Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • Esame di coscienza

    Esame di coscienza

    Nelle interviste a sopravvissuti, religiosi, giornalisti e altri esperti si affrontano le accuse di abusi sessuali all’interno delle istituzioni cattoliche spagnole.
  • L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.

    El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.

    Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».

    In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.

    Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.

    Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.

    Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.

    Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.

    Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.

    https://www.ilpost.it/2026/06/12/el-pais-abusi-sessuali-chiesa/

  • Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Mentre il film biografico “Michael”, dedicato alla vita del Re del Pop, continua a richiamare spettatori nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, Netflix ci parla di uno dei capitoli più controversi della sua esistenza. “Michael Jackson: il verdetto” è una docuserie in tre episodi che ripercorre il processo penale del 2005, uno degli eventi giudiziari e mediatici più seguiti del nuovo millennio.

    L’obiettivo del progetto non è raccontare la carriera dell’artista né celebrare i suoi successi musicali, ma concentrarsi esclusivamente sulle settimane che portarono Michael Jackson davanti a un tribunale della California. Un caso che per mesi monopolizzò giornali e televisioni, dividendo l’opinione pubblica e lasciando un dibattito che continua ancora oggi.

    La storia vera e cosa racconta la docuserie
    “Michael Jackson: il verdetto” ci riporta al 2005, quando il cantante affrontò un processo durato circa dodici settimane e seguito quotidianamente dai media internazionali. Le accuse all’artista scatenarono una straordinaria attenzione pubblica, facendo di ogni udienza un evento globale.

    La serie ricostruisce passo dopo passo quel procedimento giudiziario, culminato il 13 giugno 2005 con l’assoluzione dell’artista da tutte le imputazioni. Per farlo, gli autori hanno raccolto testimonianze dirette di persone che vissero il processo dall’interno o da pochi metri di distanza. A parlare davanti alle telecamere sono alcuni membri della giuria che parteciparono al verdetto finale, giornalisti che seguirono quotidianamente le udienze, testimoni presenti durante il procedimento e figure vicine sia all’accusa sia alla difesa. Mediante i loro ricordi emergono dettagli sul clima che si respirava dentro e fuori dall’aula, sulle strategie adottate dalle parti e sulle impressioni suscitate dalle prove presentate nel corso delle settimane.

    Un elemento centrale della docuserie è proprio il confronto tra punti di vista differenti. Le testimonianze non si limitano alla cronaca dei fatti, ma offrono anche riflessioni personali sul processo e sulla decisione finale della giuria, restituendo in tal modo la complessità di una vicenda che continua a generare discussioni a oltre vent’anni di distanza.

    Quante puntate sono e quando escono su Netflix

    La docuserie è composta da tre episodi e debutta su Netflix mercoledì 3 giugno 2026.

    Diretta da Nick Green e prodotta da Candle True Stories, la serie è stata sviluppata con l’intento di rileggere gli eventi da una prospettiva storica. Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’assenza di immagini girate all’interno dell’aula: durante il processo, infatti, le telecamere non erano autorizzate a entrare in tribunale. Per questo motivo la narrazione si affida a filmati d’archivio, servizi televisivi dell’epoca, immagini relative alle indagini e alle vicende di Neverland Ranch, oltre alle nuove interviste realizzate appositamente per il progetto.

    https://www.today.it/film-serie-tv/netflix/michael-jackson-il-verdetto-quando-esce.html

  • Vittime di abusi in Portogallo denunciano psicologa che conduceva i colloqui del gruppo Vita

    Vittime di abusi in Portogallo denunciano psicologa che conduceva i colloqui del gruppo Vita

    Le vittime di abusi sessuali da parte del clero cattolico hanno deciso di denunciare la psicologa del gruppo Vita, che si occupa delle rivendicazioni e dei risarcimenti dovuti a quelle vittime. Succede in Portogallo, dove l’associazione Coração Silenciado (‘Cuore in silenzio’), che riunisce uomini e donne che in passato hanno subito abusi in chiesa, ha denunciato presso l’Ordine nazionale degli psicologi la psicologa Rute Agulhas, che per conto del gruppo Vita conduceva i colloqui realizzati per valutare la necessità di sostegno psicologico e finanziario a ciascuno di essi.

    In causa c’è proprio il metodo con cui questi colloqui sarebbero stati condotti. Ai media, il portavoce dell’associazione Coração Silenciado, António Grosso, ha denunciato il modo “assai invadente e offensivo”, che includeva domande, a suo dire, inopportune, come chiedere a una persona se si masturba ancora o no. “Nulla a che vedere con ciò che è accaduto 40 o 50 anni fa”, ha affermato Grosso.

    La denuncia risale a circa due mesi fa, ma la notizia è stata diffusa solo negli ultimi giorni e, in un comunicato di queste ore firmato da Rute Agulhas in qualità di coordinatrice del gruppo Vita, si legge che “tutte le interviste hanno seguito un copione semi-strutturato, basato sulle buone pratiche nazionali e internazionali per la valutazione dell’impatto psicologico in situazioni potenzialmente traumatiche, nonché sulle linee guida etiche e deontologiche previste dall’Ordine degli psicologi portoghesi”. Per questo motivo il gruppo Vita respinge ogni accusa.

    Lo scorso aprile la Conferenza episcopale portoghese aveva confermato ai media nazionali che, in merito ai risarcimenti stipulati per le vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero in Portogallo, c’era stata una “riduzione significativa” degli importi proposti dalla commissione di esperti. Finora la Chiesa portoghese avrebbe pagato 1 milione e 600 mila euro alle vittime di violenza sessuale.

    https://www.laregione.ch/estero/estero/1929464/vita-gruppo-vittime-abusi-portogallo-colloqui-psicologa-conduceva

  • Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

    Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

    I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.

    Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    I “personaggi” del film

    “Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.

    Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.

    Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».

    Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».

    Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».

    Il papa: «Misericordia ai predatori»

    E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».

    Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.

    Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.

    https://www.adista.it/articolo/75517

  • Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Dopo il sold out al Ljubljana International Film Festival, il 13 e 15 marzo scorsi, Nuns vs the Vatican, il documentario realizzato da Lorena Luciano e Filippo Piscopo sugli abusi sulle religiose, che racconta in particolare la storia di Gloria Branciani, vittima di Marko Rupnik, sacerdote e artista gesuita, accusato di decine di episodi di abusi sessuali a danno di donne, religiose e laiche, viene ora presentato al Bari International Film and Tv Festival 2026 il prossimo 26 marzo alle 21 al Multicinema Galleria del capoluogo pugliese.

    Una prima italiana molto attesa perché il film, già presentato negli Stati Uniti, in Canada e in Grecia, oltre che in Slovenia, denuncia l’omertà e la sistematica copertura degli abusi sessuali da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Un silenzio che arriva fino in Vaticano.

    NUNS vs. THE VATICAN racconta la storia di Gloria, un’ex suora che osa sfidare il Vaticano. Portando alla luce verità che la Chiesa avrebbe voluto seppellire, innesca una battaglia che nessuna suora avrebbe mai dovuto combattere, scuotendo l’istituzione dalle sue fondamenta.

    Dopo 30 anni di silenzio, Gloria, ex suora, denuncia pubblicamente il suo abusatore: Marko Rupnik, sacerdote e artista di fama con stretti legami con il Vaticano. Quando la sua lettera viene ignorata, Gloria si rifiuta di restare in silenzio. Ritrovando la consorella ex suora Mirjam, portano la loro storia alla stampa, rivelando l’incredibile portata degli abusi di Rupnik e il decennale insabbiamento della Chiesa, attirando immediata attenzione internazionale.

    Il coraggio di Gloria innesca un movimento. Quasi trenta ex suore trovano il coraggio di parlare, spingendo Papa Francesco ad abolire la prescrizione e ad aprire un processo ecclesiastico contro Rupnik. La sua battaglia scatena un confronto globale, svelando profonde corruzioni e ispirando donne ovunque a rompere il silenzio.

    Incontriamo nel documentario persone che si battono per chiedere conto alla Chiesa di questa e altre vicende. Tra queste le giornaliste Lucetta Scaraffia e Federica Tourn, conduttrice della trasmissione Rai “Protestantesimo”, impegnata nel documentario a cercare le varie testimonianze sulla vicenda Rupnik; e l’attivista americana Barbara Dorris, che si batte per veder riconosciuta giustizia alle vittime. Con una gerarchia ecclesiastica incentrata sugli uomini, le donne hanno a malapena voce in capitolo nella definizione delle politiche. Dorris lamenta il fatto che la Chiesa abbia costantemente inquadrato gli abusi come una questione omosessuale, al punto da far sparire dalla narrazione le donne vittime. Questo toccante documentario getta una luce intensa su oscuri segreti. 

    Luciano e Filippo Piscopo sono una delle coppie più influenti e riconosciute nel panorama internazionale del documentario contemporaneo. Entrambi italiani e americani, vivono e lavorano tra l’Italia e gli Stati Uniti, dividendosi tra New York e l’Europa. Insieme, Lorena e Filippo hanno realizzato film che non solo affrontano temi di giustizia sociale e diritti umani con una voce unica e potente, ma che hanno anche raggiunto un pubblico globale, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica. La loro collaborazione creativa unisce visione artistica, rigore etico e impatto cinematografico, consolidandoli come figure di riferimento nel cinema documentario contemporaneo.

    Lorena Luciano, regista e montatrice, ha studiato Giurisprudenza all’Università di Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti per seguire la sua vocazione cinematografica. Il suo stile è caratterizzato da un cinema di verità che fonde osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio per raccontare storie umane profonde e urgenti. Il suo lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: il documentario su Dario Fo è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia; It Will Be Chaos, prodotto da HBO, le ha valso un Premio Emmy®, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; Coal Rush ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    Luciano è stata inoltre selezionata per prestigiose fellowship e programmi internazionali, tra cui il Sundance Institute, IDFA, la MacArthur Foundation, l’International Documentary Association, lo Sheffield Film Festival, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e il New York State Council on the Arts, confermando la sua reputazione come una delle voci più autorevoli e influenti del documentario contemporaneo.

    Filippo Piscopo è un filmmaker, produttore e direttore della fotografia di grande rilievo. Anche lui con una formazione giuridica e una profonda passione per le immagini, ha cofondato con Lorena la casa di produzione Film2 Productions. Piscopo porta ai progetti una combinazione rara di sensibilità narrativa e rigore visivo, guadagnandosi riconoscimenti a livello mondiale. Di recente, e stato direttore della fotografia del cortometraggio The ABCs of Book Banning (Paramount+), candidato all’Oscar® 2024, e il suo lavoro è stato presentato in festival come la Mostra del Cinema di Venezia, l’AFI Docs, IDFA Forum, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e molti altri.

    Titolo originale: NUNS vs. THE VATICAN
    Regia: Lorena Luciano
    Produzione: FILM2 Productions in Association with MIGHTY Entertainment
    Produttrice Esecutiva: Mariska Hargitay
    Produttore / Direttore della fotografia: Filippo Piscopo
    Genere: Documentario
    Anno: 2025
    Durata: 93 minuti
    Lingua: italiano, inglese, sloveno (sottotitoli inglesi disponibili)
    Formato: DCP / digitale
    Paese di produzione: USA / Italia

    Première e riconoscimenti principali:

    • TIFF – Toronto International Film Festival (World premiere, Settembre 2025)
    • NY DOC NYC – Subject Matter Award (US premiere, Novembre 2025)
    • Hamptons Doc Fest – Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025)
    • Thessaloniki Doc Film Festival – (EU Premiere – 8 Marzo 2026)
    • Ljubljana Doc Film Festival – (Competition – 13 marzo 2026)
    • Bari Film Festival – (Prima Italiana – 26 marzo 2026)

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

  • Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    di Mattia Ronsisvalle – Il recente rapporto dello Stato del Rhode Island ha portato alla luce decenni di violenze sistematiche e una radicata cultura dell’insabbiamento all’interno della Chiesa locale. Documentando accuse contro 75 sacerdoti e identificando circa 300 vittime dal 1950 a oggi, il Procuratore Generale Peter Neronha ha delineato un quadro di gravi negligenze istituzionali. Il documento, frutto di un’analisi capillare su 250mila pagine di archivi diocesani e 150 interviste dirette, evidenzia come le omissioni non siano state episodi isolati, ma parte di una gestione strutturata del problema.

    L’indagine

    Secondo quanto emerso dall’indagine, la Diocesi di Providence ha evitato per lungo tempo il coinvolgimento delle autorità civili, preferendo gestire le accuse internamente attraverso il trasferimento dei chierici tra le diverse parrocchie. Questa pratica ha permesso a trenta sacerdoti di essere ricollocati almeno cinque volte ciascuno, consentendo loro di proseguire il ministero nonostante la gravità delle segnalazioni a loro carico. Neronha ha denunciato duramente questa condotta, sottolineando che la rimozione immediata dei soggetti coinvolti avrebbe risparmiato sofferenze a moltissimi minori e che tale scelta non trova alcuna giustificazione logica o morale.

    Le vittime

    Il profilo delle vittime tracciato nel rapporto riguarda principalmente ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, molti dei quali impegnati come chierichetti o in altre mansioni parrocchiali.

    Sebbene il picco delle violenze si collochi negli anni Settanta, il peso del silenzio istituzionale ha fatto sì che trascorressero mediamente 26 anni tra l’abuso e la denuncia formale da parte dei querelanti. Questa lunga latenza temporale testimonia come l’assenza di tutele abbia scoraggiato per decenni la ricerca di giustizia.

    Le segnalazioni

    Nonostante il riconoscimento dei gravi errori commessi in passato, la Diocesi ha voluto rimarcare l’efficacia delle nuove politiche di protezione introdotte negli ultimi anni. Il cambiamento di rotta è confermato dai dati statistici: se tra il 1990 e il 1999 solo 5 denunce su 65 furono trasmesse alla polizia, nel decennio 2010-2019 le segnalazioni inoltrate alle autorità sono state 47 su un totale di 55. Il nuovo memorandum d’intesa propone ora riforme ancora più incisive, come l’estensione dei termini di prescrizione, l’istituzione di fondi per il risarcimento delle vittime e l’introduzione di obblighi legali stringenti per il clero in materia di segnalazione di reati.

    https://www.leggo.it/esteri/news/05_marzo_2026_minorenni_stupri_sacerdoti_rapporto_300_pagine_rhode_island-9398128.html

  • Belgio: abusi nella Chiesa, versati nove milioni di euro alle vittime. Mons. Terlinden (Bruxelles), “abbiamo fallito in passato ma oggi è tolleranza zero”

    Belgio: abusi nella Chiesa, versati nove milioni di euro alle vittime. Mons. Terlinden (Bruxelles), “abbiamo fallito in passato ma oggi è tolleranza zero”

    La Chiesa cattolica in Belgio ha finora versato nove milioni di euro alle vittime (dati aggiornati alla fine di febbraio 2026). Ad oggi, sono state registrate quasi 1.600 segnalazioni. Di queste 972 vittime sono state riconosciute e risarcite. L’importo del risarcimento è stato allineato alla prassi dei Tribunali, stabilendo così anche una parità di trattamento tra reati prescritti e non prescritti. L’obiettivo per la Chiesa – si legge in un comunicato diffuso ieri sera dalla Conferenza episcopale belga – “era garantire che le vittime di reati prescritti potessero essere ascoltate, riconosciute e, se lo desideravano, ricevere un risarcimento economico”.

    Oggi, il canale Canvas trasmetterà “Brief aan de paus” (Lettera al Papa), sequel della serie “Godvergeten” (Dio dimenticato). L’arcivescovo di Malines-Bruxelles Luc Terlinden ha collaborato a questo documentario in qualità di portavoce ufficiale per gli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica belga. “Ogni abuso è inaccettabile”, afferma l’arcivescovo. “E la Chiesa ha fallito in passato per quanto riguarda gli abusi sessuali al suo interno. L’ho già detto e lo ripeterò”, nel programma tv. “La Chiesa avrebbe dovuto difendere le vittime senza esitazione o riserve e combattere ogni abuso con ogni mezzo possibile.

    Ma purtroppo, non è stato così a sufficienza, a causa della mancanza di fede, della sottovalutazione del problema o per preservare la propria buona reputazione. In diverse occasioni, i nostri vescovi si sono scusati per questo. Hanno riconosciuto la sofferenza per tutta la vita sopportata dalle vittime e hanno espresso la loro sincera compassione. Continueremo a farlo e ad assumerci le nostre responsabilità”. La Conferenza episcopale ricorda che in seguito alla trasmissione della serie Godvergeten (Dimenticati), sono state istituite nuove commissioni parlamentari. Una delle principali raccomandazioni formulate nei loro rapporti finali (2024) è l’attuazione di un quadro giuridico generale per tutte le vittime di abusi sessuali. Il vescovo Terlinden: “La Chiesa cattolica sostiene pienamente questa proposta e lo abbiamo già ribadito al governo in diverse occasioni. La Chiesa chiede parità di trattamento per tutte le vittime di abusi sessuali”. Di questo, il vescovo parlerà domani, mercoledì 4 marzo, con il Ministro Verlinden, alla presenza delle vittime.

    Sulla base di numerose interviste condotte con le vittime e riconoscendo il loro urgente bisogno di assistenza psicologica, la Chiesa ha deciso di offrire un aiuto aggiuntivo di 3.000 euro a ciascuna vittima riconosciuta dalla Chiesa per reati in prescrizione, per rendere l’assistenza psicoterapeutica più accessibile. Dal suo annuncio nell’ottobre 2025, oltre 550 vittime hanno richiesto e ricevuto questo aiuto. La Chiesa belga assiucra che “la tolleranza zero per gli abusi è la norma”. “Gli episodi recenti o gravi che si verificano oggi vengono trattati con fermezza e sono soggetti a segnalazione obbligatoria. La Procura della Repubblica viene informata, il presunto autore viene sospeso e vengono adottate ulteriori misure preventive. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede a Roma viene sistematicamente informato e viene avviata un’indagine canonica”.

  • Un controverso sacerdote del Canton Vaud sarà processato per abusi su minori.

    Un controverso sacerdote del Canton Vaud sarà processato per abusi su minori.

    Un sacerdote della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo sarà processato per “atti sessuali con minori”.
    Il procuratore generale del Cantone di Vaud si è occupato personalmente del caso dopo una denuncia del 2024, quando il religioso era di stanza in una parrocchia del cantone.
    Il sacerdote era già stato oggetto di segnalazioni e controversie in precedenza in Svizzera e in Francia, di cui la diocesi era a conoscenza.

    Un caso di sospetto abuso sessuale su minori rischia di diventare esplosivo per la Chiesa cattolica. La Procura della Repubblica sta rinviando a giudizio un sacerdote attivo da anni nelle diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo . L’imputato sarà processato per atti sessuali con minori, probabilmente entro la fine dell’anno, e al momento rimane presunto innocente.

    Questa decisione era attesa dal 2024, quando il quotidiano “24 heures” e altri media avevano riportato la notizia. Il padre di una minorenne aveva sporto denuncia contro il sacerdote per abusi sessuali sulla figlia . Il sacerdote era attivo da diversi anni in una parrocchia del Canton Vaud, dove la diocesi lo aveva nominato, nonostante un passato travagliato, abbastanza noto da essere stato oggetto di diversi articoli di stampa nel corso degli anni.

    Un percorso noto alla Diocesi
    A seguito di questa denuncia alla polizia, le prove sono state ritenute sufficienti per aprire un’indagine, di cui si è occupato personalmente il Procuratore Generale Éric Kaltenrieder. Il portavoce della Procura, Vincent Derouand, ne spiega le ragioni: “Sono il contesto del caso, la natura dei presunti reati, nonché la professione dell’imputato, a pochi mesi dall’annuncio di un’indagine canonica avviata dal Vaticano a seguito di accuse di abusi sessuali all’interno della Chiesa, in particolare nella Svizzera romanda, a motivare la sua decisione”.

    La Procura della Repubblica afferma che l’imputato non è mai stato condannato penalmente in Svizzera. Tuttavia, il suo passato all’interno della Chiesa non è sfuggito. Quando la denuncia penale fu presentata nel 2024, la stampa aveva già riferito che questo sacerdote era stato segnalato dalla diocesi nel 2019, a seguito di sospetti sollevati da un altro membro del clero.

    Senza che il sacerdote in questione fosse pubblicamente nominato, questo caso suscitò polemiche nel 2020. Il vescovo Charles Morerod lo spiegò più volte, specificando che, a sua conoscenza, i sospetti riguardavano comportamenti inappropriati nei confronti di un adulto, non di un minore, e che l’indagine della polizia era stata chiusa senza ulteriori azioni.

    Nello stesso periodo, un altro evento fece notizia. Lo stesso sacerdote apparve in un libro pubblicato da giornalisti francesi sulle “terapie di conversione”. Secondo questa inchiesta, il sacerdote, che si era temporaneamente trasferito in Francia, era attivo in un gruppo che promuoveva la castità per gli omosessuali. Dopo il suo ritorno in Svizzera, la diocesi fu interrogata dalla stampa e prese le distanze da queste pratiche: “Definire l’omosessualità una malattia è assurdo e non lo tolleriamo”.

    Ma non è tutto. In un libro di interviste pubblicato nella Svizzera romanda nel 2024 – prima della denuncia – Charles Morerod viene interrogato sui precedenti di questo sacerdote, e in particolare su un terzo episodio, precedente a queste due controversie. Sospettato di aver fatto avances inappropriate a due adolescenti nel Canton Vaud, il sacerdote era stato segnalato alla polizia dalla diocesi e il suo ministero era stato limitato.

    Nominato da Charles Morerod
    In questa intervista, Charles Morerod ha spiegato che il sacerdote era sottoposto a monitoraggio specializzato, ma che l’indagine preliminare della polizia non ha potuto rivelare altro se non che era “estremamente sensibile”. Per questo motivo, su sua richiesta, al sacerdote è stato permesso di partire per la Francia. “Non faceva nulla e si deperiva”, ha raccontato Charles Morerod. Riguardo alle restrizioni imposte al sacerdote, ha aggiunto: “Ce n’erano alcune, ma non ce ne sono più, perché non è stato identificato alcun problema”.

    In seguito a queste controversie e segnalazioni, non passò molto tempo prima che questo sacerdote venisse nominato parroco nel Canton Vaud. In un post sui social media, ora cancellato, la parrocchia aveva dichiarato di aver assunto l’incarico su richiesta del vescovo. I post degli ultimi anni lo mostrano ancora mentre celebra la Messa circondato dai bambini.

    Oggi, questa nomina solleva più interrogativi che mai. Interrogato sull’annuncio di un simile processo contro un sacerdote della diocesi, Charles Morerod ha dichiarato: “Confidiamo che la giustizia stabilisca i fatti e li giudichi. Per il momento, non posso commentare, ma se i fatti saranno provati, tali azioni saranno ovviamente tragiche”.

    Nonostante tutto, il vescovo non mette ancora in discussione l’assegnazione di questo sacerdote a una parrocchia, e non – per lo meno – a un ruolo meno importante: “Al momento di questa nomina, la segnalazione alla polizia (ndr: quella del 2019) era stata archiviata. È stato nominato perché non possiamo privare qualcuno del suo incarico, né sanzionarlo sulla base di sospetti non provati. Questo principio vale per tutti”. Interrogato sull’esistenza di altre segnalazioni o segnali d’allarme, il vescovo ora si rifiuta di commentare mentre l’indagine è in corso.

    Una prova rara per il Canton Vaud
    Secondo diverse fonti, il sacerdote non è stato visto nella sua ex parrocchia. È stato rimosso dal suo ministero nell’estate del 2024, quando la diocesi è stata informata della denuncia penale. Il vescovo Morerod conferma che la situazione rimane la stessa. “Non gli sono stati assegnati altri incarichi, sebbene la Chiesa debba continuare a fornirgli un sostentamento, essendo presunto innocente”.

    Secondo lui, l’imputato non sarebbe in grado di trovare impiego in altre parrocchie o istituzioni cattoliche. “Prima di assumerlo, un’altra diocesi dovrebbe informarci e commetterebbe un errore se non lo facesse”. Tuttavia, la Chiesa attende la decisione dei tribunali prima di avviare un’indagine canonica o di denunciare la questione al Vaticano.

    Il sacerdote sarà processato per reati punibili con la reclusione fino a cinque anni ai sensi dell’articolo 187 del Codice Penale, che si applica a chiunque commetta un atto sessuale su un minore di 16 anni, lo induca a commettere tale atto o lo coinvolga in un atto sessuale. Tuttavia, il caso è stato deferito a un Tribunale di Polizia, che in genere si occupa di casi in cui la pena non supera un anno. Si tratta di una pena relativamente bassa per un caso di atti sessuali con minori. Roberto pellizzari

    https://www.24heures.ch/diocese-un-pretre-vaudois-sera-juge-pour-abus-sur-mineure-912422698997