»

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    <<Io c’ero>>

    Tratto da “Il trangolo maledetto”
    di Vincenzo Cerami
    (Il Messaggero)

    • Silicone. Roba finta e gommosa, insomma, una protesi. Era questo il segreto di quel seno opulento ma saldo, prepotente, sorprendente per i suoi quarant’anni suonati, che Annamaria Fallarino esibiva con impertinente ostentazione nelle fotografie scattate da suo marito. Avevano avuto una parte non secondaria, quelle istantanee, nel clamore suscitato dal delitto Casati e nell’attenzione un po’ morbosa con la quale l’Italia che si affacciava agli anni Settanta aveva seguito gli sviluppi della vicenda. Indiscrezioni e ipotesi alimentavano ogni giorno cronache che stigmatizzavano lo scandalo, ma non evitavano di metterne in risalto gli aspetti più erotici con compiacenze da voyeur. Eppure, questa faccenda della marchesa al silicone non era mai stata rivelata. Sarebbe stata un’altra notizia sorprendente, in quegli anni in cui alle Dellera e alle Parietti non era ancora spuntato ciò che poi avrebbero provveduto a farsi gonfiare artificialmente. Chissà quando si era fatta operare, dove, da chi. In America, probabilmente. E in Italia, comunque, la marchesa doveva essere stata certamente tra le prime a ricorrere a quel tipo di intervento. Un’antesignana, insomma. Ma a tenere nascosta quella notizia, con un ammirevole senso di riservatezza e di rispetto, era stato colui che l’aveva scoperta: Valerio Gianfrancesco, allora capo della sezione Omicidi della Squadra Mobile e successivamente capo di gabinetto della Criminalpol, dirigente e infine vicedirettore, con il grado di questore, dell’Istituto superiore di polizia. In pensione dall’agosto dello scorso anno, Valerio Gianfrancesco, che è un napoletano sorridente e schivo, con due occhi mobili e vivacissimi, non ha perduto quel suo atteggiamento prudente e riservato nei confronti delle indagini, anche se si tratta di fatti che risalgono ormai a un quarto di secolo fa. Una maledizione per il cronista, a dirla con franchezza, che deve cercare di afferrare allusioni e interpretare silenzi. Ma capire si fa capire, l’ex-capo della Omicidi, eccome. E tira fuori dal cilindro dei suoi ricordi un’altra sorpresa: non è affatto vero, come si era sempre scritto e letto, che i giochi erotici a tre dei marchesi Casati avvenissero solo con amanti occasionali scelti fuori dal loro giro, il bagnino sulla spiaggia o il pescatore, il ragazzo di borgata o il soldato in libera uscita agganciato davanti alla caserma. Rapporti veloci e senza conseguenze, questo sì, con partner che spesso non conoscevano neppure l’identità dell’uomo che offriva tanto generosamente la propria moglie. Limitandosi a guardare e pagando la prestazione, per di più. Come nel caso del militare che aveva abboccato all’esca della bella marchesa nuda tra le dune: «Anna è stata magnifica», aveva poi scritto Camillo Casati nel suo diario, dove annotava con dovizia di particolari le acrobazie sessuali della moglie, che lui si accontentava di ammirare e di fotografare. «Incontrato un militare sulla spiaggia di Fiumicino. Ottimo quel soldato. Date trentamila lire: ben spese». Ma nel famoso diario di pelle verde c’erano anche i nomi di personaggi molto noti del mondo dello spettacolo. E dunque non è verosimile che proprio nessuno sospettasse nulla, nel loro ambiente, del vizietto dei due marchesi: perché non certo quello dello spettacolo è il mondo più adatto per custodire dei segreti. Quali attori erano diventati interpreti dei personaggi che animavano le fantasie erotiche di Camillino, quali erano i nomi custoditi nel suo diario? Questo sì che è un segreto. Perché il vecchio poliziotto è disposto a parlare delle tette della marchesa, ma non a farsi scucire un solo indizio sui nomi dei suoi amanti.

    Dottor Gianfrancesco, ma com’è che si era accorto di questa faccenda del silicone?

    «Vede, quella sera, appena giunse la segnalazione in questura, ci precipitammo in quello splendido attico dei Parioli. Senza poter supporre le cause dell’accaduto, naturalmente. Io anzi, a giudicare dai nomi, dalla zona e dal lusso dell’abitazione, c’ero arrivato pensando piuttosto a un tentativo di rapina o magari di sequestro finiti tragicamente. Fui il primo a entrare nello studio e a vedere quello spettacolo orrendo: lei riversa su una poltrona con lo sguardo incredulo, il marchese sul pavimento accanto al suo fucile e il ragazzo, Minorenti, contorto dietro un tavolino rovesciato. Non c’era tanto sangue, tolto quel particolare macabro dell’orecchio del marchese che pencolava dalla cornice di un quadro, dove l’aveva scagliato e appiccicato un proiettile. Ma alla donna sporgeva un seno dall’abito che era stato squarciato da uno dei colpi, e dalla ferita sul seno usciva una sostanza bianca e densa, che non riuscivo a capire cosa fosse. Così chiamai subito il medico legale, che era un vecchio amico, per farglielo notare. «Non ti preoccupare» mi disse lui con un ghigno, «è solo silicone». Io ero incredulo, era la prima volta che vedevo una cosa del genere».

    E di casi così clamorosi, in tanti anni di Squadra Mobile, ne aveva visti altri? «Clamoroso? Veramente, per noi come polizia, la vicenda Casati non fu un caso clamoroso. Lo sarebbe stato se ci fosse stata un’indagine da fare per accertare i fatti, per chiarire le modalità, per identificare l’assassino. Ma in quel caso era tutto così semplice… Noi ci trovammo davanti a una situazione di fatto, un duplice omicidio seguito dal suicidio dell’assassino. Una volta chiarito l’accaduto con l’autorità giudiziaria e con il perito legale che intervenne sul posto, il nostro lavoro fu concluso».

    Ma lei non si pose delle domande, non si chiese quale molla era scattata nella testa del marchese?

    «Certo, logico che davanti a un omicidio l’investigatore si chieda il perché. Proprio come fa la gente. Io non posso mai dimenticare un cronista che c’era allora a Roma, Michele Ragusa, che poi ebbe una crisi mistica, si convertì e adesso è un religioso, ha addirittura creato un ordine che sta a Soriano del Cimino. Beh, lui davanti a un omicidio si chiedeva sempre: ma perché è successo? Per quale motivo? E voleva cercare di penetrare le cause vere, recondite, che avevano fatto scattare nel cervello dell’assassino l’impulso di uccidere. Ecco, anche l’investigatore, anche il poliziotto si chiede il perché. Anche noi ce lo siamo posto; ma da un punto di vista di polizia giudiziaria, il caso era già risolto. Il marchese aveva ucciso moglie e amante della moglie, poi si era tolto la vita a sua volta».

    E lei se la diede subito una spiegazione del perché del delitto?

    «Sì, una volta ascoltato il personale di servizio e identificato il giovane Minorenti, fu facile capire il movente. Penso che il marchese Casati si fosse reso conto che quella di sua moglie con un ragazzo tanto più giovane non era la solita avventura, che c’era qualcosa di più. Così esplose la sua gelosia. Poi, certo, un ruolo importante nel clamore suscitato dal delitto lo giocò la stampa: che dato il nome dei protagonisti della vicenda, non dico che la montò, ma ne parlò molto a lungo. Però ripeto: come indagine, per noi poliziotti, è importante il caso che richiede un’investigazione. Il delitto Casati fu clamoroso, per la gente, anzi morboso, soprattutto a causa delle fotografie della marchesa nuda che saltarono fuori, e poi per via del diario…».

    Le trovò lei le fotografie? È vero che erano tutte Polaroid, a sviluppo istantaneo, e che erano almeno millecinquecento, come scrissero i giornali dell’epoca?

    «Sì, le trovai chiuse in un cassetto della scrivania dello studio, dove avvenne il delitto. Quelle che vidi io erano solo una parte, ma complessivamente non erano così numerose: sono state riportate parecchie esagerazioni in merito a quella vicenda».

    Tra le foto, ce n’erano comunque di molto più esplicite di quelle pubblicate dai quotidiani. Gli eredi di Annamaria Fallarino chiesero e ottennero il sequestro di una pubblicazione oscena intitolata “II diario della marchesa”, con i primi piani dei suoi genitali. Si ricamò sul fatto che lei era angosciata dalle eccessive dimensione di certi particolari anatomici, che invece eccitavano molto il marchese e i suoi partner. E, scrisse qualcuno sulla base di chissà quali informazioni, anche “le” sue partner.

    «Io, veramente, di fotografie della marchesa con altre donne non ricordo di averne viste. Ma come ho detto, ne trovai solo alcune. E in quei primi momenti la mia attenzione maggiore era per i tre cadaveri, il mio compito era di chiarire cosa era accaduto in quella stanza».

    Dottor Gianfrancesco, cosa fece lei appena si trovò davanti ai cadaveri? Succede anche nella realtà come nei film americani, dove il detective non tocca nulla e se deve spostare qualcosa lo fa usando una penna, o magari un fazzoletto?

    «Sì, è vero, non sì tocca assolutamente nulla, il buon investigatore lascia tutto come sta. E poi con minuzia, ma sempre senza spostare niente, fa il sopralluogo. La prima cosa importante di un’indagine è il sopralluogo».

    E dopo arrivarono la scientifica, il medico legale, il magistrato?

    «No, in genere la scientifica arriva insieme a noi, entra e fotografa tutto. Ma senza toccare niente finché non arriva il magistrato e dà l’autorizzazione al proseguimento delle indagini, quindi si raccolgono i vari reperti. Per non inquinare le tracce, bisogna evitare al massimo che sul posto del delitto vada gente inutile».

    Quel giorno, nel pomeriggio, aveva già raggiunto l’attico di via Puccini la giovane Anna Maria Casati, nata dal primo matrimonio del marchese e sua unica erede. Il padre, che stava aspettando nello studio la moglie e Massimo Minorenti, le fece dire dal personale di servizio che non poteva vederla, e lei andò via. Tornò in serata, dopo il fattaccio?

    «Sì, arrivò quella sera stessa. E ricordo perfettamente che quella ragazza, nonostante fosse sconvolta da avvenimenti tanto drammatici, mi fece una buonissima impressione. Era calma, controllata, molto riservata».

    Nei giorni successivi al delitto, fra le più svariate ipotesi riportate dai giornali, ci fu anche quella di un tentativo di estorsione da parte del Minorenti, che avrebbe scatenato la furia del marchese Casati. Successivamente, però, questa ipotesi fu scartata. Si accertò solamente che il giovane, nei giorni in cui i due amanti stavano per affittare un appartamentino con il consenso apparente del marito di lei, avrebbe voluto che gli fosse intestato un autosalone. O che sarebbe stata lei, la marchesa, a chiedere al marito di intestarglielo.

    «Sì, ricordo abbastanza bene questa ipotesi. E anche altre, che però non entrarono nelle nostre indagini. Una volta chiarite modalità e tempi del delitto, ogni particolare accertato successivamente veniva riferito al magistrato, toccava a lui svilupparli e approfondirli».

    Un altro risvolto polemico riguardò gli aspetti ereditari dell’immenso patrimonio della famiglia Casati: se il marchese fosse deceduto anche solo un istante prima della moglie, questa ne sarebbe diventata teoricamente l’erede, quindi i parenti di lei avrebbero avuto diritto a una parte di quella fortuna. Invece poi fu stabilito che morì prima la donna, e che dunque l’intera eredità andava alla figlia del marchese. Ma come fu possibile accertarlo?

    «Lo accertò il medico legale, anche se non credo che esistano metodi scientifici per stabilire il momento della morte con tanta precisione. In ogni modo, in quel caso bastava il buon senso, per presumere cosa era successo: Casati prima scaricò il fucile contro la moglie e contro Massimo Minorenti; e il colpo che uccise lei fu quasi a bruciapelo, probabilmente la fulminò sull’istante. Poi solo dopo averli uccisi, ricaricò l’arma per togliersi a sua volta la vita».

    L’Italia del 1970 era più ingenua e più puritana di quella di oggi. Bastava un nudo a suscitare scalpore. È per questo motivo, secondo lei, che il delitto Casati sollevò tanta curiosità?

    «Io direi di no, penserei che furono piuttosto la notorietà dei personaggi, la loro vita certamente particolare, l’ambiente in cui il delitto avvenne a produrre un’eco così vasta. E poi quelle fotografie, naturalmente, e il contesto in cui erano state fatte, e le loro finalità: perché se una donna si apparta su una spiaggia isolata e prende il sole nuda, beh, sono fatti suoi. Ma se poi qualcuno la ritrae in pose porno o quantomeno osé e queste foto vengono utilizzate per suscitare un interesse preciso, allora la faccenda cambia aspetto. Io penso che anche al giorno d’oggi una vicenda del genere se i personaggi coinvolti fossero altrettanto noti e se risvolti e retroscena fossero simili, susciterebbe nella gente un interesse identico a quello di allora».

    Il sole nuda sulla spiaggia, dice lei. Ma le foto scattate da Camillo Casati a sua moglie non erano fatte tutte solo sulle spiagge…

    «Quelle che trovai allora io nello studio, sì. E ripeto, se non fosse poi venuta fuori tutta la faccenda dei loro rapporti sessuali a tre, neppure in quel periodo avrebbero fatto tanto scalpore le fotografie della marchesa nuda. Fu solo dopo, una volta pubblicate dalla stampa le rivelazioni del diario verde, che quelle istantanee acquistarono tutta un’altra dimensione».

    Del diario di pelle verde si seppe fin dal giorno successivo al delitto. Fu lei a trovarlo?

    «Sì, lo vidi la sera stessa del delitto, durante il sopralluogo. Si trovava sulla scrivania dello studio dove avvenne il delitto. Un diario grande come una cartellina portadocumenti, con la copertina di pelle verde, scritto a mano dal Casati con una grafia chiara. Una scoperta importante, il diario: perché la sua lettura, insieme al ritrovamento delle fotografie, ci permise di ricostruire subito gli antefatti e quindi di avere una spiegazione di ciò che era accaduto. Ma era anche una scoperta delicata, da gestire con grande riservatezza, per i nomi che conteneva e per i dettagli di certi resoconti, assai più scabrosi delle poche frasi che erano state pubblicate all’epoca dai giornali».

    Conserva ancora qualche ricordo preciso?

    «Sì, eccome, ma non lo posso dire. Non l’ho mai voluto fare: non solo per la riservatezza dell’indagine, ma anche per pietà verso quella gente finita com’era finita. E poi per tutelare la privacy delle persone indicate nel diario che fino a prova contraria, anche avendo avuto uno o più rapporti sessuali con la marchesa, non avevano commesso alcun reato».

    Ci vuol poco a capire che sarebbe inutile insistere: sono trascorsi ormai ventiquattro anni dal giorno del delitto, ma il tempo e la pensione non bastano ad allentare i sentimenti rigorosi di rispetto e di riservatezza di questo vecchio poliziotto che ha insegnato a interi stuoli di giovani funzionari, all’Istituto di polizia, il senso del dovere di un lavoro difficile. Dice solo, Valerio Gianfrancesco, che comparivano i nomi di personaggi famosi, di attori noti, tra i partner della “marchesa al silicone” (chissà se almeno loro lo sapevano, se se ne rendevano conto, visto che il modo e l’occasione non gli mancavano) e del marchese guardone. E aggiunge che c’erano resoconti assai più scabrosi di quelli pubblicati, che pure non erano poca cosa: a cominciare dai giorni immediatamente successivi al matrimonio, durante il viaggio di nozze, quando Camillino scrive sul suo diario di aver spinto un cameriere dell’albergo nella doccia della moglie, e che lei ha capito subito, è stata al gioco, e che lui si è divertito tanto. Contento lui… Ma è vero che era sempre e soltanto il marchese a scegliere i partner della moglie, com’era stato scritto all’epoca? Si capiva questo aspetto delloro rapporto, dalle annotazioni sul diario?

    «No, e anzi non credo proprio che fosse solo lui a scegliere e imporre regole e amanti, lei stava perfettamente al gioco».

    Tutti, però, descrivevano Anna Fallarino prima del matrimonio con Camillo Casati come una ragazza di provincia acqua e sapone, timorata e quasi schiva… Il suo primo fidanzato, un giovane macellaio che lei aveva conosciuto appena giunta a Roma, ha raccontato che tutte le sere alle 21 doveva riaccompagnarla a casa, e ha fatto capire che non c’era verso di toccarla con un dito. Avrebbe voluto sposarla, se proprio i genitori di lui non si fossero opposti. «Per motivi loro», ha precisato senza aggiungere altro, rimanendo nel vago. E questo sembra l’unico campanello d’allarme, l’unica nota stonata nella biografia della giovane donna, chissà che cosa pensavano di lei i suoi mancati suoceri. Più o meno le stesse cose del fidanzato ha riferito sul suo conto il suo primo marito, l’industriale Giuseppe Drommi. «Prego tanto la Madonnina che ci faccia sposare presto», gli scriveva lei. Com’è possibile che si sia trasformata all’improvviso in un mostro del sesso? Oppure erano solo apparenza gli atteggiamenti di prima?

    «Dal diario, per la verità, non si capisce bene se fosse stato il Casati a portarla su quella strada. Lui si limitava ad appuntare degli incontri, e a descrivere come si erano svolti».

    Dottor Gianfrancesco, che fine ha fatto quel diario, una volta conclusa l’indagine, visto che non si trattava di un corpo di reato?

    «Intanto, dal momento in cui io lo trovai e lo lessi, quei diario non rimase nelle mie mani nemmeno un’ora. Lo presi io materialmente, lo portai nel mio ufficio giusto il tempo di sigillarlo, e lo diedi al magistrato. Per non correre rischi, per evitare che potessero dire un domani, di qualsiasi indiscrezione, “uscita di lì”. Poi, probabilmente il magistrato lo ha consegnato ai familiari, agli eredi, una volta archiviato il caso».

    In simili storie di sesso e di sangue, entra spesso anche la droga. Un ingrediente quasi sempre presente in orge, festini, triangoli, come se questi fossero irrealizzabili senza cocaina o almeno senza spinelli… Nel caso del delitto Casati, invece, le cronache dell’epoca non hanno mai accennato a nulla del genere. Lei sospetti non ne ebbe, allora?

    «Non credo, almeno per quanto mi ricordi. In ogni caso, quella splendida casa che si affacciava su Villa Borghese, fu perquisita da cima a fondo. E di stupefacenti non fu trovata proprio alcuna traccia. No, non erano né la cocaina né altri stupefacenti a spingere i Casati verso i loro triangoli erotici».

    Di droga ne circolava già molta in quegli anni, a Roma?

    «Come no. Anzi, ricordo perfettamente che del primo episodio di spaccio di stupefacenti a Roma mi ero occupato proprio io: sarò stato il 1964 o il ’65 e io allora stavo alla Squadra Mobile. Ci stava anche Ferdinando Masone, che oggi è questore di Roma, e che venne alla Mobile quando io già ero là da qualche tempo. Fu un caso clamoroso, per l’epoca: erano due inglesi, che spacciavano marijuana a piazza Vittorio. La vendevano in un camper parcheggiato nella piazza. Furono i primi due arresti per spaccio, e i giornali diedero grande risalto a questo avvenimento».

    Niente droga ma solo follia, insomma, nel delitto Casati. E lei si rese conto fin dall’inizio di trovarsi di fronte alle tre vittime di un dramma della gelosia?

    «Beh, non ci volle molto. C’era anche il biglietto lasciato dal Casati, scritto sul foglietto di un calendario, con una donna nuda anche quello… Lui aveva capito che tra sua moglie e il ragazzo era nato del tenero. Altrimenti, se si fosse trattato di un amante occasionale, come tanti altri, il marchese non avrebbe avuto motivo né intenzione di vendicarsi. Evidentemente, invece, tra la Fallarino e il Minorenti si erano instaurati rapporti affettivi. Il marchese voleva solo rapporti veloci, che iniziavano e terminavano al massimo entro una settimana. Ecco perché il suo diario conteneva una lunga sfilza di nomi e di storie. Lui era un anormale, a suo modo era molto possessivo, non poteva accettare l’idea che lei si innamorasse di un altro uomo. Tutto, con gli altri, doveva fermarsi al sesso. E quando aveva capito che invece la stava perdendo…».

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  • Spaccio di cocaina e materiale pedopornografico: indagato don Alberto Bastoni

    Spaccio di cocaina e materiale pedopornografico: indagato don Alberto Bastoni

    Don Alberto Bastoni è indagato dalla Procura di Ascoli Piceno per l’ipotesi di reato di detenzione e cessione di piccoli quantitativi di cocaina e da quella di Ancona per detenzione e scambio di materiale pedopornografico. Il sacerdote è stato nel frattempo allontanato dalla diocesi di Ascoli Piceno.

    La curia di Ascoli Piceno – guidata dal vescovo Giovanni D’Ercole – ha allontanato il sacerdote don Alberto Bastoni, 56 anni: originario di Rimini, il prete era stato accolto nella provincia meridionale delle Marche dopo essere stato coinvolto in uno scandalo nel 2012, quando venne trovato in possesso di cocaina in macchina e in seguito indicato da un testimone come frequentatore di festini a base di sesso e droga. Ebbene, a otto anni di distanza il sacerdote è finito nuovamente nei guai ed è ora indagato dalla Procura di Ascoli Piceno per l’ipotesi di reato di detenzione e cessione di piccoli quantitativi di cocaina e da quella di Ancona per detenzione e scambio di materiale pedopornografico scaricato da internet. Attualmente il prete non è sottoposto a nessun provvedimento restrittivo.

    La diocesi di Ascoli: “I comportamenti di don Bastoni causati dal lockdown”

    Quello di don Bastoni è un curriculum ecclesiastico importante: tra i vari incarichi, ha ricoperto anche quello di rettore del Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza, dove i vescovi italiani hanno a lungo svolto le loro assemblee generali e dove – in una casa annessa al santuario – vengono ospitati sacerdoti con vari problemi. A rendere noto l’allontanamento di Bastoni dalla diocesi ascolana è stato il vescovo Giovanni D’Ercole: “Apparentemente – si legge in una nota – sembrava che tutto procedesse nel migliore dei modi senonché, forse anche in conseguenza del lockdown, don Alberto Bastoni è caduto in una depressione maggiore unipolare che gli ha provocato un grave squilibrio mentale, umano e umorale che si è manifestato in comportamenti che hanno attirato una indagine da parte delle autorità competenti”.

    La Curia ha quindi confermato che il prete è il protagonista di un’inchiesta giudiziaria: “Il Vescovo diocesano appena si è reso conto dello stato di salute e del totale cambiamento di personalità e avendo avuto notizia da lui stesso di un’indagine a suo carico, gli ha chiesto immediatamente di lasciare la Diocesi, riaffidandolo al Superiore generale della sua Congregazione religiosa per le cure necessarie. Con dispiacere, mons. D’Ercole ne dà notizia auspicando che don Bastoni possa al più presto risolvere i suoi problemi di salute e personali. Da questo momento in poi ogni comunicazione o richiesta di informazioni andrà rivolta alla sua Congregazione di provenienza”.

    https://www.fanpage.it/attualita/spaccio-di-cocaina-e-materiale-pedopornografico-indagato-don-alberto-bastoni/

  • Hide and Seek – Film completo in lingua originale, sottotitoli in italiano

    Hide and Seek – Film completo in lingua originale, sottotitoli in italiano

    Questo film è stato interamente finanziato dalla collettività. Solo questo modello di finanziamento offre a noi creatori la piena indipendenza.

    Attualmente stiamo lavorando a un altro importante film documentario sugli scandali SKOK e sul ruolo di Giovanni Paolo II nel coprire casi di reati clericali. Sostienici con donazioni all’account: Kombinat Medialny Sp. Numero di conto: PL 16 1950 0001 2006 0339 0016 0002 Titolo trasferimento: Donazione per film documentario SWIFT Idea Codice banca: IEEAPLPA Paypal: m.sekielski@gmail.com patronite.pl/sekielski Grazie! Tomasz Sekielski, Marek Sekielski Per informazioni sull’uso dei frammenti di pellicola, contattare: m.sekielski@gmail.com FB:https://www.facebook.com/Sekielski/

  • Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

    Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

    LAMEZIA TERME – Sei anni di carcere. Questa la condanna inflitta a un insegnante di religione, Pietro P., 65 anni, accusato di pedofilia, per avere consumato alcuni episodi di molestie sessuali nei confronti di alcune bambine minorenni di una scuola dell’infanzia.

    La sentenza è stata emessa al termine del processo celebratosi con il rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminari Luana Loscanna che ha accolto le richieste dei pubblico ministero Emanuela Costa e Giuseppe Falcone, rigettando però le richieste delle parti civili, rappresentate dall’avvocato Giampaolo Russo, che avevano chiesto una provvisionale di 100 mila euro.

    L’imputato, difeso dagli avvocati Francesco Gambardella e Ramona Gualtieri, era finito un anno fa prima in carcere e poi agli arresti domiciliari.

    Era stata la madre di una bimba di 5 anni anni a denunciare al commissariato di Lamezia, il 19 aprile 2019, gli atteggiamenti dell’insegnante nei confronti della figlia.

    Dichiarazioni che erano confermate da altre madri che, sentite a sommarie informazioni, avevano dichiarato di aver appreso fatti simili dalle rispettive figlie, anche loro frequentanti la stessa scuola.

    La Polizia di Stato, dopo le denunce, ha raccolto altri elementi anche tramite le immagini delle telecamere di videosorveglianza installata all’interno della scuola. Immagini che avrebbero permesso di accertare le responsabilità dell’insegnante.

    Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

  • Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Recentemente ci siamo imbattute in un video di un’inchiesta svolta da Fanpage relativa ai casi di abuso su minori sordomuti avvenuti all’Istituto Provolo di Verona.

    Guardando il video ciò che più ci ha stupito non è stata tanto la denuncia delle vittime circa le atrocità subite, bensì la tendenza che gli abusatori mostravano nel minimizzare e giustificare l’accaduto. L’abusatore durante l’intera intervista non ha mai parlato di abusi, ma si riferiva ad essi come “scherzi di mano” perché “maschio con maschio è uno scherzo, un vizio, mentre con una donna è più grave”, inoltre era normale perché “a quel tempo (inizio anni ‘60) lo facevano tutti”. Un’altra cosa che ci ha stupito è la tendenza a screditare e colpevolizzare le stesse vittime, infatti l’intervistato ci tiene a sottolineare che “i sordomuti sono tutti corrotti e l’unico scherzo che ho fatto è stato con un ragazzo che veniva nella mia camera e mi mostrava di sua iniziativa il suo membro… è stato lui!”.

    Queste affermazioni a prima vista insensate per la maggior parte delle persone possono essere comprese se lette alla luce di un modello che spieghi i processi cognitivi che intervengono nella razionalizzazione di un comportamento. In letteratura sono molti gli studiosi che si sono interrogati sul meccanismo che interviene nella giustificazione e minimizzazione degli abusi sessuali e la maggioranza concorda nell’affermare che le distorsioni cognitive hanno un ruolo fondamentale nella razionalizzazione dell’abuso (Pomilla, 2018).

    I primi ad utilizzare il termine distorsioni cognitive in reati di natura sessuale furono Abel e coll. (1984; 1989) i quali utilizzarono il termine “cognitive” per riferirsi ai processi interni, comprese le giustificazioni, le percezioni e i giudizi utilizzati dal molestatore sessuale per razionalizzare il suo comportamento di molestia nei confronti di minori (Abel, Gore, Holland, Camp, Becker, Rathner, 1989). Gli autori riferendosi alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura spiegano come in alcuni casi il “normale” percorso di sviluppo venga disatteso facendo sì che i soggetti mantengano, da adulti, ideali e pratiche sessuali inappropriate che solitamente si estinguono. Per Abel e coll. (1984; 1989) la distorsione cognitiva permette di affrontare la discrepanza tra i propri comportamenti sessuali inappropriati e le norme socialmente condivise sviluppando un insieme di credenze pro-offesa sessuale che riducano la discrepanza rendendo accettabili le loro azioni e i loro pensieri.

    In un loro studio Abel, Becker e Cunningham-Rathner (1984) e Navathe Ward & Gannon (2008) hanno indicato le seguenti distorsioni cognitive:

    • la mancanza di resistenza fisica equivale al consenso;
    • gli adulti devono educare i bambini, (anche) attraverso contatti sessuali con loro;
    • i bambini non rivelano/denunciano i coinvolgimenti sessuali perché segretamente ne godono;
    • le generazioni future arriveranno ad accettare la validità dei rapporti sessuali adulto-bambino;
    • i toccamenti sessuali non sono dannosi per il bambino;
    • i bambini sono naturalmente curiosi delle attività sessuali;
    • le relazioni adulto-bambino sono valorizzate (anche) dalla sessualità.

    Nonostante ad Abel e colleghi venga riconosciuto il merito di aver proposto un modello teorico che spiegasse tali comportamenti altri autori hanno mosso critiche circa i meccanismi responsabili dello sviluppo delle distorsioni cognitive.

    A tal proposito Ward (2000) ha concettualizzato il modello delle teorie implicite, che permettono di comprendere i processi cognitivi attraverso cui i molestatori leggono e interpretano le informazioni del loro mondo sociale. Purtroppo il tema delle loro interpretazioni è essenzialmente orientato all’essere offensivo e poiché le teorie implicite si basano su esperienze soggettive e non hanno basi empiriche, sono relativamente radicate e resistenti al cambiamento (Ward e Keenan, 1999).

    Ward e Keenan (1999) hanno revisionato una serie di studi da cui sono emerse cinque principali teorie implicite che si possono riscontrare nei child abuser:

    1. Child as a sexual being (bambini come esseri sessuali): ovvero la credenza che i bambini amano e ricercano le relazioni sessuali con gli adulti e non vengono danneggiati da questo tipo di contatto sessuale;
    2. Entitlement (diritto): secondo cui l’abusatore si sente superiore e più importante degli altri, di conseguenza si sente in diritto di fare sesso con chi vuole, quando vuole;
    3. Dangerous world (mondo pericoloso): per cui il sex offender crede che il mondo sia un posto pericoloso e ostile, le persone adulte sono essenzialmente inaffidabili, al contrario dei bambini;
    4. Uncontrollability (incontrollabilità): ovvero la credenza che il mondo, comprese le emozioni, i pensieri e gli eventi, sia incontrollabile e che quindi il comportamento accada al di fuori del controllo del soggetto;
    5. Nature of harm (natura del danno): si basa sulla credenza che il danno sia inserito all’interno di un continuum di gravità e che quindi l’attività sessuale sia innocua e non causi dolore, neanche ad un bambino.

    Marziano e colleghi (2006) hanno effettuato uno studio per indentificare queste cinque teorie implicite in un campione composto da 22 maschi adulti, condannati per reati sessuali contro i bambini. I soggetti sono stati sottoposti ad un’intervista, nella prima parte venivano chieste informazioni demografiche, mentre nella seconda veniva effettuata un’intervista semi-strutturata. Ai soggetti venivano poste domande aperte relative al reato commesso e alle loro condizioni di vita prima di esso. A queste venivano poi aggiunte delle domande ricavate dai temi principali emersi nelle cinque teorie implicite, nello specifico veniva chiesto loro le credenze riguardo alla conoscenza sessuale della vittima; come hanno percepito la relazione di abuso; la loro percezione delle relazioni adulte; la loro percezione del danno commesso; e il livello di controllo che hanno esercitato durante il loro reato. Le domande sono state riferite a tre punti temporali specifici, la fase pre-reato, il momento del reato e la fase post-reato. Successivamente le risposte e le affermazioni emerse durante l’intervista sono state codificate in “unità di significato”, ovvero un’idea in grado di resistere da sola in grado di comunicare un significato nel contesto dello studio. Infine, ogni singola unità di significato è stata attribuita alla categoria della teoria implicita corrispondente.

    Dai risultati di questo studio emerge che le distorsioni cognitive evidenziate all’interno del campione possono essere categorizzate all’interno delle cinque teorie implicite descritte da Ward e Keenan (1999). La categoria maggiormente legata alle distorsioni cognitive presentate dai soggetti è quella dei “bambini come esseri sessuali”. Nello specifico questa teoria implicita è più frequente negli abusatori di bambini maschi, questo potrebbe riflettere un framework di credenze e desideri che vede i bambini in grado di godere e desiderare il sesso con gli adulti.

    Successivamente al modello delle teorie implicite sono stati aggiunti i concetti di credenze e valori per spiegare le condizioni che conducono il soggetto a commettere la violenza e a trovare un significato e delle giustificazioni all’azione commessa. Quindi credenze, valori ed azioni sono interconnesse tra loro e riflettono il contesto culturale, sociale e personale dell’individuo.

    Howitt e Sheldon (2007) propongono una sintesi dei modelli esposti in precedenza, facendo riferimento ai concetti di distorsioni cognitive, credenze e valori connesse al reato e alla fase che precede e segue quest’ultimo. Ne risulta la seguente classificazione:

    • distorsioni cognitive quali set di credenze utilizzate per superare le inibizioni e gestire il senso di colpa: riferendosi alle distorsioni cognitive introdotte (Abel e coll.), fanno parte di questa categoria le distorsioni che portano all’azione e rappresentano una forma di negazione verso se stessi del possibile danno;
    • distorsioni cognitive quali set di razionalizzazioni utilizzate per creare scuse o giustificazioni quando gli aggressori vengono interrogati per rispondere delle proprie azioni (da agenti di polizia, psicologi, etc.): questo tipo di distorsioni invece vengono utilizzate dall’aggressore dopo il reato per giustificare a terzi la propria condotta;
    • distorsioni cognitive rivolte non alla rappresentazione degli altri e/o della propria condotta, bensì alle proprie esperienze di vita: in questa categoria rientrano le esperienze di vita, spesso avverse, che condizionano lo sviluppo del soggetto.

    All’interno di questo articolo abbiamo visto come vi sono una serie di distorsioni cognitive che caratterizzano la pedofilia e che permettono di spiegare la condotta criminosa, la conservazione dell’immagine di sé da parte dell’autore, la minimizzazione della responsabilità penale e delle conseguenze per la vittima (Abel et al., 1984; Abel et al., 1989; Ward, Hudson et al., 1997). Comprendere i meccanismi utilizzati per superare le inibizioni o gestire il senso di colpa è un passo fondamentale all’interno del trattamento di questi soggetti, in quanto permette di lavorare sui processi che potrebbero portare a recidiva, date le rilevanti conseguenze psicologiche che queste condotte hanno sulle vittime.

    https://www.stateofmind.it/2020/05/distorsioni-cognitive-abuso/

  • Io conoscevo don Diego Pirovano, il prete che si è suicidato a Cologno. Si occupo del mio caso di abusi sessuali

    Io conoscevo don Diego Pirovano, il prete che si è suicidato a Cologno. Si occupo del mio caso di abusi sessuali

    Buongiorno,

    leggendo i giornali in questi giorni mi ha colpito tantissimo la notizia della morte di Don Diego Pirovano, Don che ho conosciuto qualche anno fa a Milano.

    Il mio incontro con Don Diego è legato a una vicenda molto dolorosa, un abuso sessuale da parte di un sacerdote.

    Don Diego, insieme ad un altro sacerdote, Don Desiderio Vajani, ha gestito l’Indagine Previa legata a quella vicenda.

    Ricordo molto bene quei momenti, l’attenzione con la quale entrambi ponevano le domande e ciò che poi trascrivevano. Non si doveva tralasciare nulla, avevo la sensazione che davvero ci fosse comprensione e ricerca della verità, all’epoca mi illudevo e davvero credevo che qualcuno, nella Chiesa, avesse il compito di appurare i fatti e prendere i giusti provvedimenti.

    Il Tribunale Ecclesiastico: chi meglio di loro poteva essere in grado di affrontare questo problema?

    Sì, mi illudevo.

    In realtà era stato un colloquio davvero approfondito e sinceramente carico di comprensione, su questo non ho motivo di dubitarne o di rimettere in discussione il mio ricordo.

    E poi mi fecero una domanda: “Ma chi era a conoscenza dei fatti? A chi è stato detto subito e nel tempo?”

    Non avevo nessun motivo di tralasciare o omettere dei nomi: sapevo con esattezza a chi avevo già riferito tutto, non avevo alcuna difficoltà a ricordare. Avevo dunque iniziato ad esporre l’elenco circostanziando ogni comunicazione.

    Quasi subito Don Diego ebbe un sussulto, letteralmente sobbalzò dalla sedia in cui era seduto e ricordo precisamente lo sguardo che si scambiarono i due sacerdoti. Sorpresa e sconcerto. Avevo nominato mons. Delpini e altri sacerdoti tra quelli che, già alcuni anni prima, erano venuti a conoscenza dell’abuso sessuale compiuto dal sacerdote. Ho impressa quella scena come se stesse avvenendo ora.

    Don Diego mi rivolse la domanda: “Ma come mai noi non siamo stati incaricati di fare indagini già qualche anno fa, se tutto era conosciuto da mons. Delpini?”.

    Allora lo sconcerto fu mio: chiedevano a me il motivo per cui al Tribunale Ecclesiastico non era arrivata alcuna comunicazione? Chiedevano a me come mai mons. Delpini non aveva avviato una Indagine Previa pur essendo venuto a conoscenza di un presunto abuso sessuale? Chiedevano a me?

    Si guardarono in faccia più volte, poi Don Vajani disse a Don Pirovano che tutta questa parte non poteva essere scritta. E nulla scrissero circa il coinvolgimento di mons. Delpini e di altri.

    Quello fu l’inizio, per me, dello sgretolamento della fiducia. Nella gestione della pedofilia dei sacerdoti, la chiesa ha intrapreso un inesorabile percorso di perdita di credibilità, senza battute di arresto.

    Più volte è affiorata la domanda, ovviamente senza risposta: se l’Indagine Previa è “falsata” (cioè “censurata” già in prima battuta), come potrà poi essere credibile un Processo Canonico? Se “mancano volutamente dei pezzi” nella stesura del verbale delle Indagini come potranno poi svolgersi i Processi?

    E come è possibile, in coscienza e davanti a Dio, sapere di aver scritto e firmato un documento che non contiene tutte le informazioni che potrebbero contribuire ad accertare come sono avvenuti i fatti?

    In coscienza… e davanti a Dio…

    Si può mentire in uno scritto, si può omettere, si può “obbedire”, si può far parte di un sistema, si può censurare, si può non vedere una via d’uscita da tutto questo.

    Ricordo quel sobbalzo sulla sedia.

    Ricordo Don Diego con affetto e con rispetto. Prego per lui.

    Una vittima (lettera firmata)

  • Non pregherò con la Via Crucis 2020 di Papa Francesco.

    Non pregherò con la Via Crucis 2020 di Papa Francesco.

    Oggi mi hanno inviato il testo digitale della Via Crucis 2020 di Papa Francesco preparato per venerdì 10 aprile. Un lavoro fatto con attenzione e che propone riflessioni interessanti che nascono dall’esperienza di persone a contatto con la sofferenza.

    Premetto che sono un cristiano praticante e da sempre cerco di approfondire la mia fede, ma non pregherò con questo testo preparato per la Via Crucis perché la undicesima stazione in me ha provocato tanta rabbia e amarezza.

    Viene proposta la testimonianza di un sacerdote che dopo anni ha vinto un lungo processo penale. Nulla da dire sulle decisioni di un tribunale: vanno accolte. Aggiungo che conosco questa vicenda e la diocesi in questione.  Però se proponi questa testimonianza per la preghiera e la riflessione di tutti i cristiani a livello mondiale dovresti tenere conto anche che lo possono leggere vittime di pedofilia. Vittime  che ancora attendono giustizia e che magari mai sono state ascoltate. E senza dubbio in loro non può crescere che rabbia e ulteriore dissenso nei confronti della Chiesa Istituzione. Scrivo ciò per i tanti silenzi delle diocesi italiane che stanno creando enorme disagio e dolore in diverse persone. Non pregherò con questo testo che lo sento come una provocazione e subdola operazione mediatica per mettere in risalto la trasparenza della chiesa nei casi di pedofilia quando invece ci sono tanti che ancora soffrono perché non sono stati né ascoltati e perché ci sono casi dove pur avendo tante informazioni la chiesa non si è ancora espressa.

    Il Santo Padre ieri mattina ha citato che Cristo si trova nei poveri e a noi non verrà chiesto che livello sociale ed economico abbiamo raggiunto ma se stiamo stati capaci di stare accanto ai poveri.

    Mi permetto di fare una domanda proprio al Santo Padre e  ai Vescovi: come sono considerate le vittime di pedofilia? Non sono forse tra i più poveri visto che sono abbandonati da tutti perché spesso la stessa chiesa crea ostruzionismo e fa terra bruciata attorno a loro? Oltre a tutto il dolore interiore che genera vergogna, rabbia, disistima … depressione.

    Nella mia esperienza sono stato a contatto tante volte con i poveri, anche in varie realtà del mondo, e riconosco che tra i più poveri che ho incontrato ci sono le vittime di pedofilia. Venerdì Santo desidero restare accanto a loro.

  • Pedofilia: il (già) sacerdote Bernard Preynat condannato a cinque anni

    Pedofilia: il (già) sacerdote Bernard Preynat condannato a cinque anni

    L’ex parroco transalpino era accusato di violenze sessuali nei confronti di giovani scout della diocesi di Lione …
    ALTRE INFORMAZIONI : https://it.euronews.com/2020/03/16/pe…

  • Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Oggi, ho ricevuto presso la sede della Rete l’ABUSO Jan Rozek, un ex Giudice del tribunale ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca e il prof. Petr Zivny venuti in Italia per parlare espressamente con me, per raccontarmi la loro esperienza, sopratutto per trovare una soluzione.

    Qui la sua storia di Jan, sintetizzata in una lettera a Padre Hans Zollner che mi ha autorizzato a pubblicare, fatene tesoro.

    Zanardi


    19-03-2019

    Stimatissimo Padre Hans Zollner,

                                                            in vista del nostro colloquio, le riassumo qui, se riuscisse a trovare il tempo di leggere, alcuni punti della vicenda che mi riguarda. E che ha portato, dopo sei anni di lavoro nel Tribunale Ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca, di cui gli ultimi 3 come Giudice, al mio improvviso licenziamento. Unico motivo, aver aperto, con tutte le indispensabili cautele del caso, un sito per aiutare le vittime di abusi pedofili.

    Il sito è a questo indirizzo: www.procistoucirkev.cz

    Se vuole, con la traduzione automatica dei siti offerta da Google all’apertura, può, anche se in traduzione sommaria, leggerlo. E rendersi conto che è fatto unicamente con l’intenzione di aiutare le vittime, proteggerle, secondo le indicazioni dettate con insistenza da Padre Francesco, che ha seguito la strada aperta da Papa benedetto XVI, e dalla Chiesa

    Il vescovo di Brno, Monsignor Cikrle, ha scritto nella sua dichiarazione come motivo della mia rimozione dall’ufficio di Giudice del Tribunale Ecclesiastico di Brno:

    “In relazione alle Sue attività private e in seguito alla dichiarazione del Segretario generale della ČBK (Conferenza Episcopale ceca) del 6.2.2019, riguardante la Sua attività pubblica, quando è diventato evidente che non ha i prerequisiti necessari per l’ufficio di Giudice, ha perso la buona reputazione (cfr CIC 1421, 3) e non ha mantenuto il giuramento fatto, in base a 184 §1 e 149 § 1 CIC, con effetto dal 15 febbraio 2019, la depongo dall’ufficio di Giudice del Tribunale diocesano di Brno. “

    Il Vescovo Cikrle fa riferimento alla dichiarazione del Segretario Generale del ČBK Stanislav Přibyl, datata 6 febbraio 2019, che dice: “Recentemente sui media sono apparse informazioni sul lancio del sito web di Jan Rozek (www.procistoucirkev.cz), il cui scopo è di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte di “dignitari ecclesiastici” (NdR: In realtà non ho usato questo termine). A nome della Conferenza episcopale ceca, vorrei dire che si tratta di un’iniziativa privata del sig. Rozek e raccomandiamo  di non cercare aiuto attraverso i contatti su questo sito“.

    Siccome non ho svolto altre attività se non la creazione di questo sito, è chiaro che il vescovo parla di questo servizio.

    Prima di lanciare il sito, io ero molto desideroso di ottenere la benedizione e la comprensione dei superiori. Il 2 gennaio, ho pregato il segretariato del cardinale Duka di farmi avere un appuntamento con lui, e l’ho fatto usando lo stesso canale di comunicazione con il quale io e il Cardinale avevamo comunicato per un anno con l’obiettivo di fare causa contro lo spettacolo teatrale blasfemo diffuso nella Repubblica Ceca del regista Frlić. Ho inviato varie e-mail, che contenevano sia la visualizzazione del sito web che file di testo che descrivevano come avrebbe funzionato il servizio di aiuto alle vittime.

    Ho costruito l’intero servizio e il sito web insieme a esperti seguendo le raccomandazioni al riguardo date da Papa Francesco, le dichiarazioni di monsignor Charles Scicluna e di Padre Hans Zollner. Nel sito sono disponibili documenti magisteriali e di esperti tratti dal sito web della Santa Sede e delle Conferenze episcopali che trattano questi temi.

    Poiché il servizio è stato concepito unicamente come un servizio alla Chiesa, il nostro sforzo è stato quello di fare tutto all’interno della Chiesa, lontano dai media, ma allo stesso tempo indipendentemente dall’Ordinario del luogo. Il 7 gennaio 2019 ho scritto anche al Nunzio Apostolico in Repubblica Ceca.

    Successivamente ho discusso del web e del nostro servizio con il vicario del Tribunale ecclesiastico di Brno, Monsignor Orlita. Lui, dopo una discussione di quattro ore a Roma, ha concesso che potevo aprire il sito, ma solo a condizione che lui o il vescovo potessero decidere quali erano i casi di cui mi potevo occupare: gli altri dovevo ignorarli. Una condizione che, secondo coscienza, non potevo accettare. Dal momento che la conversazione era personale, non ho prove di questo. Tuttavia, potrei parlare di altri fatti per i quali ho prove.

    Poiché il Cardinale Duka e il Nunzio non mi hanno mai risposto, sono stato costretto ad aprire il sito anche senza la loro approvazione. Subito dopo ho scritto a tutti i vescovi diocesani e li ho pregati di incontrarmi. Senza ottenere risposta da nessuno.

    Paradossalmente, il 5 febbraio il Cardinale mi ha ringraziato per il lavoro compiuto su sua richiesta fino ad allora nell’aiutarlo nella denuncia per lo spettacolo blasfemo di cui le dicevo sopra, e il giorno dopo, il 6 febbraio, l’intera CBK (la Conferenza episcopale ceca) si è opposta a me e al sito senza interrogarmi. La Chiesa del paese ha poi lanciato ripetutamente e su larga scala una campagna infamante contro la mia persona in tutti i media cattolici (giornali cattolici, televisione e radio, Acta curiae, ecc.) Tra l’altro proprio l’anno scorso avevo ricevuto anche un’onorificenza per il lavoro svolto nel Tribunale ecclesiastico di Brno.

    L’atteggiamento della Chiesa nel nostro paese è illustrata da dichiarazioni dei nostri vescovi. Il Cardinale ha detto che sugli abusi su minori nella Chiesa c’è una attenzione spropositata, che c’è un po’ di isteria al riguardo, e che abbiamo avuto solo 10 casi di abusi nel nostro paese in 30 anni: cosa che proprio il Cardinale, in quanto membro dell’Ordine Domenicano, sa che è falso.

    Sulle pagine del Vescovado di Ceske Budejovice è stato pubblicato un articolo che, secondo quanto unanimemente percepito dall’opinione pubblica, deride le vittime. Il vescovo locale Monsignor Kročil in realtà ha coperto gli autori di abusi per diversi anni e non è intervenuto fino a che la Santa Sede ha iniziato ad affrontare il problema all’inizio di quest’anno.

    Il Cardinale Duka, attraverso il suo avvocato, mi ha recentemente fatto pervenire anche una lettera di denuncia dove mi minaccia e precisa che, dopo il 25 marzo 2019, verrò accusato per le mie attività. Un tentativo di farci tacere.

    Come sa, prima di parlare con lei, Padre Zollner, ho avuto un colloquio con Monsignor Charles Scicluna, che era già parzialmente informato del caso e gli ho esposto tutte le nostre attività: lui non ha trovato nulla di male che io possa aver fatto e che possa aver danneggiato la mia reputazione di Giudice del Tribunale ecclesiastico. Reputazione che ora è stata infangata, compromettendo in Repubblica ceca ogni mio lavoro in difesa delle vittime e al servizio della Chiesa

    Con grande stima

    Jan Rozek

  • I Liberi Pensatori denunciano il vescovo Morerod

    I Liberi Pensatori denunciano il vescovo Morerod

    Il religioso è accusato di favoreggiamento nell’ambito del caso del prete della cattedrale di Friburgo sospettato di abusi sessuali – Era stato informato nel 2011 da un’organizzazione di aiuto alle vittime

    L’Associazione svizzera dei Liberi Pensatori inoltra una denuncia contro il vescovo Charles Morerod per favoreggiamento nell’ambito del caso del prete della cattedrale di Friburgo sospettato di abusi sessuali.
    L’azione si basa sul fatto che il vescovo era stato informato nel 2011 da un’organizzazione di aiuto alle vittime delle aggressioni sessuali di un sacerdote sotto la sua autorità.
    Il reato di favoreggiamento è commesso a condizione che si possa confermare che le informazioni siano effettivamente state trasferite al capo della diocesi, ha comunicato oggi l’associazione.
    Con la denuncia penale i Liberi Pensatori vogliono garantire che le autorità inquirenti intervengano ed esaminino seriamente se il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo sia colpevole. “Non deve più accadere che la Chiesa si comporti come uno Stato all’interno dello Stato e protegga i presunti colpevoli dall’accesso delle autorità esecutive”, sottolineano nel comunicato.
    L’indagine interna della diocesi “sulla non trasmissione di informazioni e sulla scomparsa di documenti” non basta, precisa la nota.
    L’associazione rileva inoltre che “i meccanismi di controllo della Chiesa sono assenti o incompleti”, da qui la necessità che lo Stato “diventi più attivo, nei casi di dissimulazione sistematica di abusi all’interno della Chiesa cattolica romana”.
    Una prima denuncia per abusi nei confronti del sacerdote era stata depositata a fine dicembre 2019. Un prete di origini africane attivo a Peseux (NE) aveva accusato l’omologo friburghese di averlo molestato sessualmente tra il 2008 e il 2011 a Vevey (VD). Dopo un articolo del Tages-Anzeiger, la diocesi aveva trasmesso le informazioni alla polizia cantonale vodese.

    Sempre a fine dicembre Morerod aveva quindi ordinato l’avvio di un’inchiesta ecclesiastica preliminare nei confronti del sacerdote friburghese. L’aveva affidata a un avvocato ginevrino, non cattolico, affinché fosse più libero nello svolgere il suo lavoro. Proprio da questa indagine era emerso un secondo caso risalente a oltre 20 anni fa.