Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Una donna scopre e affronta a Madrid il prete che accusa di aver abusato di lei in Argentina 40 anni fa

    Una donna scopre e affronta a Madrid il prete che accusa di aver abusato di lei in Argentina 40 anni fa

    MADRID.- Natalia CP, 49 anni, entra nell’ufficio di una parrocchia di Vicálvaro, Madrid, e si toglie gli occhiali da sole davanti al prete, seduto alla sua scrivania: “Non ti ricordi di me? ” E le dice il suo nome. Il prete, con la sigla DAMM e 68 anni, scuote la testa, non sa cosa dire. Prima di entrare, EL PAÍS gli ha già spiegato che lo accusa di aver abusato di lei durante la sua infanzia e che voleva vederlo faccia a faccia per vedere se osava negarlo. Vuole solo che mi scusi.

    Il prete dice che non può perché assicura di non aver fatto nulla, nega le accuse. Così, dopo una conversazione tesa e infruttuosa, la donna se ne va. Lei lo accusa di essere il sacerdote che ha abusato di lei quando aveva tra i 9 ei 10 anni, tra il 1982 e il 1983, nella parrocchia di San Antonio de Padua de Las Heras, a Mendoza, in Argentina.

    Sono passati 40 anni e finalmente l’ha trovato, grazie a un lavoro investigativo di Cadena SER e EL PAÍS. Ha denunciato il sacerdote nell’arcivescovado di Madrid e al difensore civico. La diocesi lo ha allontanato il giorno dopo, lo scorso aprile, e ha aperto un’inchiesta, che è anche nelle mani del Dicastero vaticano per la dottrina della fede.

    “Il sabato pomeriggio andavo al catechismo della prima comunione. Era sola, ed era l’unica, perché gli altri erano accompagnati dai genitori. Al termine, il prete mi portava in una stanzetta, accanto alla chiesa, mi sedevo sulle sue ginocchia e mi toccavo le parti intime. Mi ha toccato e mi ha detto di toccarlo. Un giorno sono tornata a casa e le mie mutande erano macchiate di rosso per il tocco, e le ho gettate nella spazzatura perché mia madre non lo scoprisse. Volevo scappare da lì, ma non sapevo come, non sapevo cosa fare. Dopo la comunione non l’ho più visto”, ha raccontato la donna.

    In un lungo colloquio con EL PAÍS, il sacerdote conferma di essere stato in quella parrocchia in quelle date, ma nega i fatti. Lo attribuisce, come possibile spiegazione, a un errore di identificazione della persona. Natalia è sicura che sia lui. Ha la foto del giorno della sua prima comunione e indica il prete. “Conosco il suo nome perché non si dimentica”, conclude.

    Non è stato facile per Natalia trovare questo prete. Quando osò dirlo a sua madre, quattro anni dopo la comunione, lei andò in parrocchia a denunciarlo, ma le dissero che il sacerdote era morto. Natalia non sapeva fino al 2018 che in realtà era ancora vivo. La verità è che il sacerdote ha lasciato l’Argentina poco dopo la data in cui Natalia colloca gli abusi, nel 1983, e se ne sono poi perse le tracce. Fonti della diocesi di Mendoza, che affermano che non ci sono denunce contro di lui, assicurano che sia andato a studiare all’estero —il sacerdote precisa che è andato a studiare a Salamanca, in Spagna—, ma poi è ripartito e per anni hanno addirittura ignorato dove si trovasse. Attraversò la Spagna e poi trascorse due decenni in Italia, dove cambiò nome,si faceva chiamare Don Vite. Così lo conoscevano, infatti, nella parrocchia di Vicálvaro.

    limbo delle responsabilità

    Il punto interrogativo più grande che circonda il caso di questo prete è come abbia cambiato destinazione e paese, incurante di ogni controllo e fuori dai soliti canali. Questo perché è entrato a far parte di una fraternità sacerdotale chiamata Fondazione Ramón Pané, fondata nel 1994 dal cardinale honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga, una delle più note nella Chiesa latinoamericana. È dedicato all’invio di sacerdoti dal continente per rafforzare le parrocchie che ne hanno bisogno in America e in Europa. Così è registrato a Madrid, inviato da quella fondazione.

    EL PAÍS ha ricostruito il suo percorso attraverso tre diocesi italiane: quella di Pescara, nel comune di Bisenti, dal 1999 al 2008; a Genova, dal 2008 al 2015, a San Ambrogio de Voltri; e nella diocesi di Albano Laziale, presso Roma, dal 2015 al luglio 2022, nella parrocchia di San Bonaventura ad Anzio. Da lì è stato mandato a Madrid la scorsa estate. Nessuno di essi contiene denunce di abusi. In tutte appare inviato da quella fondazione. Il sacerdote stesso conferma di appartenere alla fraternità e di dipendere dall’arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), che è colui che in tutti questi anni ha cambiato destinazione.

    Tuttavia, alla Fondazione Ramón Pané, che ha uffici a Miami e un altro nell’arcivescovado di Tegucigalpa, nessuno sembra sapere chi sia il responsabile ultimo di questo sacerdote e non vengono date risposte chiare. Il presidente esecutivo dell’ente è un laico, anche lui argentino, Ricardo Grzona, che ha fondato l’ente insieme al cardinale Rodríguez Maradiaga. Risponde per iscritto da Miami. Dice di non conoscere questo prete: “Ho cercato in tutti i nostri archivi e non riesco a trovare quel nome. Pertanto, confermo che non appartieni alla nostra Fraternità laicale”. Inoltre, sostiene che nella sua organizzazione non ci sono sacerdoti: “La nostra fraternità è una fraternità laicale. In questo momento abbiamo solo alcuni membri volontari laici, che di solito sono catechisti o insegnanti, a volte in alcune parrocchie con cui abbiamo collaborato, un sacerdote ci dice di includerlo, ma non rimane come membro della fraternità, ma di sua diocesi”.

    A parte il fatto che ci sono due rami dell’organizzazione, uno laico e uno sacerdotale, le dichiarazioni di Grzona sono sorprendenti, visto che ci sono sacerdoti di questa fondazione in diversi paesi, tra cui la Spagna. E colpiscono ancora di più alla luce delle informazioni fornite dall’Arcidiocesi di Tegucigalpa: il sacerdote accusato risulta nei suoi atti come uno dei due capi della Fondazione Ramón Pané,e l’altro è lo stesso Ricardo Grzona, che dice di non conoscerlo. Ma in più la diocesi honduregna, dopo aver consultato gli elenchi del proprio personale religioso, chiarisce: “Questo sacerdote non appartiene all’arcidiocesi di Tegucigalpa”. Nega che questo sacerdote sia incardinato in quel vescovado, come pensavano tutte le diocesi europee attraverso le quali è passato. C’è un limbo di responsabilità. Questo giornale ha chiesto una valutazione e spiegazioni del caso al cardinale Rodríguez Maradiaga, ma i suoi assistenti indicano che è in viaggio questa settimana, anche se hanno accettato di trasmettergli la richiesta.

    Di solito un sacerdote è nella sua diocesi, tranne quando viene inviato in un altro Paese, in quella che si chiama  missione Fidei Donum , formula usata per inviare sacerdoti in missione, ma sono casi in cui il vescovo sa sempre dove si trova e continua a esserne responsabile. Con il chierico imputato non è stato così. Era della diocesi di Mendoza, ma in questo arcivescovado assicurano che da anni non si sa dove si trovi. “Il trasferimento non sempre lo fa il vescovo. A volte un prete dà motivi familiari, o dubbi vocazionali, e va in un altro luogo, dove il vescovo non lo conosce ”, spiegano fonti della diocesi argentina.

    Sanno solo che nel 1984 è andato a studiare all’estero, è tornato a Mendoza alla fine degli anni ottanta o inizio anni novanta, ma non è rimasto più di un anno ed è scomparso di nuovo, pensano in Spagna e poi in Italia. “Perdiamo traccia di lui a livello di documentario. Non ha chiarito la sua situazione”, continuano.

    Non sanno precisare quando è entrato nella fraternità sacerdotale, nella quale sono entrati alcuni sacerdoti di Mendoza. “Un prete in Europa vive 10 volte meglio, qui guadagna un terzo del salario minimo. Qui i preti sono veramente poveri ”, puntualizzano.

    La situazione si è finalmente chiarita anni dopo, spiegano in diocesi, quando è arrivato a Mendoza un nuovo vescovo che, esaminata la documentazione della diocesi, si è reso conto della strana posizione di questo sacerdote e ha ordinato che fosse regolamentato, o con un escardinamento —trasferimento dalla diocesi— alla sua nuova destinazione o ritirandolo direttamente dal ministero. “Nel 2003-2004 se n’è andato, questo è documentato, ma non sappiamo se sia partito prima”. Infine, secondo i dati della diocesi argentina, il 1° luglio 2009 è stato ecardinato da Mendoza e incardinato a Tegucigalpa. Dove però dicono che non è registrato come tale.

    L’ultima domanda al presidente della fondazione, Ricardo Grzona, è stata come è possibile che non contatti la diocesi di Tegucigalpa per sapere quali sacerdoti fanno parte della fraternità, e perché questo sacerdote afferma di essere un membro della fraternità . Risposta: “Purtroppo l’arcivescovo di Tegucigalpa è cambiato e il cardinale è solo presidente onorario. Non conosco il nuovo arcivescovo. Non saprei dirvi perché un prete si presenta a nome di una fraternità laicale. Grande mistero per me ”.

    Di Iñigo Dominguez

    https://www.lanacion.com.ar/el-mundo/una-argentina-descubre-y-enfrenta-en-madrid-al-cura-al-que-acusa-de-haber-abusado-de-ella-en-mendoza-nid08062023/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/06/12/spagna-prete-sospeso-per-presunti-abusi-avvenuti-negli-anni-ottanta-era-stato-anche-parroco-a-voltri/
  • Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

    Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

    Il religioso dell’Istituto Missionario colombiano di San Giovanni Eudes, residente a Carpineto Romano da qualche anno, era stato arrestato dai carabinieri pochi giorni prima della Pasqua dell’anno scorso, il 15 aprile, su ordine del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Velletri.

    Da una lettera in nostro possesso datata 31 agosto 2018, mosignor Humberto Lugo Arguelles – Fondatore del carisma della casita – Istituto Missionario San Juan Eudes – accusa in un documento di nove pagine, l’ex Responsabile della Casita – Jesús Amaya León – di una serie di irregolarità, comprese le complicità in casi di pedofilia, tra cui quello di Carpineto Romano.

    Nel testo tradotto parzialmente, è sottointeso che si sta parlando di abusi sessuali a danno di minori e di gravissime complicità e coperture delle gerarchie cattoliche, che hanno permesso di fatto, che padre Carlos Arcos Perez commettesse abusi anche in Italia, a Carpineto Romano.

    Monsignor Humberto Lugo, morto lo scorso anno di COVID-19, nel 2012 fu rimosso dall’incarico di superiore generale e al suo posto hanno nominato a P. Jesús Amaya.

    Nel 2016, monsignor Hunberto Lugo fu espulso ma ciò nonostante, il monsignore continuò facendo delle osservazioni a padre Jesús – oggi in Colombia – su certe cose che non andavano bene nell’istituto.

    Una di queste osservazioni la fece ad agosto del 2018 quando scrisse questa lettera dicendogli che non capiva come padre Carlos Alberto Pérez Arcos, continuava a Carpineto Romano malgrado ci fossero voci certe che aveva commesso dei delitti contro minorenni in Sao Tomé e Principe, África.

    31 agosto 2018 – 5.3. Caso del Padre Carlos Alberto Pérez Arco.

    Inviato con il Padre Albeiro alla missione di Príncipe. In comunicazione con Monsignor Antonio do Santos, Vescovo di Sao Tomé e Príncipe, quando ha saputo la situazione mi ha risposto che è stato un peccato avere chiuso la missione, perché Lei (Jesús Amaya León) concretamente la aveva gestita male.

    Successivamente, da confidenze ho saputo che avrebbe potuto trattarsi da parte del Padre Carlos Alberto Pérez Arco e di presunto delitto con minorenni. Ciò che è insolito è che lo tengono in Carpineto Romano. Lo avranno comunicato a Monsignor Loppa, Vescovo di Anagni- Alatri?

    Ma un’altra cosa insolita è anche che, nel mio ultimo viaggio a Roma per partecipare al Congresso di Vita Consacrata, al corso sul Diritto dei Religiosi (1 al 20 di maggio 2018), ho incontrato questo padre Carlos Pérez Arco per caso sulla metro linea A a Termini. Sono stato molto pacato con lui ma, nel poco che mi ha detto, ha parlato molto male di Lei e del Vicario Padre Efraín. Padre Jesús, in questi argomenti il Santo Padre chiede tolleranza zero, come ripeteva Lei ai membri della casetta.

    Già, sono molto diretto, come può notare nella lettera, i Vescovi di Colombia ai quali risponde per Diritto Diocesano, devono agire nella causa. Il 29 di questo mese sono passati due mesi esatti dalla consegna di questa mia lettera alla Curia di Bogotà, e l’invio di copie ai Vescovi ai quali corrisponde tale assunto. Fino ad oggi non ho avuto risposta, però trattandosi di un argomento tanto delicato, aspetterò ancora un poco per rispetto ai signori Vescovi, poi mi rivolgerò direttamente alla Santa Sede.

    Siccome ho su di Lei solo l’autorità morale, credo che cosa degna per il bene dell’Istituto che ho fondato con tanto amore per il bene della Missione, che sia Lei stesso a dimettersi davanti al Santo Padre. Questo è ciò che, con desiderio paterno e carità cristiana volevo fare, quando mi sono azzardato dopo 6 anni esatti dall’essere uscito dalla casa di Mosquera, fare in modo che Lei entrasse in ragione, affinché “con il velo della carità” avremmo potuto agire nella nostra “giusta autonomia” in ciò che si riferisce alla nostra tessa disciplina (canone 586).

    Le sue affrettate accuse e il suo ingiusto processo di espulsione, mi ha mosso ad agire in questo modo però, anzitutto, perché il carisma della Casetta e la mia persona si identificano, così lo vede la gente e non voglio che l’opera che io ho fondato, debba passare in un uragano tanto doloroso.

  • Dal rispetto della religione al genuflettersi è un attimo – Il caso Italia – Lettera aperta al Presidente Sergio Mattarella

    Dal rispetto della religione al genuflettersi è un attimo – Il caso Italia – Lettera aperta al Presidente Sergio Mattarella

    Savona 2 giugno 2023

    Al mio Presidente, Sergio Mattarella

    Sono Francesco Zanardi, un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero e oggi portavoce dell’unica associazione creata dai sopravvissuti italiani in assenza dello Stato, la Rete L’ABUSO.

    Non entro nel merito dei motivi che certamente comprenderà strada facendo nello scritto.

    Le scrivo costernato e indignato non tanto perché questo Stato che non ci ha saputi tutelare da bambini, da adulti ha dimostrato di essere anche incapace di rendere giustizia ai tanti italiani rimasti vittime, ma perché, a distanza di quarant’anni questo Stato continua a produrre consapevolmente vittime; tutti bambini.

    Qualche giorno fa ho letto la dura e dolorosa ma onesta lettera inviata dal Presidente della Bolivia Luis Arce a Papa Francesco, nella quale comunica alla Santa Sede la rivalutazione dei rapporti tra i due paesi.

    Il Presidente scrive; “Non si tratta di errori o deviazioni di condotta, ma di crimini che resteranno per tutta la vita in quelle bambine e bambini, per dono della chiesa, e per questa stessa ragione dobbiamo passare dalle dichiarazioni ad azioni concrete, affinché ci sia giustizia e che questi gravi crimini non si ripetano, usando la fede e la Chiesa nella ricerca dell’impunità. L’abuso sessuale di bambine, bambini e adolescenti, come lei ha detto, rappresenta la “cancellazione dell’infanzia” “è una piaga” per la società e la Chiesa, attaccano l’integrità, la dignità, i diritti e la vita degli esseri che dobbiamo proteggere.”

    “Per diversi decenni, lo Stato boliviano ha concesso ai membri stranieri della Chesa Cattolica agevolazioni di ingresso al nostro paese per la permanenza e l’acquisizione della nazionalità boliviana, in modo che potessero adempiere a una missione religiosa ed educativa, ma oggi purtroppo avvertiamo che questa agevolazione, in questo caso, è stata male utilizzata da diversi sacerdoti che sono entrati in Bolivia e hanno commesso questi gravi crimini, alcuni di loro con una storia di abusi sessuali in un altro paese.”

    “Lo Stato boliviano si riserva il diritto di ammettere l’ingresso nel territorio nazionale di nuovi sacerdoti e religiosi stranieri che hanno una storia di abusi sessuali contro minori, nel frattempo procede alla revisione degli accordi e delle convenzioni in vigore, e conclude la negoziazione dell’”Accordo tra lo Stato Plurinazionale della Bolivia e la Santa Sede”.

    Rivolgendosi a Papa Francesco conclude “Nell’anno 2021 ha pronunciato queste parole per gli stessi casi accaduti in Francia: “La mia vergogna, la nostra vergogna, è per l’incapacità della Chiesa di mettere il centro delle sue preoccupazioni.” Possano le vittime di questi crimini trovare pace nella giustizia, che possiamo scrivere insieme, con una voce ferma e determinata, che non accetteremo per nessun motivo i fatti deplorevoli che distruggono l’innocenza delle bambine e dei bambini.”

           Di pochi giorni fa la proposta del Senatore francese Xavier Iacovelli, che ha presentato un disegno di legge per togliere i termini di prescrizione in caso di violenza sessuale su minore. Ha voluto lanciare con forza un “messaggio importante per le vittime”. “Quando finalmente riuscirai a parlare, lo Stato o la giustizia saranno lì ad ascoltarti”.

    Signor Presidente, mi limito al contesto europeo per non infierire ulteriormente, ma qui il nostro paese è in materia il terzo mondo dei paesi industrializzati, l’unico in Europa che dal 2010 non solo non ha saputo promuovere alcuna iniziativa in tutela di bambine, bambini e adolescenti, ma malgrado gli stimoli, è stato persino incapace di avviare almeno una discussione sul tema.

    Le stesse Istituzioni italiane Signor Presidente, si sono rese attivamente complici dello stupro di bambine e bambini ignorando qualunque sollecito da parte delle associazioni e degli avvocati delle vittime, che senza mai ottenere risposta, hanno prima diffidato il Governo, poi denunciato le inadempienze alla Magistratura che puntualmente ha archiviato una querela di parte, sottoscritta da decine di sopravvissuti, ignorandone persino la procedibilità d’ufficio e qualunque indagine ai fini preventivi.

    A nulla è servita neppure l’Interrogazione parlamentare del Deputato Matteo Mantero, che giace impolverata sugli scaffali dei palazzi dal 2017.

    Stessa situazione per quanto riguarda le raccomandazioni del Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che al punto 21 confermano quanto sopra;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.”

    Raccomandazioni ad oggi totalmente inascoltate dal Governo, deferito al Comitato per la seconda volta e oggetto di una Petizione di denuncia al Parlamento Europeo, a seguito della comunicazione da parte dell’associazione di 418 casi potenzialmente pericolosi, comunicati lo scorso febbraio alla Procura Generale della Repubblica, che ad oggi ha omesso persino l’acquisizione di nominativi.

    Uno Stato l’Italia, che sulla tutela dei minori non risponde a nessuno, quanto quello Pontificio…

    Chiedo venia Signor Presidente, ma mi limito indignato a descrivere la situazione di un paese che oggi non ha la piu pallida idea di quale sia sul territorio l’entità del fenomeno, che rende vittime bambine e bambini. Un paese Signor Presidente che nei fatti, ogni anno conta il numero delle vittime senza però attuare alcuna politica di contrasto e di soccorso. Un paese che le conta anche male, in quanto la maggior parte di casi – grazie al sistema che il Governo mantiene e continua a promuovere – non viene denunciato alle autorità.

    Un paese che ha toccato il fondo permettendo che la CEI; che dichiara esplicitamente nelle sue linee guida che non denuncerà i reati su minori alle autorità italiane e tantomeno risarcirà le vittime – in parole povere renderà giustizia solo a se stessa – potesse gestire nell’omertoso silenzio complice delle Istituzioni del paese, in proprio, i crimini di cui sono accusati i suoi preti e le sue gerarchie.

    L’unica luce dopo 13 anni, purtroppo tristemente quasi “anomala” per l’Italia, è quella che recentemente ha dato come risposta al Cardinale Presidente della CEI Matteo Zuppi il Procuratore di Tivoli, che risponde all’arrogante posizione del prelato “La Chiesa italiana non può accettare accuse di atteggiamento omertoso“ definendo la condotta dell’autorità ecclesiastica “di omertà ambientale, molto simile a quella mafiosa“.

    Un Paese che è riuscito a creare discriminazione persino tra i pedofili; dove i preti hanno la meglio e i laici invece colmano “esemplarmente” il fallimento della Giustizia del paese.

    Signor Presidente, il suo paese, i suoi cittadini hanno bisogno di un suo urgente intervento, forte e deciso che ricordi i diritti costituzionali di bambine, bambini e adolescenti. Che ricordi al Governo quello che è inquadrato dalla Convenzione per i diritti dell’infanzia come lo status speciale, l’interesse superiore del minore ed il fine di evitare danni irreparabili.

    Un gesto che nel rispetto costituzionale del diritto di libertà di religione dei cittadini, renda dignità alla chiesa sana ed intervenga verso quella pedofila ed i suoi complici, rendendo giustizia, non fornendo complicità. Anche questo è un diritto del suo popolo nell’unico paese dell’Unione Europea, che dall’inizio dello scandalo non ha mai avuto il coraggio di difendere i suoi bambini, i loro genitori e i cittadini, sacrificandoli ancora oggi non alla fede, ma ad uno Stato criminale riconosciuto in tutto il pianeta per la sua pericolosità sociale, non solo a danno di bambini.

              Nel giorno della festa della Repubblica

              Con ossequio Francesco Zanardi


    P.S. Sono stato tra i testimonial del documentario “Caro Presidente”, prodotto da RAI in occasione della Festa della Repubblica del 2022. Le lascio con la clip che mi riguarda, una piccola testimonianza di un male che purtroppo non riguarda solo me, ma tanti cittadini e purtroppo anche tante bambine e bambini che in futuro nasceranno senza tutela in questo paese.

  • Il papa ed Emanuela Orlandi: il Vaticano torna sotto i riflettori sul mistero della ragazza scomparsa

    Il papa ed Emanuela Orlandi: il Vaticano torna sotto i riflettori sul mistero della ragazza scomparsa

    Poco prima di scomparire nell’estate del 1983, Emanuela Orlandi si recò in Piazza del Catalone, una piazzetta appena fuori le mura vaticane , per incontrare degli amici.

    C’era ancora un’atmosfera di festa durante quel giugno afoso, poche settimane dopo che l’AS Roma aveva conquistato il titolo di Serie A. In una fotografia scattata all’epoca la Orlandi, che allora aveva 15 anni, indossa un cerchietto giallorosso, i colori della squadra di calcio, che le aveva fatto sua madre. Era una delle ultime fotografie scattate all’adolescente prima che scomparisse senza lasciare traccia il 22 giugno 1983, un’immagine che ha finito per definire la campagna dell’incessante ricerca della verità del fratello maggiore Pietro Orlandi.

    «Emanuela era sempre qui con gli amici», ha raccontato in un’intervista all’Osservatore in piazza del Catalone. “Stavano ancora festeggiando; è stata l’ultima foto scattata del suo sorriso.

    La scomparsa di Emanuela – che non è stata più vista dalla sua famiglia da quando ha lasciato la sua casa nella Città del Vaticano, dove suo padre era un impiegato laico della casa pontificia, per una lezione di flauto a Roma – ha attanagliato l’Italia per quattro decenni. Ma è stato solo nel gennaio di quest’anno che la potente e imperscrutabile Santa Sede ha avviato la propria inchiesta , con il suo promotore di giustizia, Alessandro Diddi, promettendo di non lasciare nulla di intentato in un mistero che ha prodotto molte teorie, alcune delle quali stravaganti, ma nessun fatto concreto. I pubblici ministeri di Roma hanno iniziato questo mese a collaborare con il Vaticano sull’indagine.

    “Per 40 anni non c’è mai stata una collaborazione tra i due”, ha detto Orlandi, che di recente ha suscitato polemiche dopo aver insinuato che il tanto venerato Papa Giovanni Paolo II potesse essere coinvolto nella scomparsa della sorella minore. “Fino a qualche anno fa il Vaticano diceva di non sapere nulla, che era scomparsa in Italia e quindi lì bisognava indagare. D’altra parte, mi dicono che Roma ha molti documenti. Per tutti questi anni il Vaticano è rimasto in silenzio, forse questo significa che qualcuno lì ha le prove di quanto accaduto».

    L’indagine del Vaticano è iniziata pochi mesi dopo che la serie Netflix, Vatican Girl , ha riportato il caso di Emanuela sotto i riflettori globali. La serie ha esplorato le teorie emerse nel corso degli anni, la prima è che sia stata rapita da una banda per ricattare il Vaticano affinché rilasciasse Mehmet Ali Ağca, che fu incarcerato nel 1981 dopo aver tentato di assassinare Giovanni Paolo II. La sua scomparsa è stata anche collegata a un’ondata di scandali finanziari presso la banca vaticana, un presunto giro di sesso gestito dalla polizia vaticana e la mafia.

    Un’altra teoria era che Emanuela fosse stata portata a Londra, dove visse per anni in un ostello della gioventù di proprietà di una congregazione cattolica, con le spese finanziate dal Vaticano. Secondo questa ipotesi, sarebbe morta a Londra prima che il suo corpo fosse trasferito nuovamente a Roma e sepolto in Vaticano. Nel 2019, due tombe in Vaticano sono state riaperte dopo una soffiata secondo cui Emanuela potrebbe essere stata sepolta lì. Non sono stati trovati resti umani.

    Ma la nuova, e più sorprendente, affermazione nella serie Netflix è arrivata da un’amica d’infanzia di Emanuela, che ha detto che l’adolescente le aveva confidato di essere stata molestata da “qualcuno vicino” a Giovanni Paolo II.

    “Ha detto che la conversazione è avvenuta pochi giorni prima della scomparsa di Emanuela e che [il presunto incidente] è avvenuto nei giardini vaticani”, ha detto Orlandi. Che Emanuela possa essere stata vittima di pedofilia è probabilmente la teoria più plausibile, ha aggiunto. “Quando sai che in quell’ambiente fanno certe cose, forse è stata messa in quella situazione?”

    La determinazione di Orlandi a trovare la verità ha infastidito il Vaticano. Ad aprile, durante un interrogatorio con i pubblici ministeri vaticani, ha condiviso una cassetta audio contenente una presunta conversazione tra un giornalista e il capo di un’organizzazione criminale romana sospettata di essere coinvolta nella scomparsa di Emanuela. Nella registrazione, il boss del crimine insinuava che il defunto Giovanni Paolo II, il cui nome originale era Karol Józef Wojtyła, sarebbe uscito di notte con alti ecclesiastici in cerca di ragazze adolescenti.

    Parte dell’audio è poi andato in onda in un programma televisivo italiano durante un’intervista con Orlandi, in cui ha aggiunto: «Mi dicono che Wojtyła ogni tanto usciva la sera con due monsignori polacchi, e non era certo per benedire le case. “

    Papa Francesco ha denunciato le “insinuazioni offensive e infondate” durante l’Angelus domenicale, mentre il quotidiano vaticano, L’Osservatore Romano , ha definito “follia” le “accuse anonime e vergognose”.

    Orlandi sostiene che il Vaticano abbia sfruttato la controversia per screditarlo. “Ho sempre detto che credo che Giovanni Paolo sapesse qualcosa”, ha detto. “Ma è stata la persona nel nastro audio che ha usato parole offensive contro di lui. Ho fatto anche i nomi dei due monsignori, che erano vicini a Giovanni Paolo. Tutti sapevano che a volte uscivano insieme la sera. Ho semplicemente aggiunto che le loro [uscite] non erano per motivi religiosi”.

    Si è anche chiesto se papa Francesco sapesse qualcosa del destino di sua sorella quando, poco dopo la sua elezione nel 2013, il pontefice gli disse che Emanuela era “in paradiso”.

    “Mi ha detto queste parole, non so perché”, ha detto Orlandi. “Per [Joseph] Ratzinger [il suo predecessore, Papa Benedetto XVI], Emanuela era un tabù. Quindi il fatto che Francis abbia usato il suo nome mi ha fatto pensare che volesse collaborare con me, ma da allora non ha più voluto incontrarsi».

    Orlandi, che ha altre tre sorelle, ha descritto un’infanzia privilegiata tra le mura vaticane, dove si godevano i giardini e si sentivano come se fossero “nel posto più sicuro del mondo”.

    La sua ricerca della verità è in parte influenzata dal senso di colpa. Il giorno della sua scomparsa Emanuela gli aveva chiesto di accompagnarla alla lezione di flauto. “Faceva così caldo a Roma, e non volevo andare”, ha detto. “Era un po’ arrabbiata e se n’è andata. Mi chiedo ancora se sarebbe successo se l’avessi presa.

    Il tempo dirà se l’indagine porterà le risposte di cui ha bisogno. “Per tutti questi anni non sappiamo se Emanuela sia viva o morta”, ha detto. “Continuerò la mia battaglia fino alla fine”.

    https://www.theguardian.com/world/2023/may/28/the-pope-and-emanuela-orlandi-vatican-back-in-the-spotlight-over-mystery-of-missing-girl

  • I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    I Focolari e i bambini abusati. Le accuse e i silenzi vaticani

    In caso di violenza clericale, oltre alla «tolleranza zero» predicata dalla Chiesa, è ormai di rito la richiesta di perdono alle vittime. Una prassi che vale anche per le comunità ecclesiali, come dimostra la «vergogna» espressa dalla presidente dei Focolari, Margaret Karram, al momento della diffusione, il 31 marzo scorso, del primo resoconto sui casi di abusi su minori e adulti vulnerabili e di abusi spirituali o di autorità avvenuti all’interno del movimento. Nel report, in particolare, si dà conto delle segnalazioni delle violenze sui minori pervenute alla Commissione interna per il Benessere e la Tutela della persona (Co.Be.Tu) dal 2014 al 2022. I risultati indicano che dal 1969 al 2012 66 membri del movimento, in tutto il mondo, sono stati accusati di aver abusato di 42 minori (29 fra i 14 e i 18 anni e 13 con meno di 14 anni) e di 17 adulti vulnerabili.

    Fondato nel 1943 da Chiara Lubich e approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari ha la sede centrale a Rocca di Papa ed è diffuso in 182 paesi. I dati ufficiali sui membri che vivono in comunità, sia consacrati (cioè che hanno fatto voto di castità, povertà e obbedienza) che sposati, parlano di 4304 donne e 2540 uomini, a cui si aggiunge un imprecisato numero di aderenti (il sito dei Focolari parla di due milioni ma la cifra non è attendibile perché il movimento, come peraltro la Chiesa, soffre di un costante stillicidio di fedeli).

    A due mesi di distanza dalla pubblicazione dei dati sugli abusi interni, però, non si sa quali provvedimenti siano stati presi nei confronti degli autori delle violenze, né tantomeno si conoscono le circostanze, la portata e la durata nel tempo di questi abusi e, di conseguenza, nemmeno le eventuali responsabilità dei vertici del movimento. Il report comunica soltanto che di questi 66 abusatori (di cui 63 sono uomini), 20 sono stati dimessi (cioè dispensati dai voti presi), 9 sottoposti a sanzioni, 6 sospesi perché in attesa del giudizio dell’autorità ecclesiastica, 9 segnalati all’autorità giudiziaria, mentre 19 casi risultano ancora pendenti e 12 sono stati archiviati (11 in assenza di prove sufficienti e uno per decesso). In sostanza non abbiamo che qualche dato scarno, risultato di segnalazioni pervenute a una commissione interna in un periodo di tempo decisamente insufficiente. Una cosa, però, emerge chiaramente: non si tratta di poche mele marce, ma di un problema sistemico e che ha radici profonde.

    Questo rapporto, più che inaugurare una nuova stagione di trasparenza, sembra la reazione dovuta, tra imbarazzo e omissioni, allo scandalo scoppiato nel movimento dopo la pubblicazione, un anno fa, dell’inchiesta della società Gcps Consulting su un ex membro consacrato francese, Jean-Michel Merlin, responsabile di aver abusato di almeno 37 ragazzi a partire dagli anni ’70. Merlin, nonostante un processo penale a suo carico per violenza sessuale su minori, aveva continuato ad avere ruoli apicali nel movimento fino al 2016, quando era stato infine dimesso dai Focolari. Quanti Merlin ci sono anche in Italia, protetti dalla negligenza, se non addirittura dall’omertà dei vertici? Nel nostro paese, almeno sei casi sono stati considerati «verosimili» dall’indagine interna della Co.Be.Tu, secondo quanto dichiarava il coordinatore della commissione, l’avvocato Oreste Moscatello, in un articolo uscito su Domani il 25 luglio scorso. Quasi un anno dopo, non sappiamo se queste persone continuino ad avere un ruolo nel movimento o siano state segnalate alle autorità dello Stato. Il rapporto non lo dice: tace sui pedofili e rende invisibili le vittime.

    Eppure, dopo decenni di silenzio sul tema, oggi in mano a Margaret Karram e al copresidente Jesús Morán c’è una lista di almeno cinquantacinque nomi di persone le cui responsabilità sono state accertate da una commissione interna. Nomi che però il Movimento ha deciso di non rendere pubblici. «Non li abbiamo rivelatiper garantire la privacy delle persone coinvolte. Siamo presenti in paesi che hanno approcci anche molto diversi sulle sanzioni previste per questo genere di reati: vogliamo trasparenza, ma anche salvaguardare i diritti di tutti», ha dichiarato a Domani Joachim Schwind, sacerdote e responsabile della comunicazione dei Focolari. «In alcuni Stati, per l’abuso sui minori è prevista la pena di morte – ha aggiunto Schwind – davvero vogliamo esporre a tanto i responsabili?». Resta da chiedersi perché non si possano adottare soluzioni diverse a seconda dei paesi, a cominciare dall’Europa. Schwind, che è anche membro del Consiglio generale al Centro Internazionale dei Focolari, ammette che «è un grande problema, perché le persone che frequentano i nostri incontri ci chiedono di essere protette». E come fanno a tutelarsi, se non sanno chi sono i predatori? «Il fatto è che, in assenza di una sentenza che attesti la responsabilità in sede penale, potremmo essere denunciati per diffamazione», sottolinea Schwind. Tutti i casi della “lista”, però, sono ormai prescritti per la giustizia civile e i pochi considerati non risolti sono in attesa di una decisione del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita della Santa Sede, che ha la giurisdizione sulle comunità ecclesiali. Si tratta insomma di bilanciare il diritto alla privacy con il diritto dei bambini e delle famiglie ad essere al riparo da potenziali abusatori. Questa discrezione nel rivelare i nomi non nasconde anche imbarazzanti retroscena o complicità dei vertici del movimento, se non addirittura della stessa Chiara Lubich? Certamente, il divieto di divulgare i nomi dei pedofili rappresenta per i Focolari l’indubbio vantaggio di non dover rispondere delle decisioni prese negli anni in merito a trasferimenti o promozioni.

    «I vertici non hanno parlato apertamente degli abusi sui minori nemmeno ai loro membri – dice Oscar (nome di fantasia), un ex focolarino che ha trascorso 25 anni nel movimento – ma alcuni nomi sono circolati lo stesso nelle chat di chi aveva frequentato la scuola di formazione a Loppiano, vicino a Firenze». Uno di questi, italiano, oggi ottantaseienne, ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità nei Focolari ed è stato vicino alla stessa Lubich. «Faceva parte del sistema e le denunce di abuso lo hanno perseguitato per anni: lo spostavano da una parte all’altra del mondo per toglierlo dai guai – racconta Oscar – Io l’ho conosciuto quando era responsabile dei giovani: ci controllava, faceva commenti su come ci vestivamo – continua Oscar – una volta ammise candidamente di essere influenzato dall’aspetto fisico del candidato alla consacrazione: per lui bastava quasi che un ragazzo sorridesse e fosse ben pettinato per essere ammesso fra i focolarini».

    Chi ha affidato la formazione dei giovani a una persona che aveva già ricevuto segnalazioni di molestie? Chi era al corrente della propensione per i ragazzini di questo infaticabile missionario della parola di Chiara Lubich, che ha attraversato i cinque continenti senza essere fermato? «Non sono a conoscenza di nessun caso di abuso noto ai responsabili del movimento, nè di persone che sono state spostate e hanno continuato ad abusare», commenta Schwind, che però ammette che questa persona è stata dimessa «per gravi motivi». La stessa sanzione è stata inflitta ad altri due membri che avevano incarichi rilevanti nell’Opera, i cui nomi sono stati fatti a Domani da diverse fonti. Uno di questi, ha testimoniato un ex focolarino, aveva l’abitudine di portare i minorenni sul suo letto, dove li abbracciava e si intratteneva con loro. Schwind conferma che sono stati entrambi allontanati dai Focolari già due anni fa.

    «Dove abbiamo riscontrato una verosimiglianza dei fatti, i responsabili sono stati dimessi dal movimento, anche per casi avvenuti decenni fa», precisa Schwind. Per quanto riguarda la segnalazione alle autorità giudiziarie, che secondo il report ha riguardato soltanto nove persone su 66, Schwind spiega che la commissione si è regolata secondo le leggi dei diversi paesi. «Dove non c’è obbligo di denuncia, abbiamo segnalato i responsabili soltanto se erano le vittime a volerlo; dove c’è l’obbligo invece abbiamo interrotto le nostre verifiche per non interferire con le indagini», spiega il sacerdote. «Con le nuove linee guida, entrate in vigore il 31 marzo – aggiunge Schwind – abbiamo stabilito che porteremo tutti i casi a conoscenza delle autorità giudiziarie, anche nei paesi in cui non è espressamente prescritto». Alla domanda se questa decisione riguardi anche i 66 casi evidenziati nel report, Schwind ammette «che non ci hanno ancora pensato», così come non sono ancora riusciti a formare una commissione disciplinare, annunciata un anno fa, che stabilisca le complicità dei vertici del movimento nel caso di Jean-Michel Merlin.

    Dal primo maggio, la Co.Be.Tu è stata sostituita dalla nuova commissione indipendente centrale, che in realtà di indipendente ha ben poco, visto che i suoi membri saranno scelti direttamente dalla presidente Karram. La nuova commissione, a cui è affiancato un organo di vigilanza di cinque membri esterni, si occuperà soltanto della gestione delle segnalazioni, mentre la formazione verrà coordinata a livello centrale e locale da un altro team di esperti e consulenti. Un’impalcatura che dovrebbe garantire, almeno sulla carta, “la tutela integrale della persona”, come viene definito il piano anti-abusi, ma che per ora lascia trasparire molta approssimazione sulla gestione dei pedofili e vaghi accenni a non meglio precisati interventi disciplinari. Al posto di un chiaro percorso di trasparenza che assicuri giustizia alle vittime, con l’apertura degli archivi e la ricostruzione delle responsabilità personali, si preferiscono la maldicenza e la gogna sotterranea del “lo sanno tutti”, alimentata dalle voci di corridoio e dalle chat di whatsapp.

    In questo quadro, delle vittime sappiamo ancora meno: quante sono, quanti anni avevano al momento degli abusi, quali sono state le conseguenze che hanno dovuto affrontare? L’Oref, Organizzazione ex focolari, un’associazione nata nel 2021 come spazio di ascolto per i sopravvissuti, non è stata coinvolta nell’indagine della Co.Be.Tu, ma Schwind tiene a dire che la presidente ha «speso molto tempo in incontri personali con altre vittime». Sulla “riparazione finanziaria” esiste un protocollo che invita chi lo desidera a farsi avanti ma non stabilisce l’entità dei risarcimenti in caso di abuso accertato: «non abbiamo stabilito cifre perché valuteremo caso per caso, anche a seconda dei paesi in cui è avvenuto il reato – dice Schwind – non sempre si parla di un aiuto economico: a volte chi si rivolge a noi chiede di essere sostenuto in un percorso terapeutico, o di trovare un lavoro o una casa».

    Molti sopravvissuti, in realtà, si sono trovati di fronte a un muro. Silvia Ciccarelli, figlia di due membri attivi del movimento, nel 2016 ha addirittura mandato una lettera personale alla Co.Be.Tu e all’allora presidente dei Focolari, Maria Voce, in cui raccontava di essere stata picchiata senza pietà per anni da suo padre, ritenuto un “uomo di fede”. «Diceva sempre che lo faceva “per volontà di Dio”, così come diceva che mi picchiava in modo da non lasciare tracce o lividi, per “non darmi la soddisfazione di fare la vittima” – si legge nella lettera – Mia madre non si è mai frapposta. Ho visto vestitini nuovi, a cui tenevo, sparire nell’immondizia perché macchiati di sangue». Nè la Co.Be.Tu né Maria Voce, dice Ciccarelli, hanno risposto.

    «Nel movimento continua a esserci una forte omertà sulle violenze strutturali che lo attraversano, che riguardano il sesso, la manipolazione delle coscienze, l’abuso di potere e lo sfruttamento economico – dice Oscar – Per decenni i focolari hanno organizzato happening per giovani, a cui partecipavano anche migliaia di bambini e adolescenti senza precauzioni né controlli: era un bacino di caccia perfetto per i predatori». Il terreno dell’abuso (di potere, in primo luogo) era preparato dall’obbedienza assoluta imposta da Chiara Lubich: le “pope” e i “popi”, come venivano chiamati i suoi seguaci in un linguaggio non a caso infantilizzante, dovevano «tagliarsi la testa», affidandosi totalmente a lei e ai capifocolare che la rappresentavano. «Se si voleva fare la volontà di Dio, bisognava seguire Chiara – racconta Cintia Costa – era richiesta un’obbedienza cieca, non potevi avere dubbi o fare domande». Costa ha fatto parte dai 12 ai 19 anni del movimento Gen, la sezione dei giovani, prima a Belem, in Brasile, e poi a Loppiano, dove ha subito ed è stata testimone di violenze psicologiche pesantissime su ragazzine appena adolescenti. «La nostra responsabile ci insultava senza una spiegazione, eravamo terrorizzate – racconta – io sono stata costretta a lasciare il mio fidanzato, che era in Brasile. Dato che piangevo disperata, lei si è seduta vicino a me e mi ha dettato la lettera per lui, che poi ha spedito con posta prioritaria». Non solo: Cintia racconta che nell’estate del 1992, insieme a una quindicina di altre ragazze, si è ritrovata a cucire le copertine per i diari della Benetton: «eravamo in un capannone, dove i visitatori che arrivavano a Loppiano non potevano vederci, e dovevamo applicare le etichette su queste agende – dice – Ovviamente, come per tutti i lavori che facevamo, non siamo state pagate». Una circostanza confermata anche da Oscar: «negli anni ’80 e ’90 i Focolari prendevano spesso commissioni da aziende per dei lavori, e Benetton era una di queste». Difficile pensare che la partita di agende fatta a mano dalle ragazze fosse un regalo per la multinazionale. «Per ironia della sorte, in quei giorni si vedeva ovunque la campagna pubblicitaria della United Colors of Benetton con la foto di un prete che bacia una suora – commenta Costa – e a noi ripetevano che dovevamo essere pure e che non potevamo nemmeno abbracciare i nostri amici maschi».

    Cintia e moltissime altre ragazze arrivate a Loppiano in quegli anni per fare un’esperienza religiosa si sono ritrovate in realtà alla mercé di persone che le hanno private di ogni libertà, le hanno fatte lavorare gratis e hanno persino interferito con la loro vita intima e famigliare. Silvia Ciccarelli testimonia che da bambina le fu proibito di vedere i nonni, perché considerati “non allineati” alle regole dellla comunità e quindi nocivi; a quattordici anni, inoltre, le fu fatta una visita ginecologica da un medico focolarino per accertare che non avesse già avuto rapporti sessuali. Magda (nome di fantasia), una focolarina slovena che voleva studiare, fu costretta dalla responsabile di zona a lasciare gli studi perché «i libri andavano messi in soffitta». Negli anni Settanta è stata anche molestata dalla sua capofocolare quando era alla scuola di formazione di Loppiano: «una sera, con la scusa di darmi la sua benedizione, è entrata nel mio letto e mi ha baciata – racconta a Domani – ho saputo che in seguito è stata allontanata, ma nessuno mi ha mai detto il motivo».

    Se Rocca di Papa tace, Roma certo non parla: il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, messo al corrente dall’ex focolarina Renata Patti, già alcuni anni, fa di alcune denunce di abuso sessuale nel movimento, non ha mai dato riscontri ufficiali. Il prefetto del Dicastero, il cardinale Kevin Farrell, interpellato in proposito da Domani, non ha mai risposto e la responsabile per la comunicazione Pamela Fabiani ha spiegato che «il Dicastero tratta le segnalazioni che riceve in maniera riservata, nel rispetto dei criteri previsti dall’ordinamento canonico, in generale e specificamente per la Curia Romana, e nel rispetto delle persone coinvolte». Quindi, non soltanto non sappiamo come sono stati trattati questi casi, ma non sappiamo nemmeno se sono stati presi in considerazione o archiviati.

    Per quanto la tendenza alla riservatezza (per non dire l’omertà) accomuni Focolari e Vaticano, fra i due si avverte una certa tensione, se è vero che, come attesta una nostra fonte, il Dicastero sta facendo pressione sul movimento perché metta finalmente mano ai problemi interni. «Siamo in contatto con il Dicastero e la curia romana, ma le indicazioni su cosa fare non sono univoche», ha ammesso Joachim Schwind parlando dell’opportunità di rendere pubblica “la lista”. Lo stesso papa Francesco, d’altronde, durante l’assemblea generale dei Focolari del febbraio 2021 aveva già ammonito le comunità ecclesiali di «evitare ogni autoreferenzialità». La situazione è delicata: all’orizzonte per i Focolari potrebbe esserci addirittura lo spettro del commissariamento, e la trasparenza sugli abusi è una carta importante su cui puntare, ma ci sono certamente diversi equilibri in gioco di cui tenere conto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-abusi-minori-lista-segreta-degli-le-accuse-contro-il-movimento-dei-focolari-h7n1mjbm

  • BELLOCCHIO INCRIMINA A CANNES L’ABUSO DI POTERE DELLA CHIESA CATTOLICA CON “RAPITO”

    BELLOCCHIO INCRIMINA A CANNES L’ABUSO DI POTERE DELLA CHIESA CATTOLICA CON “RAPITO”

    Cannes (Francia), 24 maggio (EFE).- Il veterano Marco Bellocchio accusa l’abuso di potere della Chiesa cattolica durante il periodo dello Stato Pontificio attraverso la storia vera di un bambino ebreo di sei anni rapito per ordine di Papa Pio IX in “Rapito”, film in concorso al Festival di Cannes

    Sebbene Bollocchio abbia assicurato questo mercoledì durante una conferenza stampa di aver fatto un film “né contro il papa né per condannare la Chiesa cattolica”, la verità è che “Rapito” racconta una storia terribile, quella di Edgardo Mortara, battezzato di nascosto da un domestico da bambino e rapito all’età di sei anni per essere portato a Roma ed educato come cattolico.

    “C’è un principio di fede che è la tolleranza, ma è come se la religione avesse qualcosa che la rende intollerante, perché ci sono dei dogmi che vanno assolutamente rispettati, altrimenti le religioni sparirebbero”, ha sottolineato Bellocchio in conferenza stampa.

    In ogni caso, ha aggiunto, “questo non giustifica l’atteggiamento del Papa nel film”, ispirato al libro “Il caso Mortara”, di Daniele Scalise.

    Bellocchio lo lesse e iniziò a indagare sui documenti raccolti durante il processo giudiziario che la famiglia di Edgardo aveva avviato per cercare di recuperare il figlio, rapito nel 1857 quando l’Emilia-Romagna apparteneva allo Stato Pontificio.

    Era il momento in cui il potere dello Stato Pontificio e del Papa stava crollando e che portò alla riduzione del territorio pontificio nel Lazio nel 1861 quando fu proclamato il Regno d’Italia.

    “Il papa non ha voluto lasciare il potere” e per questo ne ha abusato, come hanno fatto nella storia tanti altri dittatori politici e spirituali, ha sottolineato Bellocchio, per il quale il bambino “è diventato il simbolo della temporanea difesa di un sistema” che stava per scomparire.

    Per questo motivo, la cosa più importante nella realizzazione di questo film è stata trovare il ragazzo giusto per interpretare Edgardo, che Belloccio ha trovato in Enea Sala.

    “Enea mi ha sorpreso con il suo sguardo e la sua voce, che descrive la situazione (…). Ha portato la sua umanità, il suo dolore nascosto e l’enigma di uno sguardo”, ha sottolineato il regista.

    È proprio il fatto di non aver trovato il figlio adatto al ruolo a far dimettere Steven Spielberg, che stava preparando anche un film sulla sua storia.

    “Ho scoperto che Spielberg voleva preparare un film sulla vita di Edgardo ma basato su un altro libro. Aveva già contattato collaboratori e location in Italia e aveva anche contattato attori per ruoli importanti”, ha spiegato Bellocchio.

    Ma ha abbandonato il progetto quando non è riuscito a trovare l’attore di Edgardo, ha detto il regista italiano, che ha ritenuto che fosse una storia “che non si può fare in una lingua diversa dall’italiano, con dialetti regionali ed ebraico”, come i protagonisti parlato. . reale di quello che è successo.

    Accanto a Sala, attori come Leonardo Maltese, Fausto Russo, Barbara Ronchi, Filippo Timi, Fabrizio Gifuni o Paolo Pierobon.

    Per la Ronchi, che interpreta Marianna Mortara, la madre di Edgardo, la cosa importante del suo personaggio è che lei è “una donna che era stata tagliata in due ma che ha conservato la sua dignità non essendosi convertita al cattolicesimo – cosa che ha chiesto al Papa di ottenere figlio e difendere la storia e la fede della sua famiglia.

    Le famiglie ebree, durante il sabato, erano obbligate ad avere una domestica cattolica che potesse occuparsi di ciò che non potevano fare, «e spesso accadeva che i bambini fossero battezzati di nascosto dalle domestiche, come accadde a Edgardo», ricorda Bellocchio.

    Alice García de Francisco

  • Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

    Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

    Ha pianto, ha rivolto appelli accorati, ha chiesto scusa e rivolto parole di solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. Monsignor Mate Uzinic, arcivescovo di Fiume, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha confermato le voci che in città, nel Quarnero e anche oltre, circolavano da tempo. Nel territorio di competenza dell’Arcidiocesi fiumana ci sono stati casi di abusi sessuali perpetrati da sacerdoti. Vicende drammatiche, denunciate alle competenti autorità ecclesiastiche e alla Procura di Stato.

    Con la voce rotta dall’emozione, l’alto prelato ha parlato ai giornalisti, chiarendo che sono in corso procedimenti giudiziari e indagini per accertare le responsabilitdi alcuni preti dell’arcivescovado di Fiume accusati di abusi. Uno scandalo che non ha precedenti nel Fiumano, dove i cattolici costituiscono la maggioranza schiacciante dei credenti, tra ortodossi, musulmani, ebrei e fedeli di altre religiosi. Il caso più grave segnalato ai media da Uzinic – molto apprezzato per le sue dichiarazioni concilianti – ha riguardato il sacerdote M. Šp (l’arcivescovo ha fornito solo le iniziati dei religiosi coinvolti), 70 anni: questo prete – che ha ammesso ogni addebito – aveva abusato sessualmente di 14 bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni. «Sono stati delitti imperdonabili – così ’Uzinic – perpetrati negli anni Ottanta e Novanta. Al mio arrivo a Fiume, mi era stato detto che la vicenda era stata archiviata e che il sacerdote era dispensato dagli obblighi sacerdotali e dal celibato. Parte dei reati erano stati commessi mentre il religioso insegnava alla facoltà fiumana di Teologia. Nonostante l’archiviazione del caso, ho voluto rivolgermi alla polizia fiumana per denunciare questi orribili episodi». A detta di Uzinic, M. Šp, vivrebbe ora in un monastero benedettino in Italia.

    C’è poi la vicenda legata a M. Šl, del 1941, che nel 2006 e il 2007 (in base ad una denuncia anonima) avrebbe inviato messaggi sms dai contenuti sessualmente molto espliciti ad alcuni minorenni. Poi avrebbe anche molestato una minorenne e scritto messaggi in cui chiedeva a giovani teologi – di cui era docente – di avere rapporti sessuali con lui. Attualmente si trova nell’abitazione di famiglia e denunciato, mentre è ignoto a che punto sia arrivato il procedimento penale nei suoi confronti. Il dicastero competente gli ha vietato di avere contatti con minorenni e il servizio sacerdotale.

    Per un altro prete – L.L del 1953 -, l’accusa è di avere spedito tra il 1999 e il 2005 messaggi di chiaro contenuto sessuale a ragazze minorenni, ripetendo la stessa cosa tra il 2017 e il 2019, con mail inviate ad un adulto e ad una minorenne. La Congregazione per la dottrina della fede non ha avuto dubbi, allontanandolo dall’incarico, vietandogli i contatti con minorenni e imponendogli di sottoporsi a cure psicoterapiche.

    In totale le accuse di abusi e molestie sessuali hanno riguardato sei sacerdoti dell’Arcidiocesi di Fiume. «Mi scuso a nome mio e dell’Arcidiocesi con chi è stato vittima di abusi e anche con i suoi familiari – ha concluso Uzinic –. Esprimo solidarietà e appoggio alla gente maltrattata dai sacerdoti. Noi non copriamo le malefatte di nessuno e anzi invito la gente a non avere paura, a denunciare questi atti ignominiosi commessi da persone della Chiesa».

    Croazia. Lo scandalo pedofilia scuote Fiume: sei sacerdoti indagati per abusi

  • Pedofilia, docente di religione arrestato per violenze sessuali su bambini

    Pedofilia, docente di religione arrestato per violenze sessuali su bambini

    Una misura cautelare emessa dal gip di Tivoli è stata eseguita nei confronti di un insegnante di religione: l’uomo, 46 anni, è indagato per violenze sessuali reiterate per anni ai danni di diversi ragazzini, dell’età tra 10 e 15 anni (all’epoca della prima violenza), commesse nella zona di Tivoli e in altre città d’Italia.

    Come risulta dall’ordinanza cautelare, l’indagato, docente di religione e con incarichi in ambito religioso, dopo avere creato una relazione di fiducia e amicizia con i minorenni e i loro genitori, avrebbe commesso violenze sessuali, approfittando di gite organizzate con associazioni educative anche di carattere religioso, delle quali faceva parte.

     

  • Savona, in arrivo la panchina viola per i minori abusati. Il Comune norma le panchine colorate e ne scopre una “abusiva”

    Savona, in arrivo la panchina viola per i minori abusati. Il Comune norma le panchine colorate e ne scopre una “abusiva”

    Savona. E’ in arrivo in piazza Giulio II una panchina viola per i minori e le persone vulnerabili vittime di abusi sessuali. Una iniziativa nazionale che parte proprio da Savona, grazie a Rete l’Abuso: la nuova panchina andrà ad aggiungersi a quella rossa contro la violenza sulle donne (e inaugurata il 12 maggio 2018) e quella bianca in memoria delle donne di Ravensbrück.

    Una iniziativa che nasce dalla richiesta fatta nello scorso ottobre al Comune di Savona da Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso: “Recentemente abbiamo ricevuto un premio internazionale per il lavoro difficile e spesso poco riconosciuto fatto dalla Rete in questi 13 anni – racconta – Abbiamo così pensato di lanciare questa iniziativa suggerita dai colleghi americani, e ci siamo resi conto che in Italia non esistono ad oggi panchine dedicate ai minori abusati. Come per tante altre battaglie di sensibilizzazione, questa è rivolta a un tema che in Italia nessuno vuole affrontare: infatti questa è la prima iniziativa a livello nazionale, lanciata da sopravvissuti e sostenitori”.

    Da Savona poi l’obiettivo è far partire una “onda viola”: la seconda panchina è prevista a Roma nell’ottobre 2023, e nel savonese è già stata presentata una domanda al Comune di Spotorno. “Perché il viola? Perché è il colore che per la psiche esprime la conciliazione di opposti e la ricerca di nuovi equilibri – chiarisce Zanardi – Un colore secondario derivante dalla mescolanza del rosso e del blu: esprime infatti un’armonia, una conciliazione tra l’estroversione del primo e la ricettività introversa del secondo”.

    Una volta approvata dalla commissione toponomastica, la pratica è passata in Prefettura per l’approvazione. Ora la palla passa alla giunta, che questo giovedì o al più tardi giovedì prossimo dovrebbe deliberarne definitivamente la realizzazione.

    IL COMUNE REGOLAMENTA LE PANCHINE TEMATICHE

    La richiesta di Zanardi è stata per il Comune di Savona anche l’occasione per affrontare il tema delle panchine colorate in maniera più organica: “Le richieste legate a questo tipo di iniziative iniziano infatti ad arrivare con regolarità – racconta l’assessore Maria Gabriella Branca – pochi giorni fa è stata inaugurata quella per la sicurezza sul lavoro e recentemente ne sono arrivate altre, ad esempio una per realizzare una panchina di colore azzurro come il colore simbolo dell’Unicef e un’altra per una panchina blu come simbolo di consapevolezza dell’autismo. Abbiamo deciso di cogliere l’occasione per creare alcune regole per realizzare queste panchine colorate”.

    Una sorta di “regole minime” per evitare che il proliferare di iniziative simili porti a situazioni caotiche, e che prevede essenzialmente tre punti: la garanzia che le panchine mantengano la loro funzionalità (no quindi a modifiche “invasive” che le rendano inutilizzabili), un layout coerente per le varie targhette e il rispetto dei colori stabiliti dal codice internazionale per ogni tematica, evitando quindi eccezioni fantasiose.

    IL GIALLO: PANCHINA ROSSA “ABUSIVA” IN PIAZZA GIULIO II

    La richiesta di Rete L’Abuso ha anche creato un piccolo giallo all’interno del Comune: a quanto pare, infatti, una delle due panchine colorate già presenti in piazza Giulio II fino ad ora sarebbe stata – almeno a livello prettamente burocratico – “abusiva”. Si tratterebbe della panchina rossa contro la violenza sulle donne voluta dall’associazione Non Una di Meno.

    “Procedendo alle formalità presso l’Ufficio toponomastico del Comune – sostiene Zanardi – abbiamo scoperto di essere in sostanza gli unici ad aver presentato la domanda per l’istallazione di una panchina tematica, nel rispetto delle norme e della valutazione dell’ufficio, competente per l’arredo urbano pubblico. Quando un membro dell’ufficio si è recato dove chiedevamo di installare la panchina, con stupore ne ha trovata un’altra, di cui però l’Ufficio non sapeva“.

    Una anomalia quantomeno curiosa, visto che alla inaugurazione della panchina rossa nel 2018 era presente persino l’allora sindaco Ilaria Caprioglio. “Ma nessuno dal Comune sembrerebbe essersene mai accorto, almeno fino alla nostra richiesta. L’associazione chiederà indagini e sporgerà querela per il reato di appropriazione e deturpazione dell’arredo pubblico nelle varie installazioni che risulterebbero abusive all’insaputa del Comune” conclude Zanardi.

    Anche l’assessore Branca conferma il problema: “Una situazione in effetti anomala, che è stata sanata dalla riunione della Commissione toponomastica e che verrà definitivamente risolta con la prossima delibera: assieme alla panchina viola verrà anche autorizzata quella rossa“.

    https://www.ivg.it/2023/05/savona-in-arrivo-la-panchina-viola-per-i-minori-abusati-il-comune-norma-le-panchine-colorate-e-ne-scopre-due-abusive/

  • Panchina per i minori abusati che il Comune di Savona non vuole, svela diverse installazioni abusive

    Panchina per i minori abusati che il Comune di Savona non vuole, svela diverse installazioni abusive

    Un’iniziativa promossa in tutta Italia che parte da Savona; la panchina VIOLA per i minori e le persone vulnerabili vittime di abusi sessuali. Iniziativa che sembra creare notevole imbarazzo all’amministrazione comunale della Città di Savona, non nuova a queste posizioni di indifferenza e reticenza verso iniziative in tutela di minori.

    Dalla giunta nei fatti nessuna risposta concreta dallo scorso 13 ottobre, quando l’istanza di richiesta presentata in settembre e ammessa nell’o.d.g. (proposta 2022/6332 – Determinazione di Giunta) fu rinviata all’Ufficio. L’assessore Gabriella Branca motivò a suo dire, date le molte richieste, si rimandasse semplicemente al successivo consiglio, in modo tale di trattarle tutte in un’unica delibera.

    Nel frattempo le associazioni promotrici; Rete L’ABUSO, ECA Global e Italy Church Too, procedevano alle formalità presso l’Ufficio toponomastico del Comune, ottenendo il nullaosta, ma scoprendo anche di essere in sostanza gli unici ad aver presentato la domanda per l’istallazione di una panchina tematica, nel rispetto delle norme e della valutazione dell’ufficio, competente per l’arredo urbano pubblico.

    lo stesso ufficio, ci spiega che in realtà si è recato dove chiedevamo di installare la panchina e con stupore ne ha trovate altre, di cui però l’Ufficio non sapeva. Nella sostanza panchine che a quanto emergerebbe sono state verniciate, appropriandosene all’insaputa dell’amministrazione, sulle quali sarebbe stata apposta una targa tematica. Iniziative oltretutto spesso pubblicizzate dai media locali, ma nessuno dal comune sembrerebbe essersi mai accorto degli illeciti, almeno fino alla nostra richiesta.

    Nei fatti al momento non si ha notizia ne idea se la panchina VIOLA sarà mai installata, malgrado ieri sia stata inaugurata proprio a Savona, nel cortile della scuola XXV Aprile di Corso Vittorio Veneto una panchina bianca per commemorare le morti sul lavoro…… Speriamo almeno questa sia “in regola” visto che hanno presenziato anche le Autorità.

    Se ne deduce tuttavia si sia proceduto da parte della giunta nel deliberare le nuove panchine tematiche, ma non quella per i minori e le persone vulnerabili vittime di abuso sessuale, a quanto pare sottoposta ad una procedura quantomeno inusuale rispetto alle altre di cui il Comune afferma non sapere.

    Alla luce dei fatti e dei numerosi illeciti che gli stessi uffici comunali avrebbero ravvisato, l’Associazione chiederà indagini e sporgerà querela per il reato di appropriazione e deturpazione dell’arredo pubblico nelle varie installazioni che risulterebbero abusive all’insaputa del comune, al quale invece chiediamo spiegazioni per le reticenze che sembrerebbero evidenti nel caso della nostra istanza e delle procedura alla quale parrebbe l’unica ad essere stata sottoposta e tutt’ora inevasa.