Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: legge

  • Abusi, papa Francesco fa il gioco delle tre carte

    Abusi, papa Francesco fa il gioco delle tre carte

    Nonostante la proclamata tolleranza zero, nulla cambia circa la denuncia all’autorità civile dei chierici. La pedofilia, cioè, continua a essere solo un peccato.

     «È nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la gerarchia, vescovi e cardinali, che li proteggesse, come è già successo in passato». Queste parole provengono dalla prefazione che papa Francesco ha scritto all’autobiografia di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di un sacerdote. Il Papa prosegue definendo la pedofilia, una «mostruosità assoluta, un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna». Insomma, la Chiesa di Bergoglio avrebbe imboccato la via della fermezza. Certo, a questo punto ci si potrebbe lasciar prendere da facili entusiasmi; ma questi entusiasmi sarebbero giustificati?

    Orbene, il papa ha emanato, nel 2013, un Motu Proprio che introduce, fra altri, un nuovo articolo del codice penale della Città del Vaticano riguardante la “violenza sessuale su minori” (Art. 7 Legge della Città del Vaticano n. VIII 11 luglio 2013). Tuttavia, tale normativa non abroga la Crimen sollicitationis, che non obbliga i membri del clero a denunciare chi fra loro si macchia del reato di abusi su minore. Contestualmente il pontefice ha promulgato un’altra norma, la Legge della Città del Vaticano n. IX, riguardante la “divulgazione di notizie e documenti”, che prevede la condanna a pene detentive fino a otto anni e pecuniarie fino a 5.000 euro «chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione».

    Due anni dopo, in una lettera del 2 febbraio 2015 indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali e ai Superiori degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, il papa scrive: «In questo contesto, ritengo che la Commissione (Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori n.d.r.) potrà essere un nuovo, valido ed efficace strumento per aiutarmi ad animare e a promuovere l’impegno dell’intera Chiesa – ai vari livelli […] Non potrà, pertanto, venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori». Papa Francesco prosegue nella lettera citando la circolare emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 3 maggio 2011 avente lo scopo di aiutare le Conferenze episcopali nel preparare linee-guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. Anche dalla predetta Circolare si evince che l’abuso sessuale su minore seguita ad essere considerato una mancanza al VI Comandamento e non un reato penale. Inoltre, in questi casi, il procedimento ecclesiastico stabilisce di procedere prima con un intervento del vescovo, il quale ha il compito di valutare se l’accusa di abuso risulta fondata, e in tal caso interviene la Congregazione per la dottrina della fede che può amministrare due tipi di sanzioni: restrizione dei contatti con i minori, oppure pene ecclesiastiche fra cui la riduzione allo stato laicale. Da notare che quest’ultima pena non è automatica, né tantomeno definitiva, giacché il reo può essere reintegrato nel ministero allorquando questo non prevede contatto con minori.

    Dulcis in fundo, viene promulgata il 4 giugno 2016 la lettera in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole”, nella quale è reiterata la non obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei membri del clero responsabili di abusi su minori e di coloro aventi compiti di vigilanza. Nemmeno la rimozione del vescovo responsabile di omessa vigilanza o intervento è automatica giacché è la «competente Congregazione della Curia romana» a doverne stabilire la colpevolezza.

    Cristian Usai

  • GIADA VITALE NON SI ARRENDE:”DEVONO RIAPRIRE LE INDAGINI”

    GIADA VITALE NON SI ARRENDE:”DEVONO RIAPRIRE LE INDAGINI”

    di Emanuele Bracone Portocannone

    Come annunciato,le telecamere di Pomeriggio Cinque hanno seguito l’udienza a carico di don Marino Genova,mercoledì scorso al Tribunale di Larino. Sia la stampa nazionale che quella locale hanno tentato di intervistare-con scarso successo- il sacerdote accusato di atti sessuali con minorenne.

    La vittima degli abusi contestati (ma non della violenza sessuale,un cavillo legale) Giada Vitale è costituita parte civile,e si trova a ricostruire in aula,attraverso le testimonianze,quanto subito da quando aveva alcuni mesi meno di 14 anni ai 17 anni abbondanti. Per la terza volta Giada è stata ospite in diretta del salotto di Barbara D’Urso che le ha dedicato un vasto inserito della trasmissione di giovedì scorso. All’inizio del reportage anche interviste fatte ai residenti di Portocannone e la comunità locale ancora una volta si è mostrata spaccata a riguardo.

    “Non mi sembra giusto che don Marino debba uscire pulito pulito-riepiloga Giada Vitale a Primo Piano Molise-a differenza del camionista accusato di violenza sessuale su una 13enne a Larino, pover’uomo…. lui svolgeva anche un ruolo di educatore. Aveva un ruolo importante. Quindi anche l’aggravante. Perchè la Procura di Larino non ha tenuto conto di nulla? E’ questa la domanda che mi pongo. Anche la ragazzina andava con i suoi piedi dal camionista fatto sta che la Procura di Larino ha indagato il camionista per violenza sessuale su minore e non per atti con minore consenziente come hanno fatto con me. Perchè questo? Solo perchè lui è un camionista e nel mio caso si tratta di un prete? Lui è stato anche arrestato agli arresti domiciliari  e come era lei una bambina indifesa lo ero anche io. La legge non è uguale per tutti?”

    Nel servizio è stata riportata la dichiarazione dell’insegnante e scrittrice Norma Malacrida, che ha avuto Giada alle elementari ed è stata teste della Procura al processo. Ma Giada rincara la dose. “Nell’aprile 2013,dopo aver consegnato la denuncia,la squadra mobile di Campobasso ancora non mi interrogava e il pubblico ministero Venturi aveva già stabilito che si trattava di atti sessuali con minore consenziente. Quindi, non avendo ancora le mie dichiarazioni,il Pm ha delegato la psicologa consulente della procura, di indagare non per violenza sessuale art.609 bis, ma per atti sessuali 609 quater. Dopo di che, avendo fatto passare tre anni per le indagini, e non avendo né controllato sms messaggi tra me e don Marino, non avendo ascoltato psicologi e psichiatri perchè io all’epoca ero in cura da diversi specialisti,tant’è vero che prendo ancora psicofarmaci, ha deciso durante le indagini di dividere il fascicolo e archiviare tre anni di abusi. Quindi don Marino Genova non ha mai subito un processo perchè il Pm ha deciso così già durante la fase delle “indagini”.

    Ragioni che hanno indotto Giada e il suo legale Giuseppe D’Urbano  a chiedere la riapertura delle indagini, mentre Barbara D’Urso ha promesso che con Pomeriggio Cinque continuerà a seguire la vicenda processuale.

  • Ex sacerdote abusò di un 11enne. Il giudice accusa: “La Chiesa foggiana fu superficiale”

    Ex sacerdote abusò di un 11enne. Il giudice accusa: “La Chiesa foggiana fu superficiale”

    Le parole del giudice nelle motivazioni della sentenza che a Bari ha condannato a otto anni Giovanni Trotta, il quale sarà processato a Foggia per abusi su altri nove minorenni

    Parla di “atteggiamento quantomeno superficiale delle locali autorità religiose” il gup barese Giovanni Anglana nelle motivazioni della sentenza con cui nei mesi scorsi ha condannato Giovanni Trotta, ex sacerdote ed ex allenatore di una squadra di calcio giovanile della provincia di Foggia, a otto anni di reclusione per violenza sessuale su un 11enne. Trotta sarà inoltre processato a partire dal prossimo 5 giugno dinanzi al tribunale di Foggia per abusi su altri nove minorenni.

    “Appare quantomeno superficiale – scrive il gup nelle motivazioni della sentenza relativa alla prima vicenda – l’atteggiamento tenuto dalle locali autorità religiose. Le quali, malgrado la chiara prescrizione contenuta nel verdetto della Congregazione della dottrina della fede (con il quale Trotta veniva ridotto allo stato laicale per ragioni correlate ad abusi su minori) con il quale l’imputato avrebbe dovuto essere segnalato nel caso di situazioni potenzialmente pericolose per i minori, hanno mantenuto assoluto silenzio al riguardo”. Gli hanno consentito “addirittura – si legge inoltre – di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai sacerdoti) e a farsi chiamare don Gianni, così permettendo all’imputato di continuare impunemente a frequentare minori e a farne oggetto delle sue abominevoli perversioni”.

    Nelle motivazioni della sentenza il giudice ricostruisce le presunte violenze commesse fra il 2013 il 2014 nei confronti dell’11enne, del quale avrebbe abusato sessualmente “millantando la sua qualità di sacerdote (sebbene invece ridotto dal 2012 allo stato laico), nonché con la promessa di un ingaggio come fotomodello nel mondo della moda e con quella di un provino per una importante società calcistica romana”. Il giudice definisce poi l’imputato “abituale adescatore di minori via Internet”, parla di “inquietante background di pederastia di cui è portatore” e di “atavica dimestichezza all’utilizzazione perversa degli strumenti informatici”.

    Il gup rimarca “la serialità patologica delle condotte” e “l’estrema pericolosità sociale” di Trotta. E nella quantificazione della pena non risparmia valutazioni sui “traumi psicologici” causati alla vittima “potenzialmente devastanti tenuto conto dell’età del ragazzino”. Le indagini coordinate dalla pm Simona Filoni hanno poi accertato abusi commessi nel 2014 da Trotta su altri nove minori di età compresa fra i 12 e i 13 anni. Per i reati di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico, adescamento di minori, il gup barese Roberto Oliveri del Castillo ha rinviato a giudizio Trotta dinanzi al tribunale di Foggia.

    Contro di lui si è costituito parte civile uno dei nove minori presunte vittime degli abusi, tutti affidati alla sua custodia in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dai bambini, nonché loro docente di lezioni private, dei quali avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli atti sessuali.

    http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/03/15/news/ex_sacerdote_abuso_di_un_11enne_il_gup_accusa_le_autorita_religiose_foggiane_furono_superficiali_-160627559/?ref=fbplba

  • Speciale pedofilia – PEDOFILIA CLERICALE: IMPOSSIBILE TACERE

    di Raffaella Mauceri
    Allineandosi all’orientamento della stampa nazionale ed oltre, anche “Il Corriere delle Donne” spezza il silenzio sul devastante fenomeno della pedofilia clericale e mette in campo le sue specialiste. Quello che segue, infatti, è uno speciale a più voci che si conclude con un’intervista a Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso.
    “La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo – dice Bergoglio – è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla. I pedofili vanno capiti e perdonati”.
    Ma davanti al dato statistico che la pratica della pedofilia clericale è diffusa in tutto il mondo ed ha proporzioni spaventose, l’opinione pubblica è ormai profondamente indignata e non condivide queste affermazioni assolutorie, al contrario, le ritiene i soliti inflazionati escamotage per continuare a coprire i pedofili e aiutarli a sottrarsi alla giustizia.
    La chiesa cattolica si ritrova dunque come non mai, sotto il fuoco incrociato delle vittime che non sono più disposte a subire in silenzio, della stampa che sbatte i pedofili in prima pagina, dei tribunali che li processano, degli specialisti che smentiscono il presunto disturbo mentale, e perfino di una parte della stessa chiesa cattolica che, tramite i suoi studiosi/teologi/filosofi, prende le distanze dalla morbida e generica definizione di “atti impuri” riferita al gravissimo reato della pedofilia, e inchioda il Vaticano alle sue responsabilità.
    “La pedofilia – scrive Federico Tulli, giornalista e autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato e tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi”. E cominciamo con l’avvocata Elena Salemi.
    La parola pedofilia, termine derivante dal tema greco παῖς (bambino) e φιλία (amicizia, affetto), indica un torbido interesse erotico di bambini e neonati. Per gli adolescenti si parla invece di pederastia. L’una e l’altra non sono certamente un male dei giorni nostri, al contrario sono nate con l’uomo. Si pensi che nell’antica Grecia, e in particolare ad Atene, le relazioni omosessuali con gli adolescenti facevano parte degli usi e costumi della società. In particolare Atene si distingueva per le norme sulla pederastia. Così come oggi molti padri incestuosi sostengono che “insegnano alle figlie come si fa”, analogamente gli ateniesi sostenevano che l’amore, anche fisico, che poteva legare un adulto a un giovinetto, favorisse la trasmissione del sapere e delle leggi della città nonché la saggezza del pederasta acquisita con l’età. Ciò che interessava del ragazzo, si diceva, non era la sessualità in sé, quanto la sua formazione e lo sviluppo della sua personalità, così che la pederastia non soltanto era accettata ma, addirittura, considerata una componente utile e plausibile del rapporto docente-discente.
    Oggi la pederastia è un tipo di rapporto estraneo alla nostra mentalità e si differenzia sia dall’omosessualità che dalla pedofilia così come noi le intendiamo, in quanto gli ateniesi di allora rivolgevano la loro attenzione soltanto ai ragazzi puberi, che, però, dovevano essere consenzienti.
    Il sesso con soggetti pre-puberi, (pedofilia), era punito con condanne severe, fino alla pena di morte.
    Tuttavia, in questo contesto culturale, crescere ad Atene significava spesso, anche per i più piccoli, essere esposti alle aggressioni dei maschi adulti tanto che il legislatore fu costretto a promulgare una legge che vietava agli insegnanti e agli allenatori di aprire aule e palestre prima dell’alba e che imponeva di chiuderle prima del tramonto onde evitare che si trovassero al buio con i loro piccoli alunni.  Ma in barba a tutte le misure di prevenzione, la pedofilia non ha mai smesso di essere praticata in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie, centri religiosi, oratori, scuole d’infanzia, associazioni giovanili.
    Considerato inoltre che la pedofilia non implica necessariamente il contatto fisico col bambino e che può manifestarsi con atti di esibizionismo o mediante la riproduzione di materiale pedopornografico, ecc., la diffusione dei reati ad essa collegati è considerata elevatissima: addirittura dal 10 al 30% circa dei bambini subisce molestie sessuali entro i 18 anni. Pressoché superfluo aggiungere che le vittime più numerose sono le bambine che costituiscono ben l’88% del totale! E poiché dovunque la società è dominata dagli uomini, gli stati (governati fino a ieri interamente al maschile) hanno preso coscienza del problema sotto il profilo giuridico solo in tempi relativamente recenti. Si pensi che nel 1874, negli Stati Uniti, per proteggere una bambina dai maltrattamenti che subiva in famiglia, non si trovò alcun altro strumento che rivolgersi alla Società per la protezione degli animali. Solo nel 1924 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la dichiarazione dei diritti del bambino, i cui principi furono aggiornati nel 1959 per poi giungere nel 1989 la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma sebbene, le femminucce siano sempre state le principali vittime di abusi sessuali, soltanto nel 1997 nasce finalmente la Carta dei diritti della bambina e della ragazza.
    Va detto che in Italia, il tema dell’abuso sessuale nei confronti dei minori, e della pedofilia on line, ha sempre suscitato particolare attenzione da parte del legislatore, tant’è che in poco più di un decennio sono stati emanati diversi provvedimenti normativi.
    La legge 15 febbraio 1996 n. 66, intitolata “Norme contro la violenza sessuale”, ha disciplinato per la prima volta anche il fenomeno della pedofilia introducendo nel codice penale varie fattispecie di reato relative proprio alla violenza sessuale. La successiva legge 3 agosto 1998 n. 269, intitolata “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, è stato onorato l’impegno assunto dall’Italia in sede di adesione alla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1989.
    Sono state introdotte nel capo del codice penale dedicato ai “delitti contro la libertà individuale” ed, in particolare, fra i “delitti contro la personalità individuale”, le nuove fattispecie di reato di cui agli artt. 600 bis (“prostituzione minorile”), 600 ter e 600 quater (“pornografia minorile”) e 600 quinquies (“iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile”).
    Al Servizio di polizia postale e delle comunicazioni, organo tecnico del Ministero dell’Interno per la regolarità e per la sicurezza delle comunicazioni, è stata conferita dalla legge competenza esclusiva a compiere indagini “sotto-copertura” al fine di contrastare i reati attinenti la pornografia infantile commessi mediante sistemi informatici o mezzi di comunicazione telematica.

    La legge 6 febbraio 2006 n. 38, entrata in vigore il 2 marzo successivo, intitolata “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”.

    Con tale legge sono stati posti nuovi strumenti a disposizione delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria impegnati nell’attività di prevenzione e di repressione dello sfruttamento sessuale dei minori e della pedopornografia anche a mezzo Internet, con il diretto coinvolgimento di tutti quei soggetti, pubblici e privati, che possono svolgere un ruolo prezioso nell’azione d’individuazione e di blocco dei siti telematici che diffondono materiale pedopornografico e in quella di contrasto della commercializzazione on line del materiale stesso.
    La legge 18 marzo 2008 n. 48 di ratifica alla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica” adottata a Budapest il 23 novembre 2001, ha introdotto nella materia significative novità a livello processuale attraverso l’inserimento, nell’art. 51 del codice di procedura penale, del comma 3 quinquies che attribuisce all’Ufficio del pubblico ministero presso il capoluogo del distretto (procure distrettuali) la competenza in ordine ai reati informatici e in materia di pedopornografia. Una competenza che riguarda non solo le fattispecie di reato dei computer-crime in senso stretto, ma anche quelle disciplinate dagli artt. 600 bis, ter, quater e quinquies.
    Va infine segnalato che della linee guida sul comportamento degli operatori professionali nei casi di abusi sessuali sui minori ci vengono fornite dalla Carta di Noto, un documento prodotto nel 1996 e aggiornato nel 2002 in un convegno a Noto sul processo penale nei casi di abuso sessuale sui minori. La Carta di Noto è stata scritta in collaborazione tra diverse figure professionali: avvocati, magistrati e psicologi.
    Per tutto quanto detto fin qui, sostenere che la pedofilia è un disturbo mentale serve soltanto a chi spera di scagionare i pedofili, ma per fortuna in Italia e probabilmente in tutti i paesi del mondo, la  copiosa produzione di leggi sta a testimoniare che pedofilia è ritenuta esattamente quello che è: un reato fra i più gravi e ripugnanti commessi dall’uomo.
    Le denunce ormai marciano al ritmo di 600 all’anno, cioè quasi due al giorno. I risarcimenti alle vittime parlano di cifre stellari. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha pagato nell’ultimo decennio, quasi 3 miliardi di dollari. In Australia il 7% dei preti cattolici è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori. Queste cifre ufficiali si riferiscono all’emerso. Impossibile sondare il sommerso…
    I pedofili non guariscono. Lo afferma lo psicologo che cura, fra gli altri, anche i preti che abusano di minorenni. Per questo, spiega, non è prudente lasciarli al loro incarico. A mezzo chilometro dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano, lavora un professionista che conosce i più cupi segreti di alcuni membri del clero. Non è un confessore ma un clinico. Poco meno di sessant’anni, origini pugliesi, uomo di scienza prima che uomo di fede, Aureliano Pacciolla insegna psicologia della personalità alla Lumsa ed è psicoterapeuta orientato verso l’ipnosi e il cognitivismo. Dirige la collana Psicologia e interdisciplinarità dell’editore Laurus Robuffo ed è consulente tecnico del tribunale di Roma e della Sacra rota. Il suo campo d’azione specifico riguarda l’abuso sessuale: in particolare l’abuso su minorenni e la pedofilia.
    Ma se vero è che in questi ultimi anni sono tanti e sempre di più gli italiani che si allontanano dalla chiesa cattolica (si stimano intorno agli 8 milioni), è altrettanto vero che lo zoccolo duro dei cattolici ultrà continuano imperterriti a darle credito e fiducia …per non parlare dei tanti politici genuflessi davanti all’enorme e goloso bacino di voti di cui dispone il Vaticano.
    E adesso la parola alla psicologa Dott.ssa Fabiana Forte
    Una delle ferite più atroci inflitta all’infanzia è senza alcun dubbio l’abuso sessuale. Si tratta di un trauma che purtroppo, per chi lo ha subito, è sempre molto difficile da superare e che può essere il coinvolgimento in atti sessuali con un adulto, ma anche sfruttamento sessuale tramite la prostituzione oppure la pedopornografia (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1999).
    Quando si parla di atti sessuali, infatti, si fa riferimento non solo al rapporto fisico diretto ma anche a tutto ciò che a che fare con la sfera della sessualità e che non prevede il contatto fisico come ad esempio l’esposizione ad immagini e discorsi osceni e inappropriati. La gravità del fenomeno risiede inoltre nel fatto che in nessun caso un bambino può essere consenziente a causa della differenza di età e del ruolo rispetto all’adulto che lo abusa. Un adulto che ne viola i diritti e ne ostacola o interrompe una crescita sana e armonica (Caffo et al. 2004).
    I dati ISTAT più recenti ci dicono che in Italia nel 2015 le denunce all’Autorità Giudiziaria sono state: 505 per atti sessuali con minorenne (+11 rispetto al 2014), 148 per corruzione di minorenne, 614 per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico (+70 rispetto al 2014), e che il fenomeno rischia di essere più ampio e pervasivo delle cifre ufficiali.
    Le conseguenze dell’abuso sessuale infantile sono rilevanti; le ricerche parlano di problemi di tipo depressivo e ansioso, disturbi del comportamento e problemi nella vita sentimentale e sessuale. Gli studi hanno anche registrato veri e propri cambiamenti a livello cerebrale perché per la vittima è difficile dare un significato personale agli eventi vissuti e integrare all’interno della propria identità in sviluppo le esperienze dolorose del passato (Van der Kolk, 2004).
    La tematica dell’abuso sessuale infantile si interseca con un’altra altrettanto ampia e complessa, ovvero quella di chi viola i diritti del minore e che con il proprio comportamento ne ostacola lo sviluppo armonico.
    Accade molto frequentemente, soprattutto nel linguaggio comune, ma anche in quello giornalistico, definire “pedofilo” l’adulto abusante. In realtà, secondo la criminologia, il soggetto che agisce comportamenti sessuali nei confronti di un bambino o adolescente si definisce innanzitutto “child molester”. Occorrerebbe stare molto attenti e non confondere le due definizioni, perché anche se per molti versi possono sovrapporsi, implicano importanti differenze.
    Un individuo infatti può agire comportamenti sessuali nei confronti di un minore anche solo per curiosità o perché gli si presenta l’opportunità ma questo non significa che sia necessariamente un pedofilo nel senso clinico del termine. Per comprendere il senso clinico del termine “pedofilo” possiamo fare riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5) – un sistema di classificazione dei disturbi mentali e relativi criteri – che all’interno del capitolo denominato “disturbi parafilici” descrive, tra gli altri, il “disturbo pedofilico” (American Psychiatric Association, 2014).
    Questo disturbo si contraddistingue essenzialmente per la presenza di due aspetti essenziali:
    – eccitazione sessuale ricorrente ed intensa che si manifesta attraverso desideri, fantasie e comportamenti (per almeno sei mesi) e che comportano attività sessuale con un bambino;
    – l’individuo ha agito questi desideri sessuali, oppure desideri e fantasie causano disagio o difficoltà nei rapporti interpersonali.
    Sulla base di questi criteri diagnostici appare evidente che un “pedofilo” in senso clinico, ovvero un soggetto con disturbo pedofilico, potrebbe non mettere mai in atto le fantasie e desideri sessuali nei confronti di un bambino e quindi non diventare mai un child molester, nonostante nella realtà questo accada di frequente (Casale et al. 2014). Spesso questi soggetti giustificano i propri comportamenti abusanti con la convinzione distorta secondo la quale avrebbero valore educativo, o che il bambino ne ricava piacere, oppure che il bambino era sessualmente provocante. In alcuni casi limitano le loro attività ai propri figli, figliastri e comunque nella cerchia parentale, altre volte preferiscono scegliere le loro vittime fuori dal contesto familiare. Alcuni minacciano il bambino affinché non parli, altri giungono a sviluppare complesse e contorte strategie per avere accesso ai bambini.
    Con il passare degli anni il disturbo pedofilico può aumentare o diminuire, sulla base della presenza di alcuni elementi come la vergogna, il senso di colpa, l’isolamento, la frustrazione sessuale, la compromissione psicosociale o la propensione ad interagire sessualmente con i bambini (APA, 2014).
    E’ chiaro che quando si parla di disturbo inevitabilmente ci si interroga sulle possibilità di trattamento. Da molto tempo tuttavia è noto che il trattamento di questa condizione è estremamente difficile (Adams, 1980) in quanto nella maggior parte dei casi l’individuo si percepisce in sintonia con i propri comportamenti, sentimenti e idee e quindi non ne prova alcun disagio. Questo è il motivo principale per il quale i soggetti che chiedono volontariamente un trattamento sono molto pochi (Lorand, 1968). In alcuni casi può accadere perfino che l’intervento sia richiesto al fine di confermare a sé stessi e agli altri di essere “malati” oppure quando, sotto pressioni esterne, quali ad esempio crisi coniugali o cause giudiziarie, il soggetto considera le conseguenze sociali delle proprie attività più gravi della rinuncia ai suoi istinti (Gabbard, 1995).
    Occorre a questo punto fare una riflessione sul testo a cui si è fatto riferimento per la descrizione del disturbo pedofilico – il DSM – un testo che è stato progettato principalmente per essere utilizzato da clinici e ricercatori. Ciò nonostante, se utilizzato in modo appropriato, questo manuale può essere di aiuto a coloro i quali prendono decisioni legali, in quanto fornisce un compendio ampio e articolato basato sulla letteratura clinica e scientifica. Gli autori mettono tuttavia in guardia sul rischio di utilizzare in modo improprio le informazioni diagnostiche in ambito forense, cioè di strumentalizzarle per una facile assoluzione.
    Nella maggior parte dei casi infatti la diagnosi clinica di un disturbo mentale, da sola, non può dimostrare in alcun modo che l’individuo è o era incapace di controllare il proprio comportamento in uno specifico momento, anche se la diminuzione del controllo degli impulsi è una caratteristica propria del disturbo. Dal punto di vista penalistico quindi, il fatto che l’eventuale presenza di disturbo pedofilico possa ridurre temporaneamente la capacità di inibire la pulsione sessuale verso un bambino, non esclude la responsabilità del soggetto che non ha intrapreso per tempo opportune contromisure verso una condizione, che, nella definizione clinica del DSM e in base a quanto riportato dalla letteratura, è preceduto da un crescendo di sintomi eccitatori che, a causa della loro intensità e durata nel tempo, il soggetto ha perfettamente avvertito.
    In conclusione la valutazione della condotta di chi commette un abuso sessuale su un minore, trattandosi di un crimine odioso, richiede estrema attenzione. E’ infatti fuorviante e distorta la convinzione e affermazione che chi si macchi di un siffatto crimine sia necessariamente un soggetto “malato”. Non solo perché essere un child molester non implica inequivocabilmente l’avere un disturbo pedofilico ma anche perché l’eventuale presenza di una condizione psicopatologica non dimostra mai a priori l’impossibilità per quel soggetto di controllare la propria condotta abusante in un dato momento.
    Se ci soffermiamo solo per un attimo a riflettere, potremmo forse affermare in maniera analoga e altrettanto semplicistica che chi ruba è sempre un cleptomane?
    Francesco Zanardi l’uomo che fa tremare il Vaticano
    Francesco Zanardi è il fondatore e presidente dell’associazione onlus Rete l’abuso, ha 47 anni, vive a Savona e ha una voglia inarrestabile di dire la verità. Una verità che colpisce, spiazza e imbarazza. Da 15 anni, infatti, si occupa di denunciare i sacerdoti pedofili. La sua Onlus offre assistenza legale e psicologica alle vittime e i suoi familiari. E offre anche tanti dati troppo poco divulgati. L’associazione è composta unicamente da persone che hanno subito violenze da sacerdoti. I casi in Italia accertati sono tanti, incredibilmente e drammaticamente tanti. E sebbene la mappa non sia completa, rende l’idea.
    Tra i pedofili condannati, ci sono molti preti? Se sì, di che percentuali parliamo?
    La percentuale è certo alta. Dati certi non esistono ad oggi. In una recente intervista che Papa Bergoglio ha rilasciato a Eugenio Scalfari, la pedofilia in seno alla chiesa cattolica si dovrebbe aggirare attorno a 2%. Ma il fatto più grave non è questo.
    E qual è allora?
    Il fatto che un pedofilo “normale” molesta durante la sua “attività” circa 5, 6 bambini. Un prete può fare 70 vittime…o 200 come pare sia “riuscito” Padre Murphy in una scuola del Wisconsin.
    Come mai avviene questo?
    Molto spesso i casi che riguardano i sacerdoti pedofili sono insabbiati. Le vittime se hanno la forza di denunciare, lo fanno in età adulta.
    Anche a lei è successo questo: perché si è deciso a denunciare?
    Dopo anni ho raccontato ad un’amica quello che avevo vissuto. Lei mi ha convinto a denunciare.
    E’ riuscito a superare il trauma?
    No, ho imparato a conviverci, a 40 anni diventa difficile superare il trauma.
    Se si denuncia la violenza fin da subito cosa cambia?
    Prima, si interviene, migliori saranno le possibilità di recupero.
    Come agisce il pedofilo?
    Intanto sfatiamo un mito. Il pedofilo non è una persona malata. Ha una grave deviazione della personalità, certo, ma non è uno sciocco o uno sprovveduto. Lavora in modo astuto e circoscritto. Quando non è un familiare, lavora prima sulla fiducia e la stima dei familiari.
    Chi sono le sue vittime?
    Spesso bambine, ma anche bambini. Molto spesso il pedofilo colpisce famiglie povere.
    Perché quelle povere?
    Perché sono più facilmente manovrabili, o per ignoranza o perché, più facilmente, se ne può comprare il silenzio. Anche con mille euro.
    Perché ci sono tanti casi insabbiati tra i preti pedofili?
    Per più motivi, anche per motivi legali.
    Come mai legali?
    Oggi grazie ai patti Lateranensi, quando la magistratura indaga su un sacerdote, deve prima avvisare il vescovo. Molto spesso il Vescovo avverte o trasferisce il presunto colpevole e così stronca le indagini.
    No, mi faccia capire bene: se parte una denuncia su un educatore la magistratura indaga in un modo, se la denuncia riguarda un prete indaga in un altro modo?
    Esattamente.
    Ed è legale?
    Certo, grazie al protocollo, la magistratura prima deve segnalare il caso al vescovo. E il vescovo non ha alcun obbligo di denunciare. Questo succede spesso in Italia.
    L’Italia allora è un paradiso per i sacerdoti pedofili?
    Sì. Nella nostra mappa i puntini neri sono i preti condannati all’estero e nascosti in Italia.
    Ci sono altre carenze nel nostro paese?
    Molte. Mancano dati e informazioni. Nel 2007 durante il Governo Prodi si stanziarono svariati milioni di Euro per adeguare il nostro paese con un database sugli abusi sessuali a danno dei minori. Ma non esiste ancora oggi. Non è mai stata creata una commissione parlamentare d’inchiesta che quantifichi il fenomeno. Infine manca una cultura della prevenzione. Con una buona prevenzione faremmo passi da gigante.
    Prevenzione per chi? Per i genitori?
    Anche ai bambini. Se si informano i bambini su quali tipi di discorsi e comportamenti dovrebbero segnalare alla mamma, al papà o ad un adulto di riferimento, si potrebbe fare molto.
    Perché tanti pedofili tra i sacerdoti?
    Tanti bambini entrano in seminario all’età di dieci, undici anni, nel pieno dello sviluppo fisico e sessuale. In seminario l’erezione si condanna e viene punita come qualcosa di mostruoso, per non parlare della masturbazione. Quando il normale è fatto vivere come una colpa continua e come qualcosa di mostruoso, poi le devianze diventano tante.
    Tra i protestanti ci sono meno pedofili?
    Si e non perché i protestanti si sposano ma perché in generale c’è una cultura sessuale non repressiva.
    C’è differenza tra un pedofilo e un pedofilo prete?
    Si, rispetto alla tutela legale, come abbiamo già detto, ma anche dal punto di vista sociale.
    In che senso sociale?
    Quando si accerta un prete pedofilo, molto spesso, la comunità lo difende. Questo non accade quando il pedofilo fa un altro lavoro, anzi frequentemente viene lapidato.
    Non si accetta socialmente che un prete faccia del male ai bambini?
    Si, ci sono molto condizionamenti anche tra le vittime. Vittime che facevano o fanno parte della comunità cattolica.
    Papa Francesco ha avviato un dialogo e un’indagine interna rispetto ai pedofili interni alla chiesa. Cosa ne pensa?
    Penso che al momento siano solo parole, nei fatti non sta facendo nulla. Le vittime che noi seguiamo, che sono oltre 500, hanno scritto al papa. Tutti quanti. Non c’è stata risposta. Ciononostante in tanti continuano a sperare. E’ difficile da accettare, ma è ora che l’Italia cambi e si adegui al resto d’Europa.
    (Tratto da Rete l’abuso)
     Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, consigliamo questo film
  • PEDOFILI E INSABBIATORI?….. CITIAMOLI TUTTI IN GIUDIZIO E COSTRINGIAMOLI A VIVERE NELLE AULE DEI TRIBUNALI INVECE CHE NELLE LORO CHIESE. DEVONO IMPARARE CHE LORO “SONO PRIMA DELLO STATO ITALIANO E POI DI DIO”.

    PEDOFILI E INSABBIATORI?….. CITIAMOLI TUTTI IN GIUDIZIO E COSTRINGIAMOLI A VIVERE NELLE AULE DEI TRIBUNALI INVECE CHE NELLE LORO CHIESE. DEVONO IMPARARE CHE LORO “SONO PRIMA DELLO STATO ITALIANO E POI DI DIO”.

    Diego Esposito e’ l’ennesima vittima di una Chiesa anacronistica soprattutto per gli obblighi di castita’ e di celibato imposti ai suoi appartenenti.
    Finalmente il Clero e’ costretto a fare i conti con l’evoluzione culturale ed economica di molti dei paesi in cui è presente ed esercita, anche se fortunatamente in modo marginale, la sua influenza e comincia a comprendere quanto sia solo nominale e non effettiva l’appartenenza alla organizzazione religiosa denominata “Chiesa cattolica apostolica romana”, da parte di persone battezzate in tenera età, e, quindi, quando erano prive di capacità di intendere e di volere, che nel resto della loro vita avranno solo da ridire e da ridere di quella organizzazione .

    La affrancazione delle Popolazioni dal timore reverenziale verso il clero, la costante e preziosissima attività dei media volta a svelare vizi, intrallazzi, abusi e perversioni di questi “uomini vestiti da donne” ( come li descriveva Mario Mariani), attività di informazione che ha avuto il merito di ridimensionare la figura e la credibilità dei ministri di dio, ha fatto emergere, attraverso le denunce di migliaia di vittime, uno dei fenomeni piu’ infami e riprovevoli legati alla vita di una parte del clero:la pedofilia.

    Molti professionisti esperti e titolati in campo medico, affermano che se il clero è composto da persone misogine, omofobe, obbligate alla castita’ e al celibato, tutte queste caratteristiche messe insieme possono generare i tipi di comportamenti aberranti denunciati oggi a livello mondiale.

    MA CIO’ CHE MAGGIORMENTE IRRITA E’ LA PROTEZIONE, ANCH’ESSA A LIVELLO MONDIALE, DI CUI GODONO QUESTI CRIMINALI.

    Malgrado l’impegno assunto da PAPA FRANCESCO assistiamo, sostanzialmente, ad una attività di insabbiamento dei casi di pedofilia nelle diocesi ed arcidiocesi e questo comportamento illegale ci impone degli interrogativi estremamente inquietanti :
    SE LA PEDOFILIA VIENE PROTETTA dalle autorità dello Stato Vaticano ( si pensi, inoltre, al caso delle dimissioni di Marie Collins dalla commissione per intralcio anche da parte della Congregazione per la dottrina della fede), significa che questo tipo di comportamento criminale non puo’ PIU’ essere impedito? (la copertura data ai pedofili e’ talmente sfacciata da aver costretto Papa Francesco ad emanare la lettera pastorale “Come una Madre amorevole”)
    FORSE è divenuto ormai talmente diffuso all’interno del clero da essere parte di quel sistema di potere?

    Sorge, cioe’, il ragionevole sospetto che la pedofilia per diffusione tra i membri del clero e per numero di casi sia ormai funzionale al potere dello Stato Vaticano ed indispensabile per l’esistenza stessa di quella particolare forma di stato ( nel senso che se si combattesse energicamente la pedofilia, come conseguenza immediata si dimetterebbero gran parte dei chierici la cui particolare natura li porta ad accettare castità e celibato e li vede convinti misogini, omofobi e , comunque, soggetti sessualmente immaturi).
    FORSE SI RISCHIA UNA EMORRAGIA DI PRETI IN CASO DI LOTTA SERIA, COSTANTE E DURATURA ALLA PEDOFILIA?

    A QUESTO PUNTO, NON POSSO FARE A MENO DI INVITARVI AD UNA RIFLESSIONE che lascero’ priva di conclusioni rimettendole, quindi, al lettore:
    Non dimentichiamo che lo stupro e’ sempre stato uno strumento di sottomissione dei popoli( LO ABBIAMO VISTO ANCHE NELLE RECENTI GUERRE CHE SONO STATE COMBATTUTE E SI COMBATTONO IN TUTTO IL MONDO).

    – Gia’ nella antica Roma si usava SODOMIZZARE I VINTI, e i romani erano talmente consapevoli dell’effetto devastante di tale trauma fisico e psichico, cioè del potere che aveva di sottomettere definitivamente e per generazioni coloro che erano stati vittime di quella pratica sessuale, che LA LEGGE ROMANA VIETAVA LA VIOENZA SESSUALE SUI GIOVANI, PERCHE’ SE UN GIOVANE ROMANO FOSSE STATO SOTTOMESSO CON LO STUPRO NON AVREBBE POTUTO SVOLGERE IL COMPITO A CUI ERA DESTINATO, OVVERO DOMINARE IL MONDO.

    Partendo da questa semplice rifessione, corroborata oggi anche dalle nozioni scientifiche che provengono dalla psichiatria e dalla psicologia, si puo’, ma spero ancora di essere contraddetto, forse trovare una chiave di lettura.

    ED IN EFFETTI CON DIEGO ESPOSITO assistiamo all’ennesimo caso in cui la denuncia alle autorità civili e penali è venuta direttamente DALLA VITTIMA E NON DAI VERTICI DEL CLERO O DALLE AUTORITA’ GIUDIZIARIE ECCLESIASTICHE, NONOSTANTE DA OLTRE SEI ANNI AVESSERO AVUTO PRECISE NOTIZIE E PROVE DEGLI ABUSI COMMESSI DAL SILVERIO MURA.

    Malgrado cio’ ABBIAMO UN OTTIMO MOTIVO PER CONTINUARE A LOTTARE, perchè questa crescente e coraggiosa tendenza alla denuncia da parte delle vittime, che vengono sempre piu’ sostenute e concretamente aiutate da MOLTE associazioni come LA “RETE L’ABUSO” DI FRANCESCO ZANARDI”, ci fa sperare in una rapida diffusione A LIVELLO NAZIONALE delle querele e delle azioni legali per giungere, nel giro di pochi anni, ad una definitiva E TOTALE condanna della chiesa cattolica con provvedimenti SEVERI che possano andare ben oltre la punizione dei singoli responsabili, visto e considerato che anche i preti non pedofili, che dovrebbero rappresentare la parte sana del clero, NON SOLO NON DENUNCIANO il fenomeno, pur essendone pienamente a conoscenza, MA ADDIRITTURA aiutano I PREDATORI sia col loro silenzio sia spostandoli e fornendo loro alloggi in varie regioni d’Italia e d’Europa sottraendoli alle indagini delle vittime e dell’autorità giudiziaria, MACCHIANDOSI, COSI’,ANCH’ESSI DI UN REATO, QUELLO CIOE’ DI FAVOREGGIAMENTO; reato che assume una connotazione odiosissima se si pensa che i trasferimenti dei preti pedofili consentono a questi ultimi di continuare a fare i predatori in istituti scolastici o altre strutture per l’infanzia e ,quindi, di continuare ad adescare e traumatizzare giovani vittime.
    Voglio sperare ancora che qualcuno possa contraddire questa mia semplice analisi basata sulla constatazione dei fatti, tuttavia ritengo che allo stato attuale della conoscenza del fenomeno ed in mancanza di una totale e trasparente collaborazione da parte del Vaticano, anche questa ipotesi sia legittima, e se dovesse risultare sgradita a qualche alto prelato, penso che gli potrò tranquillamente rispondere che “chi è causa del suo mal pianga se stesso!”
    ORMAI SOLO GLI STOLTI NON SI PONGONO QUESTE DOMANDE!
    Se la verità non viene dal Vaticano, allora invito tutti a prendere contatto con l’ ASSOCIAZIONE “RETE L’ABUSO” PER DENUNCIARE E CITARE IN GIUDIZIO I PREDATORI. NOI VI ASSISTEREMO DURANTE TUTTO IL CAMMINO VERSO LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA e sono certo che anche i magistrati e i pubblici ministeri non vi abbandoneranno al vostro doloroso destino.

    Avv. Carlo GREZIO

    info@retelabuso.org 

  • NAPOLI; querelata la Curia Arcivescovile

    NAPOLI; querelata la Curia Arcivescovile

    Un periodo complicato per la chiesa napoletana, tra le scappatelle di alcuni preti, le indagini in corso e le perquisizioni arriva anche la querela di Diego Esposito, depositata ieri presso gli uffici dell’Autorità Giudiziaria di Napoli.

    L’uomo 41enne che da anni chiede giustizia alla diocesi napoletana per gli abusi sessuali subiti quando era ragazzino da parte di un sacerdote del luogo, don Silverio Mura, lo scorso febbraio era stato vittima di una grave violazione ai suo danni, per mano della Cancelleria Arcivescovile di Napoli che pur sapendo che l’uomo, non volendo svelare pubblicamente la sua identità si faceva chiamare Diego Esposito, non si è fatta alcuno scrupolo nel divulgare un comunicato stampa nel quale a partire dal titolo, a caratteri cubitali, compariva ben otto volte nome e cognome del nostro associato.

    Purtroppo anche diverse testate giornalistiche online, in barba alle disposizioni di legge e al codice deontologico, non si sono fatte problemi nel riportare pari pari quel comunicato.

    Inutile dire che in poche ore parenti, conoscenti e amici e ex colleghi di lavoro ai quali Diego Esposito non aveva mai voluto raccontare l’orrore che aveva subito da piccolo e che più volte sotto anonimato aveva raccontato alla stampa e alla TV, lo hanno immediatamente riconosciuto.

    In poche ore Diego è stato letteralmente preso d’assedio, non solo dai giornali ma anche da estranei e curiosi. Diego racconta nella querela “Il dolore, poi, è stato incontenibile quando ho dovuto affrontare anche la curiosità e le domande dei miei figli che, a loro volta, avevano dovuto affrontare quelle, inevitabilmente condite anche di qualche commento malizioso, dei loro compagni di scuola”.

    È un dato noto sotto il punto di vista giurisprudenziale che i dati di una vittima di reati sessuali, che ha quindi subito pesanti conseguenze, spesso permanenti e di carattere psicofisico, non possono essere diffusi. Questa ovvia cautela si impone al fine di evitare che alla sofferenza pregressa  si aggiunga quella di essere dato in pasto alla curiosità, spesso morbosa, dell’opinione pubblica.

    Così ieri Diego Esposito, accompagnato dai suoi avvocati, Gianfranco Iannone e Carlo Grezio che collaborano con la Rete L’ABUSO che da anni segue e supporta molte vittime in Italia, tra cui Diego Esposito, si sono recati presso gli uffici del palazzo di giustizia depositando formale querela.

    Nota dell’Ufficio di Presidenza

  • Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Mentre vanno avanti le indagini condotte dal pm Clelia Mancuso della sezione Fasce deboli della procura di Napoli sui festini gay organizzati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, con acquisizioni di documenti negli uffici delle curie di Napoli e Pozzuoli, gli avvocati che assistono Diego Esposito (nome di fantasia) stanno aprendo i fronti della giustizia penale e civile (con un’azione di risarcimento danni di oltre un milione di euro indirizzata anche nei confronti del cardinale Crescenzio Sepe e della curia di Napoli) per fare emergere la verità su quattro anni di violenze subite da Esposito quando era minorenne da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione.
    Sulla questione della pedofilia dei sacerdoti, che vede impegnato a fondo papa Francesco, e in particolare sul ruolo che svolgono i tribunali ecclesiastici Iustitia pubblica un intervento di Francesco Zanardi presidente della Rete l’Abuso, l’associazione costituita nel 2009 dalle vittime dei preti pedolfili

    HO LETTO l’articolo sul cardinale di Napoli con il quale si sostiene che Crescenzio Sepe avrebbe ‘esaurito’ il suo mandato e sarebbe opportuno che si dimettesse. A integrazione di quanto scritto vorrei accendere i riflettori sui tribunali ecclesiastici che dovrebbero costituire un passaggio decisivo per la chiesa nella lotta alla pedofilia dei sacerdoti.
    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non viene detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di là dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo. Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, mentre,

    paradossalmente, con il consenso della vittima è presente l’avvocato dell’imputato, come è accaduto ai giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.
    Durante questi processi, quando è presente la vittima,
    Crescenzio Sepe e Francesco Zanardi
    non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente a un interrogatorio durante il quale vengono acquisite le varie informazioni che riguardano il caso specifico. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli e nei casi da noi documentati non è mai accaduto. Alla vittima non viene rilasciato nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.
    Ma su quali basi si sviluppa il processo canonico? Esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali civili. Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, ‘non è un reato’ che vede la vittima la parte lesa, bensì ‘un’offesa morale a Dio’. Ne viene da sé che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate se non ostracizzate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come la parte lesa.
    Esiste ancora un’altra differenza tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi: il sacerdote in quanto uomo di chiesa è valutato a un livello superiore di quello della vittima, la quale invece è vista come un qualunque fedele, ovvero un peccatore, per giunta conclamato perché ha permesso al sacerdote di cadere in tentazione. È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre con ‘amore paterno’ il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene rigenerato nella sua parte morale ‘sbagliata’, con la preghiera, il pentimento e l’isolamento. Per questi motivi la Rete l’Abuso, la fondazione costituita nel 2009 da un gruppo di vittime dei preti pedofili, sconsiglia ai propri assistiti di prestarsi ai processi canonici, almeno fino a quando sono in atto dei giudizi nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo ma è necessario essere molto attenti perché si rischia di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.
    Il problema nasce dal fatto che durante le audizioni, che come detto prima avvengono in assenza del proprio avvocato di fiducia, ed in alcuni casi in presenza dell’avvocato del sacerdote, la vittima rievoca il racconto narrativo dell’accaduto dando così modo al sacerdote e alla chiesa di trovare punti deboli del racconto sui quali si potrà poi fare forza durante il processo civile. Alla vittima viene inoltre chiesta documentazione probatoria come ad esempio lettere, messaggi, sms, perizie mediche ed eventuali querele depositate, che spesso la vittima concede. Tutto ciò dà un vantaggio enorme al sacerdote e al proprio difensore mettendo la vittima in una situazione di netta inferiorità.
    In ogni caso la massima pena che i tribunali ecclesiastici possono infliggere a un sacerdote è la scomunica. Viene da sé che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili, a meno che non sia la vittima a farlo. Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché per la chiesa la vittima è la causa che ha portato lo sventurato sacerdote in
    tentazione.
    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa pagasse, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perche la vittima non denunci alle autorità civili. In
    Aldo Nuvola e Giovanni Trotta
    questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.
    Anche nel caso che il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa (vedi il caso di don Giovanni Trotta) in quanto qualora l’autorità giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa a un processo penale o a un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.
    È comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che non diventi un pericolo per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa. Troviamo infatti ancora preti come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben tre volte.
    In conclusione bisogna aspettare che terminino gli eventuali giudizi civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile, la chiesa non vorrà più fare in quanto l’obiettivo di nascondere la vicenda è ormai saltato.
    Francesco Zanardi,
    presidente della fondazione la Rete l’Abuso

  • Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

    Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

    La macabra scoperta, avvenuta in Irlanda, di una fossa comune, con  più di settecento cadaveri di bambini che erano stati affidati a una casa per ragazze madri gestita da suore, ha colpito tutti. Erano bambini di età diverse probabilmente morti per malnutrizione e per malattie non curate, durante tutto il periodo in cui quella struttura religiosa è stata in funzione, dagli anni Venti in poi. Non è la prima volta che in Irlanda emergono storie di violenze e abusi in conventi e altre strutture. Come ha raccontato nel 2002 il film Magdalene di Peter Mullan. Abbiamo chiesto allo scrittore Francesco Formaggi di commentare il risultato dell’inchiesta irlandese, mentre arriva nelle librerie il suo nuovo romanzo, Il cortile di pietra  (Neri Pozza) , storia del piccolo Pietro, figlio di contadini poveri, affidato a un collegio trasformato dalle suore in un inferno di violenze sui minori. Il libro sarà presentato il 19 marzo a Libri Come, a Roma.

    «In Irlanda l’inchiesta su questa terribile realtà va avanti da qualche anno, a colpi di indignazione, accuse e risposte false. Loro hanno avuto il coraggio di scavare alla ricerca della verità su queste case di accudimento», sottolinea lo scrittore.  Sono certo che anche in Italia, se avessimo lo stesso coraggio di scavare, sia fisicamente, sotto i conventi e le chiese, sia culturalmente, sotto lo strato di sabbia della negazione, troveremmo la stessa verità. Che non dovrebbe creare scalpore per il fatto che i corpi di bambini ormai senza vita siano stati gettati nella terra come carcasse di animali, senza sepoltura, ma per il fatto che questi bambini erano trattati come bestie anche in vita.
    Lo scandalo non riguarda dunque la mancata sepoltura per la quale i vescovi irlandesi ora si battono il petto?
    Non riguarda affatto la sepoltura, né l’al di là, ma ciò che questi bambini hanno passato – e in alcuni luoghi ancora oggi passano – da vivi, quindi la negazione della loro infanzia, per non dire il totale annullamento, da parte delle istituzioni cattoliche, della realtà dell’infanzia.
    Qui tocchiamo il cuore, il centro, del suo romanzo?
    Nel mio romanzo un tema centrale è l’infanzia annullata. È accaduto mentre lo scrivevo, un paio di anni fa, che per la prima volta ho letto di questa storia irlandese. Mi ha fatto accapponare la pelle, perché anche nel mio romanzo c’è una fossa, e narravo una storia simile, che avevo però ricavato da alcuni racconti del mio territorio, il basso Lazio, la Ciociaria. Quelle narrazioni aleggiavano sulla palude delle fantasticherie o delle leggende popolari. Quando ho letto che in Irlanda avevano scoperto davvero una fossa comune, quasi non ci credevo.

    Come ha letto queste similitudini fra le due vicende, quella irlandese e quella ciociara?
    Mi ha fatto pensare che il problema è molto più ampio, e abbraccia la sfera che potremmo chiamare dell’educazione, che in uno Stato laico dovrebbe essere laica. Invece in Italia accade ancora oggi che le istituzioni cattoliche abbiano il monopolio culturale dell’educazione e della cura dei bambini. Penso che le famiglie dovrebbero smetterla di mandare i propri figli negli asili delle suore, e poi al catechismo, e poi in chiesa. Perché i preti e le suore fondano la loro identità su una astrazione, annullano l’umano, e questo li rende pieni di rabbia e, nei casi peggiori, totalmente anaffettivi. Non puoi voler bene a un bambino se pensi che sia una bestiolina, un essere umano non ancora compiuto, o peggio ancora, un mostro. Ma troppo spesso in Italia, soprattutto nei piccoli paesi, nelle zone più povere e isolate, per le famiglie non c’è alternativa. E alla luce di quanto ancora accade, alla fine di questo lungo filo rosso di nefandezze, il ritrovamento di una fossa comune di bambini dovrebbe essere la notizia che suscita meno indignazione.

    Anche madre Teresa di Calcutta, come hanno documentato molte inchieste, non dava farmaci ai bambini malati perché pensava che il dolore li purificasse in vista del paradiso. Il culto della sofferenza come espiazione è intrinseco al credo cristiano…

    E quando si parla di bambini, di accudimento dei minori, (e in generale delle così dette categorie deboli) l’indignazione straripa nell’incazzatura. Perché un bambino, sebbene possa resistere interiormente forse meglio di un adulto alle violenze invisibili degli altri esseri umani – grazie a una fantasia che conserva più intatta – non ha modo di scappare, di rendersi libero, di vivere una vita autonoma come meglio crede, di procurarsi da sé il proprio nutrimento e la propria crescita sana.
    E poi ci sono i diritti, e le leggi. Bisogna smetterla di negare i diritti e violare le leggi; parlo del diritto al gioco, per fare un esempio, e della legge sull’aborto. Come ha scritto Saramago a proposito di un suo romanzo: “Se il Saggio sulla lucidità non causerà polemiche nella società, è perché la società dorme”. Ecco, mi viene da pensare che noi oggi dormiamo, ma non come si dorme la notte. Il nostro sonno purtroppo assomiglia più a chiudere gli occhi davanti a realtà che non vogliamo vedere».

    La violenza che lei racconta ne il Cortile di pietra è fisica ma anche psichica.

    Quella che fa più male è la violenza psichica, la violenza che non si vede, perché ti confonde, vuole farti impazzire, vuole farti scomparire, e spesso non sai da dove viene, soprattutto se sei un bambino, la senti soltanto, sulla pelle, come ventate di ghiaccio, ma non ti puoi difendere.

    Come è nato il romanzo?
    Il cortile di pietra ha avuto origine da una miscela di esperienze personali, leggende o dicerie popolari e racconti di amici. Sono stato in un asilo di suore da bambino, ma credo di non aver resistito più di una o due settimane, avrò avuto quattro o cinque anni. Proprio non ci riuscivo a stare lì dentro, mi facevano impazzire, già a quell’età non potevo sopportarle quelle suore, ed era così tanta la voglia di scappare che ancora me la sento addosso. Ho chiara in mente un’immagine: io bambino davanti alla porta aperta dell’asilo, i piedi sull’uscio, sotto di me le scale che scendono in strada, verso la salvezza, verso casa, via da quel postaccio. Ma un attimo prima di scappare realizzo che i miei due fratelli più piccoli sono ancora lì dentro, e non posso lasciarli, li devo salvare. Così torno indietro, li trascino via con me, ma un attimo prima di uscire una suora ci scopre e ci riporta dentro per le orecchie.  Poi come tutti  ho dovuto subire il catechismo fino alla cresima. Per fortuna quando mi costringevano ad andare a messa io dormivo. Le storie popolari che invece hanno stimolato il nucleo più prettamente narrativo del romanzo sono legate al mio territorio, dove sono nato e cresciuto ad Anagni, e riguardano il ritrovamento, durante alcuni lavori di restauro in un convento di monache di clausura, di scheletri di bambini sepolti sotto il cortile. Le chiamo storie popolari perché, per quando abbia cercato documenti e fonti, non ho mai trovato niente di fattivo. Però ho conservato i racconti di amici paesani, uno in particolare, di una ventina di anni più grande di me, Mario, che ha vissuto l’infanzia in un collegio di suore. Nei pomeriggi di pioggia, al bar, davanti a una birra, mi ha raccontato tutto: i soprusi, le botte, la fame che pativano; tutto quello che succedeva in quel collegio, tutte le nefandezze delle suore, un pomeriggio dopo l’altro.

    Quanto è diffuso il problema in Italia, che diversamente dall’Irlanda non ha mai affrontato pubblicamente questioni come gli abusi sui minori da parte dei preti nonostante inchieste stringenti come i due libri inchiesta di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia?

    Il mio lavoro è quello del romanziere, e quando mi sono messo a scrivere questo romanzo, ormai cinque anni fa, ero mosso principalmente da una esigenza interiore di raccontare l’infanzia, per come la conoscevo io, con tutte le paure e i vuoti che avevo vissuto ma anche con tutta la gioia e vitalità e la capacità di resistere del bambino che ero stato. E poi, dopo i racconti del mio amico sul collegio e la leggenda dei cadaveri dei bambini sotto il cortile del convento delle suore ecc., avevo già molto materiale su cui lavorare. Non mi serviva altro. Ma quando avevo quasi terminato la prima stesura – durante la quale non avevo smesso di cercare informazioni ed esperienze soprattutto sulla vita quotidiana in un collegio negli anni Cinquanta – ho sentito il bisogno di documentarmi, e l’ho fatto, inizialmente nel modo indolente e furtivo dei romanzieri, che non cercano tanto la verità dei fatti e l’attendibilità delle fonti, quanto la verosimiglianza della suggestione e la realtà delle esperienze umane. Poi però ho cominciato a notare che più volevo elementi di realtà, più chiedevo fatti documentati, più le persone diventavano vaghe e indolenti. Mi è successo all’Archivio di Stato. Mi sono presentato con una domanda specifica, alla ricerca di documenti che potessero provare l’effettiva scoperta o rinvenimento, a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta, di cadaveri di bambini sepolti nei conventi di suore sul territorio italiano. L’unica cosa che ho trovato è stata una reazione indignata: “Ma lei chi è? A che le servono queste informazioni?”, e poi: “Queste storie non sono vere, sono solo dicerie, ma dove l’hai sentite, anche se fossero vere non le direbbero mai” ecc. Poiché avevo un romanzo da scrivere, e non una inchiesta da fare, ho rinunciato ad approfondire la questione, ma  dal punto di vista giornalistico potrebbe essere interessante continuare, perché- ne sono convinto – la violenza è intrinseca al sistema educativo della Chiesa.

    Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

  • Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Che cosa pretende un credente da un sacerdote della sua Chiesa? A nessuno qualche anno addietro sarebbe venuto in mente di dire: «Che non commetta crimini». Si tratta di una cosa talmente scontata che a precisarla ti saresti sentito un po’ pazzo e un po’ blasfemo, comunque irrispettoso della tua Chiesa. Oggi, se sei cattolico, lo devi precisare. Oggi, se si cattolico, devi gridare a gran voce che non vuoi che un sacerdote della tua Chiesa abusi sessualmente di minori, tra i crimini, probabilmente il più viscido, il più disonorante, il più oltraggioso. Laceri un’anima per sempre. Ti servi del corpo di un bambino per il piacere di un istante che se non fossi depravato non riusciresti nemmeno a provare.

    È dal gennaio del 2002 che il tema dei preti pedofili è sui media: The Boston Globe iniziò un’inchiesta che vide coinvolti 89 sacerdoti, di cui 55 vennero rimossi dall’incarico. Questo nella sola Boston, la città più europea degli States, quella della grande aristocrazia bianca, talmente europea e talmente bianca da delirare quanto quella del Vecchio Continente sul proprio superomismo ancor prima che Nietzsche fosse in età di leggere e scrivere, quella delle jamesiane Olive Canchellor e Verena Tarrant, quella di Ralph Waldo Emerson e di Benjamin Franklin.

    Bene, ieri, a quindici anni dalla scoperta della vergogna che costò il fallimento per risarcimento a tre diocesi e le dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law e che si protrasse per anni rivelando lo scempio in Irlanda, Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera, Francia e Malta, ieri, mercoledì delle ceneri, si è dimessa la sola vittima di abusi rimasta nella pontificia Commissione per la protezione dei minori istituita nel 2014 da Francesco per contrastare le pedofila nel clero: Marie Collins.

    Nella sua lettera resa pubblica indirizzata al Papa si legge: «la mancanza di collaborazione, in particolare del dicastero coinvolto più da vicino con i casi di abusi, è stata vergognosa». Sta parlando della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, fabbrica di torture e condanne inappellabili, dal carcere a vita al rogo, per decenni e decenni, per secoli.

    Mi sono chiesto più volte come ha potuto una Chiesa arroccata nei propri privilegi eleggere al soglio pontificio un riformatore come Papa Francesco, e la risposta è che il monarca della Città del Vaticano è un re fantoccio. Può fare di tutto tranne ciò che vuole.

    A presto.

    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2017/03/02/pretendere-che-i-sacerdoti-non-abusino-di-minori-e-contrario-alla-fede/25252/

  • Vaticano, commissione anti-abusi: si dimette Marie Collins

    Vaticano, commissione anti-abusi: si dimette Marie Collins

    La sopravvissuta irlandese denuncia «la frustrazione per la mancata collaborazione di alcuni Dicasteri di Curia con la Commissione». Continuerà a svolgere corsi di formazione per i vescovi.

    SALVATORE CERNUZIO
    Si dice «frustrata» e umiliata Marie Collins, membro irlandese della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, in passato vittima di abusi, di vedere il lavoro suo e dei suoi colleghi vanificato o respinto dagli stessi Dicasteri di Curia che avrebbero dovuto invece sostenere l’organismo istituito dal Papa nel 2014 nella lotta contro questi crimini aberranti.

    La donna ha deciso di dimettersi. Irrevocabilmente. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è  «la mancata collaborazione di altri Dicasteri della Curia romana» con la Pontificia Commissione, come si legge in una nota diffusa oggi dalla Santa Sede. In particolare da parte del «Dicastero maggiormente coinvolto nel trattare i casi di abusi», come scrive la Collins in un comunicato postato sul suo account Twitter che fa seguito ad un duro articolo pubblicato oggi sul National Catholic Reporter, in cui punta invece esplicitamente il dito contro la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    La sua fuoriuscita rappresenta una grossa perdita per la Commissione, della quale Collins era una delle fondatrici e maggiori rappresentanti, tenendo dal 2012 anche corsi di formazione a Roma e nel mondo ai vescovi di recente nomina su come contrastare la piaga degli abusi. Anche quello fu allora una grande conquista. Lo stesso incarico Marie Collins continuerà a svolgerlo in futuro per la Commissione, accettando un invito del cardinale presidente Sean O’Malley. Lo spiega la nota vaticana che sottolinea che Collins proseguirà il suo lavoro per l’organismo «in un ruolo educativo, in riconoscimento delle sue eccezionali capacità di insegnamento e dell’impatto della sua testimonianza come sopravvissuta».

    Le dimissioni erano state presentate il 13 febbraio scorso ad O’Malley, il quale sottolinea che, in questi anni, «Marie ha costantemente e instancabilmente sostenuto le voci delle vittime e dei sopravvissuti affinché fossero ascoltate» e la loro «guarigione» divenisse «una priorità della Chiesa». Lavoro svolto con grande dedizione, affinché nessun altro dovesse patire ciò che lei, tredicenne molestata da un cappellano durante un ricovero in ospedale, era stata costretta a subire. Ma Marie Collins, davanti a sé, ha trovato un muro.

    Come scrive sul NCR, anche la più semplice richiesta avanzata dalla Commissione e «approvata dal Papa», come ad esempio il dover rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia». Ancora peggio, prosegue: «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, come la baronessa Sheila Hollins ha dichiarato alla Royal Commission, ha trovato dei problemi “legali” non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito».

    «Una situazione impossibile» alla quale «ho assistito con sgomento», afferma Marie Collins. Che calca la mano nella lettera diffusa via Twitter spiegando: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

    Una decisione obbligata, dunque, quella di lasciare. «Quando ho accettato la mia nomina alla Commissione nel 2014 – spiega Collins – ho detto pubblicamente che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le porte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta (nella Commissione ndr). Ecco, questo punto è arrivato. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

    Il Papa ha accettato la decisione esprimendo «profondo apprezzamento» per la sua opera a favore delle vittime. Un «contributo straordinario» che «ci mancherà», come scrive il cardinale O’Malley a nome degli altri membri del team in una breve nota. «Sicuramente – promette il porporato – ascolteremo con attenzione tutto ciò Marie vorrà condividere con noi sulle sue preoccupazioni», che verranno discusse nella plenaria della Pontificia Commissione in programma il prossimo mese. «Siamo profondamente grati per la volontà di Marie di continuare a lavorare con noi nella formazione dei capi della Chiesa, inclusi i prossimi incontri per i nuovi vescovi e per i dicasteri della Santa Sede. Le nostre preghiere rimarranno con Marie e con tutte le vittime e i sopravvissuti di abusi sessuali». La Collins augura invece «il meglio» ai suoi ormai ex colleghi «per il futuro», sperando che riescano «a superare questa resistenza» interna.

    Con le dimissioni della Collins, la Commissione risulta composta da 16 membri, considerando che esattamente un anno fa era uscito di scena l’inglese Peter Saunders, consulente del team, anch’egli vittima di un prete pedofilo, il quale aveva attaccato aspramente nel giugno 2015 il cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia e membro del C9, durante la trasmissione televisiva australiana 60 Minutes. L’uomo contestava al porporato di aver insabbiato casi di abusi durante il suo ministero di arcivescovo di Sydney e lo definiva «un sociopatico». Ne chiedeva quindi le «immediate dimissioni» dagli «importanti incarichi» in Vaticano. Dichiarazioni al vetriolo alle quali la Segreteria per l’Economia aveva replicato con sdegno, e la stessa Commissione aveva preso le distanze decretando, nel febbraio 2016, che Saunders prendesse «un periodo di aspettativa dalla sua partecipazione come membro per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro della Commissione».

    http://www.lastampa.it/2017/03/01/vaticaninsider/ita/vaticano/vaticano-commissione-antiabusi-si-dimette-marie-collins-MMy09RXfloQgwECecgujRK/pagina.html