Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: interviste

  • Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio

    Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio

    Il documentarista Alex Gibney racconta la vicenda del pedofilo americano padre Lawrence Murphy, per poi spostarsi in Europa, dove svela casi simili avvenuti in Irlanda e Italia.

    Terry Kohut, Gary Smith, Pat Kuehn e Arthur Budzinski a dispetto delle apparenze, in comune hanno il fatto di essere tutti quanti taken. Con la serie fantascientifica spielberghiana, il documentario di Alex Gibney condivide l’idea che le quattro persone intervistate siano state segnate indelebilmente da un contatto ‘alieno’. Il più odioso, che gli ha svuotato e profanato il corpo, abbandonandoli in bilico sull’abisso e davanti a un mondo avvilito. Terry, Gary, Pat e Arthur avevano pochi anni quando Padre Lawrence Murphy esercitò la pratica del dominio nella completa abiura di ogni volontà.
    Padre e poi direttore della St. John’s School di Milwaukee nel Wisconsin, Lawrence Murphy tra il 1950 e il 1974 ha abusato sessualmente di circa duecento bambini audiolesi senza affrontare mai nessun processo canonico e morendo ‘in pace’ dentro l’abito talare. Udente che conosceva il linguaggio dei segni, praticava la pedofilia insieme alla preghiera, comunicando le bocche che prostituiva e consumando in fretta miseri piaceri dentro notti senza fine. Ufficio, confessionale, dormitorio questi i luoghi dove l’irragionevolezza dei suoi desideri incontrava bambini senza pelle e senza voce protetti solo dal resistente potere della loro fanciullezza.

    Ognuno di quei bambini adesso è cresciuto e fa i conti in privato e davanti alla camera di Alex Gibney con la scoperta deflagrante di essere stati sedotti, usati e abbandonati a un destino che hanno sopportato con dignità e coraggio e che non hanno mai smesso di denunciare coi volantini naïf dell’infanzia, con le tuonanti lettere al Vaticano, con le richieste dirette a Murphy di consegnarsi alle autorità, con le innumerevoli pratiche legali.

    Muovendo dalle testimonianze di Terry, Gary, Pat e Arthur, il regista americano, già pratico della corruzione umana (Taxi to the Dark Side, Park Avenue), indaga e confronta i casi di pedofilia clericale verificatisi in America e in Europa, rivelando la copertura sistematica e largamente diffusa da parte della Santa Sede di stupri e crimini sessuali contro i bambini. Dagli States all’Irlanda, da padre Murphy a padre Walsh, passando per il Messico di Marcial Maciel, amico di Wojtyla ma inviso a Ratzinger, Mea Maxima Culpa dà voce alle vittime e argomenta il dossier di oltre diecimila pagine presentato alla Corte penale internazionale dell’Aja dalla SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) e dalla Ong americana Center for Costitutional rights. Destinatari dell’accusa di “crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia”, il Vaticano, i suoi vertici e Papa Benedetto XVI, che anche dimissionario potrà contare sull’immunità diplomatica in base alle norme dei Patti Lateranensi.

    Joseph Ratzinger è giudicato responsabile dalla SNAP di non aver mai preso provvedimenti severi contro gli esponenti del clero che hanno tradito la cura pastorale dei bambini e di essere firmatario dell’epistola De delicti gravioribus, che informa sulle procedure da adottare nei casi di pedofilia clericale. In quella lettera si ribadisce il vincolo del segreto pontificio da mantenere durante la procedura investigativa e processuale. Pena la scomunica. Nel silenzio sono state allora violate altre vite e altre infanzie, che portano scritto sul corpo il loro grido di aiuto ma a cui il mutismo non ha impedito di alzare la voce. Il delicato tema degli abusi trattato da Alex Gibney espone il suo documentario a un perenne sbandamento emozionale, dove la sostanza rappresentata finisce per distrarre dalla forma e dal linguaggio.

    L’articolazione narrativa inframezza il racconto orale dei testimoni con la ‘ricostruzione’ didascalica dei fatti, meno efficace delle interviste a causa del carico di messa in scena. La dialettica fra il racconto coniugato al passato e i luoghi e i volti ripresi al presente sembra pertanto soffrire l’assenza di un’idea chiara e univoca di progetto estetico. Mea Maxima Culpa dice comunque bene del Male e del tramonto del padre, di tutti quei ‘padri’ che hanno confuso i confini tra l’umano e il bestiale, abdicato al puro dono della cura, tradito il sentimento legato alla bontà e alla bellezza, infilando la buia notte di un mondo senza Dio.

    https://www.mymovies.it/film/2012/meamaximaculpasilenzionellacasadidio/

  • Chiesa&politica, a Praia a Mare (Cs) il Vescovo condannato punisce il prete che si oppone alla volontà del sindaco?

    Chiesa&politica, a Praia a Mare (Cs) il Vescovo condannato punisce il prete che si oppone alla volontà del sindaco?

    (Nella foto di copertina, al centro Monsignor Leonardo Bonanno; fonte foto: Iacchité)

    N.B. Benché il seguente articolo sia pubblicato sul sito di Rete l’Abuso, associazione che nasce a difesa delle vittime di pedofilia, tutte le persone in esso menzionate NON HANNO NULLA A CHE FARE con l’atroce reato. Con il tempo, infatti, Rete l’Abuso ha cominciato ad occuparsi anche di tutte le altre controversie, le malefatte o presunte tali, che riguardano l’ambito clericale. 

    Di Redazione

    Nei giorni scorsi il cambio di direzione al Santuario della Madonna della Grotta: fuori don Franco Liporace, dentro don Franco Laurito. Ma benché fosse la prima volta che il parroco della parrocchia del Sacro Cuore di Praia a Mare non corrispondesse al Rettore del Santuario diocesano, lo stesso Liporace, dal suo profilo facebook, aveva spiegato come non ci fosse nulla di strano. Dopo tre anni il Vescovo può decidere di cambiare.

    A scatenare le polemiche è stato però un articolo della giornalista calabrese Francesca Lagatta, pubblicato sul sito La Spia Press, nel quale si ipotizzava un presunto complotto ai danni di Liporace, che, essendosi opposto ad alcune decisioni politiche, doveva presumibilmente essere messo alla porta per non risultare un intralcio.

    In effetti, nelle settimane addietro il giovane sacerdote è stato destinatario di calunnie e maldicenze, per via delle quali è sul punto di essere trasferito. Ma essendosi sfiorata la rivolta dei parrocchiani, legatissimi al sacerdote, si è deciso di farlo rimanere. Così, subito dopo aver tagliato il nastro dei tre anni alla guida del Santuario, il Vescovo Leonardo Bonanno gli toglie la gestione e lo rimpiazza con don Franco Laurito, attualmente parroco a Scalea, ma per quasi un ventennio a capo della chiesetta sita in località Foresta di Praia a Mare.

    Nell’articolo pubblicato da La Spia Press, pur facendo riferimento a un politico, non si specifica con chi avrebbe pesantemente discusso don Franco. Possibile che la chiave di volta la fornisca lo stesso Bonanno con la diffusione della bolla ufficiale?  Scrive, testualmente:

    “Desiderando dare in questo anno Giubilare, un rinnovato incremento alla vita del Santuario Diocesano “Madonna della Grotta” in Praia a Mare, mediante la figura di un nuovo Rettore, in sostituzione di don Franco Liporace, in carica da oltre un triennio;

    Avendo a cuore l’instaurarsi di un costante rapporto costruttivo e sereno con i Rappresentanti della Civica Amministrazione in vista della realizzazione di nuove strutture di servizio al Santuario (cfr. ascensore di comunità ecc…) già avviate con il consenso del sottoscritto Ordinario Diocesano, che rimane il Legale Rappresentante dell’ente religioso;

    Conoscendo il Tuo zelo pastorale dimostrato in questi anni, nella stessa cittadina di Praia a Mare e avendo ricevuto il necessario assenso da parte Tua; avvalendoti della mia potestà ordinaria, a norma dei canoni 557,1 e ss. del CJC e dell’art. 9 dello Statuto;  NOMINO TE DON MAURIZIO FRANCO LAURITO”.

    Don Franco Liporace, quindi, turbando la serenità di Monsignor Bonanno, sarebbe stato poco collaborativo con l’amministrazione comunale praiese, guidata da Antonio Praticò, veterano della politica che frequenta le stanze del Municipio praiese dal lontano 1980.

    Cosa c’è di vero in tutto questo? Don Franco Liporace nega ogni cosa, rinnega la teoria del complotto, dice di non aver litigato con nessuno e non concede interviste. Ma nella piccola Praia a Mare le illazioni si sprecano, e anche se nessuno, o quasi, è disposto a metterci la faccia, molti dicono di sapere che in occasione dell’Anno Giubilare, il sindaco avrebbe ordinato più volte l’uscita della statua della Madonna dal Municipio anziché dal Santuario, ricevendo il netto rifiuto del parroco dissidente. Inoltre, pare che a don Franco Liporace non sia mai andata giù la realizzazione di un ascensore incastonato nella roccia del Santuario, progetto che ha già ricevuto l’ok del Vescovo Leonardo Bonanno, come si evince dalle sue parole, e dalle altre istituzioni incaricate, seppure dopo anni e anni di tira e molla.

    Quindi, avrà pensato Bonanno, chiacchierato vescovo della Diocesi San Marco Argentano Scalea anche per via della sua vicinanza ai politici, meglio toglierlo di mezzo don Franco Liporace. Che si risparmiano un sacco di noie.

  • Lotta alla pedofilia, Scicluna: “La linea di Benedetto XVI continua”

    Lotta alla pedofilia, Scicluna: “La linea di Benedetto XVI continua”

    Intervista con l’arcivescovo maltese che è stato a fianco di Ratzinger nel contrastare gli abusi sui minori e ora presiede il collegio che si occupa dei ricorsi alla Congregazione per la dottrina della fede

    ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO

    La linea di Benedetto XVI nella lotta contro gli abusi sui minori «senz’altro continua!». Papa Francesco «è stato durissimo» a proposito dei vescovi che di fronte al fenomeno si limitavano a cambiare il prete pedofilo di parrocchia in parrocchia: «Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così». L’arcivescovo metropolita di Malta Charles Scicluna è l’uomo che ha combattuto a fianco di Joseph Ratzinger la lotta contro gli abusi commessi da sacerdoti e religiosi e ora presiede il collegio incaricato presso la Congregazione per la dottrina della fede di esaminare i ricorsi dopo la prima sentenza. In questa intervista con «Vatican Insider» spiega come procede il lavoro di lotta e di prevenzione del fenomeno della pedofilia.

    Il film «Spotlight» sugli abusi a Boston e le quattro recenti audizioni del cardinale George Pell davanti alla Royal Commission riguardanti casi degli anni Settanta hanno riportato all’attenzione il tema della pedofilia nella Chiesa e la lotta agli abusi. Come si sta procedendo? Continua la linea di Benedetto XVI con l’attuale pontificato?

    «Senz’altro continua! Il film «Spotlight» finisce con la situazione del 2002, cioè proprio mentre ha inizio presso la Congregazione per la dottrina della fede guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger un riallineamento della legislazione sugli abusi, poi aggiornata nel 2010 con l’identificazione specifica anche della fattispecie della pedo-pornografia e degli abusi ai danni di disabili. Le nuove legislazioni, negli ultimi 14 anni hanno aiutato i vescovi a rispondere al fenomeno, proteggendo i bambini e impegnando la Chiesa nella prevenzione degli abusi. L’esperienza, a partire dal 2002, è stata molto positiva negli Stati Uniti, e questo il film non l’ha descritto ma va riconosciuto».

    Sul volo di ritorno dal viaggio in Messico Papa Francesco è tornato a parlare degli abusi paragonandoli a «sacrifici diabolici» e ha usato parole forte contro i vescovi che si sono limitati a spostare il prete responsabile di questi crimini da una parrocchia all’altra. Che significato hanno quelle parole?

    «Francesco sta continuando nella linea del predecessore e ha dato una lettura teologica al fenomeno, paragonando l’abuso sui bambini alla profanazione dell’eucaristia e ai sacrifici diabolici. Così ha sottolineato anche il tremendo danno spirituale che viene compiuto. C’è un abuso di potestà spirituale e una volta che si è incrinato il rapporto di fiducia verso la Chiesa è davvero difficile da ripristinare. Questo approfondimento teologico ci fa capire ancora di più l’importanza di debellare il fenomeno e soprattutto ci fa pregare perché i preti siano pastori che conducano a pascoli di santità».

    Oggi le norme che cosa prevedono? È ancora possibile «coprire» e «insabbiare» come avvenuto in passato?

    «Lo spostamento di parrocchia in parrocchia del prete macchiatosi del crimine degli abusi sessuali su minori, del tutto inadeguato, era frutto dell’idea che questi atti venissero commessi per condizionamento ambientale. Cambiare ambiente di vita avrebbe permesso, secondo questa tesi assurda, di superare il problema. Purtroppo così facendo si sono esposte tante altre vittime innocenti a questi crimini sessuali. Oggi grazie a Dio non è più possibile agire così. Papa Francesco è stato durissimo al riguardo. Un sacerdote accusato di abusi su minori viene deferito alla Congregazione per la dottrina della fede e viene sospeso dal ministero mentre si fa luce sulle accuse che lo riguardano. Inoltre si avvertono le autorità civili…»

    Su questo punto, però, non tutti gli episcopati sono invitati a comportarsi allo stesso modo, vero?

    «Nei Paesi di cultura anglosassone c’è l’obbligo di coinvolgere le autorità civili. L’indicazione della Santa Sede ai vescovi è di rispettare le legislazioni dei rispettivi Paesi. Nel caso non vi sia l’obbligo di denuncia alle autorità civili, senz’altro bisogna cooperare e invitare la vittima degli abusi che voglia farlo a rivolgersi alla magistratura. In ogni caso i vescovi devono cooperare con le autorità».

    Il Papa nell’intervista sull’aereo l’ha citata per nome, ricordando che lei presiede lo speciale collegio per i ricorsi che esamina in secondo grado questi casi: come sta funzionando questo collegio? Secondo quali criteri operate?

    «Il Papa ci ha chiesto di fare presto, di evitare lungaggini burocratiche e di dare risposte adeguate in tempi ragionevoli. Cerchiamo di servire la giustizia nella verità, ma anche di tenere conto del diritto alla difesa per chi è accusato. Cerchiamo di seguire il criterio del bene della Chiesa: non si può infatti permettere che il reo, cioè una persona che con le sue azioni mette a rischio la vita delle comunità cristiane, possa continuare nel suo ministero».

  • “Denuncerò gli abusi della Chiesa, basta con i silenzi”

    “Denuncerò gli abusi della Chiesa, basta con i silenzi”

    Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata da un prete

    di NICOLA BIANCHI

    Ferrara, 9 marzo 2016 – Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata, all’età di 14 anni, da quel prete (don Pietro Tosi, deceduto nel 2014) che lui mai chiamerà papà. Da quello stupro nacque Erik che tre anni fa trovò il coraggio di denunciare ma che ancora oggi attende giustizia dalla Santa Sede.

    Erik, sono trascorsi due anni e quattro mesi da quando in tv e sui giornali ha avuto la forza di sputare fuori tutto il suo dolore. Oggi cosa è cambiato?

    «Che ho capito ancora di più quanto sia fondamentale denunciare gli abusi commessi da uomini di chiesa. Dopo di me sono usciti altri orrori, altra gente che ha seguito il mio esempio. Certo, non è stato facile ma se non se ne parla, se non si denuncia, questo problema rimarrà sempre nascosto e non si risolverà mai».

    Sua madre nel 1980 venne violentata da don Pietro Tosi. Dopo il recente caos mediatico, ora come sta?

    «Ha sempre preferito non comparire, non rilasciare commenti, interviste ma alla fine era contenta di quanto stavo facendo. Non sono le vittime che si devono vergognare bensì chi ha abusato di loro».

    Sul sito ‘Rete l’abuso’ c’è un video dove lei si rivolge a Papa Francesco chiedendogli schiettamente il perché «aver lasciato morire don Tosi senza ridurlo allo stato laicale». E «che cosa devono fare le vittime oggi per avere giustizia». Ha avuto risposte?

    «No, mai. Io e mia madre abbiamo scritto diverse lettere al Papa ma senza risposta. Anche da parte sua, come i suoi predecessori, tante chiacchiere ma purtroppo ancora i fatti non ci sono. Quando si tratta di agire non si agisce».

    Cosa le è rimasto dentro di tutta questa storia?

    «Tanta amarezza e una mancata giustizia. Don Tosi non si è mai pentito fino in fondo, è morto da prete perché qualcuno glielo ha permesso. Dall’altra parte ho un bellissimo ricordo per la grandissima solidarietà che è arrivata a me e a mia madre da tutta Italia dopo la denuncia».

    E il vescovo Luigi Negri?

    «E’ quello che c’entra meno di tutti. Le colpe non sono sue ma dei collaboratori che erano a Ferrara ancor prima del suo arrivo e di quelli che stanno in Vaticano. Senza dimenticare i vescovi che lo hanno preceduto che sapevano ma non hanno fatto niente».

    Con monsignor Negri ha parlato più volte, giusto?

    «Sì. E’ stato molto sincero, mi ha spiegato ciò che lo aveva lasciato perplesso».

    Dunque non poteva fare nulla?

    «Lui il suo l’ha fatto avvisando il Vaticano nella persona di Papa Francesco. Il vescovo non ha poteri per ridurre un sacerdote allo stato laicale a differenza del capo della chiesa. Da quando ho denunciato pubblicamente i fatti fino alla morte di don Tosi, di tempo ne è trascorso. Tempo per togliergli la veste da prete, invece tutto è rimasto intatto come se nulla fosse accaduto».

    Ha visto il film Spotlight?

    «No, ma lo farò presto. Il caso di Boston lo conoscevo bene. Degli abusi perpetrati dagli uomini di chiesa bisogna parlarne il più possibile, è l’unica soluzione per contrastarli».

    Erik, e adesso?

    «Stiamo valutando un’azione legale contro chi ha coperto questo orrore negli anni, a partire dai vescovi che sono passati da Ferrara. Non è cosa facile ma serve una giustizia perché chi commette questi crimini deve essere allontanato immediatamente dalla chiesa e deve essere punito penalmente come un comune cittadino».

    di NICOLA BIANCHI

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/erik-zattoni-papa-francesco-1.1958400#!kalooga-17143/~Ferrara%20~Boston%5E0.75

  • “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    Intervista con il cardinale George Pell, dopo le quattro audizioni notturne in video-collegamento con la Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi.

    Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti e le coperture avvenute nelle diocesi di Ballarat e Melbourne negli anni Settanta e Ottanta, hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle puntuali domande della Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da preti e religiosi. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il lungo viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

    Che cosa ha significato per Lei, dal punto di vista umano, l’esperienza di questa deposizione in videoconferenza? È stato difficile?

    «Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è assistere, rispettare e aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina e dopo quattro nottate io sono un po’ stanco».

    Come definirebbe il suo atteggiamento e il suo comportamento all’epoca dei fatti di Ballarat e di Melbourne? Lei ha respinto ogni accusa di coinvolgimento nella cattiva gestione dei casi di abuso: ma ha qualcosa da rimproverarsi o della quale si è pentito?

    «È importante comprendere che la Chiesa in Australia ha riconosciuto e radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui bambini. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente a Melbourne, “The Melbourne Response”. Questo programma è composto da tre punti: un’indagine indipendente e una valutazione di ogni accusa da parte di un avvocato con anzianità ed esperienza; tutto il sostegno e l’ascolto possibile per tutti i sopravvissuti senza distinzioni; il risarcimento, con un comitato che valuta i pagamenti necessari per assistere le vittime.

    Il mio ruolo e il mio comportamento da arcivescovo di Sidney e di Melbourne sono stati esaminati dalla Royal Commissione e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni che sono emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato e io sono contento di questo. Ciò che si sta ancora discutendo in queste audizioni della Royal Commission riguarda il modo in cui la Chiesa ha trattato gli abusi sui minori 30 o 40 anni fa. In quel tempo la Chiesa aveva poche procedure e purtroppo, troppe volte, gli autori dei crimini sono stati trasferiti e i loro misfatti sono stati coperti. Naturalmente, a quel tempo, si parlava molto meno di questi temi e c’era una specie di velo di silenzio. Per quanto riguarda il mio contributo, come molti altri nella comunità cattolica, avrei voluto che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune delle accuse».

    Nell’ultima audizione lei ha raccontato di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani: che cosa ha fatto? Perché allora non ha fatto di più?

    «La risposta a questa domanda è stata fornita interamente durante l’ultima audizione ed è importante capire il contesto. Io ero prete da poco in quell’epoca, e sebbene io fossi vicario episcopale, questo era un ruolo consultivo per il vescovo e riguardava l’educazione nella diocesi: non era un ruolo esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane e io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Io mi fidavo del suo giudizio, gli credevo e inoltre ritenevo che quando lui l’ha riferito ai Fratelli Cristiani anche loro fossero capaci di affrontare questi casi. In effetti quel “fratello” insegnante venne rimosso. Il mio comportamento era del tutto coerente con il mio essere un giovane prete in quel momento. Chiaramente ora, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

    I casi esaminati dalla Royal Commission australiana non sono diversi da quelli accaduti negli Stati Uniti o in Europa: vescovi che invece di tutelare le vittime, hanno tutelato i carnefici. Perché secondo lei c’era questa mentalità?

    «A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, noi capivamo con molta meno chiarezza certi aspetti dell’abuso sui minori. Non comprendevamo il danno tremendo alle vittime degli abusi clericali. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia, non erano coscienti dei comportamenti nascosti e ripetitivi di molti pedofili. La Royal Commission, che sta valutando la risposta delle istituzioni australiane, comprese le istituzioni religiose governative, sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse bisogna anche dire che molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e si sottovalutava la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

    La Chiesa oggi è in grado di affrontare e di controllare questo fenomeno? Bastano le norme – durissime – e le nuove leggi? Oppure occorre cambiare la cultura e la mentalità?

    «In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio alla prevenzione del fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Il cambiamento ha avuto un effetto significativo nel ridurre il numero degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, assicurando che quando questi crimini accadono, vengono affrontati per ciò che sono, e gestiti con trasparenza e in collaborazione con le autorità civili. Questi cambiamenti includono una più rigorosa valutazione nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Noi dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo per far sì che questi terribili crimini non riaccadano. Nella Chiesa in generale, sarebbe giusto dire che la cultura, le norme e anche la prassi variano da cultura a cultura e da paese a paese. La Pontificia commissione per la protezione dei minori prende in considerazione in modo attivo tutte queste questioni e sta già lavorando per diffondere una migliore conoscenza delle procedure richieste e dei bisogni delle vittime in tutto il mondo. La cosa più importante è di avere protocolli chiari, pubblicamente riconosciuti e costantemente applicati. Questo naturalmente crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità ed è chiaro che la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi è fondamentale».

    Come ha vissuto la sofferenza delle vittime? Lei si è detto disponibile a incontrarle: che cosa vorrebbe poter dire loro?

    «Giovedì scorso ho incontrato una dozzina di vittime di Ballarat, insieme alle persone che li assistono, e ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro onesto e in certi momenti commovente. Io sono impegnato a lavorare con le vittime di Ballarat e delle zone circostanti. Conoscevo molte delle loro famiglie e conosco la bontà di tante persone della comunità Ballarat, questa bontà non viene cancellata dal male commesso. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace con i comitati e le agenzie che abbiamo a Roma e in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo, e ci sono stati tanti tragici suicidi. Io mi impegno a lavorare con i gruppi per cercare di fermare questo affinché il suicidio non sia considerato come una scelta possibile. Nel corso degli anni ho conosciuto tante vittime. Quando le incontro, la mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie e ascoltare con empatia, spiegando loro i passi che la Chiesa sta compiendo per prevenire la ripetizione di questi crimini. È importante che capiscano che crediamo a loro. Io non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che provano. Ho letto tanti di questi rapporti sulle loro sofferenze e ciò è stato davvero angosciante per me. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza e per me questa è stata sempre una priorità. Non posso promettere l’impossibile. Noi tutti sappiamo quanto difficile è portare tutto questo a compimento. Ma, come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime della piaga degli abusi sessuali sui minori e per assicurare che ci siano procedure per prevenire la ripetizione di questi crimini. Giovedì scorso, all’incontro con le vittime, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per aiutare le vittime e per realizzare un centro di ricerca per migliorare l’ascolto e studiare metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, e dobbiamo ancora discutere nel dettaglio la questione con le vittime ma giusto ieri l’Università Cattolica dell’Australia si è impegnata in linea di principio ad aiutare questa importante iniziativa, e a farlo presto».

    Il Papa tornando dal Messico ha definito «sacrifici diabolici» quelli compiuti dai sacerdoti che hanno abusato di minori e ha anche detto che un vescovo il quale si limita a spostare un prete pedofilo da una parrocchia all’altra non è adatto all’incarico: che cosa ne pensa? Può spiegare che significato hanno le parole che Lei ha usato dichiarando di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato? Che cosa le ha detto?

    «Il Papa è stato sempre un sostenitore delle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Il Santo Padre capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i giovani e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato su questo con il Papa in varie occasioni e ho fatto in modo che lui continui a essere informato. Ogni giorno ho mandato al Papa e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni della Royal Commission. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

  • Sbatti il reverendo in prima pagina

    Sbatti il reverendo in prima pagina

    Ha scosso il mondo cattolico l’inchiesta sui preti pedofili iniziata negli Usa alcuni anni fa che è ora un film Spotlight (sei nomination agli Oscar) di Tom McCarthy, visto a Venezia e da giovedì scorso in sala anche in Italia. Perfetto film di genere, ambientato nel mondo del giornalismo americano, diretto alla perfezione dal regista Tom McCarthy.

    Siamo al Boston Globe, deve arrivare un nuovo direttore e già dalle prime battute entriamo nel linguaggio scabro fatto di partite di poker, risposte fulminanti e poche chiacchiere. I capi redattori coordinano (Michael Keaton), i cronisti scalpitano, poi c’è anche una donna (Rachel McAdams) per par condicio e l’outsider (Mark Ruffalo), che non molla mai la presa. Ora ha per le mani il caso di un prete che ha molestato bambini, ma può un giornale i cui lettori sono più della metà cattolici fare causa alla chiesa? Anche il nuovo direttore è un personaggio che fa scalpore, dritto allo scopo nel rendere indispensabile il quotidiano, in un’epoca (siamo nel 2001) in cui internet azzera le vendite. Di poche parole, ha una strategia in mente e indirizza le ricerche verso una strada di non ritorno, come succederà, facendo infine scoppiare un caso di cui ancora si parla.

    L’indagine durerà parecchi mesi a partire dai tredici casi di preti conosciuti ai novanta che emergono via via, alle interviste senza mezzi termini a base di: «la gente vuole sapere i particolari», dove è successo? quando è successo? Il gruppo dei cronisti è lanciato sulle piste dell’avvocato (Stanley Tucci) che difende le vittime di violenze, dell’avvocato che patteggia direttamente con la chiesa ottenendo altissimi risarcimenti. E per convincere i pezzi grossi più reticenti basterà chiedere: «Ma tu non vuoi stare dalla parte giusta?». Fino ad arrivare al cardinale Law dell’Arcidiocesi (Giovanni Paolo lo trasferì a Roma, a Santa Maria Maggiore) che «sa qualcosa» e che regala al direttore del Globe un voluminoso catechismo dicendogli: «la prenda come una guida di Boston». La Chiesa infatti, viene sottolineato, è la grande benefattrice di Boston, intorno a lei girano gli affari.

    Non si dimentica neanche l’importanza che ha l’archivio in un giornale: lì infatti come punto di partenza si ritrovano i ritagli degli articoli su diversi casi che presi separatamente non significavano molto, ma che quando la rete inizia a comporsi saranno la base su cui costruire. Il grosso ostacolo contro cui combatte il team di cronisti, il gruppo Spotlight da cui prende il titolo il film, è appunto il silenzio, l’autoassoluzione dei preti, l’omertà della società, il senso di vergogna delle vittime che costituisce la leva dei preti pedofili per ottenere il silenzio.

    Sono vittime scelte non a caso tra bambini poveri, quasi sempre senza padre che vedono nella benevolenza del loro prete quasi un incontro con Dio, ma che spesso poi ricorrevano al suicidio o alla droga. Quelli ancora vivi cominciano a raccontare. La quantità di casi che emerge sgomenta: si deve trattare di un grande numero di preti, altrimenti non avrebbero potuto farla franca così a lungo. Finiscono con lo scoprire che si tratta di una percentuale vicina al 6% del clero e l’elenco dei nomi completerà la ricerca, messi in riposo o in case di cura per malattie mentali una volte scoperti, ma senza per questo abbandonare il sacerdozio.

    Una cultura della clandestinità che confligge pesantemente in ogni caso con l’etica protestante dominante nel paese. Portare alla luce, far parlare, fuori i nomi e le cifre. Nel frattempo ricordiamo che il cardinal Ratzinger dall’Italia interveniva contro i media americani che gettavano discredito e si dovrà aspettare papa Francesco per la condanna definitiva portando in giudizio per abuso di ufficio i vescovi che non abbiano dato seguito alle denunce degli abusi sui minori. Nel film l’attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico. Il caso in tutta la sua analisi particolareggiata (si parla di 7000 preti coinvolti negli Usa) viene pubblicato nel 2002 e diventa materia esplosiva prima nel paese e poi nel mondo intero. Nel 2003 l’inchiesta valse il Pulitzer come miglior servizio pubblico.

  • Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Dal 18 febbraio 2016 l’attore italo-americano sarà nelle sale con “Il caso Spotlight”, film dedicato al team di giornalisti che nel 2002 rivelò al mondo una drammatica verità: la Chiesa cattolica aveva protetto e coperto decine di preti pedofili

    di Mauro Donzelli

    E’ un periodo d’oro per Mark Ruffalo, sempre più popolare per la sua capacità di rendere umani personaggi diversi come Hulk, nel carrozzone degli Avengers, o un padre bipolare, nel delizioso indieTeneramente folle. Adottato da molte donne come ideale di maschio, affascinante ma morbido, ha appena ottenuto la terza nomination all’Oscar per il ruolo di un giornalista che denuncia lo scandalo dei preti pedofili a Boston, ne Il caso Spotlight, in sala dal 18 febbraio.

    Un personaggio impegnato socialmente che gli somiglia molto, viste le sue battaglie ideali che lo portano spesso a manifestare la sua posizione, sulle strade americane come attraverso i social network. Non è sempre stato così, visti i tanti anni di provini falliti e piccoli ruoli, prima di consacrarsi come ospite fisso nei set di autori come Michael Mann, David Fincher Martin Scorsese o Bennett Miller. Anni difficili anche nella vita privata, con un tumore al cervello diagnosticato nel 2002, da cui ha recuperato in pieno, o la morte del fratello Scott, a casa sua, in seguito a un colpo di pistola partito in circostanze mai chiarite.

    Ruffalo è sposato dal 2000 con Sunrise, ex attrice, dalla quale ha avuto tre figli, che vivono con lui a New York. La coppia ha conquistato tutti allo scorso Festival di Venezia, per gli sguardi innamorati e i sorrisi entusiasti con cui si sono presentati in laguna. Io Donna ha avuto l’occasione di incontrare l’attore in una lunga chiacchierata, in cui ha confermato la sua grande gentilezza e capacità di suscitare empatia e genuino interesse in chi incontra.

    Un momento particolare nella sua carriera. Tutti l’amano, il pubblico, i critici.
    Il che è molto bello. La vivo come meglio non potrei. Si sta realizzando quello che sognavo quando, da ragazzo, ho deciso che volevo fare questo mestiere: avere una carriera originale, non limitata a un filone solo, potendomi muovere dentro e fuori dalle scatole in cui la gente vuole rinchiuderti, etichettandoti e limitandoti.

    Se lo gode ancora di più perché ha dovuto sudarselo questo successo? Le sono stati utili i tanti anni di gavetta
    Assolutamente. Mi mantengono sempre riconoscente e umile. È stata dura, e per molti anni. Ho lavorato tanto per migliorarmi come attore, per risultare diverso dalla mia personalità, visto che sono molto noioso [ride]. Tutto questo lavoro ha pagato e mi ha reso una persona più matura, capace di apprezzare le cose belle, ma mi ha anche concesso un ampio bagaglio di esperienze personali da utilizzare nel mio lavoro.

    Come descriverebbe l’industria del cinema, Hollywood?
    È come un’illusione, la proiezione di qualcosa che non esiste. È la confezione che contiene un prodotto. Una volta che la apri, allora la qualità di quello che ci trovi, dell’esperienza che ti regala, è tutto un altro discorso. Ci sono il junk food da una parte e il cibo biologico dall’altra, quello prodotto con amore, che ti regala un’idea del mondo. Il cinema è così: c’è il mercato del contadino e il grosso centro commerciale, pieno di colori brillanti e marche famose. Quando mangi non te ne frega niente dell’imballaggio. È così che vedo la mia industria.

    Il suo personaggio ha molta rabbia, lotta per una causa. In questo è simile a lei?
    Mike si interessa a molte tematiche sociali e come giornalista sa di poter riparare qualche torto, dando voce a persone che non ce l’hanno. In questo mi identifico. Un giornalista, come un attore noto, ha qualche possibilità di farsi ascoltare, di mandare in prigione i cattivi.

    Lo si dice talvolta a sproposito, ma Il caso Spotlight è veramente un film corale.
    Per me è l’ideale. Sono sempre nervoso quando un film è incentrato tutto su di me. Ognuno pensa che la vita sia solo ‘noi’, ma quando guardi dall’esterno ti rendi presto conto come non sia mai la storia di una sola persona. Anche quando sono il protagonista assoluto, penso sempre a me stesso come a un giocatore di squadra. Ti aiuta a restare lontano dai guai, visto che recitare bene vuole dire sublimare il proprio ego, porsi al servizio di qualcos’altro. La bravura di un attore è data dalle persone con cui recita ed è molto più divertente recitare con altri attori che guardarti riflesso in uno specchio.

    Lei ha frequentato una scuola cattolica, giusto?
    Sì, alle elementari.

    La storia raccontata nel film è tremenda, la sensazione è che sarebbe potuta accadere a qualsiasi ragazzo. Che sensazione le ha provocato, essendo oltretutto cresciuto in una scuola cattolica?
    Non è successo a me, né nella mia comunità, ma è pur vero che solo con il passare degli anni sempre più persone hanno trovato il coraggio di farsi avanti. La mia non era una tipica famiglia vittima di queste atrocità, ma sarei potuto crescere in una diversa, povera, con un padre assente. Sono loro le vittime di questa malattia della Chiesa. È sbalorditivo quante persone siano state colpite.

    Lo è anche che tutto sia stato nascosto.
    Da tutta la comunità, non solo dalla Chiesa; anche il Boston Globe stesso, all’inizio, la polizia, i politici, le grandi famiglie di potere della città, sono stati complici. La storia di questo film si potrebbe adattare ai partiti politici, alle nazioni, a ogni istituzione o comunità ideologica verso cui molta gente pone grande fiducia. Le persone tendono a guardare dall’altra parte; basti pensare alla guerra in Iraq o ai cambiamenti climatici. La gente diventa schiava di un’ideologia e chiude un occhio sulla realtà, anche quella che minaccia i nostri stessi figli, come la guerra in Vietnam, che ne ha sacrificati a migliaia. La parte triste è che non riguarda solo la chiesa, ma tutti; per questo è il momento giusto per ammettere le proprie colpe e iniziare il processo di guarigione di tutte le vittime, anche solo chi ha perso la fede a causa dei comportamenti della chiesa.

    Cosa pensa dovrebbe fare il Papa?
    Dovrebbe affrontare direttamente la questione, portando i colpevoli in tribunale, provvedendo a delle riparazioni. C’è molto che potrebbe fare, in una parola: giustizia. È il momento di utilizzare queste vicende per educare al meglio le persone, aiutandole a ritrovare la fede.

    Lei usa la sua notorietà per sensibilizzare riguardo a molte tematiche sociali, politiche o ambientali. Sente di dover dare qualcosa indietro?
    Sono stato fortunato. Penso che gli attori abbiano una voce particolare che viene ascoltata dalle persone. La possono usare per ottenere più soldi o per fare quello che ritengono giusto. La gente può dire cose terribili su di me o che sbaglio totalmente, ma sono convinto che il mio cuore sia nel posto giusto, e che questo è il modo con cui posso ridare al mondo la fortuna che ho avuto nella vita.

    Essere padre avrà contribuito.
    Certamente. È proprio da loro che sono partito, dalla volontà di farli vivere in un mondo migliore. Ti domandi quale sia l’eredità che lasci ai tuoi figli.

    Parlando di eredità, quale pensa sia quella del presidente Obama, ora che sta concludendo il suo mandato?
    La cosa triste di Barack Obama è che ha fatto nascere uno splendido movimento, radicato nella società civile, e poi gli ha voltato le spalle. Questa energia che ha creato è ancora viva, ma i suoi propagatori sono diventati più cinici. Sono molto rammaricato che non l’abbia veicolata in maniera propositiva, dimostrando di tenere a questa gente per cui l’elezione del primo presidente afro americano ha rappresentato la realizzazione di un sogno.

    Come attore cosa sta ancora cercando?
    Di non essere noioso. Sto finendo di lavorare agli Avengers, dopo due anni in cui ho lavorato in maniera quasi ininterrotta, stando spesso lontano dalla mia famiglia. Tutto quello che voglio ora è stare con loro per un po’.

    Diventare attore è stato per lei un modo per vincere la timidezza?
    Assolutamente. Nonostante abbia deciso presto di fare l’attore, non avrei mai immaginato di riuscire ad arrivare al punto in cui sono ora. La mia aspettativa era, al massimo, di diventare un buon caratterista e di mantenermi. Sono onesto dicendo che aspetto ancora che prima o poi un pianoforte mi cada in testa.

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

  • Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

    di Gabriela Pereyra

    «Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

    Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

    Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
    Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

    L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

    Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
    Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

    Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
    Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

    Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
    Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

  • MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    A Roma per presentare il film sugli abusi dei preti sui minori, l’attore si dichiara ‘fan’ di Papa Francesco lasciando al reporter Walter Robinson le critiche più dure.

    Si parla da tempo di Il caso Spotlight, il film dedicato alla celebre indagine del 2002 dei reporter del Boston Globe che sollevò il velo sugli abusi sessuali compiuti da preti e vescovi dell’arcidiocesi della città statunitense, allargandosi poi a tutto il mondo. Candidato agli Oscar per il Miglior Film, il Miglior attore non protagonista (Mark Ruffalo), la Miglior attrice non protagonista (Rachel McAdams), la Miglior regia (Tom McCarthy), la Miglior sceneggiatura originale e il Miglior montaggio, Il caso Spotlight ci offre l’occasione di incontrare Michael Keaton e di parlare con lui di giornalismo e delle recenti polemiche legate agli Oscar, ma soprattutto di conoscere il giornalista che diede origine a tutto, quel Walter ‘Robby’ Robinson che ancora oggi non si fa scrupoli nel sottolineare gli errori del Vaticano e la necessità di un vero giornalismo d’inchiesta…

    Il caso Spotlight celebra un giornalismo che non esiste più, minacciato dalla crisi e da internet, ma che effetto le ha fatto interpretare questo ruolo, oggi?
    MICHAEL KEATON: L’ho considerato una benedizione, in un certo senso. Personalmente mi interessa molto il giornalismo: leggo i giornali, e guardo gli show televisivi di informazione più che seguire le news online magari. Così, quando si è iniziato a parlare di interpretare questo ruolo, ho trovato lo script molto interessante oltre che ben scritto. Anche il cast si annunciava notevole – prima di me era stato ingaggiato già solo Mark Ruffalo, e dopo di me han chiamato tutti gli altri – e amavo molto Tom McCarthy come regista, avendone visto tutti i film, tranne uno. Stante tutto questo, è stato poi il tema del giornalismo associato a quello degli abusi nella Chiesa cattolica a farmi decidere definitivamente.

    Un giornalismo d’inchiesta che però sembra morto, anche negli Usa? Cosa stiamo perdendo?
    WALTER ROBINSON: Negli Usa il giornalismo d’inchiesta è tenuto in vita ‘artificialmente’ potremmo dire. Internet ha strappato ai giornali i soldi necessari per realizzare certe inchieste e in molti hanno perso il loro posto di lavoro. Una follia, visto che gli stessi lettori confermano che quel che considerano più importante nei giornali sono proprio le indagini. Ma qualcuno deve pressare i poteri ufficiali e le istituzioni, come anche la Chiesa cattolica, perché si riconoscasno responsabili dei loro atti. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non lo facciamo, la democrazia morirà. Perché la gente non potrà essere informata né potrà farsi una vera opinione in merito anche a decisioni importanti.
    MICHAEL KEATON: Un esempio perfetto viene proprio dalla mia città natale, Pittsburgh, in Pennsylvania, dove la sezione di inchieste del giornale locale è di sole sei pagine, nelle quali è impossibile inserire qualsiasi tipo di indagine giornalistica. Non a caso, nella vicina Flint, in Michigan, c’è stato un caso importante di inquinamento idrico da piombo che ha causato traumi cerebrali e successive difficoltà cognitive in molti bambini. C’è stata una persona sola che ha indagato su questo, Erin Brokovich, sostenendo che le città coinvolte da questo tipo di inquinamento negli Stati Uniti sono circa un centinaio. E tra queste potrebbe esserci anche Pittsburgh. Io credo che se ci fosse stato un vero e importante giornalismo investigativo avremmo avuto meno casi di questo tipo, di queste crisi.

    Pur da appassionato, è stato impegnativo prepararsi al ruolo?
    MICHAEL KEATON: Forse non dovrei confessarlo, per poter sembrare un attore migliore, ma la preparazione per il ruolo è stata resa molto facile dallo stesso Walter ‘Robby’ Robinson e dalla possibilità di passare del tempo con lui per assorbire le sue storie sulla propria vita, la propria carriera e tutto quanto ci fosse dietro il lavoro del Team Spotlight sul caso in questione. È stato meraviglioso per me – che sono naturalmente curioso, in particolare sul giornalismo e questo tipo di temi – potergli fare domande su tutto e assorbire quello che raccontava, dalla sua famiglia ai suoi hobby. Anche per cercare di comprendere meglio la sua persona e costruire il personaggio, al quale ovviamente ho aggiunto del mio, grazie anche alla familiarità con le redazioni e con il lavoro dei giornalisti avendone già interpretato alcuni in altre due occasioni (Cronisti d’assalto di Ron Howard, nel 1994, e la miniserie Live from Baghdad di Mick Jackson nel 2002, ndr). Oltre che per interesse personale, come appassionato appunto, purtroppo frustrato dal vedere molti orribili programmi televisivi di approfondimento. Credo sia una situazione generalizzata, che esiste anche in Italia, e vorrei poter capire l’italiano per leggere i giornali di qui per farmene una idea, ma non posso..

    L’argomento degli abusi non è nuovo, ma sicuramente il film l’ha riportato al centro delle cronache. Si aspetta che succeda anche in Italia?
    MICHAEL KEATON: Sinceramente credo che il film avrà un grande impatto. Un tema del genere non può non averlo. E ripenso quando, alla fine di una delle proiezioni con il pubblico, una delle vittime degli abusi mi ha avvicinato per dirmi di non aver mai confessato a nessuno di aver avuto questo tipo di esperienza con un sacerdote. Eppure il film non punta il dito contro la religione in generale, ma va al di là. Personalmente ho avuto una educazione cattolica e ho grande rispetto della fede e dei fedeli, anzi, una delle cose che mi ha colpito di più di questo film è proprio la perdita della fede da parte di molte vittime di questi sacerdoti. È una situazione che non riguarda solo Boston, ma interessa molti fedeli… Io sono un fan di Papa Francesco, credo stia facendo un lavoro difficile e lo ammiro per affrontarlo, ma il tema di certi abusi di potere da parte di chi dovrebbe esercitarlo in maniera diversa è una costante. Come accade per esempio con le forze dell’Onu, con i ‘Peacekeepers’ impegnati negli aiuti umanitari in molte zone dell’Africa che non sempre intervengono in casi di abusi tutelando chi ha bisogno di esser difeso, e diventando così, in un certo senso, complici essi stessi.
    Io sono solo un attore, che ha la fortuna di interpretare questo ruolo, ma sono queste persone ad essere eroi, chi ha subito questi abusi e i giornalisti che ne hanno scritto, denunciandoli. Noi godiamo solo del frutto del loro impegno e possiamo cercare di dare il nostro contributo.

    Oggi il Cardinale Law non è più a Santa Maria Maggiore, ma a Palazzo della Cancelleria, dopo una rimozione “morbida” dettata dal raggiungimento degli 80 anni. Tornerebbe a intervistarlo? E che effetto le ha fatto vedersi interpretato sullo schermo?
    WALTER ROBINSON: Il Cardinale Law è stato trasferito in Italia nel 2002 e da allora non mi risulta che abbia più parlato a dei reporter, anche se io credo che sarei l’ultimo con cui vorrebbe parlare. Detto questo, io mi sento onorato di esser qui oggi e di essere stato interpretato da Michael Keaton, uno dei migliori attori del mondo. Quando me l’hanno comunicato sono stato felice, anche perché nel 1984, mentre ero caporedattore della cronaca locale del Boston Globe, lui interpretò proprio quel ruolo nel film di Ron Howard Cronisti d’assalto. E se non l’avete visto, recuperatelo! Era stato perfetto in quella parte. Come in questo caso, prendendo ogni dettaglio della mia voce, dei miei gesti, etc per rappresentare al meglio e con uno straordinario realismo quel che ero nel film.

    E cosa pensa della Chiesa Cattolica oggi, nell’anno del Giubileo?
    WALTER ROBINSON: Come tutti, ripongo grandi speranze in questo Papa. Ho grande rispetto per quel che sta cercando di fare. Ricordo sempre che una delle prime cose fatte dopo l’investitura è stata proprio quella di togliere a vescovi e arcivescovi le loro limousine private. Una delle quali – oltre a lussuose abitazioni – era assegnata al Cardinale Law, come ad altri cardinali americani.
    Io credo che la Chiesa resti condizionata dai privilegi che certi ecclesiastici continuano ad avere e non completamente concentrata sulle questioni di fede. Io spero che possa cambiare anche in questo e che preti e vescovi possano concentrarsi sulle necessità dei bisognosi e delle loro famiglie e dei loro figli. E prego che sempre meno bambini vengano molestati. Penso inoltre, come molte delle vittime, che Papa Francesco non abbia fatto ancora niente di sostanziale per eliminare questi abusi, ma abbia solo compiuto alcuni passi. Quando è venuto negli Usa ha applaudito il coraggio degli arcivescovi statunitensi nell’affrontare questo tema, cosa che ho trovato profondamente offensiva, come molti nel mio paese, per l’opporsi della maggior parte dei vescovi ai cambiamenti, a meno di non avere una pistola alla tempia. Ancora molto, la maggior parte, rimane da fare, ma spero che questo Papa riesca a portare a termine il compito.

    Tornando invece al cinema, e al boicottaggio degli Oscar per la mancanza di nomination ‘black’. Ci sono ancora problemi in questo senso, secondo la sua esperienza?
    MICHAEL KEATON: Non sono bravo a dare risposte brevi su certi temi, tanto meno su uno così importante e sentito come quello che riguarda le persone di colore e la loro discriminazione, del quale sento parlare sin da quando ero bambino e che sin da allora mi dava fastidio. Si tratta di un problema talmente più grande di quel che riguarda la questione legata agli Oscar. Un discorso molto complesso, ma insieme anche incredibilmente semplice che potremmo ridurre alla domanda se sia una cosa giusta o ingiusta. Non so se in Europa la situazione sia la stessa ovunque, ma probabilmente il problema oltre che nel background dei votanti è nel sistema stesso. Un problema che assume una importanza decisamente maggiore a livello mondiale, e che nel mio Paese costituisce ancora un tema molto sentito e attuale. Forse anche per questo non mi preoccupo granché della questione ‘Oscar’; faccio quello che devo fare, ma il problema è altrove.

    http://www.film.it/film/interviste/dettaglio/art/michael-keaton-il-caso-spotlight-le-colpe-del-vaticano-e-gli-oscar-44815/

  • IL PC DEL PRETE DI COSENZA ACCUSATO DI MOLESTIE È ‘PULITO’, OGGI SARÀ ASCOLTATA LA VITTIMA

    IL PC DEL PRETE DI COSENZA ACCUSATO DI MOLESTIE È ‘PULITO’, OGGI SARÀ ASCOLTATA LA VITTIMA

    Don R. R. cinquantenne cosentino docente di religione nella scuola media Zumbini avrebbe tentato di abusare di un suo studente.

    COSENZA – Sarà ascoltato oggi pomeriggio, alla presenza del gip e di uno psicologo, il ragazzino protagonista dell’ennesimo scandalo che sta coinvolgendo la diocesi cosentina. L’incidente probatorio porrà a confronto la presunta vittima e il suo professore di religione al fine di fare chiarezza sull’episodio. Una vicenda denunciata lo scorso novembre da persone vicine al minore il quale aveva confidato delle attenzioni rivoltegli dal prelato. Don R. R. docente presso la scuola media Zumbini di via Roma, secondo quanto dichiarato dal ragazzino, avrebbe attirato con una scusa il suo studente nell’aula di ricevimento. Lontano da occhi indiscreti l’uomo avrebbe poi tentato di abusare di lui palpeggiandolo nelle parti intime. Il piccolo, sconvolto, avrebbe poi raccontato tutto al rientro da scuola. Emersa la vicenda sugli organi di stampa i genitori degli studenti iscritti nello stesso istituto scolastico hanno minacciato di richiedere il trasferimento dei figli in altre scuole qualora non fossero stati presi provvedimenti. Un’azione che ha indotto il parroco a farsi da parte licenziandosi. Le sue aspirazioni, da quanto emerso dalle indagini, sarebbero però ben altre.

    R. R. sarebbe prossimo ad una probabile promozione a presbitero che gli permetterebbe di scalare le gerarchie ecclesiastiche e diventare vescovo. Una situazione di cui non avrebbe fatto mistero, della quale si vantava in attesa del coronare la propria ascesa. La curia, intanto, dopo aver invitato la stampa a tacere si chiude nel silenzio. Dalla segreteria del vescovo rispondono che, come noto, “sua eccellenza non rilascia mai interviste, tranne a Parola di Vita il nostro giornale. Inoltre in merito a questa vicenda preferisce non essere intervistato perché la cosa si sta schiarendo, sta prendendo una forma diversa da quella che voi giornalisti avete profilato“. La posizione giudiziaria dell’indagato sarà chiarita oggi, nel frattempo quello che è certo, ad ora, è che il prete viene accusato di abuso sessuale su minore. Intanto dai controlli effettuati sul pc sequestrato al parroco su disposizione del pm Tridico, pare non sia stato rintracciato materiale pedopornografico. L’unico indizio a disposizione dei magistrati è il racconto della presunta vittima di cui oggi sarà valutata l’attendibilità.

    Sul caso l’avvocato difensore del presule, Rossana Cribari, intende mantenere il massimo riserbo sia per tutelare l’assistito, sia per tutelare la presunta vittima, sia per le disposizioni date dal magistrato già infastidito dalle troppe informazioni trapelate sui mass media. Nel fascicolo relativo al professore di religione pare inoltre vi siano altri elementi acquisiti nel corso delle indagini che potrebbero avvalorare la tesi del minore. Voci di paese, semplici dicerie, che non hanno alcun valore a livello giudiziario parlano di R. R. come un parroco allontanato dalla parrocchia di Carolei in quanto troppo ‘affettuoso’ con i suoi piccoli fedeli. Non sarebbe la prima volta che il vescovo Nolè si trova a dover affrontare un presunto caso di pedofilia all’interno della propria diocesi. Monsignor Nole infatti quando fu vescovo della diocesi Tursi- Lagonegro dovette a tutela dell’immagine della curia sospendere a divinis un suo parroco Don Antonio Calderaro arrestato per l’adescamento su social network e l’induzione alla prostituzione di minorenni. In quel caso Nolè si definì “profondamente sorpreso e addolorato – si legge in un comunicato – dalla notizia del fermo giudiziario accusato dall’ignobile e umiliante reato di abuso su minore”.

    http://www.quicosenza.it/news/le-notizie-dell-area-urbana-di-cosenza/cosenza/68931-il-pc-del-prete-di-cosenza-accusato-di-molestie-e-pulito-oggi-sara-ascoltata-la-vittima