Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per danni conseguenti ad abusi sessuali. Un ex insegnante di religione chiede un milione di euro di risarcimento per le violenze sessuali, che dichiara di aver subito quando era ancora minorenne, ai due ecclesiastici e alla diocesi di Ugento, dove si sono verificati i fatti alla fine degli anni Ottanta. La prima udienza si è tenuta il 22 ottobre davanti alla giudice del Tribunale di Lecce Silvia Saracino.

    Avete letto bene: un vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di un risarcimento milionario per abusi sessuali ripetuti su un minorenne. I presunti reati sono ormai prescritti, ma resta aperta la possibilità di ottenere un risarcimento in sede civile, anche a quasi quarant’anni dai fatti denunciati. Tutti e tre i convenuti – don Stefano Rocca, monsignor Gerardo Antonazzo e la diocesi di Ugento – hanno contestato le accuse e, nelle rispettive memorie difensive, eccepito la prescrizione del diritto al risarcimento.

    La palla ora passa alla giudice, che si è riservata di decidere sulle eccezioni della controparte, ma la notizia di per sé è enorme, a prescindere dall’esito del procedimento, perché illumina con chiarezza un mondo di preti e vescovi che vive nel terrore della denuncia ed è disposto a fare qualsiasi cosa per evitare che la verità venga alla luce. Un sottobosco di ricatti, pentimenti, confessioni, promesse e segreti per nascondere un reato orribile – l’abuso su minori – che avevamo già incontrato a Enna, nella storia processuale di don Giuseppe Rugolo e del suo protettore, il vescovo Rosario Gisana, e che ora vediamo riprodotta in un’altra diocesi. Una storia che vale la pena ricostruire nei minimi dettagli, proprio come abbiamo fatto con Gisana e Rugolo, perché è l’unico modo per descrivere compiutamente l’abisso in cui la Chiesa rischia di essere trascinata dal silenzio e dall’omertà sugli abusi clericali.

    Vedremo anche come il vescovo si attardi a discutere dei propri peccati con la stessa persona che è andata da lui a chiedergliene conto, e cosa si inventerà per tenerla buona.

    Ma andiamo con ordine.

    In Italia non ci sono vescovi indagati o tantomeno condannati per abusi sessuali. Ci sono vescovi accusati di aver insabbiato e coperto casi di sacerdoti accusati di pedofilia e, certo, c’è almeno un caso di vescovo indagato per falsa testimonianza nell’ambito di un processo per violenza su minori – il già citato vescovo di Piazza Armerina, che deve rispondere davanti a un tribunale dello Stato (la sentenza è attesa per l’11 dicembre) di menzogne e omissioni su Rugolo, già condannato a tre anni in Cassazione.

    Per il resto, le più che scarne cronache del nostro paese restituiscono qualche nome di vescovo interpellato come testimone (Oscar Cantoni, Diego Coletti della diocesi di Como, nell’ambito dell’intricata faccenda del Preseminario San Pio X) e un caso più unico che raro: un vescovo che ammette di aver sbagliato e di non aver vigilato a sufficienza su quello che accadeva in diocesi (Ivo Muser, vescovo di Bolzano, a capo dell’unica diocesi ad aver richiesto un’indagine indipendente sugli abusi, resa pubblica nel gennaio 2025).

    Quindi tutti buoni in Italia?

    Certo che no: nel nostro paese, semplicemente, pesa molto di più la cappa di omertà sulle responsabilità (anche penali) delle autorità ecclesiastiche e, per il malvezzo nostrano di non cercarsi guai, delle rogne della Chiesa non si parla. Di quel che avviene nei tribunali vaticani non val nemmeno la pena dare conto perché niente si dice – non siamo tenuti a sapere, neanche le vittime che denunciano una violenza ne hanno il diritto – e i pochissimi casi di denuncia nei confronti di personaggi di rilievo arrivati davanti a un giudice dello Stato sono finiti con un’archiviazione per denuncia tardiva o prescritti. Uno per tutti, il mancato vescovo ausiliario di Palermo, il frate cappuccino Giovanni Salonia; ma lo stesso si potrebbe dire del “mendicante d’amore”, missionario e predicatore carismatico della diocesi di Bergamo Valentino Salvoldi. Un caso a parte è quello della suora che osò denunciare per stupro il cosentino padre Fedele, un’ordalia giudiziaria durata dieci anni e che si è conclusa con l’assoluzione del francescano.

    In Italia non ci sono vescovi indagati per abusi sessuali o citati in sede civile in seguito ad abusi sessuali su minorenni, o almeno non c’erano fino ad oggi, ma ancora una volta la stampa sembra lenta (diciamo così) nel darne conto. Repubblica il 9 dicembre 2025 dà la notizia che due sacerdoti sono stati chiamati in giudizio da un ex insegnante di religione, che chiede un mega risarcimento per i danni conseguenti alle violenze subite dai due quando era un seminarista minorenne: 300mila euro per la perdita di qualsiasi prospettiva lavorativa e altri 700mila per il danno psico-fisico. Un milione tondo.

    Il giornale non fa i nomi degli accusati ma non dice nemmeno che uno dei due non è un semplice prete ma addirittura un vescovo; non fa nemmeno il nome della vittima, salvo poi lasciarselo sfuggire alla fine:

    «In aula verranno raccolte le deposizioni di altri sette seminaristi citati da Schiavano che chiede anche di disporre una consulenza medica per accertare le lesioni fisiche e psichiche causate dai presunti abusi».

    In ogni caso, la notizia passa sostanzialmente sotto silenzio (altre due mele marce, secondo la narrazione della Chiesa, niente di particolarmente rilevante) e non se ne sa più nulla. In realtà quella cronaca frettolosa come abbiamo visto contiene una bomba: uno dei due preti accusati di abusi su un adolescente è un vescovo.

    I fatti, con nomi e cognomi, sono questi: Antonio Schiavano, un ex insegnante di religione di Taurisano, in provincia di Lecce, ha citato in giudizio davanti al giudice civile con la richiesta di risarcimento per danni derivati da abusi sessuali don Stefano Rocca, all’epoca seminarista e oggi sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e l’allora rettore del Seminario minore di Ugento, monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, in provincia di Frosinone. Don Stefano Rocca (che ha già affrontato un’indagine per abusi nell’oratorio di Ugento nel 2011, poi archiviata per mancanza di querela) e monsignor Gerardo Antonazzo, anche lui come vedremo non nuovo a guai giudiziari, sono stati chiamati davanti alla giudice civile di Lecce il 22 ottobre.

    Le accuse sono pesantissime. In seminario Antonio Schiavano dichiara di aver subito insieme ad altri ragazzi reiterate aggressioni sessuali da parte di un altro seminarista, Stefano Rocca. Il rettore don Gerardo Antonazzo sa tutto e ci aggiunge del suo, come si legge nell’atto di citazione nella prosa ispirata dell’avvocato Vito Nicola Ciullo:

    «diffuse violenze sessuali perpetrate in danno dell’attore e di altri adolescenti del seminario minore della Diocesi di Ugento avvenivano con allarmante frequenza nella piena consapevolezza – o, forse, è meglio dire accondiscendenza – dell’allora Rettore del Seminario, Don Gerardo Antonazzo, anch’egli, purtroppo, già noto alle cronache di Sora e anch’egli autore di morbose attenzioni nei confronti dell’adolescente e ingenuo Antonio, inconsapevole vittima di palpeggiamenti dei genitali, masturbazioni, maliziosi baci e tentate penetrazioni consumate nella camera da letto, (…) dove il sacerdote si recava con il pretesto di un raccoglimento individuale di preghiera; inducendolo, in un crescendo di attenzioni e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute».

    Insomma il rettore, stando a questa ricostruzione, invece di fermare il seminarista abusatore approfitta della sua posizione e violenta a sua volta Antonio, che all’epoca ha soltanto quattordici anni. Chi dovrebbe proteggerlo è colui che gli fa violenza: a chi potrebbe chiedere aiuto il ragazzo?

    È una storia terribile ma illuminante perché, se dovesse essere confermata, descriverebbe nel dettaglio come si mette in moto la macchina omertosa della Chiesa quando si verifica un caso di abuso. Una vicenda ricca di colpi di scena e che vale davvero la pena ricostruire dall’inizio.

    Nella sua ormai lunga carriera ecclesiastica (Antonazzo è del 1956), il vescovo del Frusinate oggi citato in giudizio ha avuto anche diversi incarichi importanti – è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, cappellano di Sua Santità – ma è stato soprattutto in mezzo ai ragazzi. Lo troviamo educatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, delegato per la pastorale giovanile e soprattutto rettore del Seminario minore di Ugento dal 1987 al 1995. Ed è proprio qui che incontra Antonio Schiavano che, appena quattordicenne, è entrato in seminario con la vocazione di farsi prete.

    Antonio, che all’epoca è chierichetto e frequenta la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di Taurisano, un piccolo centro a un’ora di distanza da Lecce, comincia a sentire una tensione verso il sacerdozio, alimentata proprio da don Antonazzo, impegnato nella pastorale vocazionale – il prete di fatto va a caccia di seminaristi – nelle parrocchie della diocesi di Ugento.

    «Don Gerardo era molto bravo nella pastorale vocazionale – ricorda oggi Antonio Schiavano – il seminario di Ugento si era svuotato e il suo incarico era proprio di suscitare nuove vocazioni. Era molto coinvolgente e io che ero già chierichetto avevo spesso occasione di stargli vicino. A dodici anni ho cominciato ad andare d’estate a Tricase Porto, dove ci trovavamo tutti insieme: chi era già seminarista e chi era interessato a diventarlo, come me. L’ambiente era amichevole, si giocava a calcio, ci si confrontava; l’atteggiamento di don Gerardo era affettuoso e particolarmente attraente per un ragazzino bisognoso d’affetto come me».

    Antonio vuole entrare in seminario ma i genitori, in particolare la madre, non sono d’accordo. Il ragazzino è ancora piccolo e la retta costa, ma don Gerardo, che nel frattempo è diventato rettore, li convince che il ragazzo e la sua vocazione sono in buone mani. Così nel 1988, appena quattordicenne, Antonio entra nel Seminario minore di Ugento. In un primo tempo, tutto funziona regolarmente: Antonio segue le lezioni, si fa degli amici, fra cui Stefano Rocca, di qualche anno più grande di lui. Rocca ha l’incarico di assistere i seminaristi più giovani nelle attività educative e sportive e questo gli dà l’occasione di avvicinarsi ad Antonio. D’estate, come abbiamo visto, i seminaristi si trasferiscono al mare, a Tricase Porto, ed è qui che cominciano le molestie e gli approcci sessuali da parte di Rocca, che dai baci si spinge alla masturbazione e al tentato stupro nei confronti di Antonio. Ecco cosa si legge nell’atto di citazione:

    «Don Stefano Rocca (…) nei confronti dell’incolpevole e ingenuo attore (Schiavano, ndr), che mai avrebbe pensato che proprio in quei luoghi sacri, oltre al latino, al greco e alle consuetudini formative proprie di un seminario, avrebbe scoperto, altresì, quelle ripugnanti prassi che albergavano serenamente nelle stanze della Diocesi di Ugento, senza alcuna vigilanza dei prelati e dell’allora Vescovo Monsignor Mario Miglietta».

    Come abbiamo anticipato, anche il rettore Antonazzo è accusato di aver costretto Antonio con le minacce «a subire violenze sessuali ripetute». Il ragazzo reagisce alle violenze con il terrore e, come spesso accade alle vittime di abusi, con «una reazione emotiva di congelamento e di involontaria e temporanea paralisi e impotenza che gli inibiva il movimento e la parola e che lo isolava in un profondo stato di sottomissione».

    «Per me don Gerardo era una guida spirituale, nella mia innocenza mi affidavo totalmente a lui ed ero sempre disponibile ad aiutare», racconta Antonio. Nel 1988 mi chiese di dargli una mano a organizzare il seminario estivo a Tricase Porto, così siamo rimasti qualche giorno da soli prima che arrivassero gli altri. Lui cercava ogni occasione buona per avere dei momenti di intimità con me e mi baciava dappertutto, mi toccava. Io non rispondevo, non sapevo nominare quel che succedeva. “È un modo per volersi bene”, mi diceva, o anche “il Signore vuole cementare la nostra amicizia e mettere alla prova la tua vocazione” e “la nostra amicizia durerà per sempre, anche quando sarai prete”. Ovviamente non dovevo parlarne con nessuno e tenere per me “questa amicizia particolare”».

    Antonio sostiene di non essere stato l’unico a subire le attenzioni del rettore: «Nel dormitorio non c’era la possibilità di accendere una lampada vicino al letto – ricorda Antonio – il rettore spegneva la luce e chiudeva la porta e lo stanzone piombava nel buio. A volte, di notte lo sentivo accanto al mio letto con un altro ragazzo, sentivo la sua voce e il suo ansimare. L’ho anche sorpreso a baciare altri seminaristi e una volta ho visto un ragazzo, poi diventato prete, fare la doccia nel suo bagno privato».

    E qui si mette in moto la catena del silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo dell’epoca Mario Miglietta (morto nel 1996) viene avvertito della situazione (da un ragazzo che oggi è stato chiamato come testimone da Schiavano) ma non prende provvedimenti, anzi, secondo l’atto di citazione liquida le segnalazioni attribuendo ai ragazzi un’eccessiva fantasia, consentendo di fatto agli abusatori di continuare a fare violenza sui ragazzini. «Miglietta d’altronde non disdegnava nemmeno lui di allungare le mani, come ho potuto verificare di persona», ricorda Schiavano.

    Lo stesso fa il vescovo Vito De Grisantis, che regge la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca dal 2000 al 2010, e che affida proprio a Stefano Rocca, nel frattempo diventato prete, la gestione dei ragazzi dell’oratorio:

    «il successivo Vescovo Monsignor Vito De Grisantis – anch’egli esaustivamente edotto delle abitudini pedofile che albergavano nel clero diocesano di Ugento- affidava paradossalmente a Don Stefano Rocca la guida spirituale dell’oratorio di Ugento».

    La difesa della diocesi contesta espressamente il linguaggio dell’atto di citazione, compreso il passaggio su monsignor Miglietta, e ne chiede la cancellazione ai sensi dell’articolo 89 del codice di procedura civile. Vedremo che cosa deciderà di fare la giudice.

    Intanto Antonio è stato “prudentemente” mandato ad Alba, in provincia di Cuneo, a frequentare il seminario maggiore, probabilmente nella speranza che il cambiamento d’aria gli faccia dimenticare le brutte esperienze subite. Per qualche anno tutto sembra proseguire tranquillamente, finché nel 1998 viene dichiarato non idoneo al ministero.

    «Non me ne capacitavo, l’espulsione dal seminario dopo dieci anni è stato un altro trauma – dice Schiavano – Ho chiesto a tutti cos’era successo: al vescovo di Ugento Caliandro, al rettore del Seminario di Alba, ma nessuno mi ha dato una spiegazione. Oggi, dopo 28 anni, la diocesi di Ugento ha prodotto per la causa civile un documento dell’epoca in cui si dice che mi avevano espulso per problemi psicologici, utilizzando tra l’altro un documento coperto da privacy».

    Costretto a cercarsi un lavoro, Schiavano si arrangia con diverse occupazioni finché nel 2009 ottiene un posto come insegnante di religione a Torino. Due anni dopo ottiene il sospirato trasferimento in Puglia, vicino a casa, al liceo Stampacchia di Tricase. Non ha più contatti con il suo ex compagno di seminario e il suo vecchio rettore, che intanto hanno fatto, a modo loro, carriera.

    Nel 2010 la Procura di Lecce iscrive infatti don Rocca nel registro degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di giovani che frequentano l’oratorio parrocchiale. Secondo le cronache dell’epoca, durante gli interrogatori il sacerdote ammette di aver avuto rapporti sessuali con quattro giovani ma sostiene che si trattava di rapporti consenzienti con maggiorenni.

    Nel settembre 2011 il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura con la motivazione che la querela non è stata presentata nei termini di legge e quindi non si può procedere. Don Stefano, rimpianto dai suoi parrocchiani e con gravi crisi personali, viene trasferito in Umbria.

    In quel periodo Antonazzo è per breve tempo amministratore diocesano di Ugento ma nel 2013 arriva la svolta con la nomina a vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. I guai però arrivano anche per lui: il 3 aprile 2016 si apprende dai giornali che Antonazzo sarebbe accusato di abusi nei confronti di addirittura otto giovani. La procura della Repubblica di Cassino apre un’inchiesta, poi chiusa ancora una volta per difetto di querela:

    «Con decreto emesso il 17 agosto 2016, il Giudice per le indagini preliminari di Cassino, dott.ssa Donatella Perna, ha archiviato il procedimento penale iscritto a carico del Monsignor Gerardo Antonazzo, in quanto difettava una valida querela, necessaria per la procedibilità dell’azione penale».

    Passano pochi anni e in Antonio il trauma degli abusi torna a galla. A scuola gli hanno ridotto le ore di insegnamento e comincia a soffrire di depressione e disturbi psicosomatici. A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali: vuole dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.

    È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono nella villa del vescovo per chiarire la situazione. Schiavano chiede ad Antonazzo se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati.

    Nella prossima puntata vedremo come risponde il vescovo e cosa propone al suo ex allievo venuto a chiedere ragione dei turbolenti anni passati in seminario. Vedremo anche come reagisce don Rocca alle stesse richieste e la risposta della diocesi di Ugento, chiamata a risarcire Schiavano in solido con i due preti.

    (Continua. La foto di copertina è di Jomarc Nicolai Cala su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/chiesto-un-milione-di-euro-di-risarcimento?r=95a78w

  • Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Veladiano: «Abusi nella Chiesa, per uno che agisce dieci vedono o sospettano e tacciono»

    Parlare di pedofilia nella Chiesa rimane difficile e complesso. Lo è anche quando a farlo è una scrittrice e teologa che conosce all’interno quel mondo, ne condivide la dimensione spirituale e decide di affrontarlo non con pamphlet, ma attraverso la letteratura. Mariapia Veladiano lo ha sperimentato presentando in questi mesi “Dio della polvere” (Guanda editore).

    Ormai è trascorso un anno dalla sua uscita: s’immaginava che sarebbe stato così complicato parlare di pedofilia, nelle parrocchie, nelle librerie, soprattutto al Sud dove non è mai stata invitata?

    Lo sospettavo sì, ma speravo di no perché oggi il tema della violenza del clero sui minori è fondamentale per la credibilità della chiesa. Ci sono teologi come Massimo Faggioli e Hans Zollner convinti che la risposta della chiesa cattolica alla pedofilia dei suoi preti rappresenti un punto di svolta decisivo in questo momento. Nel mondo sono state realizzate indagini indipendenti, sono state adottate procedure di giustizia e verità nei confronti delle vittime di violenza del clero. In Italia ancora no e non è consapevolezza comune quanto tutto questo sia grave. Ma la storia della pedofilia nella chiesa è una storia di potere e abuso che deve convertirsi in storia d’amore per le vittime e lo si può fare se davvero si passa attraverso la giustizia, cioè il riconoscimento dei fatti e la condanna del colpevole.
    In alcuni video denuncia il cortocircuito che si è venuto a creare: la signora che la insulta pesantemente, che dice che vuole stare tranquilla quando manda i nipoti a catechismo.

    Come se non si volesse parlare di quest’argomento. Oppure il libraio che le ha detto che con romanzi così si va solo in mezzo a grane…

    Non so se sia un insulto, ma la signora ha detto, in pubblico, che mi chiamo Mariapia ma di pio non ho niente e che raccontando storie così distruggo la chiesa che lei vuole pensare sicura. Ha concentrato una serie di osservazioni che poi ho incontrato spesso: meglio non sapere; bisogna preservare la chiesa; chi parla di pedofilia del clero oscura il bene che la chiesa fa. Non ci sono le vittime nei pensieri di queste persone e ci si chiede come sia possibile. Ma le vittime sono vite distrutte, famiglie che quando scoprono di non aver saputo proteggere un figlio implodono, si consumano nei sensi di colpa.

    Alcuni sacerdoti hanno sostenuto di essere loro le vittime perché se cercano di essere affettuosi con un bambino vengono subito additati come possibili pedofili. Insomma tanta confusione, giusto?

    Sì. Anche questo è capitato pubblicamente. È una bella capriola logica, vero? I fatti sono preti che usano violenza ai bambini e alle bambine e questa interpretazione ecclesiastica dice invece che le vittime sono i preti buoni. Un altro tipo di autocommiserazione è uscito quando un prete ha detto: ce l’hanno tutti con noi, mancava anche il fuoco amico. Sono posture vittimistiche che non vedono il dolore delle persone ferite. Vien da dire che manca proprio amore. In realtà non c’è innocenza se si fa parte di un sistema che è colpevole di silenzi, coperture e omissioni. Lo mostrano le indagini, ad esempio quella recente realizzata in Francia proprio dalla Conferenza episcopale francese, il Rapporto CIASE. Lo si può leggere online. Il problema non è che ci sono preti pedofili, purtroppo il male esiste ovunque. È che la chiesa li sposta di parrocchia in parrocchia. In Italia, al contrario di quanto accade in Francia, non c’è obbligo di denuncia del prete pedofilo da parte del vescovo. Ma la chiesa avrebbe strumenti giuridici interni per esercitare una forma di giustizia.

    Perché ancora oggi la parola pedofilia associata alla Chiesa suscita reazioni così forti, fino al rifiuto stesso di parlarne?

    Per il clericalismo, che Papa Francesco diceva il grande male della chiesa. Clericalismo vuol dire pensare che i preti per il fatto di essere preti sono superiori rispetto ai laici. C’è la dottrina dell’elezione, che alimenta questo pensiero e atteggiamento. E del resto, una decina di canoni del codice di diritto canonico ci definisce “sudditi”, dei Vescovi. C’è da dire che a volte i laici sono più clericali dei preti. Perché sono stati educati così. Il buon cattolico come persona moderata, accomodante, che non denuncia per il bene della chiesa.

    Ha incontrato resistenze anche in ambienti in cui non si aspettava accadesse e, al contrario, qualcuno o qualcosa l’ha sorpresa per la capacità di ascolto?

    Fra i primi inviti c’è stato quello con la Diocesi di Bolzano-Bressanone dove il vescovo Ivo Muser ha commissionato, unico in Italia, un’indagine scientifica sui casi di abuso e violenza dall’anno della fondazione della Diocesi. Un’indagine esemplare. Poi c’è stata Senigallia e ancora Pinerolo, con il vescovo Derio Olivero che ha voluto dialogare in prima persona. Uno splendido incontro. Resistenze? Sì. Tanti silenzi inattesi.

    Dove finisce la responsabilità individuale di chi commette un abuso e dove inizia quella di un’istituzione che per anni può averlo taciuto e minimizzato?

    La violenza o l’abuso sono sempre opera di una persona e questa è la responsabile. Ma le indagini mostrano che per uno che fa, dieci vedono, o sospettano e tacciono. L’istituzione è responsabile se non lo ferma una volta che i fatti vengono alla luce, se favorisce un clima che non incoraggia la denuncia. A fine 2025 il Pontificio servizio tutela dei minori – che si occupa di abusi in tutto il mondo – ha scritto nel suo rapporto che «in Italia c’è una notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi». Questa è una responsabilità dell’istituzione chiesa.

    Quanto pesa ancora oggi il pregiudizio quando si parla di abusi nella Chiesa e quanto rischia paradossalmente di impedire una discussione seria?

    Il teologo Zollner ha scritto che è tutto molto difficile nelle culture che coltivano “il fare bella figura” come valore, potremmo dire le apparenze. E l’Italia così è.

    Sostiene che ci può essere un futuro per la Chiesa se smette di insabbiare e nascondere. Se permette indagini indipendenti. Nessuna istituzione può riformarsi da sola. Ci sono stati cambiamenti al riguardo?

    In Italia? A parte l’iniziativa del vescovo Muser, no. So che si alzeranno persone a dire che esiste nelle diocesi il Servizio tutela minori per l’ascolto delle vittime e la prevenzione, ma prima di tutto deve venire la giustizia per chi ha subito violenza. Il mio è un romanzo e sono andata soprattutto nelle librerie dove in questi mesi ho incontrato alle presentazioni tante vittime e altrettante mi hanno scritto usando il sito dopo aver letto il libro. Quanto dolore. Non hanno ottenuto giustizia e questo non dà pace alle loro vite. Sempre chiedo alla fine: dov’è il prete colpevole? Le risposte si ripetono: in un’altra parrocchia, in missione nel sud del mondo.

    Affronta quest’argomento anche nell’ultimo libro del Post di Luca Sofri che verrà pubblicato a settembre,dedicato alla Chiesa dove lei parlerà di pedofilia. Servirà per raggiungere un pubblico più ampio e per affrontare un tema non solo in termini letterari ma saggistici e giornalistici di approfondimento?

    Sì. Il libro fa parte della collana “Cose spiegate bene”. Il titolo è “La più grande organizzazione del mondo”. Il saggio sulla pedofilia è parte di un’indagine molto più ampia che mette a tema le caratteristiche di struttura, potere e servizio della chiesa cattolica.

    https://www.ilgiornaledivicenza.it/argomenti/cultura/cultura/veladiano-abusi-nella-chiesa-per-uno-che-agisce-dieci-vedono-o-sospettano-e-tacciono-1.13109765

  • Bozano Bressanone – SILENTIUM

    Bozano Bressanone – SILENTIUM

    di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.

    Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.

    Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)

  • Sacerdote di Innsbruck denuncia abusi subiti 40 anni fa a Lana

    Sacerdote di Innsbruck denuncia abusi subiti 40 anni fa a Lana

    Un sacerdote della Diocesi di Innsbruck ha reso pubblica una denuncia per abusi subiti oltre quarant’anni fa durante un periodo di permanenza presso l’Ordine Teutonico a Lana, in Alto Adige. All’epoca dei fatti, il religioso – oggi sessantenne – aveva 19 anni ed era agli inizi del proprio cammino verso il sacerdozio.

    In un’intervista all’emittente pubblica ORF, ha spiegato di essere “il primo sacerdote in Austria ad avere il coraggio di compiere questo passo”, aggiungendo di essere certo di “non essere l’unico”. Secondo il suo racconto, l’autore dell’abuso sarebbe stato un superiore dell’ordine religioso, oggi deceduto. L’episodio sarebbe avvenuto nella stanza del giovane seminarista, con un comportamento che il sacerdote descrive come “mirato”.

    Una volta rientrato a casa, il futuro prete avrebbe confidato l’accaduto a un confratello, ma la reazione di quest’ultimo – che lo avrebbe ritenuto responsabile e avrebbe sostenuto che le tendenze dell’aggressore fossero note – avrebbe causato una seconda ferita, inducendolo al silenzio per decenni. La decisione di parlare pubblicamente oggi, spiega, nasce dal desiderio di “dare coraggio ad altri” che potrebbero aver vissuto esperienze simili. In un comunicato ufficiale, la Diocesi di Innsbruck ha espresso al sacerdote “rispetto e riconoscenza” per la sua scelta, definendola “un forte segno di apertura e responsabilità”.

    L’istituzione ha inoltre assicurato il proprio sostegno e accompagnamento. Secondo i dati citati da ORF, la Commissione Indipendente austriaca per la tutela delle vittime ha ricevuto dal 2010 a oggi circa 3.600 segnalazioni di presunti abusi riconducibili all’ambiente ecclesiale nel Paese.

    Intanto a fine anno don Gottfried Ugolini, sacerdote e psicologo, lascerà l’incarico di referente per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, oltre al posto nel gruppo direttivo del progetto “Il coraggio di guardare”, da cui è nato il Rapporto indipendente sugli abusi nella diocesi, affidato allo studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl.

    Su mandato del vescovo Ivo Muser, don Ugolini assumerà ora la responsabilità della pastorale per i sopravvissuti ad abusi e violenze, offrendo sostegno diretto a chi ha subito – o è stato indirettamente coinvolto in – situazioni di abuso sessualizzato. “Sarò disponibile per colloqui e percorsi di accompagnamento”, ha spiegato, precisando che manterrà anche gli attuali incarichi nella pastorale giovanile e nel supporto al personale ecclesiale. Dopo quindici anni di attività ritenuta pionieristica nel campo della prevenzione, Ugolini parla di un “passaggio di consegne necessario”.

    Il progetto “Il coraggio di guardare” proseguirà fino al 2026, garantito dal gruppo direttivo che definirà nuovi obiettivi una volta nominata la nuova presidenza. Il sacerdote continuerà inoltre a collaborare nella formazione sui temi della prevenzione. Obiettivo del suo nuovo ruolo, sottolinea, sarà “sostenere chi porta sulle spalle il peso di traumi e violenze”, attraverso incontri, consulenze e momenti di ascolto dedicati.

    https://altoadigetv.it/news/sacerdote-di-innsbruck-denuncia-abusi-subiti-40-anni-fa-a-lana-4409

  • Altre trenta persone hanno denunciato presunti abusi sessuali commessi da sacerdoti in Alto Adige

    Altre trenta persone hanno denunciato presunti abusi sessuali commessi da sacerdoti in Alto Adige

    Negli ultimi mesi la diocesi di Bolzano-Bressanone ha ricevuto trenta nuove segnalazioni di presunti abusi sessuali su minori e persone vulnerabili che sarebbero stati commessi da sacerdoti soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta. Le persone che hanno denunciato si sono fatte avanti dallo scorso gennaio, dopo la pubblicazione dei risultati della prima indagine fatta dalla diocesi, la prima così approfondita promossa finora dalla Chiesa cattolica italiana.

    La notizia delle nuove segnalazioni è stata data da don Gottfried Ugolini, responsabile del Servizio per la tutela dei minori della diocesi, durante un convegno intitolato non a caso «Il coraggio di agire».

    Ugolini ha detto che almeno due sacerdoti accusati dalle nuove segnalazioni sono ancora vivi, ma non più in servizio. «Un cambio radicale è stato avviato: si è compreso che ci sono strutture, mentalità e tradizioni che non prendono ancora sufficientemente a cuore questa piaga», ha detto Ugolini. «Serve un cambiamento culturale strutturale basato sulla responsabilità personale per una comunità ecclesiale e sociale più umana, più cristiana, più socialmente giusta e solidale».

    Il rapporto pubblicato a gennaio è il risultato di un lungo lavoro di uno studio legale tedesco incaricato di indagare dalla stessa diocesi di Bolzano-Bressanone. Gli avvocati hanno esaminato un periodo di tempo molto ampio – 60 anni – trattando il problema degli abusi sessuali in modo dettagliato, parlando tra le altre cose della sistematicità delle violenze.

    Erano state rilevate in totale 67 presunte situazioni di abuso, a cui ora sono state aggiunte le trenta emerse negli ultimi mesi: in totale sono circa un centinaio di casi. Le presunte vittime segnalate nel primo rapporto erano 75, di cui 51 femmine, 18 maschi e 6 di cui non si conosce il sesso. Quasi tutti erano minorenni: il 51 per cento delle femmine aveva tra gli 8 e i 14 anni, mentre la metà dei maschi aveva meno di 18 anni. Secondo quanto ricostruito nel rapporto, tre uomini si sono suicidati decenni dopo aver subìto violenza.

    Nel 2010 la stessa diocesi era stata la prima ad aprire un centro di ascolto per gestire le segnalazioni di abusi sessuali commessi da chierici. Nel podcast del Post «La bomba», i vaticanisti Iacopo Scaramuzzi e Alvise Armellini hanno spiegato che l’atteggiamento più autocritico della diocesi di Bolzano va attribuito soprattutto alla vicinanza culturale con la Germania, dove già quindici anni fa si iniziò a pubblicare in maniera piuttosto sistematica i primi rapporti sugli abusi all’interno della Chiesa.

    Come ha scritto il Corriere dell’Alto Adige, il vescovo Ivo Muser ha ammesso gli errori commessi dalla Chiesa. Muser ha detto inoltre che le vittime degli abusi saranno coinvolte nei processi decisionali della diocesi e ha annunciato un’estesa riorganizzazione della prevenzione per garantire una documentazione trasparente di tutte le decisioni prese e delle responsabilità. «Non possiamo cambiare il passato, ma per il futuro serve professionalità e ascolto vero», ha detto il vescovo. «La piaga dell’abuso è presente all’interno della Chiesa, delle famiglie, in tutti gli ambiti della società. Dobbiamo collaborare, guardare in faccia quello che accade e andare avanti insieme».

    Il dossier pubblicato a gennaio insisteva in modo particolare sulla mancanza di una «cultura dell’errore» all’interno della diocesi: stava a indicare il prolungato rifiuto di molti responsabili ecclesiastici di affrontare in modo adeguato i sacerdoti accusati di avere commesso abusi, per non dover ammettere di aver sbagliato a gestire casi simili in passato e per evitare di dover correggere le decisioni dei propri predecessori.

    https://www.ilpost.it/2025/11/08/nuovi-abusi-sacerdoti-diocesi-alto-adige/

  • BOLZANO – DIOCESI E ABUSI, DA GENNAIO ALTRI 30 CASI

    BOLZANO – DIOCESI E ABUSI, DA GENNAIO ALTRI 30 CASI

    Il vescovo Ivo Muser ammette di aver sbagliato nell’assegnare alla pastorale in val Pusteria un sacerdote condannato per abusi su minore In futuro sarà vincolante per scelte che riguardano le assegnazioni, sentire prima le vittime e rivolgersi a un’equipe di esperti indipendenti Da gennaio 2025 a oggi emersi altri 30 casi.

    Se ne è parlato al centro pastorale di Bolzano

  • Il vescovo Muser: “Confessiamo la nostra colpa”

    Il vescovo Muser: “Confessiamo la nostra colpa”

    Bolzano/Bressanone – Due mesi dopo la vicenda di Don Giorgio Carli, la diocesi di Bolzano-Bressanone è immersa in una profonda crisi di fiducia. Il vescovo Ivo Muser ha ora risposto alle dure critiche dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl e ha ammesso gravi errori. “Riconosciamo la nostra colpa al plurale. Non c’era alcun intento doloso, ma è stato un fallimento”, ha dichiarato Muser nel suo discorso conclusivo al convegno di venerdì.

    Wastl aveva accusato la diocesi di un “fallimento sistemico” e sottolineato che solo una chiara ammissione di colpa avrebbe potuto restituire la credibilità perduta. “Questa è l’ultima possibilità”, aveva avvertito l’avvocato, che aveva già presentato la denuncia di abuso a gennaio.

    Particolarmente sconcertante: prima della decisione di trasferire Don Carli da Vipiteno a San Candido, non è stata consultata nessuna vittima. Il sacerdote era stato precedentemente accusato di abusi sessuali su minore. Il trasferimento ha dovuto essere annullato dopo massicce proteste, ma il danno era ormai fatto.

    Conseguenze della “diffusione della responsabilità”

    Muser ha riconosciuto una “diffusione di responsabilità” e ha annunciato tre conseguenze concrete: il coinvolgimento permanente delle persone interessate nei processi decisionali, una riorganizzazione organizzativa dell’area di indagine e prevenzione con responsabilità chiaramente definite e la documentazione completa di tutte le decisioni rilevanti. Inoltre, verrà istituito un organismo di intervento indipendente con funzioni di controllo e di rafforzamento della fiducia.

    “Dobbiamo ascoltare, porre domande e valutare le nostre decisioni in base a come incidono sulle persone che hanno sofferto molto”, ha sottolineato il vescovo. Ha respinto fermamente qualsiasi sospetto di insabbiamento: “Non si tratta assolutamente di sopprimere o nascondere nulla”.

    Wastl chiede ora un’indagine trasparente e mirata per ripristinare almeno un po’ di credibilità. Muser ha promesso: “Vogliamo rendere giustizia alle persone colpite e fare tutto il possibile per proteggere le vittime future”. Ha aggiunto di non poter promettere un’azione impeccabile, “ma sono convinto di questo progetto. Voglio assolutamente che continui”, ha concluso il vescovo.

    https://www.suedtirolnews.it/unterhaltung/kultur/bischof-muser-wir-bekennen-unsere-schuld

  • Bocciata la mozione per chiedere le dimissioni del vescovo Muser

    Bocciata la mozione per chiedere le dimissioni del vescovo Muser

    BOLZANO. Dopo un lungo confronto tra i capigruppo e una discussione sull’ammissibilità del testo, oggi, 8 ottobre, il Consiglio provinciale di Bolzano ha bocciato la mozione presentata da Jürgen Wirth Anderlan (Jwa) che chiedeva di sollecitare il vescovo Ivo Muser a dimettersi «per assumersi la responsabilità dei casi di abuso tra il clero locale».

    La proposta ha diviso l’aula e riacceso il dibattito sul rapporto tra Chiesa e istituzioni. Per Brigitte Foppa (Gruppo verde) si è trattato di «un pessimo momento per il Consiglio», ribadendo la necessità di mantenere netta la separazione tra potere religioso e politico. Sven Knoll (Süd-Tiroler Freiheit) ha invece sottolineato che «la separazione finisce quando si tratta di tutelare le vittime».

    Secondo Franz Ploner (Team K), «la Chiesa deve agire con trasparenza e non giocare a ping-pong tra politica e religione», mentre Sandro Repetto (Pd) ha ricordato che «Muser è stato l’unico vescovo in Italia a promuovere e pubblicare un’indagine interna». Anna Scarafoni (Fratelli d’Italia) ha giudicato la mozione «inaccettabile nel merito, perché riguarda due istituzioni indipendenti».

    Diversi esponenti Svp, tra cui Rosmarie Pamer, Waltraud Deeg, Harald Stauder e Philipp Achammer, hanno espresso posizioni analoghe, sottolineando l’importanza di prevenire gli abusi, ma ritenendo «assurdo votare sulle dimissioni di un vescovo». Anche Andreas Colli (Wir Bürger) e Christian Bianchi (Forza Italia) hanno criticato l’iniziativa, definendola «sbagliata e priva di senso».

    Il presidente Arnold Schuler ha difeso la scelta di ammettere la mozione al dibattito, ricordando che «Chiesa e politica sono due istituzioni separate e devono restare tali». Dopo la votazione per parti separate, la mozione è stata respinta a larghissima maggioranza.

  • Revocata la nuova nomina di Don Carli

    Revocata la nuova nomina di Don Carli

    Il vescovo di Bolzano e Bressanone Ivo Muser ha revocato la nomina di don Giorgio Carli a collaboratore pastorale in Alta Pusteria.

    “Negli ultimi giorni – informa la Diocesi – sono pervenuti alla diocesi di Bolzano-Bressanone diversi riscontri in merito al trasferimento di don Giorgio Carli. Molte persone hanno reagito in modo critico alla decisione, vista in contraddizione con il processo di elaborazione degli abusi. Il vescovo Ivo Muser ha deciso di revocare l’incarico di don Carli per il servizio pastorale in Alta val Pusteria”. Don Giorgio Carli non svolgerà quindi, il servizio pastorale in Alta val Pusteria. Il vescovo Ivo Muser ha parlato con il sacerdote e ha revocato la nomina. “Il passo è motivato dalla valutazione che – nelle circostanze date – vengono a mancare le condizioni per assumere questo compito con responsabilità verso le persone colpite e l’ambito pastorale. Allo stesso tempo, la diocesi vuole doverosamente confrontarsi in modo realistico con la situazione creatasi, anche nei confronti del sacerdote. Don Carli si prende un periodo sabbatico fino a nuovo avviso“.

    Il prete – il cui caso è riportato nel report sugli abusi pubblicato all’inizio dell’anno – una ventina di anni fa fu al centro di un lungo iter giudiziario per l’accusa di abusi. Nel 2009 fu prosciolto per prescrizione in Cassazione (dopo una pesante condanna in secondo grado), ma nel 2013 il Tribunale civile condannò, in solido fra loro, la diocesi di Bolzano e Bressanone e la parrocchia San Pio X di Bolzano al risarcimento con una somma a sei cifre della parte lesa.

    La Diocesi sottolinea, infine, che “nell’elaborazione degli abusi sessuali vuole fare tesoro delle esperienze fatte e proseguire sulla strada intrapresa: sul piano giuridico, pastorale e strutturale e in dialogo la società. Le misure saranno valutate, il dialogo con le persone colpite e gli organismi diocesani proseguirà”.

    https://salto.bz/it/article/05092025/revocata-la-nuova-nomina-di-don-carli

  • Priorità assoluta: trasparenza

    Priorità assoluta: trasparenza

    La decisione della dirigenza diocesana di trasferire il sacerdote menzionato nella denuncia di abuso (caso 16) in Alta Pusteria è stata fortemente criticata. Il Forum Cattolico , il Movimento Cattolico Maschile e il Movimento Cattolico Femminile della Diocesi di Bolzano-Bressanone hanno pubblicato dichiarazioni in merito, così come Rete L’abuso .

    Il Movimento Maschile Cattolico sottolinea: “Nonostante tutte le diverse prospettive e valutazioni, il nostro primo pensiero è per le vittime di abusi sessuali. Devono essere considerate per prime quando si valuta come valutare procedure e soluzioni”. Chiarire le questioni di colpevolezza non è il loro compito, ma piuttosto affrontare responsabilmente i sospetti. “La trasparenza è fondamentale in questo contesto. Ciò che è stato fatto o non fatto nel caso di Don Carli dalla pubblicazione della denuncia di abuso fino all’annuncio del cambio di personale è rimasto sconosciuto al pubblico in Alto Adige. Questo non contribuisce a creare fiducia”.

    Secondo la dichiarazione di Hannes Rechenmacher a nome del presidente diocesano Edl Huber e del consiglio diocesano del Movimento Maschile Cattolico, si crea l’impressione che la dirigenza diocesana abbia imparato poco dal costoso rapporto, “poiché le misure probabilmente non sarebbero state sostenute da organismi indipendenti “. Viene criticata anche la mancanza di accettazione a livello locale. “La misericordia è un grande valore che affonda le sue radici in Gesù: dare una nuova possibilità a chi ha fallito può dimostrare la grandezza umana. Questo è, naturalmente, facile se non si è toccati personalmente. Allo stesso tempo, sorge il sospetto che la misericordia non sia del tutto altruistica: agli occhi di alcuni, è ancora più prezioso “avere” un sacerdote sul posto che apprezzare l’impegno dei tanti volontari in tutte le loro forme collaudate e nuove.” Non è chiaro cosa intendesse specificamente il vescovo Ivo Muser con la sua dichiarazione di assunzione di responsabilità: “Coprirebbe personalmente tutti i costi nel peggiore dei casi? Si dimetterebbe da vescovo? O la sua affermazione è meramente retorica, intesa a placare?”

    Alza la voce

    Anche il Movimento Femminile Cattolico si unisce alle critiche. Sottolinea che la prospettiva delle vittime e la trasparenza erano state promesse come priorità assolute. “Le raccomandazioni del rapporto sugli abusi sono state prese in considerazione in questo trasferimento dal decanato di Vipiteno all’unità pastorale dell’Alta Pusteria, quando tali trasferimenti si sono chiaramente rivelati una procedura inappropriata? E: come si può creare un clima di fiducia nelle circostanze date e rendere possibile il lavoro pastorale, anche se quest’ultimo sembra essere garantito dalle misure previste?”. La decisione dà anche l’impressione che la presenza di un sacerdote sia più importante dell’impegno diversificato dei laici. “Non è compito del consiglio diocesano del Movimento Femminile Cattolico accertare la colpevolezza e l’innocenza. Tuttavia, alziamo la voce quando le procedure – come in questo caso – non ci convincono”, scrive la presidente diocesana Irene Vieider .

    Sconcerto e incomprensione

    Anche il consiglio direttivo del Forum Cattolico ha espresso sorpresa per il trasferimento del sacerdote all’unità pastorale dell’Alta Pusteria. “Non spetta a noi commentare personalmente Don Giorgio Carli, né tantomeno esprimere un giudizio. Ciò è stato confermato dal procedimento giudiziario del 2009 e dalla documentazione contenuta nel rapporto indipendente sugli abusi sessuali nella diocesi di Bolzano-Bressanone”, si legge nella lettera, “ma per noi è incomprensibile che la richiesta di Don Carli di trasferimento in un’altra parrocchia sia stata semplicemente accolta”.  

    Sebbene il vescovo Ivo Muser si sia assunto la responsabilità della decisione di trasferimento e abbia sottolineato le misure di accompagnamento, come il supporto psicologico e il monitoraggio continuo, è comunque incomprensibile il motivo per cui il vescovo non abbia ordinato un trasferimento in un’area “lontana da qualsiasi responsabilità pastorale”.  “Dal punto di vista delle persone colpite, questo sarebbe stato il passo ovvio e logico in seguito alle conclusioni del rapporto sugli abusi. Rimangono sconcerto e incomprensione, e un’occasione persa per dimostrare credibilità nel doloroso processo di cambiamenti urgenti e necessari nel modo in cui la questione degli abusi viene affrontata nella Chiesa cattolica”. 

    Monitoraggio 24 ore su 24

    Anche Francesco Zanardi dell’associazione Rete L’abuso segnala casi simili in Italia: “Misure simili a quelle imposte a Don Carli sono state imposte a Don Samuele Marelli della Diocesi di Milano nell’aprile di quest’anno. Il sacerdote deve lasciare l’Arcidiocesi di Milano per cinque anni. Rischia il divieto di esercitare il ministero sacerdotale per cinque anni, il divieto a vita di avere contatti con minori e persone del comune in cui ha esercitato il ministero sacerdotale e il divieto di confessare e di prestare assistenza pastorale per dieci anni”. Ma anche lui esprime dubbi: “Sarei curioso di sapere in che modo queste misure intendono garantire che gli abusi non si ripetano. Non è che i sacerdoti in questione siano sotto sorveglianza 24 ore su 24”.

    Le dichiarazioni lo chiariscono: non si tratta di proteggere singoli sacerdoti, ma della credibilità della Chiesa e della protezione delle persone colpite. Trasparenza, coerenza e attuazione delle raccomandazioni del rapporto sono necessarie per riconquistare la fiducia e prevenire ulteriori casi di abuso. 

    https://salto.bz/de/article/05092025/transparenz-als-oberste-prioritaeten