Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV

    Quanti sono i preti pedofili di cui la Chiesa si deve occupare? In che modo se ne occupa e che fine fanno? La risposta ha dell’incredibile e arriva addirittura da uno dei massimi esperti di abusi clericali, Jordi Bertomeu, molto amico di papa Prevost. Bertomeu, come ci racconta Giorgio Meletti in questo dettagliato articolo che vi invito a leggere con attenzione, spiega che il papa può concedere “la grazia della dispensa dallo stato clericale” ai preti accusati di abusi sessuali: in questo modo si eviterà il processo canonico e il reato scomparirà come non fosse mai stato commesso. Le vittime? Che importa, tanto non hanno il diritto di avere informazioni sull’esito delle loro denunce e se il papa vuole concedere la dispensa al colpevole per estinguere la colpa, la sua decisione è comunque insindacabile. Se pensate che questo “tana libera tutti” sia un escamotage usato raramente, vi sbagliate. I dati li fornisce lo stesso Bertomeu: soltanto negli ultimi nove anni, infatti, ogni tre giorni è stato graziato un prete pedofilo. Alla faccia della tolleranza zero.

    Se volete incontrarci di persona, saremo al Dig Festival di Modena, il festival internazionale di giornalismo d’inchiesta, venerdì 25 settembre. Parleremo di abusi nella chiesa e con noi ci saranno Paolo Mondani, Stefano Feltri, Ludovica Eugenio e don Roberto Maier.

    La premessa è d’obbligo, per definire subito l’argomento che qui si tratta. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che nei nove anni 2012-2020, composti per l’esattezza di 3.288 giorni, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha aperto, per ogni giorno che Dio ha mandato in terra (absit iniuria verbis) due processi ecclesiastici penali per reati sessuali commessi da sacerdoti su vittime minorenni. Due al giorno. Nello stesso periodo il papa, strettamente inteso come persona fisica (il signor Joseph Ratzinger per il 2012 e il signor Jorge Mario Bergoglio per gli otto anni seguenti), ha concesso all’imputato una dispensatio ab oneribus (una sorta di “grazia” che estingue il processo) ogni tre giorni. Ogni tre giorni un prete pedofilo è stato graziato. Uno ogni tre giorni.

    Ecco perché non è solo lecito ma doveroso tenere sempre presente che la Chiesa cattolica è ossessionata dagli abusi sessuali che essa stessa commette. Un dramma che domina la sua vita ogni giorno, ogni pensiero in ogni momento, nonostante gli sforzi delle gerarchie ecclesiastiche di mostrarsi spensieratamente dedite ad altro. Anche se è vero che con Leone XIV ogni sforzo di dissimulazione sta diventando vano: il papa di Chicago ci sta abituando a storie veramente assurde.

    L’incredibile corto circuito sul caso Rupnik (sabato 12 settembre solenne inaugurazione con benedizione papale dei mosaici di Aparecida in Brasile, sabato 26 settembre visita a Lourdes con i mosaici dell’abusatore seriale coperti in accordo con il papa) impallidisce di fronte alla incredibile rivelazione di un avvocato di Madrid, Javier Tebas, su come Leone XIV ha potuto salvare il suo amico Eleuterio Vásquez Gonzáles, detto padre Lute, da gravissime accuse di pedofilia.

    Vista la complessità della vicenda, è bene partire dall’inizio, cioè dall’8 maggio 2025, giorno in cui Robert Prevost viene eletto papa. Subito dopo la fumata bianca cominciano a circolare notizie sul caso delle tre sorelle Quispe che, a Chiclayo (in Perù), nel 2020 erano andate dall’allora vescovo Prevost a denunciare gli abusi sessuali subiti quando erano bambine, a partire da nove anni di età, da padre Lute. Prevost è accusato di non aver fatto niente, in sostanza di averlo coperto.

    VISITA A CASA DEL PAPA

    In difesa di Prevost scende in campo immediatamente Jordi Bertomeu, catalano, funzionario della sezione disciplinare del Dicastero per la dottrina della fede (Ddf). Vanity Fair España, a ottobre del 2021, lo descrive come uno «uno degli uomini chiave della cerchia di Francesco, probabilmente uno di quelli di cui il papa si fida di più in Vaticano, una specie di 007 incaricato dal pontefice di indagare i casi più intricati di abusi sui minori di sacerdoti e vescovi». Jordi “007” Bertomeu è anche talmente amico di Prevost che il 9 maggio mattina è uno dei primi ad andare a parlare con il papa appena eletto nel suo appartamento al palazzo del Sant’Uffizio. Bertomeu diventa amico di Prevost proprio in Perù, insieme combattono il Sodalitium Christianae Vitae, movimento apostolico fondato dal laico Luis Figari e sciolto da Francesco all’inizio del 2025 per abusi sessuali e violazione di quasi tutti comandamenti. Per Bertomeu le accuse di copertura di padre Lute sono montature degli uomini del Sodalizio che vogliono vendicarsi di Prevost.

    Quella mattina al palazzo del Sant’Uffizio hanno parlato della seccante grana di padre Lute? Ovviamente non lo sappiamo ma è un fatto che Bertomeu esce da casa di Prevost e si precipita a rilasciare due interviste radiofoniche molto simili a due emittenti catalane, Radio Estel e Rac1. Dice a Radio Estel: «Penso che nessuno possa dirlo con la cognizione di causa con cui posso dirlo io. Dal 2012 seguo i casi di abuso in America Latina, in particolare quelli del Perù e, nello specifico, i due casi di Chiclayo che vengono maggiormente agitati in questo momento. Non so più in quale lingua dirlo: ora lo sto dicendo in catalano e in questi giorni l’ho detto in diverse altre lingue. È falso. Categoricamente falso. Prevost non ha mai coperto alcun caso».

    La vicenda delle tre sorelle Quispe è molto controversa. La maggiore delle tre sorelle, Ana Maria, non ha mai rinunciato alle sue accuse a Prevost, ma il papa e i suoi amici pensano che sia strumentalizzata dal Sodalizio. Esattamente un anno fa, nella biografia autorizzata di Prevost, Ciudadano del mundo, uscita il 14 settembre 2025 in occasione del suo settantesimo compleanno, l’autrice Elise Ann Allen dedica ben 25 pagine alle accuse di Ana Maria Quispe, e così conclude: «Contrariamente a quanto affermano altre testimonianze citate in questo libro, Ana María sostiene che, sebbene la diocesi [cioè Prevost, ndr] abbia aperto il caso, non ha svolto un’indagine, con la scusa che “nella Chiesa non esiste un modo per indagare”. Tuttavia, come ha confermato il Vaticano, a Roma esiste effettivamente un fascicolo, il che dimostrerebbe che un’indagine è stata condotta. Quispe insiste sul fatto che in tale dossier esista soltanto “un foglio”, il che significherebbe, secondo lei, che non c’è stata un’indagine adeguata». Insomma, Allen non può dare della bugiarda a Quispe e, pur alludendo a ipotetiche strumentalizzazioni, lascia al lettore qualche dubbio su Prevost: «Alla fine, ciò che risulta chiaro è che non si tratta di un caso di abuso come tanti altri, ma di uno in cui uno sforzo genuino per aiutare le vittime si è scontrato con molti interessi particolari, personali e istituzionali, con l’elezione del papa Leone XIV e, in mezzo a tutto ciò, tre donne rimasero disorientate, sentendosi usate».

    LA GRAZIA PAPALE A PADRE LUTE

    Siccome al clero piace “farlo strano”, dopo la tempesta di veleni che ha accompagnato la sua elezione Robert Prevost non ha risparmiato al suo pubblico un nuovo colpo di scena. A novembre 2025 ha concesso a padre Lute la dispensatio ab oneribus, o “grazia della dispensa dallo stato clericale”, una genialata alla quale anche i più raffinati teologi faticano a dare un senso. Funziona così: se un prete è sotto processo per violenza sessuale su minori davanti al tribunale del Ddf, può chiedere al papa di essere (anche provvisoriamente) spretato. In questo modo il processo finisce come se l’imputato fosse morto, infatti dove non c’è più prete non c’è più processo ecclesiastico. Alle sorelle Quispe la notizia che Lute aveva chiesto la “grazia” è stata data per le vie brevi due giorni dopo la morte di Bergoglio, tanto che hanno rivolto un ingenuo appello al nuovo papa perché non concedesse la cosiddetta “grazia” che avrebbe negato il loro diritto alla giustizia. Prevost, sicuramente dopo ampio discernimento, se n’è semplicemente fregato delle tre bambine violentate e ha graziato il suo vecchio amico padre Lute. Alle sorelle Quispe la notizia è arrivata su un foglietto (un po’ gualcito, dicono) perché Prevost da cinque anni si rifiuta di incontrarle: di norma questo papa incontra le vittime di abusi solo se selezionate tra le più mansuete e più pastorizzate dai pastori locali. Le sorelle Quispe non sono state ancora pastorizzate.

    [Si noti che nella concezione del diritto italiano la grazia segue per definizione una condanna, mentre nella concezione della Chiesa la grazia papale cancella tutto: colpe, peccati, documenti, processi, pene, risarcimenti e vittime, che non hanno neppure diritto di vedere gli atti. In termini giuridici è il punto in cui la figura del papa e quella del marchese del Grillo coincidono].

    Eccoci dunque alla eclatante novità impacchettata per il settantunesimo compleanno del papa da Javier Tebas, l’avvocato di Madrid che rappresenta le sorelle Quispe.

    Tebas ha scritto su Infovaticana – un sito spagnolo che i buoni cristiani che circondano Prevost diffamano quotidianamente come «diffusore di bufale, sciocchezze e fake news» perché ce l’ha con il papa, che magari è vero, ma i fatti restano – che proprio Bertomeu nel 2021 ha scritto su Ius Canonicum, rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra, un saggio dedicato alla prassi della dispensa dagli obblighi clericali (si può leggere qui).

    Bertomeu in questo saggio mostra che, nel complesso sistema di pensiero della Chiesa, la dispensa dagli obblighi clericali serve esattamente per cancellare i processi per abusi sessuali senza lasciare alcuna traccia negli archivi del Ddf. Affronta il tema dando per inteso che gli abusi sessuali dei preti sui minori sono un fenomeno talmente diffuso da dover essere gestito con la statistica («il 70 per cento dei minori abusati è costituito da adolescenti maschi e il 20 per cento da adolescenti femmine») e da travolgere le strutture della Chiesa: «L’impossibilità — e non la semplice difficoltà — per molti Ordinari di celebrare un processo penale giudiziale ai sensi del canone 1721, a causa della mancanza di risorse umane e tecniche, era una circostanza molto più diffusa di quanto alcuni membri della Curia o studiosi avrebbero mai voluto riconoscere». Avvertenza: si parla degli abusi denunciati che sfociano in un’apertura di processo ecclesiastico, che sono solo una piccola parte dei casi reali. Appare plausibile ipotizzare, sulla base dei dati di Bertomeu, che ogni giorno vengano abusati da preti cattolici da cinque a dieci minori. Ogni giorno.

    IL POTERE ASSOLUTO DEL PAPA

    Secondo Bertomeu, anche se il trucco di spretare l’abusatore per cancellare i processi non ha nessuna base legale, può ugualmente «essere considerato una prassi avente valore normativo, in virtù della specifica approvazione del Romano Pontefice per ogni dispensa concessa». Dietro questa frase c’è una realtà terrificante: nonostante la proliferazione di leggi, costituzioni, codici e canoni di ogni tipo, l’unica legge davvero vigente nella Chiesa è che il potere del papa è assoluto e illimitato. E quindi questa prassi, ammette Bertomeu, «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore». Ma si fa così perché lo vuole il papa: «prassi avente valore normativo» significa che una cosa illegale diventa legale se piace al papa.

    Qui c’è il passaggio più agghiacciante. Bertomeu spiega che le vittime devono farsene una ragione: il loro diritto ad avere giustizia e riparazione non è l’unico di cui la Chiesa deve preoccuparsi. Val la pena di leggere le sue parole esatte: «I fedeli possono responsabilmente rinunciare a far valere un diritto personale qualora, nel caso concreto, salvaguardino in tal modo la comunione ecclesiale, poiché questa, per opera dello Spirito, possiede un carattere organico analogo a quello di un corpo vivo e operante. Di fronte alla possibilità che un chierico richieda la dispensatio ab oneribus, deve prevalere il diritto della presunta vittima a ottenere il riconoscimento della colpevolezza dell’imputato (cfr. can. 1341) e, di conseguenza, a che non gli sia concessa la dispensa, ma venga invece portato a conclusione il processo in corso? Oppure deve prevalere il diritto della comunità ecclesiale ad allontanare dal ministero pastorale un ordinato che, nel corso delle indagini preliminari o del processo penale, si sia implicitamente riconosciuto inidoneo a dispensare i misteri di Dio al servizio del popolo di Dio?».

    Chi non ha una laurea in teologia non dispone degli strumenti culturali per comprendere perché la Chiesa venga protetta dallo spretamento dei preti pedofili prima del processo e non anche dopo, ma rimane il fatto che grazie al “lodo Bertomeu” i preti pedofili la fanno franca e le vittime vengono mandate al diavolo senza pietà in nome del bene della Chiesa che, come tutti i buoni cristiani sanno, è più importante dei diritti di un bambino violentato a otto anni.

    Non sorprende dunque che l’avvocato Tebas – di fronte a queste oscene argomentazioni del sedicente 007 anti-pedofili – reagisca con tono inferocito: le tre sorelle Quispe sono state abusate rispettivamente all’età di nove, undici e tredici anni da padre Lute e Leone XIV ha deciso di sottrarlo al processo ecclesiastico, e senza dare nessuna spiegazione a queste tre donne e ai loro genitori che le avevano affidate alla Chiesa.

    I numeri della vergogna li fornisce lo stesso Bertomeu. Il funzionario del Ddf sa tutto e sciorina in un saggio accademico dati che, se li chiede un giornalista alla sala stampa vaticana, risultano coperti dal segreto più impenetrabile. In ogni caso Tebas, leggendo Ius Canonicum, ha trovato i dati: tra il 2012 e il 2020 sono stati aperti 6.236 fascicoli al Ddf, e 1.058 si sono conclusi con la concessione di una “dispensatio ab oneribus”, il 17 per cento del totale dei casi, con una media annua di 117. Colpisce l’accelerazione, che si consuma durante il ponificato di Bergoglio: le dispense sono passate da 79 nel 2012 (ultimo anno di Ratzinger) a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. «Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta», spiega Tebas.

    LE BUGIE DI PAPA FRANCESCO

    Il 22 settembre 2017 papa Francesco proclamò solennemente, a favore di telecamere, la “tolleranza zero” per i preti pedofili. Ecco le sue parole testuali: «Mai la grazia a preti e religiosi condannati per pedofilia! Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro». Chiarissimo! Ne ha firmate solo 979 negli anni dal 2013 al 2020, stando ai dati ufficialmente forniti dal suo 007 anti-pedofili. Forse voleva dire: «Mai ne firmerò più di due alla settimana», perché è questo il severo limite a cui si è rigorosamente attenuto. Se parlassimo di un politico lo definiremmo un bugiardo e un impostore. Trattandosi del papa, ci penseranno i credenti.

    Accusa Tebas: «Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che siano più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione». Ma quanti processi sono stati vaporizzati dalla dispensa papale dopo il 2020? Quanti pedofili sono stati graziati da Bergoglio e da Prevost? Segreto pontificio, almeno fino a quando Bertomeu non scriverà un nuovo saggio accademico con i dati aggiornati. L’unica notizia pubblica è che Leone XIV ha graziato padre Lute, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto mettere sotto accusa.

    Ed è qui che il diavolo (che, come assicurava Bergoglio, esiste) ci mette la coda. Esce un libro apologetico su Prevost e i suoi anni in Perù, El pastor y los lobos di Santiago Roncagliolo che, forse per distrazione, lascia cadere un paio di notizie interessanti sui rapporti tra Prevost e padre Lute. È ancora Infovaticana a notare la cosa: «Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute – all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten – Roncagliolo scrive: “Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna”. Il passo è doppiamente rilevante – commenta Infovaticana – primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute – “padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva”, “il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi” – negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale».

    IL PAPA PERDONA SOLO SE HA PAURA?

    A questa notizia ha reagito il giornalista peruviano Pedro Salinas, amico e apologeta di Prevost, a cui è grato perché lo ha difeso dalle aggressioni del Sodalizio quando denunciava con i suoi articoli le malefatte di Figari e soci. Salinas accusa Infovaticana di vigliaccheria perché «sempre in modo sottile spara contro Papa Leone XIV, ma mai frontalmente, punta sempre a gente del suo entourage». Poi rispolvera un antico cavallo di battaglia, sempre più simile a un autogol: come si può accusare Prevost di proteggere un pedofilo se da vescovo è andato così coraggiosamente all’attacco del potente Sodalizio? Dice Salinas: «Cosa stanno suggerendo? Che Papa Robert Prevost non ha indagato su un caso di un pretino abusatore a Chiclayo e invece ha agito contro il potente Sodalizio? Cioè, ha avuto più paura di Lute che del Sodalizio?».

    Questo bizzarro modo di ragionare esclude che il papa possa essere severo con qualcuno e clemente con qualcun altro quando c’è la storia di Bergoglio a dimostrare la capacità di un buon papa di proteggere gli amici e colpire ferocemente, senza traccia alcuna di pietà cristiana, i nemici.

    Ancora più bizzarra è l’idea che un uomo di Chiesa possa essere debole o clemente solo per paura. Bene, seguendo il filo di un ragionamento chiaramente costruito per tenere lo scheletrone di Prevost chiuso dentro l’armadio, dovremmo dunque immaginare che Bergoglio abbia protetto in ogni modo l’abusatore seriale Marko Rupnik (cosa ormai dimostrata) perché ne aveva paura? Interessante ipotesi adombrata da uno dei massimi esperti mondiali di abusi sessuali dei preti. Autorevolmente amico di Leone XIV.

    (Foto: Robert F. Prevost al Concistoro del 30 settembre 2023)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-007-del-papa-racconta-per-sbaglio

  • L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    Nel mio breve periodo di esercizio della difesa giuridica di alcune vittime di abusi sessuali da parte di chierici mi sono scontrato frontalmente con una pratica impensabile in qualsiasi altro ambito. Il chierico indagato chiede al Papa la dispensa dagli obblighi clericali; se gli viene concessa, il processo penale si ferma lì. Secondo i dati interni dello stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, così si sono conclusi 1.058 dei 6.236 casi registrati tra il 2012 e il 2020, uno su sei. Dietro ognuno di questi fascicoli c’è una o più persone che hanno denunciato di essere state abusate durante l’infanzia e alle quali la Chiesa non ha mai detto se le credeva. Indagando a fondo su questa pratica assurda e scandalosa, ho scoperto che non è un’anomalia burocratica né un’improvvisazione di diocesi sommerse. Ha una giustificazione dottrinale scritta, pubblicata su una rivista accademica di primo livello e firmata da uno degli uomini che la applicano: Monsignor Jordi Bertomeu Farnós, ufficiale della Sezione Disciplinare del Dicastero, inviato di Francesco in Cile e in Perù, commissario pontificio del Sodalicio, e uno dei principali promotori di questo catastrofico concetto giuridico che, a oggi, sta applicando (spiegherò perché ritengo irregolarmente) il Dicastero del cardinale Victor Manuel Fernández. Il suo articolo del 2021 è oggi il sostegno teorico di una pratica che provoca scandalo anche tra alte autorità giudiziarie vaticane.

    Il testo si intitola «La praxis de la CDF sobre la dispensa de las obligaciones clericales: El n. 157 del Vademécum» ed è stato pubblicato su Ius Canonicum, la rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra (vol. 61, n. 122, 2021, pp. 733-765; DOI 10.15581/016.122.004). È in accesso aperto e continua un lavoro precedente dello stesso autore sulla stessa rivista. Importa chi lo scrive: un funzionario dell’organismo che decide, con accesso alle cifre che nessun altro conosce, che descrive la pratica del proprio ufficio e conclude che è legittima. Questo trasforma l’articolo, più che in uno studio, nella difesa ufficiosa di un sistema di silenzio e impunità.

    Quello che Bertomeu sostiene

    Il punto di appoggio è il n. 157 del Vademécum del 2020, che riconosce all’accusato, «dal momento in cui si ha notitia de delicto», il diritto di chiedere al Santo Padre la dispensa da tutti gli obblighi clericali, compreso il celibato. Il Vademécum si ferma lì: riconosce un diritto a richiedere, e non dice nulla su ciò che accade con il processo penale in corso. È Bertomeu che fa il passo successivo, e lo fa nel riassunto stesso del suo articolo:

    «Sebbene interrompa le indagini o il processo in corso senza che si giunga a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato, la trattazione davanti al Santo Padre di questa grazia è legittima a causa della tutela di diversi beni giuridici nei delicta graviora a partire dalla prevalenza del principio del bonum commune nella Chiesa» (p. 733).

    Lo ribadisce nel corpo del testo con la stessa chiarezza: la CDF permette al reo di chiedere la grazia «in qualsiasi momento delle indagini o del processo», e «l’accoglimento di tale istanza, d’altra parte, comporta l’interruzione del procedimento penale in corso» (p. 749). La tesi è, dunque, che l’accusato può fermare il proprio processo chiedendo di non essere più sacerdote, e che la Chiesa fa bene a permetterglielo per il “bene” della stessa Chiesa.

    Quello che Bertomeu sa

    Ciò che rende particolarmente grave l’articolo non è che difenda questa tesi, ma che la difenda sapendo esattamente cosa implica. Impunità e vittime trascurate senza riparazione. Bertomeu non ignora nessuna delle obiezioni; le espone lui stesso, con precisione da giurista, prima di scartarle. Conviene seguire il filo delle sue ammissioni.

    L’articolo inizia riconoscendo che non esiste una legge che tuteli ciò che descrive. L’istituto «non è espressamente previsto in alcun testo legislativo sui delicta reservata» (p. 741), e il Vademécum da cui parte «non costituisce una ulteriore riforma legislativa» né è «un testo normativo» (pp. 740-741). Per superare l’ostacolo, propone che «nonostante il carattere non normativo del Vademécum, il contenuto del n. 157 può essere considerato come una prassi con valore normativo a causa del riscontro specifico del Romano Pontefice a ogni dispensa concessa» (pp. 741-742). Cioè, una regola che non è da nessuna parte acquisisce valore di legge perché è stata applicata molte volte con firma papale. Nessun sistema giuridico serio, e quello canonico non dovrebbe fare eccezione, ammette che in materia penale la ripetizione di atti singolari crei diritto: la legge esiste quando è promulgata (can. 7), le norme penali si interpretano restrittivamente (can. 18) e la prassi della Curia supplisce solo lacune e mai in materia di pene (can. 19). Bertomeu conosce questi canoni. Li cita. E costruisce nonostante essi il piano dell’evasione del processo attraverso la dispensa.

    Continua riconoscendo cosa accade con le vittime: l’interruzione «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore» (p. 751). Inevitabilmente. L’autore della tesi descrive il suo effetto sulla vittima con la parola che meglio lo definisce, e la mantiene.

    Riconosce, inoltre, di non trovare la ragione che giustificherebbe la grazia. Ogni dispensa canonica richiede una causa giusta e ragionevole (can. 90 §1), e lo stesso Bertomeu ricorda, citando Urrutia, che senza di essa «potrebbe anche essere invalida» (p. 742). Nonostante ciò ammette che «rimane la difficoltà di indicare quale possa essere la causa giusta e ragionevole che permetta questa concessione graziosa senza pregiudizio della giustizia» (p. 751). Sostiene, quindi, la legittimità di un atto la cui condizione di validità confessa di non poter identificare con certezza.

    Riconosce anche che tutto questo avviene in segreto. «A differenza di altri tribunali come quello della Rota Romana, la CDF non pubblica le sue decisioni», il che «lascia nell’oscurità importanti aspetti formali (procedimento e trattazione) e materiali» (pp. 738-739). Lo scrive un funzionario dell’organismo che non pubblica, in un testo che inizia invocando la «trasparenza, responsabilità e rendicontazione» del vertice del febbraio 2019, e che subito dopo giustifica una pratica che ne è priva.

    E riconosce, con cifre che pochi possono fornire, che non si tratta di un’eccezione. «Se tra il 2012 e il 2020 sono stati registrati 6.236 casi nella CDF, 1058 si sono conclusi con la concessione di una dispensatio ab oneribus, con una media annua di 117, cioè il 17% del totale» (p. 750); le dispense sono passate da 79 nel 2012 a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta, compresa la controversa dispensa di Leone XIV a Eleuterio Vásquez, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto indagare. Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione in cambio di un cattivo espediente.

    Infine, Bertomeu raccoglie in nota a piè di pagina l’obiezione più devastante contro la propria tesi, formulata dal canonista Luis Navarro: «sarebbe più coerente che per un delitto non si riceva una grazia; altrimenti si potrebbe pensare che, per ottenere l’esonero, la via sia commettere un delitto, il che sarebbe certamente causa di scandalo tra i fedeli» (nota 65). La citazione è demolitrice, ma l’autore non vi risponde. È difficile trovare nella letteratura canonica un esempio più chiaro di un autore che espone l’argomento che confuta la sua tesi e procede come se non l’avesse letto.

    Perché le sue giustificazioni non reggono

    Di fronte all’obiezione che la prassi lede il principio iustitiam restituere, Bertomeu offre quattro ragioni (pp. 758-760). Nessuna resiste all’analisi.

    La prima è che la vittima «ha sempre la possibilità di rivendicare la lesione subita davanti alle autorità giudiziarie statali», che sarebbero «il foro ottimale». L’argomento è insostenibile dal punto di vista del diritto stesso della Chiesa, e lo è per tre motivi che l’autore non può ignorare. La Chiesa riserva a Roma la competenza su questi delitti proprio perché afferma che tutelano beni giuridici propri; non può reclamare la giurisdizione per sé e, quando decide di non esercitarla, inviare la vittima altrove. Lo stesso articolo spiega, poche pagine prima (p. 752), che la Chiesa ha ampliato i termini di prescrizione perché le vittime di abusi impiegano decenni per poter parlare e i termini civili sono solitamente scaduti, per cui il «foro ottimale» a cui rimanda è, nella maggior parte dei casi, un foro chiuso, e Bertomeu lo sa quando scrive la frase. E, soprattutto, c’è qualcosa che nessun tribunale dello Stato può giudicare: la responsabilità dei vescovi e dei superiori che hanno ricevuto la denuncia e l’hanno gestita male, che da Vos estis lux mundi (art. 1 §1 b) è perseguibile canonicamente ma può essere stabilita solo su fatti previamente chiariti. Quando il caso principale si chiude senza determinare i fatti, la responsabilità di tutta la catena di comando rimane fuori dall’esame per sempre. Questo è l’effetto più grave della prassi e quello che meno si spiega: non solo libera l’accusato, ma protegge chi lo ha protetto, trasferito o ha guardato dall’altra parte. Una pratica che produce questo risultato in uno su sei casi non è uno strumento di giustizia flessibile. È, nel suo funzionamento oggettivo, un meccanismo di copertura istituzionale, indipendentemente dall’intenzione di chi l’ha progettato.

    La seconda ragione è che il chierico, chiedendo la dispensa, «si è implicitamente riconosciuto inidoneo al ministero». Ma una confessione tacita estratta da un atto che lo stesso Vademécum qualifica come diritto, senza assistenza legale e senza alcuna prova, non è una dichiarazione di fatti né serve a nessuno: non dà alla vittima la verità, non dà all’accusato innocente l’assoluzione e lascia alla comunità un sospetto che lo stesso rescritto permette al vescovo di divulgare, «il fatto della dispensa» e «la causa canonica» (nota 52), senza che nessuno l’abbia giudicata. La terza ragione, che l’Ordinario può vigilare sul dispensato, non ripara nulla e presuppone inoltre che si sappia di cosa vigilare, che è precisamente ciò che non è stato indagato.

    La quarta ragione è quella che rivela il fondo:

    «In quarto e ultimo luogo, perché non è irrilevante considerare che le cause penali nel foro canonico non sempre si concludono con una condanna del reo. A causa di una presunta sensibilità eccessivamente garantista e servendosi delle formalità processuali, si consideri al riguardo un certo malessere ecclesiale per alcune sentenze degli ultimi sette anni, in sede di ricorso gerarchico, di reformatio in melius quando non direttamente di assoluzione o di decisione dimissoria» (pp. 759-760).

    Un ufficiale del tribunale che giudica gli abusi giustifica una via per evitare il giudizio perché il giudizio, con le sue garanzie e le sue formalità, a volte assolve o riduce la pena. Non si prescinde dal processo nonostante possa finire con un’assoluzione, ma perché può finire con un’assoluzione. Il ragionamento è incompatibile con l’idea stessa di processo, che esiste proprio perché il risultato non sia deciso prima di iniziare. Ed è, inoltre, la confessione che la pratica non persegue la giustizia ma un risultato: allontanare il sacerdote senza dover provare nulla. Quello che Bertomeu chiama «sensibilità eccessivamente garantista» è ciò che in qualsiasi ordinamento civile si chiama diritto a un processo equo. Che un funzionario del Dicastero lo descriva come un ostacolo dovrebbe preoccupare chiunque, a cominciare dagli stessi sacerdoti.

    Quello che dispone il diritto della Chiesa

    Nulla di tutto questo richiede di invocare principi estranei alla Chiesa. Basta il Codice. La dispensa (cann. 85, 290, 3º, 291 e 292) è un atto di grazia sullo statuto personale del chierico: lo libera dal celibato e gli fa perdere lo stato clericale. Le cause di estinzione dell’azione penale canonica sono tassative, e sono la prescrizione (can. 1362) e la morte del reo. La dispensa non è tra queste, e non può esserlo per via della prassi, perché il Codice ha blindato espressamente le leggi penali e processuali contro il rilassamento singolare (can. 87 §1). Quello che Bertomeu presenta come «originalità dell’ordinamento canonico» è, in realtà, l’attribuzione a un atto di grazia di un effetto che la legge non gli dà, su un oggetto, i fatti e la loro riparazione, che non è il suo.

    Il Codice riconosce inoltre alle vittime diritti concreti che la pratica annulla. Il diritto di reclamare davanti al foro ecclesiastico (can. 221 §1). Il diritto alla riparazione del danno (can. 128). Il diritto di esercitare l’azione di danni all’interno del proprio giudizio penale (can. 1729 §1), azione che scompare con il giudizio. E il diritto di essere ascoltato prima che l’autorità emetta un atto che lede i suoi diritti (can. 50). Nella prassi che Bertomeu descrive la vittima non interviene, non è ascoltata, e spesso non sa nulla fino a quando non le viene comunicato che tutto è finito. La riparazione si riduce alla clausola del rescritto per cui il dispensato è obbligato a riparare «onerata conscientia», in coscienza (nota 53). Un’obbligazione che esiste solo nella coscienza dell’accusato non può essere esigita da nessuno.

    E il Codice, nella sua versione riformata, punta nella direzione opposta alla tesi. L’articolo si appoggia su Pascite gregem Dei (2021) per la sua teoria dei beni giuridici, ma omette che quella stessa riforma ha trasformato in dovere ciò che prima era facoltà: il can. 1311 §2 obbliga a tutelare il bene della comunità «etiam poenarum irrogatione vel declaratione» e il can. 1341 sostituisce «curet» con «promovere debet». Il legislatore ha voluto che il perseguimento di questi delitti fosse obbligatorio. La prassi che Bertomeu difende la rende facoltativa a volontà dell’accusato. Di fronte a tutto questo, il ricorso al «bene comune» e alla salus animarum (can. 1752, che è la norma di chiusura del trasferimento dei parroci, non una clausola per estinguere azioni penali) prova troppo: con lo stesso bene comune si sostiene che la Chiesa deve giudicare fino in fondo, e con la stessa salvezza delle anime si esige che la vittima conosca la verità. Un principio che serve per una cosa e il suo contrario non giustifica nulla.

    Quello che la Chiesa ha promesso

    Se il contrasto con il diritto interno è grave, il contrasto con gli impegni esterni della Chiesa è ancora più grave, perché riguarda la sua parola data. La Santa Sede ha ratificato nel 1990 la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, il cui articolo 19 obbliga a stabilire «procedure efficaci» di indagine e intervento giudiziario di fronte all’abuso, e i cui articoli 34 e 39 esigono protezione di fronte all’abuso sessuale e riparazione alle vittime. Nel 2014, dopo aver esaminato la Santa Sede, il Comitato sui Diritti dell’Infanzia ha segnalato proprio la gestione interna dei casi, l’uscita silenziosa dei chierici senza depurazione delle responsabilità e la mancanza di cooperazione con le autorità civili, ed ha esigito indagini complete, rendicontazione degli autori e dei superiori e trasparenza. Il Comitato contro la Tortura ha formulato quello stesso anno richieste analoghe. Una prassi che chiude uno su sei casi senza indagine conclusa, senza dichiarazione di fatti e senza riparazione esigibile, su istanza dello stesso accusato, non è un’interpretazione discutibile di quegli impegni: è la loro negazione. E Bertomeu, che fa appello ai criteri di una «società sempre più egualitaria, democratica e garantista» come orizzonte della riforma ecclesiale, non menziona la Convenzione in trenta pagine.

    Altro tanto accade con i concordati. Gli Stati garantiscono alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione, come fa l’Accordo sugli Affari Giuridici con la Spagna del 1979 (art. I) dopo la soppressione del privilegio del foro nel 1976, o l’Accordo con il Perù del 1980 (art. I), che lo stesso Bertomeu invocava su ABC per spiegare la sua azione nel Sodalicio. Quella garanzia ha un presupposto: che la giurisdizione sia esercitata. Gli Stati non riconoscono alla Chiesa autonomia perché i suoi tribunali possano essere fermati dall’indagato, né perché rimandi le vittime a tribunali civili che sa prescritti. Quando la Chiesa reclama il concordato come scudo di fronte all’ingerenza e, allo stesso tempo, utilizza la dispensa per non giudicare, sta usando l’autonomia in entrambe le direzioni contemporaneamente: per escludere lo Stato e per non fare ciò che lo Stato le ha riconosciuto il diritto di fare.

    Nel 2019 Francesco ha riunito i presidenti delle conferenze episcopali sotto tre parole, trasparenza, responsabilità e rendicontazione; quello stesso dicembre ha soppresso il segreto pontificio nelle cause di abusi; nel 2021 ha reso obbligatorio il perseguimento. Bertomeu cita il primo di quei traguardi come cornice del suo articolo. La pratica che difende ne viola tutti e tre.

    Una crepa con nome

    Attraverso Bertomeu la Dottrina della Fede presenta la prassi della dispensa come «flessibilità del diritto della Chiesa, la cui legge suprema è il bene delle anime». Ciò che il suo stesso articolo documenta è una via di fuga disponibile dal primo giorno dell’indagine, attivabile dall’accusato, trattata senza la vittima, decisa senza motivazione, non ricorribile (cann. 333 §3 e 1732), non pubblicata, senza base legale riconosciuta, senza causa giusta identificabile, con una riparazione in coscienza che nessuno può esigere, che rimanda le vittime a un foro che si sa chiuso, che rende inverificabile la responsabilità dei superiori e che è stata applicata a più di mille casi con tendenza allarmantemente crescente. Ognuno di questi tratti, isolato, sarebbe già un difetto grave. Riuniti, descrivono un sistema che produce impunità per l’accusato, copertura per chi lo ha gestito e silenzio per le vittime, e che si presenta come atto di misericordia. Che chi l’abbia teorizzato sia il canonista che Roma invia a impartire giustizia in Cile e in Perù, e che l’abbia fatto su una rivista universitaria con tutte le cautele accademiche, non lo rende meno scandaloso.

    Alti responsabili giudiziari vaticani hanno sostenuto a InfoVaticana che la dispensa riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi ha gestito il fascicolo. Forse l’ultima parola non è stata detta di fronte a questo espediente processuale che sta facendo tanto danno a migliaia di persone. Quella lettura, e non quella dell’articolo di Jordi Bertomeu, è l’unica compatibile con il Codice, con la riforma del 2021, con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e con i concordati. Ed è quella che dovrebbe imporsi là dove, invocando la dottrina qui analizzata, si comunica a chi ha denunciato che il suo caso si è concluso perché l’accusato ha smesso di essere sacerdote. La dispensa può essere la fine di un ministero. Non può essere mai l’ultima parola su fatti che nessuno ha voluto giudicare.

    Javier Tebas Llanas, avvocato.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/04/lastuzia-per-chiudere-i-casi-di-abusi-senza-processo-ne-risarcimento-uscita-dalla-dottrina-della-fede/

  • Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Un sacerdote vittima di abusi sessuali all’interno della Chiesa si rivolge a Papa Leone XIV per “denunciare l’intera rete di protezione”.

    Il sacerdote Paolo Contini, 51 anni, ha deciso di rompere l’anonimato per denunciare gli abusi sessuali commessi da un altro religioso quando era adolescente e si stava formando presso il seminario minore.

    Il caso, reso pubblico lunedì scorso da Imagen Televisión , dimostra che dopo anni di silenzio e raccolta di prove, nel 2021 ha presentato formalmente il suo caso alle autorità civili ed ecclesiastiche.

    Papa Francesco lo ha sostenuto e lo ha incoraggiato a proseguire la sua denuncia. Oggi Contini chiede giustizia non solo per sé, ma per tutti coloro che sono colpiti da situazioni simili nella Chiesa.

    “All’inizio non capivo cosa stesse succedendo perché ero un bambino innocente. Quando me ne sono reso conto, ho provato una grande paura, la paura di non essere creduto perché la persona che mi aveva fatto del male era una persona molto rispettata nella comunità”, ha detto.

    Nel 2021, il suo aggressore è stato denunciato sia ai tribunali civili che a quelli ecclesiastici italiani. Tuttavia, i tribunali italiani si sono pronunciati sul caso e in Vaticano, secondo Contini, si è tentato di minimizzare la gravità dell’accusa.

    “Dopo un anno e mezzo mi hanno detto che tutto era stato archiviato e che avevano manipolato le informazioni sulla mia età al momento dei fatti, cercando di cambiare la storia a loro favore”, ha spiegato.

    “In realtà, quando il mio aggressore si è avvicinato a me, non mi sono resa conto di cosa stesse succedendo perché ero una bambina innocente e non sapevo nemmeno cosa stesse dicendo. Quando la situazione è diventata molto invasiva, è stato allora che ho capito, perché ero sopraffatta dal terrore, il terrore che nessuno mi avrebbe creduto, perché era un bravo prete, predicava bene ed era benvoluto da molte persone”, ha detto.

    Contini, ordinato sacerdote nel 2000, ha raccontato per la prima volta la sua storia sul Corriere della Sera. Ha aggiunto di essere “rimasto a lungo in silenzio perché ero un bambino e pensavo che non mi avrebbero creduto”.

    “Dopo aver finito il liceo, sono entrato nel seminario dei frati francescani a Oristano. Andavo molto male a scuola, non sapevo leggere ed ero sempre malato. Avevo 14 anni quando il ‘mostro’, che ne aveva 28, si è avvicinato a me”, ha raccontato.

    Ha precisato che il Dicastero per la Dottrina della Fede aveva inizialmente deciso di chiudere il caso e di applicare una pena canonica lieve: due mesi di “penitenza” in Terra Santa, anche se al suo ritorno all’accusato abusatore è stata assegnata “una parrocchia in una cittadina dove migliaia di adolescenti trascorrono le loro estati”.

    Il caso è arrivato persino a Giuseppe Baturi , segretario della Conferenza Episcopale Italiana . “Non si tratta solo di condannare il responsabile, ma anche di denunciare tutta la rete di tutele che esiste attorno a lui. La mia denuncia non è contro la Chiesa, ma dentro la Chiesa e per la Chiesa”, ha detto.

    Da quando ha reso pubblica la sua denuncia, almeno 18 sacerdoti hanno contattato Contini per condividere esperienze simili, rivelando un problema più ampio all’interno dell’istituzione.

    Da parte sua, l’imputato continua a svolgere il suo incarico di parroco in una zona costiera della Sardegna, dove si prende cura di migliaia di bambini, situazione che ha generato preoccupazione tra i fedeli e la comunità.

    Tolleranza zero
    Il mese scorso, Leone XIV ha esortato i leader cattolici ad agire con “fermezza e determinazione nell’affrontare situazioni che possano suscitare scandalo, come pure ogni caso di abuso, soprattutto contro i minori, nel rispetto delle normative vigenti”.

    È la seconda volta in una settimana che il Papa affronta pubblicamente lo scandalo degli abusi, dopo aver inviato una lettera ai giornalisti peruviani che indagano sull’organizzazione Sodalicio de Vida Cristiana (SDV), oggi non più esistente.

    In quella lettera, sosteneva che la Chiesa non dovesse tollerare alcuna forma di abuso in nessuna circostanza. “In questo momento di profonde tensioni istituzionali e sociali, difendere un giornalismo libero ed etico non è solo un atto di giustizia, ma un dovere di tutti coloro che aspirano a una democrazia forte e partecipativa”, affermava nel documento, letto da padre Jordi Bertomeu in un teatro di Lima.

    https://www.infobae.com/peru/2025/07/08/sacerdote-victima-de-abuso-sexual-dentro-de-la-iglesia-acude-al-papa-leon-xiv-para-denunciar-toda-la-red-de-proteccion/

  • Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    «Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

    Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

    Sodalizio, il punto della situazione

    Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

    Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

    «Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

    Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

    Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

    Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

    “Il mio anno di inferno e orrore”

    Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

    L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

    Le mie prime lamentele

    Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

    Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

    Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

    Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

    Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

    Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

    Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

    Il dio denaro

    So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

    E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

    Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

    Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

    Il punto di rottura

    Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

    E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

    Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

    Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

    Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

    La missione

    Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

    Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

    I vescovi peruviani

    Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

    Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

    Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

    Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

    D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

    Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

    L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

    Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

    Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

    https://www.adista.it/articolo/73026

  • Una società peruviana segreta ha abusato impunemente delle sue reclute, affermano i critici che sperano che il Vaticano garantisca giustizia alle vittime

    Una società peruviana segreta ha abusato impunemente delle sue reclute, affermano i critici che sperano che il Vaticano garantisca giustizia alle vittime

    CNN —  Come molte vittime di abusi sessuali, ci sono voluti anni perché Santiago ammettesse di essere stato violentato da adolescente.

    “Si entra in una sorta di confusione mentale, c’è qualcosa che non va, ma non è chiaro in quel momento”, ha detto Santiago, che viene identificato solo con uno pseudonimo per proteggere la sua privacy, in un’intervista esclusiva alla CNN.

    Quattro decenni dopo, sta ancora aspettando una misura di giustizia per affrontare le sue rivendicazioni contro Sodalitium Christianae Vitae (SCV), una società segreta cattolica romana fondata in Perù che è stata impantanata nello scandalo dal suo fondatore laico Luis Fernando Figari e altri membri anziani sono stati accusati di aver abusato sessualmente di numerose reclute adulte e minorenni.

    Santiago dice di aver subito abusi sessuali da Figari almeno tre volte negli anni ’70, quando aveva 17 anni. Ricordava che Figari lo portò in una stanza e lo violentò, dicendo che era “l’unico modo per vedere correttamente la sua aura”.

    Non ricorda chiaramente altri incidenti. “È difficile contare perché il tuo cervello inizia a bloccare le cose, ci ho provato, ma ci sono alcuni ricordi che sono bloccati”, ha detto.

    La CNN ha contattato il team legale di Figari e SCV per un commento. Figari ha negato tutte le accuse contro di lui.

    Santiago è tra le decine di vittime denunciate che aspettavano con impazienza che il Vaticano rivelasse le sue scoperte sulle accuse dell’SCV, dopo un’indagine durata mesi.

    L’SCV ha già ammesso che si sono verificati abusi sessuali, fisici e psicologici. Nel 2017, ha rimosso Figari dal gruppo e ha pubblicato un  rapporto in due parti redatto  da esperti internazionali che ha rilevato che più di una dozzina di uomini e tre donne hanno denunciato di aver subito abusi sessuali da parte di membri dell’SCV quando erano giovani adulti.

    Nella prefazione del rapporto, SCV ha chiesto “il perdono a ogni persona che è stata ferita da un membro o da un ex membro del Sodalitium” e ha affermato che l’organizzazione è “impegnata in un processo di autoesame e di cambiamento”.

    Ora il caso è passato nelle mani delle autorità ecclesiastiche della Città del Vaticano , che le vittime sperano possano prendere misure serie, incluso lo scioglimento dell’intera organizzazione.

    Nell’ambito dell’indagine in corso, a febbraio il Vaticano ha inviato lettere a diversi membri dell’SCV concedendo loro 45 giorni per rispondere alle accuse di abuso, secondo una fonte vicina all’indagine. I massimi investigatori vaticani sugli abusi, l’arcivescovo Charles Scicluna e monsignor Jordi Bertomeu, hanno fatto una visita a sorpresa a Lima nel luglio 2023, intervistando le vittime tra cui Santiago e rappresentanti dell’SCV, tra gli altri.

    SCV ha detto alla CNN via e-mail che l’organizzazione ha ricevuto indicazioni specifiche dalla missione del Vaticano a marzo per aprire indagini contro ex membri, ma le informazioni sono riservate.

    Per ora non è chiaro quando verranno consegnati i risultati dell’indagine, né in quale forma. Ma nell’agosto dello scorso anno, Papa Francesco ha confermato ai giornalisti: “Stiamo lavorando su questo. Stiamo cercando di portare alla luce la situazione”.

    SCV è stata fondata nel 1971 in Perù e ha filiali in tutta l’America Latina. In Perù, l’organizzazione laica, sotto la guida di Figari, reclutava per lo più giovani ragazzi bianchi provenienti da scuole cattoliche d’élite e famiglie della classe media e alta con legami politici o d’affari, ha detto alla CNN il giornalista e vittima di SCV Pedro Salinas. Molti di loro provenivano da famiglie con genitori divorziati o single, secondo gli ex membri.

    Un libro esplosivo del 2015 dei giornalisti Salinas e Paola Ugaz ha rivelato 30 testimonianze anonime di vittime di SCV, inclusa quella di Santiago, scioccando la società peruviana conservatrice, ma con il risultato solo di fallite riforme della leadership e di un procedimento giudiziario in corso contro il gruppo che in gran parte non è andato da nessuna parte.

    Nel libro, intitolato “ Metà monaci, metà soldati ”, gli ex membri dell’SCV spiegano che una volta raggiunta l’età legale, 18 anni, le reclute venivano incoraggiate a lasciare la casa e a tagliare i legami con la famiglia e gli amici.

    Agli adolescenti reclutati veniva fatto il lavaggio del cervello “per diventare una specie di zombie, un robot, un fanatico, dove c’è un sincretismo che mescola la religione cattolica con idee fasciste – il fascismo spagnolo”, secondo Salinas, che dice di essere stato lui stesso fisicamente e psicologicamente abusato al Sodalitium quando era adolescente.

    Figari era visto come una figura carismatica, ma è stato anche descritto dai membri precedenti e attuali come “volgare, vendicativo, manipolatore, razzista, sessista, elitario e ossessionato dalle questioni sessuali e dall’orientamento sessuale dei membri dell’SCV”, nel rapporto SCV del 2017. trovato.

    Ha aggiunto che Figari ha commesso “molti atti di sodomia nei confronti di un maschio minorenne e di un giovane maschio adulto”, ha filmato le giovani reclute “in biancheria intima o in costume da bagno” e ha ordinato loro di compiere atti sessuali tra loro e su se stesso, il tutto con la giustificazione di far parte della loro formazione spirituale.

    Figari ha negato pubblicamente tutte le accuse per la prima volta nel 2016. “Sono innocente, totalmente innocente. Sono venuto qui per dire la verità perché le autorità non mi hanno permesso di parlare”,  ha detto Figari ai giornalisti a Roma .

    La CNN ha chiesto un colloquio con l’avvocato di Figari ma non ha ricevuto alcuna risposta. Si ritiene che risieda ancora in Italia.

    Addestramento militare e presunti abusi sessuali

    Quando Santiago si unì al gruppo per la prima volta come studente curioso, desiderava imparare non solo la religione ma anche il misticismo e il potere della mente, ha detto alla CNN.

    All’età di 15 anni, Figari gli disse che aveva grandi poteri mentali e si offrì di addestrarlo nelle tecniche antiche, ha detto Santiago. Parte di questo allenamento prevedeva che Santiago indossasse solo la biancheria intima e si sedesse sulla gamba di Figari, ha detto. In un’altra occasione, Figari ha fatto sedere Santiago e un altro minorenne nella posizione del loto e ha chiesto loro di toccarsi a vicenda, compresi i loro genitali, ha detto Santiago.

    Anni dopo, Santiago ha denunciato per la prima volta i suoi abusi ai membri dell’SCV e ha presentato una denuncia contro Figari al Tribunale arcidiocesano di Lima nel 2011. Non ha ricevuto una risposta ufficiale o un seguito, ha detto.

    Secondo il rapporto SCV del 2017, Figari ha imposto alle giovani reclute anche un addestramento militare, ricavato dai film guardati: ai ragazzi veniva ordinato di nuotare “nelle fredde acque oceaniche per diverse ore alla volta” a tarda notte o molto presto al mattino. mattina, correre lunghe distanze in condizioni climatiche avverse e dormire sui pavimenti o sulle scale.

    Un’altra vittima, Oscar Osterling, ora 51enne, ha detto alla CNN che quando aveva 18 anni lui e altre tre reclute furono costretti a formare una fila nudi e furono filmati.

    Alla fine si è unito al team di SCV come leader della comunità 10 anni dopo, ma ha detto di pentirsi di aver potenzialmente avuto un ruolo nell’abuso psicologico di altre giovani reclute. “Dopo aver presentato la mia denuncia ho pensato: “Quante persone ho colpito anche io?”, ha detto, aggiungendo che da allora “ha chiamato molte persone per chiedere perdono”.

    SCV ha rifiutato di essere intervistato per questo articolo, affermando che sta collaborando pienamente con l’inchiesta del Vaticano e ha sottolineato un’udienza privata tra il suo superiore generale Jose David Correa e Papa Francesco il 1° dicembre, quando hanno condiviso “informazioni aggiornate sull’organizzazione”.

    La ricerca della giustizia

    Secondo Salinas e altre vittime, i passi avanti compiuti finora da SCV verso la responsabilità non sono sufficienti. Vogliono vedere i colpevoli puniti formalmente e lo scioglimento dell’organizzazione.

    Il sistema legale peruviano finora non ha portato ad alcuna soluzione. Un procedimento penale in Perù contro Figari e altri membri dell’SCV è stato archiviato dall’ufficio della procura del Perù nel 2017, con i pubblici ministeri  che hanno affermato che  nessuna delle presunte  vittime di abusi sessuali  si era fatta avanti e che i presunti crimini non rientravano nei termini di prescrizione. Un caso separato, con accuse di rapimento, gravi lesioni psicologiche e associazione illecita a commettere un crimine, è ancora all’esame del sistema giudiziario.

    “Dopo così tanti anni, questa causa legale riguarda la giustizia per le vittime e non una questione di denaro, e ciò significa anche che non ci sarà impunità per coloro che hanno commesso questi crimini”, ha affermato il dottor Jose Ugaz, ex procuratore statale ad hoc che rappresenta sette dei le vittime, ha detto alla CNN.

    I suoi clienti chiedono che “questa organizzazione venga fermata e che (che) il danno non continui a essere causato ai nuovi bambini, adolescenti o giovani in Perù e in altri numerosi paesi in cui si è espansa”, ha detto. “Il sodalizio è ancora attivo.”

    Salinas, che ha scritto a Papa Francesco sul caso, ripone le sue speranze di giustizia nelle indagini del Vaticano.

    Il Vaticano ha il potere di sciogliere la SCV, una misura già richiesta dal cardinale peruviano Pedro Barreto. Papa Francesco potrebbe anche ordinare riforme radicali del gruppo, compresa l’espulsione dei membri e misure speciali a cui dovranno essere seguite.

    E il Papa ha recentemente modificato il Codice di diritto canonico della Chiesa nel 2021 per rendere responsabili di abusi i laici che ricoprono un ufficio nella Chiesa, cosa che sembrerebbe applicarsi a Figari, che non è un chierico. Le sanzioni della Chiesa per lui potrebbero includere multe, rimozione da tutti gli incarichi e espulsione dalla SCV.

    Per le vittime si tratta di essere ascoltate e riconosciute dopo tanti anni.

    “Mi sono sentito privilegiato, mi sono sentito ascoltato… (con) quella telefonata”, ha detto Santiago alla CNN di quando ha saputo per la prima volta che gli inviati del Papa volevano incontrarlo.

    Il corrispondente vaticano della CNN Chris Lamb ha contribuito a questo rapporto.

    NOTA DEL REDATATORE: chiunque sia stato vittima di violenza sessuale può contattare la hotline nazionale per le aggressioni sessuali al numero 800-656-HOPE (4673) o visitare online.rainn.org per ricevere supporto tramite chat online riservata.

    https://edition.cnn.com/2024/05/31/americas/vatican-sodalitium-christianae-vitae-peru-investigation-in/index.html

  • La missione pontificia che indaga sugli abusi della congregazione peruviana Sodalicio prepara un rapporto con i racconti delle vittime

    La missione pontificia che indaga sugli abusi della congregazione peruviana Sodalicio prepara un rapporto con i racconti delle vittime

    Pedro Salinas è agnostico, ma da decenni attende un miracolo: la soppressione del Sodalicio, la congregazione religiosa che lo ha manipolato durante l’adolescenza e la prima giovinezza. Vale a dire che perde l’approvazione canonica che Papa Giovanni Paolo II le diede nel 1997, conferendole lo status di società di vita apostolica, e i suoi membri vengono giudicati come civili e non si nascondono più sotto l’abito talare della Chiesa cattolica . Salinas vuole giustizia per le decine di vittime che affermano di essere state torturate fisicamente, psicologicamente e sessualmente in nome di un carisma divino, ma vuole anche una chiusura per questa storia che, a suo dire, lo ha scuoiato. Ha scritto due libri per smantellare quelle che sostiene essere le grandi bugie di questa organizzazione:Half Monks, Half Soldiers (2015), coautore con la collega giornalista Paola Ugaz, e No News from God (2022).

    Con questo voluminoso libro di quasi 900 pagine, Pedro Salinas si è recato l’ultimo martedì di luglio nella sede della Nunziatura Apostolica del Perù, nel quartiere borghese di Jesús María, a Lima. Ad attenderlo un duo che gli ha ridato la fede: l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna e il sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, un tandem che in passato ha indagato sugli abusi del sacerdote cileno Fernando Karadima, inviato questa volta da papa Francesco a indagare fondo al Sodalicio de Vida Cristiana.Quello di Salinas è stato il primo di una serie di incontri durati quasi una settimana, in una saletta piccola e austera al primo piano della Nunziatura. «È la Bibbia del Sodalicio», dissero entrambi a Salinas, sollevando il suo libro, che avevano già letto grazie a un araldo che mesi fa lo aveva donato al Papa in Vaticano.

    Le domande avevano un livello di dettaglio che ha stupito il giornalista. Si è parlato di una lettera mai esistita: nel 2018 una ventina di ex membri, molti dei quali vittime sessuali, hanno accettato di firmare insieme ai vescovi della Conferenza Episcopale Peruviana un documento per affermare che il “DNA del Sodalicio è quello di un’organizzazione settaria e distruttiva che non ha nulla a che vedere con la Chiesa cattolica”. L’evento è stato senza precedenti e ha rappresentato un duro colpo per la congregazione, ma non è stato consumato. Gli hanno anche chiesto di un incidente contemplato nel suo lavoro: una testimonianza anonima di qualcuno che afferma di essere stato abusato da Luis Fernando Figari alla fine degli anni Sessanta, prima che fondasse il Sodalicio nel 1971.

    Come hanno raccontato altre vittime, la dinamica è stata la seguente: Scicluna ha fatto domande e Bertomeu ha preso appunti su un laptop ed è intervenuto di tanto in tanto per precisare alcune cose. Entrambi non hanno emesso giudizi di valore. Erano lì principalmente per ascoltare. Tutti concordano che qui sta la grande differenza con altri inviati della Chiesa: l’essersi sentiti ascoltati per la prima volta. Un altro aspetto che Salinas mette in evidenza è che, grazie alla missione, si sono visti sfilare gli alti dirigenti del Sodalicio, come il colombiano José David Correa, superiore generale, o il sacerdote Jaime Baertl, accusato dalle inchieste giornalistiche come colui che controlla le attività economiche energia. “Non rilasciano dichiarazioni alla stampa. La sua strategia per tutta la vita è mantenere un basso profilo e questo è stato rotto con questa visita. Dopo che il caso è venuto alla luce del pubblico,

    Attualmente tre componenti del Sodalicio sono indagati dalla Procura per presunto riciclaggio. Si presume che utilizzino società offshore a Panama e nelle Isole Vergini per evadere la tassa nelle attività minerarie della congregazione. Oltre alla predicazione del Vangelo, questo gruppo di laici ha consolidato una partecipazione imprenditoriale in vari campi: sanità, istruzione, esportazioni agricole, proprietà immobiliari, servizi funebri e miniere. L’audit inviato dal Papa ha incontrato anche la comunità contadina di San Juan Bautista del distretto di Catacaos, nella regione di Piura, che accusano che 11.000 ettari delle loro terre sono messi in pericolo da aziende legate al Sodalicio.

    Il Sodalicio si è rifiutato di rispondere alle domande di EL PAÍS e si è limitato a condividere un comunicato che ha pubblicato sul proprio sito web dove afferma di aver “collaborato diligentemente con gli inviati del Santo Padre e di aver fornito loro informazioni aggiornate sul processo di cura e riparazione delle vittime di abusi”. Per quanto riguarda le questioni economiche, indicano che “si impegnano a fornire ulteriori informazioni in modo chiaro e completo entro i termini stabiliti”.

    Óscar Osterling Castillo, che ha trascorso vent’anni legato al Sodalicio fino alle sue dimissioni nel 2012, tiene una stima di coloro che hanno subito vessazioni di vario genere. “Quasi 430 persone sono entrate nel Sodalicio fino al 2012. Di queste, poco più di 300 si sono ritirate, difficilmente c’è stato un solo Sodalit che non sia stato vittima e che non sia stato abusatore in questa dinamica. Non ho denunce di abusi sessuali, ma ho maltrattato psicologicamente molte persone a cui ho chiesto perdono”, dice Osterling, che è stato anche uno dei primi a incontrare la missione Scicluna-Bertomeu.

    “Mi hanno chiesto se il Sodalicio si poteva correggere o se ne consigliavo lo scioglimento. E ho detto loro che ero convinto che la cosa più giusta fosse scioglierlo, perché da quando sono apparse le lamentele hanno avuto molti anni per riformarsi e non solo non l’hanno fatto, ma non hanno mostrato alcun comportamento di pentimento. Hanno creato un nuovo consiglio di amministrazione che finisce per essere una maschera per i vertici”, afferma Osterling.

    All’età di 50 anni, Osterling, divenuto Superiore di Comunità in quel gruppo religioso, riflette che uno degli effetti più gravi degli ex Sodalit è il non riuscire a reintegrarsi nel mondo del lavoro. “Ho studiato educazione e non ho insegnato da nessuna parte, perché vivevo in una comunità. Conosco casi di persone che non hanno mai studiato una laurea. Si ricorre a mille modi, si intraprende, ma è una conseguenza dell’essere vittima. Il Sodalicio ha stroncato la vita a tante persone”, dice.

    Anche Martín López de Romaña e suo fratello Vicente, più giovane di tre anni e mezzo, sono stati interrogati da inviati speciali di papa Francesco. Martín ha pubblicato nel 2021 La gabbia invisibile,una testimonianza coraggiosa e straziante dove ha incontrato 80 ex Sodalits per fornire nuove parti sulle sottomissioni subite da diverse generazioni in nome di una fede storta. “Secondo me sono una setta per il controllo mentale, parassitaria della Chiesa cattolica. Nel Sodalicio tutto era ideologia, non c’era vera ricerca del trascendente. Sento di aver appena avuto una vita spirituale dopo essere andato via”, dice Martín, che si è dimesso dalla congregazione nel 2008. “Ho sempre detto che l’unica cosa che noi vittime vogliamo è la verità, la giustizia e la riparazione. Né io né mio fratello abbiamo ricevuto un soldo quando i nostri genitori hanno contribuito per decenni con 500 dollari al mese alla comunità. Non è solo per chiudere il Sodalicio, ma per farlo in modo equo”, rimarca.

    Il giornalista José Enrique Escardó, la prima vittima a denunciare la leadership del Sodalicio nei primi anni 2000, non condivide l’ottimismo sulla missione Scicluna-Bertomeu. Ha letto una lettera ad alta voce a entrambi in cui li confronta con la sfiducia che prova per loro. “Non credo nella denuncia nella Chiesa. Credo nella denuncia della Chiesa. Non dovrei sedermi qui con te perché non hai l’autorità morale per essere giudici che rappresentano gli autori e i complici. Voi ed io dovremmo essere seduti davanti a un giudice umano imparziale (…) vi guardo negli occhi e vi sfido a dimostrare che ho torto con le azioni che intraprenderete quando lascerete il mio paese”, ha sbottato loro.

    L’arcivescovo Charles Scicluna e il sacerdote Jordi Bertomeu presenteranno una relazione a papa Francesco nei prossimi mesi e, con essa, si determinerà il destino della congregazione. Ora è tutto nelle tue mani.

    https://elpais.com/sociedad/2023-08-21/la-mision-papal-que-investiga-por-abusos-a-la-congregacion-peruana-sodalicio-prepara-un-informe-con-los-relatos-de-las-victimas.html

  • “La Rete dei Sopravvissuti del Cile” – CRIN report 2021: la responsabilità dell’indifferenza per la morte di 1.313 bambini cileni

    “La Rete dei Sopravvissuti del Cile” – CRIN report 2021: la responsabilità dell’indifferenza per la morte di 1.313 bambini cileni

    Articolo tratto da korazym.org- di Vik van Brantegem

    “La Rete dei Sopravvissuti del Cile” – CRIN report 2021: la responsabilità dell’indifferenza per la morte di 1.313 bambini cileni 

    4 Marzo 2021- Korazim  http://www.korazym.org/57011/la-rete-dei-sopravvissuti-del-cile-crin-report-2021-la-responsabilita-dellindifferenza-per-la-morte-di-1-313-bambini-cileni/

    di Ivo Pincara

    “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Mt 18,6-7).

    Proseguiamo la nostra inchiesta, sul tema delle violenze sessuali sui minori, perpetrate all’interno della Chiesa Cattolica Romana. Dopo aver affrontato, in 4 parti, il caso Australian Gate – Un Oceano dell’Orrore nel quale abbiamo motivato la discrepanza di 2,2 miliardi di dollari AUS (1,4 miliardi di Euro). Una somma enorme rilevata dall’Australian Transaction Reports and Analysis Centre (AUSTRAC), come conseguenza di accordi economici, tra Chiesa Cattolica Romana e Stato australiano, dal 2014 al 2020. Accordi bilaterali, destinati – è nostra ipotesi – per i risarcimenti alle vittime della violenza del clero [QUI].

    Nel più totale silenzio dei media vaticani, adesso presentiamo ai nostri attenti e affezionati lettori, i risultati delle indagini svolte dal Child Rights International Network (CRIN), ente investigativo, informativo e di controllo attuativo, accreditato dall’ONU. Il CRIN supporta le Nazioni Unite, tramite il Comitato per i diritti dell’infanzia (CRC) e sostiene l’applicazione della Convenzione dei diritti dell’infanzia, dei diritti di adolescenti e minori. Aderiscono al CRIN circa 3.000 organizzazioni di 130 paesi, che operano per la tutela dei minori.

    Nella presente analisi Cile la rete dei sopravvissuti” – CRIN report 2021 approfondiremo gli aspetti delicati, in riferimento agli abusi sui bambini perpetrati da sacerdoti della Chiesa Cattolica Romana in America Latina, in particolare dei Paesi di lingua spagnola.

    Il CRIN è un osservatorio internazionale, con una speciale devozione alla lente, orientata alla tutela dei diritti dei bambini. L’osservatorio è promotore dell’assunto, che i diritti dei bambini sono i medesimi diritti degli adulti. Tali diritti devono essere rispettati dagli adulti e dagli adulti devono essere fatti rispettare.

    Tra le altre attività di analisi, CRIN relaziona sull’operato delle entità religiose. Per tale motivo, è posta sotto osservazione la Santa Sede. La Santa Sede (o Sede Apostolica) è l’ente, dotato di personalità giuridica in diritto internazionale, preposto al governo della Chiesa Cattolica Romana. Il Papa ne è il capo supremo e nel contempo è il Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, uno stato sovrano in regime di monarchia assoluta a carattere elettivo, nel quale il Vescovo di Roma detiene I tre poteri dello Stato (il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario), con l’aggiunto del Quarto Potere (il potere mediatico). Attualmente, la Santa Sede intrattiene relazioni diplomatiche con 183 stati sovrani [QUI].

    Il CRIN nel 2014, nei seguenti estratti dal rapporto di 48 pagine A Preliminary Report – Child Sexual Abuse and the Holy See – The need for justice, accountability and reform – CRIN Report 2014 [QUI], afferma:

    “È stata riscontrata ostruzione da parte del Vaticano in alcuni paesi, come l’Italia, gli sforzi per scoprire la portata degli abusi sono stati ostacolati da specifici trattati vaticani”.

    “È difficile ottenere statistiche affidabili sugli abusi sessuali clericali in Italia perché il governo ha un trattato con il Vaticano che garantisce aree di immunità ai funzionari vaticani”.

    “Il nostro scopo è spingere la Santa Sede a diventare più trasparente come Stato con obblighi in materia di diritti umani e ad aprirla a un ulteriore ed efficace controllo da parte degli organismi delle Nazioni Unite”.

    “La Santa Sede è ora all’esame del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, questo rapporto si concentra sugli abusi clericali nella Chiesa cattolica e nelle istituzioni cattoliche in tutto il mondo”.

    “Nel dicembre 2013, la Santa Sede non ha fornito la completa documentazione richiesta dal Comitato ONU per gli abusi del clero”.

    “I rapporti su un cambiamento sistemico della politica vaticana sotto Papa Francesco riguardo ai diritti umani forniscono una prospettiva promettente sul suo papato”.

    “Il diritto canonico e le sue procedure possono e crediamo ostacolino i processi di diritto civile o penale”.

    Riteniamo importante analizzare le considerazioni del citato rapporto, a sette anni dalla sua pubblicazione. Tutto ciò è utile per verificare, dopo sette anni, cosa è stato fatto.

    Riteniamo l’anno 2014 un anno cruciale. Lo abbiamo definito – non a caso – l’anno zero di una nuova era.

    Nel 2014 prendono corpo le riforme della Santa Sede in tema di tutela dei minori.

    Nel 2014 Papa Francesco lo ha messo nero su bianco [QUI].

    Osservare come nel 2014 l’ONU, tramite CRIN, muove le sopra riportate critiche alla Santa Sede, risulta interessante.

    È interessante osservare che proprio nel 2014, in Vaticano, viene istituita la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, con chirografo di Papa Francesco [QUI].

    È interessante osservare cosa avviene nel 2014 e si sviluppa nel tempo, per un periodo di 6 anni, dal 2014 al 2020, nel Commonwealth dell’Australia. Lo Stato australiano, tramite l’AUSTRAC [QUI], evidenzia una discrepanza di 2,2 miliardi di dollari AUS (1,4 miliardi di Euro). Si tratta di flussi finanziari, letti ma non analizzati – attribuiti in modo errato al Vaticano – e stranamente accantonati dal sistema di controllo finanziario del governo australiano. Questi flussi finanziari, per sei anni vengono messi a prendere polvere in soffitta. Per questi flussi finanziari tutt’ora vi sono indagini in corso, al fine di far luce su una questione complessa che riguarda la Chiesa Cattolica Romana in Australia, lo Stato australiano e la Santa Sede.

    L’indagine in corso è in riferimento a “qualsiasi entità o individuo” che possono essere associati allo Stato della Città Vaticano, con una particolare attenzione all’operato delle banche centrali, che – a quanto pare – sono fuori dal “radar” dei controlli finanziari governativi che può operare l’AUSTRAC.

    In concreto, nel 2014 si concentrano le insolite coincidenze. Se tre indizi fanno una prova, le ipotesi da noi formulate, probabilmente, non sono molto distanti dalla realtà.

    Il CRIN, nella sua analisi approfondita, ha evidenziato che la Chiesa Cattolica Romana si trova al centro di innumerevoli scandali di abusi sui minori di portata internazionale. L’esito dell’inchiesta di CRIN ha riconosciuto gravi responsabilità del clero – e delle gerarchie ecclesiastiche – per i crimini perpetrati in danno dei bambini. Il CRIN, nella presentazione dedicata alla Santa Sede sul proprio sito Internet, rileva quanto segue: “Le denunce più frequenti presentate nei confronti della Santa Sede, rispetto alla tutela dei diritti umani, sono state le continue segnalazioni di violenze sui minori all’interno delle proprie istituzioni religiose, unite ad accuse alle gerarchie della Chiesa, per aver agito per nascondere queste violenze” [QUI].

    La questione degli abusi sessuali sui minori e persone vulnerabili all’interno della Chiesa Cattolica Romana è un problema globale e la vera portata degli abusi commessi in America Latina sta venendo alla luce solo recentemente. Il CRIN report 2019 definisce questa fase “la terza ondata”.

    L’America Latina è la regione con la più alta popolazione cattolica romana al mondo, ma con i più bassi tassi di denuncia di abusi sessuali su minori contro il clero cattolico romano. Gli scandali continuano a emergere e in tutto il continente latinoamericano si chiede giustizia per le vittime di violenze da parte del clero. È accertato che il crimine è stato perpetrato in tutti i 18 paesi di lingua spagnola dell’America Latina: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, República Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, México, Nicaragua, Panamá, Paraguay, Perù, Puerto Rico, Uruguay e Venezuela.

    Il Cile è il primo Paese latinoamericano a presentare denunce in merito agli abusi sui minori perpetrati dal clero dalla Chiesa Cattolica Romana. Finora sono emerse poche informazioni sugli abusi clericali da qualsiasi Paese latinoamericano. Scarse informazioni sono giunte, in particolare, da Brasile, Cuba, Ecuador e Honduras.

    Riguardo Cuba, non sono stati trovati resoconti dei media in merito ad abusi sessuali commessi sui minori all’interno della Chiesa Cattolica Romana. Non sono disponibili statistiche sul numero di denunce penali, presentate per presunti abusi sessuali, commessi dal clero cubano (The Third Wave – Justice for survivors of child sexual abuse within the Catholic Church in Latin America).

    Diversamente, in Cile è in crescita costante il numero delle vittime sopravvissute alle violenze, che denunciamo i crimini subiti, abbattendo i muri dell’omertà. Lo scopo di queste denunce è quello di intraprendere azioni legali contro gli autori delle violenze, che la gerarchia della Chiesa Cattolica Romana ha consapevolmente protetto, trasferito e coperto, ostacolando il corso della giustizia [QUI].

    Nel 2016 si registra una singolare censura dei media. Il quotidiano paraguayano La Nación inizia a pubblicare una serie di rapporti investigativi su cinque preti cattolici argentini che, dopo essere stati accusati di abusi sessuali su minori, erano stati trasferiti nel vicino Paraguay. La serie, denominata Dark Church, è stata interrotta dopo il quarto giorno di pubblicazione. All’epoca, il giornalista a capo del progetto, Aldo Benítez, ha detto che il suo team non ha mai ricevuto una spiegazione sul motivo per cui la serie è stata interrotta. In seguito è emerso, che l’Ambasciatore del Paraguay presso la Santa Sede, Eliseo Ariotti, aveva contattato la proprietaria di La Nación, Sarah Cartes, sorella dell’allora Presidente del Paraguay Horacio Cartes, dicendole che “la pubblicazione non era conveniente”. Altri quotidiani, in seguito, hanno pubblicato articoli denunciando la presunta censura. Poi, La Nación ha ripreso la pubblicazione di Dark Church”, con in totale 15 articoli, per cui ha vinto un premio giornalistico sui diritti umani [QUI].

    Nel gennaio 2021, nel più totale silenzio dei media vaticani, è stato presentato un rapporto delle violenze sui minori in Cile, perpetrate dal clero della Chiesa Cattolica Romana [QUI]. Il rapporto è stato presentato all’ONU tramite il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura [QUI]. L’inchiesta è volta all’attuazione delle raccomandazioni per sostenere la tutela dei diritti bambini. Il rapporto viene presentato a seguito delle segnalazioni pervenute per le violenze perpetrate in danno dei minori. Negli ultimi anni, il Cile ha visto un costante aumento del numero di denunce di abusi sessuali su bambini, perpetrati all’interno della Chiesa Cattolica Romana del Paese. La presentazione del rapporto è il risultato di un’operazione congiunta, all’esito della collaborazione intercorsa, tra il Child Rights International Network (CRIN) e il Survivors Network – Red de Sobrevivientes del Cile.

    La Rete dei Sopravvissuti del Cile ha costituito l’unico database del Paese, nel quale sono archiviati i casi di abuso sessuali sui minori. Nell’ultimo aggiornamento dell’agosto 2020, è stato comunicato che sono state presentate pubblicamente 360 denunce di presunti abusi sessuali commessi sui minori da parte del clero della Chiesa Cattolica Romana. Le accuse, tra le altre, riguardano 4 cardinali, 27 vescovi e 186 sacerdoti. Tuttavia, le statistiche disponibili sono considerate una significativa sottostima delle violenze reali perpetrate dal clero. In risposta alla mancanza di dati, la Rete dei Sopravvissuti del Cile nell’agosto 2018 ha invitato il Presidente della Repubblica, nonché Capo del governo cileno, a istituire un’indagine nazionale sugli abusi perpetrati all’interno del Chiesa Cattolica Romana nel Paese. Le istituzioni cilene, pertanto, sono stato esortate a presentare i dati in loro possesso riguardo l’entità delle violenze sessuali contro i bambini, perpetrate all’interno di istituzioni religiose e statali.

    Nel 2018, la Policía de Investigaciones de Chile (PDI), la polizia criminale investigativa civile cilena, tramite un rapporto all’autorità giudiziaria, ha denunciato il reato di violenze commesso in danno dei bambini in tutti i centri residenziali e di custodia, gestiti dal Servicio Nacional de Menores (SENAME), il servizio nazionale per i minori che dipende dal Ministero di giustizia e diritti umani del Cile. È stato accertato che circa il 40% dei centri SENAME (241), sono di proprietà di o collegate a istituzioni della Chiesa Cattolica Romana in Cile. Il difensore civico cileno per i diritti dei bambini ha ripetutamente denunciato la mancanza sistematica di informazione sulla tutela dei bambini fornita al personale nelle agenzie del SENAME.

    I risultati del rapporto del PDI sono scioccanti. Dal documento emergono denunce di gravissimi crimini, commessi in danno ai bambini. Oltre alle violenze riscontrate, si registrano tra il 2005 e il 2016 1.313 decessi, che corrispondono a 119 decessi annui, un bambino morto ogni 3 giorni. È stato dimostrato che i minori hanno subito gravissime violenze in tutte le strutture del SENAME, che spesso hanno causato la morte.

    Alcune delle strutture residenziali, gestite da SENAME, sono state oggetto di ispezioni della commissione ONU [QUI]. Le informazioni raccolte sono state trasmesse alla Procura della Repubblica cilena. Ma, secondo l’organizzazione investigativa CiperChile, la pubblicazione del rapporto della polizia investigativa criminale civile cilena è stata ritardata volutamente di molti mesi dal Procuratore nazionale, Jorge Abbott e dal Direttore della polizia cilena, Héctor Espinoza [QUI]. In Cile, nelle istituzioni gestite dal servizio nazionale per i minori SENAME e dalla Chiesa Cattolica Romana, sono stati commessi crimini cruenti, che hanno condotto – secondo CiperChile – alla morte migliaia di bambini innocenti. Il CRIN rileva, che all’interno del centro residenziale Nido Amigó, Fundación Cattolica Padre Luis Amigó, è stata scoperta una attività di prostituzione minorile, in danno dei bambini, che vivevano sotto la responsabilità e la custodia della fondazione cattolica.

    In una clamorosa decisione senza precedenti, dopo tre giorni di incontri, il 17 maggio 2018 i 34 vescovi cileni hanno presentato in blocco le dimissioni al Papa: “Abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida lui liberamente per ciascuno”. Mons. Luis Fernando Ramos Pérez, Amministratore apostolico “sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis” di Rancagua e Segretario generale della Conferenza Episcopale del Cile ha affermato: “Il nostro atteggiamento è in primo luogo di dolore e di vergogna. Dolore, perché purtroppo ci sono vittime: ci sono persone che sono vittime di abusi e questo ci causa profondo dolore. È una vergogna, perché questi abusi si sono verificati in ambienti ecclesiali che sono proprio quelli in cui questo tipo di abusi non dovrebbero mai verificarsi” [QUI].

    Il 16 gennaio 2018, durante un incontro strettamente privato nella Nunziatura Apostolica di Santiago del Cile con un piccolo gruppo di vittime di abusi sessuali da parte del clero, Papa Francesco aveva reso chiaro di credere soltanto alla versione dell’episcopato cileno. In merito alle coperture che il Vescovo di Osorno, Mons. Juan Barros, aveva procurato al prete pedofilo Karadima, aveva detto alle vittime di non avere “prove”, “sono tutte calunnie”, aveva poi spiegato loro. Quindi, a seguito delle denunce degli abusi, il ripensamento, con l’invio in Cile in “missione speciale”, per compiere un’approfondita investigazione che ha portato alla luce un’altra verità, l’Arcivescovo Charles Scicluna, nominato il 13 novembre 2018 Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, conservando l’Ufficio di Arcivescovo di Malta e Monsignor Jordi Bertomeu, Officiale della medesima Congregazione per la Dottrina della Fede. La missione avevo lo scopo di attivare ufficialmente un’indagine investigativa sugli abusi, da parte della Santa Sede. L’inchiesta degli investigatori papali ha raccolto le testimonianze di 64 sopravvissuti che si sono rivolti agli investigatori inviati dal Papa. Le vittime di abusi sono state ascoltate a New York e a Santiago del Cile, ma dopo due anni di silenzio, gli stessi sopravvissuti, hanno mosso critiche nei confronti della Santa Sede perché non hanno più avuto notizie degli esiti delle denunce presentate. Il rapporto redatto dagli investigatori è composto da oltre 2.300 pagine.

    L’8 aprile 2018 Papa Francesco in una lettera indirizzata all’episcopato del Cile, a seguito del rapporto d’indagine, ha affermato: “Sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate” [QUI].

    La Corte d’Appello di Santiago del Cile in ottobre 2018 ha revocato una precedente sentenza e ha condannato l’Arcivescovado di Santiago del Cile guidata dal Cardinale Ricardo Ezzati al pagamento di un consistente risarcimento, 670 mila dollari USA (556 mila Euro), alle tre più conosciute vittime dell’ex prete Fernando Karadima. Il verdetto in favore di Juan Carlos Cruz, Andrés Murillo e James Hamilton è stato emesso all’unanimità dai giudice della IX Sezione del tribunale. Il cambio della sentenza rispetto a quella di qualche tempo fa, che invece aveva rifiutato questo indennizzo, secondo gli esperti e osservatori ha una sola spiegazione: la lettera del febbraio 2009 dell’Arcivescovo Cardinale Francisco Javier Errázuriz all’allora Nunzio Apostolico Arcivescovo Giuseppe Pinto, documento che racconta una versione diversa a quanto il porporato ha sostenuto sotto giuramento in questi anni. In sostanze, nella lettera il cardinale riconosce di aver ordinato di chiudere la causa contro l’allora potentissimo Fernando Karadima e di aver vietato al Procuratore di giustizia della Curia arcivescovile di interrogare l’accusato.

    Il 28 settembre 2018 si apprende da un Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede che Papa Francesco ha ridotto dallo stato clericale Fernando Karadima. Il Comunicato aggiunge che il Santo Padre ha preso questa “decisione in coscienza e per il bene della Chiesa”. Karadima dopo il processo canonico conclusosi nel 2011 con una dura e severa condanna che lo obbligava ad un ritiro di preghiera e penitenza era rimasto sacerdote e quindi ha continuato i suoi doveri ministeriali ma in privato, dovendo vivere in una casa di religiose. Sul mantenimento dello stato clericale si erano sollevate molte polemiche.

    Per quanto riguarda l’obbligatorietà della denuncia di violenze sui minori all’interno della Chiesa Cattolica Romana, nel 2019 il CRIN ha raccomandato al Cile di estendere l’obbligo di segnalazione a tutte le categorie professionali che lavorano con i bambini, anche nelle istituzioni gestite dalla Chiesa. Il CRIN sostiene che la denuncia del crimine di abuso sui minori debba essere considerata obbligatoria anche per il sacramento della confessione. Il CRIN sostiene che l’istituzione di tale obbligo sia una necessità. Tale richiesta viene motivata a seguito dell’affermazione fatta nell’ottobre 2018 dal procuratore cileno Emiliano Arias, con la quale segnalava che la Chiesa Cattolica Romana in Cile non ha consegnato mai volontariamente alle autorità civili documenti interni su denunce di abuso di minori. La Chiesa ha consegnato la documentazione solo dopo ordini emessi del tribunale civile e in alcuni casi, solo in seguito a perquisizioni autorizzate della procura negli uffici ecclesiastici.

    Nell’aprile 2019, la Procura della Repubblica cilena ha firmato un accordo con la Conferenza dei Vescovi Cattolici del Cile per cooperare all’ottenimento di informazioni utili per le indagini penali contro membri del clero accusati di abusi sui minori. La Procura ha riferito che c’erano 158 indagini aperte su abusi sessuali e su insabbiamenti da parte del clero e di dipendenti della Chiesa Cattolica Romana. Si registrano in totale 219 soggetti accusati di aver abusato di 241 presunte vittime, di cui 123 minorenni nel momento del presunto abuso. Questi sono gli ultimi dati pubblicati sulle denunce di abuso del clero da parte dell’Ufficio del Procuratore Nazionale. Anche se a maggio 2019 i media hanno riferito che il numero di denunce oggetto di indagine è salito a 166.

    Nel 2018, la Chiesa Cattolica Romana in Cile aveva creato specifici uffici per ricevere denunce di presunti abusi del clero. Questi uffici sono stati criticati per la loro mancanza di trasparenza e indipendenza. È stato riscontrato un espresso rifiuto di trasmettere la documentazione delle indagini alle autorità civili. In risposta alla reticenza della Chiesa Cattolica Romana in Cile, sul rifiuto di consegnare documenti sugli abusi alle autorità civili, la Rete dei Sopravvissuti del Cile ha chiesto l’annullamento dell’accordo. Nel maggio 2019 il procuratore che si occupava delle denunce di abuso del clero in Cile, Emiliano Arias, è stato sospeso dal servizio, a seguito di una denuncia contro di lui, per presunta corruzione, da cui poi è stato scagionato. La sospensione del procuratore Arias è giunta il medesimo giorno in cui aveva avviato un’indagine sull’Arcivescovo di Santiago del Cile, il Cardinale Ricardo Ezzati, riguardo il presunto occultamento di casi di abusi sessuali su minori.

    Il 23 marzo 2019 il Cardinale Ricardo Ezzati ha presentato le dimissioni, accettate da Papa Francesco [QUI]. Il Procuratore Arias, in seguito, è stato rimosso dall’incarico di indagare sui casi di abuso del clero. La Rete dei Sopravvissuti del Cile ha presentato pubbliche lamentele, poiché, i progressi fatti si sono puntualmente bloccati, dopo che il Procuratore Arias è stato rimosso. I poteri sono stati trasferiti al Procuratore Xavier Armendáriz, ma le molteplici richieste, di avviare indagini sui casi di abuso, sono state ignorate dal suo ufficio. La giustificazione adottata è stata la sopraggiunta pandemia da Covid-19, che ha contagiato il Cile nel settembre 2020. Secondo Armendáriz la pandemia ha ulteriormente ritardato le indagini sui casi di abuso. La Rete dei Sopravvissuti del Cile ha contestato tale spiegazione, ritenendo che la Procura sia sottofinanziato e quindi incapace di svolgere il proprio lavoro. Secondo Rete dei Sopravvissuti del Cile, il ritardo riguarda l’intero sistema giudiziario, che si ripercuote sul diritto di presentare una denuncia e la presa in carico della stessa.

    Nel luglio 2018, la Procura della Repubblica cilena ha riferito che 22 procedimenti giudiziari per abusi da parte del clero, avevano portato a condanne. L’organizzazione investigativa CiperChile ha documentato diversi casi, in cui la Procura della Repubblica cilena ha interrotto le indagini su alti funzionari cattolici, accusati di abusi sessuali su minori o accusati di occultamento. Un caso su tutti è quello di Francisco José Cox, deceduto il 12 agosto 2020, da Papa Francesco dimesso dallo stato clericale il 13 ottobre 2018, per atti di abuso sui minori [QUI].

    La Rete dei Sopravvissuti del Cile segnala, che l’attuale Arcivescovo di Santiago del Cile, Mons. Celestino Aós Braco sta affrontando molteplici denunce per insabbiamento di abusi sessuali, ma le indagini si sono arenate. Altro esempio negativo citato, è quello dell’ex gesuita Eugenio Valenzuela, il 29 novembre 2019 dimesso dallo stato clericale e dai voti religiosi da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, per accertate “trasgressioni sessuali nell’ambito della confessione” [QUI].

    Mons. Celestino Aós Braco, in merito agli attacchi a più di 60 tra chiese e templi [QUI], il 20 ottobre 2020, ha dichiarato: “Sarebbe sciocco negare che dentro queste aggressioni contro la Chiesa e contro la religione ci siano anche gli errori della Chiesa e i peccati che abbiamo commesso e di cui proviamo vergogna” [QUI]. I cileni vogliono giustizia [QUI].

    Ci congediamo dai nostri attenti e affezionati lettori, nella certezza che il Popolo di Dio chiede giustizia per gli abusi sessuali sui minori. Il Popolo di Dio chiede giustizia per i crimini perpetrati all’interno della Chiesa Cattolica Romana. Siamo convinti che le riforme, a cui Papa Francesco sta lavorando, debbano trovare inevitabilmente un protocollo attuativo sul campo. Altrimenti le riforme resteranno “riforme da vetrina”, che non conducono alla verità, che non conducono alla giustizia, che non conducono alla pace, che non conducono al perdono.

    La barca di Pietro è in balia del mare in tempesta. La barca di Pietro ha bisogno di essere condotta in un porto sicuro, con misericordiosa fermezza. Papa Francesco può aiutare la giustizia a fare il suo corso e attuare rigidi protocolli, per far in modo che non vengano mai più perpetrati crimini di tale crudeltà. Il Papa deve trovare il modo di riuscire ad attuare la riforma sul campo, in comunione con il Popolo di Dio.

    A tal proposito, ci uniamo alle parole della Lettera aperta a Papa Francesco della Dott.ssa Valentina Villano [QUI]. Parole che vorremo vedere scolpite nella roccia del monte delle beatitudini, con il nome ebraico di Corazim (da cui Korazym.org prende il nome [QUI]). Parole chiare, dette fuori dai denti. Parole capaci di far sentire i sordi. Parole che si trasformano nella voce del Popolo di Dio. Parole sulle quali meditare. Parole da non dimenticare mai.

    “La Rete dei Sopravvissuti del Cile” – CRIN report 2021: la responsabilità dell’indifferenza per la morte di 1.313 bambini cileni

  • Juan Carlos Cruz: dal Cile effetto valanga. Il Papa è cambiato ma mi preoccupano i vescovi

    Juan Carlos Cruz: dal Cile effetto valanga. Il Papa è cambiato ma mi preoccupano i vescovi

    Una delle più famose vittime di Karadima è a Roma mentre è in corso il summit sulla protezione dei minori in Vaticano: mi fanno rabbia i cardinali che strumentalizzano la questione pedofilia per lotte personali. «Abolire ogni segreto, anche quello pontificio»

    SALVATORE CERNUZIO – IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Ormai Juan Carlos Cruz è di casa a Roma. Sembrano decenni ma in realtà sono trascorsi solo pochi mesi da quando una delle più famose vittime di Fernando Karadima, il potente sacerdote cileno abusatore seriale di giovani e seminaristi, spretato da Francesco nel novembre 2018, puntava il dito contro i Sacri Palazzi che reputava corresponsabili del dolore subito. Non solo quello per le violenze del parroco di “El Bosque” durate quasi sette anni, ma anche per il muro di silenzio e omertà innalzatogli davanti agli occhi dalle gerarchie della Chiesa cilena, che attualmente fatica a rialzarsi dagli scandali emersi nello scorso anno.

    Oggi Cruz, giornalista residente negli Stati Uniti, dice di essere una persona serena. Da circa una settimana è a Roma per il summit sugli abusi voluto da Papa Francesco, ha incontrato spesso l’arcivescovo Charles Scicluna che per due volte è stato inviato dal Papa in Cile per indagare sui casi di abuso e che rappresenta il suo punto di riferimento in Vaticano, passeggia per Borgo Pio con monsignor Jordi Bertomeu, officiale della Dottrina della Fede “braccio destro” di Scicluna nelle missioni nel Paese sudamericano, saluta cordialmente i giornalisti in Sala Stampa vaticana che lo hanno conosciuto durante il viaggio papale nel gennaio 2018.

    Cruz, soprattutto, sa di avere il sostegno del Papa con il quale ha stabilito un rapporto personale dopo la famosa visita privata di aprile a Santa Marta quando, insieme alle altre vittime Hamilton e Murillo, ha sentito dalle labbra del Pontefice la parola «perdono». «Il Papa del 2019 non è il Papa del 2017», afferma. Non è cioè il Papa che lo aveva scandalizzato per aver “difeso” il vescovo di Osorno, Juan Barros, insabbiatore dei crimini del suo mentore Karadima, mettendo quasi in dubbio la veridicità delle accuse a lui rivolte. «Mi ha impressionato la sua evoluzione personale. Uno pensa che ad 82 anni una persona non possa cambiare. Ma senza dubbio il Papa guarda, il Papa ascolta, il Papa cambia opinione rispetto a quello che apprende. Questo lo apprezzo molto».

    Il Papa anche ha convocato a Roma 190 vescovi e cardinali per discutere della piaga degli abusi. Cosa si aspetta da questo summit?

    «Sono cautamente ottimista. Nel senso che sono certo che i vescovi stanno dibattendo, riflettendo, tuttavia sono proprio loro la preoccupazione più grande».

    In che senso?

    «Nel senso che il Papa chiede un cambiamento, ma poi i vescovi dicono: “sì, sì, prendiamo provvedimenti”, annuiscono con la testa e, invece, tornano a casa e non cambia nulla. Credo che si debba trovare un modo per avere una forma di controllo su quello che fanno i vescovi, cioè che applichino il diritto canonico, applichino la “tolleranza zero”, collaborino con la giustizia locale per spedire in carcere i pedofili e non coprirli. Non basta la giustizia della Chiesa, bisogna collaborare con le autorità e la polizia locale».

    Quali potrebbero essere misura efficaci, secondo lei?

    «Anzitutto consegnare gli abusatori alla giustizia come pure i vescovi che occultano, che spostano i preti pedofili di parrocchia in parrocchia, come è accaduto per anni in Cile. È estremamente importante perché non è più possibile che, per tutelare l’immagine dell’istituzione, si eviti che pedofili e criminali vadano in carcere. Poi credo che sia importante eliminare il segreto, che sia pontificio o come lo vogliamo chiamare. Non può esserci segreto, deve esserci trasparenza dove c’è un reato, sempre! Bisogna rispettare la vittima e proteggerla se non vuole essere pubblicizzata. Ma limitarsi a cambiare parrocchia al colpevole o mandarlo in un altro paese è un reato, come i vescovi che lo proteggono».

    Lei ha partecipato all’incontro con il comitato organizzatore del summit mercoledì scorso. Ha riferito queste istanze ai rappresentanti vaticani?

    «Sì, monsignor Scicluna mi aveva contattato e mi aveva chiesto di organizzare una riunione con circa 12 sopravvissuti da tutto il mondo prima dell’inizio del summit. Nel colloquio noi abbiamo chiesto loro proprio questo: “tolleranza zero”, non applicare il segreto pontificio, collaborare con la polizia. E che questi crimini siano puniti, cioè che sia punito tanto chi abusa, quanto chi copre».

    In Cile cosa è cambiato dopo lo scoppio degli scandali e i provvedimenti di Papa Bergoglio?

    «Quello che è successo in Cile è il modello mondiale di quello che deve accadere. Ho parlato molto con il Papa durante l’anno. Il modello cileno è stato come un effetto valanga, tanto doloroso quanto enorme. Mai era successo prima… E ora altri Paesi stanno sperimentando lo stesso: in Spagna, Costa Rica, Perù, Stati Uniti. Conosco vittime africane, asiatiche, di Paesi che non riportano di casi di abusi, seppur i vescovi ne siano a conoscenza».

    Da diverse parti si avanza la teoria che la radice del problema degli abusi sia l’omosessualità nella Chiesa. Cosa ne pensa?

    «Mi fanno arrabbiare i cardinali e i vescovi che usano le vittime come bandiere di lotta per strumentalizzare e tornare a prima del Concilio Vaticano II per appoggiare la battaglia sull’omofobia, come se gli omosessuali fossero il demonio. Sono ipocriti. Prendiamo ad esempio Viganò (l’ex nunzio Usa autore di un dossier in cui chiedeva le dimissioni del Papa, ndr), quando la situazione negli Stati Uniti stava esplodendo da vent’anni, per tutto il tempo non ha mai fatto nulla. Ora usano le vittime come bandiera della loro lotta conservatrice».

    Ha detto di aver avuto diversi contatti con Papa Francesco nel corso dell’ultimo anno, a cominciare da quel primo incontro personale a Santa Marta dello sorso aprile. C’è una parola, un gesto, un aneddoto del Papa che l’ha colpita particolarmente?

    «Papa Francesco mi ha detto sempre molte frasi di incoraggiamento. La verità è che mi sento tremendamente onorato che il Papa mi ascolti. Allo stesso tempo penso che io non posso essere l’eccezione tra le vittime che vengono ricevute, dovrebbe essere la norma. Tutte le vittime devono avere la possibilità di ricevere lo stesso trattamento, io non sono migliore di altri. Capisco che non tutti possano venire qui a incontrare il Papa, ma i vescovi, in ogni Paese, devono accogliere, rispettare le vittime e riparare il danno che è stato fatto loro. Questo è tremendamente importante».

  • Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Le accuse alla Chiesa e la sfida per abbattere il muro dei sospetti

    Il caso cileno, la cultura del segreto: le spine del Papato

    C’è qualcosa di allarmante, nel viavai febbrile e anomalo tra la Roma vaticana e il Cile per appurare la verità su abusi sessuali compiuti dai sacerdoti di quella nazione. Lascia indovinare il tormento e la determinazione di Francesco. Il Papa vuole andare fino in fondo e chiudere una vicenda che lo ha sovraesposto in modo imprevisto. Il caso ha mostrato reticenze, sottovalutazioni, bugie, cinismo di pezzi dell’episcopato latinoamericano; e una disinformazione sulla vera portata degli scandali, che non si è fermata nemmeno davanti all’esigenza di proteggere la figura di Jorge Mario Bergoglio.

    È vero che il Cile, visto dall’Europa, è quasi più remoto dell’Argentina. Eppure, questa brutta storia latinoamericana rischia di assurgere a simbolo della difficoltà perfino del Papa argentino ad affrontare con efficacia il problema della pedofilia nella Chiesa cattolica. «Questi scandali non finiranno. E quello cileno si sta rivelando la spina più dolorosa del papato…», ammettono persone vicine a Francesco, descrivendone la sofferenza e lo stupore. La «sua» America latina si è dimostrata severa quanto il Nord del mondo nei confronti di sacerdoti che si sono macchiati di crimini così odiosi.

    Ma soprattutto, forse per la prima volta Bergoglio ha dovuto fare i conti con le proprie convinzioni; e prendere atto che ecclesiastici ritenuti fidati lo avevano informato pericolosamente male. Lo scandalo ha riflessi vaticani perché ripropone il tema della selezione dei consiglieri papali; e a volte, la tendenza di Francesco a preferire le indicazioni di persone amiche, o presunte tali, rispetto a quelle degli organi istituzionali del Vaticano. Gli inquirenti papali, monsignor Charles Scicluna e don Jordi Bertomeu, in Cile per raccogliere notizie, riferire e decidere che fare, hanno un compito difficile anche per questa ragione.

    È come se il Vaticano cercasse di rimediare a un errore di valutazione che a prima vista appare inspiegabile; ma che rischia di incrinare la strategia della «tolleranza zero» contro la pedofilia iniziata da Benedetto XVI e proseguita con vigore proprio da Francesco. Le dimissioni in massa offerte un mese fa al pontefice argentino dai trentaquattro vescovi cileni, sono state un gesto inedito e traumatico: sebbene non si capisca fino in fondo se siano state date per aiutare il pontefice a agire, o quasi come un gesto di sfida di fronte alla delegittimazione dell’episcopato.

    Gli avversari di Bergoglio cercano di accreditare maliziosamente la seconda versione. L’unica certezza è che quanto è accaduto è il risultato di una catena di reticenze. Il cardinale Francisco Errázuriz, ritenuto uno dei grandi elettori di Francesco al Conclave del 2013, membro del Consiglio dei 9 chiamato a coordinare le strategie della Chiesa nel mondo, non ha voluto o saputo capire il dramma delle vittime; e quando è scoppiato lo scandalo, è arrivato a sostenere che non rientrava nei suoi compiti informare il Papa su problemi di quel tipo; e questo nonostante risulti che si fosse opposto alla nomina del vescovo di Osorno, Juan Barros, rimosso sotto la pressione dell’opinione pubblica cilena come uno dei principali indiziati di pedofilia.

    In più, alcuni siti cattolici hanno sostenuto che dal 2015 molti erano a conoscenza di quanto succedeva in Cile. La stessa Congregazione per la dottrina della fede aveva segnalato ripetutamente con rapporti scritti che qualcosa non andava e dunque erano opportune indagini più approfondite. E negli ultimi giorni è emerso il profilo controverso di un gesuita spagnolo, Germàn Arana, guida spirituale di monsignor Barros. Arana sarebbe un sacerdote ascoltato da Francesco. E ora viene insinuato il dubbio che possa avere fuorviato il Papa su monsignor Barros: almeno fino al 21 gennaio scorso, quando durante il volo di ritorno dal Cile Francesco spiegò che aveva fatto studiare il caso in modo approfondito.

    «Realmente non ci sono evidenze di colpevolezza e sembra davvero che non se ne troveranno», disse il pontefice. Aggiungendo con calore che si trattava di «calunnie». Le sue parole provocarono una reazione dura in modo irrituale dell’arcivescovo di Boston, Patrick O’Malley. E poche settimane dopo spinsero Francesco a riaprire l’intera questione. Il resto è cronaca recente. Il Papa ha ricevuto le vittime cilene in Vaticano, chiedendo loro scusa con parole forti e inequivocabili. E nel viaggio in Irlanda che farà in agosto incontrerà quelle degli abusi da parte dell’episcopato irlandese. Eppure, c’è qualcosa di circolare e ripetitivo, in queste dinamiche.

    Lo schema sembra immutabile. Accuse delle vittime. Indagini farraginose, difficili, spesso circondate da un alone di imbarazzo e reticenza. Alla fine, scuse della Chiesa. A volte cause milionarie. Il risultato è la messa in mora di fatto delle gerarchie ecclesiastiche, e la sensazione che nemmeno il Papa riesca sempre a sfondare il muro dei silenzi. Succede dal Cile all’Irlanda, all’Australia, agli Usa, dove ieri al cardinale Theodore McCarrick è stata vietata qualunque attività, per una vecchia accusa di pedofilia. Ma colpisce l’assenza di una elaborazione culturale del fenomeno: un’analisi che permetta alla Chiesa cattolica una strategia preventiva in grado di impedire che si ritrovi comunque sul banco degli imputati.

    Finora, è riuscita solo a reagire, subendo un’agenda dettata dagli altri. Non è stata in grado di confutare le tesi, in qualche caso strumentali, che proiettano sul Vaticano il sospetto di continuare a proteggere la «cultura del segreto» e i crimini perpetrati nell’ombra. Per questo si teme che quanto sta accadendo in Cile sia solo l’ultima tappa di uno «scandalo infinito». I monsignori che fanno la spola col Cile come virtuosi inquisitori, probabilmente sono i primi a esserne consapevoli.

    https://www.corriere.it/cronache/18_giugno_21/papa-accuse-pedofilia-chiesa-sfida-abbattere-muro-sospetti-cd3f9ba2-74d8-11e8-993d-4e6099a1c06b.shtml
  • Abusi sessuali, gli inviati del Papa nuovamente in Cile

    Abusi sessuali, gli inviati del Papa nuovamente in Cile

    Scicluna e Bartomeu questa volta si recheranno a Osorno

    Roma, 13 giu. (askanews) – “Ringraziamo ancora una volta l’amato popolo del Cile che ci accoglie – a Monsignor Jordi Bertomeu e me – in questa nostra seconda visita al Paese”. Così mons. Charles Scicluna, inviato dal Papa nel paese latino-americano per affrontare lo scandalo degli abusi sessuali del clero. Scicluna (arcivescovo della Valletta, Malta, ed ex procuratore generale della congregazione vaticana per la Dottrina della fede) e Bartomeu (officiale della stessa congregazione vaticana repsonsabile dei processi canonici nei casi di abuso) sono in Cile, dopo una prima visita per ascoltare le vittime, per recarsi a osorno, città-simbolo della vicenda, da pochi giorni senza il vescovo dopo le dimissioni dell’ordinario, mons. Juan Barros, accusato di insabbiamento delle denunce contro il prete pedofilo Fernando Karadima. “Ringraziamo anche il Santo Padre Francesco per la sua fiducia e Sua Eccellenza, il Nunzio, Monsignor Ivo Scapolo, per la sua collaborazione”, ha detto Scicluna ieri pomeriggio (notte in Italia).

    “Cerchiamo – in primo luogo – di essere un segno della vicinanza del Papa al popolo e alla Chiesa in Cile. Inoltre, vogliamo fornire un’assistenza tecnica e legale concreta alle curie diocesane del Cile, in modo che possano dare risposte adeguate a ciascun caso di abuso sessuale su minori commesso da sacerdoti o religiosi. Infine, questa visita ha il compito di esprimere la particolare vicinanza del Papa con la diocesi di Osorno e il suo amato popolo, nel segno del servizio (Diakonia) e comunione (Koinonia), in un contesto di preghiera, di celebrazione liturgica , ascolto reciproco e cordialità”.

    Scicluna ha poi letto un passaggio della recente lettera del Papa ai cileni: “Con voi si potranno fare i passi necessari per un rinnovamento e una conversione ecclesiale che sia sana e a lungo termine. Con voi si potrà operare la trasformazione necessaria di cui tanto c’è bisogno. Senza di voi non si può fare nulla”, e ancora: “Esorto tutto il santo popolo fedele di Dio che vive in Cile a non aver paura di coinvolgersi e di camminare, spinto dallo Spirito, nella ricerca di una Chiesa ogni giorno più sinodale, profetica e piena di speranza; meno abusiva perché sa mettere Gesù al centro, nell’affamato, nel carcerato, nel migrante e nell’abusato”.

    “Per concludere questo messaggio”, ha detto Scicluna nel messaggio tradotto in italiano dal sito Il Sismografo, “ancora una volta grazie per accoglierci in questa missione pastorale, grazie per l’opportunità che – in comunità – ci offrirete in questi giorni di grazia per continuare a lavorare per ristabilire la giustizia e la comunione ecclesiale in Cile, come ha chiesto a tutti noi Papa Francesco”.

    Ska MAZ

    http://www.askanews.it/esteri/2018/06/13/abusi-sessuali-gli-inviati-del-papa-nuovamente-in-cile-top10_20180613_091322/