Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete condannato per abusi (poi prosciolto per prescrizione) torna a fare attività con bambini e ragazzi. La Diocesi: «Non starà da solo con i piccoli»

    Prete condannato per abusi (poi prosciolto per prescrizione) torna a fare attività con bambini e ragazzi. La Diocesi: «Non starà da solo con i piccoli»

    BOLZANO – Un sacerdote condannato in secondo grado per abusi sessuali, poi prosciolto per prescrizione in Cassazione, è stato nominato collaboratore pastorale in Alta Pusteria, e tornerà quindi a fare attività tra bambini e ragazzi. Dal canto suo, la Diocesi di Bolzano e Bressanone ha precisato che l’attività pastorale con i minori si svolgerà in presenza di altri adulti.

    L’iter giudiziario

    Don Giorgio Carli nel 2009 fu prosciolto per prescrizione in Cassazione, dopo una pesante condanna in secondo grado.

    Nel 2013 però il Tribunale civile condannò, in solido fra loro, la diocesi di Bolzano e Bressanone e la parrocchia San Pio X di Bolzano al risarcimento di complessivi 700mila euro, oltre agli interessi legali.

    La Diocesi: «Predisposte misure ad hoc»

    «Nel quadro degli avvicendamenti annuali del personale, il sacerdote Giorgio Carli è stato nominato collaboratore pastorale in Alta Pusteria a decorrere dal primo settembre 2025», comunica la diocesi di Bolzano Bressanone riferendo che «dopo la pubblicazione della perizia indipendente sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone, un gruppo di esperti ha esaminato anche il suo caso e raccomandato alcune misure, che sono state confermate dai vertici diocesani. I responsabili in loco sono stati informati personalmente». Le misure in particolare prevedono un accompagnamento psicologico, attività pastorale con bambini e adolescenti solo in presenza di altri adulti e monitoraggio costante da parte di referenti designati.

    Le parole del vescovo Ivo Muser

    Il vescovo, Ivo Muser, riferisce ancora la nota, sottolinea di «assumersi consapevolmente la responsabilità per l’impiego di don Giorgio Carli, sulla base delle raccomandazioni del gruppo di esperti e delle circostanze esistenti». Monsignor Muser ritiene «essenziale ricercare soluzioni responsabili anche nei casi difficili, sempre nell’osservanza di regole chiare e precise, all’interno di condizioni quadro controllate e nella consapevolezza che la sicurezza e la tutela dei minori nella nostra diocesi hanno la massima priorità».

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/bolzano/don_giulio_carli_condannato_abusi_sessuali_bambini_nomina_val_pusteria-9044638.html

  • A che punto è l’indagine sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone

    A che punto è l’indagine sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone

    A fine gennaio la diocesi di Bolzano-Bressanone aveva pubblicato i risultati di un rapporto sui casi di abusi sessuali commessi negli ultimi sessant’anni nella diocesi stessa. Ora un gruppo di esperti sta analizzando la situazione dei 14 sacerdoti accusati e ancora in vita.

    Il gruppo è composto da 6 persone: tre sono esterne e tre fanno parte dell’organizzazione diocesana, e fra loro ci sono un’avvocata, una psicoterapeuta e uno psichiatra. Una volta esaminati i casi, proporranno al vescovo quali misure prendere per ciascuno di essi: i sacerdoti ne saranno informati e saranno obbligati a rispettarle.

    Le azioni contro le persone accusate non sembrano includere il ricorso a provvedimenti legali. Fra le possibilità citate dalla diocesi ci sono il divieto di celebrare la messa in forma pubblica, la richiesta di ricorrere a un accompagnamento psicologico, la restrizione dei contatti con la comunità dei fedeli (in particolare bambini e giovani), o «il monitoraggio da parte di persone incaricate» non meglio specificate, che dovrebbero fornire riscontri sul comportamento dei sacerdoti.

    La maggior parte dei casi segnalati risale a un periodo fra 30 e 60 anni fa: i 14 sacerdoti sono per lo più anziani e non più in servizio da anni (in totale quelli accusati con certezza o con alta credibilità dal rapporto erano 29). Secondo quanto detto dalla diocesi finora «il gruppo di esperti si è riunito tre volte ed ha esaminato la situazione di sei sacerdoti».

    Il comunicato della diocesi segnala inoltre che dalla pubblicazione del rapporto 20 persone hanno contattato l’apposito sportello di ascolto diocesano dicendo di aver subìto abusi, e diverse altre segnalazioni sono state presentate attraverso altri canali. Le persone che denunciano abusi ricevono, a seconda della necessità, un sostegno psicoterapeutico, legale e spirituale da parte della diocesi.

    Il corposo documento di 631 pagine è il risultato del lavoro dello studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl di Monaco di Baviera, in Germania, che dal 2010 in poi si era occupato di altre indagini su casi di abusi sessuali nella Chiesa in Germania, Spagna e Portogallo. Il rapporto affronta il problema degli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica in modo dettagliato, parlando tra le altre cose della dimensione sistemica delle violenze, a differenza del deludente rapporto dell’assemblea dei vescovi italiani, la CEI, pubblicato fra il 2022 e il 2023.

    Il vescovo di Bolzano e Bressanone Ivo Muser nella conferenza stampa sugli abusi nella Chiesa altoatesina, 24 Gennaio 2025. ANSA/ G.NEWS

    La diocesi di Bolzano-Bressanone è stata la prima in Italia a commissionare un’indagine di questo tipo, e non è un caso. Da tempo è infatti assai più attiva sul tema degli abusi rispetto ad altre diocesi italiane: nel podcast La bomba i vaticanisti Iacopo Scaramuzzi e Alvise Armellini avevano spiegato che l’atteggiamento più autocritico della diocesi di Bolzano va attribuito soprattutto a una certa sintonia con la Germania, dove già quindici anni fa si iniziarono a pubblicare in maniera piuttosto sistematica i primi rapporti sugli abusi all’interno della Chiesa.

    In 60 anni i legali hanno rilevato 67 presunte situazioni di abuso. Le presunte vittime sono state 75, di cui 51 femmine, 18 maschi e 6 di cui non si conosce il sesso. Quasi tutti erano minorenni: il 51 per cento delle femmine aveva tra gli 8 e i 14 anni, mentre la metà dei maschi aveva 17 anni. Secondo quanto ricostruito nel rapporto, tre uomini si sono suicidati decenni dopo aver subìto violenza. Gli autori hanno osservato che le loro scoperte hanno probabilmente portato alla luce solo alcuni casi, e ritengono che ci sia un numero «ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi sommersi.

    Nel dossier si insiste in particolare sulla mancanza di una «cultura dell’errore» all’interno della diocesi, cioè il prolungato rifiuto di molti responsabili ecclesiastici di affrontare in modo adeguato i sacerdoti accusati di avere commesso abusi, per non dover ammettere di aver sbagliato a gestire casi simili in passato e per evitare di dover correggere le decisioni dei propri predecessori (situazione comune a molte altre diocesi nel mondo in cui sono stati verificati gli abusi).

    Questa mancanza di «cultura dell’errore» è una delle ragioni principali per cui, secondo il rapporto, molti sacerdoti abusanti o su cui c’erano molti indizi sono restati in servizio per decenni, venendo al massimo trasferiti in altre parrocchie. Diversi responsabili ecclesiastici, si legge nel dossier, si sentivano «molto più strettamente legati agli autori degli abusi, ma anche all’istituzione stessa e ai loro rispettivi interessi, che ai soggetti abusati e alle sofferenze loro inflitte dai rappresentanti della Chiesa». Dopo la pubblicazione del rapporto il vescovo Ivo Muser ha detto espressamente che la Chiesa deve introdurre la “cultura dell’errore” nel suo modo di operare.

    https://www.ilpost.it/2025/03/01/conseguenze-rapporto-abusi-diocesi-bolzano-bressanone/

  • Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Anna (nome di fantasia) aveva 7 anni quando fu abusata per la prima volta dal suo insegnante di religione. Il sacerdote lo faceva sia con lei che con altre compagne di classe: se le accomodava sul grembo, le toccava nelle parti intime, le costringeva a sfiorargli il membro. Anna raccontò tutto alla madre, che andò subito a denunciare il prete alla direzione della scuola. Poi però, stranamente, la signora accettò di firmare una dichiarazione scritta in cui affermava che l’episodio non era grave e che non era stato commesso con cattivi intenti.

    Questi fatti risalgono ai primi anni Settanta. Oggi, mezzo secolo dopo, si viene a sapere che su quella madre, descritta come «una donna buona e credente», erano state esercitate «pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione».

    Il sacerdote, da parte sua, continuò a fare l’insegnante per altri vent’anni. Dopo il suo pensionamento, un’altra ragazza si presentò alla Diocesi accusandolo di aver molestato lei e altre bambine ai tempi delle scuole elementari. Il prete nel frattempo era andato ad abitare in una casa dove vivevano anche famiglie con figli piccoli. L’unico provvedimento che fu preso dalla Chiesa fu trasferirlo in un’altra struttura residenziale.

    La vicenda è tra quelle ricostruite nel Rapporto di 613 pagine, pubblicato lo scorso 20 gennaio, sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti della Diocesi di Bolzano e Bressanone negli ultimi sessant’anni. Si tratta dell’indagine indipendente più approfondita promossa finora all’interno della Chiesa cattolica italiana.

    Commissionata dalla stessa Diocesi, la ricerca è stata condotta dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera – che dal 2010 si occupa di abusi sessuali interni alla Chiesa – con il contributo dello studio associato Kofler Baumgartner & Partner di Brunico.

    Gli avvocati hanno setacciato gli archivi della Curia, esaminando più di mille fascicoli e interrogando una ventina di testimoni. La Diocesi è stata informata delle risultanze solo al momento della pubblicazione finale. Ebbene, tra il 1964 (anno in cui la diocesi ha assunto il suo assetto attuale) e il 2023 (anno in cui il rapporto è stato commissionato) nel territorio clericale di Bolzano e Bressanone sono stati individuati 67 casi di presunti abusi sessuali commessi da 41 sacerdoti e sono state contate 75 possibili vittime. Ma, avvertono i relatori, questa è solo la punta dell’icerberg: nel sommerso potrebbe nascondersi «un numero ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi.

    Vite distrutte
    «Si sapeva, ma si taceva», ammette il vescovo Ivo Muser, in carica dal 2011, in un lungo comunicato di scuse, autocritica e propositi di cambiamento. «Per preservare la propria reputazione e quella della Chiesa – si batte il petto il monsignore – si è rinunciato a compiti e responsabilità. E può accadere di nuovo, se abbassiamo lo sguardo. Chiedo perdono ai soggetti coinvolti, alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti accusati e ai fedeli della nostra diocesi per le mie mancanze come vescovo, assumendomene ogni responsabilità».

    Il rapporto è un viaggio indietro nel tempo dentro storie oscure. A metà degli anni Novanta, Marco (nome di fantasia) aveva 12 anni e faceva il chierichetto. Era il «coccolo» del parroco, ma presto le attenzioni del prelato nei suoi confronti si trasformarono in qualcosa di indicibile: prima palpeggiamenti nelle parti intime, poi anche rapporti sessuali con penetrazione. Marco si è tenuto tutto il dolore dentro per venti interminabili anni, poi ha trovato la forza di rivolgersi al Centro di ascolto della Diocesi e ha iniziato un percorso di terapia a spese della Curia che l’ha portato a stare meglio.

    Non è andata così per Carlo (nome di fantasia), abusato da quello stesso prete quando era già maggiorenne. Anche lui ha dovuto attendere anni prima di riuscire a confidare a qualcuno cosa aveva dovuto subire: a quel punto, la sua famiglia ha preso contatti con il sacerdote-orco per chiedergli un indennizzo, ma per Carlo è stato come rivivere il trauma. Il peso della sofferenza è diventato insopportabile, fino alla decisione estrema di togliersi la vita.

    Sono tre i suicidi tra le vittime di abusi documentati nel rapporto commissionato dalla Diocesi altoatesina.

    In controtendenza rispetto a quanto è stato scoperto in altre realtà indagate (ad esempio la Germania), nel territorio di Bolzano e Bressanone la maggioranza delle violenze dei preti (68%) si è concentrata su persone di genere femminile. O meglio, bambine: delle 51 femmine abusate, 50 erano minorenni al momento del primo abuso; cinque di loro avevano tra gli 0 e i 7 anni e 26 tra gli 8 e i 14.

    Anche tra i maschi il primo abuso è avvenuto generalmente negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza: su 18 casi individuati dal team che ha svolto l’indagine, uno riguardava un bambino di età tra gli 0 e i 7 anni, cinque erano nella fascia tra gli 8 e i 14, due in quella tra i 15 e i 16 e nove erano ragazzini 17enni.

    Impuniti
    Nel rapporto realizzato su mandato della Diocesi di Bolzano e Bressanone non figurano mai le generalità dei sacerdoti accusati né quelle delle presunte vittime delle loro violenze. Si fanno solo i nomi dei vertici della Curia che nel corso degli anni hanno seguito le singole vicende. Quasi sempre con un approccio gravemente omertoso.

    Don Andrea (nome di fantasia) ha abusato di bambine tra i 7 e i 12 anni per mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Ha svolto il suo sacerdozio presso dieci sedi diverse all’interno della diocesi e in sette di queste si sono levate accuse di molestie nei suoi confronti. Ma ogni volta i vertici della Chiesa locale si limitavano a intervenire trasferendolo in un’altra parrocchia. Negli anni Novanta l’allora vicario generale Josef Michaeler respinse gli addebiti rivolti al prete definendo il suo un «comportamento maldestro». Solo una decina d’anni fa il chierico è stato quantomeno costretto a ritirarsi a vita privata.

    L’impunità di cui spesso hanno goduto gli abusatori in abito talare è un altro tema centrale, in questa sconvolgente inchiesta. «Solo pochissimi casi di sospetto abuso – scrivono i relatori – sono stati effettivamente oggetto di interventi ai sensi del diritto canonico. Stando a quanto si evince dagli atti, nella stragrande maggioranza dei casi i dirigenti diocesani non hanno nemmeno fatto considerazioni teoriche su possibili sanzioni o sull’avvio di procedimenti canonici. In singoli casi, si sono meramente limitati ad annunciare conseguenze, nel senso di minacce a vuoto poi mai tradottesi in realtà».

    In particolare, sono documentate appena due pene canoniche, tre provvedimenti disciplinari e una formale indagine canonica, mentre in undici casi la Curia non è andata oltre superficiali colloqui col sacerdote accusato o con altre fonti. «Nella maggior parte dei casi – si legge nel report – il chierico in questione veniva semplicemente trasferito o mandato (provvisoriamente) in pensione, senza però escludere la possibilità di una successiva reintegrazione nella cura pastorale».

    L’ordinamento giuridico italiano non prevede nessun obbligo di denuncia a carico dei sacerdoti che vengano a conoscenza di abusi sessuali commessi da altri prelati (anche se in certe situazioni potrebbero configurarsi ipotesi di concorso in reato o di favoreggiamento). Le linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) stabiliscono un mero obbligo morale di segnalare questi casi alla competente Procura della Repubblica. Da circa un anno, tuttavia, in Alto Adige vigono regole più stringenti: la Diocesi di Bolzano e Bressanone, infatti, ha concordato con le autorità giudiziarie locali – inclusa la Procura dei minorenni – delle specifiche linee guida che impongono l’obbligo di denuncia.

    Italia vs Europa
    La Diocesi altoatesina, con il suo pur tardivo attivismo, è una mosca bianca nel panorama clericale italiano.

    Negli ultimi quindici anni la Chiesa cattolica di mezza Europa ha preso atto del problema degli abusi sessuali commessi da prelati. La Conferenza Episcopale Tedesca ha commissionato a un consorzio interdisciplinare di ricerca un rapporto che nel 2018 ha portato alla scoperta di almeno 1.670 sacerdoti abusatori per un totale di 3.677 vittime nell’arco di 68 anni.

    La Chiesa francese nel 2019 ha istituito una commissione indipendente che due anni dopo ha fatto emergere 216mila casi di violenze per mano di preti. A quel punto, si è attivata anche la Conferenza Episcopale Portoghese, che ha fatto svolgere un’indagine analoga da cui è uscita una stima di circa 4.300 vittime. Nel 2023 è stata la volta della Chiesa spagnola, che con uno studio indipendente è arrivata a un bilancio di 2.056 persone abusate da esponenti del clero.

    E la Cei? L’assemblea permanente dei vescovi italiani si sta muovendo più a rilento. Negli ultimi anni ha pubblicato due studi, condotti dall’Università Sacro Cuore sulla base dei dati della rete territoriale dei servizi diocesani, che sono relativi però ad archi temporali molto ristretti. Dalle indagini è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono stati segnalati 68 sacerdoti che avrebbero abusato di 89 persone, mentre nel 2022 sono stati registrati 32 presunti abusatori e 54 presunte vittime.

    Tre anni fa, durante la conferenza stampa di presentazione del primo di questi due studi, la Cei aveva affermato che tra il 2000 e il 2022 erano giunte alla Chiesa 613 segnalazioni di violenze. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato mandato all’Università di Bologna e all’Istituto degli Innocenti di Firenze di indagare sul periodo 2001-2021: i risultati dovrebbero essere pronti per l’inizio del prossimo anno.

    Vuoti legislativi
    Peraltro, un lavoro di tracciamento degli abusi commessi dai prelati italiani esiste già. Lo ha svolto la Rete l’Abuso, associazione che riunisce le vittime di preti pedofili. Basandosi su atti di procure e tribunali civili, l’associazione ha contato dal 2010 a oggi 332 sacerdoti presunti abusatori, di cui 164 condannati in via definitiva e 168 tra indagati e condannati in primo o secondo grado. Il totale delle vittime censite arriva invece a 1.576.

    Il fondatore della Rete l’Abuso è Francesco Zanardi, 55 anni, che si presenta come un «sopravvissuto» alle violenze sessuali di un prelato. Parlando con TPI, Zanardi definisce «apprezzabile» il lavoro svolto dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone: «Ma è una goccia nel mare», osserva. E, comprensibilmente, è assai diffidente rispetto alle iniziativa di supporto prestate dalla Curia alle vittime di molestie: «Chiediamoci – riflette – come non sentiamo mai nessuna vittima ringraziare la Chiesa per il sostegno ricevuto».

    Ma il portavoce della Rete l’Abuso punta il dito anche contro lo Stato italiano, che, a suo dire, con le sue leggi non farebbe abbastanza per prevenire e contrastare gli abusi. «L’obbligo di denuncia – fa notare – nel nostro Paese è limitato solo ai pubblici ufficiali. Questo fa sì che il cittadino che denuncia un abuso di cui è a conoscenza, se non è in possesso di una prova certa o dimostrabile, assai difficile da produrre per il cittadino comune, rischia di andare incontro a una contro-querela per calunnia».

    Uno strumento utile per prevenire le violenze sessuali sui minori sarebbe il certificato anti-pedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia con la legge 172 del 2012, alla quale il Vaticano peraltro non ha aderito: questo documento attesta l’assenza di condanne definitive a proprio carico per reati legati allo sfruttamento sessuale dei minori ed è richiesto a chi lavora a contatto con bambini o adolescenti. Ma, rileva Zanardi, «il legislatore italiano ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato, oltre al clero», con la conseguenze che, ad esempio, chi presta servizio come istruttore volontario in una società sportiva giovanile può tenere nascosti eventuali precedenti giudiziari per reati come la violenza sessuale su minore.

    Come intervenire
    Come è evidente, non solo dal rapporto realizzato in Alto Adige ma anche dai fatti di cronaca venuti a galla in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non siamo davanti a casi isolati: quello delle violenze sessuali commesse da esponenti del clero è un fenomeno che riguarda un intero sistema nel suo complesso.

    Gli autori dell’indagine svolta nel territorio bolzanino hanno identificato una serie di «carenze sistemiche» che sarebbero alla radice di questi abusi. Viene citata, ad esempio, una diffusa immaturità sessuale tra i prelati, che deriverebbe a sua volta dalla formazione ricevuta in seminario, dove il processo di sviluppo della propria sessualità viene di fatto interrotto tra i 18 e i 20 anni, quando non si è ancora completato. Altri possibili fattori scatenanti sono individuati nell’isolamento dei sacerdoti, nelle strutture di alleanza maschile che si instaurano tra essi e nella carente cultura dell’errore negli ambienti della Chiesa.

    «Concordo pienamente con questa analisi», dice a TPI don Gottfried Ugolini, responsabile per la Diocesi di Bolzano e Bressanone del Servizio specialistico per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Noi sappiamo che solo il 15% delle persone che abusano sono pedofili secondo la classificazione delle patologie internazionali: ciò vuol dire che la stragrande parte di coloro che abusano sono persone immature a livello psico-affettivo sessuale, che non sanno gestire le proprie emozioni». E secondo don Ugolini incidono anche «l’immagine del sacerdote, che viene messo sul piedistallo rispetto ai laici»,«l’uso dell’autorità in modo inappropriato» e il «sistema chiuso della Chiesa, un sistema tra maschi che provoca talvolta atteggiamenti di omertà».

    Il Servizio di prevenzione guidato da don Ugolini è stato istituito dalla Diocesi bolzanina nel 2010, un anno spartiacque nella storia recente della Chiesa cattolica, specialmente in quella di lingua tedesca. Tra gennaio e marzo di quell’anno, infatti, esplose lo scandalo degli abusi perpetrati per decenni nel collegio religioso Canisius di Berlino: sull’onda di quelle rivelazioni, le denunce si moltiplicarono in tutta la Germania, in Austria, con un effetto domino poi in tutta Europa.

    La Curia di Bolzano e Bressanone decise di intervenire istituendo un centro di ascolto a cui le vittime di violenze sessuali possono rivolgersi via telefono o e-mail. Se queste lo desiderano, viene fissato anche un colloquio di persona. Le vittime vengono informate del loro diritto di segnalare alle autorità civili gli abusi e la Diocesi mette a loro disposizione cento ore di terapia psicologica.

    Dal 2010 a oggi oltre 100 persone si sono rivolte al centro. E la presentazione del recente Rapporto curato dagli avvocati di Monaco e Brunico ha spinto in sole due settimane un’altra decina di persone a farsi avanti.

    Alla luce dell’indagine che ha squarciato il velo su una parte degli orrori degli ultimi sessant’anni, il vescovo Muser ha disposto un’intensificazione delle misure di contrasto alle molestie. «Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze», ha dichiarato il monsignore.

    Saranno istituiti due gruppi di esperti, interni ed esterni alla diocesi, incaricati l’uno di proporre al vescovo quali eventuali provvedimenti adottare nei confronti dei vescovi accusati ancora in vita e l’altro di elaborare nuove linee guida per le procedure interne da seguire in caso di segnalazioni di abusi. Verranno inoltre differenziati i rispettivi compiti del centro di ascolto, del servizio di intervento e del servizio di prevenzione. Infine, c’è il proposito di dare maggior spazio alle donne nelle posizioni dirigenziali della Curia (dove già oggi comunque quattro uffici su nove a guida femminile).

    «I bambini e i giovani vittime di abusi sono rimasti invisibili o sono stati resi tali», ammette il vescovo Muser: «I colpevoli sono stati trasferiti, come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Famiglie, parrocchie e comunità coinvolte nel dolore sono state semplicemente trascurate come vittime e lasciate a sé stesse. Anche nelle famiglie e nelle parrocchie ci si rifiutava di guardare». L’indagine sugli abusi, promette il monsignore, «non è un passo intermedio, né un obiettivo parziale che offre l’occasione per fare una pausa, ma un compito che ci impone di continuare a lavorare con tutte le nostre forze. Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze».

    Dopo la pubblicazione del Rapporto sugli abusi sessuali nella Diocesi di Bolzano e Bressanone, TPI ha rivolto alcune domande alla Conferenza Episcopale Italiana. Risponde Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. 

    La Cei come commenta i risultati del Rapporto altoatesino, che mette in luce gravi omissioni da parte della Chiesa?
    «Anche un solo caso di abuso nella Chiesa sarà sempre troppo, sia che riguardi casi attuali sia che riguardi casi avvenuti nel passato. Vi è dolore, vergogna e consapevolezza delle conseguenze devastanti che gli abusi commessi da sacerdoti hanno sulle vittime, sui loro familiari e su tutta la Chiesa stessa. Ogni azione di chiarificazione deve essere considerata con attenzione per un reale rinnovamento ecclesiale in materia di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dalla prevenzione al perseguimento deciso degli abusi in tutte le loro forme». 

    Ad avviso della Cei, i casi di abusi sessuali ad opera di chierici vanno trattati come singoli episodi isolati o rientrano in un fenomeno di carattere sistemico?
    «Alla luce dei dati provenienti dallo studio del fenomeno a livello mondiale non si può parlare di singoli episodi isolati. Attenzione, però, a non creare confusione con tale affermazione: ciò non significa che tutti i chierici sono abusatori. Il singolo caso si inserisce all’interno di un quadro completo da analizzare. La Chiesa sta agendo con solerzia e ponendosi in rete con tutte le altre istituzioni della società civile. Le statistiche aiutano a capire che il problema è sistemico nella società. In questo senso va compresa anche la rete di tutela attivata nella Chiesa italiana: persegue a livello ecclesiale l’attuazione di modelli preventivi situazionali scientificamente riconosciuti che mirano a generare ambienti ecclesiali sicuri, mediante sensibilizzazione culturale, formazione specifica iniziale e permanente, vigilanza, percorsi chiari per la segnalazione presso i centri di ascolto diocesani o interdiocesani. Nel triennio 2020-22, anche in pandemia con il blocco delle attività pastorali, si sono formate quasi 23mila persone, sacerdoti, religiosi/e e laici/laiche. Per quanto attiene i centri di ascolto, chiunque può segnalare ad essi abusi in ambienti ecclesiali, venire accolto e accompagnato nell’individuare i bisogni di cui necessitano ad esempio circa le procedure e le prassi per la denuncia degli abusi e la tutela dei minori e le indicazioni circa i professionisti competenti in maniera (psicologi, medici, operatori del diritto…). A tutti coloro che segnalano un presunto abuso viene sempre ricordato che la segnalazione all’autorità ecclesiastica non si sostituisce né contrappone alla segnalazione alla competente autorità civile, che, anzi viene sempre incoraggiata».

    Dopo i due rapporti pubblicati nel 2022 (relativo al biennio 2020-21) e nel 2023 (relativo al 2022), la Cei intende realizzare un più approfondito lavoro di indagine sugli abusi nella Chiesa, andando a “scavare” più indietro nel tempo?
    «Anzitutto vorrei precisare che le rilevazioni attuate sulla rete territoriale dei servizi diocesani e regionali e dei centri di ascolto non sono e non saranno mai lo studio storico sugli abusi nella Chiesa italiana. Le rilevazioni sono il monitoraggio della Safeguarding Policy di cui la Chiesa italiana si è dotata con le Linee Guida del 2019 e che trova concretizzazione nelle attività di servizi per la tutela regionali e diocesani e dei Centri di ascolto. Lo studio sul fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana sta avvenendo attraverso un altro percorso metodologico e scientificamente rigoroso. È lo studio pilota sui casi di abuso sessuali commessi da chierici e trattati in sede istituzionale ecclesiale nel periodo 2001-2021. È stato affidato a due enti terzi e indipendenti, il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. La scelta dell’anno non è casuale: dal 2001, infatti, la normativa canonica ha avuto importanti innovazioni che hanno reso più organico il trattamento dei casi. Si è appena conclusa la fase sperimentale in cui è stato testato lo strumento di ricerca, si sta aprendo la fase analitica estesa a tutte le diocesi italiane. Si concluderà con la fase sapienziale, di assunzione ecclesiale delle risultanze della fase analitica condotta dagli enti terzi e indipendenti, prevista per la fine del 2025, inizio 2026. È l’inizio di un percorso, studio pilota appunto, che partendo dai dati emersi in sede ecclesiale mira ad affinare criteri per ulteriori ricerche, estese nel tempo e nel metodo, fino ad arrivare ad intercettare il sommerso. Non sarà lasciato nulla di intentato per conoscere la fenomenologia, apprestare strumenti di verità e giustizia e affinare sempre meglio la prevenzione e la promozione di ambienti ecclesiali sicuri».

    https://www.tpi.it/cronaca/abusi-sessuali-chiesa-bolzano-bressanone-inchiesta-202502211166348/

  • Abusi sui bambini nella parrocchia di Bolzano la confessione del vescovo | Tutti sapevano

    Abusi sui bambini nella parrocchia di Bolzano la confessione del vescovo | Tutti sapevano

    Dal 1963 al 2023, nelle parrocchie della diocesi di Bolzano, sono stati commessi almeno 67 abusi sessuali su minori da parte di preti e di religiosi. Si tratta di numeri verificati che, al momento, riguardano 59 vittime identificate, tutte di età compresa tra gli 8 e i 14 anni al momento degli abusi e per la maggior parte di sesso femminile (51%). A rivelare lo scandalo il rapporto sugli abusi commissionato dalla Diocesi di Bolzano-Bressanone stessa allo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Bavera: cos’ha detto il vescovo di Bolzano, a proposito.

    Quella di cui stiamo parlando oggi è in assoluto la prima indagine indipendente realizzata in una diocesi italiana, nella quale senza reticenze e limitazioni sono stati messi a disposizione degli investigatori tutti i fascicoli degli ultimi 60 anni presenti negli archivi della diocesi. Le oltre 600 pagine di rapporto sono disponibili, in italiano e in tedesco, sul sito della diocesi di Bolzano-Bressanone: ecco cos’ha detto il vescovo a proposito di questa vicenda.

    Abusi nelle parrocchie di Bolzano: parla il vescovo

    La scelta della diocesi di Bolzano-Bressanone di avviare un’indagine indipendente sul tema e di concedere interamente i fascicoli degli ultimi 60 anni presenti negli archivi è sicuramente coraggiosa e potrebbe fare da esempio per altri vescovi e cardinali. “La nostra speranza è che questo lavoro possa essere una scintilla per un’attività d’inchiesta da estendere anche al resto d’Italia“ hanno commentato, a tal proposito, gli avvocati dello studio di Monaco di Baviera ai quali è stata affidata l’inchiesta.

    A parlarne, però, è stato anche Ivo Muser, il vescovo di Bolzan e Bressanone. Nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha usato parole chiare e nette: “Tutti dobbiamo fare dei passi per un cambio di mentalità: tanti sapevano e tacevano, questo è il nodo vero” ha detto, con la stessa convinzione che l’ha portato a favorire la prima indagine indipendente sul tema degli abusi su minori mai realizzata in una diocesi italiana.

    Sarà fondamentale la prevenzione

    Secondo Ivo Muser, il tema degli abusi su minori all’interno della chiesa cattolica non è un problema italiano o tedesco, ma che coinvolge tutto il mondo e che, per questo, va sradicato alla radice. “D’ora in poi sarà fondamentale la prevenzione. Purtroppo il passato non si può cancellare, ma non dobbiamo fare altri errori come quelli per i quali anche io mi sono assunto le mie responsabilità chiedendo scusa” prosegue il vescovo, sottolineando come anche Papa Francesco abbia più volte spiegato che non si tratta di un problema isolato.

    Parlando con le vittime dei 67 abusi confermati dalle indagini, la cosa che più ha straziato Ivo Muser è che tutte loro hanno avuto la sensazione di non venire creduti, quando confessavano quanto subivano anche all’interno dell’ambito famigliare: qualcosa, quindi, deve cambiare.

    https://www.cityrumors.it/cronaca/abusi-sui-bambini-nella-parrocchia-di-bolzano-la-confessione-del-vescovo-tutti-sapevano.html

  • Il vescovo di Bolzano e la pedofilia nella Chiesa: «Tutti sapevano e tacevano»

    Il vescovo di Bolzano e la pedofilia nella Chiesa: «Tutti sapevano e tacevano»

    «Tutti dobbiamo fare dei passi per un cambio di mentalità: tanti sapevano e tacevano, questo è il nodo vero». Lo spiega, in un’intervista al Corriere della Sera, il vescovo di Bolzano e Bressanone Ivo Muser, che una settimana fa ha reso pubblico il rapporto su 67 casi di abusi sessuali avvenuti tra il 1964 e il 2023.

    «Non sono stato criticato da nessuno. Questa non è una ferita della Chiesa italiana o tedesca, ma un morbo presente in tutto il mondo. Per questo non vedo contrapposizioni. Parlando con le vittime la cosa che più mi ha straziato è sentir dire: ‘Non siamo stati creduti’; ‘Siamo stati lasciati da soli, anche all’interno delle nostre famiglie’».

    Il vescovo di Bolzano e Bressanone sottolinea che «tutta la chiesa italiana negli ultimi anni è in cammino su questo tema. Non ha senso fare una contrapposizione tra noi e il resto d’Italia perché siamo tutti sulla stessa barca. Anche il Papa ha più volte detto che non si può parlare di un fenomeno isolato».

    E infine: «D’ora in poi sarà fondamentale la prevenzione. Purtroppo il passato non si può cancellare, ma non dobbiamo fare altri errori come quelli per i quali anche io mi sono assunto le mie responsabilità chiedendo scusa», conclude.

    https://www.open.online/2025/01/28/ivo-muser-vescovo-bolzano-pedofilia-chiesa/

  • La criminalità minorile nella Chiesa: cosa rivela il primo rapporto indipendente presentato in Italia

    La criminalità minorile nella Chiesa: cosa rivela il primo rapporto indipendente presentato in Italia

    Mai prima d’ora era stata effettuata un’indagine di questo tipo all’interno della Chiesa cattolica italiana. Lunedì 20 gennaio 2025, un rapporto indipendente commissionato dalla diocesi di Bolzano e Bressanone, in Alto Adige (Nord), ha evidenziato casi di violenza sessuale commessi al suo interno. Risultato: 41 sacerdoti sono stati accusati di aver abusato di 75 persone, soprattutto minorenni, tra il 1964 e il 2023.

    L’indagine è stata condotta dalla società tedesca Westpfahl Spilker Wastl, autrice del rapporto di Monaco del 2022, in cui l’ex papa Benedetto XVI era implicato per la sua inerzia nei confronti dei preti pedofili quando era arcivescovo.

    “Errori” e “negligenze”

    Per produrre questo file di 631 pagine, gli autori hanno passato al setaccio gli archivi diocesani. È stato inoltre lanciato un invito a presentare testimonianze. «Al di là del numero delle vittime e dei sacerdoti accusati, quest’opera presenta le dinamiche e gli aspetti strutturali che hanno contribuito a questi abusi», spiega don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio di prevenzione della diocesi. Questa dimensione “sistemica” è stata rivelata nel rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) presentato ai vescovi francesi il 5 ottobre 2021.

    Gli autori descrivono nel dettaglio una ventina di casi evidenziando “errori” e “negligenze” da parte dei funzionari diocesani. Come il caso di questo sacerdote trasferito di parrocchia in parrocchia, da quasi cinquant’anni, nonostante le denunce di abusi su bambine. «Mi assumo la responsabilità degli errori commessi durante il mio episcopato», ha reagito venerdì Ivo Muser, vescovo della diocesi di Bolzano dal 2011, venuto a conoscenza dei risultati del rapporto al momento della sua pubblicazione, quattro giorni prima. Il vescovo ha chiesto “perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli”. Prima di annunciare nuove misure in arrivo, tra cui l’istituzione di “procedure più chiare”, una maggiore presenza di donne in posizioni dirigenziali, o anche un sistema di “monitoraggio e controllo”, per prevenire la recidiva in caso di sospetto abuso.

    Una diocesi in prima linea

    Da diversi anni la diocesi di Bolzano e Bressanone – culturalmente vicina alla Germania – è in prima linea nella lotta alla pedofilia nella Chiesa in Italia. Nel 2010 è stato il primo ad aprire un centro di ascolto per le vittime di preti abusivi.

    Il sondaggio pubblicato è “un’esperienza che consideriamo positivamente e che studieremo”, ha commentato mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI). Finora la Chiesa cattolica italiana si è rifiutata di affidare il dossier sugli abusi sessuali a una commissione indipendente, come in Francia. In questa fase sono stati prodotti due rapporti esclusivamente sulla base dei casi denunciati alle autorità ecclesiastiche tra il 2020 e il 2022. Un altro è previsto, alla fine del 2025, sui fatti denunciati alle diocesi tra il 2001 e il 2021.

    “Un risultato parziale”

    Ancor prima della sua pubblicazione, Francesco Zanardi parla già di “farsa”.  «Questo rapporto non sarà completo perché la Cei non tiene conto dei dati della magistratura», lamenta il presidente dell’associazione Rete l’abuso, che elenca i casi di abusi sessuali nella Chiesa italiana. Ricorda inoltre che il clero, ancora potente nel Paese, non è obbligato a denunciare queste violenze ai tribunali. Un privilegio previsto dal Concordato, adottato nel 1929 e modificato nel 1984, che definisce i rapporti tra il Vaticano e l’Italia.

    Quanto all’inchiesta della diocesi di Bolzano, Francesco Zanardi non si mostra più entusiasta. “Dove furono messi i preti violenti? Cosa è stato fatto alle vittime? », chiede. Certamente l’indagine è stata condotta da uno studio legale indipendente, “ma i dati restano quelli della diocesi. Non possono essere imparziali ”, sottolinea con scetticismo. Inoltre, questo rapporto non tiene conto né dei casi giudicati nei tribunali né di quelli denunciati negli istituti religiosi. “È un risultato parziale”, ammette Don Gottfried Ugolini. Sappiamo che questa è solo la punta dell’iceberg”.

  • Il liutaio Walter: «A 13 anni il parroco abusò di me. Ci penso ogni giorno, non mi credevano e mi davano del matto»

    Il liutaio Walter: «A 13 anni il parroco abusò di me. Ci penso ogni giorno, non mi credevano e mi davano del matto»

    Lo racconto mettendoci la faccia. Ci vuole un coraggio da matti a parlare di quanto ho subito da quel parroco quando avevo solo 13 anni, ma devo farlo perché non riaccada, perché non vi siano altri bambini vittime di abusi da parte di preti. Bisogna denunciare.

    Se avessi taciuto mi sarei sentito colpevole, in qualche modo complice». Klaus Walter parla con una voce flebile, scandendo le parole, come se dovesse digerire ancora una volta quelle disgustose, morbose attenzioni sessuali a cui è stato costretto a 13 anni. Lui è uno stimato liutaio di Bolzano di 69 anni, oltre che musicista di strada per hobby: «La migliore terapia per farmi star bene» racconta dal suo laboratorio. Il suo è uno dei 67 casi accertati di abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone avvenuti tra 1964 e 2023: 59 anni, come le vittime, all’epoca per lo più bambine, spesso femmine.

    Ventiquattro i sacerdoti che hanno approfittato di loro. Episodi, questi, ripercorsi nel report di 600 pagine – un’indagine indipendente senza precedenti in Italia – voluta dalla curia altoatesina. «Da 56 anni a questa parte – confida il liutaio – non c’è giorno in cui non pensi agli abusi subiti da quel parroco quando ero solo un bambino che pascolava le mucche in alpeggio, nei prati sotto il Corno Bianco. Per anni ho avuto gli incubi e ho pensato che quel prete avesse rovinato la mia sessualità, che non mi sarei mai fatto una famiglia.

    Lui, per le sue tendenze pedofile, era stato trasferito più volte, ma mai denunciato o sospeso: è morto riverito e rispettato. Io invece non sono stato creduto per decenni, considerato matto, e questo mi ha fatto anche andare in depressione e tentare il suicidio. Solo di recente la Chiesa ha preso le mie accuse seriamente e ha ammesso di aver sbagliato, tanto che sono arrivate le scuse del vescovo Ivo Muser, di persona e per iscritto: questo, certo, mi ha alleviato».

    Walter, ci racconta come è stato approcciato dal parroco?
    «Era l’estate del 1969, io, 13 anni, un bimbo ingenuo che nulla sapeva di sessualità, ero al maso, a pascolare le mucche nel paesino di montagna sotto il Corno Bianco, quando il parroco mi ha raggiunto. Pensavo volesse pregare con me, invece con la scusa di giocare al dottore mi ha spogliato e toccato. Mi sono arrotolato come un riccio per impedirglielo e sono anche svenuto. Purtroppo non un episodio isolato».

    Le capita di pensare spesso a quei terribili momenti?
    «Il ricordo rimane sempre e parlarne o scriverne – sto abbozzando un libro – fa molto male: è come vivere tutto di nuovo. Quella faccia diabolica, con quel sorriso che non aveva nulla di gentile, piuttosto di demoniaco, non li dimentico. Un volto che mi ha perseguitato per anni in un incubo ricorrente: io dentro una bottiglia, all’inferno, e il prete che voleva farmi uscire. Ma non è riuscito a rovinarmi la vita: Dio, la preghiera, mi hanno aiutato».

    Allora non era riuscito a reagire alle violenze?
    «Quando il prete tornava, per non farsi sentire o vedere evitava il sentiero: saltava fuori all’improvviso da un cespuglio e io mi impietrivo, non riuscivo a scappare. Mio cugino invece, 17 anni, lo aveva spinto via facendolo cadere. Allora il parroco, alla predica in chiesa, si era lamentato dei giovani molto maleducati che andavano raddrizzati. Da non crederci: la colpa era ricaduta su mio cugino che aveva trovato il modo di sfuggire alle sue avances. Quelle che ha riservato a diversi ragazzini. In un paese vicino, a detta della gente, un 14enne era anche arrivato a togliersi la vita e quel prete teneva la sua foto sulla scrivania».

    Quindi la gente sapeva? Erano fatti conosciuti?
    «Si sapeva sì che, omosessuale e pedofilo quale era, prendeva sulle ginocchia i ragazzini e tentava di abusarne o arrivava a farlo. Veniva anche insultato da alcuni parrocchiani con gli davano della poco di buono. Ma se lo raccontavi in paese di esserne stato vittima prendevi una sberla e la chiesa ti smentiva, riversava la colpa su di te: un sistema che non si poteva cambiare».

    Eppure lei non si è mai dato per vinto, no?
    «È così. All’epoca dei fatti ne avevo parlato con mia zia perpetua che mi aveva redarguito dicendo: “Non hai rispetto del parroco, lui ama i bambini, bisogna lasciarlo fare”. Solo 50 anni dopo mi ha chiamato dicendosi dispiaciuta perché non mi aveva aiutato. Ho riferito degli abusi solo in età adulta alla mia famiglia e a una stretta cerchia di amici, e mi hanno creduto. Ma non lo hanno fatto quando mi sono rivolto allo sportello abusi per vittime di abusi istituito nel 2010 dalla Diocesi, non lo ha fatto il vicario generale che invece ha coperto il mio caso, dicendomi “impossibile, quel prete prega molto e fa tanto del bene”. Lo dovevo rincontrare nel 2022, ma è morto cinque giorni prima».

    E ha provato a contattare anche il parroco prima che morisse?
    «Gli avevo scritto una lettera che avevo chiesto al vicario di fargli avere, ma mi ha detto che aveva ormai 80 anni, e non mi ha assecondato: gli avevo scritto che lo perdonavo, che pregavo per lui e volevo le sue scuse, anche se sono convinto non sarebbero mai arrivate».

    Quindi l’ha perdonato?
    «L’ho perdonato, non riesco ad odiare nessuno, anche se mi ha fatto molto male. Fa soffrire però che non abbia ammesso, che non si sia scusato, come se non si sentisse colpevole. Mi aiuta però il fatto che la Chiesa abbia cambiato atteggiamento per debellare questa piaga, e mi riferisco a papa Francesco e al lavoro importante della Diocesi di Bolzano, di prevenzione e impegno per tirare fuori tutti i casi. La Chiesa deve liberarsi di questi terribili e sporchissimi fatti, non riescono però a farlo le vittime che soffrono per una vita: loro no, non riescono a sbarazzarsene».

    Il liutaio Walter: «A 13 anni il parroco abusò di me. Ci penso ogni giorno, non mi credevano e mi davano del matto»

  • Klaus Walter, abusato da un prete pedofilo a Bolzano: «Quella faccia diabolica mi ha perseguitato per anni»

    Klaus Walter, abusato da un prete pedofilo a Bolzano: «Quella faccia diabolica mi ha perseguitato per anni»

    Klaus Walter ha 69 anni. È un liutaio e abita a Bolzano. Il suo è uno dei 67 casi accertati di abusi sessuali nella diocesi di zona tra 1964 e 2023. «Da 56 anni a questa parte non c’è giorno in cui non pensi agli abusi subiti da quel parroco quando ero solo un bambino che pascolava le mucche in alpeggio. Per anni ho avuto gli incubi e ho pensato che quel prete avesse rovinato la mia sessualità, che non mi sarei mai fatto una famiglia. Lui, per le sue tendenze pedofile, era stato trasferito più volte, ma mai denunciato o sospeso: è morto riverito e rispettato. Io invece non sono stato creduto per decenni, considerato matto, e questo mi ha fatto anche andare in depressione e tentare il suicidio», dice oggi in un’intervista a La Stampa.

    Il prete pedofilo di Bolzano-Bressanone

    Walter spiega che solo di recente la chiesa ha preso le sue accuse seriamente. Tanto che sono arrivate le scuse del vescovo Ivo Muser. «Perché lo racconto mettendoci la faccia? Ci vuole un coraggio da matti a parlarne ma devo farlo perché non riaccada, perché non vi siano altri bambini vittime di abusi da parte di sacerdoti come il sottoscritto. Bisogna denunciare. Se avessi taciuto mi sarei sentito colpevole, in qualche modo complice», spiega a Benedetta Centin.

    Poi racconta come è stato approcciato dal parroco: «Era l’estate del 1969, io, 13 anni, un bimbo ingenuo che nulla sapeva di sessualità. Ero al maso, a pascolare le mucche nel paesino di montagna sotto il Corno Bianco, quando il parroco mi ha raggiunto. Pensavo volesse pregare con me, invece con la scusa di giocare al dottore mi ha spogliato e toccato. Mi sono arrotolato come un riccio per impedirglielo e sono anche svenuto. Purtroppo non fu un episodio isolato».

    La faccia diabolica

    Il liutaio ricorda «quella faccia diabolica, con quel sorriso che non aveva nulla di gentile, piuttosto di demoniaco. Un volto che mi ha perseguitato per anni in un incubo ricorrente: io dentro una bottiglia, all’inferno, e il prete che voleva farmi uscire. Ma non è riuscito a rovinarmi la vita: Dio, la preghiera, mi hanno aiutato».

    E spiega: «Quando il prete tornava, per non farsi sentire o vedere evitava il sentiero: saltava fuori all’improvviso da un cespuglio e io mi impietrivo, non riuscivo a scappare. Mio cugino invece, 17 anni, lo aveva spinto via facendolo cadere. Allora il parroco, alla predica in chiesa, si era lamentato dei giovani molto maleducati che andavano raddrizzati. Da non crederci: la colpa era ricaduta su mio cugino che aveva trovato il modo di sfuggire alle sue avances. Quelle che ha riservato a diversi ragazzini. In un paese vicino, a detta della gente, un 14enne era anche arrivato a togliersi la vita e quel prete teneva la sua foto sulla scrivania».

    Omosessuale e pedofilo

    Secondo Walter «si sapeva sì che, omosessuale e pedofilo quale era, prendeva sulle ginocchia i ragazzini e tentava di abusarne o arrivava a farlo. Veniva anche insultato da alcuni parrocchiani con gli davano della poco di buono. Ma se lo raccontavi in paese di esserne stato vittima prendevi una sberla e la chiesa ti smentiva, riversava la colpa su di te: un sistema che non si poteva cambiare».

    E ancora: «All’epoca dei fatti ne avevo parlato con mia zia perpetua che mi aveva redarguito dicendo: “Non hai rispetto del parroco, lui ama i bambini, bisogna lasciarlo fare”. Solo 50 anni dopo mi ha chiamato dicendosi dispiaciuta perché non mi aveva aiutato. Ho riferito degli abusi solo in età adulta alla mia famiglia e a una stretta cerchia di amici, e mi hanno creduto. Ma non lo hanno fatto quando mi sono rivolto allo sportello abusi per vittime di abusi istituito nel 2010 dalla Diocesi, non lo ha fatto il vicario generale che invece ha coperto il mio caso, dicendomi “impossibile, quel prete prega molto e fa tanto del bene”. Lo dovevo rincontrare nel 2022, ma è morto 5 giorni prima».

    https://www.open.online/2025/01/25/klaus-walter-abusi-prete-pedofilo-bolzano/

  • Bolzano, i quattro vescovi che ignorarono o coprirono gli abusi. Mai rimosso il prete prescritto per cui la Curia ha risarcito

    Bolzano, i quattro vescovi che ignorarono o coprirono gli abusi. Mai rimosso il prete prescritto per cui la Curia ha risarcito

    Ipocriti consigli per terapie psichiatriche, inutili trasferimenti di parrocchia in parrocchia, incomprensibili assegnazioni in scuole come catechisti o come preparatori alla Cresima, pressioni su chi chiedeva ascolto, inspiegabile convinzione dell’innocenza anche di un condannato, benché prescritto. Sono quattro i vescovi e quattro i vicari le cui condotte – perlopiù inazioni a dire il verso – vengono analizzate nel rapporto della Diocesi di Bolzano e Bressanone sui i casi di sacerdoti pedofili che per anni, in alcuni casi decenni, hanno potuto indisturbati palpeggiare, spogliare, abusare di bambini, bambine o giovanissime donne.

    I relatori dell’indagine, elaborata dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera, dopo aver studiato caso per caso contestano al vescovo Joseph Gargitter, che ricoprì la carica dalla fondazione (1964) al 1986, “una condotta erronea e/o quantomeno impropria nella gestione” in sette casi. dimostrando “indifferenza per le esigenze dei fedeli”, evitando in un caso specifico qualsiasi “intervento mirato né, quantomeno, si adoperò affinché esso venisse disposto al fine di prevenire, per quanto possibile, ulteriori abusi del sacerdote su minori”. Diventando “corresponsabile” delle violenze ulteriori arrivate nel corso degli anni. A Wilhelm Egger viene contestato di essere stato ostile nei confronti di chi segnalava abusi e di non aver adottato provvedimenti. Viene riconosciuto a Karl Golser di essere stato in carica solo tre anni e di essersi ammalato e per questo aver affidato i due casi contestati al vicario. A Ivo Muser, attuale vescovo cui si riconosce uno “sforzo sincero volto a migliorare e possibilmente ottimizzare l’approccio nei confronti delle persone offese”, si contestano otto casi. Muser e il vicario generale Eugen Runggaldier “hanno ammesso senza se e senza ma i propri errori. È proprio questa la cultura dell’errore che ci si dovrebbe auspicare anche per il futuro, essendo l’unico modo per ottimizzare progressivamente il sistema di prevenzione e quindi evitare futuri abusi e coinvolgimenti di persone” scrivono i relatori.

    Joseph Gargitter (1964-1986) – Nessuna azione nei confronti di un sacerdote, già segnalato per i suoi comportamenti, che poté abusare una ragazzina di 11-12 anni: violenze confessate dall’autore solo decenni più tardi. Senza contare che all’inizio degli anni 2020, una persona segnalava al Centro di ascolto della Diocesi di Bolzano-Bressanone di avere subito abusi dallo stesso a scuola. Il prete avrebbe accompagnato in macchina lei e altre allieve fino a casa, negli anni Sessanta, approfittandone per toccarle nelle parti intime. La mancanza di provvedimenti innesca una “corresponsabilità in ulteriori abusi“.

    C’è poi il caso del palpeggiatore seriale che ebbe un colloquio con il vescovo ma continuò a insegnare in una scuola elementare fino alla fine degli anni Novanta, diventando poi parroco responsabile di diverse parrocchie a metà degli anni 2000. Al prete pedofilo, cui i genitori contestavano almeno sette casi di molestie su bambini tra i 7 e 12 anni, l’allora vicario generale Josef Michaeler consigliò di rivolgersi a uno psichiatra per le sue “difficoltà”. Nel corso del tempo fu trasferito 10 volte e in sette casi emersero accuse di abusi. Gargitter continuò a lasciare il sacerdote in servizio nella pastorale, affidandogli anche incarichi nel contesto dell’insegnamento della religione nelle scuole, nonostante le continue accuse provenienti da più parti. Il vescovo – dopo la controversa assoluzione – in un altro caso reintegrò un prete nel servizio scolastico. L’uomo morì alla fine degli anni 2010. Solo pochi giorni prima del suo decesso era arrivata una segnalazione al Centro di ascolto. Una persona offesa aveva riferito di abusi commessi dal sacerdote, verificatisi a suo dire nei primi anni Settanta e secondo lo stesso schema dei casi su cui si era fondato il procedimento penale. Per i i relatori: “Nonostante l’assoluzione, infatti, non potevano essere escluse, con la necessaria sicurezza, eventuali ulteriori molestie del sacerdote sulle alunne, stanti le dichiarazioni effettivamente rilasciate da una molteplicità di testimoni. Il vescovo Joseph Gargitter avrebbe pertanto commesso l’errore di non considerare la vicenda da un’ottica ponderativa e di non avere nemmeno evidentemente valutato l’adozione di misure di sicurezza”.

    In un altro caso, con vittima una bimba di quarta elementare, “nel fascicolo sul sacerdote è possibile evincere che sulla madre della bambina ci sarebbero state pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione. Il sacerdote continuò a operare sia come parroco che come insegnante (di religione). Nel corso del suo operato venivano mosse contro di lui ulteriori accuse di abusi che vedevano coinvolti minori”. Ci sono poi i casi del sacerdote che venne spinto al ricovero, ma che fuggì tornando alla sua parrocchia: non risultano altri provvedimenti. Il prete che invece “si intratteneva regolarmente a bordo della propria automobile nei pressi della stazione ferroviaria alla ricerca di giovani per scopi illegali” era stato proposto all’autorità scolastica di Bolzano perché lo impiegasse “come catechista in una scuola. Il sacerdote veniva infine allontanato dalla sua parrocchia di allora e nominato assistente religioso presso il Centro Pastorale di Bolzano, in cui parallelamente si occupava anche della preparazione alla Cresima”.

    Wilhelm Egger (1986 – 2008) – Sono sei i casi analizzati durante il mandato dell’alto prelato. Il sacerdote accusato di molestie era stato ascoltato dal vicario generale
    Josef Michaeler, per poi essere semplicemente trasferito. La Curia veniva subissata di lamentele e accuse che venivano accolte quasi con ostilità dai vertici. “Dall’esame generale del fascicolo emergono accuse di abusi sollevate in sette delle sue dieci sedi di incarico e interessanti un numero cospicuo di minori. Nei confronti del sacerdote furono altresì sollevate accuse di abusi sessuali su due donne maggiorenni”. Eppure nessuna indagine fu avviata, nessun provvedimento preso.Il vescovo “permise al sacerdote (inutilmente sottoposto a terapia psichiatrica, ndr) di continuare a operare nella pastorale nonostante le ripetute e gravi accuse mosse nei suoi confronti e senza prendere misure idonee a prevenire nuove possibili molestie sessuali a danno dei minori”. “Nell’opinione dei relatori, le azioni del Vescovo non sono dunque in linea con l’immagine che la Chiesa si prefigge di avere, improntata alla cura dei bisognosi e degli oppressi. Questa visione avrebbe dovuto obbligarlo non solo ad alleviare le sofferenze esistenti, ma anche ad assicurarsi che non ne venissero arrecate di nuove, come invece è effettivamente accaduto con le ulteriori molestie sessuali messe in atto dal sacerdote”.

    Tra i sei casi quello che risulta ancora più impressionante riguarda il caso del prete abusatore, che insegnava, e che celebrò i funerali di un giovane docente che era considerato una sua vittima. Gli fu soltanto sconsigliato di farlo. Nessun altro provvedimento. Durante una visita pastorale il vescovo raccolse soltanto le proteste dei parrocchiani, ma non fece nulla. Le lettere che avrebbe scritto il sacerdote pedofilo per scusarsi per i suoi errori non sono state trovate o rese pubbliche: fu avviata un’inchiesta della procura ma gli esiti non sono noti. Infine a “metà degli anni 2000, stando alle testimonianze, un parrocchiano si sarebbe rivolto al vicario generale Josef Michaeler, all’epoca non più attivo in queste funzioni. Chiedeva notizie sul caso del sacerdote con l’intento di scrivervi nell’ambito di una tesi di laurea. Il Vicario generale Josef Michaeler avrebbe ricevuto lo studente, ma l’atmosfera della conversazione si sarebbe ben presto surriscaldata e lo studente sarebbe stato minacciato di vedersi il futuro rovinato, se non avesse interrotto quelle sue ricerche”.

    C’è poi il caso del sacerdote che era stato condannato e fu rimosso dagli incarichi, ma Egger “ometteva di informarne la Congregazione per la Dottrina della Fede con una segnalazione invece prescritta in siffatti casi. Né disponeva l’avvio di un procedimento penale interno alla Chiesa, a giudizio dei relatori invece dovuto, e sebbene a loro parere un tale intervento fosse comunque necessario ai sensi delle vigenti norme del diritto penale canonico universale”.

    Karl Golser (2008 – 2011) – Due i casi individuati dai relatori. Il vescovo, che era malato, delegò la gestione a Josef Matzneller. Per questo la “condotta erronea e/o quantomeno impropria nella gestione del caso, collocabile tuttavia nel livello più inferiore dei possibili gradi di responsabilità”. Fu inoltre Golser a istituire in particolare nel 2010 il Centro diocesano di ascolto.

    Vescovo Ivo Muser (2011 – oggi) – Sono otto i casi contestati, due poi decaduti, all’attuale vescovo (nella foto) che ha comunque avviato il meccanismo che ha portato alla redazione del rapporto. Tra questi quello di avere mantenuto operativo un sacerdote condannato in appello e prescritto in Cassazione. Quella prescrizione permise alla vittima di ottenere un maxi risarcimento nel 2013. Per i relatori: “Sin dall’avvio delle indagini … e per tutta la durata dei processi e delle trattative di conciliazione, il sacerdote aveva continuato ad operare nella pastorale senza essere sottoposto ad alcuna forma di vigilanza. Anche dopo la conclusione dell’accordo di conciliazione, e malgrado e diverse raccomandazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede, il sacerdote continuava ad essere operativo nella pastorale, fino almeno alla stesura finale del presente rapporto, senza essere sottoposto a restrizioni né a vigilanza sul proprio operato”. In questo caso il vescovo, tra le altre cose, ha dichiarato ai relatori: “Di essere convinto sia del fatto che la persona offesa abbia subito gravi abusi e sia anche del fatto che il sacerdote non sia colpevole”. Un altro episodio riguardava la segnalazione di un sacerdote che aveva molestato in doccia una 13enne, al vicario generale Eugen Runggaldier il prete aveva dichiarato che le accuse erano diffamatorie. Il vescovo informato però non aveva adottato nessuna misura, né avviato un’indagine.

    Durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto Muser ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità, di una nuova cultura di vicinanza. Per questo oggi non si chiude un cammino, ma è un primo passo all’interno di questo cammino. Mi auguro all’interno della chiesa, delle nostre parrocchie, della nostra società, un profondo cambiamento di mentalità: bisogna prendere sul serio le vittime e il loro dolore. Prendere sul serio questa terribile ferita che c’è all’interno della nostra chiesa e della società. Ogni caso è un caso di troppo. Mi colpisce il fatto che dobbiamo imparare questa vicinanza, prendere sul serio il dolore del singolo, di ogni vittima, ed ascoltare bene le storie che ci vengono raccontate”. E dopo aver ascoltato, magari agire di conseguenza.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/22/bolzano-i-quattro-vescovi-che-ignorarono-o-coprirono-gli-abusi-mai-rimosso-il-prete-prescritto-per-cui-la-curia-ha-risarcito/7845553/

  • Il prete era un pedofilo. La sua vittima si uccise. E lui celebrò il funerale

    Il prete era un pedofilo. La sua vittima si uccise. E lui celebrò il funerale

    L’ha molestato sessualmente per anni e poi, nonostante l’indignazione dei fedeli palpabile in chiesa, ne ha celebrato persino il funerale come se nulla fosse. L’ultimo sfregio di un prete altoatesino ai danni della sua vittima, morta tra l’altro suicida, si cela dietro ’il numero quindici’. Due cifre a contraddistinguere il caso più sconvolgente fra i 67 raccolti nel poderoso report indipendente, stilato dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di Monaco, in Germania – per conto della diocesi di Bolzano-Bressanone –, con l’intento di fare piena luce sugli abusi sessuali del clero su minori e persone vulnerabili nella Chiesa bolzanina, dal 1964 al 2023.

    Per mezzo secolo un altro presbitero ha potuto molestare indisturbato delle minorenni. Malgrado gli abusi acclarati e gli indizi “di tratti considerabili assolutamente patologici della condotta del sacerdote nei confronti delle bambine” – si legge nella sintesi del rapporto –, i vertici della diocesi non hanno fatto altro che spostarlo da una parrocchia all’altra. Fino al 2010, quando il vescovo di allora, Karl Golser, lo rimosse dall’incarico. Il racconto degli orrori, commessi nella Chiesa di Bolzano-Bressanone, chiama in causa 29 chierici per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. A questi se ne aggiungono 12 nei confronti dei quali la colpevolezza non è così granitica. Cinquantanove, invece, le vittime per un totale di 67 quadri/casi di aggressioni sessuali. Di questi la gran parte – il 43% – era nota ai vertici ecclesiali già prima del 2010, anno in cui, per volere del vescovo Golser, nella diocesi fu intrapresa la linea della tolleranza zero, comprovata dall’istituzione del primo sportello nella Chiesa italiana per le vittime della pedofilia del clero. Quanto all’età dei preti autori delle violenze, si aggira tra i 28 e i 35 anni, mentre si scende a 8-14 in relazione alle vittime, il 51% delle quali di sesso femminile a dispetto di quanto riscontrato in analoghe indagini condotte in Germania.

    Il rapporto consta di oltre 600 pagine ed è il frutto dell’ascolto di testimoni dell’epoca, della ricezione di segnalazioni – a farsi avanti sono state soprattutto donne – e della disamina di fascicoli riservati. Si tratta del primo dossier indipendente confezionato nella Chiesa in Italia e nella stessa diocesi di Bolzano-Bressanone, autrice in passato di un paio di report gestiti a livello diocesano. A riprova dell’assoluta trasparenza, sulla falsariga di lavori simili svolti in Francia e Irlanda, si sottolinea come la pubblicazione dell’indagine sia stata di esclusiva competenza dei relatori bavaresi senza che alcun risultato fosse anticipato ad esponenti della diocesi. Lo stesso vescovo attuale di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, ne è venuto a conoscenza solo dopo la conferenza stampa di ieri.

    Il documento denuncia carenze sistemiche nella gestione degli abusi dal 1964, anno d’istituzione della diocesi, al 2023, quando lo studio legale ha ricevuto il mandato. Si parla di clericalismo e sistemi di alleanze maschili, tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità, timore dello scandalo e assenza di una cultura dell’errore. Se per privacy non sono stati diffusi pubblicamente i nomi di colpevoli e vittime – questi sono contenuti in un rapporto desecretato consegnato nelle mani del vescovo –, tuttavia i legali tedeschi non lasciano spazio ad equivoci su silenzi, omissioni e responsabilità nel mancato contrasto alla piaga degli abusi, in particolare da parte del vescovo Wilhelm Egger, deceduto nel 2008.

    “Non conoscevo questi dati – è stato il commento a caldo del vescovo Muser –, tutto è iniziato con il mio consenso ad aprire tutti gli archivi della nostra diocesi. Vi posso garantire che ho imparato molto, ho imparato quanto distruttivo e umiliante sia l’abuso sessuale”. Sotto la presidenza del cardinale Matteo Zuppi anche la Chiesa italiana nel 2022 ha pubblicato un primo rapporto sulle violenze del clero ai danni dei minori. Il cambio di passo rispetto al passato è stato sensibile, anche se nel nostro Paese solo la diocesi di Bolzano ha scelto finora di percorrere la strada chiara e netta dell’indagine indipendente.

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