La Cei pubblica due sussidi per le parrocchie. Non si sa se ridere o piangere di fronte a questi provvedimenti così ferrei.
L’unica cosa che si capisce è che esiste la consapevolezza da parte della CEI del potenziale pedofilo che esiste tra i preti italiani, frutto delle politiche criminali e dell’inerzia del Governi italiani che in 20 anni di crisi, mentre tutti gli altri paesi prendevano provvedimenti e intervenivano per arginare il problema, l’Italia, con la sua inerzia, ha creato sul suo territorio l’habitat ideale perchè il nostro paese diventasse un’isola felice per i pedofili in fuga.
Non solo sul solo territorio italiano si contano 23 centri della chiesa per riabilitare i pedofili, ma è la stessa chiesa a reinserirli nelle parrocchie dopo che hanno scontato la pena.
In in Italia infatti, come poetete vedere dalla nostra mappa non solo si conta un altissimo numero di preti pedofili, più di 300, ma come emerge anche dal rapporto del Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, punto 21, l’Italia è un paese che non ha ancora posto in essere alcun tipo di intervento per affrontare il problema.
(ANSA) – ROMA, 29 SET – Evitare luoghi “appartati” per la confessione, fornire ai genitori orari precisi di inizio e fine delle liturgie, puntare sulla formazione degli educatori: “l’obiettivo è aiutarli a tenere gli occhi aperti anche su quei comportamenti o quelle situazioni che potrebbero mettere in pericolo i più piccoli“. La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato due vademecum, da diffondere nelle parrocchie, per prevenire la piaga della pedofilia. Due manuali che aiutano dettagliatamente ad avere comportamenti sempre “consoni”, parola che ricorre spesso in questi sussidi a disposizione di sacerdoti e catechisti.
“I sussidi, pensati per formatori, educatori ed operatori pastorali, vogliono essere, senza alcuna pretesa di esaustività, strumenti di studio e di primo approfondimento per coloro che, all’interno delle équipe regionali, diocesane o interdiocesane, siano impegnati nella prevenzione di ogni forma di abuso in ambito ecclesiale“, spiega la Conferenza Episcopale Italiana.
Tra le regole ‘sacre’: “evitare che il sacerdote si ritrovi da solo con un minore nella propria abitazione“. Per quanto riguarda le attività dei piccoli chiamati a fare i chierichetti o a cantare in chiesa, “i minori, specie se piccoli, non vanno in alcun modo trattenuti oltre l’orario concordato con le famiglie. È da evitare la creazione di rapporti esclusivi con qualcuno, o la creazione di piccoli circoli elitari“.
Suggerimenti dettagliati arrivano anche per lo svolgimento di ritiri o campi estivi parrocchiali: “la distribuzione dei ragazzi nelle camere/camerate preveda sempre la presenza di almeno un educatore. Meglio scegliere strutture con camerate con almeno sei/otto posti letto ciascuna, in modo da poter avere presenti almeno due educatori“.
Negli oratori spesso si pratica anche sport e allora “la presenza dell’allenatore all’interno dello spogliatoio, situazione assai frequente, sia per ragioni pratiche di spazio sia per l’obbligo di vigilanza sui minori, impone particolare sobrietà e correttezza nel comportamento“.
Occhio anche all’uso delle nuove tecnologie: agli educatori è vietato, per esempio, “contattare un minore sui social media utilizzando profili personali falsi” o “fotografare o videoriprendere con qualsiasi strumento un minore, senza il consenso previo dei genitori dello stesso“.
Si spiega infine che l’abuso può esserci anche “senza contatto fisico“. “La cura e tutela dei minori è una priorità – sottolinea in conclusione la Cei – che vede da sempre impegnate le nostre parrocchie. Per rendere più efficace questo servizio educativo è decisivo che tutta la comunità si senta compartecipe e corresponsabile della custodia dei più piccoli“.
Il più importante caso di abuso ecclesiastico nella storia di Mendoza ha già la sua ferma condanna. Questa mattina il tribunale provinciale ha ratificato le condanne elevate (45 e 42 anni per i sacerdoti Corbacho e Corradi) che erano state annunciate nel processo di novembre dello scorso anno. Le parti possono ancora presentare ricorso alla Corte Suprema della Nazione.
La Suprema Corte di Giustizia di Mendoza ha confermato questa mattina le condanne contro i sacerdoti Horacio Corbacho (a 45 anni di carcere) e Nicola Corradi (42 anni di carcere) per gli abusi sessuali e gli episodi di corruzione su minori da loro commessi nell’istituto religioso per l’educazione dei ragazzi sordi Antonio Próvolo (Luján de Cuyo). Ha anche ratificato la condanna dell’ex giardiniere Armando Gómez , condannato a 18 anni di carcere.
La risoluzione della Corte, firmata dal presidente Dalmiro Garay e con il ministro Pedro Llorente e il giudice di camera Alejandra Orbelli come preopiners, ratifica all’unanimità la sentenza che i magistrati avevano annunciato il 25 novembre dello scorso anno nella risoluzione tribunale del più grande scandalo di abusi ecclesiastici nella storia di Mendoza. In questo senso, conferma le condanne e le assoluzioni del tribunale. Il più alto organo giudiziario di Mendoza dovrebbe essere emesso a questo proposito prima del 30 settembre.
Inoltre, non c’è spazio per le cassazioni depositate sia dalla difesa dei condannati che dagli avvocati delle vittime (soprattutto a causa di uno dei fatti per i quali la Giustizia ha assolto il sacerdote Corbacho ); quindi è praticamente un dato di fatto che entrambe le parti si appelleranno alla Corte Suprema della Nazione per insistere su queste richieste. Nel caso degli avvocati dei sopravvissuti , sebbene la sentenza condanni gli autori dei reati; Insisteranno per un appello federale straordinario poiché il tribunale ha assolto Corbacho per uno degli aberranti atti di stupro (anche questo è stato ratificato dalla Corte).
I fatti
La mattina del 25 novembre 2019 è stata storica nei tribunali di Mendoza. Con le alte condanne dei tre imputati giunti in giudizio nel primo dei casi del caso Provolo a Mendoza – a cui si aggiunge quella di Jorge Bordón , condannato nel settembre 2018 nell’ambito dello stesso caso e 10 anni di prigione -; i sopravvissuti agli abusi hanno trovato un po ‘di pace . C’erano stati innumerevoli anni di sofferenza, sofferenza e incubi che includevano stupri, toccamenti, maltrattamenti e persino episodi in cui erano costretti a guardare video pornografici.. E con le sentenze a Mendoza, c’era giustizia; non solo per gli ex studenti del Provolo Mendoza , ma anche per quelli dei campus di La Plata e Italia , dove altri giovani avevano denunciato in precedenza di aver subito abusi , anche se i casi non sono stati processati . E con un dettaglio fondamentale: in quelle due località , come a Mendoza, Corradi era tra gli accusati.
Corradi ha già 84 anni e sta eseguendo la sua condanna (la stessa confermata questa mattina) sotto forma di arresti domiciliari , in una casa per anziani . Corbacho ha scontato i suoi 60 anni nella prigione di Boulogne Sur Mer ; lo stesso luogo in cui Gomez ha festeggiato il suo 50 ° compleanno all’inizio di settembre.
Dei 25 fatti con cui sono arrivati i tre imputati al momento della sentenza, i giudici hanno condannato per 20 i due sacerdoti e l’ex funzionario amministrativo . Così, dei 16 atti per i quali Corbacho è stato accusato , è stato condannato per 13 . Nel frattempo, Corradi è stato condannato per le 5 accuse che stava portando con sé; e Gómez – che era arrivato alla sentenza con 4 accuse – è stato condannato per 2 . Tutto questo è stato ratificato dalla Corte di Mendoza.
A Mendoza Justice si è ottenuto quello che era un debito pesante e doloroso per gli ex studenti del Provolo ; non solo dalla nostra provincia, ma anche da Verona (sede) e La Plata . E la notizia ha oltrepassato ogni confine, tanto da essere stata celebrata – con emozione – da una delle vittime di Corradi nella città italiana di Verona .
Era Gianni Bisoli (61), uno degli ex studenti della sede di Próvolo che aveva denunciato il prete ottuagenario per abusi e maltrattamenti tra gli anni Sessanta e Settanta . Nonostante il fatto che ci fosse un caso legale nella giustizia italiana, il processo era nullo; e la rete dei sopravvissuti agli abusi sessuali in Argentina – insieme alla loro controparte nel paese europeo, La Rete – hanno denunciato e dimostrato che per far “crollare” il processo in quel paese, le autorità ecclesiastiche hanno alterato la documentazione chiave riferita alle date. .
Quella mattina di Mendoza del 25 novembre (pomeriggio in Italia), Bisoli e altre vittime seguirono online la lettura della sentenza . E l’ emozione dopo la condanna è stata indiscutibile.
“Finalmente … Grazie, alla giustizia argentina! Grazie!” Bisoli riuscì a dire con voce rotta prima di mettersi a piangere eccitato quando fu informato che Corradi era stato condannato a 42 anni di carcere ; come si può vedere in un video caricato sulla pagina Facebook dell’Associazione Sordi “Antonio Próvolo” (dall’Italia).
Sulla spianata dei tribunali provinciali , quella mattina c’era anche – accompagnando i sopravvissuti di Mendoza – Daniel Sgardelis, uno dei querelanti a La Plata e la cui causa venuta alla luce dopo che lo scandalo era noto a Mendoza è stata riattivata in per mano del procuratore Cecilia Corfield .
La seconda prova
Il caso Provolo non si è concluso con la sentenza del novembre dello scorso anno, quella che comprendeva le tre condanne che oggi sono state ratificate dal Tribunale di Mendoza.
Fatto sta che tra gli eventi figurano anche altre 9 donne accusate e che hanno già iniziato a percorrere la strada prima del secondo processo per gli abusi all’istituto Carrodilla . Tra di loro ci sono due suore : la giapponese Kumiko Kosaka , e che era la sua superiora per la custodia del rifugio delle ragazze, Asunción Martínez .
Sebbene l’inizio del processo non abbia una data confermata, a febbraio sono iniziate le udienze preliminari . Prima di forma del viso e in questi giorni con udienze remote , gli avvocati delle vittime e gli imputati sono stati incaricati di fare la presentazione delle prove, la dichiarazione dei fatti ; oltre a richiedere annullamenti . Da diverse settimane, infatti, le udienze a distanza (virtuali) presiedute dal giudice Horacio Cadile sono state prorogate fino al sabato mattina .
Quanto agli accusati , otto di loro sono in libertà ; mentre la suora Kosaka ottempera agli arresti domiciliari . La suora giapponese ha le accuse più aberranti: un totale di 7 accuse formali , tra cui alcune spiccano come autore di eventi e altre come partecipante (tra l’altro, è accusata di essere la “consegna” di alcune vittime in modo che siano umiliate da sacerdote Corbacho).
Nel frattempo, la suora Martínez, l’ex rappresentante legale del Próvolo, Graciela Pascual , quattro ex direttori dell’istituto, una psicologa ed un’ex cuoca , sono accusati come partecipanti per omissione (senza riportare i fatti accaduti al Próvolo). Alle due suore e Pascual si uniscono gli ex direttori Gladis Pinacca, Cristina Leguiza, Valesca Quintana e Laura Gaetan ; la psicologa Cecilia Raffo e l’ex cuoco Noemí Paz .
L’ accusa della Procura della Repubblica contro i nove imputati -come formalizzata- prevede ulteriori pene detentive all’interno del caso Próvolo. Secondo l’accusa con cui sono pervenute a questa istanza, le donne potrebbero ricevere condanne elevate simili a quelle degli autori (il massimo è di 50 anni di reclusione ).
Mendoza, 22 de octubre de 2018 Sociedad Provolo Graciela Pascual Tribunales En Sala de audiencias 4 de Tribunales de Mendoza se reralizo la audiencia para ver si podia quedar libre la ex representante legal del Provolo Graciela Pascual. El Tribunal colegiado numero 2 decidio que Graciela Pascual siga con su prision domiciliaria Foto: Ignacio Blanco / Los Andes
Da parte della difesa , secondo quanto evidenziato sinora nelle udienze preliminari, la strategia mira ad esonerare gli interessati . Oppure, se c’è una condanna, è per “copertura” . In questo caso, le sanzioni sono inferiori.
Tuttavia, questa missione non sarà facile per gli avvocati della difesa. È che ogni volta che qualcuno degli imputati che stanno o stavano scontando la detenzione preventiva ha chiesto il recupero della libertà da considerare come insabbiamenti e non partecipanti, la Giustizia non ha dato spazio al cambio di qualifica .
In riferimento all’articolo dal titolo “Abusi sui neonati e 19 milioni di pedofili in Europa, la denuncia di don Di Noto, prete da decenni sul fronte antipedofilia” pubblicato dalla Vostra testata a firma di Gilda Tucci, per il quale si chiede diritto di replica secondo ex art. 8 l. 47/1948.
TESTO DI RETTIFICA
-Premesso che nell’articolo in oggetto non viene citata fonte alcuna del dato da voi divulgato a mezzo stampa ovvero, che in Europa ci siano 19 milioni di pedofili (dato che richiediamo per il momento in sede bonaria di documentare) facciamo notare, secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro nel maggio 2019 che le cifre della pedofilia, non solo online, ma abusi in generale (casa, chiesa, ambienti sportivi ecc.), parlano di 18 milioni di vittime in Europa e non di 19 milioni di pedofili, che produrrebbero qualora il dato fosse vero ben più vittime che gli abitanti dell’intera Europa.
A produrre questo dato non siamo noi, ma due studi fatti da due colleghi del sacerdote da voi intervistato. Il primo è Richard Sipe, secondo il quale un pedofilo, è in grado di produrre 200 vittime. Il secondo è Andrew M. Greeley secondo il quale ne produrrebbe 50. Facendo il calcolo, sulla base del dato “terroristico” da voi fornito (19.000.000 di pedofili), nel primo caso otterremo 3.800.000.000 vittime e nel secondo 950.000.000. Solo per avere un’idea e poter fare un riscontro, la penisola italiana ha poco più di 60.000.000 di abitanti, l’Europa 741.000.000.
-In riferimento alla dichiarazione secondo la quale “grazie a papa Benedetto XVI”… si fa notare che allo stato attuale non solo la situazione non è affatto cambiata, il rapporto del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia del 2014 lamenta che «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». L’Onu si riferisce al periodo che va dal 1991 al dicembre del 2013 quindi è molto azzardato affermare che “grazie a papa Benedetto XVI, per la prima volta la Chiesa ,come Stato sovrano, è intervenuta in maniera forte ,chiara , trasparente ,celere” visto che tra il 1991 e il 2013 lui è stato prima prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi pontefice. Riguardo a Bergoglio sottolinerei il fatto che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare il primo settembre 2017 una memoria difensiva per le accuse del 2014, che a Ginevra stanno ancora aspettando.
Le attuali norme introdotte da Papa Francesco, omettono al momento la denuncia alle autorità civili, quindi gli abusi continuano ad essere gestiti internamente, con la complicità delle gerarchie. Le stesse direttive non prevedono alcun indennizzo alla vittima.
A fronte di tutto ciò e contrariamente alle raccomandazioni dell’ONU, ci troviamo nella più totale assenza di provvedimenti in aiuto alle malcapitate vittime, come documentato ampliamente nel libro edito da CHIARELETTERE “Giustizia divina”, in tutela dei preti criminali, la chiesa ha realizzato sul solo territorio italiano, la bellezza di 23 centri per la loro accoglienza, cura e recupero. Nulla invece per le vittime. I dati statistici prodotti nei vari paesi ove sono state fatte commissioni di inchiesta, valutano la pedofilia nella sola categoria dei preti cattolici, tra il 4 e l’8% contro l’1,2% delle altre categorie. In Italia, tolto il sommerso, contiamo circa 150 preti cattolici condannati in via definitiva e altrettanti in attesa di giudizio.
Il Presidente della Rete L’ABUSO (Associazione sopravissuti agli abusi sessuali del clero)
In un articolo a firma di Gilda Tucci pubblicato ieri, 21 settembre 2020, assistiamo allo stravolgimento più totale e strumentale di dati privi di fonte consultabile e sparati a caso in modo quasi terroristico, dove la pedofilia online – neppure tanto abilmente – viene confusa da un prete con la realtà degli abusi sessuali che avvengono in famiglia, nelle attività ricreative svolte dal volontariato e negli ambienti religiosi, dove indisturbata continua a proliferare e mietere vittime.
Lo stesso titolo è a dir poco forviante e dà a intendere che in Europa, 19 milioni di pedofili stuprino neonati e tenendo conto del numero di vittime che un pedofilo riesce a produrre nella sua vita – in media almeno una ventina – se ne deduce che nella sola Europa esistano almeno 380.000.000 di vittime tra neonati,pre adolescenti ed adolescenti.
Ben differente il dato che viene omesso e riguarda invece gli ambienti religiosi, favoriti non solo dal fatto che questi siano frequentati “per natura” da un numero ben più ampio di minori, ma anche dall’immancabile tutela che le istituzioni religiose hanno nei propri confronti e che a danno dei minori e in virtù del buon nome dell’istituzione stessa, porta al sistematico insabbiamento dei casi, tanto è vero che ad oggi, non siamo in grado di documentare un solo caso in cui un religioso, abbia mai denunciato un collega pedofilo.
A riguardo esistono due studi, condotti tra le altre cose proprio da religiosi.
Il primo è un monaco Benedettino, Richard Sipe, secondo il quale, un religioso, nell’arco della propria vita – anche per i motivi sopra citati – riuscirebbe a produrre una media di 200 vittime. Il secondo invece è un prete cattolico, Andrew M. Greeleysecondo il quale, un religioso nell’arco della propria vita, riuscirebbe a produrre un numero inferiore ma ugualmente mostruoso di vittime, in media 50.
L’articolo è tratto da un’intervista fatta al fondatore dell’Associazione METER, don Fortunato di Noto che ad oggi, non è noto abbia mai denunciato un solo collega pedofilo, ma che da sempre collabora con la Polizia Postale, nell’ambito della pedopornografia online.
Ed è proprio qui che l’articolo di Gilda Tucci diventa veramente forviante e propagandistico, passando dai numeroni della pedofilia online, a quelli del clero, proponendo una sorta di paragone che minimizza l’endemico e tutt’ora irrisolto problema dei preti pedofili le cui proiezioni fatte in assenza di una quantificazione ufficiale del Goveno, come riporta IL FATTO QUOTIDIANO, parlano di una stima di 4.000 preti pedofili e 1.000.000 di vittime, solo in Italia.
Omettendo che proprio Benedetto XVI, a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede ed indagato in Texas nel 2004, con l’accusa di intralcio alla giustizia, sfuggì a una probabile condanna, invocando l’immunità diplomatica, il fondatore di METER afferma che “ grazie a papa Benedetto XVI , per la prima volta la Chiesa ,come Stato sovrano, è intervenuta in maniera forte ,chiara , trasparente ,celere e determinata attraverso leggi , riforme e norme per combattere un fenomeno enorme e sconvolgente che precedentemente aveva avuto la complicità di molti vescovi e sacerdoti “.
Affermazione che non poteva essere più falsa e disonesta tant’è che il dimissionario pontefice, dopo il totale fallimento delle sue politiche, che hanno contribuito a produrre durante il suo pontificato altre vittime, il suo successore, papa Francesco ha avviato una serie di riforme in materia, che però purtroppo (sic) restano ad unica tutela dell’istituzione, lasciando le vittime tutt’ora senza alcuna giustizia.
Oggi infatti, anche grazie all’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli ,alla quale ha contribuito anche la Rete L’ABUSO, contenuta nel libro edito da CHIARELETTERE “Giustizia divina”, emerge che a fronte delle richieste di giustizia avanzate dalle associazioni di vittime di tutto il mondo, ad oggi ancora inevase (tranne i casi dove è intervenuta l’autorità civile), malgrado le solite bugiarde dichiarazioni del prelato di turno, che spesso si giustifica dicendo che la chiesa “sbadatamente” ha sottovalutato il problema, emerge tutta la malafede e l’inaffidabilità della stessa che, sbadatamente per le vittime, ma fortunatamente ben protettiva nei confronti dei loro carnefici, proprio ai tempi di Benedetto XVI, si organizzò per sottrarre al carcere, gli eventuali preti scoperti dalla giustizia italiana.
Vediamo infatti che a fronte di tanta disattenzione per le vittime, ha tuttavia creato sul solo suolo italiano, ben 23 centri di villeggiatura dove i preti criminali possono scontare indisturbati, una eventuale condanna. Nulla invece per chi ha subito le irreparabili violenze.
Secondo Di Noto “solo i potenti del mondo, coloro che hanno il potere economico e gestiscono internet, hanno la possibilità di fare controlli a tappeto, informare, divulgare e documentare e con denunce contribuendo ad individuare vittime e carnefici arginando il fenomeno.”
E no don Fortunatodi Noto, qui non ci siamo proprio perché tra i ricchissimi potenti del mondo, c’è anche lo Stato più ricco al mondo, quello della Città del Vaticano e papa Francesco e, se lei davvero avesse a cuore la salute psicofisica di bambini vittime della pedofilia, presserebe in quanto ministro della stessa istituzione, ed in virtù della pulizia della stessa, non solo il papa ad intervenire concretamente, ma anche il gregge di Dio, puntualmente contro le vittime ed in favore dei carnefici.
Invece la leggiamo puntualmente, con la complicità di giornalisti senza scrupoli, fare bel viso a cattivo gioco, strumentalizzando questo dramma, con beceri specchietti per le allodole come questo.
È fissata per il 1° ottobre a Savona l’udienza civile che vede le vittime (la prima delle 5 richiedenti) del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio la Diocesi di Savona, che pur sapendo delle tendenze pedofile del suo prete, nulla fece per impedire che questo commettesse altri abusi ai danni di minori cattolici affidati alle sue cure.
Un precedente storico per l’Italia, che fino ad oggi non aveva mai valutato l’indennizzo di vittime di preti pedofili in assenza una condanna penale.
La Diocesi di Savona e i suoi vescovi, prima Vittorio Lupi, poi Caloggero Marino, si erano sempre rifiutati persino di riconoscere gli abusi del Giraudo, ben dettagliati dal 1980 persino negli archivi diocesani, anche a fronte del suo patteggiamento del 2012, in favore di una sola delle vittime note, non ancora penalmente prescritta.
Le parole del Gip Fiorenza Giorgi nell’archiviazione dell’allora vescovo di Savona Dante Lafranconi (salvato dalla prescrizione) furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.
E’ stata proprio arroganza dei vescovi, a stimolare il Presidente della Rete L’ABUSO – coinvolto personalmente nell’udienza in oggetto – a procedere a suo personale rischio, reclamando quanto oramai, anche in Italia, la giurisprudenza e la letteratura in materia, da anni riconoscono negli altri paesi.
Di qui il precedente storico in quanto il Giudice, malgrado la Diocesi rigettando le accuse metta in dubbio persino le tendenze pedofile del Giraudo e invochi la prescrizione, ha deciso di procedere nel giudizio, nominando un perito di fiducia che presterà giuramento nell’udienza del 1° ottobre.
La difesa della vittima è assegnata all’avvocato Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO che nomina come perito di parte (ctp) la dottoressa Luisa D’Aniello, da anni consulente dell’associazione.
I pedofili perderanno la casa, la loro auto, i loro risparmi e anche il conto in banca: è la nuova proposta di legge del governoaustraliano che mira a confiscare i beni dei pedofili per cercare di fermare, o almeno limitare, i reati sessuali ai danni dei bambini e dei minorenni. Lo ha annunciato Peter Dutton, ministro degli Interni australiano, rivelando il tenore delle nuove leggi sulla criminalità.
Dark web in tilt
La polizia federale australiana ha rivelato che i server del “dark web” si sono recentemente bloccati a causa di una forte domanda da parte degli australiani che guardano i bambini subire abusi online.
«Le persone pagano 35 dollari per vedere i genitori poveri che violentano i figli» Gli australiani stanno pagando 35 dollari ai genitori in stato di difficoltà economica per filmarsi mentre violentano e torturano i propri figli.
Inviare foto hard ad un minore è violenza sessuale. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione respingendo il ricorso degli avocati di un uomo indagato per avere inviato messaggi e foto esplicite ad una ragazza minorenne invitandola a fare altrettanto sotto la minaccia di divulgare in pubblico le chat. Nel ricorso la difesa del 32enne aveva precisato che «in assenza di incontri con la persona offesa o di induzione a pratiche sessuali» di fatto sarebbe difettato «l’atto sessuale» e dunque la relativa accusa di violenza sessuale.
Inizialmente il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato la custodia cautelare in carcere disposta dal gip, ma la difesa del ragazzo aveva fatto ricorso in Cassazione. La loro tesi verteva sulla non contestabilità del reato di violenza sessuale: il difensore sosteneva infatti che non essendo avvenuto alcun incontro tra i due, mancava il vero e proprio atto sessuale.
Secondo la difesa, «la condotta tenuta dall’indagato non ha intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi».
Il Tribunale del Riesame però aveva già sottolineato -osserva la Cassazione- che «la violenza sessuale risultava ben integrata , pur in assenza di contatto fisico, quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare il proprio istinto sessuale». Inoltre, spiegano gli Ermellini, il Riesame «ha ravvisato i gravi indizi di colpevolezza del reato contestato nell’induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico le chat». Il tribunale del Riesame di Milano infatti aveva confermato la custodia in carcere disposta dal gip per l’indagato, e la difesa, quindi, si era rivolta alla Cassazione sostenendo che, in assenza dell’atto sessuale, non fosse contestabile il reato di violenza sessuale. Per gli avvocati era da escludersi anche il ‘child grooming’, ovvero l’adescamento di un minore via web attraverso una sorta di circonvenzione per vincere resistenze psicologiche. Motivazioni quelle della difesa respinte dalla Cassazione che ha ritenuto la decisione del Riesame «solida e ben motivata». Gli Ermellini hanno anche ritenuto giusta la custodia in carcere dell’indagato – ora ai domiciliari – perchè recidivo avendo adottato stessi atteggiamenti con altre minori («dimostrando di non sapere controllare le proprie pulsioni») e perchè «lavorando all’estero non sarebbe rientrato per consegnarsi alle forze dell’ordine.
Città del Vaticano – L’operazione trasparenza sulla dolorosa piaga degli abusi sessuali commessi da religiosi su minori, in Germania, sta andando avanti e stavolta ha portato alla divulgazione di una vasta ricerca pubblicata dalla diocesi di Bonn e resa pubblica dalla agenzia cattolica KNA. Secondo questo studio almeno 654 membri di 392 ordini religiosi hanno commesso abusi. Una mossa all’insegna della trasparenza iniziata diversi anni fa con l’obiettivo di recuperare credito presso l’opinione pubblica tedesca.
Una operazione simile in Italia sarebbe semplicemente impensabile vista la trasparenza quasi inesistente a livello diocesano. Al momento non si conoscono nemmeno i numeri complessivi dei sacerdoti condannati dai tribunali ecclesiastici nell’arco degli ultimi vent’anni. Le vittime italiane – raggruppate nell’associazione Rete l’Abuso – non smettono di sottolineare la scarsa limpidezza della Chiesa italiana nell’affrontare il fenomeno con l’opinione pubblica.
La ricerca diffusa in Germania ha conteggiato 1.412 tra bambini e adolescenti vittime di abusi sessuali, secondo i risultati del sondaggio effettuato su 392 ordini. Una operazione del genere non era mai stata tentata prima.
L’80 per cento (1.131) delle vittime sono maschi e circa il 20 per cento (281) femmine. La presidente della Conferenza tedesca dei superiori cattolici (DOK), Katharina Kluitmann, ha dichiarato che i numeri non sono precisi, perchè vi sarebbe un numero non calcolabile di casi non denunciati. La suora francescana ha aggiunto che le vittime hanno sofferto tantissimo per il modo in cui sono state trattate dai responsabili degli ordini religiosi, spesso per non fare scoppiare scandali. «Ce ne rammarichiamo profondamente e riconosciamo ancora una volta il nostro fallimento», ha detto.
L’anno scorso il questionario è stato inviato ai responsabili degli ordini religiosi. Hanno risposto al sondaggio 291 ordini su 392. In alcuni casi si tratta di episodi lontani nel tempo, tanto che l’80% delle persone accusate di abusi nel frattempo sono morte. Oltre ai 654 religiosi colpevoli di abusi ci sono anche 58 membri del personale ad essere stati accusati.
Negli anni passati la Conferenza episcopale tedesca ha condotto una analoga ricerca su tutte le diocesi tedesche esaminando 38.156 fascicoli e raggruppando informazioni su 3.677 vittime e 1.670 ecclesiastici accusati nel periodo tra il 1946 e il 2014.
L’associazione delle vittime “Eckiger Tisch” ha criticato l’indagine, sostenendo che la maggior parte degli ordini religiosi si è rifiutata di accettare la responsabilità per troppo tempo. A parlare è stato il portavoce, Matthias Katsch che ha lanciato un appello affinchè tutti i registri vengano messi a disposizione dei procuratori. A suo parere alle vittime non dovrebbe essere negato un adeguato risarcimento. Ma sui risarcimenti non c’è accordo. Gli ordini religiosi hanno fatto sapere che avrebbero di bisogno di un sostegno finanziario. I vescovi in primavera hanno iniziato a riflettere su risarcimenti che vanno da 5.000 auro ai 50.000 euro.
La diocesi di Ratisbona recentemente ha aumentato i risarcimenti per le vittime di abusi e maltrattamenti fisici. Da luglio 2020, le vittime di violenza sessuale possono ricevere fino a 50.000 euro e le vittime di gravi violenze fisiche fino a 12.500 euro. Il pagamento riguarda anche le persone che in passato hanno ricevuto dalla diocesi importi di risarcimento inferiori.
«Sono consapevole che anche il riconoscimento più alto non compensa l’ingiustizia subita e che la sofferenza non scompare», ha detto il vescovo Rudolf Voderholzer.
L’aumento dei versamenti è frutto di una decisione presa dalla Conferenza episcopale tedesca a marzo. Essa intende raggiungere le persone che, in quanto minorenni, sono state vittime di abusi o violenze da parte del clero o dei dipendenti della Chiesa, ma non sono più in grado di far valere in tribunale le loro richieste di risarcimento danni o di indennizzo perché è scaduto il termine di prescrizione.
La diocesi di Ratisbona ha già erogato oltre quattro milioni di euro tra il 2010 e il 2019.
https://www.ilmessaggero.it/vaticano/germania_abusi_preti_religiosi_vaticano_cei_italia_papa_francesco_risarcimenti_sondaggio_vittime-5425509.html
Un ragionevole dubbio che nasce dietro a più di un caso conclamato ovvero, il tentativo apparente di voler imbavagliare le vittime con pochi spiccioli, evitando lo scandalo e salvando il prete, che continuerà a rimanere nell’anonimato, libero anche di reiterare.
In questi anni la Rete L’ABUSO si è occupata di centinaia di casi di violenze sessuali da parte di sacerdoti a danno di minorenni, accorgendosi che in alcuni di questi, si cerchi di “blindare” il più possibile la situazione evitando che fatti e soprattutto nomi, vengano portati a conoscenza dell’opinione pubblica.
Spesso pervengono all’associazione richieste di assistenza legale da parte di vittime che hanno ricevuto missive dagli avvocati dei sacerdoti, nelle quali si chiede il nominativo di un legale di fiducia, col quale avviare una transazione. Notiamo che la caratteristica fondamentale richiesta che permette la possibilità di un accordo, è che il nome del sacerdote non sia mai uscito pubblicamente, in caso contrario è rarissimo che venga proposto un qualsivoglia accordo. Quello che ha attirato particolarmente la nostra attenzione al punto di definire questi casi “anomali”, che spesso le vittime siano avanti negli anni, e non vi sia più possibilità per loro, di avviare un procedimento penale o civile.
La domanda viene da se; perché mai la chiesa che non ha mai indennizzato spontaneamente una sola vittima – tranne quando costretta dai tribunali civili – darebbe dei soldi a qualcuno se quel qualcuno non può fare più nulla sotto il profilo legale?
Abbiamo visto anche in Spotlight che esistono gli accordi tra le parti e che la chiesa li faceva già all’epoca, non c’è nulla di strano, se non fosse che dietro a quell’accordo c’è almeno un essere umano stuprato da bambino e che quell’accordo con il “vincolo della riservatezza”, imbavaglia la vittima per quattro soldi.
Tutto legale, come dicevo si faceva già negli Stati Uniti ai tempi di Spotlight, solo che a quei tempi, il vincolo del bavaglio era lo stesso, le cifre con le quali indennizzavano invece no, andavano ben al di sopra dei 15 – 25 mila euro. Cifre che tuttavia attirano la vittima, che prescritta per la legge civile, ha ben poche alternative e che spesso, come accade a chi soffre di disturbo post traumatico da stress, non vive in condizioni sociali ottimali. Altro problema non trascurabile è lo stupratore, che non solo resta impunito, ma può reiterare il reato, magari in un’altra parrocchia.
Da sempre ma oggi, avvantaggiati anche dal “Servizio diocesano per la tutela dei minori” presente oramai in tutte le diocesi (che da oggi raccoglie anche le denunce anonime) , è verosimile pensare che di questi accordi ci sarà un aumento, anche se se ne parla molto poco, ma c’è un motivo biologico, il vincolo della riservatezza stipulato dalla vittima, che indirettamente imbavaglia anche noi della Rete L’ABUSO o chi professionalmente ne viene a fare parte.
Di qualcuno possiamo tuttavia parlare, in quanto malgrado il vincolo della riservatezza, alcuni dei dati sono emersi in cause penali. Per esempio il caso di don Mauro Galli, che stipulò un accordo con la vittima, due giorni prima dell’inizio del processo e in quel raro caso, malgrado il suo nome fosse già noto alle cronache. In quel caso però, il timore era che fosse tirata in ballo la diocesi, il vescovo oltre al sacerdote. Anche l’indennizzo “riservato”, ma che emerse alla domanda del Giudice durante il processo, era decisamente oltre i 25.000€, in questo caso 100.000 più le spese legali, purché la vittima e i familiari, non si costituissero parte civile nel procedimento. Malgrado la cifra apparentemente importante, il pubblico ministero Lucia Minutella la ritenne insufficiente in quanto sulla base delle tabelle, il danno si aggirava intorno ai 500.000€.
Un altro caso di cui la Rete L’ABUSO si è occupata più nella norma del precedente ma decisamente maldestro, è quello di Vladimir Reséndiz Gutiérrez Oggi condannato in via definitiva a 6 anni e 6 mesi, dove il contratto era un tantino eccessivo e oggi vede rinviati a giudizio a Milano, i responsabili della Congregazione dei Legionari di Cristo e persino l’avvocato. La cifra che come di routine veniva data a titolo di “aiuto” alla vittima, in questo caso per continuare gli studi, era 15.000€ e l’accordo doveva essere segreto come i fatti per i quali era stato stipulato. E fino a qui, tolte le perplessità già esposte in precedenza, è tutto nella norma tranne due clausole di quell’accordo.
La prima che non si parlasse della vicenda nemmeno se a chiedere fosse un magistrato.
La seconda che qual’ora, per qualunque motivo fosse venuto meno l’accordo, la penale diverrebbe il doppio della cifra elargita, in questo caso 30.000€.
Una realtà che abbiamo voluto documentare nell’ambito della contro informazione che la Rete L’ABUSO fa da sempre. Una realtà unica in Italia e favorita dall’inerzia delle istituzioni, che non rende giustizia a nessuno, anzi favorisce il diffondersi del problema.
A differenza di altri pontefici, ci spiega e ci illumina Francesco Zanardi già vittima di abusi di stampo clericale, Bergoglio è molto astuto nell’utilizzare l’ignoranza, la complicità e la compiacenza dei media, tanto vero è che chiunque domandi al comune cittadino che cosa ne pensa dei provvedimenti presi da Bergoglio in materia di pedofilia, raccoglierà la sua completa ed entusiastica approvazione.
Questo è possibile soprattutto in Italia dove oramai il giornalismo si è ridotto a un copia e incolla dei vari comunicati stampa, e dove i giornalisti non verificano più le notizie, non le approfondiscono e non cercano alcun contraddittorio. E se una dichiarazione risulta falsa o infondata, si guardano bene dal chiedere spiegazioni e men che meno di darne pubblica smentita. Ne sono un clamoroso esempio i famosi tribunali nati per processare i vescovi insabbiatori di cui si è parlato per anni su quotidiani e tg nazionali. Notizia che per ben due anni ha rassicurato i cattolici, fin quando il Vaticano la liquidò precisando che era stata soltanto un’idea! Infatti se cercate sul web non trovate un bel nulla su questi tribunali stante che non furono mai realizzati. Rimase però la convinzione che esistevano, e fu così che si rafforzò l’idea che la linea del Vaticano era decisamente cambiata e che finalmente le parrocchie sono diventati luoghi sicuri per i minori.
Ed è qui che sta la furbata: nel fatto che attraverso una lunga serie di fake, omissioni e contraddizioni si diffuse comunque l’idea che si stava facendo pulizia tra le gerarchie clericali proprio mentre, contestualmente, lo stesso Bergoglio, pur conoscendo i fatti, nominava arcivescovo di Milano un personaggio come Mario Delpini, così sfacciato da ammettere persino di fronte alla polizia che lo interrogava, di aver saputo di un abuso sessuale e di non averlo denunciato ne alle autorità civili né a quelle ecclesiastiche.
Ebbene in un paese normale, la nomina di Delpini ad arcivescovo di Milano avrebbe scatenato l’inferno e invece, quasi nessuno ne ha parlato, soprattutto i sacerdoti che anziché indignarsi, attaccano chi lo fa notare.
E’ quello che Zanardi ha denominato “il trucco del pregiudizio” ovvero l’arte della Chiesa cattolica (e in particolare del Gesuita Bergoglio) di aver creato una struttura vaticana utilizzando gli stessi termini usati nella giustizia civile, e che nell’immaginario collettivo trasmette un’idea di giustizia ma che in realtà risponde ad un ingannevole falso ideologico.
Tribunali e processi, infatti, in tutte le società civili sono sinonimo di giustizia da rendere a chi ha subito un torto o un crimine. Quelli della Chiesa cattolica, invece, non servono affatto a rendere giustizia alle vittime, basti dire che in caso di abusi pedofili, i fantomatici processi si basano sul 6° comandamento (Non commettere atti impuri) dimodochè la vittima non è più il bambino stuprato dal sacerdote, ma è Dio, mentre il bambino e il sacerdote, sono coloro che hanno commesso il crimine. Un dato che i mezzi di informazione, complici e lecchini, omettono sistematicamente.
Processi dunque che di fatto sono delle autentiche buffonate indegne perfino di un circo equestre, affinché si concludano con l’assoluzione, tipo il caso di don Luciano Massaferro, condannato a 7 anni e 8 mesi ma assolto dalla Chiesa che non ha neppure sentito la vittima. E così, come tanti altri degni colleghi, don Luciano è tornato tranquillamente in parrocchia, tra i bambini e gli affezionati parrocchiani.
E che dire del caso di don Felix Cini che stuprò 17 minori? Infischiandosene della condanna, la Chiesa lo ha riabilitato e ora lo stupratore è nuovamente tra i minori. Stessa storia per don Giorgio Carli, Francesco Zappella, Paolo Turturro, Marino Genova ecc….. la lista è lunghissima e raccapricciante. In molti di questi casi la Chiesa si limita ad infliggere (si fa per ridere) la sospensione a divinis, nel senso che costoro non possano celebrare messa, come se parlassimo di persone condannate perché dicono male la messa, quando invece si tratta di criminali che stuprano i bambini. Piccole vittime innocenti che dai tribunali canonici non hanno mai ricevuto giustizia e neppure un miserabile indennizzo salvo quello imposto dai tribunali civili dello Stato. Piccole vittime cui la Chiesa non ha mai toto aiuto nemmeno per recuperare un minimo di salute psicofisica. Piccole vittime sofferenti e devastate che per la Chiesa valgono meno di un soldo bucato.
Ben diverso invece il trattamento che essa Chiesa riserva ai criminali, per i quali predispone comunità di accoglienza e di recupero, affinché non scontino l’eventuale carcere. E sono ben 23, quelli noti, sul territorio italiano, sempre con la sicura e fedele complicità dello Stato italiano che non ha mai messo mano al problema.
Va detto che all’estero, grazie alla stampa che fa il suo lavoro, le vittime hanno l’appoggio morale del pubblico che scende in piazza e reclama un po’ di pulizia all’interno della Chiesa. In Italia invece abbiamo eserciti di bigotti che non solo non difendono le vittime ma attaccano le loro famiglie, ree di aver denunciato i crimini subiti, e dove i cattolici ultrà starnazzano contro l’ivg, le unioni civili, le leggi anti omofobia, i diritti delle donne, mentre sostengono i pedofili e affidano i loro stessi figli a sacerdoti pregiudicati e stupratori.