Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete pedofilo italiano, accusato in Brasile perché offriva i minori a lui affidati per turismo sessuale, viene protetto dalla chiesa e nascosto in Mozambico.

    Prete pedofilo italiano, accusato in Brasile perché offriva i minori a lui affidati per turismo sessuale, viene protetto dalla chiesa e nascosto in Mozambico.

    RIO DE JANEIRO – Un prete italiano che gestiva un ricovero per bambini di strada in Brasile, è stato accusato di aver abusato sessualmente di ragazzi per anni e di aver favorito il turismo sessuale. Padre Clodoveo Piazza, ora lavora come missionario in Mozambico, è stato accusato insieme ad un altro ex direttore del gruppo no-profit Organizzazione Aiuto Fraterno, un gruppo privato con sede in Salvador.

    Lidivaldo Britto, procuratore capo dello stato di Bahia nel Brasile nord-orientale, ha detto che almeno 10 ragazzi sono stati abusati sessualmente per diversi anni, mentre Piazza gestiva il gruppo. Britto ha detto che “Piazza oggi sta lavorando con i bambini in Mozambico, e questo è preoccupante per noi. Dobbiamo avvertire la comunità internazionale, e stiamo inviando a loro una copia delle accuse per l’Ambasciata in Mozambico. Abbiamo paura che i bambini siano in una situazione di grande pericolo.

    ” Piazza ha trascorso trenta anni in Brasile lavorando con i bambini. Dal 2001 al 2006 ha lavorato per i programmi del governo dello stato Bahia per combattere la povertà e la disuguaglianza. Britto dice che Piazza ha lasciato nel 2007 il Brasile per fare il lavoro di missionario in Mozambico.Britto ha detto che un giudice ora ha deciso di richiedere l’estradizione o un mandato di cattura all’Interpol. Accuse anche contro Marcos de Paiva Silva, un altro ex direttore dell’Organizzazione aiuto fraterno. Secondo la legge brasiliana, Silva è libero in attesa di processo fino a quando un giudice ordinerà la sua prigionia. Funzionari cattolici della Chiesa in Brasile hanno confermato che Piazza era un sacerdote, ma hanno rifiutato di commentare il caso. Un portavoce del gruppo no-profit non ha voluto dare una risposta. L’avvocato Gamil Foppel, ha raccontato al quotidiano Jornal do Comercio di Salvador che egli rappresentava Piazza.

    Il procuratore Britto conferma i bambini implicati in abusi sessuali da parte di visitatori stranieri senza essere però in grado di identificarli. Britto ha detto “I ragazzi … ci hanno detto che un elevato numero di stranieri avrebbe visitato l’istituto nel corso degli anni. Arrivavano e sceglievano un bambino portandolo a dormire con loro”. “I bambini hanno dormito nudi con loro e sono stati vittime di abusi sessuali.” Su un sito web della filiale italiana della Guida dell’Organizzazione Fraterna dice che Piazza “è conosciuto e amato in tutta l’America Latina per il suo lavoro a favore dei bambini di strada e giovani che hanno un disperato straits. ” Nel 2005, il Gruppo si è aggiudicato una borsa di $ 600.000 dalla banca di sviluppo nazionale del Brasile per istituire quattro nuovi centri in Salvador. Se verranno condannati per abusi sessuali e favoreggiamento dello sfruttamento sessuale, Piazza e Silva potrebbero dover scontare fino a 10 anni di carcere.

    Purtroppo però anche se il Papa è cambiato le usanze criminali della chiesa cattolica non sono cambiate affatto. Stando al sito dei Gesuiti infatti Padre Clodoveo Piazza è ancora in mezzo ai bambini in una delle tante “missioni benefiche”. Lo scorso 3 maggio, il Padre Superiore della Compagnia di Gesu è andato in visita proprio in Mozambico dove il prete si è rifugiato e gode delle coperture della chiesa cattolica. Questo è ciò che emerge proprio dallo stesso sito dei Gesuiti che lo cita senza troppe preoccupazioni.

    Francesco Zanardi
    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • “Papa Francesco ha taciuto sui casi di pedofilia in Argentina”

    “Papa Francesco ha taciuto sui casi di pedofilia in Argentina”

    Nel giorno dell’insediamento ufficiale di Papa Francesco, il Washington Post tira fuori qualche scheletro dall’armadio e racconta la vicenda giudiziaria di padre Julio Cesar Grassi, sacerdote argentino e fondatore di un programma a sostegno degli orfani, oggi condannato con la condizionale per molestie sessuali ai danni di un bambino sotto la sua tutela.

    CONDANNATO A 15 ANNI, LIBERO – Si chiama Julio Cesar Grassi e, nell’Arcidiocesi di Buenos Aires, è una specie di celebrità. Giovane, dinamico, interessato al mondo dei media e con un’interessante schiera di finanziatori, padre Grassi è il fondatore di una rete di scuole, orfanotrofi e programmi educativi a sostegno dei bambini e dei giovani argentini più sfortunati. La sua fondazione ha un nome solare: Felices los Niños, bambini felici. Grazie alle sue azioni, padre Grassi si è guadagnato il plauso del mondo politico argentino e, ovviamente, anche quello del suo superiore, l’Arcivescovo Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Ma padre Grassi è stato condannato a 15 anni di prigione per aver molestato sessualmente un bambino che gli era stato affidato. La sentenza, risalente al 2009, è stata sospesa con la condizionale. Padre Grassi, pertanto, non si trova in carcere.

    BERGOGLIO E GLI ABUSI – Secondo quanto riportato dal Washington Post, nell’anno in cui Grassi fu condannato, Bergoglio si sarebbe rifiutato di incontrare la vittima del sacerdote, così come ogni altra persona che subì abusi da parte di un membro del clero argentino. Non avrebbe offerto né le sue scuse, né un risarcimento pecuniario, nemmeno in quei casi denunciati da altri membri della Chiesa o nei casi in cui i sacerdoti accusati fossero finiti in carcere. Bergoglio è stato eletto Pontefice meno di una settimana fa, e da quel giorno i media internazionali si sono soffermati principalmente sulle sue azioni durante la “guerra sporca” nel periodo della dittatura. Ma, oggi, lo scandalo che incombe sul Vaticano è legato alla pedofilia e, benché non ci siano prove che l’allora Arcivescovo di Buenos Aires abbia avuto un ruolo nel coprire i casi di abusi, si tratta di una macchia che potrebbe condizionare il papato di Bergoglio.

    “È STATO IN SILENZIO” – Numerose associazioni argentine a sostegno dei diritti umani hanno affermato che, negli ultimi anni, Bergoglio si sarebbe schierato con molta convinzione insieme alle organizzazione laiche per combattere la prostituzione minorile e il mercato del sesso e che avrebbe dato precise istruzioni ai vescovi di denunciare alla polizia tutte le accuse di abusi da parte dei membri del clero. Lo scorso settembre, quando un sacerdote è stato accusato di aver abusato di decine di ragazzini tra il 1984 e il 1992, Bergoglio aveva diffuso un comunicato in cui riaffermava “la sua profonda vergogna e l’immenso dolore per quanto commesso da una persona che dovrebbe dare l’esempio”. Tuttavia, per la maggior parte dei 14 anni in cui Bergoglio è stato Arcivescovo di Buenos Aires, non avrebbe intrapreso nessuna azione decisiva per proteggere i bambini dagli abusi, né avrebbe chiesto scusa quando i primi casi vennero alla luce. ”È stato in silenzio, completamente in silenzio” – ha dichiarato Ernesto Moreau, membro argentino delle Nazioni Unite nonché avvocato di alcune delle vittime che avevano chiesto, inutilmente, un incontro con Bergoglio. “In quel caso Bergoglio non fu troppo diverso dagli altri vescovi argentini, né dal Vaticano”.

    PADRE GRASSI, UN CASO PROBLEMATICO – Il caso di padre Grassi è stato particolarmente problematico, perché il sacerdote era considerato molto vicino sia a Bergoglio che ai giovani sacerdoti coinvolti nella fondazione. Una fondazione che accoglie 600 orfani e gestisce un giro di donazioni particolarmente cospicuo. Grassi non è stato espulso dal clero: anzi, dopo la sentenza, i vertici della Chiesa argentina guidati da Bergoglio, commissionarono un lungo report in cui si affermava che Grassi era innocente. Il documento è stato messo agli atti in vista del processo d’appello, ancora da celebrarsi, e Grassi può continuare a vivere a pochi passi dalle aule e dei dormitori della scuola da lui fondata e che oggi è diventata il centro della comunità fondata dal sacerdote. Alcuni dipendenti della scuola hanno testimoniato al processo. Una custode ha raccontato che Grassi “aveva i suoi preferiti, sempre maschietti. Regalava loro biciclette o giocattoli e poi ne sceglieva uno perché fosse il suo piccolo segretario”. Ad accusarlo ci sono poi le testimonianze di tre ragazzini, di età compresa tra i 9 e i 13 anni.

    RISTABILIRE LA CREDIBILITÀ DELLA CHIESA – “Molti cattolici vogliono proteggerlo e difenderlo – ha dichiarato Sister Martha Pelloni, avvocato argentino specializzato in abusi su minori – Ma quegli abusi erano reali”. Anche Fortunato Mallimaci, sociologo all’Università di Buenos Aires, ha analizzato la situazione: “Negli Stati Uniti e in Europa esiste una netta separazione tra Stato e Chiesa. Ma non in America Latina – ha spiegato – Qui la società civile è spesso troppo debole per superare il potere del clero e i sospetti si addensano prima sull’accusatore che sull’accusato. Ma se Bergoglio vuole ristabilire la credibilità della Chiesa – conclude Mallimaci – Dovrà essere il primo a dichiarare che nessun abuso verrà tollerato: a Washington come a Roma o a Buenos Aires”.

    www.giornalettismo.com/archives/835681/julio-cesar-grassi/

  • Vatileaks, il caso Maciel  e le imbarazzanti carte “messicane”

    Vatileaks, il caso Maciel e le imbarazzanti carte “messicane”

     

    WCENTER 0XMDAHPCGM Papa Benedetto XVI durante un momento della prima Udienza Generale del 2012 in piazza San Pietro, Citta’ del Vaticano, 7 marzo 2012. ANSA/CLAUDIO PERI

    CITTA’ DEL VATICANO – Vatileaks continua in Messico. Lì la pubblicazione di documenti riservati si concentra su uno dei casi più clamorosi di pedofilia, abuso di potere, corruzione, violenze fisiche epsicologiche su seminaristi che siano mai accaduti nella Chiesa, almeno negli ultimi secoli. Si tratta del caso del sacerdote messicano padre Maciel Macial Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Un capitolo di storia dai risvolti ancora oscuri che indirettamente tira in ballo anche la figura del beato Giovanni Paolo II.

    Alla vigilia dell’arrivo a Leon, nel centro del Messico, di Papa Benedetto XVI (atteso per il 23 marzo), un settimanale messicano, «Proceso», anticipa il contenuto di un libro contenente una sfilza di carte top secret. Circa 200 tra fogli confidenziali, appunti, lettere alcune provenienti dall’archivio della Congregazione dei Religiosi. Scritti che dimostrerebbero che Papa Wojtyla non poteva non essere a conoscenza della storia del famigerato padre Maciel, morto nel 2008 a 82 anni, con alle spalle una scia impressionante di crimini e misfatti. Compreso quello di avere avuto tre figli, due dei quali abusati.

    Finora si sapeva solo che Giovanni Paolo II, amico personale di padre Maciel sin dagli anni Ottanta, pur mantenendo con lui un rapporto di vicinanza e stima non fosse a conoscenza della vita doppia di questo intraprendente sacerdote e di tutto il male fatto, dal momento della fondazione dei Legionari di Cristo in poi. Tra l’altro le inchieste che sono state fatte in Vaticano dalla Congregazione dei Santi per la causa di beatificazione di Wojtyla finora non avevano dato esito positivo e sembrava che Padre Maciel fosse riuscito ad ingannare persino l’amico Papa. La pubblicazione di queste carte sembrerebbe confutare questa tesi e, di conseguenza, gettare un’ombra persino sul pontefice polacco proiettato alla santificazione. La domanda che in Messico viene posta è se era a conoscenza delle denunce che nel corso degli anni erano arrivate a Roma. Ci fu persino un nunzio che a seguito di un rapporto contro padre Maciel fu spostato di sede da un giorno all’altro.

    Eppure i fogli pubblicati rivelano di come in Vaticano fossero arrivate a più riprese denunce di comportamenti anomali, quali patologici di padre Maciel. Le molestie, l’uso di droga, la corruzione, i fiumi di denaro che spendeva per assicurarsi, chissà, il silenzio. Di fatto le voci che circolavano sul conto di Maciel non influirono sulla carriera del fondatore dei Legionari, al punto che nel 1994 padre Maciel venne persino inserito come consultore permanente della Congregazione per il Clero. Il Vaticano stava proteggendo un criminale, oppure si trattava di un clamoroso errore di valutazione, una svista macroscopica, favorita da circostanze fortuite? Le rivelazioni che in Messico stanno creando non poco scompiglio sono opera di due ex Legionari, Alberto Athiè, Josè Barba (una delle vittime di Maciel) e Fernando M. González, un autorevole sociologo che ha dedicato ampi studi sulla personalità malata del fondatore dei Legionari di Cristo.

    La maggior parte delle carte fanno riferimento ad episodi avvenuti attorno agli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare quando padre Maciel fu trovato in condizioni disdicevoli per un ecclesiastico. Ci fu addirittura un cardinale che riscontrò la tossicodipenenda da «Dolantina», un potente farmaco a base di morfina di cui Maciel faceva uso smodato, tanto da essere costretto a ciclici periodi di disintossicazione. Ciò indusse il Vaticano ad aprire un fascicolo anche se dopo qualche anno l’indagine si concluse con una clamorosa archiviazione. Qualcuno lo proteggeva? E perchè? Finora nessuno ha mai fornito risposte esaurienti. Fatto sta che nel 1959 padre Maciel fu rimesso al suo posto, più saldo di prima. Più tardi l’arrivo al Soglio di Pietro di Giovanni Paolo II segnò un salto di qualità: da allora padre Maciel divenne uno dei consiglieri più ascoltati dal Papa sulle questioni riguardanti l’America Latina. Lo aiutò a debellare la Teologia della Liberazione e lo affiancò in tutti i viaggi più importanti. In Messico volò con il Papa, facendo parte della delegazione, nel 1979, nel 1990 e nel 1993.

    Dato che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nel 1997, dopo anni di silenzio, un gruppo di vittime, tra cui Josè Barba, decise di uscire dal silenzio e denunciare gli abusi. La denuncia arrivò in Vaticano anche se fino al 2005 restò lettera morta. Giovanni Paolo II all’epoca stava spegnendosi. Il cardinale Joseph Ratzinger riuscì a superare tutte le resistenze interne e convincerlo che era necessario promuovere una inchiesta contro padre Maciel. Nel 2006 Benedetto XVI lo obbligò a ritirarsi a vita privata anche se, per via dell’età e della posizione ricoperta, non venne mai ridotto allo stato laicale. Troppi interrogativi restano aperti. Uno su tutti: Papa Wojtyla sapeva?

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=186899&sez=FEDEERELIGIONE

  • Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    È morto mons. Angelo Rigoni L’arciprete che fondò il museo
    LUTTO. Ha guidato la parrocchia del duomo per 14 anni, prima dell’arrivo di don Livio Destro
    06/03/2012

    Il Duomo di Thiene, dove Rigoni era stato arciprete. ARCHIVIO

    «Sono un montanaro». Si definiva così, e con questa espressione spiegava il suo carattere sicuramente forte, ma anche sincero e trasparente. Con lo stesso rigore e la stessa compostezza mantenuti per tutta una vita, mons. Angelo Rigoni, già parroco del duomo, se n’è andato ieri mattina, all’età di 83 anni. Il sacerdote da qualche mese si trovava all’Opera Immacolata Concezione, ma si è spento all’ospedale di Thiene, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute. Lascia le sorelle Lea, Maria, Franca e il fratello Leonardo, ma a piangerlo saranno anche le comunità che per anni lo hanno avuto come punto di riferimento. Sicuramente Asiago, suo paese natale, dov’era tornato nel 2006 dopo la pensione, ma anche Thiene, dove dal 1992 al 2006 è stato parroco del Duomo. Un ritratto della sua figura arriva proprio da mons. Livio Destro, vicario foraneo che ha raccolto il testimone in città. «Dai ricordi che ho raccolto dopo il suo operato – sono le sue parole – emerge l’immagine di una religioso che ha lavorato con intensità e grande impegno. Mons. Rigoni aveva sicuramente un carattere forte, ma era una persona sincera e trasparente, con un forte senso pastorale e una bella spiritualità». Oltre che per il suo rigore pastorale, mons. Rigoni sarà ricordato anche per il suo amore per l’arte. È nato proprio da una sua intuizione, infatti, il museo di arte sacra che si trova al terzo piano della canonica del duomo. Un lavoro di raccolta e catalogazione di oggetti sacri che il sacerdote aveva iniziato nei primi anni 2000, con grande dedizione. Mons. Rigoni era nato nel 1929 in contra’ Morar, ad Asiago. A sedici anni aveva però già chiara in mente la propria strada, tanto da iscriversi al seminario di Padova. Dal 1964 è stato prima parroco e poi rettore del Santuario della Madonna Pellegrina , incarico terminato con il trasferimento a Thiene. La notizia della sua scomparsa si è diffusa presto tra i fedeli e già ieri sera, ad Asiago, durante la messa delle 18, don Romeo ha ricordato il sacerdote. «Mons. Angelo Rigoni era uno dei tanti figli dell’Altopiano che in quegli anni avevano abbracciato la strada sacerdotale e con il suo impegno è stato motivo di orgoglio per la comunità». I funerali si svolgeranno giovedì, alle 10, al Duomo di Thiene e verranno celebrati dal vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo; alle 15 verrà celebrata una funzione ad Asiago, dove poi mons. Rigoni sarà sepolto. A.Z.

    La ricostruzione dell’inchiesta:

    www.scribd.com/doc/31610021/mani-dangelo

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    01 L’INIZIOSono le 19.20 del 30 Marzo 2004. Nelle case dei vicentiniirrompe una edizione shock del telegiornale di Canale 68Veneto condotto da Giancarlo Brunori: «Buona sera dallaredazione, apriamo con una vicenda di violenze fisiche esessuali… Bambini e ragazzi aggrediti e picchiati,altri toccati e palpeggiati nelle parti intime. Succedein una comunità parrocchiale ad opera di sacerdoti. Nelnostro servizio i fatti, poi alcune testimonianze». Lalinea va a Thiene.Pochi secondi dopo l’inviato Angelo Di Natale,giornalista d’assalto già conosciuto in Sicilia per averrivelato durante i primi anni Novanta l’esistenza di unatangentopoli nel Ragusano, comincia una cronaca fiume chedurerà per alcuni giorni e che lo renderà noto in tuttoil Vicentino: «Thiene, 23.000 abitanti, origini romane,una storia antica ed importante. Un’economia fiorentefondata su attività industriali e commerciali. Unacomunità animata da fervido sentimento religioso… dovela confessione cattolica imperversa. La diocesi è quelladi Padova che qui sette secoli fa istituì un vicariato.In una delle dieci parrocchie di Thiene vengono compiuteviolenze ed abusi. Anche sessuali. Le immagini che vedetein video sono casuali. Quello che stiamo per dire cirisulta per certo… Abbiamo raccolto numerosetestimonianze, ma poiché le indagini con tutte legaranzie di legge non competono a noi, in attesa chevengano esperite e producano i relativi accertamenti ciasteniamo dal fornire elementi utili ad identificareluoghi e responsabili dei fatti».Vicenza è incredula. A Thiene cala il gelo e nellacittadina la notizia è già sulla bocca di tutti nelvolgere di qualche istante. E Di Natale è un fiume inpiena: «Un parroco che pratica la violenza fisica subimbi e ragazzi per mero esercizio d’autorità, conesplosioni persino su giovani preti, colpevoli di noncondividere i suoi metodi. Giovani preti che non ci sonopiù; qualcuno ha lasciato del tutto l’abito talare. Manon c’è solo questo. Il parroco violento, se feceindignare il giovane prete che vedeva e sentiva tutto, hala benevole e complice comprensione di un altro giovaneprete arrivato al suo posto del quale diverse persone cihanno riferito morbosità e palpeggiamenti sui bambini.Accompagnati in bagno e toccati nelle parti intime.Portati in stanze chiuse e trattenuti per dubbie lezionidi catechismo. Molto dubbie a giudicare dagli imbarazzatiracconti resi da bambine e bambini in lacrime aigenitori. Solo alcuni hanno denunciato. Molti si sono

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    sentiti intimiditi e minacciati da un parroco che avrebbepotere e solidi agganci. Una lettera al vescovo di PadovaAntonio Mattiazzo è rimasta senza esito. E le violenzecontinuano».Il tg prosegue con un altro servizio. Angelo Di Nataleintervista una signora girata di spalle che si confida alcronista: «Sono dodici anni che sopporto tutte letorture, gli affronti i dispetti, i torti, le umiliazionidi quel prete…». Poi l’intervista sempre di spalle adun testimone chiave che per il momento chiamiamo Mike.Mike è ancora più preciso: «Sono stato aggredito siaverbalmente che fisicamente con calci e schiaffi dalparroco». Poi qualche accenno ad episodi precisi: «…Soprattutto un accanimento molto accentuato verso leragazze, questo avveniva d’estate, che per il caldovenivano con delle piccole scollature… e venivanooffese… altri ragazzini più piccoli sono statiscaraventati addosso alle reti dei campetti da calcio…palpeggiamenti da parte del cappellano».E Canale 68 Veneto non smette. Nel tg del giorno seguentecondotto da Alessandra Altomare la vicenda si delineamaggiormente: «È stato forte lo scalpore sucitato dallanostra denuncia – dice la speaker – denuncia che nellacomunità thienese ha toccato un nervo scoperto». Pochiistanti dopo la linea passa ad Angelo Di Natale il qualeracconta che i primi accertamenti da parte deicarabinieri di Thiene sono già cominciati. L’inviato peròprosegue: «Per dovere di cronaca ci tocca fare unrilievo. I nostri servizi hanno suscitato scalpore.Numerose sono state le reazioni a vario titolo».Il riferimento è a politici, notabili della zona, ma puregiornalisti di altre televisioni locali e della cartastampata: molti sembrano non aver gradito il pentolonescoperchiato da Canale 68. «Ci hanno sorpreso -sottolinea il reporter di Canale 68 – le critiche chepartivano da un assunto non vero. Quello che noi avessimorivelato i nomi dei sacerdoti presunti responsabili». Diseguito un’altra stilettata che descrive lucidamente ilquadro di quei giorni: «Sia innocentisti che colpevolistici hanno chiamato dando per scontato che noi quei nomi liavessimo fatti. Ciò significa una sola cosa. La nostradenuncia ha toccato un nervo scoperto. A Thiene c’era giàun disagio diffuso. Molti sanno qualcosa».In ultimo un auspicio che sembra contenere un timore delcronista: «A questo punto solo una rigorosa attività diindagine potrà fare chiarezza. Ci auguriamo senzasoggezioni né deferenze».

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    02 LA GUERRA DEI MEDIAFrattanto però si scatena una sorta di guerra mediatica.Tva Vicenza e soprattutto il Giornale di Vicenza assumonoun atteggiamento antitetico rispetto a quello di Canale68 Veneto. Le due testate anzitutto identificano uno deidestinatari della denuncia lanciata da Canale 68 e loidentificano in monsignor Angelo Rigoni, parroco delduomo nonché vicario foraneo della diocesi di Padova.Soprattutto il Giornale di Vicenza assume una posizioneassai netta. In primis con i servizi di Ivano Tolettini,punta di diamante della cronaca giudiziaria delquotidiano controllato dagli industriali vicentini. IlGdV (sigla con cui gli addetti ai lavori identificano IlGiornale di Vicenza) non lascia spazio adinterpretazioni: «”Veleno” sui sacerdoti del duomo…Vendetta contro la parrocchia?… Pesantissime accusecontro i sacerdoti del Duomo scuotono la città».Questi sono solo alcuni dei titoli ai quali si aggiungonoquelli in cui don Angelo Rigoni si esprime con le sueparole: «Sono solo calunnie di una mente malata», ma ilprelato non fa nomi e cognomi e a quanto ci risulta nonli fa in alcuna sede giudiziaria. Il Giornale di Vicenzanei suoi servizi poi fa riferimento ad una non benprecisata «polemica montata per altri fini» dietro laquale si nascondono non precisati «interessi economici».Però i nomi e cognomi dei presunti mandanti non vengonomai fatti né viene delineato un identikit credibile dichi possa aver tramato nell’ombra.03 IL CONTRATTACCOCanale 68, preso di mira dai media locali, in particolaredal GdV replica in modo molto circostanziato nel tg del 2aprile 2004. «I carabinieri continuano nella loro analisidelle testimonianze – annuncia lo speaker Andrea Ederosi- le attività investigative proseguiranno pure i prossimigiorni, poi sarà trasmesso un rapporto alla procura dellarepubblica di Vicenza. E intanto la vicenda, anzichésuscitare un bisogno di verità come ci si sarebbeaspettato, ovviamente col rigore e la prudenza del caso,ha provocato reazioni scomposte».Il servizio mandato in onda è curato sempre da Angelo DiNatale che in una ideale replica agli altri mezzi diinformazione, in pochi minuti, mette in crisi lo schemasostenuto sui quotidiani. Il servizio va in onda mentrein video vengono inquadrati i titoloni de il Giornale diVicenza del primo aprile. Subito dopo l’analisi di Di
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    mercato o qualcos’altro di inconfessato. Certo in questecondizioni diventa grottesco identificare ed assolvere ilmai imputato sacerdote e nel frattempo inviare unalettera di solidarietà a tutte le parrocchie».Di seguito un nuovo j’accuse: «Insomma una reazione daconfusione mentale, con qualche errore grave; quello didare in pasto al pubblico, con tutti i rischi del caso ilnome di un testimone che accusa, quasi a liquidare inquesta rivelazione una pretesa inattendibilità del tutto.Non è così perché sono molte le testimonianze che sarannoacquisite (Di Natale parlerà in futuro di una ventina dipersone, Ndr)».04 I POLITICI SI SCHIERANO COL DUOMOLo stesso giorno anche i papabili della politica localethienese scendono in campo. Il sindaco Attilio Schneck,il presidente del consiglio comunale nonché tutti icapigruppo consiliari diramano un dispaccio durissimo.Nella nota si parla di una «comunità cristiana e dellacittà offesa e vengono definiti i fatti poco verosimili».Lo stesso Schneck (Lega Nord, con simpatie passate perquel Psi in seguito devastato da tangentopoli) paventa lanecessità della convocazione di un consiglio comunalestraordinario.Sempre Schneck nelle stesse ore viene intervistato ancheda Tva Vicenza. In perfetto burocratese, in evidenteimbarazzo nel lessico e nelle argomentazioni, il sindaconon si domanda in primis se quanto riferito da Canale 68sia vero o falso, ma si preoccupa del buon nome diThiene: «Danno un quadro della città nettamente nonrispondente al reale». Poi in un guazzabuglio trasintassi stentata e ripetizioni varie, il primo cittadinoaggiunge: «Il quadro della città che ne esce è un quadrodi una moralità degradata e quindi su questo intendo dareil giusto segnale che questo non è Thiene quanto è statodiffuso con queste notizie che sono notizie cheinquadrano un reato particolarmente grave (perché ilsindaco ce l’ha con i quadri? Ndr)».Insomma quattro in Italiano al professor Schneck. Maperché tanto imbarazzo persino grammaticale? E come mainel comunicato dell’amministrazione comunale, alla facciadello stato laico, si parla prima di tutto di comunitàreligiosa offesa? Perché un consiglio comunalestraordinario per un fatto del genere, con le indaginientrate solo nella fase dei primi riscontri?

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    La vicenda però è destinata ad assumere contorni sempremeno chiari. Ai primi di aprile Angelo Di Natale realizzauna intervista a due ragazze minorenni. Queste accusanodi palpeggiamenti un sacerdote del duomo di Thiene, chenon è Don Angelo. L’inchiesta accelera. A Thiene, a mezzabocca, sulla scorta della denuncia di Canale 68 Veneto,si delinea una cornice precisa. Don Angelo sarebbe ilsacerdote dai modi maneschi, un suo stretto collaboratorequello che tocca.Gli eventi si susseguono. Da alcune testimonianzedirette, compresa quella di Di Natale, si apprende che icarabinieri di Thiene, sotto il comando del tenente(tenete all’epoca dei fatti: manterremo questo grado percomodità di esposizione, Ndr) Giovanni Scarpellinivengono a conoscenza della intervista resa dalle duegiovani a Canale 68. Secondo tali testimonianze sono glistessi carabinieri a suggerire ai genitori delle ragazzedi diffidare formalmente l’emittente dal mandare in ondail servizio, nel quale peraltro l’identità delle due nonera svelata.Gli accertamenti passano in mano al pubblico ministero,nella fattispecie il pm Giorgio Falcone presso la procuradella repubblica di Vicenza. Il magistrato, dopo averletto il rapporto relativo agli accertamenti preliminariredatti dai militari, prende una posizione precisa edecide che gli indizi raccolti non sono tali per aprireun procedimento penale (almeno ciò è quanto risulta dallenotizie pubblicate in quei giorni).Il Giornale di Vicenza e Tva danno ampio risalto a questasvolta. Nelle cronache locali si legge al limite «diqualche scappellotto», ma percosse e molestie non vengononemmeno menzionate. Angelo Di Natale conclude il suoperiodo di collaborazione con la tv di Cornedo Vicentinoe torna in Sicilia, dove ora collabora con la Rai.A questo punto occorre porsi alcuni interrogativi. Hannoragione coloro che sostengono la falsità delle accuse oha ragione il cronista che ha raccolto una ventina ditestimonianze? È vero che i carabinieri di Thiene hannocaldamente consigliato ai genitori di due ragazzeintervistate a diffidare Canale 68 Veneto dal mandare inonda l’intervista mai più trasmessa? Come mai la procurasi è limitata solo ai primi accertamenti? E se veramentesi trattasse di una montatura, come si spiega che ungiornalista serio come Di Natale (premio Nazionalecronista nel 1992) si sia inventato tutto? E se si trattaveramente di una invenzione colossale perché la procuranon ha indagato nessuno?

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    05 I RETROSCENAIl primo particolare che salta all’occhio riguarda ilcomportamento dei media. Il Giornale di Vicenza, comedenunciato da Di Natale, decide «di dare in pasto alpubblico il nome di uno dei testimoni, ovvero quello diLoris Bertezzolo». Sullo stesso giornale Don AngeloRigoni parlò di accuse infondate di «una mente malata».Lo schema che si può creare nella testa del lettore, cuinon viene data la possibilità di un confronto dialetticoè chiaro: l’accusatore è un pazzo, quindi le accuse sonofasulle. Ma se effettivamente si tratta di calunnieperché non è intervenuta la magistratura?La questione è semplice. O i venti testimoni dicono tuttiil falso e allora vanno perseguiti oppure dicono il veroe allora deve essere vagliato con attenzione ilcomportamento del tenente Scarpellini e quello del pmGiorgio Falcone. Queste ombre non sono mai state fugatedai diretti interessati, anche perché con la dipartita diDi Natale, nessun giornalista è più andato a sindacaresulla conclusione di una vicenda, che in altre procure oin altre province, sarebbe stata seguita probabilmentecon ben altro piglio.Va peraltro rilevato un secondo punto da chiarire. Essoriguarda il comportamento dei carabinieri. Come hannoregistrato le testimonianze delle venti persone? A qualetitolo il tenente Scarpellini avrebbe suggerito, se èvero, ai genitori di diffidare Canale 68 dal mandare inonda la famosa intervista di inizio aprile? È vero che ladiffida venne trasmessa via fax proprio dal comando diThiene? Il pm fu informato di questa circostanza?L’allora capo della procura era a conoscenza dei fatti?Ed un terzo punto sul quale fare luce riguarda i nomi deitestimoni. Perché il Giornale di Vicenza ne rivelasoltanto uno? Perché non rivela invece il nome deltestimone Mike, ripreso dalle telecamere di Canale 68? Atelecamere spente Bertezzolo era stato definito da DiNatale «una persona dal carattere fragile che sembravaassolutamente sincera e che aveva riferito riscontriprecisi i quali andavano nella medesima direzione diquelli forniti dagli altri testimoni». È possibile chedare in pasto ai lettori il solo nome di Bertezzoloservisse a depotenziare le indagini?

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    06 GLI STRASCHICHI E IL MISTERO DEL TESTIMONE MIKESe la partita sembrava chiusa con il rapporto (aventeesito negativo) dei carabinieri alla procura, rimaneaperto il capitolo delle voci e degli straschichi attornoad una vicenda che non è ancora stata chiarita. A questopunto però va svelato un mistero, quello della identitàdel testimone Mike. Quest’ultimo sugli schermi televisividi Canale 68 aveva parlato in modo inequivocabile: «Sonostato aggredito sia verbalmente che fisicamente con calcie schiaffi dal parroco… Soprattutto un accanimentomolto accentuato verso le ragazze, questo avvenivad’estate, che per il caldo venivano con delle piccolescollature… e venivano offese… altri ragazzini piùpiccoli sono stati scaraventati addosso alle reti deicampetti da calcio… palpeggiamenti da parte delcappellano». Queste affermazioni sono precise ecircostanziate. Identificano reati precisi (gli schiaffie i calci al testimone, i palpeggiamenti, i ragazziniscaraventati sulle reti). Che cosa hanno riscontrato icarabinieri e la magistratura? Mike dice la verità omente? E chi è il misterioso testimone? Tra i tanti aThiene, che hanno discettato attorno alla sua veraidentità, c’è Carlo Maino, consigliere comunale dellaMargherita e leader dell’opposizione in aula (vedicapitolo seguente). Maino parla della vera identità diMike riconoscendolo in Michele Bellossi, giovane sullaventina residente a Thiene e figlio di Flavio Bellossi,sovrintendente presso la questura di Vicenza.07 I BELLOSSIE allora come la mettiamo? Mente pure il figlio di unpoliziotto? Che cosa ha detto Bellossi junior aicarabinieri? I genitori sapevano delle percosse ricevutedal figlio, delle quali lo stesso giovane parla propriosugli schermi televisivi? I carabinieri hanno accertatola veridicità delle gravissime accuse lanciate dalgiovane testimone? Se queste sono vere, perché il pmFalcone non ha proceduto con le indagini? Se sonofasulle, come mai Bellossi junior, all’epoca dellatestimonianza già maggiorenne, non è stato incriminatoper aver pronunziato il falso a mezzo stampa?08 FLAVIO BELLOSSI ACCUSA IL TENENTE SCARPELLINIAlcuni mesi dopo il sovrintendente Bellossi sembrerebbefar capire ai suoi interlocutori durante alcuni colloquiriservati, che non c’è da fidarsi dei carabinieri diThiene. Come mai il sovrintendente Bellossi, riferendosial tenete, sostiene: «… secondo me è colluso…»?

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    Perché questa accusa gravissima e infamante? Perché ilsovrintendente Bellossi facendo riferimento al tenenteScalpellini afferma che «è troppo tempo che è qua (aThiene, Ndr) e che «ha troppo le mani in pasta con levarie associazioni locali?» Che cosa significa? Si fariferimento a categorie economiche o politiche? Aisindacati? Ad associazioni religiose o culturali? Setutto ciò è vero, la magistratura e le gerarchiedell’Arma sono al corrente? Hanno preso provvedimenti?Ricordiamo che Bellossi senior non è un disgraziatoqualunque, ma un poliziotto, con incarichi presso laquestura di Vicenza; il sovrintendente ha mai fattorapporto ai suoi superiori? E i presunti legami diScarpellini «con le varie associazioni locali» sono inqualche maniera da mettere in collegamento con l’esitodelle indagini per il caso duomo? Il sovrintendenteBellossi ha riferito questo quadro al pm Falcone?L’allora capo della procura nonché l’attuale capo dellaprocura sono stati informati? C’è veramente qualcosa disospetto nella condotta del tenente Scarpellini o ilBellossi è un mentitore? E c’è un’altra circostanza dachiarire. La legge obbliga i pubblici ufficiali (eBellossi padre lo è) ad informare le autorità qualora sivenga in possesso di notizie di reato. Non riferirequesti fatti costituisce a suo volta un reato, denominatoomissione di rapporto. Le circostanze descritte daBellossi junior costituiscono notizia di reato. Ma ilpadre ha mai informato la magistratura come era suodovere di ufficiale (e di padre)? Il comportamento delsovrintendente configura il reato di omissione dirapporto?09 CARLO MAINOUn altro protagonista della vicenda è il consiglieredella Margherita Carlo Maino che sembra essere moltoinformato su quanto accade tra le mura del duomo. ProprioMaino, dopo il caso sollevato da Canale 68 Veneto haavuto una serie di colloqui riservati. Come mai duranteuno di questi è proprio Maino a promettere di presentarsidal parroco del duomo per fargli presente: «Don Angelo,sa anche lei, certi atteggiamenti, lei come parroco, iocome maestro, non possiamo averli anche se davantiabbiamo ragazzi che meriterebbero di essere bastonati». Aquali comportamenti si riferisce uno dei leader dellaminoranza ulivista a Thiene? E a quali metodi diinsegnamento pensa quando parla di bastonate? È vero cheDon Angelo Rigoni avrebbe contattato il consigliere dellaMargherita perché facesse in qualche maniera pressioni suLoris Bertezzolo affinché quest’ultimo ritirasse unadenuncia per diffamazione (fatta poi effettivamente

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    decadere) redatta proprio nei confronti del sacerdote peralcune dichiarazioni rilasciate al Giornale di Vicenza? Èvero che la sede thienese del partito di Maino è diproprietà della parrocchia? Perché quando il sindacoAttilio Schneck chiede ai capigruppo della opposizione disottoscrivere il famoso documento a sostegno delleparrocchie thienesi, Maino ed il resto della minoranza,accettano di buon grado?Il capogruppo della Margherita però fa anche unaconsiderazione sugli aspetti etici della vicenda: «DonAngelo passa. Resta un anno, due anni. Poi tornasull’Altopiano dove ha la sua casa… Don Angelo non èeterno». Una frase che a giudizio di chi ha vissuto sullapropria pelle quei giorni «la dice lunga sulla moraleipocrita e finto perbenista di una città come Thiene,piccola provinciale e meschina fino al midollo. Come adire non importa se dentro le mura consacrate si consumiogni nefandezza. Basta che sia fatta salva l’istituzionereligiosa. Basta che sia fatto salvo il buon nome dellacittà… non importa ciò che succede fra quelle murabenedette. Non importa ciò che accade in una comunità incui il senso civico è andato a farsi fottere da tempo».Come giudica Maino questi rilievi che vengono mossi daragazzi che potrebbero avere l’età dei suoi alunni? Checosa ne pensa il sindaco, il leghista Schneck?10 GIOVANNI TESSARIUn altro consigliere comunale tienese abbastanzainformato sui fatti è Giovanni Tessari (AlternativaDemocratica). Questi, come Maino milita nellaopposizione. Qualche mese dopo i fatti denunciati da DiNatale, è proprio Tessari che in riferimento ad una seriedi presunte violenze da parte di religiosi, sostiene cheil problema «è che quelle cose lì, tutti sappiamo cheesistono»; sostiene poi che «tutti lo sanno, ma nessunosi fa avanti… si preferisce piuttosto prendere ilbambino e portarlo da un’altra parte… la gente amastare tranquilla, ama il quieto vivere». Perché Tessariassume questa posizione quando pochi mesi prima avevafirmato il famoso documento di sostegno alle parrocchiethienesi? E che opposizione è quella che cosìacriticamente ha sposato i proclami del primo cittadino,il leghista Schneck?11 APOLLONI, SCARPELLINI E FALCONE: UNA CENA PER TRE?Ma una delle vicende più oscure riguarda le manovre dicorridoio seguite alla denuncia di Canale 68. Il quadrodi riferimento è quello relativo ad una serie di incontri

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    riservati ai quali Daniele Apolloni ex deputato delCarroccio e dell’Udeur sembra fare allusione. In più diuna occasione infatti, poco dopo la deflagrazione delcaso Thiene, Apolloni avrebbe fatto intendere ad alcunisuoi interlocutori che egli stesso si sarebbe incontratoa cena col tenente Scarpellini (comandante dellacompagnia thienese dell’arma dei carabinieri) e col pmFalcone, titolare dell’inchiesta. Motivo dell’incontro?Mettere una pietra definitiva sopra l’inchiesta natadalle rivelazioni di Canale 68 («Bertezzolo è più cheaffidabile»… «i genitori si sono ritirati»). Se iltutto fosse vero, in base a quali prerogative un exparlamentare, un pm e un tenente dei carabinieri, nelcorso di una cena si sarebbero arrogati il diritto dimettere il coperchio ad una inchiesta scottante? È veroper di più che il vescovo di Padova Antonio Mattiazzoavrebbe chiesto ad Apolloni di intervenire su Bertezzoloaffinché quest’ultimo non attirasse su di sé i riflettorimediatici accesi poco prima sul caso?12 IL COMPORTAMENTO DEI CARABINIERIE così dalle pieghe della vicenda emergono altri aspetti.Aspetti riguardanti le modalità con cui sono stateeffettuate le indagini. Prima di tutto non si è maicapito se l’inchiesta sia effettivamente cominciata o sela magistratura berica si sia limitata ad aprire unfascicolo per fatti non contenenti notizia di reato. Ildubbio è grande. Se i venti testimoni hanno calunniatoqualcuno, hanno riferito il falso e hanno inutilmenteallertato le autorità, il pm Falcone doveva formalizzarele accuse nei confronti dei sospetti. Se le testimonianzeinvece sono circostanziate allora occorreva formalizzarele accuse nei confronti dei presunti responsabili. Sulpiano procedurale e formale invece, l’inchiesta non sicapisce che strada abbia seguito. Non si capisce seaddirittura sia mai iniziata.Ovviamente un ruolo chiave nell’inchiesta è quello deicarabinieri thienesi, comandati dal tenente GiovanniScarpellini. Proprio in base ai rapporti stilati daimilitari il pm ha preso le sue decisioni. E così c’è unadomanda che nasce spontanea. Se il procedimento èconcluso, che fine hanno fatto i verbali contenenti ledichiarazioni dei testimoni? Perché non sono stati resipubblici, se la vicenda fu veramente una montatura? Chetimori avevano le autorità?In quest’ottica diventano importantissime le rivelazionirese da una minorenne pochi giorni dopo gli scoop diCanale 68: «Era la prima settimana dell’aprile 2004 –

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    dice la giovane della quale per motivi di opportunità nonsi può rivelare il nome – il tenente Scarpellini mi hachiamato in caserma. Mi ha fatto fare un verbale doveraccontavo i fatti…». Nella fattispecie ai militari lagiovane riferisce del comportamento di don CristianoMarsotto, cappellano del duomo di Thiene; il raccontodella minorenne è preciso: «… Quando era davanti adaltra gente insultava… Quando eravamo sole io e lei (ilriferimento è ad una amica della ragazza, Ndr) era menosonei comportamenti… mi dava fastidio quando toccava…quando mi dava gli schiaffi sul culo… faceva finta diniente come se non fosse successo… per il futuro speroche vada via, non voglio più vederlo».Così la giovane viene convocata dai carabinieri. «Lorohanno chiamato me… mi dissero che dovevo recarmi incaserma poiché dovevano farmi delle domande… mi sonorecata in caserma un sabato mattina. Il tenenteScarpellini mi ha fatto fare un verbale dove raccontavo ifatti… dopo tre quattro giorni ho rilasciatoun’intervista anonima (per Canale 68 Veneto, Ndr). Ilgiorno dopo i carabinieri hanno chiamato i miei genitoriper dirmi che dovevo recarmi in caserma un’altra voltaper farmi altre domande. Una volta giunta in casermahanno consigliato ai miei genitori di fare una diffidaper fare in modo che l’intervista non fosse mandata inonda perché poteva succedere che i preti potevanodenunciarmi per diffamazione… e per aver detto ilfalso, quando il falso non era… i carabinieri dicevanoche per quell’intervista potevano essere messe in boccacose che non avevo detto… che l’intervista potevaessere manomessa o che venissero fuori frasi che nonerano vere… la diffida è stata fatta dai carabinieri emia madre l’ha firmata… la diffida è statamaterialmente scritta al computer dai carabinieri (ilriferimento è al tenente Scarpellini, Ndr) e mia madrel’ha firmata…». Poi una stilettata all’indirizzo dellabenemerita: «Loro mi facevano delle domande su com’erovestita e su cosa avevo fatto io affinché i preti miinsultassero… ma più di una volta don Cristiano mi hatoccato il sedere… io mi piegavo, lui era lì che mistava parlando e mi toccava… ti dà fastidio che unprete ti tocchi il culo…».13 I NODI IRRISOLTIInsomma con che criterio il comandante dei carabinieri diThiene si arroga, se quanto descritto dalla giovane èvero, il diritto di scrivere una diffida per conto dellamadre di un testimone (o vittima)? È per caso il suolegale? Come mai si sospetta che i media manomettano le

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    informazioni e le interviste? Si vuole coprire qualcuno?La magistratura è a conoscenza di tali episodi? Come maiil pm non ha proceduto personalmente a sentire testimonie potenziali accusati? Perché i carabinieri avrebberofatto domande sul modo di vestire delle ragazze come sela foggia di un abito giustificasse le pruderie diqualche presule di provincia? E se quanto descritto dairagazzi è vero, il parroco era a conoscenza deicomportamenti del suo cappellano? È vero che ilconsigliere Carlo Maino, ebbe a dire che l’intervento diDon Angelo sulla stampa fu anche concepito per attiraresul parroco le accuse di molestie che invece eranoriferite ad un prete con le spalle meno forti? Esoprattutto che fine hanno fatto le testimonianze deiragazzi nelle quali invece si accusava Don Angelo dicomportamenti violenti, come riferito peraltro daBellossi junior, figlio di un sovrintendente dellaquestura? Proprio Di Natale infatti nei giorni a seguiresi era spesso domandato: «Come mai il Giornale di Vicenzanon parla mai di queste evidenze? Come mai aperture dipagina del tipo “Contro il duomo solo falsità”, titolandoin modo non virgolettato e quindi rendendo oggettiva unarealtà come minimo ancora da dimostrare?».14 I MALTRATTAMENTILe informative avute dall’Arma riguardano anche un casograve di percosse. Un tredicenne residente nella zonadella stazione ferroviaria di Thiene (tredicenneall’epoca dei presunti maltrattamenti patiti), riferì diessere stato duramente picchiato il 25 aprile 2002 da unsacerdote, proprio all’interno della sede delle opereparrocchiali: «Ho avuto una contusione alla spina dorsalequando mi ha buttato addosso al muro… Quando mi hapreso e mi ha sbattuto addosso al muro sono andato asbattere addosso al pergolato di ferro». Questa scena èstata descritta per filo e per segno ai carabinierithienesi da un testimone maggiorenne che ha puresottoscritto quanto riferito. Che fine ha fatto quelrapporto? Le accuse erano vere o no? A quali conclusionisono arrivati gli inquirenti? Perché i media locali nonhanno puntato l’attenzione su questi fatti? È vero chetali accuse erano state rivolte a monsignor AngeloRigoni?15 ATTENZIONI MORBOSEC’è un altro elemento però che getta un’ombra ulteriore.Una anziana thienese ha lanciato una accusa pesantissimanei confronti della parrocchia. Gli accadimenti sonocircostanziati; il riferimento è ad una conversazione

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    avuta con la madre di un bimbo che all’epoca dei fattifrequentava la parrocchia. La madre (all’epoca dei fattiabitava in zona Cappuccini a Thiene) parla di attenzionimorbose avute nei confronti di suo figlio da parte di unsacerdote del duomo. Il racconto dell’anziana signoraresidente in zona Duomo è preciso. Quest’ultima loriferisce puntualmente. E viene pure fuori un nome:«…Don Cristiano insegna catechismo… Questo bambino hachiesto di andare in bagno… Don Cristiano è andato adaccompagnarlo… e quando è stato in bagno… gli hapreso in mano il pene e gli ha detto… questo ti serviràper quando sarai grande». Tale circostanza è statadescritta anche ai carabinieri; il tutto in un paio ditestimonianze rese per iscritto al comandante dellacompagnia thienese. Ma quale è stato il riscontro nelleindagini? Il tenente Scarpellini che cosa ha evidenziato?Si tratta di fatti veri o no? Se i fatti descritti sonoveri perché l’indagine si è sgonfiata? Se i fattidescritti sono falsi o artefatti perché non si èproceduto ad incriminare chi ha gettato fango sullaparrocchia thienese del duomo? Le due cose non possonoessere insieme vere e false. Quindi c’è una lacunagravissima, persino paradossale, nella condotta deicarabinieri e nella condotta di chi li ha coordinati,ovvero il pm Falcone.16 IL PARERE DI ANGELO DI NATALE: L’INTERVISTA
    Angelo, che cosa ti ha spinto ad indirizzare un espostoalla procura della repubblica?
    «Nei miei servizi avevo segnalato fatti gravi, sempre inmodo circostanziato. Ciononostante, a mio avviso inviolazione della legge, qualcuno ha deciso che tuttequelle testimonianze dovevano rimanere all’interno di unasemplice indagine esplorativa. Io non sono qui a dire chetizio è colpevole e caio è innocente. Ma di fronte anotizie di reato tanto gravi la procura aveva l’obbligodi aprire un procedimento formale, eventualmenteiscrivendo qualche nome nel registro degli indagati; sidovevano fare le valutazioni del caso in modo rigoroso elibero da posizioni precostituite. Poi, sulla base diquanto raccolto, si poteva benissimo chiederel’archiviazione, sulla quale però doveva decidere ungiudice terzo, ovvero il giudice per le indaginipreliminari (il Gip, Ndr)».
    Invece che cosa è successo?

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    «Di fatto l’indagine non è mai cominciata visto che si èfermata alla fase esplorativa».
    Nel tuo documento indirizzato a palazzo Negri muovi unaaccusa durissima. Specifichi che il tenente Scalpellinisi adoperò non già per accertare i fatti, bensì peraccreditare la tesi, falsa, che non fosse successo nulla.Al punto da avere egli stesso scritto la diffida firmatadai genitori affinché Canale 68 non trasmettesse alcuniservizi compromettenti. Confermi?
    «Assolutamente sì. Sono pronto a sfidare il tenenteGiovanni Scarpellini in un pubblico dibattito. Sonopronto anche per un faccia a faccia davanti alprocuratore Salvarani».
    E i media come si sono comportati?
    «Male, se si esclude Canale 68 Veneto. Si è fatto credereche l’inchiesta fosse conclusa sulla scorta di unrapporto inviato dai carabinieri thienesi al pm GiorgioFalcone. Ma in quale “provincia” della repubblicaitaliana i carabinieri, così come qualunque altro organodi polizia giudiziaria, giudicano se un procedimento deveandare o meno avanti? Ribadisco per di più tutte le mieriserve sul comportamento di alcuni colleghi della cartastampata, in primis de Il Giornale di Vicenza, i qualihanno preso per oro colato un rapporto dell’Arma sulquale aleggiano ombre mai fugate».
    Tu hai inviato un esposto al capo della procura IvanoNelson Salvarani. Quest’ultimo coordina la procura diVicenza dal 2005. Come mai non hai inoltrato talesegnalazione prima?
    «Diciamo che l’arrivo di Salvarani ha accresciuto il miotasso di fiducia nei magistrati di Santa Corona. Il nuovoprocuratore peraltro ha fama di persona integerrima, chenon perdona la minima distrazione ai servitori dellostato, proprio in virtù del servizio che questi sonochiamati ad espletare. Non a caso dopo il suo arrivo aVicenza si sono moltiplicati gli arresti ai danni diesponenti dei carabinieri, della polizia e della poliziaprovinciale. Sono finiti dentro anche politici. Nelcapoluogo poi è esploso il bubbone relativo alla gestionedell’urbanistica e uno sul trasporto illegale di rifiuti:quest’ultimo a sua volta, ha scatenato una bufera inprovincia come all’Arpav. Per quanto riguarda il casogravissimo delle violenze sessuali che sarebbero statecompiute negli uffici del comune di Vicenza, il capo

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    della procura ha deciso di impugnare la sentenza diassoluzione».
    Parli dell’accusa all’ex assessore Gilberto Baldinato, diForza Italia?
    «Proprio così».
    Tu fai il giornalista in Sicilia dove il crimineorganizzato ammanta il tessuto sociale da decenni. Chedifferenze hai trovato con il Vicentino?
    «Rispondo con le parole dell’ex capo della procura bericaGianfranco Candiani: a Vicenza impéra una omertà distampo mafioso».
    Che cosa vuoi dire?
    «In Campania, Calabria e Sicilia c’è la mafia. Di soventeil territorio non è sotto il controllo dello stato.Spesso però per farsi rispettare i malavitosi debbonosparare. A Vicenza non serve: i silenzi, le autocensuredella stampa, la ricerca ad ogni costo dell’interesse dibottega, persino il più misero, le pressioni dei grandigruppi economici e i rapporti tra politica e affariagiscono da soli, spesso nella quiete più completa. Nonc’è bisogno di sparare».
    Vuoi dire che nel Vicentino impéra una sorta di armoniamafiosa?
    «Sì. L’espressione può sembrare forte, ma a mio avvisopuò rispecchiare la realtà».
    Che impressione ti sei fatto nei due anni durante i qualihai lavorato a Vicenza? Chi comanda veramente da noi?
    «In realtà sono stati solo quindici mesi. Mi sono bastatiperò per capire molte cose. Il gruppo Valbruna, il gruppoIngui e il presidente della Popolare di Vicenza GianniZonin sono i pesi massimi locali. Ci sarebbe anche ilgruppo Fitt di Rinaldo Mezzalira, ma mi pare un po’ indisparte ultimamente. I quattro hanno un peso economicopiccolo, considerata la polverizzazione dell’economiavicentina, ma nel capoluogo spadroneggiano da quindicianni. Che governi il centrodestra o il centrosinistra nonfa molta differenza. Spesso e volentieri esponenti deidue schieramenti sono emanazione diretta di questo o diquell’interesse particolare; piccolo o grande che sia. Maqui la storia è la stessa che caratterizza tuttal’Italia».

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    Come si concretizza questo controllo sui media?
    «Indirettamente, soprattutto tramite Assindustria, iquattro menano le danze de Il Giornale di Vicenza, difatto l’unico quotidiano locale; lo stesso avviene ancheper il maggior network locale, Tva Vicenza. Quest’ultimostipula convenzioni con i maggiori enti locali, a partireda provincia e comune di Vicenza, ottenendo fior diquattrini. Ovviamente gli altri network non ricevono ilmedesimo trattamento. Vi sono giornalisti che sono staticontemporaneamente al soldo del comune e di Tva. Ilportavoce del sindaco di Vicenza viene da Tva; percontratto si mette in saccoccia 80.000 euro all’anno.Molti giornalisti che lavorano nelle testate locali fannogli addetti stampa negli enti controllati. Può questoessere giornalismo indipendente? Non sono ancora riuscitoa capire se ai vicentini la cosa interessi poco o sesiano all’oscuro di tutto. Forse tutte e due le cose. Poimi domando dove sia stata in tutti questi anni lamagistratura».
    E di Thiene che cosa pensi?
    «Thiene si inserisce perfettamente in questo quadro. Unamaggiore ricchezza rispetto al passato, ricchezza ora inribasso vista la congiuntura, diverse auto di lusso, unpo’ di patina e di scintillìo di vetrine: tutto ciò nonbasta a cancellare il peso di una cultura contadina, doveun certo tipo di cattolicesimo deteriore, anche se nonpiù praticato, è rimasto nella testa delle persone.Insomma, a Thiene, i ragazzi possono pure sentirsimeravigliosamente trendy, magari guardando il GrandeFratello sul videofonino, ma dentro qualche parrocchiaperò si sente ancora l’odore del periodo feudale. Sisente ancora il tanfo dell’ipocrisia, che in silenziogiustifica le angherie dei potenti e demonizza chi siazzarda a cantare fuori dal coro».
    Quale è il giudizio finale sulla vicenda?
    «Vorrei sapere una cosa. La gente è rimasta turbata daifatti descritti o si è semplicemente infastidita per lacattiva reputazione patita dalla città in cui vive?Concludo con una battuta. Ironia della sorte, se parli diThiene con un siciliano, lui sa solo che è la città delcrac della compagnia aerea Volare».
    In ultimo che interrogativi ti poni in merito allacornice giudiziaria e giornalistica?

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    «Mi pongo due domande semplici semplici. Don AngeloRigoni ha mai picchiato uno o più giovani di Thiene? Si ono? A Thiene don Cristiano Marsotto ha mai molestato unoo più ragazzi (maschi e femmine ovviamente)? Sì o no?Questi erano i quesiti fondamentali che magistrati estampa, Canale 68 escluso, dovevano porsi. In che modo lohanno fatto? E lo hanno fatto veramente? Credo che chileggerà queste righe se ne accorgerà facilmente. Cosìfaccio una provocazione. Che cosa sarebbe successo se afinire nell’occhio del ciclone non fossero stati duesacerdoti, ma due extracomunitari? La stampa localeavrebbe usato lo stesso dispiegamento di mezzi? Ilsindaco di Thiene sarebbe andato su tutte le furie? Sisarebbe chiesto un consiglio comunale straordinario?Quali soloni di campagna avrebbero parlato disciacallaggio dell’informazione etichettando il lavorosvolto da Canale 68?».

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    POSTFAZIONE, A CURA DI ANGELO DI NATALENei quindici mesi in cui ho avuto, per ragioni casuali e transitorienell’ambito del mio impegno professionale, il piacere e la fortuna dilavorare nel Vicentino, ho scoperto una realtà interessante, ricca di tanteluci e qualche ombra. Una di queste ombre però ha “illuminato” il miolavoro perché aveva a che fare – e credo abbia ancora a che fare, in quantodubito che le cose siano cambiate – con l’essenza stessa del giornalismo:raccontare i fatti di pubblico interesse così come accadono, con il sololimite segnato dal rispetto della verità, dall’osservanza delle norme poste atutela dei diritti della persona e, particolarmente, dei soggetti deboli,senza manipolazioni, omissioni, reticenze e deferenze verso alcuno, tantomeno verso chi detiene quote di potere, sia esso politico, burocratico,economico o di qualunque altro genere.Se questo è il diritto-dovere di un giornalista, devo confessare che aVicenza – ecco l’ombra cui accennavo – ho potuto condividere il piacere diesercitarlo con pochissimi altri colleghi, tra i tanti che pure lavorano e perquesto sono pagati dalle rispettive aziende editoriali e magari presi sul serioda migliaia di cittadini ai quali propinano come genuine, notizie einformazioni invece, regolarmente e dolosamente, contraffatte.Ciò – evidentemente non per mio merito – ha forse reso più visibile delgiusto e di quanto io stesso avessi preferito, il mio impegno che, per quantoprofuso con passione e senza risparmio di energie, a me sembra elementaree naturale, niente più che un atto dovuto da parte di chi, se ha sceltoquesto lavoro, dovrebbe anche avere consapevolezza del valore etico e delcomplesso di diritti-doveri-poteri-libertà che ne sono elementi costitutivi,nonché piena ed effettiva disponibilità ad esercitarli e ad adempierli.Tuttavia non voglio qui affrontare questo tema che pure è importante edinveste anche, e forse in primo luogo, la natura delle aziende editoriali cheoperano nel Vicentino, la commistione degli interessi, non sempre leciti,dei loro proprietari e gestori, la strumentalità anche sistematica delle loroimprese o di vasti aspetti della loro gestione rispetto ad un circuito d’affariche alimenta, lega e tiene insieme il potere politico, compresi i verticidelle aziende pubbliche che ne sono emanazione e ampi settori dellaburocrazia della pubblica amministrazione, quello economico, finanziario,mediatico e, nel periodo a me noto – fino a maggio 2004 – anche quellogiudiziario.Vengo subito alla vicenda alla quale è dedicata questa pubblicazione.Premetto che essa è solo una delle tante, tantissime di cui mi sia capitatodi potermi occupare. In quindici mesi infatti, grazie all’autonomia di cui ho

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    potuto fruire a Canale 68, ho realizzato e firmato circa 1700 servizi di cuioltre 600 riguardanti fatti e temi estranei alla cronaca di routine econtenenti inchieste, denunce e analisi scomode e controcorrente, quasisempre frutto della mia autonoma iniziativa di ricerca. I servizi sui fatti inquestione – le violenze fisiche e sessuali compiute su minori da parte disacerdoti in una parrocchia di Thiene – risalgono all’ultimo periodo del miolavoro a Canale 68. Avevo già maturato un’idea precisa della realtàvicentina. Perciò, come avevo fatto tante altre volte su svariate vicende,accertati i fatti, ho deciso di raccontarli in chiave giornalistica per fare inmodo che una semplice denuncia affidata, in silenzio, dalle vittime agliorgani competenti, non rimanesse senza esito.Ribadisco quanto ho avuto modo di dire nel corso di quei reportage. I fattisono veri, un’inchiesta seria non può che accertarlo. Su questo, ora comeallora, sono sempre pronto a confrontarmi con chiunque.Dopo i primi servizi fui interrogato dai carabinieri di Thiene ai qualiconfermai tutto, fornendo anche gli elementi utili per i riscontri. Inpochissimi giorni chiusero l’indagine in modo singolare: nessun riscontro, maanche nessuna obiezione al sottoscritto! Mi sarei aspettato una denunciaper calunnia, e magari una querela per diffamazione da parte di qualcunodei tanti soggetti che dopo il primo servizio trasmesso da Canale 68reagirono con un’azione di isteria collettiva di cui mi apparvero subito chiarigli obiettivi.Basta rileggere le cronache di quei giorni del quotidiano locale più diffuso,il Giornale di Vicenza.Ecco qualche esempio.Giovedì 1 aprile 2004:
    Mons. Rigoni si dice incredulo e sgomento: sono calunnie di una mentemalata.
    Da rilevare che nei servizi non solo non avevo fatto i nomi, ma non avevoreso in alcun modo identificabile neanche la parrocchia (a Thiene ce nesono almeno dieci) proprio perchè ben sapevo che sarebbe scattataun’inchiesta della magistratura alla quale, sola, sarebbe spettatodeterminare, anche dinanzi all’opinione pubblica, le responsabilitàpersonali. Incredibile, ma vero. Una parrocchia ed una sola (ripeto una sudieci, ciascuna – nel caso in cui i fatti fossero stati infondati – con le stesseprobabilità delle altre di risultare quella relativa alla vicenda denunciata),ed un prete sono stati immediatamente individuati come le parti offese ditanto “incauta” denuncia. E secondo quale criterio, quale elemento diconoscenza, quale meccanismo logico?

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    Ancora il Giornale di Vicenza, che semplicemente non aveva pubblicato unanotizia, vera o falsa che fosse, e semmai fosse stata falsa non avrebbeavuto alcun bisogno di smentirla semplicemente perché non l’aveva maipubblicata, già l’1 aprile scriveva (parole del cronista):
    Una polemica montata per altri fini dietro la quale si nascondono interessieconomici.
    E il giorno dopo, sempre il cronista:
    Pesanti accuse propagate via etere con apparente leggerezza e senzaadeguato riscontro critico. All’origine della denuncia c’è quasi sicuramenteun contenzioso civile.
    Sabato 3 aprile, ancora il cronista:
    Un contenzioso tra privati e i sacerdoti del duomo per l’acquisto di una casae la successiva sistemazione di una pista mobile da skateboard… poi lasuggestione e qualche imprudenza di troppo ha fatto il resto .. Accuseprive di fondamento che sono state propalate da chi dopo avere bussatoalla porta di tanti cronisti ha trovato megafono in un’emittente televisivalocale che in buona fede, ma con eccessiva fretta, non avrebbe vagliato asufficienza i termini della questione.
    Il 9 aprile, titolo:
    Contro il duomo solo falsità.
    Il cronista:
    Alla fine non è rimasto nemmeno il fumo
    Tutto ciò mentre i Carabinieri si affannavano a “chiudere” la pratica in tuttafretta, una fretta che a me sembrò subito funzionale più alle rispostepubbliche, ovviamente già scritte e decise prima di ogni riscontro, che adun’indagine appena degna di questo nome che ha i suoi tempi, il suo rigore,le sue procedure.E infatti pochi giorni dopo Il Giornale di Vicenza poteva annunciare:
    …Le indagini dei carabinieri hanno decisamente sgonfiato del loro sordidocontenuto le accuse mosse ai sacerdoti del duomo…
    E, tra virgolette, il presidente del consiglio comunale:
    «Un modo di fare giornalismo irresponsabile che offende la voglia di veritàche i cittadini si aspettano dagli organi d’informazione. Al di là di tutte leazioni legali che il sindaco sceglierà di avviare, ci attendiamo come minimodelle scuse».

    23
    Il sindaco:
    «Notizie denigratorie nei confronti della città e delle istituzioni che creanoi presupposti per un reato di non poco conto. Noi chiederemo i danniproprio per questa offesa arrecata alla città»
    Il parroco del duomo:
    «Non penso di querelare chi ha affermato quelle falsità, tanta la suapovertà morale e spirituale .. semmai potrei denunciare chi ha divulgato edato voce a notizie infondate»
    Ancora il cronista de Il Giornale di Vicenza:
    Al di là delle azioni legali, il sindaco rientrato ieri sera dalla sua vacanza inSardegna, si aspetta una presa di posizione anche da parte dell’Ordine deigiornalisti, un fermo atteggiamento di condanna per quello che ha definito”sciacallaggio dell’informazione”.
    Non mi pare che l’ordine dei giornalisti sia mai intervenuto sulla vicenda.Ringrazio poi i valorosi e generosi colleghi che hanno ipotizzato la miabuona fede dopo che molti cronisti più svegli di me non c’erano cascati(nella migliore delle ipotesi sarei un incapace e un cretino!) ed estendo lamia gratitudine a quanti, tra gli interessati, si sono detti disponibili alperdono anche nei miei confronti. Ringrazio, ma la mia fede è ripostaunicamente nei valori della libertà, dell’uguaglianza, dei diritti dellapersona, della tutela dei soggetti deboli, nonché dei doveri e delleresponsabilità che possano effettivamente garantirli. La mia unica preghieraè il loro esercizio, da cittadino e da giornalista.Perciò ho provato un senso di pena – ma era già successo numerose volte inrelazione ad altre vicende che il sistema di potere vicentino avrebbe volutotenere segrete peraltro riuscendovi benissimo, a parte me e pochissimi altricolleghi – nell’osservare la reazione collettiva che ha accomunato irappresentanti della parrocchia, l’amministrazione e il consiglio comunale, imezzi d’informazione (non solo stampa, ma anche altre tv) organiinquirenti, tutti interessati a liquidare subito la vicenda come totalmentefalsa, nonostante fosse vera come ad almeno una parte di questi soggetticertamente risultava già allora.Sarò cattivo, a fronte della bontà di giornalisti e sacerdoti, ma a tutti queisoggetti non riconosco alcuna buona fede. Diversamente non capirei perchéun organo di polizia giudiziaria, anziché avere fretta di esternarepubblicamente “il nulla”, non abbia impiegato tutto il tempo necessario perlavorare seriamente e in silenzio, per poi consegnare i risultati all’autorità

    24
    giudiziaria. E perché, se tutto era falso, io non sia stato incriminato percalunnia?Allo stesso modo non capirei perché nessuno mi abbia querelato perdiffamazione, né promosso azioni civili per danni, né perché sia la stampache s’è fatta strumento di questo blocco di interessi, che tutti gli altriattori-alleati in quest’opera di insabbiamento, non abbiamo avuto, pur nellecondizioni immaginabili di sorpresa, stupore, shock provocate dai servizi,l’unico atteggiamento credibile: bisogno di verità. La verità “vera” avrebberichiesto ricerca, rigore, compostezza, pazienza e silenzio. Perciò tuttisegnalo il comportamento di quei soggetti che hanno fatto tutt’altro. Anessuno di loro importava minimamente accertare i fatti, fermare leviolenze, tutelare le possibili vittime. Ciò che stava loro a cuore era soloassolvere se stessi per perpetuare un collaudato ed efficace sistema didifesa dei loro interessi.Angelo Di Natale

    25
    IPSE DIXIT: LE FRASI PIÙ SALIENTI
    In grassetto le citazioni. In corsivo gli autori. Poi qualche considerazione a briglia scioltadell’autore del libro (con la collaborazione di Enrico Rosa).
    «Una comunità cristiana e della città offesa…»
    Attilio Schneck
    , sindaco di Thiene con simpatie passate per quelPsi devastato in seguito da Tangentopoli. Un laico che antepone lacomunità cristiana a quella civica. Thiene è una teocrazia?
    «Sono stato aggredito sia verbalmente che fisicamente con calcie schiaffi dal parroco… altri ragazzini più piccoli sono statiscaraventati addosso alle reti dei campetti da calcio…palpeggiamenti da parte del cappellano»
    Michele Bellossi
    , uno dei principali testimoni del caso Thiene
    «Don Angelo, sa anche lei certi atteggiamenti, lei comeparroco, io come maestro, non possiamo averli anche sedavanti abbiamo ragazzi che meriterebbero di esserebastonati»
    Carlo Maino
    , capogruppo della Margherita in consiglio comunale aThiene. Un educatore moderno?
    «… Tutti lo sanno, ma nessuno si fa avanti… si preferiscepiuttosto prendere il bambino e portarlo da un’altra parte»
    Giovanni Tessari
    , consigliere comunale thienese di AlternativaDemocratica. Struzzo, Don Abbondio o entrambi?
    «…Don Cristiano insegna catechismo… Questo bambino hachiesto di andare in bagno… Don Cristiano è andato adaccompagnarlo… e quando è stato in bagno… gli ha preso inmano il pene e gli ha detto… questo ti servirà per quando saraigrande…»
    Una testimonianza indiretta sconvolgente da parte di
    una anziana thienese
    . Verità o menzogna? La magistratura ha accertato i fatti?Se il tutto è vero, sono stati individuati i responsabili? Se sitratta di calunnie, sono partite le denunzie del caso contro untestimone che avrebbe detto il falso?
    «Scarpellini è troppo tempo che è qua… ha troppo le mani inpasta con le varie associazioni locali… secondo me è colluso»
    Flavio Bellossi
    , sovrintendente di polizia in forza alla questuraberica e padre di Michele; ha mai pensato di riferire tutto ciò almagistrato? E come mai fa queste affermazioni? Sono vere o no?
    «Molti si sono sentiti intimiditi e minacciati da un parroco cheavrebbe potere e solidi agganci»
    Angelo Di Natale
    . Di quali agganci si deve poter disporre persuscitare un fuoco di fila così incessante da parte di alcuni

    26
    media locali? Quali nervi scoperti si sono toccati? Di Natale neisuoi reportage non fece mai nomi. Perché qualcuno si identificònella parrocchia del duomo cominciando poi una controffensivamediatica? Un modo di dire tipico della lingua latina medievale è:”excusatio non petita accusatio manifesta”… Già San Girolamo,uno dei primi a tradurre la bibbia dal Greco al Latino tra il 300e il 400 dopo Cristo, nelle sue lettere avvertiva: dum excusarecredis, accusas (mentre credi di scusarti, ti accusi). Al duomo diThiene leggono San Girolamo? In municipio? E nelle redazioni deiprincipali media locali?

    27
    Indice
    PREFAZIONE ………………………………………..101- L’INIZIO ………………………………………202- LA GUERRA DEI MEDIA …………………………….403- IL CONTRATTACCO ………………………………..404- I POLITICI SI SCHIERANO COL DUOMO ………………..605- I RETROSCENA …………………………………..806- GLI STRASCHICHI E IL MISTERO DEL TESTIMONE MIKE ……807- I BELLOSSI …………………………………….908- FLAVIO BELLOSSI ACCUSA IL TENENTE SCARPELLINI ……..909- CARLO MAINO …………………………………..1010- GIOVANNI TESSARI ………………………………1111- APOLLONI, SCARPELLINI E FALCONE: UNA CENA PER TRE? ..1112- IL COMPORTAMENTO DEI CARABINIERI ………………..1213- I NODI IRRISOLTI ………………………………1314- I MALTRATTAMENTI ………………………………1415- ATTENZIONI MORBOSE …………………………….1416- IL PARERE DI ANGELO DI NATALE: L’INTERVISTA ………15POSTFAZIONE ………………………………………20IPSE DIXIT: LE FRASI PIÙ SALIENTI …………………..25

    MANI D’ANGELOÈ un piccolo libro, un pamphlet, dedicato ad uno degliepisodi di cronaca vicentina più controversi degli ultimianni. Si tratta del famoso caso Thiene del 2004, quandonei servizi del reporter Angelo Di Natale per conto dellatv Canale 68 Veneto, si parlò apertamente di percosse emolestie sessuali perpetrate da due sacerdoti in unaparrocchia di Thiene. Nel libro non solo vengonoricostruiti i passaggi della vicenda, ma viene data unachiave di lettura particolare per quanto riguarda ilcomportamento degli inquirenti e della stampa. L’indaginevenne chiusa in fretta e furia ma gli interrogativirestano. Tant’è che l’autore descrive le novità emerse dauna successiva indagine giornalistica condotta sul campoMARCO MILIONI
    Marco Milioni, è nato a Roma nel 1973. Giornalistafreelance segue per conto de Il Gazzettino la cronacapolitica ed amministrativa del comune di Vicenza e dellaprovincia. È stato corrispondente da Vicenza per Rtl102.5 ed Rtl Venezia. Collabora con Canale 68. Hacollaborato con il periodico telematico Internest-on linee con il settimanale Vicenza ABC. Milioni ha sul web unsuo spazio di approfondimento, un blog. Si tratta de IlTracciante, reperibile su internet all’indirizzohttp://tracciante.blogspot.com
    STAMPATO NEL GENNAIO 2006 DA:Stamperia Di Esse; c. so Padova 1336100 VicenzaSTAFF:http://tracciante.blogspot.comINFO:tracciante@email.itPROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE:Marco Milioni & Stamperia Di Esse
    Prezzo EURO 4,00

    www.lasberla.net/wp-content/uploads…uncia-testo.pdf

    PROCURA DELLA REPUBBLICA DI TRENTO
    ESPOSTO DENUNCIA
    Il sottoscritto Angelo Di Natale, nato a Modica (Rg) il 14-04-1959, residente
    a Ragusa, via Dante 103, giornalista in servizio nella redazione Rai di
    Catania, imputato nel procedimento n. 411/08 R.G. (n.1196/06 R.G.N.R. – n.
    2295/06 Gip) assolto con sentenza n. 765/08 – Rep. 2059/08 – emessa in data
    12-11-2008 dal Tribunale di Trento in composizione monocratica, deposita il
    presente esposto-denuncia, per i reati e le motivazioni di seguito riportati, nei
    confronti di:
    1) Giorgio Falcone, nato a Milano il 28-05-1965, magistrato sostituto
    procuratore presso il Tribunale di Vicenza;
    2) Ivano Nelson Salvarani, nato a Bondeno (Ferrara) il 30-06-1939,
    procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza;
    3) Giovanni Scarpellini, nato a Bagno di Romagna il 21-10-1966,
    residente a Thiene (Vi) in via Bacchiglione 35;
    4) Ivano Tolettini, giornalista de Il Giornale di Vicenza, residente a
    Schio (Vi) in via Maso Ciscato 2/B.
    5) Flavio Bellossi, nato a Thiene (Vi) il 25-06-1960, residente a Thiene
    (Vi) in via Dante 146;
    6) Antonella Trentin, nata a Carrè (Vi) il 23-03-1957, residente a Carrè
    (Vi) in via Fondovilla 37;
    7) Tricia Cimato, nata a Camposampiero (Pd) il 16-12-1988, residente a
    Thiene (Vi) in via Marconi 62;
    8) Giuseppa Bagnato, nata a San Ferdinando (Rc) il 27-09-1949,
    residente a Thiene in via Marconi 62.
    1
    Giorgio Falcone. Questi, pubblico ministero presso la Procura di Vicenza,
    alla fine di gennaio 2006 presentava una querela nei confronti miei e del
    giornalista Marco Milioni per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Per
    quanto riguarda la doglianza che una persona può esprimere nei confronti di
    un’altra è possibile nel singolo caso condividerla o non, ma se tale doglianza
    è portata avanti l’Autorità giudiziaria sostenendo essere la stessa relativa ad
    un fatto penalmente rilevante, sta al giudice esprimere un giudizio. Quello
    che non è consentito al querelante è redigere un racconto menzognero. A
    maggior ragione quando la menzogna riguarda l’essenza stessa della illiceità .
    Prendo atto che Falcone solo il 23-06-2008, nella relazione trasmessa al
    procuratore Salvarani nell’ambito dell’istruttoria scaturita dall’esposto
    presentato dal sottoscritto e dal collega Milioni, ha ritenuto di sostenere di
    avere appreso da suo padre (morto purtroppo l’8 luglio 2007) che uno dei due
    sacerdoti coinvolti nella vicenda era Angelo Rigoni, parroco della parrocchia
    da lui frequentata da bambino. E’ strano che nella querela presentata a
    gennaio 2006, Falcone, pur dichiarando che l’indagine era stata assegnata ad
    un altro collega avendo egli appreso che vi era coinvolto Rigoni, non ritenga
    di chiarire in che modo lo avrebbe appreso, mentre solo due anni e mezzo
    dopo – quando nel frattempo il genitore è morto – egli, chiamato a fornire
    non pochi chiarimenti sugli atti compiuti e su quelli non compiuti nell’ambito
    di quell’indagine anche in relazione all’asserita “fantomatica” astensione, si
    ricorda del papà deceduto.
    Il punto essenziale, che poi ha portato alla sentenza assolutoria pronunciata
    dal Tribunale di Trento in data 12/11/2008, è dato dal racconto relativo
    2

    all’«insabbiamento» del procedimento penale che avrebbe dovuto essere
    promosso nei confronti di don Angelo Rigoni e don Cristiano Marsotto.
    Si badi bene, a me non interessa che i due sacerdoti siano o no colpevoli. Io
    sono un giornalista e giudico non i reati ma il comportamento sociale.
    Ciò che alla fine del 2005 indusse il collega Marco Milioni a scrivere il libro
    fu proprio il fatto che, a distanza di ben venti mesi dalle indagini, egli avesse
    dovuto rilevare che non esisteva alcun procedimento. Che un processo si
    concluda con una assoluzione o una condanna è nella natura delle cose; che
    una sentenza comporti delle critiche è anche nella natura delle cose. Ma che
    un procedimento scompaia come nel Triangolo delle Bermuda non è nella
    natura delle cose.
    Afferma il Falcone (ed essendo un P.M. ancora più grave appare la
    menzogna) che si disinteressò del procedimento per la presenza di don
    Angelo Rigoni e che esso fu assegnato ad altra collega (d.ssa Mazza). Già
    nella querela appare la volontà ingannatoria del Falcone il quale, ben conscio
    della fine di quel «fascicolo» a mod. 45, se ne guarda bene dal dirlo.
    Responsabilizza integralmente altri che, logicamente, gli è succeduto (doc.
    1). E permane nella dolosa menzogna, del resto, quando deve relazionare
    l’Ispettorato del Ministero (doc. 2).
    Ma anche in quella relazione mente in modo, francamente, persino fastidioso.
    È il Salvarani, Procuratore Capo delle Repubblica di Vicenza, che all’udienza
    del 1/10/2008, citato come teste dalla difesa (teste ostile, per di più, come
    vedremo) è costretto a dire che la d.ssa Mazza aveva ricevuto il tutto già a
    mod. 45. Afferma in tale sede che nessuno aveva avuto quel fascicolo prima
    della Mazza se non il dott. Falcone (doc. 3).
    3

    Appare di clamorosa evidenza che fu Giorgio Falcone (per la conoscenza
    avuta con uno dei due sacerdoti?) ad «insabbiare» quel procedimento. A
    trasformarlo (ed usiamo le parole del Giudice del dibattimento) in un
    «sommergibile in immersione».
    Già il fatto in sé costituisce un comportamento penalmente illecito, ma di ciò
    si devono finalmente far carico la Procura di Trento assai distratta nel
    procedimento contro me e Milioni, nonché il Consiglio Superiore della
    Magistratura perché a nessuno, per quanto mi riguarda, è dato credere che la
    vicenda si sia conclusa con la sentenza assolutoria.
    Quello che appare di solare evidenza è il reato di calunnia nei miei confronti
    (in verità anche nei confronti di Milioni) da parte di Giorgio Falcone che
    nella querela ha omesso la parte relativa all’«insabbiamento» del
    procedimento, insabbiamento che – accertato processualmente – ha
    determinato la mia assoluzione e, in riferimento alle imputazioni scaturenti
    dall’azione di Falcone, anche quella di Milioni.
    Essa è essenziale come emerge dalla sentenza 12/11/2008 del Tribunale di
    Trento divenuta res iudicata formale.
    Io presento formale denuncia nei confronti di Giorgio Falcone per il reato di
    cui all’art. 368 c.p. nonché per quello determinato dalla omessa iscrizione
    del fascicolo relativo. Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di
    Ragusa e chiedo di essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Giovanni Scarpellini. La querela da questi proposta anche nei miei confronti
    contiene falsità palesi. Non mi soffermo su quella relativa al sovrintendente
    Flavio Bellossi che affronterò più avanti nella mia denuncia
    4

    Giovanni Scarpellini afferma, ed ha pure prestato giuramento, che mai ha
    indotto le famiglie di Gloria Pallado e Tricia Cimato a diffidare Canale 68
    dalla divulgazione delle interviste. Siamo finalmente riusciti, vincendo
    l’intollerabile resistenza di Ivano Nelson Salvarani, ad ottenere il fascicolo
    ormai famoso della vicenda relativa ai fatti di Thiene (proc. n.3881/06).
    Ebbene, ben si comprende l’ostruzionismo del Salvarani nella parte che lo
    riguarda.
    Tra le tante invenzioni contenute in querela e sulle quali lo Scarpellini ha
    pure giurato vi è quella relativa al fatto di non aver assolutamente spinto le
    madri di Gloria Pallado e Tricia Cimato a diffidare Canale 68 svolgendo così
    una attività non consona alla sua funzione e dimostrante la faziosità della sua
    condotta (doc. 4).
    Ebbene le testimonianze rese da Gloria Pallado e Tricia Cimato (doc. 5 e 6)
    dimostrano che Scarpellini, abusando della sua divisa, convocò assieme le
    due madri e le due ragazze e le indusse a diffidare Canale 68 con
    affermazioni menzognere (mai le affermazioni di Michele Bellossi
    nell’intervista all’emittente, così come quelle di chiunque altro, sono state
    manipolate o tagliate in modo da falsarne il senso, come del resto dimostra la
    sua deposizione proprio allo Scarpellini in data 16/06/2008).
    A questo riguardo si deve notare anche la falsa testimonianza resa nel
    procedimento di Trento da Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa
    Bagnato, madre della Cimato.
    Riteniamo altresì che tale induzione alla falsa testimonianza veda proprio lo
    Scarpellini come attore perché nessun altro aveva avuto interesse ad indurre
    al falso le tre donne, falso realizzato integralmente per favorire lo
    5

    Scarpellini. Per quanto riguarda la Trentin, ella interrogata in aula nell’ultima
    udienza del 12 novembre 2008 (doc. 18) arriva a negare di avere mai saputo
    di un interrogatorio della figlia, ma risulta presente nel verbale di sommarie
    informazioni rese dalla stessa a Scarpellini in data 10-04-2004 (doc. 7).
    Presento pertanto formale esposto-denuncia nei confronti di Giovanni
    Scarpellini per i reati di cui agli artt. 368, 372, 377 bis.
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Flavio Bellossi. Io ero in possesso della registrazione del colloquio tra Flavio
    Bellossi e Loris Bertezzolo, nel corso del quale il Bellossi definisce lo
    Scarpellini colluso.
    Il Bellossi ha reso falsa testimonianza ai sensi dell’art. 372 c.p. ed allego la
    registrazione incredibilmente non prodotta ma trattenuta presso il suo ufficio
    dal pubblico ministero Di Benedetto (doc. 8 e 9).
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Ivano Nelson Salvarani. Procuratore presso il tribunale di Vicenza, quindi
    capo dell’ufficio di cui fa parte Falcone, ha violato ogni suo dovere quando,
    trasmessa la querela, sapeva dell’insabbiamento del procedimento.
    Trasmettere la querela del Falcone era un suo dovere, ma era anche suo
    dovere (per il quale viene ben retribuito) mettere a conoscenza della Procura
    e dei Giudici di Trento, nonché della difesa, dell’«insabbiamento» del
    procedimento da parte del Falcone.
    In questa vicenda che conduce ad un pesante giudizio critico sulla
    magistratura e sulla sua affidabilità, Ivano Nelson Salvarani, pur non essendo
    6

    colui che ha commesso i reati più gravi, è certo la figura che, per l’età e la
    funzione assegnatale dallo Stato, appare esposto al peggior giudizio di chi dai
    magistrati – soggetti solo alla legge – si attenda atti trasparenti e
    comportamenti che almeno alla legge siano conformi.
    Deliberatamente costui trasmette la querela del Falcone citando il numero del
    procedimento 387/04 senza specificare il modello e traendo così in inganno il
    P.M. prima, il GIP poi, perfino il Giudice del dibattimento almeno fino ad un
    certo momento del processo, nonché i due difensori (doc. 10 e 10 bis).
    Afferma Salvarani, interrogato, che scrisse il numero 387/04 senza indicare il
    mod. 45, non per far credere che fosse a mod. 21, bensì perché all’inizio non
    aveva posto attenzione. Ma come? Recupera il numero da dove, se non dal
    fascicolo dove fa bella mostra di sé il mod. 45? (doc. 3).
    Ivano Nelson Salvarani. a gennaio 2006 è venuto a conoscenza del fatto che
    il fascicolo era un «sommergibile in immersione».
    Questo perché a giugno il procedimento passa a mod. 21 e sarebbe stato suo
    dovere comunque informare la Procura di Trento. Appare già non credibile la
    giustificazione che adduce. Del resto, se mai dubbio potesse esservi, è lui
    stesso a chiarirlo quando afferma di aver da «subito» seguito il lavoro della
    d.ssa Mazza.
    Ma l’interrogatorio di Gloria Pallado e Tricia Cimato avviene il 25/01/2006 e
    quindi Salvarani sin da allora non può non conoscere l’«inghippo» del mod.
    45.
    Ma la prava voluntas del Salvarani emerge anche quando nel 2008 il
    difensore di Milioni gli chiede i fascicoli (e mai precisa il modello del
    387/04) ben cinque volte (doc. 11, 12, 13, 14, 15): Salvarani ripetutamente
    7

    promette a parole, ma omette nei fatti, di consegnarli rendendo ostacolo
    persino dopo la sentenza del 12/11/2008. E si capisce bene il perché. In data
    4/4/2008 egli pur sapendo che il 387/04 era a mod. 45, invia una
    comunicazione al dr. Vartan Giacomelli (P.M. vicentino titolare del proc.
    pen. 387/04 mod. 21) dicendogli di controllare se vi erano gli elementi di
    connessione al proc. di Trento per cui era richiesto (doc. 16).
    È fuori d’ogni tollerabilità che questi continui a violare la legge ed a ricoprire
    l’incarico di dirigente della Procura della Repubblica di Vicenza
    Denuncio pertanto Invano Nelson Salvarani per i reati di cui all’art. 476 c.p.
    per avere dichiarato il falso nella sua comunicazione ufficiale e all’art. 328
    c.p. per aver omesso di consegnare prima del processo e per lunghi mesi al
    difensore di Marco Milioni la documentazione relativa al procedimento n.
    387/04 mod. 45.
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p.
    Ivano Tolettini, giornalista de “Il Giornale di Vicenza”, in un articolo
    pubblicato in data 02-04-2004 – redatto quindi in data 01-04-2004 – ha
    riferito l’esito di tre interrogatori svolti dal ten. Scarpellini in data 03-04-
    2004 (!). Considerato che in quei giorni, ad avviso dello scrivente, sia
    Scarpellini che Tolettini erano impegnatissimi non già ad accertare (il primo)
    e a riferire (il secondo) i fatti senza posizioni precostituite, mossi solo da
    genuina ricerca e divulgazione della verità, ma dall’intento di determinare (il
    primo) e di rappresentare pubblicamente e in tutta fretta (il secondo)
    l’infondatezza – peraltro con accenti e intenti diffamatori oggetto di altro,
    8

    separato, giudizio – dei servizi trasmessi da Canale 68, la singolare
    circostanza, lungi dall’essere bizzarra, è grave ed inquietante.
    Che per avere le notizie attinenti la Procura sia necessario rivolgersi al
    Tolettini la dice lunga non solo sulla necessità che la Procura di Trento avvii
    un’indagine al riguardo ma che lo stesso Ministero che avrà copie di tutto
    apra un’inchiesta estremamente seria inviando gli ispettori che interroghino
    tutti, non soltanto coloro che alle segrete stanze hanno ricezione.
    Denuncio pertanto ai sensi dell’art. 326 c.p. Ivano Tolettini, in concorso col
    p.u. ignoto (ma non troppo) che gli ha fornito materiale non solo coperto,
    comunque, da segreto ma – avendolo fatto ben due giorni prima che tale
    materiale prendesse vita – chiaramente viziato nella sua veridicità, in quanto
    la strana anticipazione sembra riflettere l’esito sperato, voluto e forse
    determinato da una tendenziosa visione soggettiva e da una posizione
    faziosamente costruita e pregiudizialmente svincolata dai fatti, piuttosto che
    l’approdo naturale degli atti che avrebbero dovuto essere svolti con
    imparzialità, scrupolo, limpidezza e rigore (doc. 17).
    Mi costituisco parte offesa con l’avv. Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di
    essere tenuto informato ai sensi dell’art. 408 n. 2 c.p.p..
    Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa Bagnato (doc. 18, 19, 20)
    hanno reso falsa testimonianza nel processo di Trento. Hanno dichiarato di
    non avere mai subito pressioni per la diffida a Canale 68 da Giovanni
    Scarpellini e quasi di non essersi le due madri parlate tra loro. Ebbene dalle
    deposizioni rese avanti il P.M. d.ssa Mazza il 25/1/2006 emerge che la verità
    è completamente diversa e che tutta l’iniziativa fu dello Scarpellini (doc. 5 e
    6). Denuncio perciò Antonella Trentin, Tricia Cimato e Giuseppa Bagnato
    9

    per il reato di cui all’art. 372 c.p., mi costituisco parte offesa con l’avv.
    Angelo Bruno di Ragusa e chiedo di essere tenuto informato ai sensi dell’art.
    408 n. 2 c.p.p..
    Catania lì 9 marzo 2009
    In fede

    www.lasberla.net/wp-content/uploads…to-art-2004.pdf

    Da “Il Giornale di Vicenza”
    Data di pubblicazione 01-04-04
    Pag. 1
    Articolo richiamo di prima pagina dal titolo:
    Thiene, “veleno” sui sacerdoti del Duomo
    <<sono solo calunnie di una mente malata>>
    Senza firma – rinvio: Tolettini a pag. 22
    (1) Il mondo ecclesiastico di Thiene si ribella proclamando la sua
    innocenza di fronte alle accuse al veleno piovute sui sacerdoti del
    Duomo. A chiamarli in causa un servizio dell’emittente televisiva
    Canale 68 che ha dato spazio ad un paio di testimonianze adesso al
    vaglio dei Carabinieri. In esse si parlava di violenze sessuali in
    parrocchia, citando una serie di possibili parti offese. Un quadro
    torbido e insieme confuso. Incredulo e sgomento mons. Angelo
    Rigoni: <<sono solo calunnie di una mente malata>>.
    (1
    ) Fin dal richiamo in prima pagina, così come in tutti gli articoli
    che seguono, sono evidenti l’atteggiamento, gli interessi, gli
    obiettivi de Il Giornale di Vicenza: sostenere che la notizia è falsa,
    denigrare chi l’ha diffusa, fare da cassa di risonanza alle reazioni a
    volte schizofreniche che ne conseguono, offrire uno strumento
    concreto a chi – e sono in tanti, non solo i sacerdoti presunti
    responsabili – ha l’interesse a sostenere la falsità di quelle accuse,
    prima e a prescindere da ogni verifica.
    Pag. 22
    Articolo dal titolo:
    Vendetta contro la parrocchia?
    di Ivano Tolettini
    (2) Volgari calunnie contro i sacerdoti, come spiegano in
    parrocchia parlando apertamente di veleno o vendetta … ma anche
    una polemica montata per altri fini, dietro la quale si nascondono
    interessi economici, oppure c’è dell’altro finora inconfessato?
    ….E il primo cittadino …… ha parlato di volgari calunnie per
    screditare due fedeli ministri di Dio da parte di individui che non
    hanno calibrato le parole
    1
    …. I carabinieri … dopo avere … individuato i testimoni ….hanno
    fatto partire le prime convocazioni … nel pomeriggio il
    comandante Giovanni Scarpellini ha interrogato Loris Bertezzolo e
    una signora come persone informate sui fatti ….
    ….L’inchiesta farà rumore. Ai militari spetterà verificare se la
    denuncia pubblica ha le stigmate della calunnia e diffamazione
    oppure ha una parvenza di fondamento.
    (2
    ) Tolettini mi accusa in pratica di avere divulgato notizie false
    per interessi, economici e non solo.
    Articolo dal titolo:
    <<attacco infamante>>
    E Schneck convoca
    Il Consiglio comunale
    Firmato m.l.d. (Marialuisa Duso)
    (3) Attilio Schneck, sindaco di Thiene: << ….attacco gravissimo
    e ingiustificato …. Una notizia priva di qualsiasi fondamento.
    Questa non è informazione ma sciacallaggio dell’informazione. ….
    Notizie messe in giro ad arte da qualcuno ….. il frutto di una
    manovra orchestrata da qualcuno che spinge da dietro. Il mio
    obiettivo è trovare il soggetto che istiga anche se per quanto mi
    riguarda credo di sapere chi è. .. Queste accuse sono inaudite e
    diffamatorie>>.
    (3
    ) Sono ancora accusato di essere un diffamatore, uno sciacallo
    dell’informazione, strumento di una manovra orchestrata da
    qualcuno.
    Articolo dal titolo:
    <<sono solo calunnie
    di una mente malata>>
    di d.n. (Diego Neri)
    (4*) Mons. Angelo Rigoni: <<sono cose da matti .. accuse prive di
    fondamento .. è una rivalsa, una vendetta di persone che ce
    l’hanno con me per altri motivi. …. Contestazioni di una pesantezza
    inaudita … campate in aria. .. Sciocchezze che non stanno né in
    cielo né in terra … Solo un pazzo può avere affermato delle
    indecenze di questo livello. …. Persone che per vecchi contrasti,
    sfociati magari in cause civili, possono avere il dente avvelenato …
    .. Le accuse di violenze nei confronti di bambini e ragazzini non
    2
    hanno ragion d’essere ….. non c’è nulla di vero …. Pure invenzioni
    …… Temo si tratti della macchinazione di una persona non del

    tutto equilibrata … si tratta in ogni caso solo di calunnie… >>.
    (4) Il crescendo di denigrazioni pesanti continua.
    (5
    ) L’arciprete cade dalle nuvole … Non riesce a capire i motivi
    che …. Un’ipotesi che fa fatica anche ad immaginare …….
    L’arciprete .. più ci pensa e più è sconvolto …..Nonostante in tanti
    anni di servizio sia entrato a contatto con realtà difficili … il fatto
    che qualcuno ….. lo colpisce molto
    (5) Il testo, a firma d.n., anche nella parte non virgolettata, e
    quindi contenente affermazioni del giornalista, è tutt’altro che
    imparziale e corretto.
    Data di pubblicazione 02-04-04
    Articolo dal titolo
    <<la città offesa ed indignata>>
    Sotto accusa l’informazione
    Firmato m.l.d. (Marialuisa Duso)
    (6
    ) All’indomani delle sconcertanti accuse fatte ai sacerdoti del
    duomo, Thiene è più offesa che preoccupata …..l’Amministrazione
    comunale prende posizione … stigmatizzando l’atteggiamento
    dell’emittente Canale 68 che ha amplificato le <<notizie>>.
    Amministrazione comunale: <<si tratta di notizie gravissime che
    offendono la comunità cristiana di Thiene …. >> Gli
    amministratori di Thiene <<ritengono poco verosimili i fatti e le
    testimonianze riportate>> ma soprattutto condannano
    un’informazione <<che fa del mettere il mostro in prima pagina la
    ragione e lo strumento principale della comunicazione della
    notizia>> …
    <<la città di Thiene è offesa dal modo in cui è stato presentato il
    servizio e stigmatizza un’attività che, ricorrendo a testimonianze e
    fatti non ancora accertati, dimostra una scorretta gestione della
    notizia. Nell’auspicare un celere percorso della giustizia …. gli
    amministratori si riservano di verificare in ogni sede il grado di
    offesa che la città di Thiene abbia potuto subire>> … In chiusura
    gli amministratori esprimono <<un sincero e calorosissimo
    messaggio di solidarietà a tutte le comunità cristiane locali toccate
    in maniera forte da questo tipo di informazione che certamente
    3
    non contribuisce a fare chiarezza … sui fatti e non avvicina i
    cittadini alle istituzioni pubbliche e religiose>>.
    (6) Il Giornale di Vicenza prosegue nell’azione avviata l’1 aprile e
    continua a prospettare denunce o querele, da parte dei soggetti cui
    fa da megafono, che mai saranno presentate.
    Articolo dal titolo:
    Interrogati altre tre giovani
    Anche per oggi dai carabinieri nuovi testimoni
    di Ivano Tolettini
    (7
    ) Anche il secondo giorno di interrogatori …. non schioda
    l’impressione che sui sacerdoti del Duomo si sia voluto sollevare
    un gran polverone. Veleno forse in buona fede o forse perché
    manovrato da inconsci secondi fini. …. I carabinieri dopo avere
    informato il sostituto procuratore Giorgio Falcone hanno ascoltato
    tre di coloro che sono stati indicati come parti offese. Tuttavia non
    sarebbero emerse situazioni di rilievo. Tanti sentito dire … ma di
    concreto non sarebbe emerso niente. Gli investigatori quest’oggi
    proseguiranno nelle audizioni. Dovrebbe essere la giornata
    decisiva perché saranno ascoltati altri ragazzi indicati come coloro
    che avrebbero subito le attenzioni. Le pesanti accuse propagate
    via etere con apparente leggerezza e senza adeguato riscontro
    critico … col rischio di compromettere così la genuinità degli indizi
    …. sintetizza un caso che ….All’origine della “denuncia” contro i
    sacerdoti c’è quasi sicuramente un contenzioso civile riguardo la
    pista di skateboard … Da qui si sono sviluppate posizioni
    contrastanti tra più soggetti alcuni dei quali avrebbero manovrato
    nell’ombra sapendo di poter contare sulla fragilità psicologica di
    determinati individui che forse hanno agito in buona fede … Il caso
    … ha suscitato reazioni …. facendo scattare una solidarietà
    incondizionata nei confronti dei religiosi … tirati in ballo senza
    alcuna remora…. Sono state prese per buone in maniera apodittica
    e autoreferenziale affermazioni che dovevano ancora essere
    vagliate …. Il pm Falcone ha raccomandato ai carabinieri di agire
    con celerità …. Qualora illazioni calunniose prive di sostanza sono
    state spacciate come indizi di morbosità sessuale, si aprirebbero
    pesanti interrogativi sulle ragioni che hanno spinto taluni a
    cavalcare individui con problemi caratteriali, per non dire di
    scompensi della personalità.
    4

    (7) I <<tre di coloro che sono stati indicati come parti offese>> in
    effetti, come risulta agli atti, sono stati interrogati solo il 3 aprile,
    ma Tolettini lo “scopre” due giorni prima, comunicandone l’esito!
    Per il resto tutto come negli articoli precedenti.
    Data di pubblicazione 03-04-04
    Articolo dal titolo:
    Duomo, baruffa tra vicini
    Il caso forse originato da una questione immobiliare
    di Ivano Tolettini
    (8
    ) Il caso si sgonfia, com’era prevedibile. Molestie sessuali
    commesse in parrocchia contro minori? Nessuna traccia dopo il
    primo giro di interrogatori. Un contenzioso tra privati e i sacerdoti
    del Duomo per l’acquisto di una casa e la successiva sistemazione
    di una pista mobile da skateboard? Sarebbe questo lo sfondo delle
    accuse lanciate da alcune persone contro i religiosi. Poi la
    suggestione e qualche imprudenza di troppo ha fatto il resto.
    Quelle contro i sacerdoti sono accuse fino a prova contraria prive
    di fondamento che sono state propalate da chi, dopo avere bussato
    alla porta di tanti cronisti, ha trovato megafono in una emittente
    televisiva locale che in buona fede, ma con eccessiva fretta, non
    avrebbe vagliato a sufficienza. I carabinieri del tenente Giovanni
    Scarpellini hanno concluso il primo giro di interrogatori … e hanno
    informato il pm Giorgio Falcone. …. In realtà finora sono emersi
    tanti sentito dire ma nulla che lascia ipotizzare violenze e molestie
    sessuali contro bambini avvenute in parrocchia. Questo proprio no.
    Le indagini dureranno ancora qualche settimana ma la prima
    impressione è che un dissidio molto terreno di natura civilistica tra
    parrocchia e privati sia stato spacciato per quello che non è …..Il
    contenzioso non è stato indolore e non è escluso che in certi
    momenti della trattativa ci siano state pressioni …. Può essere
    accaduto che in certe occasioni qualche sacerdote abbia alzato la
    voce ed è stato frainteso. Un fraintendimento che alla luce del
    braccio di ferro immobiliare da parte di taluni è stato volutamente
    letto in chiave sessuale, quando in realtà il contenzioso era tutt’al
    più patrimoniale.
    (8) Tolettini insiste sugli interessi economici dei quali mi sarei
    fatto strumento e però, ad un certo punto, non esclude la mia
    buona fede: insomma mi dà, professionalmente, dello stupido,
    dell’incapace, dello sprovveduto.
    5
    Data di pubblicazione 09-04-04
    Pag. 1
    Richiamo di prima pagina dal titolo:
    I carabinieri sicuri,
    sui sacerdoti di Thiene
    un cumulo di falsità
    Senza firma – rinvio: Ivano Tolettini a pag. 22
    Pag. 22
    Articolo dal titolo:
    Contro il duomo solo falsità
    Il rapporto inviato in Procura scagiona i sacerdoti
    di Ivano Tolettini
    (9
    ) Alla fine non è rimasto nemmeno il fumo. Gli accertamenti,
    viste le premesse, sono finiti com’era inevitabile, data la
    genericità, infondatezza e avventatezza delle notizie fornite via
    etere su presunte violenze sessuali commesse ai danni di minori da
    religiosi nella parrocchia del Duomo. I carabinieri del tenente
    Giovanni Scarpellini questa mattina trasmetteranno al pm Giorgio
    Falcone il rapporto conclusivo, dopo peraltro che lo stesso
    magistrato è già stato informato qualche giorno fa sull’esito degli
    interrogatori. Ossia che dalle audizioni dei minori non è emerso
    nulla di rilevante nei confronti di religiosi. Come è stato possibile
    allora montare un caso che ha scosso la comunità thienese?
    Quando si diffondono avventatamente notizie false di questa
    portata ….. All’origine del caso come abbiamo documentato nei
    giorni scorsi c’è stata una polemica molto terrena ….. Non è
    escluso che in questo frangente qualcuno abbia creduto di
    comportarsi in buona fede atteggiandosi a presunto paladino, ma
    già un anno fa quando alcuni testimoni avevano riferito ad altri
    cronisti queste “rivelazioni” era stato agevole rendersi conto della
    insussistenza dei racconti perché frutto di ossessive esagerazioni
    la cui matrice era ben altra … Che mons. Rigoni, persona non più
    giovane, sia un sacerdote un po’ all’antica .. è risaputo .. Ma … la
    sua moralità di ministro di Dio non è mai stata minimamente in
    discussione. … Il resto in base alle verifiche appartiene all’albo
    delle falsità … Si trattava di equivoci verbali che sono stati
    elaborati in modo ossessivo da alcuni soggetti non credibili e che
    successivamente sono stati ripresi senza quel necessario vaglio
    critico che solo le verifiche investigative possono dare …. In una
    6

    Falcone è stato costantemente informato sugli sviluppi …. I
    presupposti sui quali poggiava la vicenda erano fin troppo friabili.
    Per questo motivo quando il fascicolo sarà affidato all’archivio le
    persone che si sono sentite tirate in ballo ingiustamente
    potrebbero replicare secondo gli strumenti dell’ordinamento
    giudiziario.
    (9) Tolettini insiste sulla sua tesi, sentenzia che io abbia diffuso
    avventatamente notizie false, accompagna già all’archivio il
    fascicolo e, tendenziosamente, prefigura le <<repliche secondo gli
    strumenti dell’ordinamento giudiziario>> delle persone tirate in
    ballo, utilizzando un condizionale potenziale (<<potrebbero>>)
    che presuppone l’accertata (da lui) esistenza dei presupposti.
    Articolo dal titolo:
    <<mi ha commosso
    l’affetto della gente>>
    di Diego Neri
    (10
    ) Dell’assurdità delle accuse mons. Angelo Rigoni, parroco del
    Duomo, si era detto convinto fin dal primo giorno. Accuse che lo
    avevano ferito nella sua dignità di uomo e di sacerdote. Ora che
    dagli accertamenti dei carabinieri non è emerso nulla a suo carico
    …. <<non ho risentimenti, né sono spinto dalla vendetta. Né
    penso di querelare chi ha affermato quelle falsità a suo carico,
    tanta la sua povertà morale e spirituale. Semmai …. potrei
    denunciare chi ha divulgato e dato voce a notizie infondate>>.
    (10) Delle accuse, comunque accertate come assurde, si parla già
    al passato. Nel presente tutto è già chiarito. Ma chi, quando, come,
    lo ha fatto? Basterebbe dare un’occhiata al fascicolo per toccare
    con mano la gravità di questo modo di informare. C’è poi il solito
    spazio militante dato solo ad una parte, con tanto di annuncio di
    azioni giudiziali mai esperite da parte di chi si è ritenuto, a torto,
    danneggiato dai miei servizi. Ma a “colmare” questa lacuna ci ha
    pensato Tolettini quattro anni dopo, facendo credere falsamente ai
    lettori che io fossi stato chiamato a rispondere in giudizio di quei
    servizi.
    Data di pubblicazione 10-04-04
    Articolo dal titolo:
    7
    <<i giorni più infernali della mia vita>>
    Il sollievo dell’arciprete dopo la conclusione delle indagini
    sulle terribili accuse
    di Marialuisa Duso
    (11
    ) Varie dichiarazioni. Francesco Menegardi, vice presidente
    del consiglio pastorale: << Siamo sorpresi e indignati per il modo
    in cui una rete televisiva ha deciso di divulgare notizie tanto gravi
    senza fare un minimo di approfondimento … Sarebbe interessante
    capire chi abbia manovrato tutto questo e, considerando il modo in
    cui sono state date le notizie, con incongruenze evidenti fra i titoli
    e i servizi, non posso pensare che non siano stati in malafede ….
    Un anno fa c’era stata una causa …. Questioni banalissime
    insomma che si sono poi ingigantite fino a creare questo pasticcio,
    talmente assurdo da apparire da subito inverosimile …>>.
    Sull’altro fronte c’è il Comune che … sta meditando di dichiararsi
    parte offesa per il modo in cui, al di là delle testimonianze, sono
    state presentate le notizie: <<notizie denigratorie nei confronti
    della città e delle istituzioni – afferma il sindaco Attilio Schneck –
    che creano i presupposti per un reato di non poco conto. Noi
    chiederemo i danni proprio per questa offesa arrecata alla città>>.
    (11) Valgono le stesse considerazioni di prima. Ai lettori si fa
    credere che tutto sia accertato, che una sentenza sia stata emessa!
    Il Giornale di Vicenza fa da megafono a chiunque voglia attaccare i
    miei servizi e denigrare il mio lavoro.
    Data di pubblicazione 14-04-04
    Articolo dal titolo:
    <<e’ stato offeso il Consiglio
    Ora ci aspettiamo le scuse>>
    senza firma
    (12
    ) Mentre le indagini hanno sgonfiato del loro sordido
    contenuto le accuse mosse ai sacerdoti del duomo …… Riccardo
    D’Angelo, presidente del consiglio comunale: <<non solo si sono
    dimostrati degli irresponsabili facendo denunce gravissime che poi
    si sono rivelate prive di qualsiasi fondamento …. Ma hanno anche
    perseverato nella loro irresponsabilità … hanno continuato ad
    accusare a destra e a manca … scegliendo un modo di fare
    giornalismo irresponsabile che offende la voglia di verità che i
    cittadini si aspettano dagli organi di informazione. Al di là di tutte
    8

    le azioni legali che il sindaco sceglierà di avviare, da questa
    emittente ci attendiamo come minimo delle scuse>>. E, al di là
    delle azioni legali, il sindaco … si aspetta una presa di posizione
    anche da parte dell’Ordine dei giornalisti: un fermo atteggiamento
    di condanna per quello che ha definito da subito <<sciacallaggio
    dell’informazione>>.
    (12*) L’autore, in questo caso anonimo, oltre a ripetere la stessa
    operazione compiuta innumerevoli volte dall’1 aprile 2004, rincara
    la dose, appesantendo il linguaggio anche nelle parti non
    virgolettate. All’intervistato di turno si consente inoltre di
    diffamarmi sempre più pesantemente.

  • Usa, fuga dalla Chiesa cattolica

    Usa, fuga dalla Chiesa cattolica

    23/11/2011
    Il 3 per cento dei cattolici statunitensi ha lasciato la comunità ecclesiale a causa soprattutto degli scandali sulla pedofilia
    Giacomo Galeazzi
    Città del Vaticano

    Due milioni «in fuga» da Roma. Effetto-abusi: emorragia di fedeli negli Stati Uniti. Il 3% dei cattolici Usa ha lasciato la Chiesa a causa dello scandalo dei preti pedofili, secondo una ricerca condotta per l’università di Notre Dame da Daniel M. Hungerman. E a beneficiare maggiormente della crisi del cattolicesimo statunitense è la confessione battista. A mettere in guardia da una «crisi di credibilità» della Chiesa Usa era già stato Guido Mocellin sulla rivista dei padri dehoniani «Il Regno». La colpa è soprattutto della linea di condotta omissiva applicata dall’episcopato prima della «tolleranza zero» imposta da Benedetto XVI.

    Per anni i vescovi americani, infatti, hanno tentato di coprire i sacerdoti colpevoli trattando i risarcimenti delle vittime lontano dalle aule dei tribunali, invece di denunciare tutti i casi di cui venivano a conoscenza all’autorità giudiziaria e invece di rimuovere gli accusati dagli incarichi pastorali. E tardiva è apparsa la pubblica ammissione dei presuli della loro precedente insufficienza o inadeguatezza di fronte alle violenze sessuali ai danni di minori compiute da sacerdoti. La sensazione che «nella Chiesa cattolica sia prevalsa la preoccupazione di difendere i propri sacerdoti piuttosto che i propri ragazzi; che i vescovi abbiano preferito spendere miliardi di dollari in risarcimenti privati pur di non ammettere pubblicamente le responsabilità proprie e dei sacerdoti sotto la loro giurisdizione; che in sostanza sia stata così patentemente tradita la fiducia che l’istituzione ecclesiastica cattolica per tanti altri aspetti si è meritata nel paese, mettendo gli aspetti legali e finanziari davanti a quelli pastorali, tutto ciò sta generando, particolarmente nel “cattolico americano” comune, sentimenti dolorosi: tristezza, ripulsa, rabbia, frustrazione, confusione, imbarazzo».

    È come se collettivamente, nella relazione tra Chiesa-istituzione e Chiesa-popolo, «si fosse riprodotta in parte la dinamica che è intercorsa, in ciascuna delle violenze perpetrate, tra il sacerdote e il ragazzo che ne è divenuto vittima». L’ondata di scandali che ha prodotto l’attuale emorragia di due milioni di fedeli è stata anticipata negli Stati Uniti da due gravissimi precedenti. Nel 1985 il caso della diocesi di Lafayette sulla base del quale i vescovi iniziarono a prendere coscienza del problema e nei primi anni Novanta quando un ex-prete, J.Berry, pubblicò il volume «Non c’indurre in tentazione: i sacerdoti cattolici e le violenze sessuali sui minori». «Ciò che crea sconcerto nell’opinione pubblica non è tanto la notizia in sé del comportamento sessualmente scorretto di un certo numero di preti ai danni di minori: altre istituzioni, e segnatamente le altre Chiese, non sono meno colpite della Chiesa cattolica dal fenomeno- è l’analisi di Mocellin-.La percentuale di preti autori di questi comportamenti sul totale, le cui stime oscillano dal 3% al 6%, non si discosta dalla percentuale complessiva degli autori di violenze sessuali sui minori rispetto al totale della popolazione».

    Piuttosto l’opinione pubblica americana (e la quota di fedeli cattolici al suo interno) si è gravemente allarmata per il dato, emerso con chiarezza, secondo cui molti vescovi avrebbero cercato di coprire le responsabilità dei loro sacerdoti: omettendo di denunciarli all’autorità giudiziaria, patteggiando con le vittime risarcimenti in denaro in cambio del silenzio, e infine limitando la sanzione canonica a un trasferimento ad altra parrocchia, dopo una breve terapia psichiatrica.

    «Come se il proprio approccio, di tipo morale e religioso, potesse alla fine ottenere ciò che la medicina dichiaravano di non poter conseguire», sottolinea Mocellin: «È poco consolante il fatto che la Conferenza episcopale avesse affrontato per tempo il fenomeno: richiedendo già nel 1985 un primo, ampio dossier; dedicando l’assemblea del giugno 1992 al tema e emanando una serie di principi-guida; deliberando nel 1993 (dopo un incontro con la Santa Sede e una lettera di Giovanni Paolo II) la costituzione di una Commissione ad hoc in seno alla Conferenza, e infine pubblicando nel 1995 “Camminare nella luce”, dedicato in generale alle violenze sessuali sui minori ma consapevole delle specifiche responsabilità del clero in proposito».

    Ed è probabile che «l’insieme delle indicazioni che emergono da questo lavoro fosse in grado di arginare e gestire il fenomeno: ma esse non erano vincolanti per ciascun vescovo e dunque ciascun vescovo si è regolato come ha creduto». Gli interrogativi che negli Stati Uniti attraversano la comunità ecclesiale riguardano in realtà questioni molto concrete, come le modalità di selezione dei candidati al sacerdozio e, più latamente, la possibilità di aprire anche nella Chiesa latina l’accesso al presbiterato agli uomini sposati (se non alle donne): «non perché le violenze sessuali sui minori siano leggibili come espressione deviata di una sessualità che, potendo, si rivolgerebbe “normalmente” verso donne adulte (questa lettura non sarebbe corretta), ma perché l’obbligo del celibato finirebbe per restringere la rosa dei candidati al presbiterato a individui sessualmente immaturi o di orientamento omosessuale».

    Quindi «non v’è dubbio che, inaspettatamente, anche per l’osservatore europeo, la Chiesa degli Stati Uniti è stata come spiazzata da una problematica nella quale, per il particolare contesto della società in cui vive e per le parallele prove di vitalità che ha dato in questi anni, ce la saremmo aspettata all’avanguardia». L’atteggiamento difensivo complessivamente messo in mostra, sottolinea lo studioso, «è in fondo più vicino a una comprensione di sé di impianto pre-conciliare, diffidente verso l’opinione pubblica , geloso del prestigio sociale dei propri quadri al punto da volerlo difendere anche contro l’evidenza dei fatti. Il paragone proposto da uno psicologo della Loyola University di Chicago con i generali sudisti, che dopo la sconfitta nella Guerra di secessione non volevano accettare che “quel mondo era finito”, è molto americano, ma molto efficace».

     

  • La leggenda del prete scopatore diventa un libro

    La leggenda del prete scopatore diventa un libro

    La leggenda del prete scopatore diventa un libro
    Dario Ferri
    4 gennaio 2011

    Padre Alberto Cutiè, idolo dei cattolici americani, racconta per la prima volta in pubblico il suo dilemma di sacerdote ed amante

    Il prete che ha sconvolto i cattolici americani ha deciso di raccontare la sua storia in un libro. Padre Alberto Cutiè, figlio di esuli cubani, era diventato negli anni 2000 uno dei personaggi più popolari della comunità cattolica che si trova in Florida. Giovane, di bell’aspetto, era conduttore di un programma televisivo religioso di buon successo. L’anno scorso era stato scovato dai paparazzi sulle spiagge di Miami abbracciato alla sua amante, e lo scandalo susseguente aveva portato il sacerdote ad abbandonare la Chiesa cattolica per diventare ministro in quella Episcopale. Ora in un libro Padre Cutiè rivela la sua storia e prende posizioni contro il celibato imposto ai preti, pubblicando le foto della sua prima figlia

    Il PRETE FIGO – Una rivista messicana era arrivata a definire il sacerdote di origine cubana l’Oprah della televisione latina statunitense. Il suo soprannome era il Padre bello, carino, con un gioco di parole tra il suo cognome e la parola cute. Altri lo chiamavano Padre ma che peccato, visto il fascino esplosivo del sacerdote sulle donne, e l’impossibilità per le fedeli di poter uscire con lui. Un soprannome però non molto calzante, visto che nel suo libro “Dilemma: la lotta di un prete tra la fede e l’amore” il sacerdote della Florida racconta la sua doppia vita. In pubblico prete di battaglia, poi diventato celebre grazie alle sue apparizioni in televisione. In privato amante generoso, costretto dal suo mestiere a nascondere una relazione che gli aveva fatto scoprire definitivamente l’amore. Una bugia tollerata però dai fedeli, che non vedevano un grande problema nella vita sentimentale del sacerdote, che aveva una relazione con una persona adulta consenziente, a differenza di altri preti coinvolti in disgustosi abusi sui minori.

    DILEMMA MORALE – Padre Cutiè racconta nel suo libro del suo iniziale entusiasmo verso gli ideali cattolici, rappresentanti da personaggi come Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II. L’amore verso il prossimo e la dedizione completa verso i bisognosi erano i suoi punti di riferimento, ma già durante il seminario il sacerdote cubano americano aveva scoperto che l’istituzione Chiesa non gli piaceva. Cresciuto in una famiglia anti castrista e abituato a mettere in dubbio l’autoritarismo presente nella società, padre Alberto si chiedeva se davvero il suo posto era “ in un’organizzazione senza pietà, inflessibile e dittatoriale.” Un dilemma generato dallo sconvolgente rapporto con i suoi superiori, interessati solo al business per rafforzare la Chiesa e che si disinteressavano dei numerosi casi di abusi sui minori che vedevano protagonisti i sacerdoti nelle parrocchie. Lo stesso padre Alberto era stato mandato a mettere a posto vicende che poi venivano silenziate dai vescovi della Florida, troppo preoccupati per i potenziali danni di immagine che le molestie dei preti avrebbero potuto provocare.

    ABBANDONO DELLA CHIESA – Il successo televisivo della scorsa decade ha regalato fama e notorietà al prete bello della Florida, ma lo ha anche responsabilizzato maggiormente di fronte ai numerosissimi fedeli che vedevano in lui un punto di riferimento. Padre Cutiè è diventato famoso per il suo stile di ascolto lontano dalla rigidità morale di un confessore, e la sua popolarità ha messo in difficoltà il sacerdote rispetto alla doppia vita che aveva iniziato. Innamoratosi di una sua fedele – “non riuscivo a staccare gli occhi da lei mentre dicevo Messa”, racconta – poi diventata la sua fidanzata, per quanto nascosta, il sacerdote sentiva in sé il conflitto della sua immagine pubblica e della sua vita privata. Le foto che hanno reso pubblica la sua relazione hanno consigliato al sacerdote il cambio di fede, visto che il “suo amore era così bello che poteva provenire direttamente da Dio”, e non trovava nessun peccato nella sua relazione. La freddezza dei vertici cattolici ha sconvolto padre Alberto, che non ha trovato equo il suo trattamento rispetto alla copertura fornita a preti che si sono comportati in modo criminale ma sono stati tenuti all’interno della Chiesa. Da un anno il sacerdote è diventato ministro della Chiesa Episcopale, dove si è potuto sposare, avere una bambina e vivere una vita finalmente trasparente, senza più coperture.

    http://www.giornalettismo.com/archives/108…venta-un-libro/

  • Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Di Massimo Mele – 29 Dicembre 2010

    Ieri l’ultima delle telefonate alla comunità incontro del discusso sacerdote. Da Roma al Vietnam, guai giudiziari di ogni genere, prima della tegola definitiva: rinvio a giudizio per abusi a minori.

    L’ultima occasione pubblica è stata ieri. A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E anche il premier, Silvio Berlusconi, per sentirsi migliore non esita a dedicare il suo natale a chi ha più bisogno: luogo prediletto per un saluto di vicinanza e di beneficienza è, da anni, la comunità Incontro di Don Piero Gelmini, ad Amelia, in Umbria. Se non di persona, almeno telefonicamente il presidente del Consiglio non rinuncia mai ad elogiare pubblicamente il lavoro dell’amico Piero.

    SIMILITUDINI – Ieri, per la seconda volta in due anni consecutivi, il Cavaliere ha scelto la comunicazione telefonica alla festa di Natale dell’associazione terapeutica che accoglie tossicodipendenti e sieropositivi nella campagna Umbria del paesino in provincia di Terni.

    Nel corso della telefonata Berlusconi non manca di divagare sul piano personale. Soprattutto, sugli attacchi che gli vengono rivolti in continuazione. «Cerco di imitarti — dice a don Gelmini — come tieni botta tu, tengo botta io. Se c’è qualcuno che è oggetto di diffamazione quotidiana sono io, mi hanno accusato di tutto, dalle stragi alla mafia». Ma è un motivo in più per non ritirarsi: «Non dobbiamo avere dubbi nell’andare avanti perchè deluderemmo tutti i nostri sostenitori, tutte le persone che hanno fiducia in noi».

    Così le parole della telefonata su Repubblica, e un parallelo davvero azzeccato: Berlusconi, come don Gelmini, “terrebbe botta” davanti ai reiterati attacchi di chi gli vorrebbe male. Di chi non avrebbe intenzione di lasciarlo in pace. E davvero, da Don Gelmini potrà trovare conforto, Berlusconi: se non altro perchè il sacerdote ha alle spalle una lunga sequela di guai con la giustizia, lunga quasi quanto quella del Premier. E’ fin dagli anni ‘70 il prete che svolge la meritoria attività di accogliere, indistintamente ed in tutto il mondo, diseredati, tossicodipendenti, sieropositivi, galeotti, ex-carcerati, per offrirgli l’occasione di una redenzione, di una nuova vita in comunità, un luogo in cui poter parlare liberamente dei propri problemi senza la paura di essere giudicati; ma accanto a tutto questo, don Gelmini è un cliente affezionato delle procure italiane. Un uomo in cui, come nell’abito talare, il bianco ed il nero si mischiano un po’.

    PADRE JAGUAR
     – E’ un vecchio articolo della Stampa, ripreso in tutte le salse dalla rete, a raccontarci l’identikit di don Piero Gelmini. Si era nei favolosi anni ‘70, ma la vita pubblica del sacerdote, allora, era appena iniziata.

    C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa. E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    Così Francesco Grignetti sul quotidiano torinese ripercorre i primi anni della vita di “Padre Jaguar”. Fratello, come abbiamo visto, di un altro sacerdote, quel padre Eligio che lo accompagnerà anche in alcune vicende giudiziarie ma che, come si apprende, era di casa nel jet-set del pallone italiano. Dalla sua casa di viale Vaticano, in cui abitava in quanto segretario di un alto cardinale, dopo l’incontro con questo tale Alfredo Nunzi, si trasferisce nella periferia residenziale di Roma, all’Infernetto.

    Mise, quindi, progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituirono l’ossatura e un’iniziale struttura organizzativa della Comunità Incontro. Si passava, così, dalla semplice attenzione al singolo all’elaborazione di un programma comunitario. Con l’apertura del Centro di Mulino Silla, il 27 settembre 1979, nasceva la prima realtà che darà l’impronta a tutti i Centri successivi. Attualmente, sono circa 200 le comunità presenti in tutte le regioni d’Italia e all’estero (Spagna, Thailandia, Canada, Bolivia, Costa Rica, Francia, Svizzera, Slovenia, Brasile, Stati Uniti).

    Così, riassuntivamente, la sua pagina di Wikipedia.

    GIRI POCO CHIARI – Ma mentre la sua attività umanitaria prendeva le prime mosse, continuava con ben altra caratura la vita pubblica e politica. Agganci importanti, referenti istituzionali, amicizie con politici e col bel mondo dei palazzi romani, affari, soldi che girano: dopo la scoperta di una Sudamerica-connection, le accuse della magistratura non tarderanno ad arrivare.

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita. I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione.

    Via di corsa dunque: destinazione, il sud-est asiatico, dove si poteva dare una mano a diseredati dalla guerra vietnamita e, quando avanzava tempo, anche truffare la famiglia presidenziale.

    Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    IN GALERA – Gelmini dunque, non riesce a stare fermo, e ovunque va finisce sulle prime pagine dei giornali per cause non sempre limpidissime. Fallita l’esperienza vietnamita, capisce che forse il gioco non vale la candela e che il suo paese lo chiama. Torna in Italia e affronta le conseguenze delle sue azioni precedenti all’espatrio.

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Insomma, fin dalla carcerazione all’inizio degli anni ‘70 si iniziano a manifestare pubblicamente alcune sue tendenze: diciamo che il prelato avrebbe avuto difficoltà a restare dentro i ranghi del voto di continenza sessuale. Il direttore del carcere, imbarazzato, ogni tanto disponeva a suo danno l’isolamento. Tornato in libertà, e scontata anche la pena ecclesiale, don Gelmini finisce di nuovo in carcere insieme al fratello, questa volta, per una storia di traffico di beni alimentari con l’Africa che poi risultò infondata. Ma il nome di Gelmini era ormai di dominio pubblico, e per il prete pensò che forse era il caso di tornare a dedicarsi all’attività umanitaria.

    INCONTRO – E’ la creazione della comunità Incontro

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Fondata la comunità, le polemiche intorno a padre Gelmini si arrestano? Neanche per sogno: nonostante la concessione quarantennale da parte del Comune, la comunità Incontro inizia ad espandersi in maniera incontrollata e non sempre legale. Abusi edilizi, la nuova grana in cui Gelmini si infila, tanto che finisce in contenzioso addirittura col comune della cittadina umbra. Il decreto che disponeva l’invio degli atti alla procura venne firmato dall’allora sindaco della cittadina umbra: Luciano Lama, il grande segretario della CGIL del 1977. Si era, al tempo dell’illecito urbanistico, all’inizio degli anni 90.

    Per una buona mezz’ ora Luciano Lama, senatore della Quercia, rinuncia al conforto della pipa. E parla senza pause. Parla e spiega come, da sindaco di Amelia, poltrona che ricopre da tre anni, sia balzato in sella a una mini-crociata “mani pulite” con la determinazione militante di un vecchio leone che non depone le armi. Lo scenario è da Peppone e don Camillo, ma stavolta, nella disfida, non tira aria di ricomposizione pacifica. Dall’ altra parte della barricata, c’ è don Pierino Gelmini, che governa una specie di città dentro la città, quella che ospita ben otto comunità per tossicodipendenti nel solo comune umbro di Amelia (targate Gelmini, sono 150 in Italia, qualche decina nel mondo). Lama ha denunciato il prete per abuso edilizio e ha scelto di firmare personalmente l’ atto d’ accusa, che poteva essere siglato da un semplice funzionario. “Quell’ uomo – sentenzia – gode di tali protezioni che non ho voluto consegnare ad altri la responsabilità di spedire gli atti in procura”, dice. La vicenda, la racconta lui stesso. “A seguito di un’ indagine dell’ ufficio tecnico, abbiamo scoperto che don Gelmini ha realizzato alcune opere senza licenza edilizia: un campo sportivo, una mensa, l’ allargamento di una strada con abbattimento di alberi, lo spostamento di alcuni muri di sostegno. Il tutto in un podere, quello di Cenciolello, che tredici anni fa il comune gli affidò in comodato, quindi gratis. Poi abbiamo deciso di vendere, e si sono spulciate le carte che prima non si era tenuti a verificare. Risultato: quelle licenze potevano benissimo essere autorizzate, però il prete se n’ è ben guardato di chiederle con prassi regolare. E sa perché? Perché si sente onnipotente e intoccabile”. La denuncia era obbligatoria. Ma è stata lo show down di anni di frizioni tra Amelia e il suo “scomodo” ospite. I quasi mille ex drogati, il 70 per cento dei quali sieropositivi o già ammalati di Aids, sfiorano infatti il dieci per cento della popolazione del comune e suscitano reazioni di rigetto da parte della gente infastidita di vederli circolare liberamente. L’ anno scorso, duecento genitori insorsero perché due bambini sieropositivi furono iscritti alla scuola pubblica. Alcune famiglie minacciarono di ritirare i propri figli. “Ma la gente si irrita soprattutto per l’ invadenza del personaggio e per la sua ‘ disinvoltura’ affaristica – nota Lama, col fervore di un paladino dei deboli contro un potente che non ha mai nascosto le sue simpatie craxiane -. Don Gelmini ha soldi in quantità. Lo Stato e la Regione lo foraggiano, e ci sono i cospicui lasciti dei privati. Così apre cantieri che il bilancio del comune neppure si sogna. Prenda Silla, alle porte di Amelia. Una città “gelminiana”. Lì sorgerà il centro internazionale delle comunità ‘ Incontro’ . Un investimento immobiliare imponente. Si dice anche che il prete abbia messo gli occhi sul vecchio carcere in disuso, proprio di fronte al municipio, dove andranno i drogati col trattamento di semilibertà previsto dalla legge. E appena dieci giorni fa ha acquistato il monastero di Santa Monica (700 milioni) dove ha fatto sapere che abiteranno dieci suore. In realtà, sembra che ci finiranno alcuni suoi ex ospiti che continuano a collaborare come istruttori della comunità. Un specie di albergo di lusso. Le altre comunità, come ‘ Abele’ , funzionano benissimo senza questa frenesia del mattone. Ad Amelia rischia invece di incrinarsi la pace sociale davanti a un signore che fa quel che gli pare. E, badi, non c’ è nessuna intenzione persecutoria da parte nostra. Tant’ è che abbiamo già dato via libera a 60 mila metri quadri di cemento.

    Così raccontava la storia la Repubblica.

    LA POLITICA – Le amicizie con la politica, dunque, per la prima volta saltano fuori nel discorso pubblico che riguarda don Gelmini da Amelia. E ricordiamocele, perchè ci torneranno utili fra pochissimo: salteranno di nuovo fuori nel luogo più inimmaginabile. Intanto la segnalazione di illecito urbanistico cammina, e don Gelmini finisce sotto l’inchiesta formale che la procura apre.

    Il fondatore della comunità “Incontro” è finito sotto inchiesta perchè è vicepresidente della cooperativa “Terra nostra”, una delle tante create dai suoi ragazzi impegnati anche in varie attività per uscire dal tunnel della droga. Analogo provvedimento è stato preso anche nei confronti del presidente della società Claudio Legramante. La cooperativa, secondo la denuncia presentata dal Comune, avrebbe realizzato abusivamente un campo di calcio, un forno, costruzioni ad uso abitativo, scale e viali lastricati, una rimessa per attrezzi agricoli, alcuni muretti e, sempre in località Cenciolello, risulterebbe non in regola l’ installazione di alcuni prefabbricati destinati a cucine e refettori. Don Pierino Gelmini per queste costruzioni aveva a suo tempo presentato tutte le richieste di autorizzazione necessarie. Ma in Comune furono respinte. Venerdì il magistrato compirà un primo sopralluogo nella zona delle costruzioni abusive.

    Ma forse erano stati i ragazzi ad essersi allargati un po’ troppo, e Gelmini era responsabile solo in veste strettamente formale. D’altronde, la comunità Incontro era diventata ormai un’istituzione che accoglieva centinaia di uomini e donne in difficoltà, gli spazi iniziavano a servire, e qualcuno evidentemente per gettare il cemento non aveva aspettato tutte le autorizzazioni necessarie. Ma insomma, fosse stato solo questo il problema: le questioni serie, e serie davvero, stavano per arrivare.

    ABUSI SESSUALI – Don Gelmini è stato di recente rinviato a giudizio per casi di pedofilia e abusi sessuali all’interno della comunità Incontro. Sono oltre 12 le persone che lo accusano, alcune delle quali minorenni al tempo del fatto: secondo chi si pretende vittima, il prete avrebbe abusato del proprio carisma e della propria autorità per costringere gli ospiti della sua struttura a tribiutargli le attenzioni che lui chiedeva. Nel corso delle indagini preliminari, oltre 10 persone accettano di sottoporsi all’incidente probatorio, in modo che la loro deposizione possa essere cristallizzata e utilizzata come prova indiscutibile.

    Una decina di ragazzi sarebbero stati costretti a subire le sue attenzioni, obbligati a soddisfare i suoi desideri particolari. Tra loro, anche due giovani che all’epoca dei fatti erano minorenni. La Procura di Terni chiede il rinvio a giudizio di don Pierino Gelmini. Un anno dopo l’avvio degli accertamenti sul suo conto, sollecita il processo per il fondatore della comunità Incontro per violenza sessuale. I magistrati ritengono dunque attendibili i racconti di quegli ospiti della struttura di Amelia, in Umbria, che cercavano di uscire dalla tossicodipendenza e hanno affermato di essere stati «molestati, palpeggiati, costretti ad atti sessuali». E chiedono che vengano giudicati anche i collaboratori più stretti, Giampaolo Nicolasi e Pierluigi La Rocca. Li accusano di favoreggiamento per aver tentato di convincere i testimoni a ritrattare. «Pressioni in cambio di soldi », dice l’accusa. E per sostenere la fondatezza di questa circostanza elenca i viaggi e i contatti con le presunte parti lese. Ma chiede anche il processo per Patrizia Guarino, la madre di uno dei ragazzi che avrebbe subito le violenze. La donna avrebbe avvertito don Gelmini delle indagini in corso e avrebbe poi accettato denaro per condizionare il figlio. In particolare è stata trovata traccia di un vaglia online di 500 euro. A mettere nei guai il sacerdote sono state le testimonianze di oltre trenta persone che hanno raccontato come don Gelmini li chiamasse nella sua stanza e poi li inducesse a partecipare a giochi erotici. Ma poi si è deciso di inserire nel capo di imputazione soltanto gli episodi che, secondo l’accusa, «erano certamente provati».

    Piccoli favori, pochi spiccioli in denaro, storie ovattate di comunità di recupero, tu dai a me, io do a te: dai, su, che sarà mai.

    AIUTATI CHE DIO T’AIUTA – E invece qualcuno si risente. Anche perchè don Gelmini, per convincere i suoi ospiti a concedersi a lui, metteva sul banco da vendita utilità di ogni genere: e vista l’eterogeneità dei suoi ospiti, qualche piatto ricco che poteva convincerli c’era sempre. Come la promessa, fatta magari a qualche detenuto in attesa di giudizio affidato alla sua comunità, o qualche arrestato ai domiciliari presso Incontro, di oliare le rotelle giuste per favorirlo.

    Nelle carte depositate al termine delle indagini c’è il verbale di Michele Iacobbi, 34 anni, il principale accusatore di don Pierino, che all’epoca era agli arresti domiciliari presso la comunità. È stato lui a presentare la prima denuncia. E ha accusato il sacerdote di aver sfruttato anche le sue amicizie politiche per convincere lui e gli altri giovani tossicodipendenti a soddisfare le proprie esigenze. «Mi disse — ha messo a verbale Iacobbi — che siccome io ero accusato di mafia lui poteva parlare con Berlusconi, con Taviani e anche con l’ex senatore Imposimato per farmi avere una pena più lieve». La sua testimonianza è stata ritenuta pienamente attendibile e nel capo di imputazione a don Gelmini viene contestato di aver violentato i ragazzi «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze». Una tesi che il difensore Filippo Dinacci ha contestato nella sua memoria sottolineando la «completa infondatezza delle denunce presentate».

    Il processo per don Gelmini, rinviato a giudizio dalla procura che ha giudicato queste prove sufficienti per aprire una vicenda processuale, comincerà nel marzo prossimo. Il prete incassa la solidarietà di Silvio Berlusconi, che, assimilandolo a lui, lo considera un perseguitato dalle toghe rosse “che lo accusano di tutto”. Ad accusarlo, in verità, sono gli ospiti della sua comunità che si affermano vittime delle sue attenzioni illecite. Ma difendere un compagno di politica, per il centrodestra italiano, sembra essere prioritario.

    Al sacerdote è giunto il sostegno del centrodestra, schieramento per il quale era da tempo un punto di riferimento. “In Italia e in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di ragazzi e di famiglie ritrovano la vita e il sorriso grazie all’opera infaticabile di don Pierino Gelmini”, ha detto il deputato di An Maurizio Gasparri, la cui “devozione nei confronti di uno dei pochi eroi civili del nostro tempo è convinta e totale”. L’Udc Luca Volontè ha parlato di “furore anticattolico” e ha invitato il ministro della Giustizia Mastella a inviare degli ispettori nella procura di Terni. Vladimir Luxuria, deputata di Rifondazione Comunista, ha invece chiesto di “non fare assoluzioni preventive” e di non “assolvere una persona indagata per reati così gravi solo perché è un sacerdote”.

    Così le dichiarazioni degli esponenti politici al tempo dell’apertura delle indagini su Gelmini. Maurizio Gasparri era stato il presidente del comitato dei festeggiamenti per gli 80 anni del sacerdote. Silvio Berlusconi, lo abbiamo visto, lo chiama ogni anno per dargli solidarietà. Alle sue vittime, forse, penseranno i giudici, prima di essere investiti dall’ennesima accusa di essere toghe politicizzate che usano le loro funzioni per colpire gli avversari politici. L’assoluzione politica per il prete che ammoniva contro l’invasione dell’Islam ai danni dell’Europa nei convegni di Alleanza Nazionale è invece già stata assicurata.

    Da Giornalettismo.com

  • Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia

    LE IDEE
    Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia
    di HANS KÜNG

    Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger – oggi Benedetto XVI – ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l’unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi.

    Avevo apprezzato molto a suo tempo l’invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l’inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all’università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un’intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui.

    Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l’amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un’ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:
    – È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l’impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell’Eucaristia.
    – È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l’uso preconciliare della preghiera per l’illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l’ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.
    – Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell’islam un’immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.
    – È mancata la riconciliazione con i nativi dell’America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati “anelassero” ad accogliere la religione dei conquistatori europei.
    – Non si è colta l’opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell’Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l’AIDS, assecondando la contraccezione e l’uso del preservativo.
    – Non si è colta l’opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell’evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.
    – Si è mancato di adottare infine, all’interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.
    Quest’ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un’importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l’autorità suprema della Chiesa cattolica:
    – ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;
    – ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l’Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;
    – non realizza l’intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all’obbligo del celibato.
    – ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all’interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.

    Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.

    So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell’episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l’immagine di una Chiesa forte, con un “vicario di Cristo” assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.

    Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall’epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l’accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche “unità pastorali” affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.

    E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi (“Epistula de delictis gravioribus”), imponendo nel caso di abusi il “secretum pontificium”, la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E’ dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale “mea culpa” al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l’occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare “urbi et orbi”, la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.

    Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L’ho già fatto più d’una volta, sia prima che dopo il Concilio. Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise – ne sono convinto – da milioni di cattolici che non hanno voce.
    1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!
    2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell’episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un’iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l’opera pastorale risulta inefficace, se manca l’apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall’iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.
    3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l’episcopato, Paolo VI promulgò un’enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa.
    4. L’obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l’obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull’attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l’esempio dell’apostolo Paolo, che si oppose a Pietro “a viso aperto, perché evidentemente aveva torto” (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi – come l’uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l’adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all’intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.
    5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l’intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. Perciò
    6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso c’è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un’assemblea episcopale rappresentativa.
    Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l’appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica “franchezza” (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.
    Vi saluto nella comunione della fede cristiana.
    (15 aprile 2010)

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/15/news/hans_kung-3359034/

  • Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger

    Il teologo Hans Küng in un suo recente intervento sul quotidiano la Repubblica ha accusato esplicitamente papa Ratzinger di avere imposto il silenzio sul dilagare della pedofilia nel clero cattolico e ha citato a questo proposito un ben preciso documento firmato nel 2001 dal pontefice. E’ lo stesso documento che in Germania ha fatto pubblicamente infuriare il ministro degli Interni. Hans Küng ha specificato che sui casi di pedofilia Ratzinger ha imposto il “segreto pontificio”, che però nessuno sa cosa sia. Eppure sia l’intero testo del documento firmato dall’attuale papa e sia il testo della definizione vaticana di cosa sia il segreto pontificio sono stampati e ben commentati nell’appendice del libro “Emanuela Orlandi – La Verità: dai Lupi Grigi alla banda della Magliana”, edito nel 2008 da Baldini-Castoldi-Dalai e scritto dal giornalista Pino Nicotri. Il quale per giunta ne aveva già ampiamente parlato nel suo blog www.pinonicotri.it e prima ancora sul blog che aveva sul sito del settimanale L’espresso. Stranamente però i mass media hanno continuato a far finta di niente nonostante la frequente riproposizione dei due documenti sul blog di Nicotri man mano che esplodeva il nuovo scandalo della pedofilia nel clero in Irlanda e in Germania, e nonostante le molte interviste date a radio e tv non solo private.
    Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo quindi l’intera appendice del suo libro dedicata appunto alle responsabilità di papa Ratzinger in questo brutto argomento e al cosa sia esattamente il misterioso “segreto pontificio”.

    IL MURO DEL “SEGRETO PONTIFICIO”: SILENZIO OBBLIGATORIO SUI RELIGIOSI PEDOFILI E/O ADESCATORI IN CONFESSIONALE 

    di Pino Nicotri

    Il silenzio e l’omertà della Segreteria di Stato del Vaticano possono sorprendere, ma se ne comprende meglio l’origine e il motivo se si è a conoscenza del fatto che in tutto il mondo i religiosi di professione hanno l’obbligo del “segreto pontificio” per tutto ciò che riguarda gli atti sessuali con maggiorenni adescati durante il sacramento della confessione o ai danni di minori comunque adescati e abusati. Si tratta di un ordine aggiornato nel 2001 per volontà proprio di Wojtyla e a firma degli allora monsignori Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone. Nel caso Emanuela sia stata vittima di abusi sessuali, l’obbligo di preti, sacerdoti, monaci e monache dentro e fuori il Vaticano era tenere la bocca cucita, quali che fossero le conseguenze degli ipotetici abusi. Vediamo meglio questa scivolosa faccenda raccontando qualche caso realmente accaduto e vedendo come lo stesso confessionale oggi diffuso in tutte le chiese è nato proprio per tentare di arginare gli abusi sessuali dei religiosi, da sempre fin troppo in voga.

    Al tempo del caso Orlandi il segretario dell’anticamera del papa era una persona molto particolare: il già allora noto pedofilo monsignor Julius Paetz, polacco come Wojtyla. Dopo qualche tempo è stato promosso arcivescovo di Poznan e in tale veste spedito in Polonia. Nonostante l’accumularsi di denunce – almeno 14 – per abusi sessuali ai danni di giovani seminaristi, il pedofilo Paetz stava per essere elevato, sempre da Wojtyla, alla prestigiosa carica di primate della Polonia quando il governo polacco ha deciso di rompere gli indugi ed uscire allo scoperto per evitare l’insulto e l’infamia di una tale promozione. Minacciando pubblicamente di cacciare l’arcivescovo dal Paese, Varsavia il 28 marzo 2002 riusciva a ottenerne le dimissioni. Insomma Paetz, accolto di nuovo in Vaticano e questa volta come un perseguitato – nella cattolicissima Polonia! – e un eroe era un accanito pedofilo. Così come Emanuela Orlandi era una bella minorenne. Essendo lei di sesso femminile, non è detto che Paetz volesse aggiungerla al suo carnet, ma alla luce dei molti scandali di sacerdoti stupratori di minorenni di entrambi i sessi non è una ipotesi da escludere a priori. Per esempio, la settimana della Pasqua del 2006 è esploso in Italia lo scandalo di un parroco fiorentino, don Lelio Cantini, che per l’appunto collezionava da decenni violenze sessuali ai danni di bambini e bambine.

    Una ventina di vittime di Cantini, ormai adulte, si sono rivolte con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia locale esposti e memoriali sulle violenze sessuali subite quando erano bambini dal sacerdote titolare della parrocchia Regina della Pace. A furia di insistere, hanno ottenuto qualche incontro prima con l’arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con il suo successore arcivescovo Ennio Antonelli oltre che nel frattempo con l’ausiliare Claudio Maniago. Tutto quello che sono riusciti però a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi a far data dal settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti. Il trasferimento è stato motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che il parroco pluristupratore di lungo corso venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.

    Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le venti vittime che avevano iniziato a protestare. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova missiva, nella quale a proposito dell’ex parroco parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane”. I dieci lamentano anche come a quasi due anni dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi della curia resi edotti della vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.

    Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, all’epoca numero uno della Conferenza Episcopale Italiana, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”. Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime. Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi nei loro territori, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processano pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.

    Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la Santa (!) Inquisizione e poi il Sant’Uffizio, non solo imponeva il segreto su questi poco commendevoli argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori. Compresi quello di accreditare senza motivo alcuno il “rapimento” di Emanuela Orlandi.

    Da notare che per quell’ordine scritto, diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa sia dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari con una marea di risarcimenti) che di quelli pedofili in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare un folto gruppo di preti dalle loro vittime, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.

    A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
    Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
    Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
    I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
    – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
    2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
    3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
    4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
    – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
    2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
    3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
    – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
    Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
    Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
    Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
    Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
    Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
    Joseph card. Ratzinger, prefetto.
    Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla magistratura civile e penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro. E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina. A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Tutto qui! Di denuncia alla magistratura, neppure l’ombra, e del resto il “segreto pontificio” non lascia scampo. Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni – e di 17 le più “vecchie” – senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina…. Da far felice qualunque pedofilo incallito! Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, il cardinale invita le pecorelle struprate a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

    Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano. E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del cardinale con “stupore e dolore”, hanno deciso di non fermarsi. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. I preti schierati dalla loro parte chiedono al papa – nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! – “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”. Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia “privato dello stato clericale” anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la magistratura dello Stato italiano. I panni sporchi si lavano in famiglia… Che è il modo migliore di continuare a non lavarli. Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi.

    Poiché però ai fedeli pesa sempre molto “creare scandalo alla Chiesa”, scusa con la quale si è sempre evitato che certe cose si venissero a sapere, i fiorentini che si sono rivolti al papa e al Segretario di Stato non hanno avuto la forza di non accontentarsi del silenzio d’Oltretevere e di rivolgersi quindi alla magistratura. E’ così che Ratzinger in visita negli Stati Uniti e in Australia, due enormi Paesi scossi da centinaia di casi anche giudiziari di pedofilia dei religiosi, ha incredibilmente potuto ergersi a paladino delle denunce anche penali. Le belle parole non costano niente, tanto poi tutto procede come prima, specie in Italia e in Vaticano.

    Chi difende a spada tratta Ratzinger e Bertone per il documento del 2001, arrivando a sostenere che esso semmai facilitava la giusta punizione per i preti pedofili, mente o sapendo di mentire o per eccesso di ignoranza. Già è molto grave che in quel documento la pedofilia sia definita “peccato contro la morale” anziché contro la persona. Forse che i bambini e le bambine non sono persone? Dei quali abusare senza troppi problemi, vedasi anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo condannato dal papa a “fare penitenza” anziché essere privato dell’abito talare e spedito in galera. In quel documento è stato anche ordinato di elevare da 16 a 18 anni la definizione di età minore e a 10 anni il periodo necessario per la decorrenza termini per l’eventuale processo davanti al tribunale religioso (religioso, non civile, cioè non statale, non con magistrati ordinari). Possono parere due buone misure, moralizzatrici: ma l’unico risultato è quello di sottrarre i colpevoli alla denuncia alla magistratura ordinaria per almeno 10 anni filati e di dare loro la possibilità di spassarsela anche con ragazzi tra i 16 e i 18 anni senza finire automaticamente nei guai. Saranno anche state buone le intenzioni di quelle due estensioni, ma come si sa – e in Vaticano dovrebbero saperlo meglio di tutti – di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. E infatti dover mantenere il segreto pontificio per almeno 10 anni sui “peccati” di pedofilia – che non sono considerati reati! – ha una ben precisa conseguenza: dopo 10 anni il reato di pedofilia si estingue in quasi tutti i Paesi del mondo.

    Per evitare dubbi e minimalismi, ho recuperato dagli archivi vaticani la definizione di cosa sia il “segreto pontificio”, firmata nel 1974 dall’allora Segretario di Stato, cardinale Jean Villot, dopo opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di papa Paolo VI. Come chiunque può rendersi onestamente conto leggendo il testo – che tratta il problema del segreto in modo talmente pignolo da fare invidia a comandi militari e massonerie varie – è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a segreto pontificio possa essere portato a conoscenza di “estranei”. Cioè, per esempio, di polizia, carabinieri e magistrati o degli stessi genitori delle vittime.

    “Segreteria di Stato
    Norme sul segreto pontificio
    Quanto concordi con la natura degli uomini il rispetto dei segreti, appare evidente anzitutto dal fatto che molte cose, benché siano da trattare esternamente, traggono tuttavia origine e sono meditate nell’intimo del cuore e vengono prudentemente esposte soltanto dopo matura riflessione.
    Perciò tacere, cosa davvero assai difficile, come pure parlare pubblicamente con riflessione sono doti dell’uomo perfetto: infatti c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (cf. Eccle 3,7) ed è un uomo perfetto chi sa tenere a freno la propria lingua (cf. Gc 3,2).
    Questo avviene anche nella Chiesa, che è la comunità dei credenti, i quali, avendo ricevuto la missione di predicare e testimoniare il Vangelo di Cristo (cf. Mc 16, 15; At 10,42), hanno tuttavia il dovere di tenere nascosto il sacramento e di custodire nel loro cuore le parole, affinché le opere di Dio si manifestino in modo giusto e ampio, e la sua parola si diffonda e sia glorificata (cf. 2 Ts 3, 1).
    A buon diritto, quindi, a coloro che sono chiamati al servizio del popolo di Dio vengono confidate alcune cose da custodire sotto segreto, e cioè quelle che, se rivelate o se rivelate in tempo o modo inopportuno, nuocciono all’edificazione della Chiesa o sovvertono il bene pubblico oppure infine offendono i diritti inviolabili di privati e di comunità (cf. Communio et progressio, 121).
    Tutto questo obbliga sempre la coscienza, e anzitutto dev’essere severamente custodito il segreto per la disciplina del sacramento della penitenza, e poi il segreto d’ufficio, o segreto confidato, soprattutto il segreto pontificio, oggetto della presente istruzione. Infatti è chiaro che, trattandosi dell’ambito pubblico, che riguarda il bene di tutta la comunità, spetta non a chiunque, secondo il dettame della propria coscienza, bensì a colui che ha legittimamente la cura della comunità stabilire quando o in qual modo e gravità sia da imporre un tale segreto.
    Coloro poi che sono tenuti a tale segreto, si considerino come legati non da una legge esteriore, quanto piuttosto da un’esigenza della loro umana dignità: devono ritenere un onore l’impegno di custodire i dovuti segreti per il bene pubblico.
    Per quanto riguarda la Curia Romana, gli affari da essa trattati a servizio della Chiesa universale, sono coperti d’ufficio dal segreto ordinario, l’obbligo morale del quale dev’essere stabilito o da una prescrizione superiore o dalla natura e importanza della questione. Ma in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave.
    Circa il segreto pontificio la segreteria di stato ha emanato una istruzione in data 24 giugno 1968; ma, dopo un esame della questione da parte dell’assemblea dei cardinali preposti ai dicasteri della Curia Romana, è sembrato opportuno modificare alcune norme di quella istruzione, affinché con una più accurata definizione della materia e dell’obbligo di tale segreto, il rispetto del medesimo possa essere ottenuto in modo più conveniente.

    Ecco dunque qui di seguito le norme.

    Art. I
    Materia del segreto pontificio
    Sono coperti dal segreto pontificio:
    1) La preparazione e la composizione dei documenti pontifici per i quali tale segreto sia richiesto espressamente.
    2) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti affari che vengono trattati dalla Segreteria di stato o dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, e che devono essere trattati sotto il segreto pontificio;
    3) Le notificazioni e le denunce di dottrine e pubblicazioni fatte alla Congregazione per la dottrina della fede, come pure l’esame delle medesime, svolto per disposizione del medesimo dicastero;
    4) Le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce, fatto sempre salvo il diritto di colui che è stato denunciato all’autorità a conoscere la denuncia, se ciò fosse necessario per la sua difesa. Il nome del denunciante sarà lecito farlo conoscere solo quando all’autorità sarà parso opportuno che il denunciato e il denunciante compaiano insieme;
    5) I rapporti redatti dai legati della Santa Sede su affari coperti dal segreto pontificio;
    6) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la creazione di cardinali;
    7) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di vescovi, di amministratori apostolici e di altri ordinari rivestiti della dignità episcopale, di vicari e prefetti apostolici, di legati pontifici, come pure le indagini relative;
    8) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di prelati superiori e di officiali maggiori della Curia Romana;
    9) Tutto ciò che riguarda i cifrari e gli scritti trasmessi in cifrari.
    10) Gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio.

    Art. II
    Le persone tenute al segreto pontificio
    Hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio:
    1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio;
    2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause;
    3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari;
    4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio.

    Art. III
    Sanzioni
    1) Chi è tenuto al segreto pontificio ha sempre l’obbligo grave di rispettarlo.
    2) Se la violazione si riferisce al foro esterno, colui che è accusato di violazione del segreto sarà giudicato da una commissione speciale, che verrà costituita dal cardinale preposto al dicastero competente, o, in sua mancanza, dal presidente dell’ufficio competente; questa commissione infliggere delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato.
    3) Se colui che ha violato il segreto presta servizio presso la Curia Romana, incorre nelle sanzioni stabilite nel regolamento generale.

    Art. IV
    Giuramento
    Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente:
    “Io… alla presenza di…, toccando con la mia mano i sacrosanti vangeli di Dio, prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto. Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare dell’obbligo del predetto segreto, mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso. Parimenti sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano”.

    Il Sommo Pontefice Paolo VI, nell’udienza concessa il 4 febbraio 1974 al sottoscritto, ha approvato la seguente istruzione ed ha comandato che venga pubblicata, ordinando che entri in vigore a partire dal 14 marzo del medesimo anno, nonostante qualsiasi disposizione contraria.
    Jean card. Villot – Segretario di Stato”

    Se poi volessimo passare dalla cronaca alla Storia, diamo un’occhiata al passato.
    “Ci sono religiosi che cercano di tentare la castità delle donne virtuose perfino durante la confessione, e osano abusare di questo solenne sacramento per sedurle”. “Ma degli enormi abusi si faccia una relazione modesta, per non scoprire le nostre vergogne”. “Non si faccia nessuna menzione dei sacerdoti scellerati e degli enormi delitti”. Autorizziamo i tribunali spagnoli a perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo ai tribunali portoghesi il permesso di perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo a tutti i tribunali, non solo a quelli spagnoli e portoghesi, l’autorizzazione a perseguire in giudizio gli abusi sessuali perpetrati approfittando del sacramento delle confessione”. Sono solo alcune delle accuse e preoccupazioni emerse niente di meno che durante il Concilio di Trento, specialmente nella sessione del 1547. Le parole che invitano a parlare il meno possibile, e solo in modo riservato, del “vizietto” dei confessori sono del vescovo di Upsala e di quello di Albi. L’invito al tribunale spagnolo perché intervenisse contro il clero che abusava del sesso e della confessione è invece di papa Pio IV, emesso nel 1561. La discesa in campo anche del tribunale portoghese prima e di tutti gli altri dopo è stata decisa dai successori di Pio IV, e le norme di carattere generale sull’argomento si trovano in una “costitutio” emessa da papa Gregorio XV nel 1622.

    Come dimostrano anche gli atti del Concilio di Trento, le bolle papali citate, il Concilio di Cosenza (1579) e quello di Firenze, le sentenze dell’Inquisizione e una marea d’altri documenti, la Chiesa ha da sempre il grave problema degli abusi sessuali in particolare dei confessori, e da sempre cerca di “non rivelare le nostre vergogne”, cioè a dire cerca di non far trapelare nulla. Il comportamento scorretto a fini sessuali in confessionale finì con l’avere una sua particolare definizione: sollicitatio ad turpia, cioè sollecitazione alle cose turpi. E non è certo un caso che la direttiva “giudiziaria” emessa nel 1924 e aggiornato nel 1962, avesse un nome simile: Sollicitatio criminis.

    Sull’uso adescatorio del confessionale vale la pena leggere il volume del 1988 “Sesso e religione nel Seicento a Venezia: la sollecitazione in confessionale”, di Claudio Matricardo. Chi vuole saperne di più dal punto di vista statistico si legga in particolare le pagine da 110 a 119 e da 144 a 147 del libro “The Inquisition in Earlly Modern Europe. Studies on Sources and Method”, di John Tedeschi e Gustav Henningsen, edito nel 1986 dalla Northern Illinois University Press. Gli abusi erano tali e tanti che si dovette proibire la confessione a domicilio o nelle celle dei confessori e imporre l’uso del confessionale che vediamo oggi nelle chiese. Il primo disegno a stampa di questo attrezzo si ha a Milano, ideato a bella posta da S. Carlo Borromeo e realizzato materialmente nei prototipi da Ludovico Moneta, suo devoto funzionario di curia ed ebanista dilettante. Nelle sue Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, scritto nel 1573 – in occasione del terzo concilio provinciale, tenuto a Milano – e pubblicato a fine ’77, Borromeo raccomanda che i confessionali modello Moneta fossero dislocati in posti ben visibili nella parte pubblica delle chiese e che “la parte frontale [del confessionale] deve essere completamente aperta, senza chiusure di sorta”. Per giunta, S. Carlo ordina, subito accontentato da Moneta nei disegni del progetto, che ci sia una apposita parete divisoria per impedire il contatto fisico o anche il solo guardarsi da vicino tra confessore e penitenti.

    La prima idea e la prima pratica di confessionale anti abusi sessuali sono  della Verona del vescovo Gian Matteo Giberti, ed è possibile che S. Carlo gliel’abbia copiata, visto che il suo assistente e organizzatore del concilio tenuto a Milano è quel Niccolò Ormaneto che era stato stretto collaboratore di Giberti proprio a Verona. Nel 1565 gli abusi sessuali dei religiosi costrinsero le autorità civili di Chiari, nel Bresciano, a chiedere al vescovo, che acconsentì, di proibire le confessioni nelle celle dei frati. Nel 1575 papa Gregorio XIII proibì del tutto le confessioni a domicilio e nelle celle e rese obbligatorio l’uso del confessionale ordinando che “il sacerdote e il penitente siano in piena vista del popolo”.
    Leggiamo cosa scrive alla curia vaticana – ancora dieci anni dopo la decisione di papa Gregorio – lo stesso Ormaneto, diventato nel frattempo nunzio apostolico in Spagna: “Da diverse parti molte persone di buon zelo lacrimano meco la gran abominatione di molti huomini impii che violano il sacramento della penitentia, tentando nell’atto della confessione et fuori d’essa di saziar il suo sfrenato et bestial appetito con figliole spirituali; et di questo abominevole peccato ho sentito gran querele “. Ormaneto era talmente scandalizzato che suggerì di ampliare la definizione di sollecitatio ad turpia non solo all’adescamento sessuale in occasione della confessione, ma anche in quello comunque attuato mentre si è in chiesa anche solo per meditare. Addirittura propose di fare intervenire l’Inquisizione in tutte le trasgressioni sessuali dei confessori, cioè non solo in quelle avvenute in chiesa. Ma papa Gregorio XIII, che pure aveva reso prudentemente obbligatorio il confessionale come lo conosciamo oggi, non gli diede retta e in una lettera del 20 febbraio 1576 obiettò – all’esatto contrario di Ratzinger – che “li errori che direttamente non contraddicono a la fede Cattolica non debbano essere conosciuti dal Sant’Officio”, come pure veniva chiamata la terribile Inquisizione. Per evitare il più possibile le tentazioni del sesso, venne proibito esplicitamente l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul penitente al momento dell’assoluzione, gesto già reso pressoché impossibile dalla stessa struttura del confessionale “brevettato” da Moneta e S. Carlo.

    Come si vede, in particolare il momento della confessione – ma non solo quello – è sempre stato per la Chiesa anche un cruccio, perché ottima occasione di adescamento: il prete costretto al celibato – e in teoria anche alla mancanza di vita sessuale – si trova infatti solo con una donna, che parla di peccati sessuali, cioè di lussuria…. Come parlare di prosciutto, bistecche e cosce di pollo a un affamato. “La carne è debole” è una realtà che vale per tutti, specie se mancano i controlli e la sorveglianza. I soldati quando sono loro i padroni della situazione ne approfittano, quale che sia la loro nazionalità, così come i funzionari dello Stato o di partito, bianco, rosso o nero che sia, che maneggiano fondi o fette di potere e i boss delle televisioni con potere di assunzione in pianta stabile.
    Il problema che ci riguarda, nel contesto della vicenda Orlandi, è semplice: se per ipotesi Emanuela è rimasta vittima degli abusi sessuali di un religioso, specie se della gerarchia vaticana, e sempre per ipotesi qualcuno, ad esempio in Segreteria di Stato, è venuto a saperlo, questo qualcuno aveva e ha l’obbligo del segreto. L’obbligo cioè di tacere con chiunque e in specie con i laici: quelli, cioè, che si occupano di indagini, delitti, tribunali, processi, giustizia. Nel caso all’abuso sessuale sia seguita la morte accidentale o per delitto, voluto o da raptus, c’è parimenti l’obbligo al segreto: non si può infatti denunciare un omicidio per motivi sessuali o anche “solo” una morte accidentale nel contesto di abusi sessuali senza infrangere l’obbligo del segreto pontifico sugli abusi sessuali dei religiosi di professione! E’ sconvolgente, ma è così. Chiacchiere a parte, è così. E ancor più lo era prima del 2001: vale a dire, anche ai tempi di Wojtyla e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

  • Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Il Papa Benedetto XVI – Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi e da quelli irlandesi, viene riesumata dal passato, esattamente dagli anni Novanta, una vicenda giudiziaria che lo riguarda direttamente il Papa, Benedetto XVI. Nessun giornale ne ha dato notizia, solo l’americano New York Times.

    In quegli anni, Benedetto XVI era prefetto per la Dottrina della fede, a Roma, ma, a migliaia di chilometri di distanza, in un tribunale del Texas, venne accusato di “cospirazione contro la giustizia” (da noi sarebbe favoreggiamento), per aver coperto alcuni sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali su minori.

    La posizione processuale di Ratzinger venne poi stralciata, quando fu eletto Papa, su richiesta del governo americano (il presidente era allora George Bush), in quanto, come Capo di Stato, godeva di tutte le protezioni e garanzie connesse con la carica.

    La storia ha inizio a metà degli anni Novanta a Houston, in Texas, quando tre ragazzini denunciarono di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, all’epoca insegnava loro orientamento psicopedagogico.

    All’inizio di quest’anno, 2010, il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) ha presentato alla Corte distrettuale di Harris County un documento, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per un periodo di 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta.

    Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle indagini preliminari su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali “privati”, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. «Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio», concludeva la lettera del futuro papa.

    L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. Una tesi confermata anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che affermò: «Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata».

    L’ordine impartito da Ratzinger e Bertone, che risulta ancora valido, era quindi di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: «Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea l’avvoca ex seminarista Shea – i responsabili la faranno franca».

    Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per avere posto ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli Stati Uniti. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti.

    Il Vaticano non commenta. L’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma dello Stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro delle disposizioni contestate, che di fatto hanno salvato da una condanna penale oltre 4mila sacerdoti solo in America . Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura dei crimini.

    Questi episodi però non sono affatto isolati. Basti ricordare l’insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose che «si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa».

    Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata dalla Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’imputato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici. Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico.

    Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela. I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono: – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè: 1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate: 2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima; 3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; 4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica; – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè: 1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo; 2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso; 3° la violazione diretta del sigillo sacramentale; – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione. Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione. Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

    La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età. Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede. Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto. Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati sia una sollecita cura pastorale. Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001. Joseph card. Ratzinger, prefetto. Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-benedetto-xvi-bertone-accusa-vescovi-abusi-289444/