Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: interviste

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 20 del 20 gennaio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 20 del 20 gennaio

    • Francesco Zanardi – Addio Simonetta: una leonessa contro le mafie

    Se ne è andata Simonetta Castiglion, fondatrice e Vice Presidente della “Casa della Legalità”, da cui nel 2013 prese vita la Rete L’ABUSO.

    Nella sua vita a Genova Simonetta, ha affrontato coraggiosamente senza compromessi mafie e illegalità, proprio come aveva fatto precedentemente a Vicenza, dove si batteva per i diritti dei lavoratori della sanità e perché questa fosse efficace e centrata su diritti e dignità dei pazienti.

    Lottava da decenni anche contro la Sclerosi Multipla, che la colpiva e lei si rialzava, più e più volte sino a quando, pur restando lucida, non è stata più in grado di muoversi. L’inabilità al lavoro e l’invalidità totale non l’hanno fermata dal continuare a sostenere le battaglie e le iniziative della Casa della Legalità. Seguiva le attività, continuando ad indignarsi per le ingiustizie che osservava e desiderando sempre contribuire al meglio.

    Purtroppo, il Covid che l’ha colpita a metà dicembre non le ha dato scampo.

    Se ne è andata serenamente, senza rimanere da sola nemmeno negli ultimi istanti, con dignità e senza accanimento, come ha sempre voluto. Vicino a lei il compagno di sempre Christian Abbondanza.

    Per ricordarla e salutarla si terrà una cerimonia laica sabato 20 gennaio, alle ore 12, presso il Tempio Laico del Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova.

    Zanardi – Segretario C.L.C


    • Pierelisa Rizzo – Rinvio tecnico per l’ex cappellano militare Salvatore Cunsolo

    Rinvio tecnico per sanare il vizio di notifica al secondo difensore nominato dall’imputato, così come rilevato dal difensore della parte civile. L’udienza preliminare, dopo la richiesta di rinvio a giudizio dalla Procura di Siracusa per violenza sessuale su minori per l’ex cappellano militare Salvatore Cunsolo, 67 anni, difeso dall’avvocato Antonino Lizio,  sarà fissata dopo quella del prossimo 30 gennaio. Il Gip, Andrea Migneco dovrà sciogliere la riserva sulla richiesta di incidente probatorio avanzata dal Pm Stefano Priolo, a cui i legali del giovane che ha denunciato, Giovanni Di Giovanni del foto di Caltanissetta ed Eleanna Parasiliti Molica, del foro di Enna, non si sono opposti.  Il religioso era stato già sospeso  la scorsa estate dal vescovo di Piana degli Albanesi, dove il cappellano era incardinato. Le indagini erano scaturite dalla denuncia di un giovane di Francofonte, Giovanni Castiglia, oggi maggiorenne, che ha raccontato alla squadra mobile di Siracusa le violenze subite dall’età di nove anni fino ai 18 anni. Il giovane prima di rivolgersi alla polizia aveva denunciato i fatti al Vescovo di Siracusa, Francesco Lo Manto che non solo aveva avviato il processo canonico ,  ma aveva personalmente accompagnato il ragazzo, oggi ventenne, a denunciare.  Cunsolo, all’epoca dei fatti era sacerdote della chiesa Madre di Francofonte. “Martedì, prossimo 16 gennaio,  è una giornata importante per me – aveva scritto il giovane qualche giorno fa sul suo profilo facebook  – Il gip deciderà se rinviare a giudizio o meno don Salvatore Cunsolo , il cappellano che per anni ha abusato di me. La prima volta avevo solo 9 anni successe nell’abitazione di casa sua.

    Oggi sono un giovane di 23 anni che ha deciso di metterci la faccia per provare a tenere a bada gli  incubi che questo uomo ha causato al mio equilibrio esistenziale. Comunque vada io ho il cuore sereno, sereno di avere fatto la cosa giusta per proteggere anche i tanti che in questa come in altre storie come la mia hanno taciuto ed a cui dico di denunciare. Non abbiate paura!”.


    • Federica Tourn – Vescovo argentino scelto da papa Francesco si dimette per accuse di abusi sessuali

    Nuovo scandalo legato ad abusi sessuali in Argentina. Papa Francesco ha accettato la rinuncia di monsignor Gustavo Larrazabal dall’incarico di vescovo di Mar de la Plata, che avrebbe dovuto assumere il prossimo 20 gennaio. È il secondo vescovo in pochi mesi che si dimette dall’incarico senza prima assumerlo e, al suo posto, il Papa ha nominato non un nuovo vescovo ma un amministratore apostolico.

    La vicenda sta creando imbarazzo in Vaticano, perché il pontefice, che ha più volte preso posizioni nettissime contro gli abusi sessuali, ha difeso fino alla fine la nomina di Larrazabal.

    Monsignor Larrazabal si è dimesso dopo che è infuriata una polemica legata ad accuse di abusi sessuali da parte di una donna nei suoi confronti, nonostante il Vaticano avesse bollato in un comunicato queste accuse come “prive di fondamento” e il prelato avesse ottenuto il massimo sostegno della nunziatura apostolica in Argentina.

    Il Vaticano non ha commentato la rinuncia di monsignor Larrazabal, mentre lo stesso nunzio (cioè l’ambasciatore vaticano in Argentina) ha fatto una vera e propria retromarcia emettendo una dichiarazione per la stampa in cui afferma che “al termine di un processo di discernimento e preghiera realizzato con molta coscienza monsignor Larrazabal è giunto alla conclusione che non è opportuno assumere il governo pastorale della diocesi di Mar de la Plata e ha presentato la sua rinuncia a papa Francesco che, con molta comprensione, l’ha accettata”.

    Nonostante ciò, lo scandalo era ormai troppo evidente e Larrazabal, a cui Francesco ha rinnovato la piena fiducia appena pochi giorni fa, ha fatto un passo indietro. Gli abusi sarebbero avvenuti tra il 2007 ed il 2013, ma con maggiore intensità tra il 2008 ed il 2009. La donna, una cinquantaseienne che ha rifiutato di parlare con la stampa, ha già da tempo presentato formale denuncia alle autorità religiose argentine, e avrebbe dichiarato che la situazione è ben nota negli ambienti cattolici di Mar de la Plata.

    Non è la prima volta che un nuovo vescovo scelto direttamente da Francesco si trova al centro di uno scandalo prima ancora di assumere il governo della sede assegnatagli. Questo accade con maggiore frequenza che in passato perché, per prassi, era la Congregazione per i Vescovi che proponeva al Papa terne di nomi dopo una fase di indagine in cui si scandagliavano pro e contro di ogni possibile nomina.

    Negli ultimi anni, invece, Francesco ha declassato la Congregazione a dicastero e decide nella massima autonomia i nomi dei nuovi vescovi.

    Fonte: Fanpage


    • Ludovica Eugenio – IN RITARDO LE CONCLUSIONI DELL’INDAGINE PRELIMINARE SUI VESCOVI SVIZZERI ACCUSATI DI INSABBIAMENTI

    L’indagine preliminare contro due vescovi svizzeri mons. Charles Morerod e mons. Jean-Marie Lovey, accusati di aver insabbiato casi di abusi, nonché contro l’abate dimissionario di Saint-Maurice, p. Jean Scarcella, accusato di molestie sessuali) avrebbe dovuto concludersi entro il 31 dicembre 2023, ma è in ritardo. Lo ha confermato la diocesi di Coira in un comunicato richiesto e ottenuto l’11 gennaio dal portale elvetico di informazione religiosa kath.ch. Il rapporto finale dell’inchiesta è atteso a Roma nelle prossime settimane, ma non è affatto chiaro se esso sarà pubblicato e se l’opinione pubblica conoscerà i risultati delle indagini vaticane; secondo quanto afferma il comunicato diocesano, la Chiesa locale non prevede di informare il pubblico.

    Questi i fatti: alla fine di giugno 2023, papa Francesco aveva incaricato il vescovo di Coira mons. Joseph Maria Bonnemain di condurre un’indagine preliminare canonica contro tre membri della Conferenza episcopale svizzera. Dopo che era trapelata sulla stampa una lettera riservata inviata al nunzio apostolico da un personaggio di rilievo della Chiesa svizzera, mons. Nicolas Betticher. La lettera accusava fondatamente di insabbiamento sei vescovi (quattro ancora in esercizio e due emeriti), provocando l’intervento del Vaticano che ha avviato un’inchiesta previa, affidata al vescovo di Coira, già alla guida in passato di indagini e procedimenti penali analoghi. La lettera andava ad aggiungersi ai risultati dello studio preliminare sugli abusi del clero, commissionato a un gruppo di quattro ricercatori dell’Università di Zurigo e pubblicati il 12 settembre, che rivelavano l’esistenza di 1.002 casi, 510 accusati e 921 vittime. Lo studio accusava un settimo vescovo, ormai deceduto, lo stimato mons. Ivo Fürer di San Gallo, di aver ignorato sistematicamente le denunce di pedofilia contro un suo prete, denunce credibili e supportate da testimonianze.

    Nella lettera riservata, Betticher tirava in causa il vescovo di Losanna, Friburgo e Ginevra Charles Morerod (per insabbiamento) e tre preti della diocesi, accusati di abusi sessuali; altri cinque vescovi per aver coperto o rallentato l’iter delle denunce: in particolare mons. Jean-Marie Lovey di Sion.

    Nel comunicato della diocesi di Coira si informa, ora, che l’istruttoria non è ancora stata completata: e che mons. Bonnemain, insieme ai due esperti esterni con cui ha collaborato, vuole approfondire ancora qualche questione e preparare la relazione per il dicastero per i vescovi e poi inviarla a Roma. Con la trasmissione del rapporto d’indagine preliminare «si completa il mandato del Dicastero al vescovo, e non è detto «che la diocesi di Coira sarà informata della decisione».


    • Alessio Di Florio – «Purtroppo Emanuela è stata il tassello di un puzzle in un sistema di ricatti molto ampio»

    «Più saremo e più forte sarà il messaggio a chi vuole continuare ad occultare la verità» ha scritto Pietro Orlandi nell’appello per la manifestazione “Verità e Giustizia per Emanuela” tenutasi il 13 gennaio scorso.

    Un appello alla partecipazione, ad essere in tantissimi per « dare una risposta forte al silenzio che da dopo l’estate sta avvolgendo questa storia. Stanno cercando di far dimenticare, di abbassare l’attenzione e per questo serve una forte presenza alla manifestazione. Devono capire tutti, Vaticano, procura, politica, media, che la sete di giustizia non si può silenziare».

    L’altissima partecipazione, la piazza piena, sono la prima forte risposta a chi vuole silenziare, far dimenticare, impedire oltre quarant’anni dopo che sul rapimento di Emanuela Orlandi cali una definitiva e totale omertà, sull’ampio sistema di ricatti di cui è stato il tassello di un puzzle, come Pietro Orlandi ha scritto nei giorni scorsi su facebook in risposta ad un commento sotto il post in cui ha pubblicato una delle interviste rilasciate nei giorni precedenti la manifestazione.

    Omertà che continua a far rima con depistaggi, verità di comodo, confusione strumentalizzando e falsificando fatti, atti e parole. Un gioco sporco, come lo ha definito il curatore di Notte Criminale Alessandro Ambrosini che nel dicembre 2022 pubblicò l’audio “Vatican Shock”, dopo quanto fu scatenato contro Pietro Orlandi nelle ore successive ad una dichiarazione nella trasmissione televisiva DiMartedì.

    E anche nelle ore successive la manifestazione del 13 gennaio scorso ci sono state sue dichiarazioni che sono finite sui giornali in una maniera fin troppo imprecisa.

    «Leggo molti articoli stamattina in riferimento alla questione di Santa Maria maggiore secondo i quali la mia ipotesi è che i resti di Emanuela si troverebbero a Santa Maria a maggiore. io non ho mai detto di resti di Emanuela a Santa Maria maggiore , ho parlato di una cassa che potrebbe contenere materiale relativo ad Emanuela ( documenti, prove ) che sarebbe stata portata a Santa Maria maggiore secondo alcuni testimoni dei quali sollecito la convocazione da parte del promotore Diddi» (Pietro Orlandi, post su facebook del 14 gennaio alle ore 12.14)

    «In relazione a un coinvolgimento della Basilica di Santa Maria Maggiore con il rapimento di Emanuela Orlandi e al fatto che presso tale Basilica vi sia stato un intervento del Ministero dei beni culturali mentre era ministro Franceschini, che l’avrebbe autorizzato, presumibilmente negli anni 2013-2014, la famiglia Orlandi precisa che nessuna responsabilità è stata imputata in capo al ministro stesso, ma chiede che venga verificata quanto prima questa circostanza, così come rappresentato agli inquirenti. Oggi Emanuela Orlandi compie cinquantasei anni. L’auspicio della famiglia è quello della massima collaborazione, nell’interesse della verità, attesa da più di quaranta anni». Avv. Laura Sgrò

    (post facebook di Pietro Orlandi pubblicato il 14 gennaio alle ore 12.31)

    «Il Vaticano questa Commissione bicamerale non la vuole perché non la può controllare – ha affermato Pietro Orlandi durante la manifestazione – sappiate che Emanuela è un piccolo tassello di un sistema di ricatto, io sono a disposizione e spero di essere convocato quanto prima».

    Nel suo intervento il fratello di Emanuela ha fatto riferimento a messaggi whatsapp che nel 2014 si sono scambiati alti funzionari vaticani, all’epoca vicini a Bergoglio e riportati nel memoriale redatto dallo stesso Pietro Orlandi con l’avvocato Laura Sgrò.

    https://www.wordnews.it/purtroppo-emanuela-e-stata-il-tassello-di-un-puzzle-in-un-sistema-di-ricatti-molto-ampio

  • La risposta istituzionale della Chiesa cattolica neozelandese agli abusi sessuali clericali e religiosi: un’analisi critica

    La risposta istituzionale della Chiesa cattolica neozelandese agli abusi sessuali clericali e religiosi: un’analisi critica

    Christopher Longhurst – 14 dicembre 2023 – Nel ministero di guarigione della chiesa contemporanea, il risarcimento per gli abusi sessuali da parte di clero e religiosi nella Chiesa cattolica di Aotearoa Nuova Zelanda/Te Hāhi Katorika ki Aotearoa viene fornito alle vittime e ai sopravvissuti attraverso l’applicazione di un protocollo intitolato Te Houhanga Rongo: un percorso di guarigione (APTH). [1] Quanto segue esamina criticamente l’efficacia e la credibilità dell’APTH alla luce delle testimonianze di vittime e sopravvissuti, gruppi di difesa, esperti, avvocati e la Commissione reale neozelandese di inchiesta sugli abusi storici nella cura dello stato e nella cura della fede. istituzioni (la Commissione). Lo scopo generale di questo documento è quello di discernere se la Chiesa cattolica neozelandese (la Chiesa), attraverso il suo Ufficio nazionale per gli standard professionali (NOPS) istituito per coordinare le risposte ai reclami ai sensi dell’APTH, [2] è un’operazione efficace e credibile.

    Dopo aver individuato i criteri essenziali dell’APTH, una valutazione critica accerta l’efficacia con cui i leader della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda hanno affrontato le denunce di abusi sessuali e cattiva condotta perpetrati dal clero e dai religiosi cattolici. La valutazione è supportata dalla documentazione delle vittime e dei sopravvissuti in tutta la Nuova Zelanda, comprese le testimonianze dirette dei sopravvissuti e i risultati riportati nel rapporto provvisorio della Commissione sui risarcimenti, He Purapura Ora, he Māra Tipu, From Redress to Puretumu Torowhānui (FRPT) pubblicato nel dicembre 2021. Vengono evidenziate le sfide affrontate dalle vittime e dai sopravvissuti quando cercano riparazione da parte delle autorità ecclesiastiche.

    Viene seguita una prospettiva incentrata sulle vittime e sui sopravvissuti, concentrandosi sulle testimonianze principalmente delle vittime e dei sopravvissuti perché sono loro i principali beneficiari del risarcimento. Il modo in cui si sono comportati con l’APTH deve essere lo standard per giudicare l’efficacia del programma. Le conclusioni raggiunte determineranno se i leader della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda hanno adempiuto con successo e stanno adempiendo ai loro obblighi fondamentali previsti dal loro sistema di ricorso nazionale.

    Lo scopo di questa analisi critica risiede nell’affermazione fatta dai leader della Chiesa riguardo al loro documento di riparazione: “Lo consideriamo come un documento pubblico che stabilisce criteri pubblici in base ai quali la comunità può giudicare la determinazione dei leader della Chiesa nell’affrontare i problemi in modo equo e compassionevole. .” [3] È giunto il momento di giudicare tale decisione.

    Criteri APTH fondamentali

    L’APTH informa il piano di risarcimento della Chiesa cattolica locale stabilendo i principi e le procedure per gestire le denunce di abusi sessuali e illeciti contro clero e religiosi nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda. I leader della Chiesa in Nuova Zelanda hanno dichiarato che l’APTH è “credibile solo nella misura in cui le sue disposizioni vengono messe in atto e si ritiene che affrontino la questione degli abusi sessuali nella Chiesa in modo efficace e con vera compassione”. [4] Pertanto, è importante valutare come l’applicazione ordinaria dell’APTH si è comportata rispetto ai suoi stessi criteri.

    Poiché l’APTH ha affermato fin dall’inizio di essere “un documento pubblico che stabilisce criteri pubblici in base ai quali la comunità può giudicare la determinazione dei leader della chiesa nell’affrontare i problemi in modo equo e compassionevole”, [5] le sue attività devono essere soggette al controllo pubblico. Tali attività devono essere aperte e trasparenti per il pubblico. Il ruolo della trasparenza in qualsiasi organizzazione ben funzionante è ovvio. Normalmente deve essere possibile per il pubblico sapere cosa fanno i leader dell’organizzazione quando svolgono i loro ruoli.

    APTH ha subito due importanti revisioni sin dal suo inizio. I leader della Chiesa affermano di aver adottato la versione del 2007 nel 1993. [6] Tuttavia, non ci sono prove che le diocesi cattoliche o gli istituti religiosi in tutta la Nuova Zelanda abbiano concordato collettivamente una politica nazionale prima del 1998. [7] La ​​versione di lunga data dell’APTH in base alla quale la maggior parte dei ricorrenti fino ad oggi ha sperimentato un risarcimento nell’edizione del 2007, con modifiche nel 2010. Se non diversamente specificato, i riferimenti all’APTH in questo documento citano la versione del 2007 perché è stato in base a quella versione e alla sua applicazione che la maggior parte dei sopravvissuti è stata sottoposta al processo APTH. Questa edizione è stata rivista nel febbraio 2020. Tuttavia, l’ultima versione non ha modificato l’effetto o l’impatto sulle vittime e sui sopravvissuti riguardo agli esiti delle loro denunce. [8]

    L’APTH ha affermato di fornire “un quadro di riferimento di base per gestire le denunce di abusi sessuali”. [9] Si affermava che “tutti i membri della Chiesa dovrebbero essere a conoscenza di questo documento e della disponibilità di un’assistenza rapida ed efficace per gestire qualsiasi denuncia di abuso sessuale”. [10] Presumibilmente, una parte centrale di qualsiasi processo di guarigione sarebbe l’attuazione piena e incondizionata dei principi e delle procedure stabiliti nel rispettivo protocollo di risarcimento in modo che le vittime e i sopravvissuti possano beneficiare di tale risarcimento.

    La prefazione alla versione del 2007 dell’APTH afferma, a nome dei vescovi cattolici e dei leader della Congregazione, che “è nostra sincera speranza che i processi delineati in Te Houhanga Rongo – Un percorso di guarigione consentiranno risposte rapide e compassionevoli alle accuse di abuso sessuale. ” La prima parte afferma: “Una risposta compassionevole al denunciante deve essere la prima priorità in tutti i casi di abuso”. [11] Allo stesso modo, la versione del 2020 afferma: “È nostra sincera speranza che i processi delineati in Te Houhanga Rongo – Un percorso di guarigione consentiranno risposte compassionevoli alle accuse di abuso sessuale o cattiva condotta sessuale e aiuteranno la Chiesa a vivere in modo più autentico La cura di Gesù per i bambini e per tutte le persone”. [12] Il primo principio del documento è la fornitura di una risposta compassionevole: “PRINCIPIO 1: Prendersi cura delle persone: la nostra prima priorità è una risposta compassionevole a un denunciante”. [13]

    La prima sezione del documento del 2007 delineava i principi che costituiscono la base del risarcimento della Chiesa. Si afferma che “la risposta della Chiesa cattolica agli abusi sessuali da parte del clero e dei religiosi deve fondarsi sul riconoscimento del torto che è stato fatto a coloro che hanno subito gli abusi”. [14] In modo simile, la sezione 1.1 afferma che la risposta della Chiesa:

    […] devono essere consapevoli del danno che tale abuso provoca e del danno a lungo termine che può causare. Deve anche essere caratterizzato dalla compassione e dal riconoscimento che la comunità ecclesiale deve fare tutto il possibile per guarire il dolore e riparare il danno. [15]

    Questa affermazione è stata ribadita nella versione del 2020: “La nostra prima priorità è una risposta compassionevole a un denunciante in cui si presuppone abuso sessuale o cattiva condotta sessuale. I reclami contro chierici e religiosi saranno presi sul serio. Il querelante sarà ascoltato con simpatia e sensibilità”. [16] La sezione 4.4 ha ripetuto che “una risposta compassionevole al denunciante deve essere la prima priorità”. [17] Inoltre, APTH 2007 affermava che “le autorità ecclesiastiche garantiranno che alle vittime venga fornita l’assistenza richiesta dalla giustizia e dalla compassione”. [18] Ancora una volta, questi sentimenti trovano eco nella versione 2020. [19]

    La seconda parte dell’APTH 2007 riguardava le procedure per la gestione delle denunce di abusi sessuali. Affermava che tali procedure dovevano “essere attuate nel contesto della precedente sezione sui principi”. [20] Nel paragrafo conclusivo, l’APTH ha affermato che “il problema degli abusi sessuali non è un problema che appartiene semplicemente ai vescovi e ai leader delle congregazioni. È un problema che riguarda l’intera comunità ecclesiale e che deve essere affrontato in modo sensibile ed efficace”. [21] L’APTH ha inoltre affermato che i vescovi cattolici e i leader della congregazione

    accettare che la comunità si aspetta da noi un ruolo serio e continuo nel cercare di garantire che gli autori di reato siano ritenuti responsabili di ciò che hanno fatto, arrivino ad un vero apprezzamento del danno duraturo che hanno causato, cerchino un aiuto professionale per superare i loro problemi e facciano qualunque cosa sia in loro potere per fare ammenda. [22]

    Pertanto, le domande pertinenti sono ora aperte al pubblico sulla base delle testimonianze delle vittime e dei sopravvissuti che, come hanno ammesso i leader della chiesa, devono valutare l’efficacia dell’APTH e confermare se la guarigione è stata raggiunta. Come hanno affermato i leader della chiesa: “Se non agiamo secondo i principi di questo documento e non seguiamo procedure fondate su questi principi, secondo i nostri stessi criteri avremo fallito”. [23]

    Una domanda da porsi è se i principi e le procedure dell’APTH sono stati seguiti secondo i suoi criteri quando sono stati presentati i reclami. A una domanda così fondamentale si può rispondere sulla base delle testimonianze presentate dalle vittime e dai sopravvissuti alle udienze di risarcimento basate sulla fede della Commissione: fasi 1 e 2. [24]

    Le conclusioni tratte dai dati ricevuti dalla Commissione riflettono gli abusi fisici, sessuali ed emotivi perpetrati contro bambini, giovani e adulti vulnerabili nella Chiesa cattolica neozelandese. [25] Tuttavia, l’APTH si occupa solo di abuso sessuale, mentre la definizione di abuso della Commissione è più ampia di quella dell’APTH. Tuttavia, il campo di applicazione dell’APTH è compreso nel mandato della Commissione. Inoltre, la maggior parte dei casi di abuso nella Chiesa cattolica segnalati alla Commissione riguardano adulti che hanno subito abusi sessuali di età inferiore ai diciotto anni al momento dell’abuso. In altre parole, erano minorenni. Sono tutti i casi di abuso sessuale da parte del clero e dei religiosi della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda attestati nelle udienze di risarcimento della Commissione, Fasi 1 e 2, che sono rilevanti qui.

    Sulla base delle prove e dei criteri stessi dell’APTH, ci si aspetta ora che il pubblico giudichi se i leader della chiesa hanno affrontato la questione “con equità e compassione”, come avevano assicurato di fare. [26]

    Testimonianza di risarcimento di un sopravvissuto

    All’udienza della Commissione per il risarcimento basato sulla fede – Fase 2, le vittime, i sopravvissuti, le loro famiglie e i loro sostenitori hanno guardato e ascoltato con sgomento mentre i testimoni della chiesa e gli avvocati fornivano le loro prove. Lo sgomento derivava dal fatto che tali testimonianze contraddicevano palesemente le testimonianze delle vittime e dei sopravvissuti e dei portavoce delle loro reti di sostegno. L’assistente legale della Commissione ha sfidato i testimoni della chiesa a dimostrare che stavano rispettando i loro standard professionali. Durante le dichiarazioni conclusive, l’avvocato della Chiesa è stato intervenuto dal giudice Coral Shaw, presidente della Commissione, che ha contestato direttamente le affermazioni avanzate dall’avvocato della Chiesa secondo cui “spesso viene fornito il sostegno pastorale”. [27] Shaw ha letto direttamente la dichiarazione di chiusura della rete dei sopravvissuti agli abusi da parte dei preti (SNAP) ad Aotearoa in Nuova Zelanda per contrastare ciò che veniva detto. Lei disse:

    Penso che sia giusto sollevare un paio di questioni sollevate [dai sopravvissuti] per darvi l’opportunità di commentare a nome della chiesa. Proprio parlando di cura pastorale, la dichiarazione conclusiva della Rete dei sopravvissuti agli abusi da parte dei preti, è SNAP, che mette in dubbio se lo schema di risarcimento NOPS sia un processo di guarigione.
    Viene definito un termine improprio, i nostri membri hanno descritto A Path to Healing come un’inquisizione con la sensazione di essere loro ad essere messi sotto processo. La signora Noonan ha parlato con sicurezza dei sopravvissuti che li accompagnano – questa è la Chiesa cattolica – nei loro percorsi di guarigione individuali e il suggerimento è che una volta che la fiducia è stata persa a causa di abusi e ulteriori tradimenti, è sbagliato presumere che possa essere riconquistata così facilmente. …
    Poi alla fine ha detto che la signora Noonan ha affermato che ai sopravvissuti viene offerto supporto durante tutto il processo NOPS, nessuno se lo ricorda. “Dalle nostre aspettative, il processo NOPS non ha mai riguardato noi o la nostra guarigione, si è trattato di proteggere l’istituzione”. [28]

    Secondo testimonianze coerenti e unanimi delle vittime e dei sopravvissuti agli abusi, ad esempio, provenienti dalle reti di sopravvissuti presenti e da altre testimonianze di esperti del settore come Desmond Cahill e Peter Wilkinson della School of Global, Urban and Social Studies dell’Università RMIT, [ 29 ] tra gli altri, insieme alle testimonianze indipendenti dei sopravvissuti presentate nelle fasi 1 e 2 dell’udienza di risarcimento basata sulla fede, e al rapporto provvisorio della Commissione, la politica dell’APTH promossa dai vescovi cattolici e dai leader congregazionali della Nuova Zelanda ha manifestato il suo funzionamento come una sequenza di negazione, inganno, evasione, segretezza e insabbiamento. [30] Durante l’udienza della Commissione per un risarcimento basato sulla fede nel marzo 2021, i sopravvissuti hanno respinto le affermazioni avanzate dalla direttrice del NOPS Virginia Noonan secondo cui A Path to Healing della Chiesa cattolica era un processo giusto e compassionevole: “La nostra esperienza universale indica che il NOPS conduce un contraddittorio processo investigativo e che i sopravvissuti non hanno voce in capitolo su questo processo o sui suoi risultati che influenzano le nostre vite”. [31]

    La testimonianza di SNAP Aotearoa consegnata alla Commissione durante l’udienza di risarcimento basata sulla fede di Fase 2 menzionava come le vittime e i sopravvissuti avessero trovato poca o nessuna consolazione o giustizia nel portare avanti i loro casi attraverso il NOPS. [32] Affermava che i suoi membri erano stati nuovamente traumatizzati, nuovamente vittimizzati e isolati dal processo di riparazione della Chiesa. Come riportato nella dichiarazione di apertura dei sopravvissuti, i sopravvissuti hanno notato che non solo avevano subito abusi storici, ma molti li subivano ancora oggi a causa di “fattori come la segretezza, il silenzio, il ritardo, la negazione, la difesa, insieme a insegnamenti e pratiche dottrinali socialmente malsane”. , preservazione istituzionale e protezione del patrimonio al di là della missione e della moralità, delle strutture giuridiche e gerarchiche, della minimizzazione elitaria e, soprattutto, del clericalismo e del privilegio religioso”. [33] FRPT ha inoltre osservato che “molti sopravvissuti” che si sono rivolti alle organizzazioni in cui hanno subito abusi hanno trovato l’interazione “angosciante o traumatizzante”. [34]

    Nella sua tesi di dottorato, “‘Il Gremlin del silenzio’: esplorare le risposte istituzionali cattoliche, metodiste e presbiteriane della Nuova Zelanda alla violenza interpersonale”, Michelle Egan-Bitran ha scoperto che la cultura e l’attenzione istituzionale cattolica “non hanno dato priorità alle vittime, piuttosto ha spesso messo a tacere implicitamente ed esplicitamente le vittime e le discussioni sulla violenza interpersonale”. [35] Citando i risultati della Commissione del 2020 e del 2021, Egan-Bitran ha osservato come “l’indifferenza alla sofferenza delle vittime” da parte delle autorità ecclesiastiche fosse evidente nei resoconti dei sopravvissuti agli abusi. [36] Ha inoltre notato come questa indifferenza fosse contraria ai principi dell’insegnamento sociale cattolico delineati dalla NZCBC, in particolare, alla protezione preferenziale per i poveri e i vulnerabili: «La nostra tradizione cattolica ci insegna a mettere i bisogni dei poveri e dei vulnerabili prima vulnerabile. Lo richiede il bene della società nel suo insieme. È particolarmente importante considerare le decisioni di politica pubblica in termini di come influiscono sui poveri. [37]

    Il rapporto intermedio della Commissione ha concluso che, a seguito dell’assenza di un audit annuale del lavoro della NOPS, come richiesto dai suoi stessi standard professionali al fine di garantire la coerenza dell’approccio e l’aderenza ai principi dell’APTH, di conseguenza, “non ci sono informazioni sul fatto che il Il sistema della Chiesa, che è responsabile della risposta nazionale delle autorità della Chiesa cattolica alle denunce di abusi sessuali, funziona come previsto”. [38] L’avvocato Sonja Cooper, direttrice di Cooper Legal e assistente legale di diversi sopravvissuti associati ad abusi nella Chiesa cattolica neozelandese, ha spiegato come le vittime e i sopravvissuti hanno subito ulteriori danni per aver chiesto un risarcimento alla chiesa. [39] Secondo Cooper, le pratiche investigative del NOPS sono discutibili. Ad esempio, come riportato in FRPT, un investigatore del NOPS ha fatto quanto segue:

    Ho cercato i precedenti penali di un sopravvissuto, suggerendo un punto di partenza di incredulità;
    Informazioni divulgate in modo inappropriato ai familiari del sopravvissuto a scopo di conferma;
    Hanno rischiato di traumatizzare nuovamente un sopravvissuto perché le loro linee di indagine sono andate oltre ciò che era ragionevole e anche perché sono stati coinvolti più investigatori che cercano ulteriori interviste con il sopravvissuto . [40]

    Inoltre, Cooper ha riferito come il Complaints Assessment Committee (CAC), istituito per esaminare le denunce di abusi sessuali ricevute o trasmesse al NOPS, avrebbe dovuto raggiungere una conclusione sull’”equilibrio delle probabilità”. Tuttavia, in realtà ha applicato uno standard di prova penale, vale a dire “oltre ogni ragionevole dubbio”. [41] Allo stesso modo, i sopravvissuti hanno testimoniato che, invece di risolvere i reclami, il NOPS li ha regolarmente sciolti nel processo APTH utilizzando oneri della prova così elevati che non è stato possibile ottenere un risarcimento. Come riportato nella dichiarazione di chiusura di SNAP, “SNAP ha sperimentato che ciò ha portato ad applicare un onere della prova ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ ai reclami dei nostri membri [sic], piuttosto che al corretto standard di ‘equilibrio delle probabilità’, con conseguenze di giustizia viene ulteriormente negata”. [42] All’udienza di risarcimento basata sulla fede della Commissione, sono stati forniti diversi esempi di sopravvissuti disillusi che si sono pentiti di aver intrapreso la strada dell’APTH per chiedere un risarcimento. Un sopravvissuto ha paragonato l’APTH a “una rete da pesca che pesca a strascico in cerca di denunce prima che raggiungano i media e la polizia”. [43] Un altro sopravvissuto ha affermato che questo sistema di risarcimento era solo un esercizio di pubbliche relazioni per far credere al pubblico che i vescovi cattolici e i leader della congregazione stavano affrontando la questione degli abusi sessuali clericali e religiosi nella Chiesa e fornendo giustizia alle loro vittime e sopravvissuti quando in effetti non lo erano. [44]

    La dichiarazione conclusiva di SNAP alla Commissione durante l’udienza di risarcimento basata sulla fede di Fase 2 ha affermato che l’APTH si è rivelata un percorso verso ulteriore dolore, isolando vittime e sopravvissuti, isolandoli dai loro compagni sopravvissuti, spesso con l’offerta di un intervento minimo e inadeguato pagamenti ex gratia. [45] Come già accennato, i sopravvissuti hanno descritto l’APTH come “un’inquisizione, sentendosi loro stessi sotto processo”. [46] Ancora una volta, la testimonianza del sopravvissuto concludeva che “chiamare il risarcimento NOPS un processo di guarigione è un termine improprio”. [47]

    Cooper ha elencato quanto segue come alcune delle cause: il processo è stato contraddittorio, altamente stressante e ha richiesto anni; i sopravvissuti si sono sentiti totalmente sopraffatti e quindi incapaci di impegnarsi e raccontare adeguatamente le loro storie; le persone coinvolte, compresi gli investigatori nominati dal NOPS, mancavano di compassione e sembravano avere poca o nessuna comprensione del trauma; i bisogni specifici dei sopravvissuti, il loro sostegno emotivo e la consulenza erano assenti; i cosiddetti investigatori “indipendenti” furono assunti dalla Chiesa e sul libro paga della Chiesa. [48] ​​Il danno aggiuntivo causato da un’istituzione dopo il ricorso per risarcimento da parte dell’istituzione responsabile come qui riportato è noto come doppio abuso. [49]

    Dichiarazione del testimone WITN0377001 ha testimoniato davanti al pubblico neozelandese che i processi di risarcimento dell’APTH hanno causato ulteriori danni ai sopravvissuti e li hanno nuovamente traumatizzati. “I nostri membri hanno segnalato che i principi e le procedure stabiliti nei protocolli come APTH, creato per rispondere alle denunce delle vittime e dei sopravvissuti agli abusi sessuali perpetrati dal clero e dai religiosi della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda, non sono stati adeguatamente rispettati”. [50] Allo stesso modo, una revisione intermedia della Rete dei sopravvissuti all’abuso nelle cure basate sulla fede (NSAFC) sulla storia e sull’incidenza dei reati da parte dei leader della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda ha riportato: “Il percorso verso la guarigione ha dimostrato di essere un percorso al Dolore, isolando le vittime sopravvissute e tagliandole fuori dai loro compagni sopravvissuti, spesso con l’offerta di un intervento minimo e patetici pagamenti ex-gratia . La Rete ha numerosi esempi di membri disillusi che si pentono di aver intrapreso questa strada per cercare un risarcimento.”[51] Il rapporto della NSAFC menzionava anche come i sopravvissuti si fossero incontrati con i leader della chiesa per ottenere un risarcimento. Tuttavia, quei leader “hanno continuato ad agire in malafede, a ostacolare, prevaricare, fuorviare e mentire nei contatti faccia a faccia e in altre interazioni”. [52] Il rapporto affermava inoltre che le promesse venivano “routinariamente non mantenute e ignorate in modo cinico, premeditato, spudorato e insensibile”. [53] Le vittime e i sopravvissuti che hanno chiesto risarcimento tramite l’APTH hanno parlato all’unanimità del danno subito a causa del trattamento da parte dei funzionari del NOPS. I sopravvissuti hanno riferito:

    – “Inizialmente [i funzionari del NOPS] si sono comportati in modo gentile, ma poi hanno ignorato le promesse fatte di ‘indagare’ sulle mie accuse”;

    – “Mi aspettavo che i funzionari cattolici fossero irremovibili nelle loro promesse di rispondere in modo equo e compassionevole, sebbene la risposta [del NOPS] dimostri un’altra realtà”;

    – “Il [protocollo di ricorso della chiesa] dà l’apparenza pubblica di uno schema di ricorso responsabile, ma i suoi principi e processi non sono seguiti e quindi non applicati in casi concreti”;

    – “Spesso, i funzionari volevano che raccontassimo tutti i ‘dettagli’ e in alcuni casi, e poi in seguito cercavano di usare quelle dichiarazioni come prova contro di noi”;

    – “A volte ci veniva suggerito che eravamo cattivi anche solo per aver detto una cosa del genere, che in qualche modo era colpa nostra”;

    – “Mentre [APTH] promette una risposta onesta e compassionevole, invece [NOPS] è stato utilizzato per nascondere le denunce di abuso attraverso il pretesto di un processo di risarcimento ben congegnato.” [54]

    Secondo i documenti presentati alla Commissione Reale, dopo aver intrapreso il processo APTH, le denunce credibili dei sopravvissuti non sono state accolte con un equilibrio di probabilità. [55] Alla fine del processo APTH i sopravvissuti hanno ricevuto lettere dalle autorità ecclesiastiche competenti – il vescovo o il leader della congregazione, [56] in cui si affermava:

    “Scrivo per informarvi che, dopo aver attentamente considerato il rapporto e il materiale di supporto, il mio punto di vista sulle prove concorda con quello del Comitato e pertanto accetto la raccomandazione del Comitato secondo cui la denuncia non può essere accolta.”

    John Cardinal Dew, Autorità ecclesiastica per l’Arcidiocesi di Wellington

    “Il Comitato ha considerato ogni aspetto del tuo reclamo e le relative prove e ha concluso che il reclamo non è stato dimostrato.”

    John Cardinal Dew, Autorità ecclesiastica per l’Arcidiocesi di Wellington.

    “Sulla base delle informazioni disponibili fornite da Investigation Consultants Ltd, la CAC ha ritenuto che il reclamo non fosse dimostrato sulla base delle probabilità e il comitato non ha raccomandato di accogliere il reclamo.”

    John Cardinal Dew, Autorità ecclesiastica per l’Arcidiocesi di Wellington.

    “Lo standard di prova richiesto in relazione al presunto abuso durante la residenza [in casa] non è stato raggiunto.”

    John Cardinal Dew, Autorità ecclesiastica per l’Arcidiocesi di Wellington.

    “hanno riscontrato che il tuo reclamo relativo al tempo trascorso a [casa] e di nuovo al [campo] non è stato dimostrato sulla base delle probabilità e il comitato non ha raccomandato di accogliere il tuo reclamo.”

    John Cardinal Dew, Autorità ecclesiastica per l’Arcidiocesi di Wellington.

    “Il comitato di valutazione dei reclami ha esaminato il tuo reclamo e la documentazione di supporto ed è giunto alla conclusione che, sulla base delle probabilità, il reclamo non poteva essere accolto.”

    Monsignor Brian Walsh, Autorità ecclesiastica per la diocesi di Palmerston North.

    “Dopo aver esaminato il materiale del reclamo, accetto la raccomandazione del Comitato. Quindi la tua denuncia non è stata accolta”.

    Monsignor Brian Walsh, Autorità ecclesiastica per la diocesi di Palmerston North. [57]

    Tuttavia, le lettere non indicavano i criteri necessari per un equilibrio delle probabilità. Né hanno fornito la prova che le relative prove fossero state ottenute. Ancora più allarmante potrebbe essere il fatto che le autorità ecclesiastiche che si occupano di arbitrare le denunce a danno dei sopravvissuti sono esse stesse accusate di gravi violazioni sessuali contro i bambini. [58] Una lettera aperta a Papa Francesco datata 7 giugno 2023 da parte dei sopravvissuti chiedeva: “Come può essere altro che evidente che gli imputati non possano sedere come arbitri di giustizia in un processo in cui sono accusati?” [59] Inoltre, i membri del comitato menzionati in queste lettere sono sconosciuti al pubblico.

    Nel caso delle lettere di John Dew, in risposta alla domanda durante l’udienza di inchiesta sulla riparazione basata sulla fede della Commissione nel marzo 2021 sui processi per garantire che i sopravvissuti si sentissero creduti, il cardinale ha dichiarato come sperava che i sopravvissuti venissero creduti. Quando è stata contattata dai media per i dettagli sul numero di reclami ricevuti e su quanti sono stati accolti, il direttore del NOPS Virginia Noonan ha risposto: “L’analisi di queste informazioni non è stata resa pubblica in precedenza, tuttavia questa è una questione che il National Safeguarding & Professional Standards La commissione valuterà in futuro”. [60]

    Di conseguenza, non solo non è possibile che avvenga una guarigione in un processo che non riconosce gli illeciti nei casi concreti di abuso, o che opera in modo non trasparente, ma risulta pericoloso per tutti i membri dell’istituzione quando la giustizia viene negata perché “quando non c’è ammissione di malefatte, allora non c’è giustizia, e quando non c’è giustizia, allora nessuno è al sicuro”. [61] Di conseguenza, piuttosto che essere un meccanismo di guarigione, l’APTH sembra essere stato utilizzato per nascondere e dissolvere i reclami senza riconoscere il danno arrecato. [62]

    Per suffragare questa affermazione, i sopravvissuti e i loro gruppi di supporto hanno testimoniato come coloro che hanno intrapreso la riparazione hanno riferito di sentirsi peggio in seguito e di aver subito ulteriori danni emotivi e psicologici. [63] Alcuni sopravvissuti hanno riferito che il processo di risarcimento è stato in realtà “peggiore del loro abuso iniziale”. [64] I casi di reclamo venivano regolarmente bloccati, oppure deviati o lasciati irrisolti poiché i principi e le procedure che avrebbero dovuto costituire la base del risarcimento non venivano seguiti. [65] Alcuni casi sembrano essere stati semplicemente abbandonati dal personale del NOPS poiché le richieste di risposta rimangono indeterminatamente ignorate. Le richieste da parte dei denuncianti di vedere i rapporti finali delle indagini e di sapere chi faceva parte delle commissioni che valutavano le prove sono state continuamente respinte. [66]

    Le denunce erano inoltre prive di un adeguato processo investigativo. Le informazioni fornite dai sopravvissuti sono state ignorate. I testimoni nominati dai sopravvissuti non sono stati contattati e le testimonianze delle persone interessate non sono mai state raccolte. Durante le revisioni delle indagini del NOPS, le prove materiali successivamente presentate dai denuncianti sono state ignorate, come successivamente accertato. Non sono state ancora raccolte altre prove. I testimoni nominati non sono stati ancora contattati. [67] Alcuni casi in esame dal febbraio 2019 hanno da allora ricevuto ulteriori prove da altri testimoni. Tuttavia, gli investigatori indipendenti nominati dal NOPS non hanno agito.

    Sono state sollevate preoccupazioni sul fatto che la NOPS controlli la portata delle indagini e non consenta agli investigatori di seguire le prove. [68] Revisioni esterne di casi non accolti dalle autorità ecclesiastiche competenti hanno identificato “altre aree” nei processi investigativi del NOPS che non sono state indagate. [69] Tali revisioni hanno raccomandato che la documentazione delle denunce delle indagini iniziali fosse trasmessa ad altri investigatori per ulteriori chiarimenti. [70] Ad esempio, il rapporto di revisione dell’avvocato Michael Lennard, datato 2 ottobre 2020, riguardante il fascicolo NOPS 11/2017 riguardante abusi sessuali su minori perpetrati da un fratello marista, affermava:

    Le procedure in APTH non sono state eseguite adeguatamente o non sono state eseguite affatto in relazione alla seconda e alla terza denuncia in quanto:

    1. Non sono stati adeguatamente (o non sono stati affatto) indagati:

    UN. Nessuna intervista al denunciante almeno in relazione alla terza denuncia. Il NOPS era a conoscenza del fatto che il denunciante aveva rilasciato un’ulteriore dichiarazione alla polizia, a ciò non è seguita la richiesta di tale dichiarazione o la richiesta al denunciante di ripetere tale dichiarazione all’investigatore. La seconda denuncia non sembra essere stata rivolta [all’accusato] e la sua risposta non è stata suscitata, la terza denuncia certamente non lo è stata. Né la seconda né la terza denuncia sono state presentate alla CAC. [71]

    Pertanto, si è scoperto che un’equa revisione del processo promesso in APTH è stata negata nella pratica. [72] Al momento della stesura di questo articolo, quasi tre anni dopo la stesura del rapporto di Lennard, il caso rimane irrisolto.

    Un altro esempio è un rapporto di revisione datato 8 febbraio 2021 completato dallo studio legale Cavell Leitch di Christchurch in riferimento ai file NOPS 12/2017 e 25/2018 riguardanti le molestie sessuali da parte di un sacerdote della diocesi cattolica di Palmerston North e la copertura di tale abuso dall’allora vescovo di Palmerston North. Il rapporto affermava:

    46. ​​In questa fase raccomandiamo che la documentazione del reclamo e questa lettera siano rinviate all’investigatore per ulteriori chiarimenti, o ad un ulteriore investigatore per svolgere e riferire sulle restanti aree identificate. Successivamente suggeriamo che il rapporto aggiornato venga sottoposto all’esame del Comitato di valutazione dei reclami.

    47. Sebbene molte di queste questioni possano essere affrontate abbastanza rapidamente, finché queste incertezze non saranno risolte non possiamo raccomandare in modo definitivo che non siano necessarie ulteriori azioni. Appaiono invece necessarie ulteriori indagini. [73]

    Oltre due anni e mezzo dopo, entrambi questi casi rimangono irrisolti.

    Inoltre, è stato riferito che la NOPS non ha fornito consulenza e fornito copie delle lettere ai denuncianti. È stato anche riferito come il direttore del NOPS fosse fuorviante nelle informazioni che condivideva con i sopravvissuti, fornitele dal suo staff. [74] All’udienza di risarcimento basata sulla fede, la sig.ra Noonan non è stata in grado di descrivere l’APTH né come un servizio di ascolto né di consulenza. [75] È stato inoltre riferito che i processi erano segreti e che i sopravvissuti non avevano alcun input o controllo su tali processi. [76] Le ripetute richieste fatte al NOPS e al Comitato nazionale per la salvaguardia e gli standard professionali che supervisiona il NOPS di sostenere il criterio dell’APTH sono state ignorate. [77] Più preoccupante potrebbe essere il fatto che il NOPS abbia negato i suoi risultati sulle denunce di abusi sessuali [78] e sul numero di denunce che ha accolto. [79]

    Nel rapporto provvisorio della Commissione sui risarcimenti, sono state rilevate diverse carenze nel processo di ricorso nazionale della Chiesa cattolica, vale a dire, l’incapacità di indagare adeguatamente, [80] il mancato rispetto degli impegni presi con Maori, [81] e l’incapacità di rendere disponibili i rapporti investigativi ai sopravvissuti . [82] La Commissione ha inoltre riferito che “non c’è stato alcun processo sistemico per coinvolgere i sopravvissuti nella progettazione o nella riforma del processo di risposta. Non c’è stato alcun tentativo sistematico di chiedere feedback alle persone che denunciano abusi sessuali su ciò che funziona o meno dal loro punto di vista, né di coinvolgerle nella progettazione o nella riforma del processo di risposta”. [83] Lo stesso rapporto provvisorio concludeva che “non ci sono informazioni sul fatto che il sistema della Chiesa, responsabile della risposta nazionale delle autorità della Chiesa cattolica alle denunce di abusi sessuali, funzioni come previsto”. [84]

    Sebbene l’avvocato che rappresenta la Chiesa all’udienza della Commissione sulla riparazione basata sulla fede della Fase 2 abbia affermato che alcuni denuncianti hanno trovato utile la risposta della Chiesa, non è stata fornita alcuna prova. [85] Anche dopo che è stata fatta una richiesta al NOPS per copie oscurate di presunte lettere o riconoscimenti di gratitudine da parte dei sopravvissuti che avevano intrapreso il processo di risarcimento per verificare le dichiarazioni dell’avvocato, la richiesta è stata respinta “a causa della sensibilità di tutta la nostra corrispondenza con sopravvissuti.” [86] Invece, la direttrice del NOPS Virginia Noonan ha detto al corrispondente di citare altri commenti non verificati fatti da lei stessa. Come notato, una delle rivelazioni più evidenti durante l’udienza è stata quanto le testimonianze dei sopravvissuti fossero contraddette da dichiarazioni infondate della testimonianza della signora Noonan. Pertanto, la dichiarazione conclusiva dei sopravvissuti sul risarcimento ha concluso che il NOPS e i processi di risarcimento dell’APTH “non erano adatti allo scopo”. [87] Secondo i sopravvissuti, il personale del NOPS è stato responsabile di molteplici fallimenti nell’indagare a fondo sulle accuse di abuso. Pertanto, la guarigione dei membri della chiesa vittime di abusi sessuali non è stata raggiunta.

    In una presentazione formale alla Commissione, Cahill e Wilkinson hanno criticato l’APTH per non essersi concentrata sui più vulnerabili, sui bambini: “Sembra più focalizzata sulle vittime adulte, sebbene le successive Linee guida nazionali di salvaguardia siano più incentrate sui bambini. La politica complessiva è fortemente incentrata sulla diocesi e segue un processo interno”. [88] Dal punto di vista di un sopravvissuto, l’obiettivo primario è stato la protezione dell’istituzione e non la guarigione delle vittime.

    La seconda parte dell’articolo si trova qui :  https://hail.to/app/laidlaw-college/article/view/j9Bq7cX

    [1] Chiesa cattolica ad Aotearoa in Nuova Zelanda, Te Houhanga Rongo: UN PERCORSO DI GUARIGIONE (APTH). Edizione 2007 con modifiche dal 2010 ed edizione 2020.

    [2] Ufficio nazionale per gli standard professionali (NOPS), Safeguarding Diagram, 2018, https://safeguarding.catholic.org.nz/wp-content/uploads/2018/11/Standards-diagram-Oct-2018.pdf .

    [3] APTH, introduzione.

    [4] APTH, introduzione.

    [5] APTH, introduzione.

    [6] APTH, introduzione.

    [7] Rapporto provvisorio della Commissione reale neozelandese sul risarcimento, He Purapura Ora, he Māra Tipu, From Redress to Puretumu Torowhānui (FRPT), 2021, vol. 1.

    [8] Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP), Dichiarazione di apertura, 2020, Dichiarazione di chiusura, 2020, e RC, Udienza di risarcimento basata sulla fede – Fase 1, novembre/dicembre 2020.

    [9] APTH, 2007, II.11.2.

    [10] APTH, 2007, II.11.2.

    [11] APTH, I.2.

    [12] APTH, 2020, 1.

    [13] APTH, 2020, 2

    [14] APTH, I.

    [15] APTH, I.1.

    [16] APTH, 2020, 2.

    [17] APTH, II.4.4.

    [18] APTH, I.4.

    [19] APTH, 2020, 1 e 2 al principio 1 [b] e [c].

    [20] APTH, II.1.1.

    [21] APTH, II.11.1.

    [22] APTH, I.3.

    [23] APTH, introduzione.

    [24] Commissione reale neozelandese d’inchiesta sugli abusi storici nell’assistenza statale e nella cura delle istituzioni religiose (RC), udienza di risarcimento basata sulla fede – Fase 1, novembre/dicembre 2020; RC, udienza di risarcimento basata sulla fede – Fase 2, marzo 2021; e SNAP, Dichiarazione di apertura, 2020 e Dichiarazione di chiusura, 2020.

    [25] Il RC comunica il proprio mandato sul proprio sito web. Vedi RC, Termini di riferimento, 2018, https://www.abuseincare.org.nz/library/v/3/terms-of-reference .

    [26] APTH, introduzione.

    [27] RC, Udienza per un’indagine di risarcimento basata sulla fede, trascrizione delle dichiarazioni conclusive , 930:19–20.

    [28] RC, Udienza per un’indagine di risarcimento basata sulla fede, trascrizione delle dichiarazioni conclusive , 930:32–24 e 931:1–11.

    [29] Cahill, D. e Wilkinson, P., “Presentazione formale alla Commissione reale d’inchiesta della Nuova Zelanda sugli abusi storici nella cura dello Stato e nella cura delle istituzioni basate sulla fede”. Melbourne: RMIT University School of Global, Urban and Social Studies, 2019, https://www.abuseincare.org.nz/assets/Uploads/Documents/Public-Hearings/Contextual/28.-Peter-Wilkinson-and-Des- Cahill.pdf .

    [30] RC, Udienza di risarcimento basata sulla fede: Fase 1, novembre/dicembre 2020 e Fase 2, marzo 2021; SNAP, Dichiarazione di apertura 2020 e Dichiarazione di chiusura, 2020.

    [31] RC, Udienza per un’indagine di risarcimento basata sulla fede, trascrizione delle dichiarazioni di chiusura, 29 marzo 2021, 952:21–24.

    [32] SNAP, Dichiarazione di testimonianza della rete dei sopravvissuti agli abusi da parte dei sacerdoti ad Aotearoa in Nuova Zelanda per l’udienza di risarcimento basata sulla fede WITN0377001, 2021.

    [33] SNAP, Dichiarazione di apertura, 2020.

    [34] FRPT, 2021, 276.

    [35] Michelle Egan-Bitran, “’The Gremlin of Silence’: Exploring the New Zealand Catholic, Methodist, and Presbyterian Institutional Responses to Interpersonal Violence” (PhD in Social Work, Università di Auckland, Nuova Zelanda, 2022), cap. .5.

    [36] Egan-Bitran, “Il Gremlin del silenzio”, 111.

    [37] Conferenza dei Vescovi Cattolici della Nuova Zelanda, 2021. Principi , https://www.catholic.org.nz/socialaction/principles/#section_117 . Vedi anche Egan-Bitran, “The Gremlin of Silence”, cap.5.

    [38] FRPT, 2021, https://www.abuseincare.org.nz/our-progress/reports/from-redress-to-puretumu/from-redress-to-puretumu-4/1-1-introduction-9 /1-1-introduzione-2/

    [39] FRPT, 2021, 175 e SNAP, dichiarazione di apertura, 2020, 16.

    [40] FRPT, 2021, vol. 1, 175.

    [41] FRPT, 2021, vol. 1, 175.

    [42] SNAP, dichiarazione di chiusura, 2020.

    [43] M. Hall, “L’avvocato delle vittime perde la fiducia in un organismo ecclesiale “incapace””, RNZ, 26 ottobre 2018, https://www.rnz.co.nz/news/national/369544/victims-advocate- perde la fede in un corpo ecclesiale incapace .

    [44] Sala, 2018.

    [45] SNAP, Dichiarazione di chiusura, 2020, 23.

    [46] RC, Udienza per un’indagine di risarcimento basata sulla fede, trascrizione delle dichiarazioni di chiusura, 29 marzo 2021, 953: 27–28.

    [47] RC, Udienza di richiesta di risarcimento basata sulla fede, trascrizione delle dichiarazioni di chiusura, 29 marzo 2021, 953: 26.

    [48] ​​SNAP, Dichiarazione di apertura, 2020, 16, e FRPT, vol. 1, 175.

    [49] Progetto MEND. Gli strati sistemici dell’abuso istituzionale, https://themendproject.com/institutional-abuse/ .

    [50] SNAP, Testimonianza WITN0377001, 2021, 33.

    [51] NSAFC, 2018.

    [52] NSAFC, 2018.

    [53] NSAFC, 2018.

    [54] SNAP, Testimonianza WITN0377001, 2021 , 36.

    [55] Vedi A, McRae, “Reclami non accolti, processo di risarcimento tenuto segreto, afferma il sostenitore degli abusi con sede nella chiesa”. RNZ , 25 marzo 2023, https://www.rnz.co.nz/news/national/486704/complaints-not-upheld-redress-process-kept-secret-says-church-based-abuse-advocate .

    [56] Cfr. NOPS, diagramma di salvaguardia, 2018.

    [57] La ​​dichiarazione del testimone RC WITN0237001 riporta WITN0237011 e WITN0237012 e documenti privati ​​di SNAP.

    [58] Cfr. la dichiarazione del testimone RC WITN1598001 e il rapporto NOPS del 5 maggio 2023. Cfr. anche il fascicolo della polizia neozelandese 230315/4927.

    [59] SNAP, Seconda Lettera aperta a Papa Francesco, 7 giugno 2023, https://www.scoop.co.nz/stories/AK2306/S00145/2nd-open-letter-to-pope-francis-from-survivors- of-clergy-religioso-bambino-abuso-sessuale-nella-nz-chiesa-cattolica.htm .

    [60] McRae, 2023.

    [61] Longhurst, “Salvaguardare le persone prima delle istituzioni”.

    [62] M. Epsom, “Covering up the coverups”, The Gisborne Herald , 2 ottobre 2021.

    [63] RC, Udienza di ricorso basata sulla fede – Fase 1, novembre/dicembre 2020.

    [64] SNAP, Dichiarazione di apertura, 2020, 35.

    [65] SNAP, Dichiarazione di testimonianza RC WITN0377001, 2021.

    [66] Cfr. RC Faith-based Institutional Response Hearing, prove fornite il 17 ottobre 2022, https://www.abuseincare.org.nz/our-inquiries/faith-based-institutions-response-hearing/

    [67] Dichiarazione di testimonianza RC WITN0377001.

    [68] Questo dettaglio è stato segnalato all’autore da un investigatore della Commissione reale sulla Chiesa cattolica e si prevede che sarà documentato nel rapporto finale della Commissione previsto entro il 28 marzo 2024.

    [69] Fascicoli privati ​​dell’autore. Copia disponibile su richiesta.

    [70] Vedere il documento WITN0237021della dichiarazione di testimonianza RC WITN0237001.

    [71] Reperto WITN0237021 della dichiarazione di testimonianza RC WITN0237001.

    [72] WITN0377001.

    [73] Fascicoli privati ​​dell’autore. Copia disponibile su richiesta.

    [74] WITN0377001.

    [75] RC, Udienza di risarcimento basata sulla fede – Fase 2, marzo 2021.

    [76] WITN0377001.

    [77] SNAP, dichiarazione di chiusura, 2020; Dichiarazione di testimonianza RC WITN0377001; RC, Udienza di ricorso basata sulla fede – Fase 1, novembre/dicembre 2020.

    [78] P. Pennington, “La Chiesa cattolica neozelandese trattiene i risultati sulle denunce di abusi sessuali, RNZ , 2 ottobre 2018, https://www.rnz.co.nz/news/national/367733/nz-catholic-church-withholds- risultati sulle denunce di abuso sessuale .

    [79] McRae, 2023.

    [80] FRPT, 130.

    [81] FRPT, 173.

    [82] FRPT, 175.

    [83] FRPT, 177.

    [84] FRPT, 177.

    [85] S. McKechnie, Dichiarazione di chiusura del consulente legale della Chiesa , Commissione reale neozelandese d’inchiesta sugli abusi storici nell’assistenza statale e nella cura delle istituzioni religiose, 2021 , 931:21–27, https://www.abuseincare .org.nz/assets/Uploads/Transcript-of-closing-statements-from-Faith-based-Redress-Hearing-29-March.pdf .

    [86] V. Noonan, E-mail, 2021.

    [87] SNAP, Dichiarazione di chiusura, 2020, 28.

    [88] Cahill e Wilkinson, Presentazione formale, 2019.

  • “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    “Il diavolo era in quell’edificio”: gli oscuri segreti degli orfanotrofi della chiesa di New Orleans

    Questa è la puntata finale di una serie in tre parti che esplora come il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans si distingue da altri casi del suo genere. La prima rata è andata in onda mercoledì 29 novembre 2023 e la seconda è andata in onda venerdì 1 dicembre .

    Chiamala Sheila.

    Non vuole che il suo nome venga utilizzato a causa della testimonianza in tribunale che ha reso come assistente sociale statale che ha contribuito a mettere in prigione uomini che hanno abusato delle loro famiglie. Ora è in pensione, ma è ancora una salvatrice per natura.

    In un pomeriggio recente è tornata al Madonna Manor, l’ orfanotrofio cattolico in un edificio in stile revival coloniale spagnolo, ora chiuso, a diverse miglia da New Orleans attraverso il fiume Mississippi. “Un luogo riverente”, sospirò, “ma è anche una scena del crimine.”

    Guardò l’asse di legno che copriva una finestra. I procioni ora nidificavano nelle stanze che un tempo erano il dormitorio per i ragazzi sotto i 12 anni al Madonna Manor. Gatti selvatici vagavano per i cortili vuoti dove a volte si accampavano i senzatetto.

    “Ho provato. Ho fatto tutto quello che potevo per far arrestare quell’uomo”, ha detto, riferendosi a Harold Ehlinger, che viveva in un dormitorio quando il suo lavoro quotidiano era dare consulenza ai ragazzi al Madonna Manor decenni fa.

    Sul lato opposto del Barataria Boulevard, un’altra struttura missionaria spagnola ospitava i ragazzi più grandi e adolescenti: Hope Haven, un nome grondante ironia come cera di candela visto l’inferno descritto nelle cause legali delle vittime contro l’ arcidiocesi di New Orleans .

    Gli edifici deformati dall’incuria sorgono su vaste aree verdi – beni potenzialmente considerevoli nella protezione dalla bancarotta che questa arcidiocesi ha cercato nel 2020, affrontando cause legali per vittime di abusi. Il caso della Chiesa ora supera le 500 denunce di abuso, il cui potenziale valore dipende dalla sopravvivenza di una recente legge “retrospettiva” della Louisiana che ha eliminato i termini di presentazione delle domande per le vittime.

    Stanno emergendo i contorni di una cultura religiosa criminale sotterranea con circa 100 denunce di abusi incentrate sui due orfanotrofi.

    La gravità delle sofferenze a Hope Haven e Madonna Manor spiega probabilmente perché 23 di questi ricorrenti, già tra i più vulnerabili ed emarginati della società, hanno avuto problemi legali e sono stati incarcerati – i loro casi sono tra quelli portati avanti dallo studio legale dell’avvocato del processo di New Orleans Frank E. Lamothe.

    “La gente scappava, a volte in gruppi”, ha detto un ex residente, non tra i clienti di Lamothe, con la sua causa contro gli orfanotrofi pendente, sotto uno pseudonimo.

    Chiamatelo Leon. Nato nel 1971, fu mandato a Madonna Manor da una famiglia divisa alla fine del 1982 o 1983 – non si sa esattamente quando. “Invece di subire abusi, scappavo – troppe volte per poterle contare”, ha detto. “La polizia ti riporterebbe indietro. Era praticamente una prigione.

    Un fratello religioso di nome Harold Ehlinger è accusato di abusi sessuali su minori in diverse cause legali pendenti contro la chiesa e la Catholic Charities, che gestiva le due strutture, utilizzando fondi pubblici della United Way e del governo locale.

    Nell’autunno del 1980, Sheila aveva appena conseguito un master in servizi sociali presso l’Università di Tulane quando andò a lavorare al Madonna Manor. Nella consulenza e nella terapia di gruppo ha scoperto ragazzi arrabbiati, cinici e che agivano per gli abusi sessuali da parte del fratello Harold nella sua stanza privata all’interno del dormitorio. I ragazzi hanno accettato di rilasciare le sue dichiarazioni: lei ha registrato le interviste.

    Quando Sheila bussò alla sua porta, Ehlinger rispose in accappatoio, con dentro un bambino agitato. Ehlinger era “furiosa nel vedermi”, ha ricordato.

    Lo ha detto al suo supervisore. Il supervisore la fece incontrare con un prete che ascoltò gravemente e accettò la sua documentazione. Ehlinger è scomparso. Era sollevata. Nel 1982, accettò un lavoro meglio retribuito presso lo stato della Louisiana.

    Sheila, l’informatrice, se n’era andata quando arrivò Leon. Le autorità della Chiesa avevano permesso al fratello Harold di risiedere in un cottage vicino a Hope Haven.

    “Il fratello Harold era come il capo”, continuò Leon. “Una volta che vieni preso di mira, ricevono unità di blocco. Ti metterebbero un cuscino sulla faccia così non puoi sentire cosa sta succedendo. A volte indossavano maschere per nascondere la [loro] identità così non sapevi chi ti aveva violentato.

    “Ti portavano alla Torre Nera – così chiamavamo la chiesa, la cattedrale che avevano nella proprietà. Scappando da Madonna Manor, volevi solo essere altrove. Stai ancora andando in un ambiente violento, ma è stato l’orrore di essere aggredito sessualmente, come se il diavolo fosse nell’edificio.

    La causa di Leon riguarda percosse e aggressioni sessuali da parte di diversi uomini. “Il fratello Harold compiva qualche forma di carezze, palpeggiamenti o molestie nei confronti di [Leon] quasi ogni giorno”, si legge nella denuncia.

    “Quando sono uscito”, ha detto al Guardian, “ero come merce danneggiata”.

    A metà degli anni ’80, Sheila stava passando davanti a una scuola cattolica. Vide Ehlinger, circondato da bambini, che li guidava sugli scuolabus. Era sbalordita. “Pensavo ingenuamente che lo avessero consegnato alla polizia o che lo avessero cacciato dal ministero.”

    Ehlinger era uno in un corteo di presunti pedofili a Hope Haven e Madonna Manor, secondo varie cause pendenti, deposizioni e documenti di casi passati non soggetti all’ordine di segretezza del giudice fallimentare Meredith Grabill che nascondeva documenti ecclesiastici.

    Nel loro insieme, questi documenti forniscono nuovi, agghiaccianti particolari su due delle istituzioni più famigerate legate alla crisi degli abusi del clero cattolico, ma i cui dettagli sono stati in gran parte sepolti nel passato.

    L’ultimo indirizzo conosciuto di Ehlinger è una casa religiosa della Santa Croce ad Austin, in Texas. Un funzionario del tribunale è andato a consegnargli i documenti legali lì.

    Ehlinger è tra gli oltre 200 accusati di abusi della chiesa cattolica non presenti nell’elenco degli “accusati credibili” dell’arcidiocesi locale, sebbene la chiesa abbia risolto casi passati identificandolo in quelli che sono diventati accordi negoziati.

    La chiesa ha rifiutato la richiesta del Guardian di intervistare l’arcivescovo Gregory Aymond o di rispondere a domande generali su questo rapporto.

    Perseguitato dalle suore

    Chiamalo Joe. La sua causa contro la chiesa utilizza uno pseudonimo.

    Nel 1976, quando aveva 11 anni, Joe andò al Madonna Manor. Notò che la piscina era chiusa.

    “Mi è stato detto che uno degli studenti è annegato in piscina”, ha detto. “Non ho mai saputo il nome del ragazzo, solo che una notte è uscito di nascosto ed è morto in piscina.”

    Joe ha detto di aver iniziato a interrogarsi sulla morte del ragazzo dopo che suor Martin Marie ha cominciato a “legarmi per i genitali e quasi a soffocarmi per darle piacere sessuale tra le gambe”.

    “Le piaceva sedersi sulla mia faccia fino a quando non riuscivo a respirare”, ha osservato.

    Ancora oggi, ha detto, si chiede se il ragazzo che si dice sia annegato possa aver subito abusi.

    Martin Marie, un membro delle Suore Scolastiche di Notre Dame, è stata nominata in una precedente ondata di cause legali sugli orfanotrofi nel 2009. Come Ehlinger, il suo nome non è sulla lista credibile degli imputati dell’arcidiocesi.

    Joe lo trova spaventoso perché dice che suor Martin Marie non è stata l’unica suora complice delle percosse e degli abusi sessuali che ha subito sull’orlo della pubertà.

    “Continuavo a scappare da Madonna Manor a causa di quelle suore”, ha detto Joe. “Mi hanno rimandato da mia madre e dal mio patrigno a Metairie. Le cose non sono andate bene per me dopo Madonna Manor. Mia madre non mi credeva riguardo alle suore.

    Joe ha detto che era ricoverato in un ospedale psichiatrico a Mandeville, una comunità dall’altra parte del lago Pontchartrain da New Orleans. Ha ricordato di essere stato trattato con il farmaco antipsicotico torazina. “Non mi fidavo delle persone”, ha detto. “Sono diventato molto violento, ho litigato con lo staff.

    “Sono stato trattenuto, mi hanno iniettato e mi hanno messo in catene.”

    È uscito. Dopo aver avuto problemi con la legge ha trovato un padre adottivo e lentamente ha iniziato a ricostruire la sua vita.

    “Sono in un posto sicuro adesso”, ha detto Joe.

    Per molti anni evitò Madonna Manor. Ma in un recente giorno d’autunno Joe ha dato un passaggio a casa a un compagno di lavoro, che viveva vicino al complesso. Si ritrovò in Boulevard Barataria e i ricordi cominciarono ad affiorare. Parcheggiò sul retro del dormitorio del Madonna Manor.

    Trovò Sheila lì in piedi.

    Sheila vide il dolore sul suo viso e capì in un batter d’occhio che era un sopravvissuto. Come lei, sentiva, anche lui aveva lasciato lì un pezzo del suo cuore. Pensando ai ragazzi che aveva cercato di aiutare, si avvicinò a lui e disse: “Ciao, sono Sheila”.

    “Sono Joe”, rispose. “Vivevo qui.”

    Era un’estranea ma nel giro di pochi minuti lui aveva raccontato storie del suo passato: sapeva del ragazzo che era annegato? Lei no. Sheila accettò il lavoro al Madonna Manor quattro anni dopo che Joe se ne andò. Si sono scambiati i numeri di telefono. La chiamò quella notte, singhiozzando mentre lasciava liberi i ricordi dell’inferno a cui era sopravvissuto, chiedendosi se quel ragazzo che si diceva fosse annegato fosse una vittima come lui, solo peggio.

    Joe ha continuato condividendo dettagli sul suo migliore amico a Madonna Manor, un chierichetto molestato da un prete.

    Alla fine il ragazzo, Rene Perez, fu trasferito in un’altra casa dall’altra parte del lago.

    “Lui e altri due o tre erano scappati”, ha detto Joe. “Hanno preso le biciclette e stavano attraversando [un] ponte quando è stato investito da un’auto e gettato in acqua. L’hanno trovato, credo, cinque giorni dopo.

    “Il funerale si è svolto nella chiesa di Madonna Manor, ma io non ero lì quel fine settimana.”

    Combatto ancora con le unghie e con i denti

    Negli anni ’20, Hope Haven aprì come casa per figli a carico. Madonna Manor ha aperto pochi anni dopo. Alla fine i ragazzi di età inferiore ai 12 anni vivevano al Madonna Manor e gli adolescenti più grandi nell’altra istituzione.

    Non è chiaro quando esattamente le due istituzioni siano diventate una calamita per i pedofili e le persone inclini a comportamenti sadici. Ma 17 cause legali avviate nel 2005 contenevano accuse risalenti agli anni ’50 che descrivevano abusi orribili.

    Oltre alle suore scolastiche di Notre Dame, altre figure autoritarie negli orfanotrofi erano sacerdoti e fratelli salesiani, che fondarono la vicina scuola superiore Archbishop Shaw.

    Una figura importante nel contenzioso del 2005, un prete di nome Ray Hebert, fu direttore delle due strutture dal 1966 al 1971.

    Hebert, che deteneva l’elevato titolo di monsignore, era anche il direttore della Catholic Charities, che aveva la responsabilità degli orfanotrofi. Se c’era un religioso a conoscenza delle dinamiche interne alle due strutture, quello era Ray Hebert.

    Nel 2008, durante il contenzioso, Hebert ha rilasciato una deposizione, dicendo: “Se fossi un assistente sociale qualificato, non parleresti di orfanotrofi”. Gli istituti per i figli a carico erano più corretti, ha detto, perché si trattava di finanziamenti statali.

    Eppure i sopravvissuti agli abusi sessuali e fisici potrebbero anche essere stati su un altro pianeta rispetto alla maggior parte della società. La maggior parte proveniva da famiglie disfunzionali e non aveva alcuna libertà di andarsene da sola, se non scappando, il che comportava ritorsioni.

    All’inizio degli anni ’90 Hebert accettò un altro incarico, come vicario del clero presso l’arcidiocesi di New Orleans, una posizione che gli richiedeva di indagare sui preti accusati di abusi sessuali su minori.

    L’avvocato Michael Pfau, che rappresentava i ricorrenti sopravvissuti dell’orfanotrofio, ha chiesto se Hebert avesse mai denunciato un prete alla polizia o ai servizi di protezione dei minori.

    “No”, rispose. “Non l’ho mai fatto.”

    Hebert ha dichiarato che dopo aver intervistato un determinato sacerdote, ha inviato un rapporto al suo capo di allora: l’arcivescovo di lunga data Philip Hannan.

    Pfau ha chiesto: “Hai mai chiesto a un prete di firmare una dichiarazione scritta?”

    Hebert rispose: “No, non che mi ricordi. Ricordo un caso, sai, in cui dopo aver intervistato il [prete] e preso appunti, alla fine ho scritto un rapporto su ciò che avevo imparato da lui, chiedendogli di esaminare il rapporto per vedere se si era opposto a qualcosa Avevo inserito quel rapporto che non era accurato. Ma non gli ho chiesto di firmare questo rapporto”.

    Quando si ritirò da quel lavoro nel 2003, Hebert disse di aver distrutto tutti i suoi appunti.

    Ciò costituiva una grave violazione del diritto canonico, secondo Tom Doyle, ex sacerdote e avvocato canonista presso l’ambasciata vaticana a Washington DC all’inizio degli anni ’80. Il canone 1719 recita: «Gli atti dell’indagine, i decreti del [vescovo] che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha iniziato e concluso l’indagine, e tutto ciò che ha preceduto l’indagine, siano conservati nell’archivio segreto dell’indagine. [amministrazione] se non sono necessari per il processo penale”.

    Non si sa quanti rapporti Hebert abbia effettivamente scritto. Ma la sua valutazione del 4 novembre 1999 su padre Lawrence Hecker è stata resa pubblica, in un recente documento depositato dall’ufficio del procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans, dopo la sua accusa penale.

    Il documento è degno di nota perché Hecker afferma di aver molestato o dormito con vari ragazzi ma non di averli violentati. Hecker, tuttavia, ammette che un giovane “è venuto allo scoperto, anni dopo, ha detto ai suoi genitori che lui ed io avevamo fatto sesso insieme. Hanno riferito questo a… Hannan e lui ne ha parlato con me all’inizio del 1988. “

    Nel 2012, quando suor Carmelita Centanni, assistente coordinatrice delle vittime dell’arcidiocesi, scrisse all’arcivescovo Aymond, citò un’accusa di abuso sessuale contro Hecker da parte della polizia di Gretna, un sobborgo di New Orleans, affermando: “Questa è la NONA accusa che abbiamo su record contro Larry Hecker.

    Hecker andò in pensione con la comodità di una pensione ecclesiastica finché questa non fu sospesa dopo il fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. È in carcere in attesa di processo da quando è stato incriminato a settembre.

    Nel contenzioso Hope Haven-Madonna Manor del 2005, tre querelanti menzionarono Hebert tra gli altri accusati di abusi. Hebert ha risposto intentando una causa contro i querelanti, accusandoli di diffamazione e negando di aver mai abusato di qualcuno.

    Anche altri due querelanti nominarono Hebert tra gli altri autori di abusi, ma in quella fase non avevano intentato causa. Alla fine, dopo che l’arcidiocesi ha risolto la controversia Hope Haven-Madonna Manor per 5 milioni di dollari, i querelanti che hanno nominato Hebert hanno ritirato le loro richieste contro di lui.

    Il Religion News Service ha rivelato un’aspra divisione al momento dell’accordo. Alcuni coinvolti nell’accordo volevano che la chiesa fosse obbligata a rilasciare tutti i documenti relativi agli abusi a Hope Haven e Madonna Manor, ma ciò non è accaduto.

    “Abbiamo dovuto combattere la chiesa con le unghie e con i denti per più di quattro anni per convincere [la chiesa] a riconoscere gli illeciti”, ha detto l’avvocato Roger Stetter, che aveva anche dei clienti nella causa. Stetter ha accusato l’arcidiocesi di cercare di nascondere le prove.

    L’arcivescovo Gregory Aymond, allora insediatosi di recente, sembrava conciliante. “È importante che questi trasgressori vengano alla luce e che noi ammettiamo che, per quanto possiamo dire, [le accuse] sono vere”, ha detto.

    Ma la chiesa ha continuato a sottostimare la lista degli autori di abusi.

    Tra il 2010 e il 2020, l’arcidiocesi ha risolto più di 130 denunce di abusi sessuali, per un totale di 11,7 milioni di dollari, in molti casi richiedendo alle vittime di firmare accordi di riservatezza – una mossa specificamente denunciata dalla Carta per la protezione dei giovani dei vescovi statunitensi del 2002.

    Hebert morì nel 2014. Diversi anni dopo, ci fu una nuova ondata di cause legali contro Hope Haven e Madonna Manor dopo che Aymond pubblicò un elenco di sacerdoti cattolici di New Orleans che la sua arcidiocesi considerava credibilmente accusati di molestie su minori.

    Nel gennaio 2020, l’arcidiocesi ha pagato 325.000 dollari per risolvere un caso che accusava Hebert, suor Martin Marie e altri con legami con Hope Haven e Madonna Manor. L’arcidiocesi non pagherebbe tali risarcimenti se non considerasse credibili i ricorrenti, come ha detto uno dei vicari generali dell’organizzazione a un sopravvissuto agli abusi in un caso separato .

    Ma il nome di Hebert è assente dall’elenco credibile degli accusati dell’arcidiocesi, che è stato aggiornato più volte da quando è stato pubblicato per la prima volta nel 2018.

    La questione che nessuno vuole toccare

    Tra le notizie di queste ultime cause legali, Joe contattò gli avvocati John Denenea e Richard Trahant.

    Gli hanno detto che il processo potrebbe essere lungo e frustrante. Ma ha firmato.

    Dopo l’inizio del fallimento, Joe fu sorpreso dall’opportunità di far parte del comitato dei creditori, rappresentando gli altri sopravvissuti e negoziando per un accordo. Aveva poche illusioni sulla Chiesa ma voleva contribuire a spingere contro la roccia dell’ingiustizia.

    L’anno scorso è andato a un incontro programmato con Aymond, dove lui e altri tre sopravvissuti speravano di dire la loro verità direttamente all’arcivescovo. Ma poi giunse la voce che il giudice Grabill stava rimuovendo lui, Trahant, Denenea e altri tre clienti sopravvissuti degli avvocati dal coinvolgimento nel comitato.

    Grabill sosteneva che Trahant aveva violato un ordine di segretezza avvertendo una scuola superiore cattolica locale gestita da suo cugino che il cappellano del campus aveva una macchia sostanziale nel suo passato.

    L’avvertimento di Trahant alla fine costrinse l’arcidiocesi a rivelare che il cappellano aveva avuto una cattiva condotta sessuale con un’adolescente in un precedente incarico negli anni ’90, ma gli fu permesso di continuare la sua carriera.

    “Penso che sia stata una messa in scena da parte della chiesa”, ha detto Joe. Ha detto che i suoi avvocati erano da tempo alla ricerca dei documenti che delineavano vividamente gli abusi a Madonna Manor, Hope Haven e numerose altre istituzioni arcidiocesane nell’area di New Orleans, che serve circa mezzo milione di cattolici.

    “La chiesa non vuole rilasciare queste informazioni”, ha continuato Joe. “Penso che Richard [Trahant] fosse un capro espiatorio e ci hanno fatto fuori tutti. Questa è la mia opinione.

    Il formidabile status dell’arcidiocesi nel tribunale fallimentare lascia una scia di domande.

    Considerati i fondi pubblici spesi a Hope Haven e Madonna Manor, perché le autorità federali non hanno usato il loro potere per effettuare una revisione chirurgica di ogni file archiviato presso l’arcidiocesi, compresi quelli che descrivono in dettaglio la storia degli abusi dei due orfanotrofi?

    Se Joe avesse avuto motivo di preoccuparsi se un ragazzo fosse annegato lì, e se il suo amico Rene Perez fosse stato vittima di un prete e fosse morto cercando di scappare da un’altra struttura, che tipo di supervisione avrebbero fornito i funzionari della Louisiana a Hope Haven e Madonna Manor?

    La violenza sadica e gli stupri denunciati da Leon dovrebbero essere nascosti sotto il tappeto del tempo dalle più potenti autorità di contrasto?

    Se Hebert, che supervisionava le strutture, fosse in realtà un abusatore – come suggerirebbe un risarcimento di 325.000 dollari – i documenti faranno luce sulle sue decisioni che hanno permesso al luogo di diventare un rifugio per pedofili, come affermato nelle cause legali?

    Quanto sanno quei 23 ex residenti di Hope Haven e Madonna Manor che sono ora incarcerati di quello che è successo lì?

    Il giudice Grabill sigillerà le informazioni sui crimini contro i bambini, come presunto in così tanti casi, per fornire un accordo quando la chiesa presenterà finalmente un piano di riorganizzazione?

    Più della metà dei giudici federali di New Orleans si sono ritirati dal contenzioso arcidiocesano a causa dei legami con la chiesa cattolica.

    Questo fatto non sorprende Stephen C Rubino, un veterano avvocato dei querelanti che ora è in pensione nel Vermont. Ma questo non significa che a Rubino – che ha trascorso molti anni nel New Jersey litigando contro la chiesa – piaccia affatto.

    “Non si dovrebbe essere in grado di mantenere un’associazione criminale organizzata per nascondere i pedofili e continuare a funzionare come ente di beneficenza religioso ed esentasse”, ha detto Rubino, anche lui ex procuratore dello stato della Florida, in risposta al fallimento dell’arcidiocesi di New Orleans. “Questa è la questione che nessun avvocato americano vuole toccare”.

    Ramon Antonio Vargas ha contribuito alla segnalazione

    https://www.theguardian.com/us-news/2023/dec/03/new-orleans-orphanages-church-sexual-abuse

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 12 del 25 novembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 12 del 25 novembre

    Francesco Zanardi – Il Garante per l’infanzia si pronuncia sul vuoto legislativo del Certificato antipedofilia.

    Il Garante per i diritti dell’infanzia italiano si è pronunciato per la prima volta sul grave vuoto legislativo del certificato anti pedofilia che la Rete L’ABUSO contesta da anni, per via dei vuoti applicativi dello stesso, che lasciano al momento fuori dall’esibirlo alcune categorie tra cui il volontariato.

    Lo ha fatto, nella giornata mondiale per i diritti dell’infanzia, alla luce però di una ennesima contestazione della Rete L’ABUSO agli organi sovranazionali, attualmente in corso presso il Parlamento europeo.

    Una serie di silenzi istituzionali che dura almeno dal 2017, quando il Deputato Matteo Mantero, dopo le inascoltate diffide e denunce dei legali della Rete L’ABUSO agli organi Istituzionali italiani, depositò un’interrogazione Parlamentare, tutt’oggi inascoltata.

    Segui il primo formale reclamo dell’Associazione per la mancata risposta delle Istituzioni, al Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ONU, al quale l’Italia non rispose mai.

    Da qui l’inevitabile scelta di rivolgersi all’Unione Europea all’interno della quale l’Italia è l’unico Stato membro in materia di pedofilia a non essersi reso conto in tredici anni della situazione drammatica sul territorio, malgrado tutti gli altri stati membri producessero attraverso commissioni indipendenti, relazioni a dire poco allarmanti.

    Quanto dichiarato dal Garante in occasione della Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia, se pur dipenderà nell’attuazione dalla concreta volontà e dall’impegno del Governo, è tuttavia importante per un paese tanto arretrato in materia di diritti dei minori e delle fasce deboli, quanto l’Italia.

    Rete L’ABUSO


    Federica Tourn – Negli Stati Uniti, le diocesi dichiarano bancarotta per sottrarsi a giusti risarcimenti per le vittime di abuso

    Uno dopo l’altro, vari rami della chiesa cattolica in tutta la California hanno dichiarato bancarotta, citando l’incapacità di risarcire i danni derivanti da un gran numero di cause legali per abusi sessuali. Tra questi, le ultime sono state le diocesi di Santa Rosa e Oakland, l’ arcidiocesi di San Francisco,la diocesi di San Diego.

    Le dichiarazioni di fallimento della Chiesa non sono senza precedenti. Da Portland a Milwaukee e da Helena a Rochester, le diocesi dichiarano bancarotta ai sensi del capitolo 11 da quasi due decenni . E non è solo la Chiesa cattolica a compiere questi passi. Allo stesso modo, i Boy Scouts of America hanno cercato una via d’uscita da migliaia di accuse di abusi sessuali nel 2020.

    L’ondata di cause legali in California è arrivata dopo che la legislazione del 2019 ha aperto una “finestra di riepilogo” di tre anni che consentirebbe ai sopravvissuti ad abusi sessuali infantili di intentare azioni legali basate su vecchie accuse che normalmente sarebbero escluse dai termini di prescrizione. Quando la finestra si è chiusa lo scorso dicembre, più di 2.000 persone in tutto lo Stato avevano intentato cause contro la Chiesa cattolica.

    Ma dichiarare bancarotta non significa che la Chiesa sia al verde. Si tratta piuttosto di una strategia legale intrapresa da aziende che affermano di non avere i fondi per pagare un numero elevato di risarcimenti individuali. Conosciute come “riorganizzazioni”, queste protezioni dal fallimento consentono alla chiesa di evitare di intraprendere dozzine, se non centinaia o migliaia, di processi individuali costosi raggruppandoli in un unico accordo.

    Nel 2019, l’arcidiocesi di Los Angeles ha pagato 8 milioni di dollari a un singolo sopravvissuto agli abusi . Ad oggi, gli accordi sono costati alla chiesa cattolica della California più di 1 miliardo di dollari

    Ai sopravvissuti agli abusi, il procedimento sembra una scappatoia. “È solo un altro modo per metterci a tacere”, dice Dan McNevin, che guida la sezione di Oakland del gruppo di supporto Survivors Network of those Abused by Priests (Snap).

    A differenza dei processi, le procedure fallimentari non comportano un processo di trasparenza, il che significa che informazioni chiave su ciò che i leader della chiesa sapevano potrebbero non essere mai rivelate.

    Melanie Sakoda, coordinatrice del supporto ai sopravvissuti presso Snap, afferma che la rimozione del processo di scoperta si traduce in una nuova traumatizzazione della vittima. “Quello che stanno veramente cercando sono informazioni”, ha detto.

    Fonte: The Guardian


    Ludovica Eugenio – Progetto triennale della diocesi di Bolzano “Il coraggio di guardare”

    Il progetto triennale della diocesi di Bolzano “Il coraggio di guardare”, per elaborare e prevenire abusi e altre forme di violenza, presentato il 17 novembre, sembrerebbe un caso unico in Italia. Già a partire dalla sua presentazione, avvenuta con il coinvolgimento e la partecipazione della componente civile della società: dai rappresentanti delle istituzioni, alla magistratura e alle forze dell’ordine, a sottolineare che gli abusi rappresentano un problema sociale che richiede la partecipazione di tutte le parti sociali.

    Due i cardini del progetto: l’ascolto dei sopravvissuti e il lavoro di indagine con due studi legali indipendenti, uno tedesco (già responsabile del Rapporto sugli abusi delle diocesi di Monaco e di Colonia) e uno altoatesino.

    Per affrontare gli abusi, il percorso – portato avanti in collaborazione con l’Istituto di antropologia della Pontificia Università Gregoriana, presieduto da p. Hans Zollner  – si basa su tre fasi: chiarire, elaborare, prevenire. Sulla base dei dati emergenti dagli archivi diocesani verranno raccolte ulteriori informazioni con questionari e interviste ai testimoni dei fatti. I risultati verranno resi pubblici e costituiranno la base per il lavoro successivo di elaborazione e prevenzione.

    Si tratta di un approccio agli antipodi rispetto a quello della Chiesa italiana, che pretende di proteggere, e persino prevenire, a prescindere da un lavoro di verità e giustizia, e da una inchiesta indipendente, puntando molto su una formazione che, in assenza di dati realistici, risulta carente nelle premesse.

    Fonte sito diocesi di Bolzano


    Alessio Di Florio – Lettera anonima su Emanuela Orlandi

    È stata inviata a Radio Cusano Campus una missiva anonima su Emanuela Orlandi lo scorso 13 novembre, negli stessi giorni in cui è stata definitivamente approvata in Senato l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta. La lettera è indirizzata al conduttore dell’emittente Fabio Camillaci che diverse volte ha intervistato Pietro Orlandi e segue la battaglia della famiglia Orlandi per Emanuela.

    Radio Cusano Campus non ha reso noto il contenuto della lettera e si è rivolta direttamente all’anonimo che l’ha inviata: «Se l’autore della lettera sa dove si trova, si faccia avanti, parli, indichi dov’è che bisogna guardare chiaramente, senza giri di parole, senza rebus». Il nome di Emanuela Orlandi all’interno lettera non è esplicitamente menzionato ma all’interno della busta c’è un’altra busta più piccola indirizzata “Alla cortese attenzione di Pietro Orlandi”. «Ho i faldoni di lettere anonime. Sinceramente, dopo quarant’anni lettere simili che formulano enigmi… però bisogna sempre leggere e seguire ogni cosa» ha dichiarato Pietro Orlandi a Movmag.


    Pierelisa Rizzo – Le diocesi cattoliche dichiarano bancarotta. I sopravvissuti agli abusi dicono che è un “modo per metterli a tacere”.

    In Californi le diocesi dichiarano fallimento per non risarcire le vittime degli abusi. “ Oakland ha abbastanza soldi per costruire una cattedrale  da 200 milioni di dollari, fatta non molto tempo fa, ma non riesce a mettere insieme i soldi per ripagare le bambine vittime, che hanno violentato per decenni”. Lo denuncia una vittima che, dall’età di 14 anni, subì ripetuti abusi sessuali dal suo vice preside, un sacerdote ordinato. Per decenni l’uomo ha avuto in incubi e attacchi di panico, gli amici, che avevano subito abusi, hanno cominciato a drogarsi e alcuni sono diventati alcolizzati e molti si sono tolti la vita. “Sono moralmente ed eticamente in bancarotta – aggiunge uno delle vittime – ma non sono finanziariamente in bancarotta”.  Uno dopo l’altro, vari rami della chiesa cattolica in tutta la California hanno dichiarato bancarotta, citando l’incapacità di risarcire i danni derivanti da un gran numero di cause legali per abusi sessuali.  Le diocesi di Santa Rosa e Oakland hanno depositato la domanda in primavera. L’arcidiocesi di San Francisco ha seguito l’esempio in agosto , e la diocesi di San Diego ha condiviso il suo piano per fare lo stesso a novembre. Le cause legali arrivano in un momento in cui il cattolicesimo in California è in crescita,  alimentato in gran parte dall’immigrazione dall’America Latina e dall’Asia, mentre altre parti degli Stati Uniti, compresi gli ex centri cattolici nel nord-est, vedono il loro numero diminuire.  Le dichiarazioni di fallimento della Chiesa non sono senza precedenti.  E non è solo la Chiesa cattolica a compiere questi passi. Allo stesso modo, i Boy Scouts of America hanno cercato protezione tra migliaia di accuse di abusi sessuali nel 2020.

    L’ondata di cause legali in California è arrivata dopo che la legislazione del 2019 ha aperto una “finestra di riepilogo” di tre anni che consentirebbe ai sopravvissuti ad abusi sessuali infantili di intentare azioni legali basate su vecchie accuse che normalmente sarebbero escluse dai termini di prescrizione. Quando la finestra si è chiusa lo scorso dicembre, più di 2.000 persone in tutto lo Stato avevano intentato cause contro la Chiesa cattolica; Solo la diocesi di Oakland ha registrato 330 accusatori. Ma la chiesa sostiene che il fallimento è anche più giusto nei confronti delle vittime, soprattutto perché significa che ogni vittima viene trattata allo stesso modo e tutti i sopravvissuti ricevono un compenso uniforme. Ma tra i sopravvissuti agli abusi, il procedimento sembra una scappatoia. “È solo un altro modo per metterci a tacere”- dicono.

    Pierelisa Rizzo

     Fonte: theguardian.com

  • Ángel Gabilondo: “Quello che è successo è un vero disastro per le vittime e per la società”

    Ángel Gabilondo: “Quello che è successo è un vero disastro per le vittime e per la società”

    “Si tratta di una denuncia necessaria per rispondere ad una situazione di  sofferenza e di solitudine che per anni è rimasta, in un modo o nell’altro, coperta da un ingiusto silenzio”. Con espressione seria, il difensore civico Ángel Gabilondo ha presentato il rapporto al Congresso. Un rapporto che “non vuole essere un punto conclusivo, ma aspira piuttosto a generare consapevolezza, ricordando e richiedendo alla Chiesa cattolica e ai poteri pubblici che c’è ancora bisogno di dare una risposta alle vittime”.

    ” Le vittime sono il senso primo, l’ultimo e il senso centrale di questo Rapporto”, ha affermato nel suo intervento, in cui ha posto l’accento sulle vittime: “Ascoltarle è incontrare la voce e l’esperienza del dolore. E Quello che è successo è per loro e per la società un vero disastro”. E sottolinea: “La missione del Mediatore non è giudicare, non è un giudice. La sua missione non è legiferare, non è il legislatore. Piuttosto analizza, domande, studi, indagini, raccomandazioni e suggerimenti”.

    L’Unità di Assistenza alle Vittime, creata anch’essa per affrontare il lavoro del Rapporto, ha raccolto informazioni rilevanti su 487 vittime, in interviste realizzate sia a Madrid che fuori dalla capitale. Di questi, la stragrande maggioranza (84%) erano uomini. Le vittime sottolineano i problemi emotivi e comportamentali che soffrono a causa dell’abuso. E un terzo di questi ha riferito di aver avuto sintomi di stress post-traumatico e, alcuni di loro, di aver sperimentato sintomi depressivi, sentimenti di vergogna e stigmatizzazione, e azioni suicide. “L’abuso sessuale ha avuto un impatto devastante su intere generazioni.”

    Le testimonianze raccolte dall’ascolto rispettoso delle vittime rivelano l’impatto devastante che l’abuso sessuale ha avuto sulle loro vite. ” In nessun caso il numero delle testimonianze è destinato a determinare la portata quantitativa del problema “. L’importante, quando si presentano un certo numero di testimonianze di vittime, è tenere presente l’unicità personale di ciascuna di esse e l’impossibilità di ridurla a una cifra contabile”, ha sottolineato il difensore civico.

    Non esiste una stima delle vittime

    “Tentare di fare una stima delle vittime significherebbe ignorare la volontà delle vittime, e anche ignorare che alcune sono già scomparse.” In ogni caso, in tutto il rapporto vengono raccolti i numeri della stessa Chiesa cattolica, non sempre coincidenti tra loro (tra quelli forniti dalla CEE e dalle congregazioni), nonché l’inchiesta del quotidiano El País.

    “Le testimonianze raccolte rivelano l’impatto devastante che gli abusi sessuali hanno avuto sulla vita di determinate persone”, per cui vi è stata “la necessità di dare una risposta a tante persone che hanno subito questi abusi durante la loro infanzia” , ​​soprattutto “da parte di la Chiesa cattolica, dalla quale ci si può aspettare l’esemplarità”.

    Oltre alle testimonianze dirette raccolte per la stesura del Rapporto, sono state prese in considerazione altre fonti provenienti da organismi ufficiali, dalla Chiesa stessa e inchieste mediatiche. Una menzione speciale richiede la collaborazione del quotidiano El País , che ha iniziato le sue indagini giornalistiche nell’ottobre 2018 e che ha consegnato i suoi fascicoli all’istituzione del Difensore civico fino a quattro volte per completare il lavoro.

    “La commissione consultiva ha conosciuto il sentimento di solitudine che molte vittime provano quando intraprendono il passo della denuncia. Al punto da dover affrontare nuovi danni, la vittimizzazione causata dalla risposta della Chiesa, della società e della Giustizia”, ​​ha aggiunto.

    Per molti anni ha predominato un certo desiderio di negare gli abusi, o di nascondere o proteggere gli autori degli abusi […] Comportamenti come il trasferimento degli autori di abusi in altri centri o in altri paesi sono stati un esempio di cattiva pratica in molte istituzioni della Chiesa. Questa pratica non ci ha permesso di rispondere al problema

    “La risposta [della Chiesa] è stata insufficiente, dilatoria, le vittime raramente sono state assistite […] le procedure canoniche hanno spesso avuto un deficit con le vittime.” Inoltre, «la pura applicazione del diritto canonico non di rado ha portato alla solitudine, al silenzio, al segreto o all’impotenza. Per molti anni ha prevalso un certo desiderio di negare gli abusi, o di nascondere o proteggere gli abusatori […]. Il trasferimento degli autori di abusi in altri centri o in altri Paesi è stato un esempio di cattiva pratica in molte istituzioni della Chiesa. Questa pratica non ci ha permesso di rispondere al problema”.

    “I pochi casi che sono stati perseguiti, con condanne, non sempre garantiscono che le vittime abbiano visto soddisfatto il loro diritto alla riparazione con le somme di risarcimento, poiché non sono state soddisfatte. I casi in cui ha condannato le diocesi sono stati un minoranza”, ha aggiunto, sottolineando che alcune cose sono cambiate

    Conclusioni e Raccomandazioni

    Per quanto riguarda le conclusioni e le raccomandazioni, ” non vogliono essere l’ultima parola. E ancor meno una soluzione definitiva o un punto finale, di fronte a un danno così grande che ha colpito e continua a colpire così tante persone per così tanto tempo .” Piuttosto, ha aggiunto, “aspirano a contribuire alla presa di coscienza iniziata alcuni anni fa da parte della società spagnola, ricordando e richiedendo alla Chiesa cattolica e ai poteri pubblici che resta aperta la necessità di dare una risposta alle vittime”.

    Ángel Gabilondo ha concluso sottolineando che “ il Rapporto fornisce chiarezza, dati e argomenti su una questione che è difficile per tutti affrontare, ma che è essenziale per farlo. Si tratta di assumersi delle responsabilità, il che significa rispondere, rispondere e rispondere. E questa risposta necessaria richiede che il Rapporto che consegniamo oggi alle Cortes Generales, attraverso il suo presidente, contribuisca a sensibilizzare maggiormente sulla questione e a dare una risposta efficace alle vittime, risposta da loro richiesta con buone ragioni.

    https://www.religiondigital.org/espana/Angel-Gabilondo-defensor-pueblo-presentacion-informe_0_2609739009.html

  • Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    di Marco Marzano – All’elenco delle conferenze episcopali che hanno deciso, a differenza di quelle italiana e polacca, di far sul serio sul terreno della lotta agli abusi sessuali del clero va ora aggiunta quella svizzera. Da pochi giorni è stato infatti pubblicato il primo Report della commissione indipendente incaricata di far luce sul tema nel territorio della Confederazione Elvetica.

    Si tratta di uno “studio-pilota” realizzato in un solo anno di lavoro e anticipatore di un più ampio e approfondito lavoro di ricerca da realizzarsi nel prossimo futuro. Malgrado questo limite, il documento presenta almeno due notevoli motivi di interesse.

    Il primo di questi è metodologico e riguarda il carattere squisitamente scientifico dell’impresa. L’episcopato svizzero ha infatti deciso di affidare il delicato incarico di lavorare sul tema a un gruppo di soli accademici, in particolare di storici dell’Università di Zurigo esperti in ricerca d’archivio e storia orale.

    A costoro, la chiesa svizzera ha consentito il pieno accesso a quegli armadi parrocchiali e diocesani (e a quelli di molti ordini religiosi) nei quali sono contenuti i dossier che riguardano i sacerdoti macchiatisi di questi crimini nel corso degli ultimi settant’anni (un netto diniego a rendere disponibili ai ricercatori i propri registri è invece provenuto dagli organismi vaticani, dalla nunziatura apostolica e da tutti dicasteri romani).

    Gli scienziati sociali coinvolti nell’impresa hanno cioè potuto in piena libertà scandagliare, in tutte le diocesi del paese, decine di archivi, esaminare una documentazione di migliaia di pagine e di seguito condurre decine di colloqui e interviste con le vittime, ma anche con esperti e rappresentanti ecclesiastici.

    È ovvio che, per questa via, per ragioni che è facile immaginare (archivi distrutti o incompleti, dati cancellati, denunce di crimini non riportate o mai presentate, resoconti edulcorati rispetto alla testimonianza delle vittime) si è potuto far luce solo su una parte del fenomeno.

    Si tratta tuttavia di quella porzione di esso che era ben nota alle autorità ecclesiastiche e che, per le motivazioni più varie e spesso con la complicità di singoli, famiglie e autorità civili, è stata tenuta nascosta per decenni.

    Un oscuramento, e il report molto opportunamente lo riconosce, che non si è limitato al clero diocesano, ma che ha incluso gli ordini religiosi e anche i cosiddetti “movimenti ecclesiali”, ovvero quei gruppi, tanto spesso generati dall’azione di un capo carismatico (Kiko Arguello, Chiara Lubich, ecc.), che negli ultimi sessant’anni hanno animato la vita della chiesa. In tali aggregazioni è talvolta prevalsa una logica settaria e fanatica, inevitabilmente accompagnata da manifestazioni di subordinazione incondizionata, da raggiri e da abusi (anche sessuali).
    I casi di abuso individuati e documentati dalla commissione sono stati un migliaio. Le vittime sono risultate in maggioranza maschi (56 per cento) e in larga misura minorenni (il 74 per

    cento). Quest’ultimo dato rimanda a un secondo motivo di interesse ricavato dai dati del report svizzero. Gli estensori del rapporto hanno infatti deciso di estendere la rilevazione anche agli adulti (il 14 per cento dei casi; del restante 12 per cento non si è riusciti a stabilire l’età).

    Per giustificare questa scelta, gli autori del report hanno dovuto far propria quella teoria che stabilisce che se uno dei due partner di una relazione sessuale gode di una posizione di autorità rispetto all’altro (e se quindi quest’ultimo si trova in una condizione di “dipendenza spirituale,emozionale, finanziaria o strutturale”), ogni consenso è in linea di principio assolutamente escluso.

    «In tali situazioni, – si legge nel rapporto – l’autore del delitto si adopera al fine di “sottomettere” preventivamente le proprie “vittime”, cosicché le persone offese si sentono “prescelte”, e il contatto fisico viene motivato dal contesto sacro».

    In altre parole, l’assenso che il partner più debole (ma adulto e nel pieno delle sue facoltà) ha espresso al momento della consumazione del rapporto è da considerarsi, per questa teoria, sempre frutto di una manipolazione, di una sottile estorsione ad opera del potente.

    Gli studiosi svizzeri sono consapevoli del carattere controverso di questa posizione e, in due passaggi dell’articolo, menzionano due rischi che non vanno sottovalutati: il primo è che sfumi del tutto la distinzione tra abuso e relazione sessuale consenziente, dal momento che quest’ultima può essere sempre, a distanza di tempo e stante le condizioni di cui sopra, essere classificata come abuso.

    Il secondo rischio è che le vittime vengano “intrappolate” a vita in un ruolo che assegna loro solo la parte di oggetti passivi e manipolati. Di qui, «Poiché diverse persone hanno esplicitamente dichiarato di non volersi identificare unicamente come vittime», è discesa la decisione, si legge nel report, di rinunciare all’uso del sostantivo vittima e utilizzare «diverse formulazioni quali “persone abusate”, “persone offese” e “persone vittime di abuso”».

    Personalmente sono disposto a riconoscere per intero la bontà della scelta di includere gli adulti tra le persone offese, a patto che però si riconosca che buona parte della responsabilità ricade su quegli elementi culturali così diffusi nel cattolicesimo che mettono al centro la funzione di guida spirituale dei sacerdoti, l’obbedienza incondizionata, la gerarchia e la disciplina.

    Bisogna insomma accettare (e lo fanno esplicitamente anche gli estensori del rapporto nelle pagine conclusive del documento) il fatto che l’idea che la salvezza (o la perfezione) si raggiunga attraverso il totale affidamento ad un pastore (maschio e celibe) al quale vengono attribuite virtù e qualità sovrumane è la premessa per la stragrande maggioranza degli abusi, degli sconfinamenti, delle manipolazioni e delle violenze clericali. Se non si modifica questo elemento, la storia degli abusi clericali non avrà mai un termine. Ce ne è giunta una conferma anche dalla Svizzera.
    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/abusi-nella-chiesa-il-rapporto-sulle-molestie-in-svizzera-fa-luce-sui-problemi-del-clero-sd6hsqmv

  • Too big to fail: le 7 vite di Marko Rupnik, difeso a oltranza dal papa

    Too big to fail: le 7 vite di Marko Rupnik, difeso a oltranza dal papa

    41583 ROMA-ADISTA. Una guerra sotterranea che lentamente sta svelando le sue trame, con ingerenze e difese a oltranza che assumono contorni via via più chiari ma anche sempre più preoccupanti. Sta diventando in questi giorni la cartina di tornasole dei rapporti di forza in Vaticano il caso dell’ex gesuita, teologo e mosaicista Marko Ivan Rupnik, accusato da una ventina di donne di abusi sessuali che coprono circa 30 anni (v. Adista Notizie nn. 43, 45/22; 7, 8, 23, 28/23), espulso lo scorso luglio dall’Ordine dei Gesuiti (misura originata non dagli abusi di cui il religioso è accusato, quanto dal «suo rifiuto ostinato di osservare il voto di obbedienza», come si legge nel decreto della Compagnia di Gesù) ma tuttora prete, il cui prestigio stellare sembra continuare grazie a potenti appoggi e le cui opere continuano a costellare chiese e centri, religiosi e non solo, di mezzo mondo.

    “Il Centro Aletti, una comunità sana”

    «Una vita comunitaria sana e priva di particolari criticità»: con questi termini il Vicariato di Roma, guidato dal card. Angelo De Donatis, ha sintetizzato, in un comunicato del 18 settembre (riportato integralmente sul numero allegato di Adista Segni nuovi, p. 11) che sembra aver messo in imbarazzo i vescovi della Diocesi, l’esito della visita canonica sul Centro Aletti, la comunità e scuola d’arte creata e guidata da Rupnik. Tutto bene, nessun problema, insomma, per il visitatore riguardo a questa comunità, che dipende giuridicamente dalla Diocesi di Roma e in quanto tale è stata posta sotto indagine canonica lo scorso gennaio. Il comunicato del Vicariato però – il cui registro non è certo quello tipico, formale di una “Nota” – non si ferma alle espressioni di (poco) velata soddisfazione per il giudizio positivo espresso dal visitatore incaricato, p. Giacomo Incitti, docente di Diritto canonico presso la Pontificia Università Urbaniana, sul Centro Aletti, su cui il cardinal vicario card. Angelo De Donatis (di cui Rupnik è stato mentore e guida) effettivamente esercita la sua giurisdizione.

    La visita al Centro e l’accesso ai documenti vaticani

    La nota riporta anche, infatti, con un tono piccato e di rivalsa, ben poco consono a un comunicato ufficiale, una sorprendente e inattesa valutazione riguardo alla scomunica che venne comminata nel 2020 a Rupnik dall’allora Congregazione (oggi Dicastero) per la Dottrina della Fede, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Una scomunica latae sententiae – dunque automatica – poi rapidamente e misteriosamente revocata, si suppone dallo stesso dicastero o da papa Francesco: «il Visitatore – si legge nella Nota diocesana – ha potuto riscontrare e ha quindi segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica». «In considerazione della gravità di tali riscontri» si dichiara di aver «rimesso la relazione alle Autorità competenti». Su questo aspetto occorre soffermarsi e fare alcune osservazioni, prima di tutto riguardo alla giurisdizione di indagine del visitatore canonico.

    La visita al Centro Aletti (che «dal giugno 2019 è un’Associazione pubblica dei fedeli, legata alla Diocesi di Roma», si legge sul sito), avviata il 16 gennaio scorso, aveva l’obiettivo di indagare sui rapporti interni all’associazione, sulla leadership, sui rapporti fra questa e Rupnik. Non è un mistero, peraltro, che il vertice attuale del Centro, capeggiato da Maria Campatelli, abbia sempre fatto quadrato intorno all’ex gesuita, difendendolo anche dopo la sua espulsione dall’Ordine dei gesuiti, e scagliandosi con violenza contro i media che hanno informato sul caso (come Domani con le inchieste e le interviste alle vittime degli abusi di Federica Tourn).

    Ma il rapporto del visitatore Incitti va oltre il suo compito, rivelando di avere «studiato» il «copioso materiale documentario», ed esprimendo una pesantissima valutazione sulla procedura vaticana che ha portato alla scomunica di Rupnik. Come è noto, un dossier che ha a che fare con il grave reato di “assoluzione del complice”, è posto sotto il segreto pontificio (art. 27 delle Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Come ha ottenuto il visitatore l’accesso a tali documenti? Gli sono stati passati sottobanco da qualcuno (ma allora probabilmente il comunicato non ne parlerebbe in modo tanto esplicito) oppure si può arrivare a ipotizzare che il papa abbia eccezionalmente tolto il segreto perché il visitatore avesse il dossier a disposizione? Entrambe le ipotesi (ma altre analoghe se ne potrebbero fare) orientano verso una conduzione dei giochi da parte di Francesco anche per un altro motivo. Il 15 settembre scorso Francesco ha incontrato in udienza privata Maria Campatelli: un incontro che ha generato sorpresa e indignazione, se si pen sa che le vittime di Rupnik non hanno nemmeno mai ottenuto risposta a una lettera, consegnata a mano nel 2021, e men che mai hanno ottenuto un colloquio. Quale poteva essere il significato di quell’incontro se non quello di porre al centro la valutazione del visitatore e a concordare il testo del comunicato con un tono “partigiano”?

    Se questa ipotesi di scenario è verosimile, dovremmo concludere che c’è stata una grave invasione di campo, un travalicare confini giurisdizionali, finalizzati alla difesa, se non alla riabilitazione di Rupnik e del suo entourage da parte della cupola vaticana.

    L’attacco al Dicastero per la Dottrina della Fede

    In questo contesto c’è anche un “perdente”: il gesuita card. Luis Ladaria Ferrer, fino al primo luglio di quest’anno prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e dunque responsabile della scomunica comminata a Rupnik nel 2020. L’attacco plateale benché implicito contro di lui contenuto nella Nota del Vicariato (l’individuazione di «procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica»), deve aver generato in Ladaria un senso di profonda frustrazione, visto che il 21 settembre è stata resa nota la sua decisione di chiedere al papa la dispensa dalla partecipazione al Sinodo sulla sinodalità: secondo quanto si legge in un lancio dell’AdnKronos, mons. Luis Marín de San Martín, sottosegretario della Segreteria Generale del Sinodo, si è limitato a riferire: «Il cardinale si è ritirato. Ha chiesto al papa di essere dispensato ma non conosco i motivi». La decisione, tuttavia, è stata generalmente interpretata come una reazione all’attacco subìto.

    Le domande che restano e l’indignazione delle vittime

    Anche se ruoli e responsabilità nella vicenda cominciano a uscire dalla nebbia, alcuni dubbi non si sciolgono se non presupponendo la chiara volontà di papa Francesco di salvare Rupnik, il suo lavoro, il suo impero economico. Da chi fu tolta effettivamente quella scomunica del 2020, con il motivo, a sentire il generale dei gesuiti p. Arturo Sosa, di un repentino pentimento di Rupnik (in realtà mai avvenuto, v. Adista Notizie n. 7/23)? Quale ruolo ha De Donatis in tutta questa vicenda, dal momento che il legame con Rupnik si è consolidato con la sua approvazione del Centro Aletti (avviato nei primi anni ’90, poi cresciuto sotto l’autorità della Compagnia di Gesù) come Associazione Pubblica di Fedeli della Diocesi di Roma nel 2019? Perché papa Francesco, in occasione del secondo processo contro Rupnik – riguardante abusi avvenuti negli anni ‘90 e avocato su sua iniziativa al Dicastero per la Dottrina della Fede anziché a quello per la vita consacrata cui sarebbe invece spettato, per una presunta continuità con il primo – non ha deciso di rinunciare ai termini di prescrizione, stante la gravità e la serialità dei fatti?

    Il comunicato del Vicariato con il “verdetto” della visita canonica ha provocato enorme indignazione nelle vittime di Rupnik, che hanno rivolto a papa Francesco – e ad alcuni cardinali coinvolti: De Donatis, Zuppi come presidente Cei, Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per i religiosi – una toccante lettera aperta, uscendo allo scoperto con nome e cognome (v. testo integrale della lettera nel numero allegato di Adista Segni nuovi, p. 10). I fatti degli ultimi giorni «ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo»; «Alla Chiesa non interessa nulla delle vittime e di chi chiede giustizia; e che la “tolleranza zero sugli abusi nella Chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi», scrivono le firmatarie, Fabrizia Raguso, docente associata di Psicologia, Universidade Católica Portuguesa di Braga, Mira Stare, teologa alla Universität Innsbruck, Gloria Branciani, licenziata in Filosofia, Vida Bernard, in Teologia e Mirjam Kovac, un dottorato in Diritto canonico. «Alla fine non c’è posto in questa Chiesa per chi ricorda verità scomode», affermano, ricordando le parole del papa alla recente GMG di Lisbona («Tutti, tutti, tutti sono accolti nella Chiesa!», aveva detto). Le vittime sono perciò state «censurate per non essere state discre te, ma aver esposto qualcosa di ripugnante: il loro dolore, la manipolazione di chi le ha circuite in nome di Cristo, dell’amore spirituale, della Trinità. Hanno esposto il loro dolore perché la manipolazione e gli abusi ne hanno ferito per sempre la dignità». Il comunicato del Vicariato di Roma, osservano, «ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la Chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata». E il colloquio concesso dal papa a Campatelli, «in un clima così familiare è stato sbattuto in faccia alle vittime (queste e tutte le vittime di abusi); un incontro che il papa ha negato loro». Le vittime, è l’amara conclusione, «sono lasciate nel grido afono di un nuovo abuso».

    https://www.adista.it/articolo/70630

  • Olocausto bianco – Ferruccio Pinotti

    Olocausto bianco – Ferruccio Pinotti

    Difficile da accettare, ma la pedofilia in Italia esiste, e non è affare di pochi. Sono spesso uomini di buona cultura, a volte perfino affermati professionisti, a vivere in segreto la loro inconfessabile, cupa perversione, mentre molti bambini, nel nostro Paese e nelle mete tradizionali del turismo sessuale, continuano a pagarne l’altissimo prezzo.

    Tra vite distrutte, giri illegali e coperture potenti, questo fenomeno, scaturito dalle parti più oscure e remote della psiche umana, si rivela anche e soprattutto una terribile piaga sociale, un business che muove molti soldi, un delicato nodo giuridico e un problema politico.

    Ferruccio Pinotti si addentra in questo groviglio con gli strumenti che abbiamo imparato a vedergli utilizzare: quelli del giornalismo, dei dati, dell’inchiesta, delle interviste, dei documenti e delle carte processuali.

    Così, attraverso la ricostruzione di casi di cronaca eclatanti e le testimonianze di ex vittime, di abusanti, di giudici e psicologi, si disegna il puzzle complesso di un problema che è bene conoscere. Anche per provare a fermarlo.

    https://www.ibs.it/olocausto-bianco-libro-ferruccio-pinotti/e/9788817020589

  • Chi è Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi accusato di molestie sulla sorella della 15enne scomparsa: il ruolo di portavoce, la prima telefonata segreta

    Chi è Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi accusato di molestie sulla sorella della 15enne scomparsa: il ruolo di portavoce, la prima telefonata segreta

    «La mia bambina, mi dica… Sta bene?» Adesso che i ruoli si sono per certi versi capovolti, e il portavoce della famiglia Orlandi, quello «zio Mario» che tanti si chiedevano perché avesse avuto l’incarico di rispondere al telefono, è stato chiamato in causa nella vicenda, il giallo di Emanuela Orlandi va letto da un angolo visuale nuovo.

    Il fratello Pietro, in vista della conferenza stampa indetta per ribattere al “fango”, ha tuonato: «Sono furioso, vogliono scaricare la responsabilità sulla famiglia». I collegamenti tra le presunte molestie dello zio in famiglia e la scomparsa di Emanuela, in effetti, per ora non ci sono. Nessuna prova, solo illazioni. Ma le domande restano e inquietano l’Italia, dopo 40 anni in attesa della verità. Chi era davvero Mario Meneguzzi, cognato di Ercole, il papà di Emanuela? Hanno fondamento le accuse di abusi da parte dello zio paterno (sua moglie Lucia era sorella del messo pontificio) a Natalina, la prima delle sorelle Orlandi, di cui c’è traccia negli atti della prima inchiesta? Perché tali voci, “silenziate” per 40 anni, adesso sono state rilanciate dalla Santa Sede, grazie alla lettera ripescata in Vaticano in cui l’allora Segretario di Stato Casaroli chiese al confessore di Natalina conferma degli abusi? Si tratta forse di una “rivalsa” seguita alle accuse di Pietro Orlandi a Giovanni Paolo II di tre mesi fa?

    Le prime risposte non possono che venire da una maggiore conoscenza del personaggio. Mario Meneguzzi, defunto da molti anni, padre di tre figli, Pietro, Giorgio e Monica, all’epoca era direttore della caffetteria di Montecitorio: a partire dal 22 giugno 1983 diventò famoso per l’incarico che gli fu affidato dai genitori di Emanuela di gestire lui i rapporti con l’esterno, giornali e soprattutto i rapitori della quindicenne. In un primo tempo fu anche oggetto di “attenzioni” degli investigatori e ripetutamente pedinato, da Roma alla casa al mare a Santa Marinella, nell’ambito della “pista familiare”, poi lasciata cadere. Nella ventina di conversazioni con i sequestratori registrate dalla polizia, oltre all’avvocato Gennaro Egidio, compare quasi sempre Meneguzzi che parla sia con il sedicente “Mario”, il secondo telefonista apparso sulla scena dopo “Pierluigi” il 28 giugno 1983 (la cui voce somiglia molto a quella di Marco Accetti) sia con il cosiddetto “Amerikano”. Mario Meneguzzi parlando con i suoi interlocutori all’inizio finse di essere il papà, Ercole, e i milioni di appassionati al caso della “ragazza con la fascetta” adesso hanno nelle orecchie la domanda sulla “sua bambina” rivolta con voce strozzata («Mi dica almeno come sta! Sta bene?»).

    Perché dunque il cognato scelto portavoce? È una domanda che a questo punto assume rilievo. Forse perché era ricattabile? Ercole Orlandi chiarì subito di non essere nella condizione emotiva di “reggere” al peso della comunicazione esterna, ma un mese dopo (intervista al Corriere del 26 luglio 1983) fu lo stesso Meneguzzi a chiarire il suo ruolo e anche qualcosa di più: «Sono stato io a nominare l’avvocato Gennaro Egidio, perché lo ritengo più adatto in questo genere di cose», dichiarò. Egidio, legale che aveva già trattati affari legati ad ambienti ecclesiastici, era considerato molto vicino ai servizi segreti italiani, tanto che a proporlo, secondo quel che si era saputo finora, era stato uno degli agenti del Sisde presenti in casa Orlandi all’indomani della scomparsa. Ma a quale “genere di cose” alludeva Meneguzzi? Lo zio aveva forse contezza già nella primissima fase della partecipazione degli apparati di sicurezza all’operazione compiuta sulla pelle di sua nipote? Di certo papà Ercole, molti anni dopo, in prossimità della morte, dichiarò testualmente in una delle poche interviste concesse (Corriere, 13 maggio 2001) che a rapire sua figlia «erano stati i servizi segreti».

    Sempre legato alle “barbe finte”, va considerato un altro tassello: Giulio Gangi, il giovane agente del Sisde morto lo scorso anno, si presentò a casa Orlandi due giorni dopo e sostenne di essersi attivato per la sua amicizia con Monica Meneguzzi, la giovane figlia di Mario conosciuta l’estate precedente in un paesino in provincia di Rieti, di cui si era invaghito. La conoscenza riguardava anche il padre?

    E c’è dell’altro. Secondo recenti rivelazioni pervenute all’autore di questo articolo, furono gli stessi rapitori, la sera del mancato ritorno a casa di Emanuela, a chiedere che i rapporti con la stampa e le autorità venissero affidati allo zio, con uno scopo preciso: sincerarsi che la famiglia avesse preso sul serio l’accaduto, vale a dire che il rapimento era «a scopo di ricatto». Dare immediato seguito alla richiesta su chi dovesse essere il portavoce, in altri termini, sarebbe stato il primo atto di un braccio di ferro con la famiglia poi andato avanti per oltre due anni. E, a questo proposito, va segnalata anche un’altra indiscrezione proveniente da fonte investigativa, finora non rivelata: la prima telefonata alla famiglia Orlandi sarebbe pervenuta in realtà non il 25 giugno (con “Pierluigi”) ma già la sera del 22, non ai genitori di Emanuela bensì a casa dello stesso Meneguzzi. Un ragazzo avrebbe chiesto di parlare con Monica, la figlia, alla quale sarebbe stato detto che Emanuela stava bene e che doveva essere il padre a fare il primo appello.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/23_luglio_11/mario-meneguzzi-zio-emanuela-orlandi-1569de6f-2773-4f27-83d6-e132f4173xlk.shtml

  • Abuso sessuale nella chiesa cattolica: oltre 1.900 minori abusati in Illinois, afferma lo stato

    Abuso sessuale nella chiesa cattolica: oltre 1.900 minori abusati in Illinois, afferma lo stato

    Più di 450 molestatori sessuali su minori accusati in modo credibile hanno prestato servizio nella Chiesa cattolica dell’Illinois per quasi sette decenni, ha dichiarato martedì l’ufficio del procuratore generale dello stato, Kwame Raoul, in un rapporto investigativo. Questo è più di quattro volte il numero che la chiesa aveva divulgato pubblicamente prima del 2018, quando lo stato ha avviato le indagini.

    Il rapporto di 696 pagine ha rilevato che membri del clero e fratelli religiosi laici avevano abusato di almeno 1.997 bambini dal 1950 nelle sei diocesi dello stato, inclusa l’importante arcidiocesi di Chicago.

    Il rapporto aggiunge 149 nomi agli elenchi di pedofili che le stesse diocesi avevano identificato pubblicamente prima o durante le indagini. Ciò porta il numero totale di autori di abusi identificati a 451, afferma il rapporto. Nessuno di loro è noto per essere attivo nel ministero e si ritiene che almeno 330 siano morti.

    I 149 nuovi nomi sono per lo più fratelli religiosi, che rispondono principalmente a ordini religiosi indipendenti piuttosto che a diocesi e vescovi locali.

    Gli investigatori hanno intervistato centinaia di vittime e hanno confrontato i loro resoconti con i registri diocesani e altre interviste per comprovare i loro resoconti. Gli investigatori hanno anche esaminato più di 100.000 pagine di file detenuti dalle diocesi e intervistato i leader della chiesa ei loro rappresentanti.

    Un caso tra i tanti documentati nel rapporto riguarda Thomas Francis Kelly, un prete che ha abusato di più di 15 ragazzi di età compresa tra gli 11 ei 17 anni in diverse parrocchie negli anni ’60 e ’70. Tre vittime hanno contattato gli investigatori del procuratore generale, incluso uno che ha descritto di essere stato individuato da padre Kelly come un chierichetto di 11 anni. Il prete ha invitato il ragazzo al drive-in ea passare la notte in canonica, dove il prete gli ha offerto della birra. Il ragazzo si è svegliato di notte per trovare padre Kelly che gli faceva sesso orale, dice il rapporto.

    L’arcidiocesi ha trasferito il sacerdote di parrocchia in parrocchia, osserva il rapporto del procuratore generale. Il sacerdote è morto nel 1990.

    Procuratori generali e gran giurì in un certo numero di stati hanno indagato sugli abusi sessuali nella chiesa, inclusa un’indagine sull’arcidiocesi di Baltimora che è stata rilasciata il mese scorso. Le numerose indagini sono state ispirate da un ampio rapporto del 2018 su sei diocesi in Pennsylvania , che ha sbalordito i cattolici di tutto il Paese.

    Il rapporto dell’Illinois è stato avviato da Lisa Madigan , il predecessore del signor Raoul come procuratore generale, che ha identificato all’inizio della sua indagine un divario significativo tra il numero di membri del clero che erano stati accusati in modo credibile e il numero molto più piccolo rivelato dalla chiesa.

    Gli effetti della crisi degli abusi sessuali da parte del clero si sono propagati per decenni nella Chiesa cattolica negli Stati Uniti e sono esplosi alla vista del pubblico 20 anni fa, quando il Boston Globe ha documentato un tentacolare insabbiamento degli abusi nelle strutture della chiesa.

    La Catholic Conference of Illinois stima che i cattolici costituiscano circa il 27% della popolazione dello stato, al di sopra della media nazionale.

    All’inizio degli anni ’90, il cardinale Joseph Bernardin di Chicago ha guidato una commissione pionieristica sugli abusi sessuali in ambienti ecclesiastici, istituendo un consiglio composto principalmente da laici per valutare le accuse di abusi contro i membri del clero. Ma il rapporto documenta anche come l’arcidiocesi di Chicago a volte non abbia agito secondo le proprie raccomandazioni.

    Il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, ha dichiarato martedì in una dichiarazione che l’arcidiocesi “è stata in prima linea nello sviluppo e nel miglioramento di politiche e programmi per affrontare il flagello degli abusi sessuali sui minori e per sostenere i sopravvissuti”.

    Mike McDonnell, portavoce di SNAP, un gruppo di difesa delle vittime di abusi sessuali da parte del clero, ha dichiarato: “Questo rapporto ci dice chiaramente che nessuno sapeva di più sugli abusi, e nessuno ne ha fatto di meno, di queste stesse diocesi”.

    La maggior parte degli abusi documentati nel rapporto sono avvenuti decenni fa. Il rapporto riconosce che i procedimenti penali e le azioni civili saranno impossibili per molte vittime, a causa dei termini di prescrizione e del fatto che la maggior parte degli autori è morta.

    Alcuni stati, tra cui California e New York, hanno emanato una “finestra di controllo” che consente alle vittime di abusi sessuali su minori di intentare azioni civili che sarebbero altrimenti vietate dai termini di prescrizione, ma l’Illinois non è tra questi.

    Il rapporto aveva lo scopo di fornire “responsabilità pubblica e una misura di guarigione ai sopravvissuti che hanno sofferto a lungo in silenzio”, ha detto Raoul in una conferenza stampa martedì mattina. Ha detto che le diocesi hanno adempiuto ai loro impegni di cooperare pienamente con le indagini.

    https://www.nytimes.com/2023/05/23/us/illinois-catholic-church-sex-abuse.html