Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Chiesto un milione al vescovo di Sora per abusi sessuali su un minore

    Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per danni conseguenti ad abusi sessuali. Un ex insegnante di religione chiede un milione di euro di risarcimento per le violenze sessuali, che dichiara di aver subito quando era ancora minorenne, ai due ecclesiastici e alla diocesi di Ugento, dove si sono verificati i fatti alla fine degli anni Ottanta. La prima udienza si è tenuta il 22 ottobre davanti alla giudice del Tribunale di Lecce Silvia Saracino.

    Avete letto bene: un vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di un risarcimento milionario per abusi sessuali ripetuti su un minorenne. I presunti reati sono ormai prescritti, ma resta aperta la possibilità di ottenere un risarcimento in sede civile, anche a quasi quarant’anni dai fatti denunciati. Tutti e tre i convenuti – don Stefano Rocca, monsignor Gerardo Antonazzo e la diocesi di Ugento – hanno contestato le accuse e, nelle rispettive memorie difensive, eccepito la prescrizione del diritto al risarcimento.

    La palla ora passa alla giudice, che si è riservata di decidere sulle eccezioni della controparte, ma la notizia di per sé è enorme, a prescindere dall’esito del procedimento, perché illumina con chiarezza un mondo di preti e vescovi che vive nel terrore della denuncia ed è disposto a fare qualsiasi cosa per evitare che la verità venga alla luce. Un sottobosco di ricatti, pentimenti, confessioni, promesse e segreti per nascondere un reato orribile – l’abuso su minori – che avevamo già incontrato a Enna, nella storia processuale di don Giuseppe Rugolo e del suo protettore, il vescovo Rosario Gisana, e che ora vediamo riprodotta in un’altra diocesi. Una storia che vale la pena ricostruire nei minimi dettagli, proprio come abbiamo fatto con Gisana e Rugolo, perché è l’unico modo per descrivere compiutamente l’abisso in cui la Chiesa rischia di essere trascinata dal silenzio e dall’omertà sugli abusi clericali.

    Vedremo anche come il vescovo si attardi a discutere dei propri peccati con la stessa persona che è andata da lui a chiedergliene conto, e cosa si inventerà per tenerla buona.

    Ma andiamo con ordine.

    In Italia non ci sono vescovi indagati o tantomeno condannati per abusi sessuali. Ci sono vescovi accusati di aver insabbiato e coperto casi di sacerdoti accusati di pedofilia e, certo, c’è almeno un caso di vescovo indagato per falsa testimonianza nell’ambito di un processo per violenza su minori – il già citato vescovo di Piazza Armerina, che deve rispondere davanti a un tribunale dello Stato (la sentenza è attesa per l’11 dicembre) di menzogne e omissioni su Rugolo, già condannato a tre anni in Cassazione.

    Per il resto, le più che scarne cronache del nostro paese restituiscono qualche nome di vescovo interpellato come testimone (Oscar Cantoni, Diego Coletti della diocesi di Como, nell’ambito dell’intricata faccenda del Preseminario San Pio X) e un caso più unico che raro: un vescovo che ammette di aver sbagliato e di non aver vigilato a sufficienza su quello che accadeva in diocesi (Ivo Muser, vescovo di Bolzano, a capo dell’unica diocesi ad aver richiesto un’indagine indipendente sugli abusi, resa pubblica nel gennaio 2025).

    Quindi tutti buoni in Italia?

    Certo che no: nel nostro paese, semplicemente, pesa molto di più la cappa di omertà sulle responsabilità (anche penali) delle autorità ecclesiastiche e, per il malvezzo nostrano di non cercarsi guai, delle rogne della Chiesa non si parla. Di quel che avviene nei tribunali vaticani non val nemmeno la pena dare conto perché niente si dice – non siamo tenuti a sapere, neanche le vittime che denunciano una violenza ne hanno il diritto – e i pochissimi casi di denuncia nei confronti di personaggi di rilievo arrivati davanti a un giudice dello Stato sono finiti con un’archiviazione per denuncia tardiva o prescritti. Uno per tutti, il mancato vescovo ausiliario di Palermo, il frate cappuccino Giovanni Salonia; ma lo stesso si potrebbe dire del “mendicante d’amore”, missionario e predicatore carismatico della diocesi di Bergamo Valentino Salvoldi. Un caso a parte è quello della suora che osò denunciare per stupro il cosentino padre Fedele, un’ordalia giudiziaria durata dieci anni e che si è conclusa con l’assoluzione del francescano.

    In Italia non ci sono vescovi indagati per abusi sessuali o citati in sede civile in seguito ad abusi sessuali su minorenni, o almeno non c’erano fino ad oggi, ma ancora una volta la stampa sembra lenta (diciamo così) nel darne conto. Repubblica il 9 dicembre 2025 dà la notizia che due sacerdoti sono stati chiamati in giudizio da un ex insegnante di religione, che chiede un mega risarcimento per i danni conseguenti alle violenze subite dai due quando era un seminarista minorenne: 300mila euro per la perdita di qualsiasi prospettiva lavorativa e altri 700mila per il danno psico-fisico. Un milione tondo.

    Il giornale non fa i nomi degli accusati ma non dice nemmeno che uno dei due non è un semplice prete ma addirittura un vescovo; non fa nemmeno il nome della vittima, salvo poi lasciarselo sfuggire alla fine:

    «In aula verranno raccolte le deposizioni di altri sette seminaristi citati da Schiavano che chiede anche di disporre una consulenza medica per accertare le lesioni fisiche e psichiche causate dai presunti abusi».

    In ogni caso, la notizia passa sostanzialmente sotto silenzio (altre due mele marce, secondo la narrazione della Chiesa, niente di particolarmente rilevante) e non se ne sa più nulla. In realtà quella cronaca frettolosa come abbiamo visto contiene una bomba: uno dei due preti accusati di abusi su un adolescente è un vescovo.

    I fatti, con nomi e cognomi, sono questi: Antonio Schiavano, un ex insegnante di religione di Taurisano, in provincia di Lecce, ha citato in giudizio davanti al giudice civile con la richiesta di risarcimento per danni derivati da abusi sessuali don Stefano Rocca, all’epoca seminarista e oggi sacerdote della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e l’allora rettore del Seminario minore di Ugento, monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, in provincia di Frosinone. Don Stefano Rocca (che ha già affrontato un’indagine per abusi nell’oratorio di Ugento nel 2011, poi archiviata per mancanza di querela) e monsignor Gerardo Antonazzo, anche lui come vedremo non nuovo a guai giudiziari, sono stati chiamati davanti alla giudice civile di Lecce il 22 ottobre.

    Le accuse sono pesantissime. In seminario Antonio Schiavano dichiara di aver subito insieme ad altri ragazzi reiterate aggressioni sessuali da parte di un altro seminarista, Stefano Rocca. Il rettore don Gerardo Antonazzo sa tutto e ci aggiunge del suo, come si legge nell’atto di citazione nella prosa ispirata dell’avvocato Vito Nicola Ciullo:

    «diffuse violenze sessuali perpetrate in danno dell’attore e di altri adolescenti del seminario minore della Diocesi di Ugento avvenivano con allarmante frequenza nella piena consapevolezza – o, forse, è meglio dire accondiscendenza – dell’allora Rettore del Seminario, Don Gerardo Antonazzo, anch’egli, purtroppo, già noto alle cronache di Sora e anch’egli autore di morbose attenzioni nei confronti dell’adolescente e ingenuo Antonio, inconsapevole vittima di palpeggiamenti dei genitali, masturbazioni, maliziosi baci e tentate penetrazioni consumate nella camera da letto, (…) dove il sacerdote si recava con il pretesto di un raccoglimento individuale di preghiera; inducendolo, in un crescendo di attenzioni e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute».

    Insomma il rettore, stando a questa ricostruzione, invece di fermare il seminarista abusatore approfitta della sua posizione e violenta a sua volta Antonio, che all’epoca ha soltanto quattordici anni. Chi dovrebbe proteggerlo è colui che gli fa violenza: a chi potrebbe chiedere aiuto il ragazzo?

    È una storia terribile ma illuminante perché, se dovesse essere confermata, descriverebbe nel dettaglio come si mette in moto la macchina omertosa della Chiesa quando si verifica un caso di abuso. Una vicenda ricca di colpi di scena e che vale davvero la pena ricostruire dall’inizio.

    Nella sua ormai lunga carriera ecclesiastica (Antonazzo è del 1956), il vescovo del Frusinate oggi citato in giudizio ha avuto anche diversi incarichi importanti – è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, cappellano di Sua Santità – ma è stato soprattutto in mezzo ai ragazzi. Lo troviamo educatore presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, delegato per la pastorale giovanile e soprattutto rettore del Seminario minore di Ugento dal 1987 al 1995. Ed è proprio qui che incontra Antonio Schiavano che, appena quattordicenne, è entrato in seminario con la vocazione di farsi prete.

    Antonio, che all’epoca è chierichetto e frequenta la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di Taurisano, un piccolo centro a un’ora di distanza da Lecce, comincia a sentire una tensione verso il sacerdozio, alimentata proprio da don Antonazzo, impegnato nella pastorale vocazionale – il prete di fatto va a caccia di seminaristi – nelle parrocchie della diocesi di Ugento.

    «Don Gerardo era molto bravo nella pastorale vocazionale – ricorda oggi Antonio Schiavano – il seminario di Ugento si era svuotato e il suo incarico era proprio di suscitare nuove vocazioni. Era molto coinvolgente e io che ero già chierichetto avevo spesso occasione di stargli vicino. A dodici anni ho cominciato ad andare d’estate a Tricase Porto, dove ci trovavamo tutti insieme: chi era già seminarista e chi era interessato a diventarlo, come me. L’ambiente era amichevole, si giocava a calcio, ci si confrontava; l’atteggiamento di don Gerardo era affettuoso e particolarmente attraente per un ragazzino bisognoso d’affetto come me».

    Antonio vuole entrare in seminario ma i genitori, in particolare la madre, non sono d’accordo. Il ragazzino è ancora piccolo e la retta costa, ma don Gerardo, che nel frattempo è diventato rettore, li convince che il ragazzo e la sua vocazione sono in buone mani. Così nel 1988, appena quattordicenne, Antonio entra nel Seminario minore di Ugento. In un primo tempo, tutto funziona regolarmente: Antonio segue le lezioni, si fa degli amici, fra cui Stefano Rocca, di qualche anno più grande di lui. Rocca ha l’incarico di assistere i seminaristi più giovani nelle attività educative e sportive e questo gli dà l’occasione di avvicinarsi ad Antonio. D’estate, come abbiamo visto, i seminaristi si trasferiscono al mare, a Tricase Porto, ed è qui che cominciano le molestie e gli approcci sessuali da parte di Rocca, che dai baci si spinge alla masturbazione e al tentato stupro nei confronti di Antonio. Ecco cosa si legge nell’atto di citazione:

    «Don Stefano Rocca (…) nei confronti dell’incolpevole e ingenuo attore (Schiavano, ndr), che mai avrebbe pensato che proprio in quei luoghi sacri, oltre al latino, al greco e alle consuetudini formative proprie di un seminario, avrebbe scoperto, altresì, quelle ripugnanti prassi che albergavano serenamente nelle stanze della Diocesi di Ugento, senza alcuna vigilanza dei prelati e dell’allora Vescovo Monsignor Mario Miglietta».

    Come abbiamo anticipato, anche il rettore Antonazzo è accusato di aver costretto Antonio con le minacce «a subire violenze sessuali ripetute». Il ragazzo reagisce alle violenze con il terrore e, come spesso accade alle vittime di abusi, con «una reazione emotiva di congelamento e di involontaria e temporanea paralisi e impotenza che gli inibiva il movimento e la parola e che lo isolava in un profondo stato di sottomissione».

    «Per me don Gerardo era una guida spirituale, nella mia innocenza mi affidavo totalmente a lui ed ero sempre disponibile ad aiutare», racconta Antonio. Nel 1988 mi chiese di dargli una mano a organizzare il seminario estivo a Tricase Porto, così siamo rimasti qualche giorno da soli prima che arrivassero gli altri. Lui cercava ogni occasione buona per avere dei momenti di intimità con me e mi baciava dappertutto, mi toccava. Io non rispondevo, non sapevo nominare quel che succedeva. “È un modo per volersi bene”, mi diceva, o anche “il Signore vuole cementare la nostra amicizia e mettere alla prova la tua vocazione” e “la nostra amicizia durerà per sempre, anche quando sarai prete”. Ovviamente non dovevo parlarne con nessuno e tenere per me “questa amicizia particolare”».

    Antonio sostiene di non essere stato l’unico a subire le attenzioni del rettore: «Nel dormitorio non c’era la possibilità di accendere una lampada vicino al letto – ricorda Antonio – il rettore spegneva la luce e chiudeva la porta e lo stanzone piombava nel buio. A volte, di notte lo sentivo accanto al mio letto con un altro ragazzo, sentivo la sua voce e il suo ansimare. L’ho anche sorpreso a baciare altri seminaristi e una volta ho visto un ragazzo, poi diventato prete, fare la doccia nel suo bagno privato».

    E qui si mette in moto la catena del silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche. Il vescovo dell’epoca Mario Miglietta (morto nel 1996) viene avvertito della situazione (da un ragazzo che oggi è stato chiamato come testimone da Schiavano) ma non prende provvedimenti, anzi, secondo l’atto di citazione liquida le segnalazioni attribuendo ai ragazzi un’eccessiva fantasia, consentendo di fatto agli abusatori di continuare a fare violenza sui ragazzini. «Miglietta d’altronde non disdegnava nemmeno lui di allungare le mani, come ho potuto verificare di persona», ricorda Schiavano.

    Lo stesso fa il vescovo Vito De Grisantis, che regge la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca dal 2000 al 2010, e che affida proprio a Stefano Rocca, nel frattempo diventato prete, la gestione dei ragazzi dell’oratorio:

    «il successivo Vescovo Monsignor Vito De Grisantis – anch’egli esaustivamente edotto delle abitudini pedofile che albergavano nel clero diocesano di Ugento- affidava paradossalmente a Don Stefano Rocca la guida spirituale dell’oratorio di Ugento».

    La difesa della diocesi contesta espressamente il linguaggio dell’atto di citazione, compreso il passaggio su monsignor Miglietta, e ne chiede la cancellazione ai sensi dell’articolo 89 del codice di procedura civile. Vedremo che cosa deciderà di fare la giudice.

    Intanto Antonio è stato “prudentemente” mandato ad Alba, in provincia di Cuneo, a frequentare il seminario maggiore, probabilmente nella speranza che il cambiamento d’aria gli faccia dimenticare le brutte esperienze subite. Per qualche anno tutto sembra proseguire tranquillamente, finché nel 1998 viene dichiarato non idoneo al ministero.

    «Non me ne capacitavo, l’espulsione dal seminario dopo dieci anni è stato un altro trauma – dice Schiavano – Ho chiesto a tutti cos’era successo: al vescovo di Ugento Caliandro, al rettore del Seminario di Alba, ma nessuno mi ha dato una spiegazione. Oggi, dopo 28 anni, la diocesi di Ugento ha prodotto per la causa civile un documento dell’epoca in cui si dice che mi avevano espulso per problemi psicologici, utilizzando tra l’altro un documento coperto da privacy».

    Costretto a cercarsi un lavoro, Schiavano si arrangia con diverse occupazioni finché nel 2009 ottiene un posto come insegnante di religione a Torino. Due anni dopo ottiene il sospirato trasferimento in Puglia, vicino a casa, al liceo Stampacchia di Tricase. Non ha più contatti con il suo ex compagno di seminario e il suo vecchio rettore, che intanto hanno fatto, a modo loro, carriera.

    Nel 2010 la Procura di Lecce iscrive infatti don Rocca nel registro degli indagati per presunti abusi sessuali nei confronti di giovani che frequentano l’oratorio parrocchiale. Secondo le cronache dell’epoca, durante gli interrogatori il sacerdote ammette di aver avuto rapporti sessuali con quattro giovani ma sostiene che si trattava di rapporti consenzienti con maggiorenni.

    Nel settembre 2011 il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura con la motivazione che la querela non è stata presentata nei termini di legge e quindi non si può procedere. Don Stefano, rimpianto dai suoi parrocchiani e con gravi crisi personali, viene trasferito in Umbria.

    In quel periodo Antonazzo è per breve tempo amministratore diocesano di Ugento ma nel 2013 arriva la svolta con la nomina a vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. I guai però arrivano anche per lui: il 3 aprile 2016 si apprende dai giornali che Antonazzo sarebbe accusato di abusi nei confronti di addirittura otto giovani. La procura della Repubblica di Cassino apre un’inchiesta, poi chiusa ancora una volta per difetto di querela:

    «Con decreto emesso il 17 agosto 2016, il Giudice per le indagini preliminari di Cassino, dott.ssa Donatella Perna, ha archiviato il procedimento penale iscritto a carico del Monsignor Gerardo Antonazzo, in quanto difettava una valida querela, necessaria per la procedibilità dell’azione penale».

    Passano pochi anni e in Antonio il trauma degli abusi torna a galla. A scuola gli hanno ridotto le ore di insegnamento e comincia a soffrire di depressione e disturbi psicosomatici. A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali: vuole dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.

    È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono nella villa del vescovo per chiarire la situazione. Schiavano chiede ad Antonazzo se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati.

    Nella prossima puntata vedremo come risponde il vescovo e cosa propone al suo ex allievo venuto a chiedere ragione dei turbolenti anni passati in seminario. Vedremo anche come reagisce don Rocca alle stesse richieste e la risposta della diocesi di Ugento, chiamata a risarcire Schiavano in solido con i due preti.

    (Continua. La foto di copertina è di Jomarc Nicolai Cala su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/chiesto-un-milione-di-euro-di-risarcimento?r=95a78w

  • NARRARE I FATTI PER QUELLI CHE SONO ‘CORATO NELLE CRONACHE NAZIONALI’

    NARRARE I FATTI PER QUELLI CHE SONO ‘CORATO NELLE CRONACHE NAZIONALI’

    NARRARE I FATTI PER QUELLI CHE SONO “CORATO NELLE CRONACHE NAZIONALI” OSPITI DI VITANTONIO DI ZANNI: -DON GIUSEPPE LOBASCIO PARROCO INCORONATA – CORATO -ANTONIO SCHIAVANO EX SEMINARISTA -AVV VITO NICOLA CIULLO FORO DI LECCE

  • «Sta male», scarcerato ex parroco 78enne di Ostuni condannato per pedopornografia: ultimi tre anni ai domiciliari

    «Sta male», scarcerato ex parroco 78enne di Ostuni condannato per pedopornografia: ultimi tre anni ai domiciliari

    Le condizioni di salute di don Francesco Legrottaglie, 78enne ex parroco di Ostuni ed ex cappellano dell’ospedale Perrino, sono talmente compromesse da rendere il carcere un rischio non più sostenibile.

    Pregresso ictus con deficit neurologico, cardiopatia ipertensiva, depressione con istinti suicidari: sono questi alcuni degli elementi principali del quadro clinico che ha spinto il magistrato di sorveglianza di Lecce a disporre l’immediata scarcerazione del sacerdote, assistito dall’avvocato Domenico Tanzarella, concedendogli la detenzione domiciliare urgente.

    Una decisione motivata dalla «inadeguatezza della risposta sanitaria penitenziaria» e dal «rischio di aggravamento» delle patologie, ritenute «non curabili in carcere».

    La relazione medica penitenziaria parla chiaro: l’ipertensione potrebbe peggiorare in ambiente detentivo, con la possibilità di nuovi episodi acuti e ulteriori deficit neurologici. A questo si aggiunge la difficoltà di garantire interventi tempestivi per carenza di personale e limitata offerta specialistica.

    Da qui l’urgenza di trasferire Legrottaglie nella sua abitazione di Ostuni, dove sconterà la pena residua sotto vigilanza del commissariato e dell’Uepe di Brindisi, con prescrizioni rigide su orari, spostamenti e contatti…

    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/brindisi/2123348/sta-male-scarcerato-ex-parroco-78enne-di-ostuni-condannato-per-pedopornografia-ultimi-tre-anni-ai-domiciliari.html

  • ‘Devo purificarlo dal demonio!’. L’orrore di un prete su un ragazzino: Italia sconvolta

    ‘Devo purificarlo dal demonio!’. L’orrore di un prete su un ragazzino: Italia sconvolta

    Ci sono luoghi in cui la comunità si rifugia alla ricerca di risposte, spazi silenziosi dove il tempo sembra fermarsi e dove ogni parola sussurrata dovrebbe trovare accoglienza, protezione e assoluto conforto. Quando le mura che per secoli hanno rappresentato un porto sicuro per le anime più giovani e vulnerabili diventano lo scenario di un’indagine giudiziaria, l’intera struttura sociale di una comunità si ritrova improvvisamente smarrita. Il contrasto tra la sacralità della guida spirituale e la gravità di un’accusa legata alla violenza personale genera un profondo senso di disorientamento, trasformando il silenzio della preghiera nel silenzio del dolore e dell’incredulità.

    Il delicato equilibrio tra la fede istituzionale e la tutela dei più deboli viene messo a dura prova quando i sospetti superano la soglia del sacro. In questi contesti, la ricerca della verità diventa un percorso doloroso ma necessario, guidato dal coraggio di chi decide di rompere l’isolamento e di denunciare. Le parole di un ragazzo, raccolte all’interno delle mura domestiche, possono così trasformarsi nella scintilla che avvia un complesso iter giudiziario, ponendo interrogativi profondi sul ruolo dell’autorità e sulla vulnerabilità di chi si affida ciecamente a una figura di riferimento per la propria crescita interiore.

    Le accuse e il provvedimento restrittivo

    La cronaca recente porta alla luce una vicenda che scuote profondamente il territorio salentino. Un sacerdote di 69 anni, in servizio attivo presso la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nella provincia di Lecce, è stato recentemente sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, con l’obbligo stringente di indossare il braccialetto elettronico. L’ipotesi di reato avanzata nei confronti del religioso è quella di presunte molestie sessuali compiute ai danni di uno studente minorenne.

    L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita nei giorni scorsi dagli agenti della Squadra Mobile, a seguito delle indagini coordinate dalla magistratura locale. Il provvedimento è stato firmato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Francesco Valente, che ha accolto la richiesta presentata dal sostituto procuratore Erika Masetti, titolare del fascicolo. I magistrati hanno ritenuto la misura necessaria sulla base dei gravi indizi di colpevolezza emersi durante la prima fase delle investigazioni.

    La denuncia della madre e gli episodi contestati
    L’intera attività d’indagine ha preso il via grazie alla determinazione e alla successiva denuncia sporta dalla madre della giovane vittima. Il ragazzo ha trovato il coraggio di confidare alla donna le particolari attenzioni ricevute dal prete, dando così inizio agli accertamenti delle forze dell’ordine. Gli inquirenti hanno concentrato le verifiche su un arco temporale di circa sette mesi, individuando nello specifico tre episodi contestati che si sarebbero verificati tra il mese di novembre e lo scorso maggio.

    Secondo l’impianto accusatorio, la condotta illecita si sarebbe consumata in un momento di particolare riservatezza, ovvero durante il sacramento della confessione. Approfittando del momento di intimità spirituale, il sessantanovenne avrebbe compiuto gli abusi sessuali contestati. La ricostruzione fornita dal giovane e supportata dagli accertamenti della polizia ha convinto i giudici a intervenire tempestivamente per tutelare la vittima e garantire il corretto svolgimento delle indagini.

    La difesa del sacerdote e la tesi del rito
    A seguito dell’arresto, si è svolto il canonico interrogatorio di garanzia, un passaggio fondamentale in cui l’indagato ha avuta la possibilità di esporre la propria versione dei fatti davanti al giudice. Durante il colloquio con le autorità giudiziarie, il sacerdote arrestato ha scelto di respingere in modo categorico le accuse, dichiarandosi estraneo a qualsiasi condotta di natura sessuale o abusiva nei confronti del minorenne.

    Il religioso ha infatti negato ogni addebito, fornendo una spiegazione alternativa per i comportamenti che gli vengono contestati dalla procura. Nella sua deposizione, l’uomo ha parlato esplicitamente di un rito di purificazione, sostenendo che tale intervento spirituale fosse stato espressamente richiesto dallo stesso giovane. Secondo la versione difensiva del prete, lo studente si era rivolto a lui poiché intimamente convinto di essere posseduto dal demonio. Questa tesi difensiva è adesso al vaglio degli inquirenti, che dovranno valutarne l’attendibilità a fronte degli elementi di prova già raccolti.

    “Devo purificarlo dal demonio!”. L’orrore di un prete su un ragazzino: Italia sconvolta

  • Salento, arrestato un sacerdote per abusi sessuali su minorenne. Il prete: «Era un rito di purificazione»

    Salento, arrestato un sacerdote per abusi sessuali su minorenne. Il prete: «Era un rito di purificazione»

    Un sacerdote di 69 anni in servizio nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca è stato arrestato e messo ai domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico, per presunte molestie sessuali su uno studente minorenne. Il provvedimento restrittivo è stato eseguito nei giorni scorsi dagli agenti della Squadra Mobile su disposizione del gip di Lecce Francesco Valente e richiesta del sostituto Erika Masetti.

    Le indagini sono partite dopo la denuncia sporta dalla madre della presunta vittima. Tre gli episodi contestati, da novembre a maggio scorso. Secondo quanto viene contestato, gli abusi sarebbero avvenuti durante la confessione.

    Sarebbe stato poi lo stesso ragazzino a confidare alla madre le attenzioni ricevute. L’arresto è stato disposto sulla base di gravi indizi di colpevolezza riscontrati. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia il religioso avrebbe negato ogni addebito parlando di un «rito di purificazione» richiesto dallo stesso giovane perché convinto di essere posseduto dal demonio.

    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/1992469/salento-arrestato-un-sacerdote-per-abusi-sessuali-su-minorenne-il-prete-era-un-rito-di-purificazione.amp
  • Antonio Pelayo, prete-giornalista a processo per abusi su un collega durante il Conclave

    Antonio Pelayo, prete-giornalista a processo per abusi su un collega durante il Conclave

    La procura di Roma accusa Antonio Pelayo Bombín, sacerdote e giornalista spagnolo di 81 anni, consulente dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede,  di violenza sessuale di lieve entità ai danni di un altro cronista più giovane. Oggi, il gup del tribunale di Roma ha accolto la richiesta di rito abbreviato presentata dal sacerdote: il processo inizierà a gennaio.

    La vicenda risale alla serata del 23 maggio 2025

    La vicenda risale al conclave 2025, convocato dopo la morte di Papa Francesco. In quei giorni di fermento Pelayo Bombín invita a casa il collega per motivi professionali ma poi fa delle pesanti avance nei confronti del cronista,  con contatti fisici non richiesti.

    A questo punto il giovane giornalista riesce a svincolarsi ed esce dalla casa in uno stato di forte agitazione. Da qui la querela e le indagini. Ora le accuse contestate a Pelayo saranno chiarite nel corso del processo, dove il sacerdote è difeso dagli avvocati Carlo De Marchis e Luca Goffredo, mentre la vittima rappresentata dal penalista Massimiliano Lecce.

    https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/15/antonio-pelayo-bombin-processo-abusi-sessuali

  • Assolto l’ex comandante dei Carabinieri Lombardi: «Nessuna pressione sul Vescovo Gisana»

    Assolto l’ex comandante dei Carabinieri Lombardi: «Nessuna pressione sul Vescovo Gisana»

    Il Tribunale di Enna ha assolto con la formula piena “perché il fatto non sussiste” il Colonnello Saverio Lombardi, già comandante provinciale dei Carabinieri di Enna dal 2018 al 2021 ed ex comandante del Reparto Operativo di Lecce. Si chiude così una vicenda giudiziaria nata da un’intercettazione telefonica tra Lombardi e don Nino Rivoli, vicario del vescovo Gisana. L’audio era stato acquisito dalla Squadra Mobile, coordinata dalla Procura di Enna, nell’ambito delle indagini sul “caso Rugolo”, il sacerdote condannato in appello a 3 anni per violenza sessuale su minori.

    L’accusa

    L’accusa, che aveva portato al rinvio a giudizio per un presunto tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, sosteneva che l’alto ufficiale dell’Arma avesse concordato un incontro serale in borghese con il vescovo per discutere del caso Rugolo.

    Secondo la tesi inquirente, Lombardi avrebbe consigliato al presule di sostituire il legale della difesa – ipotizzando un coinvolgimento dell’avvocato in indagini per associazione mafiosa – suggerendone un altro in cambio della concessione della benemerenza del Santo Sepolcro.

    Tuttavia, la strategia difensiva portata avanti dall’avvocato Rinaldo Alvisi ha smontato nel corso del dibattimento i cardini del teorema accusatorio. La difesa ha ottenuto l’estromissione dalle prove delle testimonianze di alcuni dirigenti della Mobile relative proprio alle intercettazioni e ha dimostrato, attraverso l’esame dell’imputato e dei testimoni, l’estraneità di Lombardi ai fatti.

    È emerso chiaramente che i riferimenti alla benemerenza erano antecedenti e del tutto slegati dalla visita al vescovo, avendo carattere meramente informativo sulle procedure di accesso al cavalierato. Decisive sono state anche le deposizioni del vescovo Gisana e di don Rivoli, i quali hanno categoricamente smentito ogni tipo di pressione o richiesta illecita.

    Di fronte a tali evidenze, la stessa Procura ha formulato richiesta di assoluzione. Il Colonnello Lombardi, che nel frattempo ha prestato servizio a Bari come capo ufficio del personale e poi dell’ufficio logistico prima di andare recentemente in quiescenza, vede così riabilitata la propria immagine.

    “Sono gli stessi atti processuali a raccontare con chiarezza che Saverio Lombardi è una persona perbene e un uomo delle istituzioni”, ha commentato l’avvocato Alvisi. “La formula ‘perché il fatto non sussiste’ pronunciata in aula è la conferma definitiva della sua correttezza”.

    https://www.quotidianodipuglia.it/AMP/lecce/enna_colonnello_carabinieri_assolto-9450316.html

  • Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    “Da Bolzano in giù”,

    il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.

    Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;

    1- la sola vittima;

    2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;

    3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.


    Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.

           (N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)

    Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;

    • Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
    • Basilicata, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Abruzzo, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Lazio, 2 casi, 2 sportelli, 2022 e 2025 – Accesso vittima
    • Verona, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Sardegna, 1 caso – accesso vittima
    • Campania, 4 casi, 4 sportelli, uno del 2018, il secondo del 2020 e il terzo del 2022 riferito a don Livio Graziano, il quarto del 2021 riferito a don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria (PV) – Accesso vittima e Rete
    • Sicilia, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2023 riferito a don Giuseppe Rugolo e Rosario Gisana e Vincenzo Murgaro, oggi sotto processo con l’accusa di aver mentito in tribunale – Accesso vittima
    • Toscana, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2020 e l’altro del 2022, Pisa riguardante don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima e Rete
    • Lombardia, 3 casi, uno del 2024 mentre altri 2 del 2022 riferiti ai fratelli don Alberto e don Maurizio Lucchina – Accesso vittima e avvocato Rete
    • Ferrara, 1 caso del 2013 (che abbiamo escluso dall’esito), don Pietro Tosi, padre di Erik, nato dallo stupro della madre – Accesso vittima
    • Genova, 2 casi, 2 sportelli, entranmbi del 2020 – Segnalazione – Accesso Rete L’ABUSO e le vittime
    • Savona, 2 casi, 1 sportello, uno del 2020 riferito a don Nello Giraudo e il secondo del 2018 riferito a don Pietro Pinetto – Accesso Rete e vittima
    • Albenga, 2 casi, 1 sportello, uno del 2017 riferito a don Francesco Zappella, il secondo del 2025 – Accesso Rete e vittima
    • Acqui Terme, 1 caso del 2022 riferito a don Carlo Bottero – Accesso vittima e Rete
    • Lecce, 1 caso del 2019  riferito a don Carmelo Rampino – Accesso Rete
    • Pisa, 1 caso del 2022 riferito a don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima
    • Bergamo, 1 caso del 2023 don Valentino Salvoldi  – Accesso Rete e vittime
    • Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
    • Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
    • Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo

     

    -QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?

    2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;

    Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.

    Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico

     

    -Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine

                       Strutturazione degli sportelli diocesani

    Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.

    In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).

    Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.

    Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.

    Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.

    Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.

    Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…

    -Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.

    Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.

    Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.

    Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.

    In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.

    Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.

    In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.

    In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.

    Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.

    Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.

         

    -Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;

    “La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.

    Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”

     

    A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:

    • La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
    • Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
    • Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
    • Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.

    Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.

     

    -A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.

    Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.

    Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.

    Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.

    Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;

    “Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”

    Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.

    Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.

    La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.

    Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.

    Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?

     

    -Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?

    Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.

    Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.

    Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.

    Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.

    Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.

    Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.

     

    -Le CONCLUSIONI

    In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.

    Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.

    In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.

    In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.

    Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.

     

    -L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.

    Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.

    Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente – battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.

    Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.

    Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.

    Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.

    La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.

    Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.

    Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.

    Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.

    Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.

    Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.

    Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.

    Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.

         FINE del report


    Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane

  • «Molestato in seminario»  Ex docente di religione  chiede i danni alla curia

    «Molestato in seminario» Ex docente di religione chiede i danni alla curia

    Chiede un risarcimento del danno alla Curia per presunti abusi subiti in ambito ecclesiastico all’incirca 30 anni fa. E lo fa con un atto di citazione depositato dinanzi al giudice civile che sta per essere notificato ai due prelati che sono accusati delle molestie raccontate e all’arcivescovo attuale, che ovviamente non ha nulla a che vedere con le contestazioni ma a cui viene attribuito un ruolo solo formale in quanto responsabile della Curia.

    Si tratta di un salentino che, difeso dall’avvocato Nicola Ciullo, ha deciso di procedere: non lo ha fatto in sede penale, perché il reato ipotizzato sarebbe comunque prescritto. Non ha ritenuto di attivare le vie del diritto canonico, a quanto si apprende per timore di non ottenere una risposta.

    Le tesi che afferma, naturalmente, sono tutte da verificare. E saranno analizzate in sede civile nell’ottica del presunto “danno”. A quanto si apprende, l’uomo, che è anche un ex docente di religione, si riferisce a fatti accaduti molto tempo addietro, quando si trovava in seminario. E che sarebbero da attribuire a due sacerdoti che ora non prestano più la pro pria opera in Salento. La dio cesi è di fatto estranea, dunque, ma viene comunque tirata in ballo per una sorta di responsabilità oggettiva. Come istituzione. Naturalmente potrà difendersi nelle sedi opportune.

    Il racconto è sintetizzato in un atto di citazione che è stato formalmente portato al Tribunale civile di Lecce. E in una lettera aperta, anonima, in cui vengono riportate varie norme e sentenze passate. In particolare quelle sulle ipotesi di responsabilità della curia, in caso di abusi sessuali commessi da preti, per cui il Tribunale di Lecce si è già espresso in passato (si parla di un caso simile, ma non dello stesso).

    «Anche la giurisdizione statale, oramai all’unanimità – si legge in una lettera aperta – affronta la questione degli abu si e molestie del clero, individuando il vescovo (o Ordinario della Diocesi) quale soggetto civilmente responsabile, secondo responsabilità extra contrattuale previste dal codice civile (artt. 2047-2054) con particolare riferimento all’art. 2049 c.c. (basta fare un breve giro sul web per rintracciare sentenze o ordinanze in merito, anche sulla Diocesi di Lecce: Trib. Lecce, sez. I pen., ord. 8 ottobre 2012, Pres. Sernia )», è riportato.

    I fatti, come si diceva, sono molto datati. Ma la presunta vittima sostiene di avere elementi a sufficienza per dimostrarli. La decisione di agire per le vie legali, a quanto si apprende, sarebbe maturata qualche anno fa, in epoca Covid, periodo in cui i presunti incubi del passato sarebbero riemersi.

    A corollario delle accuse di molestie, ci sono anche racconti di presunte minacce su bite e di un posto da docente revocato, naturalmente non ad opera della diocesi che risulta estranea nel merito alle contestazioni, per lo meno nella composizione attuale. Sempre, tutti da verificare. Quanto basta, a parere del ricorrente, per andare avanti e chiedere al giudice civile un ristoro dei danni subiti, ma più che altro una sentenza che registri i fatti così come si sono verificati, qualora dovessero essere riscontrati.

    Va specificato che in sede ci vile il procedimento si fonda su presupposti differenti dal penale e che non esiste il concetto dell’affermazione di responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”. E quindi anche la verifica dei fatti segue un percorso del tutto differente, volto ad accertare l’esistenza di conseguenze per chi lamenta il danno subito, oltre che la veridicità di quanto è stato narrato nell’atto di cita zione.

    Quotidiano di Puglia

  • IL VESCOVO DI UGENTO RIUNISCE I SACERDOTI DOPO LE VOCI DI PRESUNTE MOLESTIE IN SEMINARIO

    IL VESCOVO DI UGENTO RIUNISCE I SACERDOTI DOPO LE VOCI DI PRESUNTE MOLESTIE IN SEMINARIO

    Clima di forte apprensione nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, dove da giorni circolano insistenti indiscrezioni su possibili episodi di molestie sessuali che sarebbero avvenuti nel passato tra le mura del seminario minore “Francesco Bruni”. In risposta a questa crescente inquietudine, il vescovo Vito Angiuli ha convocato d’urgenza un’assemblea straordinaria con tutti i sacerdoti della diocesi.

    L’incontro si è svolto nelle ultime ore all’interno del seminario vescovile, in un clima di massima riservatezza. La convocazione, stando alla comunicazione ufficiale, avrebbe avuto come scopo un confronto aperto su “tematiche critiche” che toccano da vicino la comunità ecclesiale locale. Ma secondo fonti interne, dietro questo confronto si nasconderebbe una questione ben più delicata: presunti abusi che sarebbero avvenuti anni fa all’interno dell’istituto di formazione religiosa.

    A oggi, va sottolineato, non risultano depositate denunce né presso l’autorità giudiziaria né in sede ecclesiastica. Non è stata neppure formalizzata un’indagine interna di tipo canonico. Tuttavia, il silenzioso movimento osservato martedì mattina nei pressi del seminario – con numerosi sacerdoti arrivati alla spicciolata – sembra confermare la portata della preoccupazione all’interno delle gerarchie locali.

    Nessuna comunicazione ufficiale è giunta dalla diocesi, e dai vertici della curia è stato mantenuto il più stretto riserbo. La questione, qualora dovessero emergere testimonianze concrete, potrebbe in futuro approdare anche in sede giudiziaria.

    Al momento tutto resta avvolto da un velo di incertezza, ma la decisione del vescovo di riunire il clero in via del tutto eccezionale testimonia che la diocesi sta prendendo molto sul serio le voci diffuse in questi giorni. Saranno i prossimi sviluppi a chiarire se queste indiscrezioni avranno fondamento o resteranno solo un’ombra inquietante sul presente e il passato dell’istituto religioso.

    IL VESCOVO DI UGENTO RIUNISCE I SACERDOTI DOPO LE VOCI DI PRESUNTE MOLESTIE IN SEMINARIO