Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Forteto, il Senato dice sì alla commissione d’inchiesta bicamerale

    Caso Forteto, il Senato dice sì alla commissione d’inchiesta bicamerale

    Approvato all’unanimità il disegno di legge

    Firenze, 11 settembre 2018 – Il Senato dice sì all’unanimità alla commissione d’inchiesta bicamerale sui fatti del Forteto, la comunità in provincia di Firenze nella quale furono commessi abusi sessuali su minori. Il disegno di legge passa a Roma con 266 sì e nessun voto contrario. “Sono convinto e lo auspico di tutto cuore che la costituenda Commissione d’inchiesta parlamentare riuscirà a chiarire le tante vicende tuttora colpevolmente oscure, legate alla sconvolgente vicenda della comunità mugellana”, dice Jacopo Alberti, consigliere regionale della Lega, già membro della Commissione d’indagine sul Forteto dell’Assemblea della Toscana.

    “Dopo anni di silenzio, il caso del Forteto è ancora una ferita aperta. È necessario accertare tutte quelle responsabilità rimaste nell’ombra attraverso l’istituzione di un’apposita commissione parlamentare di inchiesta che consentirebbe di far luce sulla terribile vicenda legata alla comunità del Forteto. Un luogo dove per 30 anni sono stati accolti minori in affidamento da famiglie con gravi problemi e dove sono stati commessi gravi abusi sessuali e violenze su minori”, dice il senatore di Fratelli d’Italia Filippo La Pietra.

    Per il caso del Forteto uno degli esponenti di spicco, Rdolfo Fiesoli, era stato condannato a quindici anni e dieci mesi.

  • La Chiesa e gli scandali: nessuno può tirarsi indietro

    La Chiesa e gli scandali: nessuno può tirarsi indietro

    Non basta piangere. Non basta pregare. Questo è il tempo per aprire gli occhi, capire, e infine agire. Ma agire sul serio, tutti insieme. L’uragano che si sta scatenando sulla Chiesa a partire da Philadelphia con i tanti casi di abusi sessuali – senza dimenticare il duro memoriale dell’arcivescovo Viganò contro papa Francesco – non può essere liquidato con una scrollata di spalle, con frasi di circostanza («pochi casi isolati di servi infedeli, la struttura è sana»), con l’illusione che basti «congelarsi», non far nulla, aspettare e tutto si rimetterà a posto da sé. Lo scandalo è enorme.

    di Umberto Folena

    La quantità e (sigh) la «qualità» degli abusi su bambini, ragazzine, donne e seminaristi non lasciano dubbi: non sarà la regola, forse, ma neanche un’eccezione. La Chiesa non è stata capace di impedire che il marciume allignasse a lungo e in profondità dentro di sé. Era forse questo il «fumo di Satana» penetrato nella casa di Dio di cui un lontano 29 giugno 1972 parlò Paolo VI, sostanzialmente ignorato? Il cardinale Nicholas Di Nardo, arcivescovo di Houston, parla di «catastrofe morale». Va preso sul serio.

    Quanto sta accadendo, scrive Paola Lazzarini sugli «Stati generali», «è una cosa che spezza il cuore di ogni fedele, che mina alla radice la fiducia nel clero e, per chi è genitore, scatena paure difficili da controllare». È bene essere chiari: viviamo tempi terribili che potranno tramutarsi in tempi meravigliosi, se la comunità ecclesiale saprà operare, sul serio, quella conversione radicale a cui papa Francesco invitava lo scorso 20 agosto. Tempi terribili che però potrebbero trascinare la Chiesa verso un fatale declino, se non saprà operare uno scarto, assieme del cuore e delle opere, e dopo aver pianto e pregato, non agirà con determinazione. Tempi apocalittici che possono essere scongiurati, e tramutarsi in un tempo di grazia, se ogni pensiero e azione sarà nel segno della carità e della verità, unite.

    Se qualcuno in Italia si illude e pensa che in fondo si tratta di problemi della Chiesa americana, e dunque se la sbrighino loro, si sbaglia almeno due volte. Primo: nella Chiesa cattolica il problema del fratello più lontano è il problema di tutti. Secondo: un marciume tanto diffuso indica ormai senza scampo che ad aver bisogno di una profonda conversione non sono alcuni singoli «servi infedeli», o alcune Chiese nazionali, ma l’intera struttura.

    Il primo «peccato strutturale» da abbandonare è il clericalismo. È lui a indurre alcuni pastori a sopire, nascondere, celare il marcio nella convinzione che far scoppiare il bubbone danneggerebbe la Chiesa, ed è lei innanzitutto da salvaguardare, addirittura prima delle vittime, di persone – volto, carne e sangue di Cristo – violate. Il clericalismo spinge a tollerare le proprie infedeltà, i propri vizi, perfino le proprie perversioni perché il clericale si considera al di sopra di ogni giudizio ed è tanto inflessibile con il popolo quanto indulgente verso se stesso e i confratelli.

    Il clericalismo induce il pastore a concepirsi come guida solitaria, duce mai in discussione, non come servitore; spinge a non apprezzare il contributo dei laici, ritenuti mai abbastanza pronti, o forse soltanto «fuori» dal cerchio autosufficiente del clero; infine può indurre alcuni laici, in cerca di spazio, a clericalizzarsi, ossia ad assumere pensieri, linguaggio e comportamenti tipici del presbitero. L’antidoto al clericalismo è a disposizione da mezzo secolo e si chiama Concilio Vaticano II. Basta attuarlo, ponendo al centro dei processi educativi e formativi, di laici e clero, la comunità ecclesiale. Forse bisognerà avere il coraggio (c’è chi ha già cominciato) di affidare il candidato al sacerdozio alla sua comunità, dove continuerà a crescere e servire, studiando alla Facoltà teologica, seguito nel suo cammino spirituale, con numerosi momenti comunitari, ma sotto gli occhi di tutti, con periodiche verifiche del suo profilo umano, psicologico e spirituale.

    In questo tempo drammatico è inevitabile che le tentazioni fiocchino. Di quella dell’inerzia abbiamo detto. La più distruttiva è di chi potrebbe approfittare della crisi e dello sconcerto per ingaggiare una sorta di guerra civile nella Chiesa. Prigioniero della propria personale paranoia, coglie l’occasione per addossare la responsabilità della crisi su un nemico da combattere e annichilire: gli omosessuali, tutti potenziali pedofili; papa Bergoglio, «l’eretico», l’usurpatore; lo stesso Concilio. Una cosa va detta con chiarezza: la conversione ormai non più rimandabile è una vera «sfida», per l’impegno morale richiesto, ma da affrontare senza guerre, senza crociate, senza odio, senza altro male. Di male abbiamo fatto il pieno: fine. Niente livori, niente rigurgiti acidi, basta con l’apologetica sciatta alla disperata ricerca di nemici su cui riversare risentimento e odio.

    Un’ultima parola a chi, in questo tempo difficile, si ritrova il cuore colmo non di odio, per fortuna, ma di amarezza sì, fino a rischiare di restarne travolto e abbandonare la Chiesa stessa, per sfiducia. Questo è il tempo di restare e lottare. La Chiesa, con laici consapevoli di cosa comporti il dono del battesimo e presbiteri non clericalizzati, ha la forza di farcela, scrollandosi di dosso putrescenze, lentezze, ritualità mummificate, silenzi colpevoli. Può farcela ma nulla è scontato. E nessuno può tirarsi indietro. «Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi».

    https://www.toscanaoggi.it/Opinioni-Commenti/La-Chiesa-e-gli-scandali-nessuno-puo-tirarsi-indietro

  • Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un prete pedofilo ai tempi dell’Argentina. L’ipotesi choc che emergerebbe da un documentario

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un sacerdote pedofilo.

    Un fatto che sarebbe avvenuto in Argentina, prima che l’arcivescovo di Buenos Aires venisse eletto al soglio di Pietro.

    Quanto pubblicato anche da Dapospia in queste ore pare destinato a costituire un ulteriore elemento di discussione: la televisione tedesca Zdf ha optato per mandare in onda un video che accuserebbe Bergoglio, in relazione ai suoi trascorsi argentini, di aver “ignorato le vittime degli abusi provando a coprire un prete pedofilo”.

    “Il documentario – si legge su DagoNews, che ha ripreso un pezzo del sito conservatore Lifesite news – è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia”.

    Nello specifico, è la seconda metà dell’opera di Boudot a sviscerare la questione appena accennata. L’allora arcivescovo di Buenos Aires, all’interno di un libro scritto a quattro mani, ha sostenuto la mancanza di sacerdoti abusatori all’interno della sua diocesi di competenza: “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”, avrebbe scritto l’ecclesiastico, che è poi divenuto pontefice della Chiesa cattolica.

    Virgolettati che sarebbero stati messi in discussione poco dopo: “…Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage”.

    La tesi ipotizzata, che scotterebbe non poco, è la seguente: il gesuita argentino non solo non avrebbe mai replicato alle richieste d’aiuto provenienti dalle vittime, ma avrebbe anche “provato a deviare il corso della giustizia”. “Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime – si legge sempre sul sito citato – i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde”. Una “contro – inchiesta”, in sintesi, che potrebbe essere servita per tentare di orientare il giudizio dei giudici.

    A presiedere la commissione dell’episcopato – viene specificato nel pezzo – sarebbe stato proprio Jorge Mario Bergoglio. Pare, poi, che una delle vittime abbia sostenuto che Grassi potesse contare sulla copertura dell’argentino: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Il Papa, incontrato a Piazza San Pietro da alcune persone che stavano lavorando al documentario, avrebbe smentito i suoi accusatori rispetto all’ipotesi della “contro – inchiesta”. L’articolo si conclude con questa informazione: “Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio”. Il presunto responsabile di abusi ai danni di minori dovrebbe scontare una pena carceraria equivalente a quindici anni.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/documentario-choc-su-bergoglio-ha-coperto-prete-pedofilo-1572174.html

  • BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    BERGOGLIO E PREGIUDIZIO – DOPO LA BOMBA DI VIGANÒ LA TV TEDESCA “ZDF” MANDA IN ONDA UN DOCUMENTARIO CHE ACCUSA BERGOGLIO

    Quando era vescovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio ha ignorato gli abusi nella sua diocesi. Dopo la pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò la televisione tedesca ZDF ha deciso di mandare di nuovo in onda un documentario prodotto lo scorso anno, in cui si sostenevano questa e altre tesi. Come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere un prete pedofilo, che è stato poi incriminato e che ora sconta una pena di 15 anni.

    Il documentario è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia.

    JULIO CESAR GRASSI 1

    Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati.

    La seconda parte del docu film è tutta concentrata sulla figura di Bergoglio. Martin Boudot parte da una frase contenuta nel libro “Il cielo e la terra”, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese, secondo LifeSiteNews).

    CARLO MARIA VIGANO

    “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

    Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario Francesco avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.

    JULIO CESAR GRASSI 5

    Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di  Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbe rivolta al futuro Papa Francesco che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto. E alla domanda sulla frase del libro di Bergoglio, una delle vittime ha risposto: “Vuole che le persone lo credano, ma è una bugia. Riceve tutte le celebrità come Leonardo di Caprio, ma per noi nemmeno una lettera”.

    Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde.

    Quello studio era stato fatto su commissione della conferenza dei vescovi argentini. Sapete chi era presidente? Bergoglio, che ha spedito il dossier al giudice subito prima degli interrogatori di padre Grassi. Tra i magistrati c’era anche Carlos Mahiques: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

    Un’altra delle vittime che parla con Boudot si lascia intendere che Grassi aveva la protezione del vescovo di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”. Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il pontefice. Ovviamente senza risultato. Si sono anche presentati in piazza San Pietro durante un’udienza: “Sua santità, sul caso Grassi ha provato a influenzare la giustizia?” – gli hanno chiesto. E lui: “No. Non ho mai commissionato una contro inchiesta”.

    Eppure, sembrerebbe il contrario. Grassi è in carcere, ma fino a poco tempo fa appariva ancora nella lista ufficiale della diocesi di Moron (ora è scomparso). Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bergoglio-pregiudizio-ndash-dopo-bomba-vigano-tv-tedesca-182263.htm

  • Una mano lava l’altra

    Una mano lava l’altra

    Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

    di Federico Tulli

    “Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero. In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose (vedi Antonini a pag. 31). «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi. Errazuriz fa parte del cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali creato da Bergoglio che coadiuvano il papa nella riforma della Curia. Ezzati, che è l’arcivescovo della capitale del Cile, da Bergoglio è stato nominato cardinale nel 2014. Infine Barros, è stato nominato vescovo di Osorio sempre dall’attuale pontefice nonostante fosse ben nota la sua “vicinanza” per oltre 25 anni al “carismatico” e pedofilo seriale padre Fernando Karadima. Il 21 agosto scorso è iniziato il suo interrogatorio in procura, staremo a vedere. Spostandoci dal continente latinoamericano verso Nord segnaliamo brevemente, sempre in agosto, la chiusura di un’inchiesta monstre condotta per 18 mesi dallo Stato Usa della Pennsylvania in sei delle otto diocesi cattoliche (a pag. 31, l’approfondimento).

    Stando ai risultati dell’indagine, circa 300 preti hanno molestato e violentato migliaia di bambini dagli anni Quaranta a pochi mesi fa, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, hanno coperto gli stupri. L’inchiesta segue quella di un altro grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due diocesi dello Stato. «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto», ha detto il procuratore Shapiro precisando che l’indagine è ancora in corso. Quanto scritto fin qui è accaduto nell’ultimo mese. In Italia, dai primi anni Duemila a oggi, i casi come quello di don Paolo Glaentzer sono stati circa 140 (decine dei quali sono giunti a sentenza definitiva). Contando anche le denunce che non hanno avuto seguito per la prescrizione del reato si arriva velocemente a circa 300 segnalazioni in poco meno di 20 anni. In termini di freddissimi numeri, ciò che è successo in Cile e Pennsylvania segnala l’esistenza di un fenomeno criminale di proporzioni minori rispetto all’Italia.

    Eppure la stima non è frutto di un’indagine governativa ma del capillare lavoro d’inchiesta e monitoraggio degli organi di stampa di una Onlus, Rete L’Abuso, che si occupa di tutela dei diritti di circa 500 sopravvissuti italiani a violenze pedofile di matrice clericale (vedi box a pagina 30). Già perché a differenza di quanto accaduto oltre che negli Usa e in Cile, in Irlanda, Olanda, Belgio, Australia, Germania e Brasile, solo per citare alcuni Paesi (per approfondire, vi invitiamo a consultare l’archivio di Left), da noi a livello nazionale non c’è mai stata un’indagine governativa, né mai alcun esecutivo ha sentito la necessità di farla. Questo, sebbene proprio le esperienze degli altri Paesi dimostrino che almeno in termini di prevenzione – sia di “nuovi” crimini che di recidiva da parte dei pedofili seriali – inchieste di questo tipo sono decisamente efficaci e produttive. In poche parole, è provato che quando uno Stato fa sentire la sua presenza con tutti gli strumenti a sua disposizione, la Chiesa di quel Paese corre velocemente ai ripari. Offrendo collaborazione alle autorità laiche e vigilando con maggiore attenzione sui suoi sacerdoti. In Italia questo non accade. Basti ricordare che nelle Linee guida antipedofilia che la Conferenza episcopale si è data nel 2014 (al tempo guidata da mons. Bagnasco), i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di cui vengono a conoscenza. Attenendosi così rigidamente alla segretezza che prevede la “lettera” De delictis gravioribus emanata nel 2001 dall’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Ratzinger (vedi box a pag. 34).

    A fine giugno, Rete L’Abuso ha presentato un esposto all’Onu per segnalare l’inerzia del governo di Roma e la sua scarsa vigilanza sul modo in cui la Conferenza episcopale affronta e gestisce i casi di pedofilia di cui viene a conoscenza. L’associazione afferma che è stata ripetutamente violata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato quasi 20 anni fa e che la obbliga a presentare ogni cinque anni un rapporto sulla prevenzione dei crimini contro i minori (non solo quelli compiuti da uomini di Chiesa) e sui risultati ottenuti. In sostanza, documenti alla mano, Rete L’Abuso ritiene di poter dimostrare che molto spesso le autorità competenti hanno chiuso un occhio non sui singoli casi di stupro e sui preti responsabili, ma sui loro superiori titolari di diocesi e di alte cariche all’interno della Chiesa di Roma che li avrebbero coperti. Insabbiando le denunce e/o trasferendoli in altre sedi. Contribuendo, di fatto, ad alimentare il fenomeno criminale della pedofilia. L’inchiesta del comitato Onu per i diritti dei minori si conclude il 19 gennaio 2019 e il governo italiano sarà chiamato a presentare le sue controdeduzioni. Spiegando perché pur essendoci gli strumenti e le leggi per intervenire (riducendo ad esempio i rischi di recidiva), pur di fronte a un pericolo incombente, considerando il carattere di serialità del crimine, le misure cautelari per un sacerdote oggetto di indagine sono spesso per non dire sempre quelle meno “intense”. Vale a dire, per esempio l’obbligo di firma, i domiciliari presso strutture della Chiesa o “affiliate” ad essa, e non il carcere.

    E l’Italia dovrà anche spiegare perché un magistrato prima di aprire un fascicolo contro un prete deve avvisare il vescovo titolare della diocesi di cui fa parte il prete. A questo in realtà possiamo rispondere anche noi. Questo notevole vantaggio che nessun altro cittadino italiano ha, è frutto del Concordato con il Vaticano rinnovato nel 1984 da Craxi. Il Concordato, che è inserito nella Costituzione all’articolo 7 alterando il caposaldo della laicità dello Stato, è stato più volte messo in discussione. Ma la risposta è sempre la stessa: è un Trattato internazionale quindi può essere modificato solo per volontà di entrambe le parti. Di recente hanno rivisto i loro accordi persino le due Coree, perché mai Italia e Vaticano non vogliono fare altrettanto? Una possibile risposta ci viene da un fatto avvenuto in questi giorni e che solo apparentemente è scollegato da quanto abbiamo scritto fin qui: perché in Italia Stato e Chiesa si sostengono a vicenda, specie nei momenti di difficoltà. Come è noto, per sbloccare la situazione della nave Diciotti, il ministro Salvini si è rivolto alla Cei. E la Conferenza episcopale non si è sottratta, almeno così ce l’hanno raccontata, prendendo in carico 100 dei 150 profughi “sequestrati” per dieci giorni sulla nave della Guardia costiera bloccata in porto dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti, Toninelli. «Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal papa» ha spiegato il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis. Peccato che il Centro di accoglienza straordinaria Mondo Migliore di Rocca di Papa, presso cui sono stati trasferiti i 100 ragazzi eritrei, faccia parte della rete italiana di prima accoglienza per richiedenti asilo. Ma questo, Salvini e Maffeis non l’hanno detto. Ciò significa che i profughi eritrei in fuga dalla dittatura di Afewerki presenteranno al governo italiano la loro istanza di diritto d’asilo. Come del resto prevedono la legge e i trattati internazionali. E come ha fatto Salvini a convincere la Cei, fin qui immobile di fronte alle altre “crisi” provocate dal ministro (Aquarius, etc), a prestarsi a questa pantomima? È lecito ipotizzare che una risposta vada ricercata nell’esposto di Rete L’Abuso che chiama in causa la connivenza dello Stato con la Chiesa italiana in materia di pedofilia. E perché è lecito pensarlo? Perché questa denuncia, per conoscenza, è da due mesi sul tavolo del presidente del Consiglio, dei suoi due vice, del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno. Tu dai una mano a me, io do una mano a te.

    Da LEFT del 30agosto 2018

    Leggi la versione completa su LEFT https://left.it/prodotto/left-35-2018-31-agosto/

  • Abusi sessuali nella Chiesa, il parroco di Grandate: “Trovare il coraggio di denunciare”

    Abusi sessuali nella Chiesa, il parroco di Grandate: “Trovare il coraggio di denunciare”

    Secondo Don Pandolfi spostare preti da una parrocchia all’altra curandosi solo del buon nome della Chiesa ha permesso a centinaia di abusatori di continuare nei loro crimini

    Nuovo intervento del parroco di Grandate don Roberto Pandolfi sul tema degli abusi sessuali commessi da preti. Un tema che sta particolarmente a cuore al sacerdote, prete della parrocchia di San Giuliano quando esplose lo scandalo degli abusi commessi dal suo predecessore Marco Mangiacasale.
    Sulla questione è tornato più volte soprattutto dopo il caso degli abusi insabbiati in Vaticano denunciato dalla trasmissione Le Iene. 

    Gli ultimi interventi, in ordine di tempo, sono quelli apparsi sul sito della parrocchia di Grandate il 27 agosto e il 3 settembre 2018. Nella consueta riflessione del lunedì, don Pandolfi parte dalla lettera scritta da Papa Francesco a proposito dello scandalo scoppiato nella Chiesa della Pennsylvania per poi allargare le sue considerazioni.

    Parole forti, quelle del Papa. Non nuove. Già lo scorso anno aveva detto alla Commissione vaticana per i minori: “La pedofilia è antica malattia. La Chiesa è arrivata tardi. Tardi nell’avere coscienza della gravità problema, tardi nell’assumersi le proprie responsabilità. E’ la realtà: siamo arrivati in ritardo. Forse l’antica pratica di spostare la gente ha addormentato un po’ le coscienze”.

    Già, spostare preti da una parrocchia all’altra, confidando nella loro capacità di autocontrollo, accontentarsi di qualche percorso psicologico al termine del quale sentirsi dire che la persona è perfettamente guarita, avere come unica preoccupazione il “buon nome” della Chiesa, un malinteso senso della paternità, che sconfina nella dabbenaggine e nella difesa della casta, tutti ingredienti esplosivi che hanno permesso a centinaia di abusatori di continuare a perpetrare i loro crimini.

    Ma non basta. Perchè la denuncia era (è?) guardata con distacco e superficialità, quando non con ostilità. E non parliamo di quando la denuncia veniva fatta alla Magistratura dello Stato, anzichè all’istituzione ecclesiastica, dove tutto avrebbe rischiato di finire a tarallucci e vino, con qualche pacca sulla spalla e l’immancabile ringraziamento per il silenzio ossequioso e intriso di misericordia verso il povero prete che ha sbagliato e il povero vescovo profondamente ferito nella sua paternità sacerdotale.

    Parliamoci chiaro: denunciare esponeva (espone? Esporrà?) a tanti rischi. Bisognava (bisogna? Bisognerà?) mettere in conto l’ostracismo da parte della stessa comunità ecclesiale, le calunnie più tremende (persino quella di aver tradito il segreto confessionale) messe in giro per screditare i denuncianti, la disapprovazione di preti, laici e suore per aver suscitato scandalo (lo scandalo, ovviamente, non è, per i benpensanti, l’abuso sessuale, ma l’averlo portato alla luce), le accuse di incuria per i genitori e di immoralità per i minori coinvolti… Potrei continuare, ma forse è meglio guardare il positivo e pensare alle parole del Papa come ad uno stimolo per tutti ad essere coerenti con il Vangelo, anche quando non sembra essere così misericordioso come il “misericordismo”, oggi in voga, vorrebbe.

    Altrimenti dovremmo pensare che l’unico modo per convertire certi cuori induriti sia quello di colpire là dove quel cuore ha il suo tesoro, e cioè i soldi. Negli Stati Uniti già 17 diocesi hanno dichiarato fallimento dopo essersi sbancate per risarcire le vittime di abusi perpetrati da ecclesiastici.
    In Italia fino ad ora solo due diocesi sono state condannate a risarcire le vittime e hanno dovuto pagare. Sarebbe triste, ma anche questo potrebbe essere un incentivo alla vigilanza da parte di chi deve vigilare. E, in ogni caso, certe situazioni hanno goduto di fin troppe coperture, a tutti i livelli.

    E’ tempo di dare una svolta.
    E anche chi prova dentro di sè dolore e vergogna per essere stato abusato deve trovare il coraggio di aprirsi e denunciare, in tutte le sedi opportune, ciò che ha subito, certo di trovare, come vuole il Papa, ascolto, comprensione, solidarietà e, soprattutto, giustizia. Parlare e denunciare è l’unico modo per iniziare a guarire. E solo la guarigione può portare ad un perdono vero.

    Il vero bene della Chiesa è affrontare apertamente il peccato e sconfiggere l’opera di Satana, che predilige le tenebre, la menzogna e i silenzi omertosi e complici.

    Concludo con le parole di Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università gregoriana, il quale, commentando la lettera del Papa in un’ intervista all’agenzia Sir, fa un paragone per niente lusinghiero tra la Chiesa statunitense e quella italiana: “Troppi sacerdoti – tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni- hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Dal momento che i vescovi americani hanno preso sul serio la lotta contro questo male, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi. Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato. Mi auguro che queste ultime settimane, con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in ciò che è una chiamata urgente del Signore a tutto il Popolo di Dio”.
    C’è da riflettere.

    don Roberto

    https://www.quicomo.it/attualita/abusi-sessuali-chiesa-pandolfi-prete-grandate-como.html

     

  • L’unità della Chiesa passa dalle prossime mosse di Francesco

    L’unità della Chiesa passa dalle prossime mosse di Francesco

    Il papa è chiamato a mettere una parola definitiva sullo scandalo pedofilia. Altrimenti rischia di accentuare le divisioni interne.

    MARIO MARGIOCCO

    Winston Churchill diceva che la Royal Navy, nella gloriosa stagione della vela, era stata tenuta insieme dal rum, dalla sodomia (usava il cifrato e antico termine inglese di buggery e non il più esplicito sodomy) e dalla frusta. Per quanto possa sembrare sacrilego e offensivo, qualcosa di questa cruda affermazione vale anche per una organizzazione tutta maschile come il clero cattolico, spesso nella versione orribile della pedofilia, ma non di rado nella forma buggery, fra adulti si presume consenzienti. Spiegare il perché della aumentata frequenza è probabilmente impossibile. C’entrano forse una rilassatezza della disciplina, un netto decadimento culturale del clero non più capace di sublimare nello studio, e altro. Ma a differenza della Royal Navy, nella Chiesa le pratiche sessuali, l’orribile pedofilia in particolare, per quanto nettamente minoritarie sono dirompenti, una sconfessione totale della dottrina e della missione. Ancor più che per altri vale infatti Matteo 18,6: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare».

    La denuncia fatta il 22 agosto dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, dove si chiedono addirittura le dimissioni di Papa Francesco reo di non avere agito dopo che Viganò stesso gli aveva segnalato personalmente un grave dossier sul cardinale emerito di Washington, il potente Theodore McCarrick, ha rilanciato alla grande la questione sessuale del clero. Viganò era dal 2011 al 2016 nunzio a Washington, ambasciatore e occhio del Vaticano sulla cattolicità americana. Su McCarrick si erano già mossi i suoi due predecessori, il colombiano Gabriel Montalvo Higuera e l’italiano Pietro Sambi, a Washington dal 2005 fino all’improvvisa morte nel 2011. Di Sambi viene ricordato da Viganò, come gli fu riferito, un tempestoso incontro nel quale il prelato romagnolo (Sambi era di Sogliano al Rubicone) contestò duramente a McCarrick, urlando anche, i suoi comportamenti inaccettabili. A lungo McCarrick ebbe tra l’altro l’abitudine di portare con sé alcuni seminaristi e giovani sacerdoti, quando andava nel Maryland in una sua casa di campagna e di pesca, e pretendeva che sempre qualcuno dormisse con lui. Chiunque abbia conosciuto Sambi sa che se il nunzio prese di petto McCarrick sapeva ciò che faceva.

    LA PARABOLA DEL POTENTE CARDINALE MCCARRICK

    Oggi 88 anni, McCarrick fu stimato e usato per vari incarichi informali da Giovanni Paolo II. Fu virtualmente fra i grandi elettori di Bergoglio nel 2013 anche se non sedeva più in Conclave avendo superato gli 80 anni. Ratzinger ne aveva deciso la punizione, mai eseguita. Due mesi fa Bergoglio l’ha messa in atto, togliendogli il rango cardinalizio. McCarrick è stato anche fino a tempi molto recenti grande kingmakerdell’episcopato americano dove ha sponsorizzato nomine dell’ala più vicina a Bergoglio, dialogante su tutti i temi sociali ivi compresa l’omosessualità. È tutt’altro che esiguo negli Stati Uniti il numero di sacerdoti, qualche vescovo compreso, che cercano da tempo le formule dottrinali per inserire pienamente nella Chiesa anche il clero omosessuale attivo. I preti omosessuali che vivono in castità sono da tempo più che accettati ovunque. Ma voler introdurre l’accettazione dell’omosessualità attiva crea un enorme problema: e perché non la sessualità, diciamo, tradizionale, uomo (prete) e donna?

    Qui si va al nocciolo del problema. Da secoli, e soprattutto da quando con il 900 la femminilità è stata più in vista con la minore copertura del corpo femminile, prima a volte ossessiva, la donna, il concetto di donna è stato escluso dall’educazione del giovane prete. Nei seminari non si parlava della donna. Nelle visite domenicali delle famiglie erano gradite solo le madri emaciate e gravate dal peso dei doveri, mentre quelle più fresche e le sorelle pimpanti e formose erano malamente tollerate. La donna era un mistero. Esistevano solo Maria, varie sante sempre castissime e le mamme, emaciate appunto. Poi, usciti “nel mondo” come dicevano molti rettori di seminario con parola gravida di preoccupazione, i giovani preti di 23-25 anni al massimo scoprivano le donne. Una realtàesplosiva difficile da gestire. Ci sono infinite cause che possono spingere un prete al rapporto omosessuale. Può essere questa la sua natura, ad esempio. Per la pedofilia non c’è giustificazione: è un crollo verticale di tutti i principi morali e un delitto. Ma è certo che questa difficoltà con il rapporto con le donne può spingere a cercare affinità, consolazione e vicinanza anche fisica con un uomo.

    UN DOPPIO STANDARD CHE SFOCIA IN UNA ORRIBILE TOLLERANZA

    Ciò che molti ignorano è che da sempre molti vescovi sono più preoccupati quando giungono voci che un parroco forse si prende troppo cura di una o due parrocchiane che non quando le voci aprono al sospetto di un parroco omosessuale attivo. E il motivo è semplice: con le donne ci può sempre scappare una gravidanza, e che si fa con il figlio del prete? Questo doppio standard arriva persino a una certa tolleranza della pedofilia, per quanto orribile possa sembrare. Basti ricordare l’episodio che ha coinvolto indirettamente il cardinale Godfried Danneels, al vertice del progressismo fra gli alti prelati, emerito di Bruxelles e primo grande elettore di Bergoglio nel Conclave del 2013. Francesco lo invitò personalmente al sinodo sulla famiglia del 2015 anche se ormai era nota la registrazione di un incontro in cui Daneels aveva cercato di dissuadere a denunciare un suo protetto, Roger Vangheluwe, vescovo di Bruges, protagonista di uno degli episodi più sordidi avendo abusato per 13 anni di due suoi nipoti, incominciando quando il più grande aveva cinque anni.

    Il dossier Viganò va visto anche come episodio nella guerra civile che già da prima del Concilio Vaticano II divideva la Chiesa

    Viganò probabilmente ha sbagliato nel chiedere ripetutamente, nella sua Testimonianza del 22 agosto, le dimissioni del papa, reo di avere saputo di McCarrick e di non avere agito, se non in ultimo e in parte. La stessa lettura delle 10 pagine aiuta a capire perché la richiesta di dimissioni è fuori luogo. Descrivono infatti un mondo di silenzi, di dossier insabbiati, di lettere senza risposta, di domande inevase, di segnalazioni precise nascoste al papa, che non può non apparire omertoso. Dove ogni banda, e le più grandi di tutte sono quelle dei progressisti e dei conservatori, protegge i suoi pedofili e i suoi gay, ma si direbbe non i suoi dongiovanni.

    UNA GUERRA CIVILE IN CORSO DAGLI ANNI 60

    Il dossier Viganò, scritto da un arcivescovo che da tempo si schiera con gli avversari di Bergoglio, va visto anche come episodio nella guerra civile che già da prima del Concilio Vaticano II, da prima del 1962 cioè, divideva la Chiesa fra progressisti nelle varie gradazioni e conservatori, anche questi di vario tipo. Sono tempi lunghi, ma la Chiesa è bimillenaria. Da metà Anni 60 la guerra civile è sempre in corso, tra chi dice che il Concilio è stato tradito da destra e chi dice che il tradimento fu a sinistra, e in questa Viganò si schiera. Si schierano ugualmente i vari vaticanisti zelanti che, ignorando le accuse precise, cercano di spiegare che tutto è “molto delicato” (lo sappiamo da soli) e che Viganò è poco credibile. Viganò però, pur togliendosi fin troppi sassolini dalle scarpe, dice anche varie cose precise, alcune facilmente già confermabili, altre non ancora e forse mai, ma su tutte occorre una parola definitiva. L’ha chiesta il cardinale Daniel DiNardo di Houston, presidente dei vescovi americani.

    Se papa Francesco non lo fa, rimarrà come il pontefice che ha trovato una Chiesa divisa e l’ha lasciata ancora più divisa. La questione sessuale è insieme un fatto a sé e la punta di un iceberg, un segno di enorme confusione nella Chiesa. Non si tratta solo di dire che è colpa di chi alla fine ha frenato il Concilio, di Paolo VI quindi, che secondo don Giuseppe Dossetti e la sua scuola bolognese tradì lo “spirito” di Giovanni XXIII, oltre che allontanare Dossetti stesso dal suo ruolo molto attivo di ispiratore dei progressisti al Concilio. Se la purezza del Vangelo fosse stata ritrovata non ci sarebbe pedofilia, è la tesi. Si tratta di dare una risposta seria su che cosa ha fatto il Concilio e se ha saputo rinnovare bene o se invece è stato travolto da una generica ondata di “nuovismo” e quindi non sempre ha rinnovato bene. Il tema, dopo 60 anni, è ancora incandescente.

    NON SARANNO CERTI PRETI A RIEMPIRE LE CHIESE

    Per incominciare a riflettere, basterebbe leggersi una Costituzione Apostolica che si intitola Veterum Sapientia, è su Internet e spiega e ordina che cosa e come va mantenuto dell’antica sapienza in una Chiesa postconciliare molto rinnovata. Lettera morta. Mai citata. Totalmente ignorata. Non compare quasi mai nella bibliografia dei documenti preparati per la beatificazione dell’autore. Che era papa Roncalli. Dalla confusione delle idee chissà non derivi anche, in parte, questo esecrabile aumento della confusione dei costumi. Intanto le chiese sono sempre più vuote, nel nostro mondo, Italia compresa. E pensare che lo slancio conciliare avrebbe dovuto riempirle, come profetizzava con entusiasmo il cardinal Giacomo Lercaro. Preti e prelati con propensione alla buggery o peggio non le riempiranno di certo.

  • Prete condannato per pedofilia in Italia celebra messa a Bormla

    Prete condannato per pedofilia in Italia celebra messa a Bormla

    Polemiche per l’attività di don Felix Cini

    by Giovanni Guarise

    Era stato condannato in Italia per abusi e molestie nei confronti 17 bambini di età compresa tra 10 e 14 anni e il possesso di filmati pedopornografici.

    Ora il sacerdote maltese don Felix Cini, dopo una condanna a due anni e sei mesi con la condizionale, è tornato nell’isola e in alcune occasioni straordinarie celebra messa a Bormla, suo paese di origine.

    La curia maltese ha riferito a un sito web locale che Cini si troverebbe attualmente a Malta per assistere la madre malata, come chiesto da lui stesso alla sua diocesi di riferimento, quella di Grosseto.

    Sempre la curia ha riferito che il parroco di Cospicua è informato sulla situazione e sull’attività limitata di don Cini, che può concelebrare solo la messa se gli viene concesso dall’Arcivescovo, che ha autorizzato il prete a concelebrare la Messa in circostanze eccezionali come i funerali di parenti e persone a lui vicine, o in altri momenti della vita parrocchiale.

    Tuttavia, è stato riferito che la congregazione di Bormla vedrebbe Cini come un sacerdote a tempo pieno, e non limitato a ruoli minori. Il prete è stato notato anche in una processione per la celebrazione della Pentecoste, dove ha guidato un numero di bambini per la loro comunione.

  • Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Tatiana Santi

    Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. Anche se è un tabù riemergono regolarmente sulla stampa casi di abusi su minori perpetrati dai preti in Italia. Delitti che segnano per sempre una vita, ma rimangono impuniti. Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano.

    Dall’Irlanda durante il suo recente viaggio in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie, Papa Francesco ha chiesto scusa alle vittime degli abusi perpetrarti dai sacerdoti. La Chiesa, secondo le parole del Papa, non ha saputo in passato affrontare in modo adeguato questi crimini.

    Quanto è diffuso il fenomeno dei preti pedofili in Italia? Perché questi crimini non vengono puniti e soprattutto le vittime ricevono un sostegno? Sputnik Italia ne ha parlato con Francesco Zanardi, presidente della Rete di sopravvissuti alle molestie del clero in Italia “L’Abuso”.

    — Francesco Zanardi, riguardo all’ultimo scandalo di pedofilia nella Chiesa, cosa ne pensa della lettera di scuse di Papa Francesco?

    — Per quanto riguarda le scuse di Papa Francesco, a prescindere dal fatto che le scuse non bastano, sono talmente tante queste scuse che iniziano ad essere irritanti dal punto di vista delle vittime, servirebbero dei provvedimenti più che delle scuse… Sono ormai anni che le sentiamo e diventano quasi inaccettabili.

    — Lei ha fondato “L’abuso”, una rete di sopravvissuti alle molestie del clero. Quali sono le vostre attività, di cosa vi occupate nello specifico?

    — Iniziamo col dire che non siamo un’associazione finanziata perché in Italia nessuno finanzia un’associazione percepita contro la Chiesa, anche se poi in realtà noi non siamo affatto contro la Chiesa, poiché le vittime sono quasi tutte cattoliche. Per quanto riguarda le attività abbiamo 16 avvocati in Italia e riusciamo a dare assistenza legale gratuita alle vittime dando loro la possibilità di costruirsi una vita. Offrire un aiuto economico alle vittime dà loro la possibilità di effettuare terapie che le possano in qualche modo riabilitare. La nostra è un’associazione piuttosto grossa in quanto siamo più di 700 associati ed abbiamo creato anche una rete di auto aiuto, grazie alla quale le vittime possono conoscere altre vittime vicine a casa loro con cui passare il momento di crisi.

    — Ovviamente parliamo di fortissimi traumi, una storia che le vittime si porteranno dietro tutta la vita…

    — Sono dei traumi da cui generalmente si esce. Il vero problema però è che quando un bambino è molestato da un laico generalmente parte la denuncia e grazie a questo ha una buona capacità di recupero; purtroppo invece quando si è vittima di un prete, a causa della cultura dell’omertà, questi abusi emergono dopo dieci, venti o anche trent’anni! Come può immaginare, rivivere un trauma dopo trent’anni è molto più complicato e finisci per accorgerti che quell’esperienza ha profondamente condizionato i tuoi rapporti sociali e familiari. Voglio insistere sulla necessità che le denunce vengano fatte subito non solo per evitare che ci siano altre vittime ma anche per il recupero di coloro che vittime già lo sono.

    — Ho visto che avete predisposto una mappa sul vostro sito sugli abusi in Italia, ma quanto è diffuso questo fenomeno? 

    — In Italia c’è un grosso problema con lo Stato e con il governo che finiscono per spalleggiare sempre la Chiesa. In Italia non è mai stata fatta una commissione di inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Noi con la nostra mappa sul sito abbiamo tentato di quantificare il fenomeno, ma deve tener presente che raccoglie solo gli ultimi 15 anni di informazioni che sono uscite sui media. Bisogna comunque tener presente che parliamo di circa 300 preti pedofili in soli 15 anni! Secondo me anche solo aggiungendo un 20%, a esagerare, di sommerso diventerebbero veramente tanti.

    — Vediamo quindi come funziona generalmente quando si scopre un caso di pedofilia nella Chiesa. Solitamente il prete non viene arrestato, denunciare è molto difficile… ma che cosa avviene in questi casi in Italia?

    — Generalmente non avviene quasi niente! Adesso noi stiamo seguendo il caso particolarmente importante dei chierichetti del Papa abusati in Vaticano da Gabriele Martinelli: nonostante il caso sia avvenuto ad un metro dalle porte di casa del Papa non è successo nulla. Gabriele Martinelli non è stato sospeso e si è ripetuta la solita routine: scoppia il caso, esce quindi sui giornali, ma finita l’ondata mediatica si cerca di far finta di niente. A Malta invece abbiamo il caso di don Felix Cini che nonostante sia già stato stracondannato per abusi sui minori è in mezzo ai bambini ed è ancora prete. Questa purtroppo è la modalità della Chiesa…

    Vede, irritano le parole di Bergoglio che dice di voler fare ma non ha ancora abrogato la famosa direttiva segreta del 1962, che fu scoperta nel 2004 dagli americani, in cui si spiega come gestire i casi di abusi sessuali. Perciò Bergoglio dovrebbe iniziare ad eliminare questa direttiva ed avrebbe una soluzione semplicissima per risolvere il problema: ordinare ai propri vescovi di denunciare questi casi alle autorità civili dei paesi dove avvengono. Invece non lo fa continuando a gestire invece a livello interno la questione. Se andiamo poi a vedere quali sono le sanzioni vediamo che sono la sospensione del prete o la riduzione allo stato laicale che non cambia niente poiché in questo caso pur non avendo più un pedofilo prete avremo comunque un pedofilo libero!

    Alla vittima non viene data quindi alcuna possibilità di recupero e né vengono dati dei risarcimenti. Le vittime non possono così usufruire di strutture che permettano loro di riprendersi. Per tutto questo, insisto, le scuse sono veramente molto irritanti.

    — Siamo quindi di fronte ad un sistema bloccato, secondo lei perché non si riesce ad interrompere questo circolo e dopo tutti questi anni non si riesce a fare niente?

    — Il perché è piuttosto semplice: se la Chiesa decidesse di dare in gestione alle autorità civili il problema della pedofilia le vittime otterrebbero dei risarcimenti. Tutto ciò porterebbe a quello che è successo negli Stati Uniti dove decine di diocesi sono fallite. Un caso interessante è poi la Svizzera, dove il governo ha fatto una cosa molto intelligente e civile togliendo la prescrizione su questo tipo di reati, mettendo la Chiesa di fronte al dilemma se pagare subito le vittime o se aspettare che fosse un tribunale a dir loro quanto avrebbero dovuto pagare. Grazie a questo espediente la Chiesa in Svizzera ha proposto i risarcimenti alle vittime.

    — La pedofilia nella Chiesa è un problema che si conosce ma di cui non se ne parla, secondo lei quando smetterà di essere un tabù e si comincerà ad agire realmente? Qual è il suo auspicio?

    — Dove i governi si sono mossi anche la Chiesa s’è mossa, ne sono degli esempi l’Australia, gli Stati Uniti e l’Argentina. Purtroppo il grosso problema della Chiesa in Italia è il governo che non muove un dito, cosicché la Chiesa poi agisce di conseguenza. È ovvio che se lei parcheggia in divieto di sosta non va a cercare il vigile che le faccia la multa, la Chiesa fa la medesima cosa con la pedofilia: se non viene messa in riga ad affrontare questo problema difficilmente essa cambierà da sola. Siamo di fronte ad un paradosso italiano: le vittime non chiedono giustizia alla giustizia ma la chiedono al Papa… e questo dovrebbe far capire molto bene in che situazione siamo.

  • Legnano: prete pedofilo, nessun risarcimento alle vittime

    Legnano: prete pedofilo, nessun risarcimento alle vittime

    Don Ruggero Conti, condannato per abusi sui minori, non ha ancora scontato neppure un giorno di carcere

    di CRISTIANA MARIANI

    Legnano (Milano), 29 agosto 2018 – Condannato in via definitiva a 14 anni– la pena è poi diventata di 11 anni e 10 mesi per prescrizione -, mai un giorno di carcere scontato e nessuna spesa pagata. Nè quelle processuali nè, tantomeno, i risarcimenti alle vittime degli abusi. Quello di don Ruggero Conti è un caso che non cessa di far discutere ormai da oltre dieci anni. L’ormai ex sacerdote – è stato sospeso «a divinis» dal sacerdozio nel 2011 -, parroco a Selva Candida a Roma ma ancora prima insegnante di educazione sessuale a Legnano, era stato arrestato nel 2007 con l’accusa di essere stato il responsabile di abusi su diversi minori. Il religioso nel corso degli anni è passato attraverso tutti i gradi di giudizio, fino alla condanna definitiva a 14 anni e due mesi. La condanna è stata poi ridotta a 11 anni e 10 mesi, ma non è mai stata scontata. «Si è persino concesso il lusso di fuggire in taxi da Roma a Milano per farsi ricoverare in una clinica» tuona Roberto Mirabile, presidente de La caramella buona.

    La onlus ha seguito da vicino le vicende di don Ruggero Conti, occupandosi anche della tutela di due delle sette vittime accertate degli abusi del prelato. Prelato che a oggi non ha neppure risarcito le vittime delle violenze. «Attualmente don Conti è in una clinica, perché sostiene di non poter andare in carcere per motivi di salute – aggiunge Mirabile -. Fra le vittime dei suoi abusi ci sono persone che sono in terapia da vent’anni. Terapia che comporta dei costi, che nessuno ha mai risarcito». L’associazione La caramella buona si rivolge quindi a chi, di fatto, rappresenta l’ente superiore dell’attività «professionale» di don Ruggero Conti. «La Curia deve farsi carico dei propri «dipendenti» – sottolinea Mirabile – e quindi deve prendere consapevolezza del fatto che quello della pedofilia fra i religiosi sia un problema da affrontare in modo serio anche in Italia. Non sono anticlericale, anzi. Credo però che i problemi vadano affrontati con determinazione e senza paura. Per questo ci rivolgeremo direttamente a Papa Francesco». Nei prossimi giorni, infatti, l’associazione scriverà una lettera proprio al Santo Padre. «Lo scandalo della pedofilia di alcuni preti in Italia è enorme – afferma il presidente della onlus – e non può più essere taciuto».