Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Documento segreto: perché la Chiesa di Mendoza non ha voluto indagare internamente sul Provolo

    Documento segreto: perché la Chiesa di Mendoza non ha voluto indagare internamente sul Provolo

    La scoperta dell’abuso sessuale commesso all’Istituto Próvolo ha generato enormi ripercussioni sociali e politiche. La Chiesa di Mendoza ha subito il colpo: marce, obiezioni dei suoi stessi parrocchiani e problemi interni. C’erano anche domande sul principale valore intangibile che hanno i credenti: la fede. Nel pieno della crisi, l’Arcivescovado di Mendoza ha ordinato le sue priorità e ha reso urgente prendersi cura di un principio guida molto più tangibile: il patrimonio della Chiesa e la possibilità di richieste di risarcimento per abusi . Sebbene ci siano state pesanti condanne nei confronti dei principali imputati, i processi giudiziari continuano. 

    L’ arcivescovado di Mendoza , guidato all’epoca da Carlos María Franzini, si rifiutò di svolgere le indagini e approfondire le azioni dei sacerdoti perché, secondo lui, un tale compito li avrebbe esposti a “un grave rischio di richieste di risarcimento civile per il mero fatto di svolgere le indagini.””. Così appare in un documento segreto a cui MDZ ha avuto accesso , all’interno del fascicolo di oltre 400 pagine dove è raggruppato il processo interno svolto dalla Chiesa dopo le denunce. C’è il rifiuto di Franzini che la Chiesa di Mendoza indaghi con l’obiettivo primario della cura del patrimonio.

    Nell’inchiesta interna della Chiesa c’è l’incrocio di lettere, testimonianze di testimoni e di imputati. E poche le vittime. Sì, ci sono riconoscimenti di questi crimini interni e manifestazioni di orrore per i bambini e danni alla Chiesa. Inoltre c’è un dettaglio delle lotte interne e dei contenziosi nell’Istituto stesso; conflitti che gettano schegge in altre giurisdizioni. Dai preti indesiderati per le loro azioni, agli amori riconosciuti. Il denaro torna al centro della scena ed è anche uno degli assi della difesa degli imputati. I sacerdoti Corbacho e Corradi accusano una “operazione interna” di un terzo sacerdote che denunciano per furto e tentativo di trattenere i soldi dell’Istituto. Questo è Ramón Amarilla, che ha guidato il Próvolo, ha avuto varie accuse e poi ha lasciato il sacerdozio. Oltre la fede

    La richiesta del Vaticano

    La chiave dell’evento è stata la denuncia pubblica, presentata dagli studenti dell’Istituto nella legislatura di Mendoza e davanti all’allora luogotenente governatore Laura Montero. Le ripercussioni raggiunsero il Vaticano. Per questo uno stretto collaboratore di papa Francesco si è occupato di disporre le indagini interne attraverso tre lettere che ha inviato all’arcivescovo di Mendoza. Si tratta di Luis Ladaria , cardinale, capo della Congregazione per la dottrina della fede, il più alto sacerdote spagnolo all’interno della Santa Sede. Landria è gesuita, come Francesco, e il papa argentino lo ha promosso cardinale. 

    Le lettere sono arrivate all’ufficio di via Catamarca, ma nonostante la richiesta, c’è stato un rifiuto di indagare. “Ho ricevuto due lettere riferite alla presunta commissione del reato di abuso sessuale da parte di Re. Horacio Corbacho e Nicolás Corradi ai danni di minorenni ospiti presso l’Istituto Antonio Próvolo”, esordisce la lettera di Franzini . “In essi mi è chiesto di accettare l’incarico di procedere all’istruttoria… Con sincero spirito di assicurare gli interessi della giustizia ecclesiale e considerata la peculiare situazione che la Chiesa di Mendoza sta attraversando a seguito delle denunce contro i tre religiosi, io vi permetto di affermare che portare avanti questa indagine dalla nostra arcidiocesi sarebbe chiaramente controproducente”, spiega l’arcivescovo.

    Il provolo È stato inaugurato negli anni ’90 ed era direttamente collegato all’istituzione madre di quella congregazione, situata a Verona, in Italia, e con sede a La Plata. Sebbene vi siano stati collegamenti diretti con l’arcivescovado, non mancano momenti di tensione. È successo, ad esempio, con l’ordinazione del sacerdote Corbacho. L’arcivescovo José María Arancibia si era rifiutato di ordinarlo a Mendoza perché era stato addestrato altrove. Lo ha fatto, come spiegato nello stesso file, “a modo suo”. Tuttavia, è stato costretto ad accettare l’ordinazione. A fine 2016, in una giornata organizzata in Legislatura, il silenzio è stato rotto. Attraverso interpreti, le vittime hanno denunciato di aver subito abusi mentre erano ospitate in quell’istituto e hanno iniziato il percorso per svelare una vicenda oscura che ha coinvolto delitti aberrazionali.

    Il procedimento giudiziario si è concluso con condanne a 42 e 45 anni di reclusione nei confronti dei sacerdoti Nicola Bruno Corradi (deceduto) e Horacio Hugo Corbacho Blanc . Condannato anche Armando Ramón Gómez. Sono stati accertati abusi nei confronti di 11 bambini e adolescenti.

    Franzini ha assunto la guida della chiesa locale nel 2012. Lo scandalo Próvolo ha segnato il suo mandato. L’uomo è deceduto poco dopo per un problema di salute. Dopo le denunce, ci sono stati cortei, rivendicazioni e proteste contro quell’istituzione per l’azione. È che gli abusi provati in giustizia erano avvenuti sotto un silenzio spaventoso. Nonostante la richiesta del Vaticano, Franzini non ha voluto indagare. “Esporrebbe essa – l’Arcidiocesi – a un serio rischio di richieste di risarcimento civile per il solo fatto di svolgere le indagini preliminari… Con il solo caso Próvolo , l’Arcidiocesi avrà un compito arduo nei tribunali civili di Mendoza. Aggiungere lo scenario delle Istruttorie non mi sembra conveniente”, si legge nel documento.

    L’interpretazione che hanno dato dalla Chiesa ha evidenziato che le informazioni generate in quell’indagine potrebbero essere successivamente utilizzate negli uffici civili a causa della fuga di documenti. È che, hanno spiegato in quel momento, la Corte Suprema di Mendoza aveva già dichiarato incostituzionale la procedura prevista dal diritto canonico perché non consente la partecipazione delle vittime.

    L’arcivescovo individua il possibile risarcimento che potrebbe essere chiesto e suggerisce che la produzione di prove interne gli darebbe strumenti per quelle pretese che “finiscono per perseguire l’istanza canonica davanti alla giustizia civile, in attesa di ricevere il risarcimento dei danni”. “È iniziato in questo senso, negazione della giustizia e rancore morale”, aggiunge. Il contesto, secondo loro, giocava contro e avrebbe facilitato “qualsiasi pretesa contro la Chiesa di Mendoza”.

    La lettera termina con una singolare raccomandazione: che l’indagine sia svolta dagli stessi membri della Compagnia di Maria per l’educazione dei Sordi”, cioè dallo stesso Próvolo. L’altra richiesta che è stata accolta dai collaboratori di papa Francesco è stata che, altrimenti, lo facciano i vicari giudiziari di La Plata o Córdoba.

    Il Próvolo lavorava in una vasta proprietà situata a Luján. Dopo lo scandalo è stato chiuso ed è accaduto un fatto che ha generato polemiche, legate anche al denaro. La proprietà è stata venduta rapidamente e “a un prezzo vile”. Il posto ha 9 ettari, in via Boedo. Il Comune di Luján lo ha acquisito nel 2018, con tutti i procedimenti legali in corso, per 153 milioni di pesos. A quel tempo si stimava che potesse avere un valore di mercato vicino ai 1000 milioni di pesos. Adesso vi lavora la sede municipale.

    https://www.mdzol.com/politica/2023/4/24/documento-por-que-la-iglesia-de-mendoza-no-quiso-investigar-internamente-al-provolo-332440.html

  • Sacerdoti pedofili in tutto il mondo – la sola Italia detiene il 43% dell’Europa, il 12,7% nel mondo

    Sacerdoti pedofili in tutto il mondo – la sola Italia detiene il 43% dell’Europa, il 12,7% nel mondo

    L’Italia è il paese al mondo con la maggiore popolazione di sacerdoti e il maggior numero percentuale di cattolici, ossia, potenziali prede.

    L’irlandese Mark Vincent Healy ripropone su base  statistica questa volta globale, il potenziale italiano.

    Livello stimato di abusi sessuali da parte del clero sul livello stimato di preti pedofili

    L’Italia rappresenta il 46% della popolazione cattolica dell’UE che subisce abusi sessuali su minori.

    L’Italia rappresenta il 12,7% della popolazione cattolica mondiale di abusi sessuali su minori.

    Ci sono circa 3,6 milioni di vittime di abusi sessuali su minori cattolici nell’Unione europea.

    Ci sono circa 7,9 milioni di vittime di abusi sessuali su minori cattolici nel mondo.

    È un imperativo delle Nazioni Unite invitare l’Italia, in qualità di firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, a condurre un’inchiesta nazionale come parte di tale trattato sulla portata, la cultura e le cause degli abusi sessuali su minori perpetrati da membri della Chiesa cattolica nei delitti contro l’umanità in Italia.

    È un imperativo dell’Unione europea attraverso il Parlamento europeo invitare l’Italia come Stato membro a condurre un’inchiesta nazionale sulla portata, la cultura e le cause degli abusi sessuali su minori perpetrati da membri della Chiesa cattolica in reati contro cittadini europei in Italia .

    Inoltre, la Chiesa cattolica deve essere indagata dalle Nazioni Unite per i gravi reati perpetrati contro i bambini a livello globale, come crimini contro l’umanità per lo stupro e la contaminazione sessuale dei bambini.

    Va ricordato che Papa Francesco ha riconosciuto che il 2% dei preti cattolici sono pedofili (intervista a Eugenio Scalfari [IT https://bit.ly/1m6Uy5S – EN https://bit.ly/2O1u6VS]) secondo il dott. Richard Sipe nel 1990, John Jay Report su https://bit.ly/3lio1TM pagina 216.

    Il 2% dei sacerdoti cattolici nel mondo rappresenta e stima 1,9 milioni di vittime da parte di 7.929 sacerdoti cattolici.

    Inoltre, la Chiesa cattolica deve essere indagata da un appello emesso dal Parlamento europeo per i gravi reati perpetrati contro i bambini in quanto cittadini europei, come crimini contro l’umanità per stupro e contaminazione sessuale dei bambini all’interno dell’Unione europea.

    Mark-Vincent Healy [ mvh@onevoice.ie ] www.onevoice.ie ©2023

    https://www.mvh.ie/research/230419-IT-Percentuale-stimata-del-sacerdote-pedofilo.pdf

  • Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    Pedofilia: petizione a Ue per invitare Italia a rispetto norme

    E’ stata presentata nel corso di una conferenza stampa on line la petizione proposta da “La Rete L’Abuso”, associazione, con sede a Savona, che si occupa di sopravvissuti alla pedofilia del clero in Italia, al Parlamento Europeo.

    Il 16 febbraio scorso il presidente dell’associazione, Francesco Zanardi aveva presentato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione di Roma un report sui casi tracciati dall’associazione con nomi e cognomi di 418 preti italiani che, secondo i dati in possesso dall’associazione, sarebbero pedofili.

    “La Procura Generale ha girato l’informativa al Comando generale dell’Arma del Carabinieri e alla Polizia – dice Zanardi – ma, a tutt’oggi, non è successo nulla. Non ci hanno chiesto neppure i nomi di questi preti”.

    Con la petizione, La Rete l’Abuso chiede al Parlamento europeo di fare rispettare all’Italia le norme come quella della accesso alla giustizia, con un obbligo di denuncia più concreto, di estendere la tutela dei minori, con obbligo di denuncia per tutti i cittadini che sono venuti a conoscenza di una violenza.

    E poi, c’è il grande nodo della prescrizione che, attualmente, è di 20 anni dalla data in cui è avvenuto il reato.

    “Per chi come me ha subito una violenza- dice Zanardi – sappiamo che per la rielaborazione di questo trauma profondo possono volerci molti più anni”.

    Alla petizione le vittime potranno contribuire anche senza passare da La Rete, e in forma anonima, integrandola con le loro richieste, dichiarazione e testimonianze. (ANSA).
    YUR-FK/

  • Comunicato stampa – “Eccesso di tutela dei pedofili”, l’Italia deferita a UE, per la seconda volta all’ONU – Conferenza stampa – VIDEO integrale

    Comunicato stampa – “Eccesso di tutela dei pedofili”, l’Italia deferita a UE, per la seconda volta all’ONU – Conferenza stampa – VIDEO integrale

    Nelle conclusioni domanda:

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli in ambito di società civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi dall’abuso sessuale. Oggi lo Stato membro non è in grado di garantire ai cittadini dell’Unione di circolare con stessi diritti al suo interno e garantirne quei parametri di tutela fondamentali:
    quali iniziative l’Unione Europea ha intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali nello Stato membro;

    se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo della denuncia a tutti i cittadini e di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

    se e di quali elementi statistici disponga il Governo italiano circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, compresi quelli che vedono indagati o imputati ministri di culto;

    se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

    se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.

    Francesco Zanardi

     

    Relatori;

    Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO Avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio permanete Rete L’ABUSO Interverranno; Simone Padovani – Justice Initiative – Guido Fluri; Federico Tulli – Giornalista e autore di “Chiesa e pedofilia” – “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – insieme ad Emanuela Provera di “Giustizia divina” Timothy Law – ECA – Global Justice Project; Ludovica Eugenio (ADISTA) – Coordinamento ItalyChurchToo

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/04/19/procura-generale-della-repubblica-presso-la-corte-di-cassazione-roma/

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  • Pedofilia: l’Italia deferita al Parlamento Europeo e per la seconda volta all’ONU – CONFERENZA STAMPA mercoledì 19, ore 11.

    Pedofilia: l’Italia deferita al Parlamento Europeo e per la seconda volta all’ONU – CONFERENZA STAMPA mercoledì 19, ore 11.

    “Insignificanti sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli in ambito di società civile, volontariato e istituzioni religiose, di proteggere se stessi dall’abuso sessuale. Oggi lo Stato membro non è in grado di garantire ai cittadini dell’Unione di circolare con stessi diritti al suo interno e garantirne quei parametri di tutela fondamentali”.

    “Raccomandazioni che mi permetto la triste ironia, oggi è evidente siano sfuggite decisamente di mano allo Stato membro e afferrate al volo dallo Stato del Vaticano che, trovato il vuoto, si è infilato e lo ha sfruttato come vedremo. Non di certo nell’interesse superiore del minore e delle convenzioni.”

    Questi solo due dei passaggi delle conclusioni del testo depositato dalla Rete L’ABUSO all’Unione Europea.

    L’associazione informa e interroga il Parlamento Europeo e parallelamente anche il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite – nei rispettivi ruoli – su cosa intendano fare per risolvere il problema italiano, sfuggito di mano al Governo ma preso al volo da chi in Italia è pedofilo; da chi libero da obblighi ha scelto di sacrificare i bambini per il buon nome di una comunità; un’associazione; un circolo sportivo; una confessione religiosa.

    Una situazione penalizzante per uno Stato che fino a prova contraria non è fatto per i bambini e che all’interno della stessa Unione Europea diventa un pericolo anche per i cittadini degli stati membri che entrando vedono venire meno garanzie e diritti.

    Relatori Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO

    Avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio permanete Rete L’ABUSO

    Interverranno;

    Simone Padovani – Justice Initiative – Guido Fluri

    Federico Tulli – Giornalista di LEFT e autore di “Chiesa e pedofilia” – “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – insieme ad Emanuela Provera di “Giustizia divina”

    Timothy Law – ECA – Global Justice Project

    Ludovica Eugenio – Coordinamento ItalyChurchToo

    Link conferenza DIRETTA 19 APRILE ore 11

    Per accredito alla documentazione pre conferenza;

    [contact-form to="portavoce@retelabuso.org" subject="Conferenza UE"][contact-field label="Nome" type="name" required="1"][contact-field label="Email" type="email" required="1"][contact-field label="Testata" type="name"][contact-field label="Messaggio" type="textarea"][/contact-form]

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  • Caso Emanuela Orlandi, accuse e smentite sul coinvolgimento di Papa Wojtyla

    Caso Emanuela Orlandi, accuse e smentite sul coinvolgimento di Papa Wojtyla

    E’ormai scontro aperto in Vaticano sulle dichiarazioni di Pietro Orlandi e sulle mosse legali relative all’indagine sulla scomparsa della sorella Emanuela, con i media vaticani – dopo un silenzio iniziale – schierati ora a spada tratta in difesa della memoria del Papa santo, Giovanni Paolo II, da illazioni, sospetti e accuse “infamanti». E’ stata una convulsa giornata quella iniziata oggi con un incontro-lampo col promotore di giustizia Alessandro Diddi e l’applicato Gianluca Perone della legale della famiglia, avvocato Laura Sgrò, convocata come «persona informata dei fatti» per riferire l’origine delle informazioni depositate e riferite da Pietro nel lungo colloquio col magistrato di martedì scorso.

    Ma la legale ha scelto di opporre il segreto professionale. Non l’avesse mai fatto, dal momento che, dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle pesanti frasi di Orlandi su Karol Wojtyla, i media vaticani – prima Vatican News e poi l’Osservatore Romano – hanno gridato ancora più polemicamente che sulle accuse al Papa polacco «Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si rifiutano di fare nomi».

    Optando per il segreto professionale, secondo i media della Santa Sede, la legale della famiglia Orlandi «si è rifiutata di riferire da chi lei e Pietro Orlandi abbiano raccolto le ‘vocì sulle presunte abitudini di Papa Wojtyla che, secondo quanto raccontato dal fratello di Emanuela durante la trasmissione Di martedì, ‘la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi» e «non andava certo a benedire le casè.

    Parole che Pietro Orlandi ha pronunciato in diretta su La7 la sera dell’11 aprile, dopo essere stato lungamente ascoltato dal Promotore di Giustizia, lasciando così intendere di voler in qualche modo asseverare il contenuto di un audio nel quale un membro della Banda della Magliana faceva pesanti allusioni sul Pontefice polacco». Sempre per i media vaticani, preferendo “inaspettatamente e sorprendentemente» opporre il segreto professionale, l’avv.

    Sgrò avrebbe deciso «di non collaborare con le indagini dopo che più volte e pubblicamente, negli scorsi mesi, aveva chiesto di poter essere ascoltata».Immediata e stizzita, via Facebook, la reazione di Pietro Orlandi: «Ma sono impazziti, ma cos’è questo gioco sporco? Ma chi si rifiuta di fare i nomi? Ma se gli abbiamo dato una lunga lista di nomi, ma perché ? Altro che strumentalizzare le parole, qui in questo titolo c’è il peggio del peggio. Ma come, sono andato in primis a verbalizzare proprio per fare i nomi, tra gli altri, riguardo i famosi messaggi whatsapp affinché fossero convocati e interrogati e ora hanno il coraggio di dire che non ho fatto nomi?», e giù di questo tono.

    Poi, più circostanziata e formale, ma ugualmente molto dura, una lettera dell’avv. Sgrò al prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini, al direttore editoriale Andrea Tornielli e al direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni, in cui la legale sostiene senza mezzi termini che “attaccare il segreto professionale è attaccare la libertà e la ricerca indipendente della verità. Tale attacco è ciò che avete fatto oggi». Sgrò puntualizza che «una mia personale audizione come persona informata sui fatti è evidentemente incompatibile con la mia posizione di difensore della famiglia Orlandi e dell’attività in favore della ricerca di Emanuela che sto svolgendo.

    Questo è quello che ho pacificamente rappresentato, come avevo già fatto telefonicamente e via mail, al Promotore di Giustizia e a tutti i presenti».«Per quanto, poi, riguarda la mia posizione, violare il segreto professionale – dovreste ben saperlo – vuol dire non consentire a un difensore di mantenere la propria posizione differenziata, vuol dire alterare i propri rapporti, la propria credibilità, la propria libertà di azione, intralciando il diritto alle proprie autonome indagini», aggiunge. «La violazione del segreto professionale impedisce a un avvocato di svolgere liberamente il proprio lavoro – spiega -.

    Il segreto professionale è, quindi, baluardo della verità stessa e attaccarlo significa volere impedire a un avvocato di potere apportare il proprio contributo alla verità. Quanto leggo è una pressione su di me a violare la deontologia professionale cui sono tenuta e a cui non intendo, in alcun modo, derogare». In conclusione, l’avvocato precisa che «Pietro Orlandi non ha mai accusato di nulla Sua Santità di Giovanni Paolo II e nessuna persona che io rappresento lo ha mai fatto. Ha chiesto approfondimenti su fatti a lui riferiti». (ANSA).Avv. Sgrò, «contro libertà attaccare mio segreto professionale” (di Fausto Gasparroni)(ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO, 15 APR – E’ ormai scontro aperto in Vaticano sulle dichiarazioni di Pietro Orlandi e sulle mosse legali relative all’indagine sulla scomparsa della sorella Emanuela, con i media vaticani – dopo un silenzio iniziale – schierati ora a spada tratta in difesa della memoria del Papa santo, Giovanni Paolo II, da illazioni, sospetti e accuse “infamanti».

    E’ stata una convulsa giornata quella iniziata oggi con un incontro-lampo col promotore di giustizia Alessandro Diddi e l’applicato Gianluca Perone della legale della famiglia, avvocato Laura Sgrò, convocata come «persona informata dei fatti» per riferire l’origine delle informazioni depositate e riferite da Pietro nel lungo colloquio col magistrato di martedì scorso.Ma la legale ha scelto di opporre il segreto professionale. Non l’avesse mai fatto, dal momento che, dopo le polemiche dei giorni scorsi sulle pesanti frasi di Orlandi su Karol Wojtyla, i media vaticani – prima Vatican News e poi l’Osservatore Romano – hanno gridato ancora più polemicamente che sulle accuse al Papa polacco «Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si rifiutano di fare nomi».

    Optando per il segreto professionale, secondo i media della Santa Sede, la legale della famiglia Orlandi «si è rifiutata di riferire da chi lei e Pietro Orlandi abbiano raccolto le ‘vocì sulle presunte abitudini di Papa Wojtyla che, secondo quanto raccontato dal fratello di Emanuela durante la trasmissione Di martedì, ‘la sera se ne usciva con due suoi amici monsignori polacchi» e «non andava certo a benedire le casè.

    Parole che Pietro Orlandi ha pronunciato in diretta su La7 la sera dell’11 aprile, dopo essere stato lungamente ascoltato dal Promotore di Giustizia, lasciando così intendere di voler in qualche modo asseverare il contenuto di un audio nel quale un membro della Banda della Magliana faceva pesanti allusioni sul Pontefice polacco». Sempre per i media vaticani, preferendo “inaspettatamente e sorprendentemente» opporre il segreto professionale, l’avv. Sgrò avrebbe deciso «di non collaborare con le indagini dopo che più volte e pubblicamente, negli scorsi mesi, aveva chiesto di poter essere ascoltata».Immediata e stizzita, via Facebook, la reazione di Pietro Orlandi: «Ma sono impazziti, ma cos’è questo gioco sporco? Ma chi si rifiuta di fare i nomi? Ma se gli abbiamo dato una lunga lista di nomi, ma perché ?

    Altro che strumentalizzare le parole, qui in questo titolo c’è il peggio del peggio. Ma come, sono andato in primis a verbalizzare proprio per fare i nomi, tra gli altri, riguardo i famosi messaggi whatsapp affinché fossero convocati e interrogati e ora hanno il coraggio di dire che non ho fatto nomi?», e giù di questo tono.Poi, più circostanziata e formale, ma ugualmente molto dura, una lettera dell’avv. Sgrò al prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini, al direttore editoriale Andrea Tornielli e al direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni, in cui la legale sostiene senza mezzi termini che “attaccare il segreto professionale è attaccare la libertà e la ricerca indipendente della verità.

    Tale attacco è ciò che avete fatto oggi». Sgrò puntualizza che «una mia personale audizione come persona informata sui fatti è evidentemente incompatibile con la mia posizione di difensore della famiglia Orlandi e dell’attività in favore della ricerca di Emanuela che sto svolgendo. Questo è quello che ho pacificamente rappresentato, come avevo già fatto telefonicamente e via mail, al Promotore di Giustizia e a tutti i presenti».«Per quanto, poi, riguarda la mia posizione, violare il segreto professionale – dovreste ben saperlo – vuol dire non consentire a un difensore di mantenere la propria posizione differenziata, vuol dire alterare i propri rapporti, la propria credibilità, la propria libertà di azione, intralciando il diritto alle proprie autonome indagini», aggiunge.

    «La violazione del segreto professionale impedisce a un avvocato di svolgere liberamente il proprio lavoro – spiega -. Il segreto professionale è, quindi, baluardo della verità stessa e attaccarlo significa volere impedire a un avvocato di potere apportare il proprio contributo alla verità. Quanto leggo è una pressione su di me a violare la deontologia professionale cui sono tenuta e a cui non intendo, in alcun modo, derogare». In conclusione, l’avvocato precisa che «Pietro Orlandi non ha mai accusato di nulla Sua Santità di Giovanni Paolo II e nessuna persona che io rappresento lo ha mai fatto. Ha chiesto approfondimenti su fatti a lui riferiti». (ANSA).

    https://www.lasicilia.it/italia/caso-emanuela-orlandi-accuse-e-smentite-sul-coinvolgimento-di-papa-wojtyla-1765827/

  • Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili – #CEI Comic

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili – #CEI Comic

    L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista di Left Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando in Giustizia divina, in libreria per Chiarelettere dal 9 novembre, i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia?

    Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici.

    C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, c’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti.

    C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa.

    Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare.

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webposservatorio-permanente/comunita-recupero/

  • Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova – L’incubo durante il campo estivo in Val Pellice, in Piemonte. Marta (il nome è di fantasia per tutelare la privacy della minorenne), studentessa genovese di tredici anni, partecipa al raduno con i compagni della parrocchia di Genova.

    È durante questa vacanza che subisce abusi sessuali ad opera di un volontario della struttura. Un richiedente asilo di 34 anni originario del Gambia che da quel giorno si è reso irreperibile ma su cui pende una condanna per violenza sessuale aggravata su minore a tre anni e sei mesi di reclusione.

    Nelle scorse settimane il tribunale di Torino lo ha condannato in primo grado in contumacia. L’uomo era arrivato in Italia ed era finito affidato ad una associazione di volontariato che collaborava con la parrocchia aveva organizzato il raduno scout. E di cui Marta faceva parte.

    Le indagini che hanno portato all’identificazione del volontario sono state condotte dalla squadra mobile di Genova a cui si sono rivolti i genitori della giovane.

    I fatti risalgono all’estate di tre anni fa. Marta, appassionata scout, era partita per la Val Pellice e precisamente con i compagni per un campo estivo nella zona. E qui che erano scattati gli abusi sessuali. Due almeno quelli che hanno contestato e riconosciuto i pm torinesi che hanno seguito il caso. La giovane aveva raccontato delle violenze subite ai genitori al ritorno a casa. E così erano scattate le indagini della sezione reati contro la persona della squadra mobile.

    I poliziotti, diretti dal primo dirigente Stefano Signoretti, avevano ricostruito quanto accaduto ma soprattutto avevano identificato il volontario accusato delle violenze sessuali sulla ragazzina. Lo stesso nel campo estivo aveva il compito di occuparsi delle pulizie della struttura, di cucinare e curare l’area verde esterna.

    In prima battuta il giovane, sentito dalla polizia, aveva negato ogni addebito spiegando di essere «assolutamente estraneo alla vicenda». «Non ho fatto nulla a quella ragazzina – aveva giurato sentito in questura a Genova – Si è trattato di un fraintendimento». Nei suoi confronti non era stata spiccata dalla Procura alcuna misura cautelare in attesa dei successivi atti d’inchiesta.

    E però da quel giorno il volontario di origine gambiana ha fatto perdere le proprie tracce. Non ha partecipato alle udienze e si è reso irreperibile. E non è escluso che non appena la sua sentenza passerà in giudicato venga spiccato nei suoi confronti un ordine di arresto internazionale.

    Il richiedente asilo è stato assistito nel procedimento penale dall’avvocato di Torino, Riccardo Magarelli che ora sta valutando se presentare appello contro la sentenza di primo grado dei giudici. Magarelli era stato contattato dall’associazione di volontariato genovese.

    Determinante per arrivare alla condanna, l’incidente probatorio che ha visto la studentessa raccontare davanti ai giudici quanto avvenuto all’interno del campo estivo. Racconti, con l’ausilio di uno psicologo, che hanno permesso di ricostruire gli abusi sessuali.

    La famiglia della studentessa vittima delle violenze si è costituita parte civile nel procedimento. Ed è stata assistita nel corso del procedimento penale dall’avvocato Silvia Lorenzino.

  • Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    Pedofilia, le buone lezioni e i cattivi esempi della Chiesa nella Sicilia degli scandali

    A pochi giorni dall’aggiornamento del motu proprio del papa Vox Estis Lux Mundi, una parte della chiesa siciliana il 30 marzo torna a occuparsi di abusi, con un convegno organizzato alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni Evangelista di Palermo dal titolo “La tutela dei minori e delle persone vulnerabili: un impegno comune”.

    Una parata di nomi illustri, del calibro dell’arcivescovo della città Corrado Lorefice, a cui è affidata l’introduzione, per proseguire con padre Andrew Small, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, e con l’arcivescovo di Ravenna Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Cei, che parlerà dell’impegno della chiesa cattolica a partire dal primo report sulle attività di tutela dei minori diffuso lo scorso novembre.

    Un dossier a dir poco parziale e poco rappresentativo della realtà italiana perché, come abbiamo raccontato su Domani il 17 novembre, prende in esame soltanto l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto di 158 diocesi su 226 nel biennio 2020-21.

    L’obiettivo del convegno è ambizioso: partire da una riflessione sulla chiesa universale per concentrarsi sulle azioni di quella italiana e infine dare voce alle esperienze locali.

    Un’iniziativa voluta dalle diocesi di Palermo, Monreale, Cefalù, Trapani e Mazara del Vallo con il patrocinio, fra gli altri, del Servizio nazionale per la Tutela dei minori della Cei.

    Peccato che non si sia pensato di coinvolgere altre diocesi dell’isola, come Piazza Armerina, che pure manda i suoi seminaristi a studiare nell’istituto palermitano.

    Proprio la diocesi di Piazza Armerina, in realtà, avrebbe molto da dire sull’abuso clericale, anche se non può certamente vantare una gestione esemplare del problema.

    A Enna, dal 7 ottobre 2021 è infatti in corso il processo a don Giuseppe Rugolo, un sacerdote molto popolare nella città dell’entroterra siciliano, oggi accusato di violenza sessuale su tre minori.

    Una vicenda ricca di colpi di scena che coinvolge diversi personaggi, non ultimo il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, intercettato, prima ammette di aver insabbiato gli abusi di Rugolo e poi cerca di salvare capra e cavoli (sé stesso e la diocesi), con totale indifferenza per le vittime (come riportiamo su Domani del 14 novembre).

    Una storia che svela sempre nuovi capitoli: durante l’ultima udienza del 14 marzo, infatti, si è arricchito l’elenco degli insulti del vicario generale della diocesi Nino Rivoli che, in un’intercettazione riportata in aula, apostrofa con l’epiteto di “bestia” don Giuseppe Fausciana, l’unico sacerdote che a Enna si è fatto portatore della denuncia della vittima di Rugolo, Antonio Messina.

    Don Rivoli, nel suo tormento per la spinosa situazione in cui si è venuto a trovare il vescovo, durante numerose telefonate intercettate dagli inquirenti non aveva risparmiato insulti all’imputato, definito «buttana» e «questa troia», mentre Messina – il ragazzo che ha subito violenza sessuale quando era minorenne – è addirittura un «bastardo».

    QUANTI SONO COINVOLTI?

    La novità più eclatante del processo Rugolo, però, non è certo il turpiloquio del vicario o l’incresciosa gaffe di un altro sacerdote locale, don Pietro Spina, che in aula definisce «affettuosità» ogni atto sessuale che prescinde dalla penetrazione, ma l’inquietante realtà dei pedofili alla corte di monsignor Gisana: sacerdoti e catechisti dai trascorsi non proprio immacolati, il cui numero cresce ad ogni udienza.

    Infatti, ogni volta che Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di parte civile, incalza i testimoni sui casi di abuso, in tribunale cala il gelo.

    Il 10 ottobre era già emerso il nome di un altro prete che aveva abusato di un minorenne: entrambi, l’abusatore e la sua vittima, sono oggi parroci della diocesi.

    Il vescovo Gisana sapeva tutto, come si evince dalle intercettazioni, cosi come sapeva di un sacerdote di Gela, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza su una ragazzina.

    Nell’ultima udienza del 14 marzo Gela si conferma una piazza “calda”: non solo annovera un catechista arrestato per violenza sessuale aggravata, al momento sotto processo, ma anche un educatore di 32 anni, che avrebbe abusato per anni di un ragazzino, oggi ventiduenne.

    Come emerge dalle indagini difensive svolte anche dall’avvocata Parasiliti Molica, la vittima aveva denunciato più volte gli abusi al vescovo ma Gisana non è mai intervenuto.

    In aula, è sempre l’avvocata di Messina a chiedere conto di questo educatore a un reticente don Vincenzo Murgano: il prete, vicario giudiziale della diocesi e (cosa ancora più grave), responsabile del Servizio di tutela dei minori fino al dicembre 2022, riconosce alla fine di non aver mai preso provvedimenti per i casi di abuso di cui era a conoscenza.

    «Ha detto candidamente che sapeva da tempo di don Iannì, ben prima che fosse processato – riporta Antonio Messina – e per quanto riguarda gli altri nomi fatti in aula ha sostenuto invece di non essere mai stato informato dal vescovo, pur essendo il responsabile incaricato per la tutela dei minori».

    Monsignor Gisana, quindi, sa dei preti pedofili di casa propria ma non parla nemmeno con la persona deputata ad occuparsene.

    Se don Murgano tace sui pedofili della diocesi, in compenso parla, e molto, con Rugolo.

    In udienza emerge infatti che Murgano era il consigliere personale del giovane prete, quando già questo era sottoposto all’indagine ecclesiastica (poi conclusa con un “non luogo a procedere” perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque non ritenuti di pertinenza della Congregazione per la dottrina della fede).

    Fra messaggi e telefonate, i due si sentono ogni giorno e don Murgano incita Rugolo a controllare Antonio Messina sui social, oltre a sobillarlo contro don Fausciana, la “bestia”, colpevole di sostenere la vittima e coinvolgerla nelle attività pastorali.

    La prossima udienza in calendario il 4 aprile, con 21 nuovi testimoni chiamati a deporre, promette di scaldare ulteriormente gli animi.

    Intanto si avvicina la Pasqua e la processione del venerdì santo, particolarmente sentita in città, vedrà in testa don Murgano, in quanto parroco della Chiesa madre e assistente spirituale di ben quattro confraternite cittadine, quasi a rassicurare i fedeli che nulla è cambiato.

    L’imbarazzante quadro della curia che emerge dal processo a don Rugolo, gli opposti schieramenti pro e contro don Fausciana e soprattutto le complicità della gerarchia, monsignor Gisana in primis, cominciano però a pesare non poco sul contesto cittadino.

    Intanto a Palermo va in scena lo spettacolo delle buone intenzioni della Chiesa contro gli abusi, con il provvidenziale supporto della nuova versione di Vox Estis Lux Mundi.

    «Il timore – commenta Marida Nicolaci del coordinamento Italy Church Too e docente della stessa Facoltà che ospita il convegno – è che si punti sulla prevenzione futura lasciandosi alle spalle il passato, senza farsi carico delle esigenze di una giustizia autenticamente riparativa, che implica il riconoscimento delle cause sistemiche del danno e il risarcimento delle vittime».

    Se il convegno palermitano appare come un’operazione politica per ripulire l’immagine della chiesa siciliana e smarcarsi dai guai della diocesi di Piazza Armerina, non si può dimenticare che lo stesso don Murgano, che sta facendo clamore a Enna più per le sue reticenze che per le sue rivelazioni, è anche lui un docente della facoltà teologica.

    Così come ci sarà anche don Fortunato di Noto che, oltre ad essere il presidente dell’associazione Meter contro la pedofilia, è anche il direttore del Centro di ascolto del Servizio regionale della tutela dei minori della Cei.

    Don Di Noto non manca mai quando si tratta di far vedere il volto della chiesa che lotta contro gli abusi, ma è anche presente nelle intercettazioni agli atti del processo a Rugolo, mentre parla accorato con Gisana: «Ti voglio un bene dell’anima», dice al vescovo, e gli consiglia «vigilanza».

    «Se ci riesci, traccia almeno i colloqui», aggiunge, riferendosi agli incontri con i Messina, «perché questi qua (la vittima e la sua famiglia, ndr), come stanno montando la cosa, capisci…».

    Palermo, in fin dei conti, non è poi così lontana da Enna.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/pedofilia-le-buone-lezioni-e-i-cattivi-esempi-della-chiesa-nella-sicilia-degli-scandali-j9ensgwh

  • Justice Initiative – Parlano le vittime

    Justice Initiative – Parlano le vittime

    Introduce Simone Padovani – Autore della mostra e responsabile della campagna Justice Initiative Italia

    Francesco Zanardi – Vittima e presidente di Rete L’Abuso

    Irene Cane – Vittima

    Alessandro e Cristina – Genitori di vittima

    La storia di Chiara Giacoletto