Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Lo rivela “Lussuria”, il nuovo libro del giornalista processato dalla Santa Sede per Vatileaks. Che fa luce su responsabilità, silenzi e omertà

    DI EMILIANO FITTIPALDI

    Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili.

    Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni.

    Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato.
    Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria”, il libro che uscirà per Feltrinelli giovedì 19 gennaio, si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali.

    L’UOMO NERO IN VATICANO

    La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto. Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce. Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti.George Pell

    I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro. La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell – di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa – rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip».

    Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia – in caso di mancata accettazione della proposta – di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014.

    SENZA MISERICORDIA

    I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside.

    Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata.

    Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi.

    Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari.

    Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione. Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile.

    Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill. Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati.

    INSABBIAMENTI

    Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»).

    Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale. «Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale.

    Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo – da parte di Errazuriz – di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime – che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo – avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente.

    Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte. Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene…». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos.

    Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa. In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande. «Secondo un agente del’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti… Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia».

    Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok ha pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo – ovviamente non dichiarato – di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia.

    Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/12/news/cosi-il-vaticano-protegge-i-preti-pedofili-1.293368?ref=HRBZ-1
  • La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi».

    Federico Tulli

    Chiesa e pedofilia, il caso italiano: il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Federico Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e Critica liberale. Sul web è condirettore di Cronache laiche, firma un blog su MicroMega, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica Babylon Post. Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

  • Preti pedofili; tra il 2 e il 4 %. Solo in Italia 5 centri di recupero. Subito una commissione parlamentare d’inchiesta

    Preti pedofili; tra il 2 e il 4 %. Solo in Italia 5 centri di recupero. Subito una commissione parlamentare d’inchiesta

    Nel 2012 padre Federico Lombardi ha dichiarato al giornalista Federico Tulli che secondo la Santa Sede, la pedofilia del clero, in Italia è un problema sporadico.

    A vedere la mappa che abbiamo prodotto raccogliendo i casi noti, quella dichiarazione sembra stridere parecchio perché nella sola Italia si contano la bellezza di circa 100 sacerdoti attualmente indagati e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni.

    Di molti di loro se ne sono perse le tracce, altri invece ricompaiono dopo anni passati non si sa dove in altre parrocchie, lontani da dove avevano commesso gli abusi. Altri vengono invece mandati si dice a curarsi in strutture della chiesa.

    Siamo così andati a cercare di capire quanti di questi “rifugi” esistono in Italia. In questi luoghi vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari, una permanenza comoda e confortevole che piace anche ai tribunali che si tolgono così il problema di dover proteggere un pedofilo in un carcere.

    In Italia abbiamo contato cinque di questi “rifugi”, ultimo di questi Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (PG), dotata di ben 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.

    C’è poi Villa Iride, Verbania, dispone di 18 camere, tutte con bagno privato, spazi comuni, di una cappella e una serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. Prima era considerata una prigione, oggi solo una casa per dimenticare.

    La Casa Madre di Trento (VB) gestita dai Padri Venturini, dove ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri.

    Scendendo al sud, oltre a Villa Sacro Cuore (PG) di cui vi parlavamo prima, sempre in provincia di Perugia, a Collevalenza, troviamo il Santuario dell’Amore misericordioso, dove i vescovi italiani, per anni, hanno svolto le loro assemblee generali (la comunità dell’Amore misericordioso, che gestisce una casa annessa al santuario dove sono ospitati sacerdoti con problemi che vanno dall’alcool alla pedofilia).

    Infine, almeno per quanto siamo riusciti a documentare finora, l’Oasi di Elim, la «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma, che ironia della sorte, sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina).

    In tutte queste strutture vengono seguiti percorsi di vario genere, da quello terapeutico a quello spirituale, in ogni caso però la pedofilia viene trattata come una malattia dando così l’idea di curarla, e alla fine del percorso, spesso dettato solo dall’esigenza, vengono reintegrati nelle parrocchie.

    Va detto però che la pedofilia è una grave devianza della personalità, la percentuale dei pedofili che anche dopo il carcere tornano a reiterare il crimine è altissima.

    Viene da sé che reintegrare un sacerdote con tali devianze in una parrocchia è quanto meno rischiosissimo. Lo vieterebbe anche la recente introduzione del certificato anti pedofilia, se non fosse che in Italia sono esenti dall’esibirlo non solo i preti, ma ahimè anche tutte le categorie storicamente più a rischio come quella del volontariato o dei lavoratori autonomi.

    Questa leggerezza nella prevenzione, i frequenti insabbiamenti per evitare gli scandali e i palliativi come questi, sono spesso la causa dell’altissima percentuale degli abusi che avvengono nel clero.

    Anche se l’Italia, a differenza di molti altri Stati Membri dell’UE, non ha mai voluto avviare una Commissione Parlamentare di Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno, un dato attendibile, anche se in difetto con quello del 4% dichiarato nel 2009 dal cardinale Claudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero, riusciamo ad averlo ugualmente.

    In un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014), papa Francesco dichiara che «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento».

    Secondo Federico Tulli, uno dei più autorevoli esperti in materia che abbiamo in Italia, autore di ben due libri sul fenomeno della pedofilia clericale, quel 2% di preti indicato da papa Francesco “Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc). L’affermazione di Bergoglio non è mai stata smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo di Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600.

    Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.”

    Su questa sua ultima affermazione, purtroppo, troviamo un recentissimo riscontro nel caso sollevato proprio dalla Rete l’ABUSO, l’inserimento da parte del Ministro Maria Elena Boschi di un sacerdote nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia, una scelta a dir poco grottesca tenuto conto che entrambi gli stati, Italia e Vaticano, sono tutt’ora inadempienti alle raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione Onu per la tutela del fanciullo.

    Persino la commissione anti pedofilia creata da papa Francesco si è arenata vedendo uno dei suoi membri, l’attivista Peter Saunders abbandonare sbattendo la porta e dichiarando che la commissione non sta facendo nulla per il contrasto della pedofilia.

    In questi sette anni di attività la Rete L’ABUSO si è anche rivolta più volte alle varie forze politiche chiedendo una Commissione Parlamentare d’Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Nel 2013 chiedemmo al M5S, nel 2015 al PD con il quale eravamo addirittura riusciti a formulare un testo che comprendeva anche quanto aveva fatto emergere il Comitato Onu per la tutela del fanciullo, ma in entrambe i casi l’interrogazione non fu mai depositata.

    Siamo coscienti che la pedofilia non si trovi soltanto nella chiesa, ma oltre le percentuali senza dubbio spaventose che questa ha e che al momento nessuno contrasta, detiene anche un’altissima percentuale di impunità per via di una serie di motivi, tra cui la prescrizione.

    Crediamo che da parte del governo, sarebbe utile cominciare a porsi un ragionevole dubbio sul fatto che nel nostro paese la pedofilia clericale possa essere un problema di dimensioni notevoli e che sia utile iniziare affrontarlo, anche se questo disturba la chiesa.

  • La Chiesa chiede alla Rete L’ABUSO: “Aiutateci a denunciare i preti pedofili”

    La Chiesa chiede alla Rete L’ABUSO: “Aiutateci a denunciare i preti pedofili”

    Certo è piuttosto curioso nonché singolare che in ben 3 città italiane (Civitavecchia, Perugia e Ascoli Piceno) gruppi di sacerdoti si rivolgano all’associazione italiana delle vittime di preti pedofili Rete L’ABUSO chiedendo aiuto per denunciare le nefandezze e gli insabbiamenti che il Vaticano attua.

    Nei giorni scorsi sono pervenute alla nostra sede ben 3 segnalazioni, due per posta tradizionale, una da Perugia, l’altra da Ascoli Piceno, la terza invece da Civitavecchia ma questa volta per posta elettronica.

    La più interessante è quella che arriva da Perugia nella quale ci viene segnalata una realtà a noi già nota ovvero la presenza di un rifugio spacciato per clinica nel quale vengono nascosti preti pedofili, alcolizzati o con patologie riconducibili a dipendenze o devianze di vario genere. La struttura ospita anche sacerdoti agli arresti domiciliari, confortevoli naturalmente, che data la posizione della struttura, immersa nel verde e lontana da occhi indiscreti (vedi foto), lasciano anche un notevole spazio di movimento ai suoi ospiti.

    Questa prima lettera contiene anche un corposo dossier di preti attualmente ospiti tra cui don Giampiero Peschiulli arrestato a Brindisi nei mesi scorsi, don Giovanni Desio, il prete di Casalborsetti (Ravenna), don Stefano Cavalletti e diversi altri. Come avevamo scritto alcune settimane fa, risulterebbe nascosto lì anche padre Thomas Ouso Kodijan, il sacerdote attualmente indagato a Lucca per abuso di minore, di cui da diverso tempo si erano perse le tracce.

    La struttura di cui parliamo si chiama Villa Sacro Cuore (nella foto) e si trova appena fuori Città di Castello (PG). E’ dotata di 56 posti letto e situata in mezzo alla campagna.

    Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti.

    Da quanto ci scrive il portavoce di questo gruppo di sacerdoti della Diocesi di Città di Castello “è da anni che abbiamo denunciato al vescovo di questa diocesi, Cancian, della situazione di questi preti pedofili che vanno in giro cercando chi divorare”. “Ma non ci è stato dato ascolto, anzi, si è incrementato ancora di più l’afflusso di queste persone che, da fonti indiscrete, vengono a trovare rifugio anche dall’estero”.

    Dalla provincia di Perugia un filo ci lega a Civitavecchia da dove proviene la seconda segnalazione.

    Nel settembre scorso sollevammo il caso di don Francesco Rutigliano, parroco di Bivongi (RC), condannato dal Santo Uffizio a 4 anni di sospensione per abuso di minore.

    Anche lui dopo la condanna canonica fu trasferito nei pressi di Perugia, al Santuario di Collevalenza, un altro luogo dove in passato abbiamo visto trasferire altri sacerdoti con problemi. Di lui emerse che in quei 4 anni di permanenza, in realtà girò libero per l’Italia facendosi fotografare addirittura con Papa Ratzinger (foto) poi, terminato il suo periodo in struttura, fu reintegrato a Civitavecchia. Si scoprì che probabilmente dietro al suo trasferimento non c’era solo la necessità della chiesa di doverlo reintegrare in un luogo dove la sua storia non fosse nota ma, ironia della sorte, a Civitavecchia abitava anche quel ragazzino, oggi adulto, che lo fece condannare 4 anni prima.

    Dopo che i parrocchiani della chiesa di San Gordiano furono informati dagli attivisti della Rete L’ABUSO dei trascorsi del sacerdote, don Francesco fu nuovamente trasferito. Oggi non sappiamo dove viva e se gli sia stata affidata una parrocchia. Da quanto però ci scrivono nella seconda segnalazione ricevuta pochi giorni fa, sarebbe ancora domiciliato a Civitavecchia dove sta sostituendo un sacerdote presso una casa religiosa e saltuariamente celebrerebbe messa nella Cattedrale.

    L’ultima lettera, anche lei corredata di diversi allegati, ci arriva da Ascoli Piceno e scegliamo di non pubblicare integralmente, svelerebbe l’attuale domicilio di padre Alberto Bastoni, il sacerdote coinvolto nello scandalo dei festini e cocaina. Scontò 3 anni di sospensione, anche lui in una clinica questa volta però a Trento.

    Da queste tre segnalazioni emerge un dato interessante, noi della Rete l’ABUSO non potevamo non notarlo perché è lo stesso meccanismo che porta le vittime a rivolgersi alla nostra Onlus. Anche in questo caso, malgrado si parli di sacerdoti e non di vittime, l’iter seguito è stato quello di rivolgersi alle gerarchie ecclesiastiche, le quali non hanno risposto.

    Ultima spiaggia.. Rete L’ABUSO.

    C’è quindi una parte di chiesa sana, che vuole fare davvero pulizia e che, malgrado l’assordante silenzio delle proprie gerarchie, inizia a farsi coraggio e denuncia.

    Evidente il fallimento annunciato dei provvedimenti presi in questi anni dalla Santa Sede, tanto criticati da vittime e associazioni, oggi sembra comincino a non convincere più anche i sacerdoti.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO.

  • Lione, il cardinale troppo misericordioso con il prete abusatore

    Lione, il cardinale troppo misericordioso con il prete abusatore

    Le storie, nel loro orrore, rivelano sofferenze tenute nascoste per decenni. “Quel prete creava intorno a se una piccola corte… mi baciava sulla bocca… Ogni sabato, alle riunioni, dovevamo fuggire le sue attenzioni… Durante un pellegrinaggio a Fatima ha tentato di stuprarmi in tenda… Molti genitori non ci credevano e ci dicevano di non parlare così di un prete… Io sono stato abusato…  era un personaggio autoritario e carismatico”. Seduto nell’ufficio di una piccola impresa edile di Lione, ascolto il giovane imprenditore François Devaux, trentasettenne, Alexandre Hezez-Dussot, operatore finanziario quarantasettenne, Bertrand Virieux, cardiologo quarantaquattrenne.

    Una minuscola pattuglia degli abusi di massa, di cui è responsabile il prete Bernard Preynat per lunghi anni guida riverita di scout cattolici. Ben sessantasette sono le vittime di questo predatore negli anni dal 1979 al 1991, che ancora nel 2015 esercitava tranquillamente il suo ministero sacerdotale nella diocesi di Lione. Come se niente fosse accaduto. Quando i tre hanno scoperto l’ampiezza degli abusi, hanno fondato l’associazione La Parole liberée (La Parola liberata) e hanno chiesto invano di essere ricevuti dal Papa.

    Scrivo sul taccuino la cifra: 67. Perché bisogna immaginarsele in fila una dopo l’altra, a riempire una stanza, le vittime adolescenti di quelle che papa Francesco ha chiamato una volta le “messe nere” degli abusi, vittime mai risarcite, mai raggiunte dalla notizia che il colpevole era stato punito. Anche François, Alexandre e Bertrand non potevano credere alla sistematicità di questi abusi, finché lo scandalo quest’anno non è scoppiato a Lione ed è diventato materia di discussione in tutta la Francia.

    Realizzare una riforma radicale – come quella di superare la pratica secolare degli insabbiamenti, portare alla luce gli abusi, punire in maniera esemplare gli stupratori e mettere finalmente al centro le vittime come chiedeva Benedetto XVI già nel 2010 – è un’opera che non può essere compiuta soltanto in Vaticano. Quando si tratta di cambiare mentalità e prassi delle gerarchie ecclesiastiche nei cinque continenti i papi sono molto meno sovrani di quanto si creda.

    Francesco si è impegnato sin dalla sua elezione. Già nel luglio 2013 ha inasprito nel codice penale vaticano le sanzioni contro laviolenza sessuale e il possesso di materiale pedopornografico. Nel 2015 ha creato una sezione giudiziaria speciale presso la Congregazione per la Dottrina delle fede, dove si possono denunciare per “abuso d’ufficio” i vescovi negligenti nel perseguire violenze sessuali nelle proprie diocesi. Per guidare la sezione Francesco ha istituito un Segretario aggiunto della Congregazione, incaricato di occuparsi unicamente della questione. Infine, poco più di un mese fa il papa ha stabilito le procedure per rimuovere i vescovi, che non si sono attivati per colpire gli abusi e per loro negligenza abbiano causato un “grave danno ad altri”.

    Insomma, la cornice giuridica per perseguire in ogni modo i colpevoli di abusi e i vescovi, che non intervengono tempestivamente, c’è tutta. Ma fare le leggi è solo il primo passo. Serve che nell’ambito delle diocesi e soprattutto delle conferenze episcopali – nello spirito di decentramento perseguito dal pontefice – si metta in atto una politica rigorosa di attuazione delle norme.

    Il caso scoppiato nella diocesi di Lione è particolarmenteilluminante. I crimini del prete Preynat sono stati commessi prima dell’insediamento dell’attuale vescovo, il cardinale Philippe Barbarin arrivato in diocesi nel 2002. Ma fin dall’inizio la vicenda ha lo stigma del classico insabbiamento. Il suo predecessore cardinale Albert Decourtray, allertato da alcuni genitori, allontana Preynat dalla sua parrocchia promettendo che non avrà più a che fare con adolescenti. Di fatto Preynat finisce in una zona di campagna, naturalmente a contatto con dei giovani. “Ancora nel 2014 – racconta Alexandre Hezez-Dussot – Preynat stava con bambini: era attivo come cappellano della scuola Saint Marc a Cour la Ville e lavorava nel patronato St.Claire di una colonia estiva a Coteau. Ne ho informato personalmente il cardinale Barbarin”.

    Già, il cardinale Barbarin. Mentre guida la diocesi, non si ha notizia di nessun crimine commesso da Preynat. Il prete gli ha promesso che il passato gli fa schifo ed è una pagina chiusa. Ma il cardinale non lo ha denunciato all’autorità giudiziaria come la legge francese espressamente esige. Sulla data relativa al momento in cui sarebbe venuto a conoscenza dei reati di Preynat (naturalmente tutti prescritti tranne quattro), Barbarin è stato contraddittorio. Prima ha affermato di averlo saputo solo nel 2014, poi ha dichiarato che era successo nel 2007 (e in tal caso potrebbe cadere in prescrizione la sua mancata denuncia). In ogni caso i suoi critici si domandano perché abbia atteso soltanto il 2015 – dopo un intervento del Vaticano, a cui si era rivolta una delle vittime – per allontanare il prete predatore da ogni incarico. Perché tra i tanti controsensi della vicenda c’è anche che Preynat era stato nominato a capo di un decanato e a far parte del Centro di formazione dei laici della diocesi di Lione (Sedif).

    A maggio il Papa ha dichiarato al giornale cattolico francese la Croixche Barbarin aveva preso le “misure necessarie” e lo aveva definito una personalità “coraggiosa, creativa, missionaria”. Ma dinanzi alla conferenza episcopale francese restano tre interrogativi pesanti: 1.Può un cardinale violare la legge? 2. Non è un pessimo precedente lasciare in attività sulla parola chi ha commesso abusi su minori, sapendo che quasi sempre sono criminali seriali? 3. Mettere tutto nel dimenticatoio, non è un modo di denegare giustizia alle vittime?

    Giugno scorso il cardinale Barbarin è stato interrogato per dieci ore dalla polizia di Lione per potenziale “messa in pericolo della vita altrui”. La vicenda continua.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/24/lione-il-cardinale-troppo-misericordioso-con-il-prete-abusatore/2928637/

  • “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    Intervista con il cardinale George Pell, dopo le quattro audizioni notturne in video-collegamento con la Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi.

    Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti e le coperture avvenute nelle diocesi di Ballarat e Melbourne negli anni Settanta e Ottanta, hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle puntuali domande della Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da preti e religiosi. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il lungo viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

    Che cosa ha significato per Lei, dal punto di vista umano, l’esperienza di questa deposizione in videoconferenza? È stato difficile?

    «Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è assistere, rispettare e aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina e dopo quattro nottate io sono un po’ stanco».

    Come definirebbe il suo atteggiamento e il suo comportamento all’epoca dei fatti di Ballarat e di Melbourne? Lei ha respinto ogni accusa di coinvolgimento nella cattiva gestione dei casi di abuso: ma ha qualcosa da rimproverarsi o della quale si è pentito?

    «È importante comprendere che la Chiesa in Australia ha riconosciuto e radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui bambini. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente a Melbourne, “The Melbourne Response”. Questo programma è composto da tre punti: un’indagine indipendente e una valutazione di ogni accusa da parte di un avvocato con anzianità ed esperienza; tutto il sostegno e l’ascolto possibile per tutti i sopravvissuti senza distinzioni; il risarcimento, con un comitato che valuta i pagamenti necessari per assistere le vittime.

    Il mio ruolo e il mio comportamento da arcivescovo di Sidney e di Melbourne sono stati esaminati dalla Royal Commissione e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni che sono emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato e io sono contento di questo. Ciò che si sta ancora discutendo in queste audizioni della Royal Commission riguarda il modo in cui la Chiesa ha trattato gli abusi sui minori 30 o 40 anni fa. In quel tempo la Chiesa aveva poche procedure e purtroppo, troppe volte, gli autori dei crimini sono stati trasferiti e i loro misfatti sono stati coperti. Naturalmente, a quel tempo, si parlava molto meno di questi temi e c’era una specie di velo di silenzio. Per quanto riguarda il mio contributo, come molti altri nella comunità cattolica, avrei voluto che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune delle accuse».

    Nell’ultima audizione lei ha raccontato di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani: che cosa ha fatto? Perché allora non ha fatto di più?

    «La risposta a questa domanda è stata fornita interamente durante l’ultima audizione ed è importante capire il contesto. Io ero prete da poco in quell’epoca, e sebbene io fossi vicario episcopale, questo era un ruolo consultivo per il vescovo e riguardava l’educazione nella diocesi: non era un ruolo esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane e io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Io mi fidavo del suo giudizio, gli credevo e inoltre ritenevo che quando lui l’ha riferito ai Fratelli Cristiani anche loro fossero capaci di affrontare questi casi. In effetti quel “fratello” insegnante venne rimosso. Il mio comportamento era del tutto coerente con il mio essere un giovane prete in quel momento. Chiaramente ora, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

    I casi esaminati dalla Royal Commission australiana non sono diversi da quelli accaduti negli Stati Uniti o in Europa: vescovi che invece di tutelare le vittime, hanno tutelato i carnefici. Perché secondo lei c’era questa mentalità?

    «A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, noi capivamo con molta meno chiarezza certi aspetti dell’abuso sui minori. Non comprendevamo il danno tremendo alle vittime degli abusi clericali. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia, non erano coscienti dei comportamenti nascosti e ripetitivi di molti pedofili. La Royal Commission, che sta valutando la risposta delle istituzioni australiane, comprese le istituzioni religiose governative, sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse bisogna anche dire che molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e si sottovalutava la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

    La Chiesa oggi è in grado di affrontare e di controllare questo fenomeno? Bastano le norme – durissime – e le nuove leggi? Oppure occorre cambiare la cultura e la mentalità?

    «In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio alla prevenzione del fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Il cambiamento ha avuto un effetto significativo nel ridurre il numero degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, assicurando che quando questi crimini accadono, vengono affrontati per ciò che sono, e gestiti con trasparenza e in collaborazione con le autorità civili. Questi cambiamenti includono una più rigorosa valutazione nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Noi dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo per far sì che questi terribili crimini non riaccadano. Nella Chiesa in generale, sarebbe giusto dire che la cultura, le norme e anche la prassi variano da cultura a cultura e da paese a paese. La Pontificia commissione per la protezione dei minori prende in considerazione in modo attivo tutte queste questioni e sta già lavorando per diffondere una migliore conoscenza delle procedure richieste e dei bisogni delle vittime in tutto il mondo. La cosa più importante è di avere protocolli chiari, pubblicamente riconosciuti e costantemente applicati. Questo naturalmente crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità ed è chiaro che la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi è fondamentale».

    Come ha vissuto la sofferenza delle vittime? Lei si è detto disponibile a incontrarle: che cosa vorrebbe poter dire loro?

    «Giovedì scorso ho incontrato una dozzina di vittime di Ballarat, insieme alle persone che li assistono, e ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro onesto e in certi momenti commovente. Io sono impegnato a lavorare con le vittime di Ballarat e delle zone circostanti. Conoscevo molte delle loro famiglie e conosco la bontà di tante persone della comunità Ballarat, questa bontà non viene cancellata dal male commesso. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace con i comitati e le agenzie che abbiamo a Roma e in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo, e ci sono stati tanti tragici suicidi. Io mi impegno a lavorare con i gruppi per cercare di fermare questo affinché il suicidio non sia considerato come una scelta possibile. Nel corso degli anni ho conosciuto tante vittime. Quando le incontro, la mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie e ascoltare con empatia, spiegando loro i passi che la Chiesa sta compiendo per prevenire la ripetizione di questi crimini. È importante che capiscano che crediamo a loro. Io non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che provano. Ho letto tanti di questi rapporti sulle loro sofferenze e ciò è stato davvero angosciante per me. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza e per me questa è stata sempre una priorità. Non posso promettere l’impossibile. Noi tutti sappiamo quanto difficile è portare tutto questo a compimento. Ma, come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime della piaga degli abusi sessuali sui minori e per assicurare che ci siano procedure per prevenire la ripetizione di questi crimini. Giovedì scorso, all’incontro con le vittime, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per aiutare le vittime e per realizzare un centro di ricerca per migliorare l’ascolto e studiare metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, e dobbiamo ancora discutere nel dettaglio la questione con le vittime ma giusto ieri l’Università Cattolica dell’Australia si è impegnata in linea di principio ad aiutare questa importante iniziativa, e a farlo presto».

    Il Papa tornando dal Messico ha definito «sacrifici diabolici» quelli compiuti dai sacerdoti che hanno abusato di minori e ha anche detto che un vescovo il quale si limita a spostare un prete pedofilo da una parrocchia all’altra non è adatto all’incarico: che cosa ne pensa? Può spiegare che significato hanno le parole che Lei ha usato dichiarando di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato? Che cosa le ha detto?

    «Il Papa è stato sempre un sostenitore delle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Il Santo Padre capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i giovani e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato su questo con il Papa in varie occasioni e ho fatto in modo che lui continui a essere informato. Ogni giorno ho mandato al Papa e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni della Royal Commission. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

  • Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

    Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

    Città del Vaticano – Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti avvenuti nelle diocesi di Ballarat e Melbourne hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle domande della Royal Commission australiana che indaga sugli abusi sui minori. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

    Che cosa ha significato per lei, dal punto di vista umano, questa esperienza?
    «Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina. Dopo quattro nottate sono un po’ stanco».

    Come definirebbe il suo comportamento all’epoca dei fatti? Ha qualcosa da rimproverarsi?
    «La Chiesa in Australia ha radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui minori. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente, “The Melbourne Response”. Il programma prevede un’indagine indipendente e una valutazione delle accuse da parte di un avvocato con esperienza; tutto il sostegno possibile per ogni sopravvissuto, senza distinzioni; il risarcimento per le vittime. Il mio comportamento da arcivescovo di Sydney e di Melbourne è stato esaminato dalla Royal Commission e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato, sono contento di questo. Le audizioni riguardano il modo in cui la Chiesa ha gestito gli abusi 30 o 40 anni fa. All’epoca purtroppo, troppe volte gli autori sono stati trasferiti e i loro crimini coperti. Allora se ne parlava molto meno, c’era una sorta di velo di silenzio. Per quanto mi riguarda, vorrei che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune accuse».

    Lei ha ammesso di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani. Perché allora non ha fatto di più?
    «Ho risposto durante l’ultima audizione, è importante capire il contesto. Io ero prete da poco, e sebbene io fossi vicario episcopale, avevo un ruolo consultivo, non esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane, io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Mi fidavo del suo giudizio e inoltre ritenevo che, avendolo lui riferito ai Fratelli Cristiani, anch’essi fossero capaci di affrontare la situazione. Quel “fratello” insegnante venne rimosso. Oggi, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

    I vescovi hanno tutelato i carnefici e non le vittime. Perché c’era questa mentalità?
    «A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, non comprendevamo il danno tremendo fatto alle vittime. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia non erano coscienti dei comportamenti segreti e recidivi di molti pedofili. La Royal Commission sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e sottovalutavano la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

    La Chiesa è in grado di affrontare il fenomeno? Bastano le norme o bisogna cambiare la mentalità?
    «In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio al fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Questo ha ridotto il numero degli abusi, assicurando che quando questi crimini accadono, vengano gestiti con trasparenza, in collaborazione con le autorità civili. C’è anche una più rigorosa selezione dei seminaristi. Dobbiamo continuare a fare il possibileperché questi terribili crimini non riaccadano. È importante avere protocolli chiari, riconosciuti e applicati. Questo crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità. Chiaramente rimane fondamentale la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi».

    Come ha vissuto la sofferenza degli abusati?
    «Giovedì ho incontrato una dozzina di sopravvissuti di Ballarat, ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro in certi momenti commovente. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace, in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo. Ci sono stati tanti tragici suicidi. Mi impegno a lavorare con i gruppi affinché il suicidio non sia considerato una scelta possibile».

    Che cosa ha detto alle vittime?
    «Nel corso degli anni ne ho conosciuto tante. La mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie, con empatia, spiegando i passi che la Chiesa sta compiendo per la prevenzione. È importante che capiscano che crediamo a loro. Non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che loro provano. È stato angosciante leggere i rapporti che descrivono le loro storie. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza: per me questa è stata sempre una priorità. Come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime. Giovedì scorso, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per realizzare un centro di ricerca per studiare i metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, proprio ieri l’Università Cattolica australiana si è impegnata ad aiutare questa importante iniziativa».

    Lei ha detto di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato?
    «Il Papa ha sempre dato sostegno alle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i minori e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato di questo con il Papa in varie occasioni. Ogni giorno ho mandato a lui e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi, lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/03/05/ASjUohqB-sbagliato_pedofilia_cardinale.shtml

  • Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Con i quattro giorni di testimonianza del cardinale George Pell di fronte a una commissione d’inchiesta governativa australiana, si può dire che lo scandalo degli abusi sui minori nella chiesa sia arrivato a toccare il cuore del sistema. È il ruolo ricoperto dal porporato australiano nella curia romana, e nella nuova governance vaticana voluta da papa Francesco, a dimostrarlo.

    Pell, infatti, dal 2014 è il prefetto della segreteria per l’economia della Santa Sede, il dicastero che coordina buona parte delle finanze vaticane. L’ex arcivescovo di Sydney ha assunto l’incarico con l’obiettivo di rendere trasparenti ed efficienti i bilanci dei dicasteri, di superare le opacità, di applicare princìpi moderni e internazionalmente riconosciuti nella gestione dell’economia. La sua presenza nel C9, il ristretto gruppo di nove cardinali che aiuta Bergoglio nel governo della chiesa universale e nella riforma della curia, non è episodica né casuale.

    D’altro canto, le accuse rivolte a Pell dalle vittime degli abusi e poi da diverse commissioni statali che hanno indagato sullo scandalo pedofilia, sono precedenti alla sua chiamata a Roma. Il cardinale aveva già testimoniato in Australia in merito a diversi episodi del passato, e lo ha fatto di nuovo nei giorni scorsi per quattro giorni da un albergo della capitale italiana.

    Un aspetto che va compreso subito è quello relativo alle responsabilità. Se gli autori degli abusi sono ormai noti, il nodo irrisolto è quello delle coperture, degli insabbiamenti orchestrati dalle gerarchie con la complicità non di rado del clero locale. Il senso di quanto successo a Roma, dunque, è – in primo luogo – quello di ricostruire la catena di comando che ha permesso di nascondere i colpevoli e poi di accertare la verità, anche se non più penalmente rilevante.

    I casi contestati al cardinale durante la deposizione riguardano in particolare il periodo che va dagli anni settanta agli anni ottanta, quando Pell era viceparroco nella cittadina di Ballarat e poi collaboratore del vescovo Ronald Mulkerns. Altri episodi toccano la stagione in cui Pell fu alla guida della diocesi di Melbourne.

    Il cardinale ha ammesso la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti

    La strategia difensiva seguita da Pell in questa occasione non è stata molto diversa da quella già adottata di fronte alla commissione d’indagine dello stato di Victoria, in Australia, nel 2013. Il cardinale ha ammesso varie cose: la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti, il fatto che all’epoca si pensasse prima alla reputazione dell’istituzione che alle vittime, in generale gli enormi errori commessi nell’affrontare il problema. Ha riconosciuto come la gestione del caso del sacerdote predatore seriale Gerald Ridsdale (protetto e spostato da una parrocchia all’altra), sia stata catastrofica e ha detto fin dall’inizio: “Non sono qui per difendere l’indifendibile”. D’altro canto ha però escluso ogni sua responsabilità diretta, anche se alla fine ha detto che almeno in un caso di cui era venuto a conoscenza non agì denunciando il prete coinvolto.

    È stato contraddittorio – in un primo tempo ha affermato che queste storie o voci che circolavano non erano per lui così interessanti, suscitando la rabbia delle vittime – poi ha chiesto scusa, ha riconosciuto di aver fatto poco, di essersi fidato delle persone sbagliate. Quindi ha chiamato in causa altri preti e vescovi come il suo predecessore a Melbourne, scaricando su questi una parte considerevole di responsabilità.

    La consulente legale della commissione, Gail Furness, ha incalzato il cardinale, lo ha messo alle strette con riferimenti puntuali e ha giudicato “non plausibili” le spiegazioni date. È difficile credere, era il senso dell’obiezione, che tutti sapessero tranne lui, considerato tra l’altro che conosceva personalmente almeno alcuni dei colpevoli e che prese parte a riunioni in cui vennero prese decisioni in merito allo scandalo.

    Tradimento e verità

    E tuttavia il fatto forse più significativo è avvenuto alla fine dei quattro giorni, quando alcune delle vittime hanno incontrato il cardinale non tanto per parlare del passato, come ha spiegato uno di loro, ma del futuro, di cosa farà la chiesa per proteggere i bambini. Pell ne è uscito provato, leggendo poche righe di fronte ai giornalisti di tutto il mondo in cui si impegnava a collaborare con quanti erano stati colpiti dagli abusi e facendo riferimento ai troppi suicidi causati dalle violenze.

    È stato un passaggio importante che spiega un elemento: almeno una parte delle vittime non puntava alla vendetta – altra storia sono i risarcimenti materiali che potranno essere stabiliti anche in base alle conclusioni della commissione – ma a una sorta di operazione verità, all’ammissione, fatta da uno dei più alti funzionari della chiesa cattolica, del danno immenso provocato da comportamenti atroci.

    Una scelta che non si comprende se non si tiene presente quanta fiducia queste persone riponessero nella chiesa, quanto fossero profondamente cattoliche; solo partendo da questo si può misurare il senso di smarrimento, di tradimento vissuto, e la ricerca di una redenzione dell’istituzione, oltre che di giustizia.

    In questo senso la testimonianza di Pell va valutata con un minimo di distacco per comprenderne le implicazioni. Se il cardinale ha cercato di salvare se stesso, o quantomeno le apparenze, ha allo stesso tempo tracciato un quadro senza precedenti di responsabilità da parte di vescovi e clero di fronte alle centinaia di casi avvenuti a Ballart.

    Di fatto si tratta di un insieme di dichiarazioni con le quali uno dei principali cardinali alla guida della chiesa ha ammesso che c’era un sistema di coperture dello scandalo e di protezione dei colpevoli per salvaguardare il buon nome dell’istituzione, a scapito delle vittime. Un sistema che però, alla lunga, ha prodotto tragedie personali e portato la credibilità della chiesa a livelli minimi.

    È possibile dire che in futuro, su tutta questa vicenda, ci sarà un prima e un dopo i quattro giorni di interrogatorio-testimonianza a cui è stato sottoposto il cardinale all’hotel Quirinale di Roma. Altro aspetto rilevante è che il tutto sia avvenuto alla presenza di quindici vittime o genitori di vittime, in videoconferenza con l’Australia e con molti dei maggiori mezzi d’informazione di lingua inglese che trasmettevano l’evento in streaming su internet o in diretta tv.

    La frattura tra le due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – si accentua

    La situazione del cardinale australiano resta in bilico: a giungo compie 75 anni, l’età del pensionamento secondo la legge canonica; la sua immagine è macchiata; lo stesso pontefice non esce indenne da questo passaggio. Il rischio evidente è che l’ondata emotiva sulla quale si è retto il pontificato bergogliano rientri, che la spinta si spenga e torni a prevalere l’immagine di un potere che si vuole intoccabile.

    Il papa ha inasprito il codice penale vaticano in merito ai reati di pedopornografia, ha istituito un dicastero per la tutela dei minori e un tribunale ad hoc per affrontare i casi di abuso. Ma di certo le opposizioni interne sono molte, in curia ma anche nelle conferenze episcopali locali dove moltissimi vescovi – si guardi in primis proprio all’Italia – si rifiutano di collaborare con la giustizia civile.

    La frattura tra due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – è emersa sempre di più in questi tre anni, via via che il papa provava a dare corpo a una riforma basata in primo luogo sulla rinuncia ai privilegi, ai simboli del potere, al segreto e sulla scelta in favore di una sobrietà di costumi e comportamenti. Questa frattura ora si accentua.

    Lo scandalo dei preti pedofili, del resto, lungi dal concludersi nella sfera giudiziaria, chiede risposte su temi fondamentali come la sessualità, il celibato obbligatorio, la formazione dei preti, l’emarginazione delle donne e dei laici, il clericalismo di tanti vescovi, l’incapacità di misurarsi con le sensibilità nuove dei fedeli. In fondo questo secondo “caso Spotlight” tra Roma e l’Australia, oltre la cronaca, ci dice soprattutto quanto sia profonda la crisi di una chiesa incapace, finora, di riprendere il cammino cominciato con il concilio Vaticano II.

    http://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2016/03/04/george-pell-pedofilia-chiesa

  • “La piccola emma abusata a 5 anni. Quelle violenze l’hanno uccisa

    “La piccola emma abusata a 5 anni. Quelle violenze l’hanno uccisa

    Da Sydney in Italia per sentire l’audizione internazionale del cardinale Pell. I genitori a caccia della verità

    GIACOMO GALEAZZI – ROMA
    La via crucis di reticenze, candore tradito e sofferenze si stempera nella penombra di un hotel romano. «Il cardinale George Pell non mi ha neppure guardato negli occhi», si rabbuia, nel salone dell’albergo Quirinale, Anthony Foster, 63 anni. Sua moglie Chrissie siede a pochi metri dalla saletta in cui il porporato sta deponendo in video-collegamento alla commissione governativa sugli abusi sessuali.

    «Ci saremmo aspettati dal cardinale Pell almeno un po’ di umiltà: è il minimo dopo tutto quello che la nostra famiglia ha sofferto per colpa di padre Kevin O’Donnell e degli insabbiamenti di cui ha beneficiato per anni», aggiunge Chrissie con gli occhi lucidi. Il primo dovere della Chiesa, corruga la fronte, «è garantire la sicurezza dei bambini, in Australia le gerarchie ecclesiastiche hanno protetto preti criminali, boicottando l’accertamento giudiziario della verità e intimidendo le famiglie delle vittime». Con un unico obiettivo «evitare lo scandalo pubblico»

    Sono sposati da 36 anni, alla tragedia non è seguito il rimpallo di responsabilità tra le mura domestiche. «Non potevamo immaginare che dietro il paradiso ci fosse l’inferno». L’educatore era da manuale, ma era solo una facciata che nascondeva l’abisso. La figlia Emma ha cominciato a subire «violenze sessuali» da padre O’Donnell a 5 anni, a 26 è morta di overdose. Ad «ucciderla dentro erano state le attenzioni morbose di un predatore mascherato da pastore». Adocchiata sui banchi delle elementari e chiamata a far parte di un gruppetto di bimbi in oratorio. «Da ragazzina ha tentato più volte il suicidio, poi ha iniziato a drogarsi: non si era mai ripresa dalle ferite insanabili dell’infanzia, covate in un silenzio impenetrabile». Genitori premurosi eppure non si erano accorti di niente. «Mia moglie è cattolica, io non sono credente ma ero felice che Emma frequentasse la scuola del Sacro Cuore di Oakleigh – spiega Anthony -. Non ci ha mai parlato delle molestie subite da padre O’Donnell, però i disturbi nel comportamento erano sempre più devastanti. La nostra fiducia verso quell’anziano sacerdote era totale, gli abbiamo affidato Emma e la sorellina Katie». Anni di lagnanze, sospetti, segnalazioni sono caduti nel vuoto. «Le accuse sono state ignorate dai vescovi che dovevano garantirci come genitori». Invece di denunciarlo alle autorità civili e ridurlo allo stato laicale, i suoi superiori «hanno in continuazione spostato padre O’Donnell da una parrocchia all’altra». Quando la verità è venuta a galla i danni erano ormai irreversibili. «Anni dopo gli abusi, in piena adolescenza – racconta il papa di Emma -. E lì è cominciato il nostro calvario. Il dolore e la rabbia si sono scontrati contro un muro di omertà. Non basta una denuncia per ottenere giustizia. Abbiamo ascoltato di altre vittime». Sempre lo stesso schema: negare, insabbiare, contrattare indennizzi. «Da 20 a 50mila dollari per chiudere senza arrivare in tribunale. Il prezzo del silenzio».

    http://www.lastampa.it/2016/03/01/vaticaninsider/ita/nel-mondo/la-piccola-emma-abusata-a-anni-quelle-violenze-lhanno-uccisa-liZB1jKTXfuZdUdJRLm30H/pagina.html

  • Vittime dei preti pedofili ad askanews: in Italia 200 casi dal 2006. “Obbligare i vescovi a denunciare per evitare insabbiamenti”

    Vittime dei preti pedofili ad askanews: in Italia 200 casi dal 2006. “Obbligare i vescovi a denunciare per evitare insabbiamenti”

    Genova, 2 mar. (askanews) – “Anche in Italia sono tanti i casi di preti pedofili che sono stati insabbiati. Noi abbiamo realizzato una mappa con i casi di abusi sessuali su minori o adolescenti da parte del clero registrati negli ultimi 10 anni e sono quasi 200, di cui circa 120 con condanne ormai definitive”. Lo ha denunciato ad askanews Francesco Zanardi, fondatore e portavoce della “Rete L’Abuso”, l’associazione italiana delle vittime dei preti pedofili, commentando la vittoria agli Oscar 2016 come miglior film della pellicola “Il caso Spotlight”, che racconta l’indagine che nel 2001 il Boston Globe fece sull’insabbiamento sistematico delle accuse ai preti pedofili nella diocesi statunitense allora guidata dal cardinale Bernard Law. “Che questo film abbia vinto l’Oscar – ha sottolineato Zanardi – indubbiamente ci ha fatto piacere e ci ha anche un po’ riscattati perché in alcuni passaggi della pellicola si parla di ‘Snap’, un’associazione statunitense analoga alla nostra che veniva un po’ additata come associazione anticlericale ed è la stessa cosa che succede qui in Italia”.

    “Si parla tanto della ‘grande rivoluzione’ di Papa Francesco ma su questo tema in realtà – ha affermato il portavoce della rete ‘L’Abuso’- stiamo parlando di presupposti per il futuro perché la nostra associazione riunisce quasi 500 vittime e tutte si lamentano di non essere state contattate o aiutate dalla Chiesa. Per il momento a neanche una di queste vittime la Chiesa ha prestato aiuto”.

    Per evitare insabbiamenti, secondo l’associazione italiana che riunisce la vittime dei preti pedofili, i vescovi dovrebbero essere costretti a denunciare alla giustizia ordinaria i casi di abusi sessuali da parte di religiosi. “La nostra associazione e le altre associazioni simili – ha spiegato Zanardi – sono contrarie alle varie commissioni d’inchiesta istituite da Bergoglio. Noi pensiamo che davanti a questo problema ci sia solo una soluzione: obbligare i vescovi a denunciare i casi di pedofilia presso l’autorità giudiziaria dello Stato in cui sono stati commessi questi reati”.

    “Malgrado le linee guida di Papa Francesco – ha denunciato il portavoce della rete ‘L’Abuso’- purtroppo questi casi continuano ad essere sommersi. Inoltre molti sacerdoti condannati dai tribunali ecclesiastici sono stati poi reintegrati e tante volte sono stati reintegrati anche quelli condannati dai tribunali civili”. Come esempio Zanardi ha citato un prete condannato a 4 anni per abusi su minore: “La condanna – ha ricordato – è scaduta nel settembre del 2015 ed è stato subito reintegrato a Civitavecchia”.

    “Quello che manca e non rende credibili le dichiarazioni del Vaticano – ha sottolineato il fondatore dell’associazione italiana delle vittime dei preti pedofili – è che il Vaticano sta facendo dichiarazioni per il futuro senza però assumersi le responsabilità di quello che la Chiesa ha seminato fino ad oggi, cioè soccorrere le altre vittime. Questo – ha concluso – sarebbe un gesto concreto che potrebbe dargli più credibilità”.

    Della rete “L’Abuso”, che da anni si batte per difendere i diritti delle vittime, fa parte anche Mirko Gabossi, che ha raccontato la sua storia ad Askanews. “Sono venuto in contatto con il prete che ha abusato di me – ha spiegato Gabossi – più o meno all’età di 12 anni, partecipando alle attività che si facevano in parrocchia con i ragazzi. Rispetto ad altri però io ho avuto la sfortuna di entrarci in contatto di più”. “Da quando è avvenuto l’abuso – ha ricordato – per oltre 10 anni non ho più pensato a quello che era accaduto. Poi quando ho scoperto che Francesco aveva messo in piedi l’associazione ‘Rete L’Abuso’ questo ricordo è venuto a galla e ho deciso di entrare a far parte anch’io dell’associazione.

    Ora insieme a lui – ha affermato Gabossi – sto contribuendo a fare in modo che le vittime escano allo scoperto con le loro testimonianze”. “Stiamo cercando di trovare giustizia per queste vittime – ha sottolineato – attraverso assistenza legale e di fornire loro l’aiuto necessario. Stiamo inoltre muovendo una battaglia nei confronti della struttura che copre questi abusi che ormai avvengono da moltissimi anni”. “Nel mio caso come in quello di Francesco e di altri – ha precisato Gabossi – sono tutti reati andati in prescrizione ma non per questo sono meno importanti o meno validi di altri. I vescovi -ha concluso- dovrebbero occuparsi di quello che accade nelle strutture di cui sono messi a capo e quindi salta subito agli occhi il fatto che non sia né etico né naturale coprire un abuso sessuale da parte di un loro sottoposto”.

    Intanto, nella terza audizione davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (“Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori”), la scorsa notte, in video-collegamento da Roma con l’Australia, il cardinale George Pell ha definito la diocesi di Melbourne – dove è stato vescovo ausiliare (1987-1996) prima di diventare l’arcivescovo – un “mondo di crimini e insabbiamento”, suggerendo in particolare che il suo predecessore, mons. Frank Little, sia stato sollecitato alle dimissioni, nel 1996, per inadempienza verso le accuse emerse contro i preti pedofili della diocesi. L’attuale prefetto per la Segreteria dell’Economia, ha espresso il suo “rammarico” per non aver fatto di più nel caso di un prete pedofilo in un’altra diocesi, Ballarat. Il porporato, che si è detto disponibile a incontrare le vittime di preti abusatori giunti a Roma per assistere alle sue audizioni, verrà ascoltato ancora questa sera, per la quarta e ultima testimonianza. Le vittime, intanto, chiedono di incontrare Papa Francesco. Questa sera quarta e ultima testimonianza. Fos/Int9

    http://www.askanews.it/top-10/vittime-dei-preti-pedofili-ad-askanews-in-italia-200-casi-dal-2006_711749646.htm