Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Dopo un nuovo capitolo dello scandalo pedofilia che ha investito l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II, il mondo torna a parlare delle vittime di abusi subiti da religiosi. Arturo Borrelli è uno dei sopravvissuti agli abusi: dai 13 ai 17 anni avrebbe subito violenze da parte del parroco del suo quartiere di Napoli. Nonostante le denunce e le prove presentate insieme ad altre vittime in tribunale, Don Silverio Mura può celebrare di nuovo la messa. Arturo racconta la sua storia a Fanpage.it.

    La storia di pedofilia che ha investito anche l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II riapre il sipario sul fenomeno degli abusi in Chiesa, noto alla cronaca ma sempre difficile nelle aule di tribunale. Arturo Borrelli aveva 13 anni quando ha subito abusi sessuali per la prima volta. Andava a scuola come tutti i ragazzini della sua età e la sua triste routine fatta di violenze è durata fino ai 17 anni. Ad abusare di lui, un prete che aveva la cattedra di religione nella sua scuola. Aveva iniziato a frequentare l’oratorio e poi, un giorno, il religioso lo aveva invitato nella casa dove viveva con la madre. Lì ha abusato di lui più e più volte negli anni. In quel periodo di tempo, Arturo riceveva alcuni regali dal religioso. Modalità, spiega Arturo, che l’uomo aveva adottato anche con altre persone. Don Silverio è stato denunciato per i fatti avvenuti tra l’87 fino ai primi anni ’90.

    Il sacerdote ora è stato assolto dal Tribunale ecclesiastico metropolitano di Milano. Sono stati analizzati gli atti del processo penale: le testimonianze di altre vittime, le ricostruzioni e tutte le perizie. Papa Francesco si era premurato di riaprire il caso nel 2018, ma l’interessamento del Pontefice non ha portato a sostanziali cambiamenti. A Fanpage.it, Arturo racconta di aver anche perso il lavoro a causa dei suoi tentativi di ottenere giustizia dalla curia napoletana.

    Cosa intende quando dice che denunciare le è costato il lavoro?

    Facevo la guardia giurata e cercando di ottenere giustizia per quanto mi è successo, ho scritto una lettera al cardinale Crescenzio Sepe chiedendogli di prendere in considerazione il mio caso. Pur di far ascoltare la mia storia avrei fatto di tutto, così gli ho scritto che se non mi avesse dato udienza, mi sarei sparato con la pistola d’ordinanza. Lui ha mandato quel testo alle forze dell’ordine e io sono stato sospeso in via precauzionale. Attualmente vivo con una pensione mentre mia moglie lavora un po’ di più.

    La curia napoletana l’ha ascoltata?

    No. Don Silverio è tornato a celebrare la messa perché per il tribunale ecclesiastico è innocente. Il cardinale Sepe lo ha riabilitato e quindi lui per i suoi superiori è innocente. Abbiamo un processo ancora in corso nelle aule di tribunale, ma sapere che è la stessa Chiesa a giustificarlo fa male, è forse lo schiaffo più forte per le vittime, soprattutto per quelle che hanno fede in Dio o che l’hanno avuta.

    Lei ha presentato il suo caso anche a Papa Francesco. Proprio lui ha voluto riaprire la vicenda.

    Sì è vero, ha voluto incontrarmi e abbiamo parlato. Ha detto che sarebbe stato vicino alle vittime, ha voluto persino fare luce su quanto gli ho detto, ma cos’è cambiato da allora? Don Silverio può di nuovo esercitare e prima ancora era stato addirittura trasferito in un paesino del Nord Italia dove girava con un nome e un cognome falso per evitare che le persone sapessero di cosa era accusato. Quello con Francesco è stato un incontro molto bello i cui effetti però non si sono visti, la situazione è ancora questa. Per me come per tanti altri.

    Quante sono le vittime che hanno denunciato insieme a lei?

    Altre due. Un ragazzo è stato abusato come me e purtroppo descrive dinamiche molto simili alle mie, mentre un’altra persona lo ha denunciato per tentata violenza. Entrambe le vittime erano chierichetti.

    Cosa hanno in comune le vostre vicende?

    I posti in cui ci portava, per esempio. Tutte le vittime poi hanno descritto la malformazione ai genitali che aveva Don Silverio. Si tratta di un dettaglio che conosci solo se hai avuto rapporti sessuali con lui, perché era visibile solo in quel contesto. Al tribunale ecclesiastico ha detto che era solito fare la doccia con noi bambini e che per questo motivo eravamo al corrente della sua malformazione. Come se fosse normale addurre come giustificazione a un’accusa di violenza la storia di un uomo adulto che fa la doccia nudo tra alcuni ragazzini.

    Quante altre persone sono coinvolte?

    Tante. Troppe. Abbiamo denunciato in tre, ma sono convinto che le vittime della stessa persona in quegli anni siano almeno dieci.

    Dieci? Sarebbero davvero tante

    Sono convinto di questa cosa. Alcune persone lo hanno confessato a me direttamente ma non hanno voluto denunciare perché neppure le famiglie sanno del loro passato, altri casi invece sono soltanto un mio sospetto. C’era però una folla di bambini nell’abitazione di Don Silverio che desta per forza qualche sospetto. Ci sono molti più coinvolti di quelli che crediamo.

    In quanti riescono davvero ad andare avanti?

    Pochi. Ognuno di noi deve rielaborare quanto gli è successo. Io sono in cura, prendo dei farmaci perché soffro di attacchi di panico. Altre persone sfogano la propria frustrazione nella lotta in tribunale oppure cercano di costruirsi una vita normale e rendono gli abusi un segreto. Altre ancora poi si uniscono a delle associazioni con un fine comune. Io, insieme ad altri sopravvissuti, faccio parte della “Rete L’abuso”. Abbiamo organizzato manifestazioni davanti al Vaticano, abbiamo condiviso le nostre storie e insieme cerchiamo la forza di andare avanti.

    E alle manifestazioni in quanti siete?

    Circa 50 persone. Veniamo da tutt’Italia e ovviamente siamo tutti vittime di persone diverse, ma le fa capire quanto è esteso questo fenomeno e quante altre persone si nascondono in giro per l’Italia. Per ognuno degli accusati ci sono altre vittime che hanno in comune la stessa storia e che non vogliono uscire allo scoperto. Non mi sento di giudicarle: se denunciando ottieni l’indifferenza dell’autorità ecclesiastica che per prima dovrebbe difenderti e tutelarti, cosa lo fai a fare?

    Dove crede che sia adesso Don Silverio?

    Non lo sappiamo. Può celebrare di nuovo la messa e probabilmente ha ancora la possibilità di far del male ai bambini. Ci avevano detto che si trovava in un centro di recupero e non era vero, ora che è stato scagionato da tutte le accuse non ha neppure motivo per cambiare nome. Il Tribunale ecclesiastico non ha ascoltato neppure i testimoni.

    Cioè?

    Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo.

    https://www.fanpage.it/attualita/pedofilia-nella-chiesa-la-storia-di-arturo-il-parroco-che-mi-ha-violentato-continua-a-dire-messa/

  • Pedofilia: caso Provolo, prescritta la causa a Buenos Aires

    Pedofilia: caso Provolo, prescritta la causa a Buenos Aires

    (ANSA) – CITTA DEL VATICANO, 08 NOV – La Corte di Cassazione di Buenos Aires ha dichiarato prescritto il caso di due sacerdoti e un insegnante di informatica che erano indagati per abusi sessuali nei confronti di bambini con problemi di udito presso l’Istituto Provolo di La Plata. Gli indagati erano i sacerdoti Nicola Corradi, detenuto a Mendoza per analoghi crimini commessi nel Provolo di quella provincia; Eliseo Primati, che si trova in un istituto per cure mentali in Italia e di cui era stata richiesta l’estradizione; e José Brítez, professore di informatica presso lo stesso istituto, che ha la sua casa madre in Italia, a Verona.

        Secondo le indagini del pubblico ministero, i tre uomini hanno abusato di almeno 5 bambini sordi che erano ospiti dalla struttura; i bambini venivano anche picchiati e sottoposti ad una specie di schiavitù.
    Il provvedimento – riferisce la stampa argentina – è stato deliberato dalla Terza Sezione della Corte di Cassazione penale, affermando che “in questo caso non opera l’esclusione della prescrizione”.
    Nella sentenza, che porta la firma dei giudici Víctor Violini e Ricardo Borinsky, i magistrati hanno fatto riferimento alla Corte interamericana dei diritti dell’uomo che assicura che nei reati comuni, “come avviene in questo caso, lo statuto della prescrizione è una garanzia che deve essere debitamente osservata” e si ricorda che gli eventi per i quali era scattata l’indagine si erano verificati tra il 1982 e il 1991. (ANSA).

    https://www.ansa.it/veneto/notizie/2020/11/08/pedofilia-caso-provolo-prescritta-la-causa-a-buenos-aires_4963e6d4-51b1-4991-ab21-58aac2aefd93.html

  • Santa impunità: sacerdoti violentatori del Provolo de la Plata, salvati dalla prescrizione

    Santa impunità: sacerdoti violentatori del Provolo de la Plata, salvati dalla prescrizione

    I giudici Violini e Borinsky della Camera di Cassazione si sono arresi all’atrio della Chiesa cattolica e hanno affermato che Nicola Corradi, Eliseo Pirmati e Jorge Brítez non dovrebbero essere perseguiti nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze dei superstiti e le indagini della procura Cecilia Corfield.

    Nel pomeriggio di questo venerdì il Potere Giudiziario della provincia di Buenos Aires ha dato un duro schiaffo ai sopravvissuti agli abusi, alle torture e ad altri tormenti praticati dalla banda dell’Istituto per bambini sordi Antonio Provolo de La Plata, composta dal i sacerdoti Nicola Corradi ed Eliseo Pirmati insieme a dipendenti come Jorge Brítez.

    Secondo i giudici, le innumerevoli prove e le testimonianze dirette di sopravvissute agli abusi e alle torture che Corradi, Pirmati, Brítez e altri membri del Provolo hanno commesso negli anni ’80 e ’90, non bastano a stravolgere la sacrosanta (e sempre malleabile) prescrizione “Di crimini.

    I giudici della Camera di Cassazione non si sono fatti cambiare idea nemmeno dalle storiche condanne di Corradi (42 anni di carcere) e del sacerdote Horacio Corbacho (45 anni di condanna), avvenute a Mendoza un anno fa.

    E tanto meno l’inchiesta della procura Cecilia Corfield, che dopo aver ascoltato le vittime, aver fatto irruzione nel Provolo platense e verificato che stessero dicendo la verità , vedendo l’insabbiamento dell’arcidiocesi di La Plata contro i suoi criminali e dimostrando che i crimini sono ancora in vigore, ha chiesto nell’ottobre 2019 l’elevazione a processo per Corradi, Pirmati e Brítez (nella prima fase di una causa che coinvolge molti più colpevoli).

    Come se fossero veri avvocati di Monsignor Héctor Aguer e Víctor Fernández (perché no, lo stesso Papa Francesco), i giudici Víctor Violini e Mariano Borinsky hanno firmato una sentenza in cui hanno deciso di accogliere la richiesta di difesa del professor Brítez, il l’unico degli imputati che è detenuto a La Plata. Vale la pena ricordare che Corradi (oggi 85 anni) sta scontando la sua pena a Mendoza e Pirmati è stato inviato a Verona (Italia) dall’arcivescovado di La Plata alla fine del 2017, quando si sapeva che sarebbe stato raggiunto dal caso giudiziario.

    Nella loro sentenza, scandalosa sotto ogni punto di vista, giovedì Violini e Borinsky hanno affermato che poiché gli abusi e le torture citati sono avvenuti tra il 1982 e il 1993, non è possibile processare gli accusati perché i crimini sono anteriori alla promulgazione. della legge sull’imprescrittività dei reati sessuali. “L’applicazione retroattiva della legge penale nei confronti degli imputati viola i principi di legalità e giusto processo”, si sono schermati i giudici in chiaro allineamento con la Curia e la sua “pecora smarrita”.

    Ciò significa che per i giudici non è che i crimini non esistessero lontano da esso, ma che non possono essere giudicati da una formalità legale. Così? Quindi il professor Brítez può essere rilasciato, il sacerdote Corradi può sentirsi soddisfatto dal suo luogo di detenzione domiciliare e Pirmati, che è stato oggetto di una richiesta di estradizione dal pm Corfield, può continuare a godersi le sue giornate (e notti) a Verona senza chiedere scusa a chiunque.

    Corradi è stato negli anni ’70, ’80 e ’90 il boss del Provolo platense, governando la vita e i desideri di decine di giovani sordi che vivevano da “alunni” nell’istituto. Il sacerdote italiano era stato trasferito dall’altra parte dell’Oceano Atlantico quando gli abusi commessi per decenni a Verona erano divenuti palesi (molte delle sue vittime erano già adulte e avevano cominciato a parlare).

    Per molti anni, a causa della prevalente impunità (l’arcidiocesi di La Plata era a conoscenza di questi crimini e non li ha mai denunciati), le vittime della banda sacerdotale del Provolo de La Plata hanno tenuto segrete le loro orribili esperienze. E ‘quanto ha raccontato a questo giornale Daniel Sgardelis di Salta , ormai adulto, uno degli ex studenti di Provolo che ha deciso di diventare attore dopo che sono venute alla luce le testimonianze aberranti delle vittime di Mendoza.

    Le storie dei bambini del Provolo de Luján de Cuyo sono state il fedele “specchio” in cui Sgardelis e altri sopravvissuti si sono visti riflessi e hanno deciso di infrangere i loro subdoli segreti e denunciare gli stessi criminali di cui si parlava a Mendoza e in Italia .

    Alla domanda sulla sentenza della Corte d’Appello di La Plata, la superstite Platense Julieta Añazco (pioniera in Argentina degli abusi anti ecclesiastici e fondatrice dell’organizzazione Church No Abuses), ha detto a Left Journal ripudiando “Assolutamente questo arbitrario sentenza, poiché i giudici non applicano la Legge 27.206 sul rispetto dei tempi delle vittime. Non possiamo credere che questa istanza sia stata raggiunta ”.

    Riguardo alle conseguenze di sentenze come questa sulle vittime, Añazco ha affermato che “i giudici sanno che è così che fanno smettere di parlare e comparire in tribunale possibili querelanti, vittime e sopravvissuti. Anche le persone che hanno già denunciato i sacerdoti per abusi sessuali, di fronte a queste sentenze, spesso rinunciano a continuare. Non possiamo permetterlo, chiediamo giustizia, verità e riparazione ”.

    Inutile dire che la ricerca della “prescrizione” giudiziaria dei reati di abusi sessuali e altre torture praticati da preti, suore e laici legati alla Chiesa cattolica è una delle strategie di difesa più utilizzate dalla curia. Non potendo negare l’esistenza dei crimini, a meno che non possano essere processati e condannati.

    Non sorprende che la notizia della sentenza dei giudici Violini e Borinsky sia giunta in Vaticano senza indugio. Lì hanno celebrato questa nuova pietra miliare nella lunga storia di impunità accumulata dalla Chiesa cattolica. Jorge Bergoglio, lui stesso un insabbiamento per diversi stupratori e torturatori, sicuramente oggi ha gridato “alleluia”. E il suo amico personale, l’arcivescovo di La Plata, Víctor “Tucho” Fernández, per non parlare.


    https://www.laizquierdadiario.com/Santa-impunidad-curas-violadores-del-Provolo-de-La-Plata-salvados-por-prescripcion

  • «Io violentata dal prete durante le vacanze con l’oratorio»: la curia di Milano avvia un’indagine

    «Io violentata dal prete durante le vacanze con l’oratorio»: la curia di Milano avvia un’indagine

    «Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini/e dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo per sfogare tutte le sue perversioni, rindossandola la mattina, come se nulla fosse accaduto lasciandomi attonita». È uno dei passi di una lettera scritta da una ragazza che attraverso il portale "test.retelabuso.org/" ha denunciato un presunto abuso sessuale subito da un prete, Don Alberto Lucchina, parroco delle Parrocchie di S. Maria Assunta e S. Maria Ausiliatrice in Inzago (Milano). In seguito alla pubblicazione della lettera l’Arcidiocesi di Milano ha fatto sapere in una nota che «il sacerdote ha chiesto e ottenuto una sospensione dall’incarico».

    I fatti risalirebbero agli anni Novanta quando la presunta vittima frequentava ancora la scuola media e si recava in oratorio per le vacanze. «Nascosto agli occhi di tutti quelli che lo conoscono c’è un orco», ha scritto la donna che ha aggiunto come fosse sotto ricatto psicologico: «Uso la parola orco perché una bambina innocente – si legge nella lettera – nella semplicità della sua infanzia, altro nome non può esserci per descrivere chi, svelandosi dal perfetto camuffamento, si rivela in tutto il suo orrore. Per anni soggiogata dai suoi ricatti psicologici “se vuoi denunciarmi fallo pure, solo ti chiedo prima di avvisarmi così mi tolgo la vita».

    LA LETTERA COMPLETA

    «Molto stimato da tutti, così vicino alle esigenze dei giovani, amico ideale, prete attento al prossimo: è una sua priorità aiutare i più bisognosi, gli ultimi, sottovoce e con garbo riesce a riunire le comunità, a far sentire Dio presente nelle nostre vite, a darci una speranza per un mondo migliore in cui tutti noi siamo fratelli; ha accolto nella sua casa i senzatetto, ha creato comunità per i disabili. Un’immagine luminosa che si proietta a chi lo circonda. Ma la verità è celata sotto gli occhi di chi gli sta accanto; la realtà di chi lo conosce per davvero nel profondo, come me, è ben diversa: dietro questa “melassa” di buonismo e di perfetto cristiano esiste un lato molto oscuro. Nascosto agli occhi di tutti quelli che lo conoscono c’è un orco. Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini/e dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo per sfogare tutte le sue perversioni, rindossandola la mattina, come se nulla fosse accaduto lasciandomi attonita. Uso la parola orco perché una bambina innocente, nella semplicità della sua infanzia, altro nome non può esserci per descrivere chi, svelandosi dal perfetto camuffamento, si rivela in tutto il suo orrore. Per anni soggiogata dai suoi ricatti psicologici “se vuoi denunciarmi fallo pure, solo ti chiedo prima di avvisarmi così mi tolgo la vita ”. Io, bambina introversa con un macigno sulle spalle, sola, con la paura di sentirmi sporca e non adeguata, nella solitudine di questo terribile segreto. Ho impiegato 30 anni per capire che non è stata colpa mia, per metabolizzare ed accettare quello che mi accadde, un lungo percorso di sofferenza, una vita rovinata, relazioni distorte. Spero che queste mie parole possano servire ad aprire gli occhi ai suoi attuali parrocchiani, per salvare altre bambine, altre vite… Siate sempre vigili perché… don Alberto è un lupo travestito da agnello!»

    LA NOTA DELL’ARCIDIOCESI DI MILANO

    In seguito alla pubblicazione, domenica 11 ottobre, su una testata online, di una lettera di una persona che denuncia di avere subito un abuso di natura sessuale negli anni novanta, che avrebbe come responsabile don Alberto Lucchina, l’Arcidiocesi di Milano fa sapere in una nota che «il sacerdote ha chiesto e ottenuto una sospensione dall’incarico di parroco delle Parrocchie di S. Maria Assunta e S. Maria Ausiliatrice in Inzago (Mi)», e che «l’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha disposto l’avvio di un’indagine prescritta dalle norme canoniche». Nella nota dell’arcidiocesi si legge: «Non è giunta direttamente alla Curia di Milano alcuna segnalazione relativa a questo fatto, nè risulta presentata alcuna denuncia all’autorità giudiziaria o avviato alcun procedimento penale o civile a carico del sacerdote. La Diocesi, coerentemente con la sensibilità e il rigore con cui affronta situazioni di questo genere, comunica che nessuna denuncia o segnalazione relativa a questo o altri episodi simili che coinvolgano don Alberto Lucchina è pervenuta negli anni scorsi alla Curia di Milano». «L’Arcivescovo di Milano esprime la propria vicinanza alle comunità parrocchiali citate – che ieri sera sono state visitate dal Vicario episcopale di zona – e a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda – prosegue la nota – La Diocesi ricorda inoltre che il 23 novembre 2019 è stato costituito il “Referente Diocesano per la Tutela dei minori” che, seguendo adeguate modalità di contatto, ha la finalità di accogliere le segnalazioni relative a presunti abusi su minori e di raccogliere gli elementi per una prima valutazione dell’Ordinario».

    https://www.leggo.it/italia/milano/milano_bambina_violentata_prete_don_alberto_lucchina_vcuria_indagini-5529357.html

  • Abusi sessuali sui chierichetti del Papa, al via il processo a due preti senza la querela della vittima per volontà di Francesco

    Abusi sessuali sui chierichetti del Papa, al via il processo a due preti senza la querela della vittima per volontà di Francesco

     | 14 OTTOBRE 2020

    È iniziata l’udienza sugli abusi sessuali avvenuti nel pre seminario San Pio X grazie a un provvedimento del pontefice. Don Gabriele Martinelli, all’epoca dei fatti seminarista, che è accusato di abusi sessuali, e don Enrico Radice, ex rettore del pre seminario, accusato di favoreggiamento

    Al via il processo per gli abusi sessuali tra i chierichetti del Papa. Mentre il Vaticano è scosso dalle indagini sugli scandali finanziari della Segreteria di Stato che hanno portato all’arresto di Cecilia Marogna accusata di peculato, nel tribunale della Santa Sede è iniziato il processo sugli abusi sessuali avvenuti nel pre seminario San Pio X. Imputati due preti: don Gabriele Martinelli, all’epoca dei fatti seminarista, che è accusato di abusi sessuali, e don Enrico Radice, ex rettore del pre seminario, accusato di favoreggiamento. A denunciare per la prima volta l’accaduto, era stato, nel 2017, il giornalista Gianluigi Nuzzi nel suo libro Peccato originale a cui seguì un’inchiesta de Le Iene. Denunce che hanno convinto il Papa. Come ha precisato il Vaticano, infatti, “nonostante i fatti denunciati risalgano ad anni in cui la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa da presentarsi entro un anno dai fatti contestati, il rinvio è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento del Santo Padre del 29 luglio scorso, che ha rimosso la causa di improcedibilità”. La prima udienza ha segnato anche il debutto in aula di Giuseppe Pignatone come presidente del tribunale vaticano.

    Don Martinelli, nato nel 1992, è accusato di aver usato violenza e minaccia, abusando della sua autorità e approfittando delle relazioni di fiducia in qualità di frequentatore anziano del pre seminario, tutore e coordinatore delle attività dei seminaristi, costringendo la sua vittima, di un anno più piccola, a subire ripetuti abusi all’interno del Vaticano. Violenze, che sempre secondo l’accusa, sono avvenute dal 2007 al 2012. Don Radice, classe 1949, è accusato, invece, di avere più volte, come rettore del pre seminario, in Italia e anche all’estero, aiutato Martinelli a eludere le investigazioni dopo i reati di violenza carnale e libidine. Nella prima udienza del processo è, infatti, emerso che il 3 ottobre 2013 il sacerdote ha inviato una lettera al vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, da cui dipende il pre seminario vaticano, in cui smentiva la denuncia della vittima di Martinelli, definendola “fumus persecutionis”. Ma c’è di più. Sempre secondo i magistrati del Papa, don Radice ha inviato successivamente una falsa lettera a nome del presule, su carta intestata della diocesi di Como, in cui annunciava l’imminente ordinazione sacerdotale di Martinelli. Lettera che è stata disconosciuta da monsignor Coletti. Nel 2018, durante un interrogatorio con i pm vaticani, don Radice ha anche sostenuto “con certezza assoluta” di non essere a conoscenza di atti omosessuali o di libidine nel pre seminario di cui era rettore. In questo modo, secondo i magistrati, ha intralciato le indagini insabbiando le accuse.

    Nel 2017, Nuzzi aveva raccontato che quelle da lui raccolte non erano le prime “allarmanti informazioni su quanto accade all’interno di quell’istituto riservato a ragazzini in cerca di vocazione. Già nell’estate del 2013 una dettagliata lettera anonima era stata recapitata a diversi esponenti della Curia, tutti autorevoli. Tra questi spiccavano l’ex Segretario di Stato Angelo Sodano, lo stesso cardinale Angelo Comastri e anche alcuni collaboratori del Segretario di Stato allora in carica Tarcisio Bertone, come l’attuale prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il porporato francese Dominique Mamberti, che all’epoca era segretario per i rapporti con gli Stati”. E ha aggiunto: “Sodano, dopo aver ricevuto la lettera, chiese e fece chiedere chiarimenti a Comastri e a monsignor Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro. Il rettore del San Pio X, monsignor Enrico Radice, fu chiamato in Segreteria di Stato. Radice smentì ogni fatto indicato nel documento anonimo, sostenendo che i ragazzi erano certo vivaci ma che non era accaduto nessun episodio rilevante. Comastri distrusse il documento anonimo, che tutti alla fine considerarono figlio di quel pettegolezzo e di quelle maldicenze che come un venticello fastidioso circolavano nei corridoi dei sacri palazzi”. Ma i magistrati vaticani non la pensano così.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/14/abusi-sessuali-sui-chierichetti-del-papa-al-via-il-processo-a-due-preti-senza-la-querela-della-vittima-per-volonta-di-francesco/5965876/

  • Vaticano, abusi e violenze ai “chierichetti del Papa”: al via il processo

    Vaticano, abusi e violenze ai “chierichetti del Papa”: al via il processo

    È durato pochi minuti la prima udienza nei confronti dei due parroci. Le accuse si riferiscono a episodi tra il 2007 e il 2012

    CITTÀ DEL VATICANO. Otto minuti. Dalle 9.37 alle 9.45. Tanto è durata la prima udienza di quello che è stato ribattezzato il «processo dei chierichetti del Papa», il procedimento giudiziario in Vaticano per accertare le accuse di abusi sessuali avvenute dal 2007 al 2012 nel Preseminario San Pio X. Un’altra brutta storia all’ombra del Cupolone, in cui gli abusi di potere si intrecciano alle violenze sessuali, avvenuta nel Palazzo San Carlo che Pio XII aprì nel 1956 per ospitare studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi del mondo desiderosi di intraprendere un cammino di discernimento verso il sacerdozio.

    Sul banco degli imputati della piccola Aula del Tribunale vaticano, presieduto dall’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, ci sono don Gabriele Martinelli, 28 anni, e monsignor Enrico Radice, 71 anni, entrambi incardinati nella Diocesi di Como. Il primo, secondo le accuse formulate dal promotore di giustizia Gian Piero Milano, coadiuvato dai due aggiunti Alessandro Diddi e Gianluca Perone, è accusato di abusi sessuali su un giovane ospite del Preseminario, minorenne e quasi suo coetaneo all’epoca dei fatti; il secondo, allora rettore, è invece accusato di favoreggiamento.

    Martinelli, classe 1992, residente a Como, è arrivato per primo in Tribunale. In mascherina, polo nera e maglioncino sulle spalle, scrutava chiunque entrasse in Aula dopo il controllo col termoscanner. Solo in un momento ha alzato gli occhi, con una smorfia quasi di contrizione, mentre venivano elencati i capi d’accusa. «Abusando della sua autorità e approfittando delle relazioni di fiducia in qualità di frequentatore anziano del pre-Seminario, tutore e coordinatore delle attività dei seminaristi»m ha letto il cancelliere, Martinelli «con violenze e minacce» ha costretto la vittima «a subire rapporti carnali, atti di sodomia, masturbazione», «in diversi tempi e luoghi nello Stato della Città del Vaticano». Tutto è iniziato quando Martinelli e la vittima erano minorenni: 14 e 13 anni. Ma gli abusi si sono perpetrati finché entrambi hanno raggiunto la maggiore età: 19 il primo, 18 il secondo.

    Radice, vestito da prete, con in mano tutto il tempo un ombrello, guardava invece sul soffitto. In un momento sembrava quasi che stesse pregando. Su di lui pesa l’accusa di aver insabbiato «atti omosessuali o di libidine» avvenuti nel Preseminario quando era rettore. «In tempi e luoghi diversi, in Italia e anche all’estero, ha aiutato Martinelli ad eludere le investigazioni», è stato letto in Tribunale.

    Radice è inoltre accusato di aver contraddetto le denunce della vittima presentate al vescovo di Como, Diego Coletti, in una lettera del 3 ottobre 2013 in cui parlava di «fumus persecutionis». L’anziano monsignore ha inoltre falsificato una lettera, firmandola a nome del vescovo Coletti su carta intestata della Diocesi, per annunciare che Martinelli sarebbe diventato presto sacerdote. Un modo per accelerare l’ordinazione del suo protetto che sembrava potesse saltare viste le voci accusatorie che circolavano sul suo conto. Non solo: nel 2018, durante un interrogatorio coi pm vaticani, il monsignore ha sostenuto «con certezza assoluta» di non essere a conoscenza dei misfatti avvenuti nel San Pio X. «Ha così intralciato le indagini».

    Il 29 luglio 2019 il promotore di giustizia del Tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio per i due sacerdoti. Nonostante i fatti denunciati risalissero ad anni in cui la legge allora in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa, da presentarsi entro un anno dai fatti contestati, il rinvio – sottolineava allora la Sala Stampa vaticana – «è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento» di Papa Francesco del 29 luglio scorso «che ha rimosso la causa di improcedibilità».

    A difendere oggi i due imputati c’erano due avvocatesse: Rita Claudia Baffioni per Martinelli, Agnese Camilli Carissimi per Radice. Parlavano tra di loro a inizio udienza e, alla fine, prima di uscire, hanno raggiunto ognuna il proprio assistito. Hanno già depositato le ammissioni di prova, ma questa mattina non hanno presentato alcuna istanza. Pignatone ha chiesto all’avvocatessa di Radice di «decifrare meglio i temi di prova entro venerdì», perché: «Questo Tribunale vuole dare il maggiore spazio possibile alla difesa». «A causa di impegni di questo Tribunale per una causa già avanzata», ha detto ancora il presidente, ha rinviato l’udienza a martedì 27 ottobre, alle 14, «per lo scioglimento della riserva delle prove e l’interrogatorio degli imputati».

    A rivelare per primo la vicenda del Preseminario era stato il giornalista Gianluigi Nuzzi nel libro “Peccato Originale”, riportando le confessioni di un ex alunno del San Pio X, il polacco Kamil Jarzembowski (oggi assente), che, entrato nel settembre del 2009, aveva denunciato nell’estate del 2014 alle autorità ecclesiastiche abusi su un compagno di stanza di cui era stato testimone oculare. Erano seguiti diversi servizi televisivi che rivelavano testimonianze di altri ex allievi su presunti atti sessuali compiuti nelle camere dell’Istituto, in particolare da soggetti che sui più giovani esercitavano un potere di intimidazione. Una testimonianza, in particolare, riferiva del fatto che un abusatore era poi diventato prete.

    «A seguito di notizie divulgate da organi di stampa», annunciava una nota vaticana, nel novembre 2017 erano state avviate le indagini. Pochi giorni dopo la diocesi di Como reagì alle prime notizie con un comunicato in cui precisava che «i presunti fatti denunciati a mezzo lettera nel 2013, in seguito agli accertamenti conclusi nel 2014 da parte di tutte le competenti sedi ecclesiastiche, erano stati ritenuti infondati e tutte le valutazioni sulla personalità del seminarista erano risultate positive. Tra la documentazione prodotta non risultava alcun parere negativo da parte delle persone a conoscenza della vicenda».

    Valutazione diversa da quella data dai magistrati vaticani.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2020/10/14/news/vaticano-abusi-e-violenze-ai-chierichetti-del-papa-al-via-il-processo-1.39415958

  • SAVONA : Pedofilia, davanti al giudice la causa civile contro la diocesi

    SAVONA : Pedofilia, davanti al giudice la causa civile contro la diocesi

    Da una parte Zanardi (Rete l’Abuso) e dall’altra una parrocchia e l’ex prete Giraudo
    Prima udienza: le presunte vittime puntano al risarcimento per danni biologici

    Silvia Campese / SAVONA
    Entra nel vivo il processo civile, primo in Italia, dove una presunta vittima di pedofilia cita in giudizio la Chiesa cattolica avanzando una richiesta di risarcimento economico, in assenza di una condanna penale. Si è svolta ieri, nel Tribunale di Savona, la prima udienza che vede, da una parte, Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, presunta vittima di violenze, e dall’altra la Diocesi di Savona, il rappresentante legale della parrocchia di Spotorno, dove al tempo si sarebbero svolti i fatti, e l’ex sacerdote Nello Giraudo, condannato per pedofilia, ma non per il caso specifico di Zanardi.

    Il giudice Stefano Poggio del Tribunale di Savona ha nominato, ieri, il ctu, il consulente tecnico d’ufficio: sarà il dottor Pietro Filiberti di Genova che nella prossima udienza, fissata per il 21 ottobre, sarà chiamato a prestare giuramento accogliendo l’incarico.

    A quel punto, si proceder‡ con la perizia: il tecnico dovrà pronunciarsi dal punto di vista medico, chiarendo se esistano, come sostenuto dal consulente di parte, i danni biologici protratti nel tempo, che hanno segnato in modo profondo la qualità di vita della presunta vittima.

    Il ctp (consulente di parte), nelle tre memorie che sono state depositate in Tribunale, ha individuato un danno biologico che, in base a tabelle tecnico-scientifiche di riferimento, contempla un danno psicologico e legato alla qualità di vita del soggetto, a seguito dei fatti, pari al 75 per cento della scala di gravità: da qui la richiesta di un indennizzo economico di circa 900 mila euro.

    Tesi, questa, contestata dagli avvocati Simone Mariani, che difende la Diocesi di Savona-Noli, da Marco
    Montalbani, in difesa della Parrocchia di Spotorno e da Marco Russo in difesa di Nello Giraudo.

    ´Respingiamo ogni addebito di responsabilità, il commento dell’avvocato Mariani, che non ha voluto
    fornire ulteriori dettagli della linea difensiva.

    Il processo, in base agli esiti, potrebbe costituire un precedente storico fondamentale per lItalia. Se si giungesse all’individuazione di un risarcimento per il danno biologico le richieste potrebbero essere estese ad altri casi raggiungendo cifre esorbitanti proprio come già avvenuto in alcune realtà degli Stati Uniti.

    ´Siamo partiti da Savona o spiega Francesco Zanardi poichè i casi di pedofilia ormai noti, che coinvolgono un alto numero di vittime (molti dei quali prescritti), sono stati oggetto di una ricca documentazione sottoposta agli addetti del Vaticano.

    Di don Giraudo, ad esempio, si parla in un carteggio tra i vescovi savonesi e l’allora Prefetto della Congregazione, il cardinale Ratzinger, e dei suoi successori, monsignor Scicluna e Ladaria. Sino a oggi, le azioni intraprese sono state sempre rivolte al Vaticano che avrebbe dovuto aprire di sua iniziativa il processo.

    La nuova via Ë, invece, quella di intentare la causa verso le singole diocesi.

    Silvia Campese / SAVONA – IL SECOLO XIX

  • Vaticano, abusi notturni nel collegio dei chierichetti del Papa: fissato il processo

    Vaticano, abusi notturni nel collegio dei chierichetti del Papa: fissato il processo

    Città del Vaticano – Il processo potrebbe scoperchiare un altro verminaio in Vaticano. Il sospetto che vi siano stati abusi sessuali sui chierichetti del Papa, nel preseminario a due passi da Casa Santa Marta, ha portato i magistrati d’Oltretevere a fissare la prima udienza del processo. Servirà a verificare se i presunti abusi notturni nelle camere del collegio sono realmente avvenuti come sostiene un testimone, l’ex seminarista polacco, Kamil Jarzembowski.

    Oppure se, invece, si tratta di una accusa alimentata da un intreccio di amicizie morbose, gelosie e passioni omosessuali ma senza che, alla base, vi fossero costrizioni e violenze. Il racconto di Kamil (entrato in preseminario nel 2010) è stato ampiamente setacciato dai magistrati vaticani e ha portato al rinvio a giudizio di due sacerdoti, don Enrico Radice, all’epoca responsabile della struttura, accusato di favoreggiamento e di non avere vigilato sulla condotta di don Gabriele Martinelli, 30 anni.

    All’epoca dei fatti – quando Kamil entra nel pre-seminario, nel 2010 – don Gabriele era uno studente di venti anni, una specie di ‘capoclasse’. Un ragazzo che poi ha manifestato la vocazione fino ad essere ordinato sacerdote. Una personalità molto forte e complessa che, secondo Kamil, riusciva a piegare ai suoi voleri un suo compagno, di un anno inferiore, costringendolo alle presunte violenze.

    La versione di Kamil tuttavia, stando ad alcune sue lettere, sembrerebbe cambiare nel tempo perchè in una lettera arriva a descrivere così il rapporto tra don Martinelli e la vittima: «non lo facevano a causa di un amore perverso, ma di un desiderio sfrenato di saziare la loro libido ogni giorno», ipotizzando dunque un rapporto consensuale.

     La prima udienza processuale fissata al 14 ottobre resta un appuntamento cruciale. Al di là delle eventuali responsabilità penali che verranno accertate,  attorno al preseminario emerge uno spaccato umano poco edificante, visto che in parallelo, la vicenda, si intrecca con storie di  lettere anonime, veleni, calunnie, cordate gay di persone che in quel periodo gravitavano attorno a questa struttura e che comportarono anche il trasferimento di alcuni giovani sacerdoti, ritenuti gli autori di lettere anonime.

    Stavolta con questo processo il Vaticano anticipa di fatto l’inchiesta della Procura di Roma. Kamil, infatti, denunciò questa vicenda anche a Roma, nel 2017 benchè il fascicolo fu aperto solo nel 2019. Allo stato attuale ancora non sembra che vi siano all’orizzonte decisioni in merito ad un eventuale processo ache se in Italia don Gabriele Martinelli originario di Chiavenna (Sondrio) e incardinato nella diocesi di Como (dove ha sede l’Opera di don Folci proprietaria del preseminario) è indagato per violenza continuata e abuso di autorità.

    Nel frattempo il Vaticano ha anche commissariato l’Opera di don Folci, dalla quale dipende il preseminario, nominando un commissario incaricato di verificare persino il conto corrente allo Ior e tutte le proprietà dell’ente situate a Como, al fine di avere un panorama completo della gestione. Di pari passo si è evidenziato uno scontro di poteri interni tra la Diocesi di Como (dalla quale dipende l’Opera di Don Folci) e l’Opera di don Folci stessa, che dagli anni cinquanta, ha sempre goduto della totale autonomia nella gestione del preseminario e dei beni ad essa riferiti, frutto di lasciti e donazioni.

    Tra le accuse sollevate da Kamil anche quelle che si siano consumati abusi persino nella sacrestia di San Pietro. Tutto da verificare e da analizzare considerando che la sacrestia della basilica è un’area di continuo transito e sottoposta a controlli continui.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_abusi_pedofilia_chierichetti_como_papa_francesco_kamil_processo-5501280.html

  • 10 anni in tutela dei bambini e in difesa delle vittime. Buon compleanno alla Rete L’ABUSO

    10 anni in tutela dei bambini e in difesa delle vittime. Buon compleanno alla Rete L’ABUSO

    Tutto cominciò a Roma 10 anni fa, quando incuriosito da un incontro di vittime americane, andai per sentire quelle vittime in cui ancora non mi riconoscevo.

    Scoprii che ne esistevano anche in Italia e quel giorno, insieme a una decina di altri disgraziati come me nacque la Rete L’ABUSO. Oggi sfortunatamente siamo più di 900. Dico sfortunatamente perchè questa è solo la punta dell’iceberg, c’è un sommerso che stando alle statistiche, nella sola penisola italiana, potrebbe arrivare a 1 milione di persone, ovvero di uomini che da bambini sono stati stuprati dai preti.

    Guardando il video, dalla Santa Sede le stesse parole come la tolleranza zero, la denuncia alla magistratura e tante parole al vento che ancora oggi dice Papa Francesco, ma il papa allora era Benedetto XVI.

    Quanta strada abbiamo fatto in soli 10 anni, senza un solo soldo che sovvenzionasse l’associazione eppure, lo testimoniano questi due servizi, allora per le vittime era molto più dura, oggi qualcosa è cambiato.

    Come sentirete nel servizio di RSI dicevano di me che non avrei mai preso un indennizzo, perché allora la giurisprudenza non era ancora maturata tanto quanto la Rete L’ABUSO ha contribuito a far maturare.

    Infatti, a 40 anni da quegli abusi che all’epoca erano per me e tanti altri prescritti, proprio oggi, 10 anni dopo quella prima volta in cui poche vittime italiane scesero in Vaticano, a Savona, il tribunale civile ha aperto la causa relativa proprio al mio indennizzo.

    Grazie davvero di cuore a tutti coloro che in questi 10 anni di battaglie e umiliazioni da parte della chiesa alle vittime, non hanno mollato, producendo un risultato di cui i giornali non amano parlare, ma di fatto c’è.

  • Nonostante le premesse, in Vaticano vige ancora il segreto sugli abusi

    Nonostante le premesse, in Vaticano vige ancora il segreto sugli abusi

    La svolta storica annunciata da Francesco nove mesi fa non si è mai realizzata. Le richieste di accesso agli atti dei processi cadono nel vuoto. Come accade ai legali della vittima del caso don Galli a Milano

    di Giorgio Gandola

    Parole in libertà. Ci sono due termini che il Vaticano ha fatto propri, irradiandoli come se fossero stati colpiti da una lama di sole nella penombra di una chiesa: inclusione e resilienza. Oggi abbelliscono ogni discorso come le palline di Natale, danno un superficiale senso di profondità a ogni concetto. Non più espressioni, ma simboli. Ecco, per le vittime degli abusi sessuali da parte dei sacerdoti le due parole contano zero, sopraffatte dai loro contrari: esclusione dagli atti, fragilità nel concretizzare gli annunci di papa Francesco. Lui vorrebbe accelerare, la Chiesa rimane graniticamente ferma.

    Era dicembre 2019 quando tutti i media italiani e internazionali diedero ampio risalto a una decisione del Pontefice che, secondo le entusiastiche conclusioni dei commentatori, avrebbe cambiato per sempre i rapporti con le vittime di violenza facendo esaltare un terzo termine chiave: trasparenza. Il Santo Padre decise di abolire il “segreto pontificio” per i casi di abusi sessuali sui minori e di rendere disponibili gli atti (anche solo il verdetto) del processo canonico a carico dei preti accusati di pedofilia. Dopo la svolta arrivata a mettere il punto esclamativo sul convegno internazionale in Vaticano dedicato al delicatissimo tema, numerose vittime hanno chiesto l’accesso ai documenti attraverso i loro legali ma non hanno ottenuto nulla, né dossier né risposte.

    Un esempio concreto è quello legato al procedimento giudiziario e alla condanna in primo grado (sei anni e quattro mesi) a Milano di don Mauro Galli per l’abuso di Alessandro Battaglia, minore al tempo della vicenda avvenuta nel dicembre 2011 a Rozzano. Un caso molto dibattuto per l’opaca gestione da parte della diocesi ambrosiana e soprattutto dell’allora vicario episcopale Mario Delpini, attuale arcivescovo di Milano, che invece di proporre l’apertura dell’ “Indagine Previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con adolescenti. Un atteggiamento che lo stesso Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e ai chierici cosiddetti omertosi o insabbiatori.

    Attraverso l’avvocato Fulvio Gaballo, la famiglia della vittima ha fatto richiesta alla Congregazione per la dottrina della fede della documentazione relativa al processo canonico e di quella relativa a eventuali provvedimenti presi a carico di monsignor Delpini e di monsignor Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti). Silenzio assoluto da quasi tre mesi, come se il segreto pontificio fosse ancora in vigore. Silenzio assoluto anche per le altre numerose vittime italiane e straniere come sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso.

    “Purtroppo quella dell’accesso trasparente agli atti è un’altra Papa-bufala. Nove mesi dopo l’annuncio tutto è rimasto come prima; come ci confermano diversi nostri assistiti che hanno avanzato domanda di accesso, non solo non hanno ottenuto i documenti promessi, ma neppure gli hanno risposto”. Un piccolissimo passo avanti va comunque segnalato: in un paio di casi nei quali a fare la richiesta è stata l’autorità giudiziaria, la risposta è arrivata, accompagnata da scarni dossier. Precisa Zanardi: “Tranne poche carte di nessuna importanza come la consacrazione del sacerdote e qualche altro appunto, nulla di rilevante”.

    Da qualche tempo il Vaticano mira a evitare le denunce mettendo a disposizione risarcimenti in denaro con assoluto vincolo di riservatezza. All’estero la media è di 50.000 euro, in Italia nella prima fase si va da 5.000 a 25.000. E se nell’inchiesta c’è il rischio del coinvolgimento di alti prelati, si superano anche i 100.000 euro. Una brutta china.

    Eppure papa Francesco aveva puntato molto sulla rimozione del segreto pontificio per dare un segnale mondiale di trasparenza e al tempo stesso di discontinuità. Doveva essere un gesto di grande liberalità, a conferma della volontà di collaborazione della Chiesa nel combattere una battaglia giusta contro uno dei crimini più odiosi. Allora il Pontefice disse solennemente: “Dobbiamo ascoltare il grido dei piccoli che chiedono giustizia, non con semplici e scontate condanne ma con misure concrete ed efficaci per contrastare un male che affligge la Chiesa e l’umanità”. Un invito che nove mesi dopo si rivela un colpo di vento.

    La melina vaticana sui risultati dei processi canonici è determinata da un prevedibile risvolto legale: in caso di condanna, gli abusati avrebbero un’arma in più per portare nei tribunali laici i sacerdoti colpevoli.

    In ogni caso il silenzio suscita diffidenza perché, nel caso di don Galli, un’eventuale assoluzione canonica gli consentirebbe in teoria di essere assegnato a una parrocchia nonostante la condanna di un tribunale italiano. La vicenda specifica non è finita, si attende il processo d’Appello. Rete l’Abuso ha chiesto ufficialmente un sollecito perché il dibattimento venga messo in calendario dal tribunale di Milano; all’orizzonte del 2021 – in assenza di resilienza, trasparenza e inclusione – c’è il concreto rischio di prescrizione.

    (trascrizione da La Verità del 30 settembre 2020)