Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: legge

  • Rione Incis, viaggio nell’Inferno di Diego: qui il prete-prof era Satana

    Rione Incis, viaggio nell’Inferno di Diego: qui il prete-prof era Satana

    La fermata Madonnelle della Circumvesuviana è un cantiere aperto. Lo stesso corridoio è destinato al passaggio di chi entra ed esce dalla stazione. Tutt’intorno è solo deserto, fino a quando non ci si immette su viale Madonnelle, percorrendo il quale per pochi metri ci sono la scuola che porta lo stesso nome e una pizzeria che esiste dagli anni ottanta. Siamo nel Rione Incis, a Ponticelli. Lo stesso che nel lontano 1983 fece gridare allo scandalo per la tragica fine di due bambine di 8 e 10 anni. Si chiamavano Barbara Sellini e Nunzia Munizzi. Dopo essere sparite in un sabato sera dei primi di luglio, le piccole furono ritrovate il giorno dopo, di domenica, in un canalone. Erano state violentate, uccise e poi bruciate. Quel massacro fa ancora rabbrividire chi abita da queste parti. E non solo. Ma l’infanzia negata nel quartiere è anche quella di un bambino di 12 anni che, per un quinquennio, ha dovuto subire le molestie sessuali di un sacerdote, suo professore di religione sui banchi della scuola media. Il viaggio nel rione comincia da qui. Da questo scabroso episodio che, secondo la testimonianza della vittima (che oggi ha 41 anni), si sarebbe consumato nel lontano 1987 e perpetrato ai danni del minore fino al 1992. Eppure tra le strade del Rione Incis nessuno parla. Tutti o quasi hanno le bocche cucite. Come se fosse la cosa più assurda del mondo anche solo ipotizzare che un uomo di chiesa possa aver commesso un simile abominio. «Non sappiamo nulla. Ma lei chi è?», risponde con una domanda un’anziana mentre fa la spesa dal fruttivendolo ad angolo con via Fratelli Grimm. Una strada, quest’ultima, che è un lungo viale che taglia via Madonnelle all’altezza di una rotonda. Nemmeno in uno dei più noti bar della zona sanno nulla di questa «brutta storia», come la definisce a voce bassa qualcuno. Finanche della scuola media frequentata dalla vittima all’epoca, la Borsi 2, molti sembrano non sapere nemmeno che sia mai esistita. «Sì, forse è quella che oggi si chiama Bordiga», si affretta a precisare una giovane barista dietro al bancone. Ma nulla di più. Di quel che avveniva in quell’appartamento all’interno dell’isolato E, che oggi corrisponde al civico 22 di via Fratelli Grimm, nessuno sa né ha mai visto nulla. «Lo sanno, eccome – commenta un pensionato che si attarda davanti a un’edicola di giornali – solo che c’è omertà perché la gente ha paura di esporsi. Ma lo sapevano tutti che quel prete con gli occhiali dalla montatura dorata aveva quel “difetto”». Davanti alla palazzina dove abitava il presunto pedofilo c’è il citofono, dove ancora si legge il cognome di quel sacerdote che parlava di Cristo ai bambini. Quegli stessi bambini che, spesso, invitava a fargli visita dopo la scuola con il pretesto – dicono – di «fare i compiti». E oggi, paradossalmente, quelle finestre sono chiuse, quasi a voler nascondere la vergogna di quanto avveniva in quelle mura domestiche a chi si fidava del suo professore di religione.

    GIULIANA COVELLA

    http://www.metropolisweb.it/news/rione-incis-viaggio-nellinferno-di-diego-qui-il-prete-prof-era-satana/26086.html

  • Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

    Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

    SI INTENSIFICANO i venti di tempesta nel cielo della curia di Napoli.
    Con una serie di articoli prudenti e documentati i cronisti del Mattino hanno raccontato le vicende dei “festini gay” nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e in un appartamento del centro storico organizzati dal parroco don Mario D’Orlando con la partecipazione di altri preti e di giovani le cui prestazioni sessuali venivano remunerate con poche decine di euro.
    L’elenco delle accuse è contenuto in un dossier anonimo inviato nei primi giorni di gennaio all’abitazione del vescovo ausiliare Lucio Lemmo, braccio destro del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, ed è diventato improvvisamente d’attualità il 18 febbraio grazie a due pagine del Mattino, con richiamo in prima, firmate dalla cronista Maria Chiara Aulisio. Utilizzando una tecnica sperimentata, Sepe ha provato a ignorare la vicenda, poi il 21 febbraio, dopo quattro giorni di cannonate giornalistiche con corsivi tranchant (“Il

    Mario D’Orlando (*)
    silenzio che non aiuta”), è stato obbligato a prendere posizione annunciando di avere sospeso il parroco di Pizzofalcone. Da osservare che nella nota Sepe non fa il nome del sacerdote e non spiega perché l’ha sospeso; comunica soltanto che il caso è stato affidato al tribunale ecclesiastico e se ne dovrà occupare Erasmo Napolitano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico regionale. Ma luce certamente maggiore arriverà dal lavoro della magistratura che ha aperto un’inchiesta per accertare l’eventuale coinvolgimento di minori nei festini organizzati da sacerdoti delle parrocchie del Napoletano.
    Problemi seri quindi per Crescenzio Sepe, ma problemi ancora più seri stanno per arrivare dal caso di Diego Esposito (nome di fantasia) violentato a tredici anni da Silverio Mura, il suo insegnante di religione, che dal 2010, quando è stato male e ha raccontato per la prima volta la storia di quattro anni di violenze, prova inutilmente ad avere ascolto da parte dei vertici della chiesa napoletana. Nel 2011 chiede un incontro a Sepe e viene dirottato sul vescovo ausiliare Lucio Lemmo, poi il silenzio.
    Tre anni dopo si rivolge a papa Francesco e nel giro di qualche mese la curia arcivescovile di largo Donnaregina è costretta ad avviare un’indagine affidata a padre Luigi Ortagli. Nel maggio 2016 Esposito accetta di sottoporsi a una visita psichiatrica affidata a un medico nominato dalla diocesi e si fa accompagnare da Alfonso Rossi, lo psichiatra che lo assiste da anni. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile
    Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare al ragazzo il carico delle responsabilità delle violenze subite”.
    Intanto nel giugno del 2016 papa Francesco scrive la lettera apostolica ‘Come una madre amorevole’, diventata legge canonica nello scorso settembre, che
    prevede la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti e di fatto favorisce la definizione di un giusto risarcimento per le vittime. L’11 ottobre Esposito, assistito dalla Rete L’Abuso, l’associazione delle vittime dei preti pedofili, e dai suoi legali, scrive al papa ed è la prima denuncia che arriva dopo la lettera apostolica.
    La storia di Diego Esposito ritorna all’attenzione dell’opinione pubblica il 6 febbraio con una pagina di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli su Repubblica alla quale la curia replica: dopo l’attività istruttoria la “Congregazione per la dottrina della fede riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale”. Il caso è chiuso.
    Ma Sepe si sbaglia. Il 10 febbraio l’avvocato Carlo Grezio, civilista collegato alla Rete L’Abuso, presieduta sin dalla fondazione, nel 2009, dall’elettricista savonese Francesco Zanardi, ha presentato al tribunale civile di Napoli una richiesta di risarcimento danni di oltre un milione di euro nei confronti di Silverio Mura, dell’arcidiocesi di Napoli, di Crescenzio Sepe e del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca.
    Al di là delle decisioni della magistratura, civile e penale, sulle questioni dei festini gay nelle parrocchie e della pedofilia dei sacerdoti della sua arcidiocesi il cardinale di Napoli sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza.Vuole esibire i muscoli e non è in linea con la pietas di papa Bergoglio. Dovrebbe dimettersi.
    Il 13 febbraio Repubblica apre la prima pagina con la prefazione firmata dal papa al libro ‘La perdono, padre’ di Daniel Pittet che racconta la sua drammatica esperienza di vittima di un prete pedofilo. Il titolo è: “Come può un prete causare tanto male?”. Queste parole sono una citazione della prefazione che continua: “Come può avere consacrato la sua vita
    per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato ‘un sacrificio diabolico’ che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.
    Sepe è distante anni luce dalle parole di papa Francesco e a Diego Esposito che chiede innanzitutto comprensione e solidarietà risponde con durezza e ‘violenza’ inaccettabili. Esemplare è il comunicato con cui la curia replica all’articolo di Repubblica del 6 febbraio.
    Abbiamo visto che il cardinale nell’annunciare la sospensione del sacerdote coinvolto nei festini gay nella chiesa di Pizzofalcone si guarda bene da farne il nome. Invece nelle trentatré righe della nota di risposta all’articolo di Repubblica cita Diego Esposito otto volte con nome e cognome.
    Non c’è pietas e non c’è neanche conoscenza delle leggi della Repubblica italiana. “Le norme sulla privacy – ricorda l’avvocato Gianfranco Iannone che assiste la ‘Rete L’Abuso’ e Diego Esposto – vietano la diffusione di dati sensibili; in particolare gli articoli 167 e successivi del decreto legislativo 196 del 2003 considerano reato la pubblicazione del nome di vittime di abusi sessuali. Nei primi giorni di marzo presenteremo in procura un esposto contro la curia di Napoli”.

    (*) Da www.laprimapagina.it

  • Pedofilia: “Tutti nella Chiesa vogliono la tolleranza zero. Le divergenze sono se dimettere o no dallo stato clericale chi abusa”

    Pedofilia: “Tutti nella Chiesa vogliono la tolleranza zero. Le divergenze sono se dimettere o no dallo stato clericale chi abusa”

    Parla Hans Zollner, gesuita, direttore del Centro per la protezione dell’infanzia attivo già da qualche anno presso l’Università Gregoriana, e membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori istituita da papa Francesco

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO. Il clero e la pedofila, un problema ancora non risolto, se è vero che il sette per cento dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. E se continuano, anche in Italia, i casi di preti pedofili spostati di diocesi in diocesi, e a cui di fatto viene permesso di perpetrare i propri crimini senza sosta.

    Ne parliamo con monsignor Hans Zollner, gesuita, preside dell’Istituto di psicologia dell’Università Gregoriana, direttore del Centro per la protezione dell’infanzia attivo già da qualche anno presso lo stesso ateneo, e membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori istituita da papa Francesco.

    Cosa pensa delle notizie provenienti dall’Australia?
    Sono stato in Australia nell’estate scorsa e ho parlato con molte persone che lavorano nella Chiesa per la prevenzione di abusi. Erano molto turbati perché già allora si aspettava la pubblicazione di questo rapporto e si prospettavano queste cifre. Sono cifre che stupiscono perché assai superiori a quanto risulta finora per altri Paesi. Se sono confermate, sono orrende.

    In Italia in questi giorni si torna a parlare di diversi casi di pedofilia nel clero. Spesso si viene a conoscenza del fatto che i vescovi locali hanno coperto. Perché questo?
    Non ho studiato in modo approfondito i casi dell’Italia e quindi non posso dare un giudizio su di essi. Tuttavia, in generale, in molti Paesi i Superiori hanno coperto, molto spesso per due ragioni: uno, perché volevano evitare uno scandalo pubblico (senza pensare che comunque prima o poi sarebbe venuto fuori) e, due, perché credevano più nelle dichiarazioni degli abusatori oppure nelle promesse degli abusatori (senza prevedere che avrebbero potuto abusare nuovamente) che nelle accuse delle vittime e non comprendevano la profondità del loro trauma spirituale, fisico e psichico.

    Non ritiene che se la Chiesa nei suoi vertici dicesse una parola chiara sull’obbligo di denuncia (garantendo la privacy) molti abusi non avverrebbero?
    Se si tratta di un abuso attuale è molto chiaro: si deve intervenire il più presto possibile e nel modo meno rischioso per il giovane abusato. Se parliamo di abuso che è stato commesso anni e decenni fa la situazione è più complessa. Il parlamento tedesco qualche anno fa ha respinto la proposta di una legge per introdurre l’obbligo di denuncia per alcuni gruppi professionali – con la motivazione che questo obbligo porterebbe molte vittime di non aprirsi mai per paura di re-traumatizzazione e la difficoltà legale di provare le circostanze in modo contundente di un passato lontano nel tempo, ma molto vicino nell’esperienza delle persone. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha chiarito anni fa che – per quanto riguarda l’ambito dello Stato in cui uno vive – ogni cattolico deve seguire la legge in materia (che varia molto di Stato in Stato, a volte di Regione in Regione) e che – per quanto riguarda l’ambito del diritto canonico – ogni Superiore è tenuto a condurre una investigazione previa per accertare i fatti e, conseguentemente, inviare il materiala alla Congregazione per poter iniziare un processo canonico, che non sostituisce il processo penale e/o civile statale. Qui la citazione della Lettera Circolare della Congregazione del 11 maggio 201:  “Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze.  In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche.” In questo momento mi trovo a Bogotá per incontri con i Vescovi e Superiori Religiosi e per conferenze su questo tema. In Colombia – al contrario con l’Italia e la stragrande maggioranza dei paesi del mondo – dal 2007 tutti i cittadini sono obbligati a denunciare. Eppure nel solo anno 2015 sono state registrate 18.191 denunce, di cui il 91 per cento è un abuso commesso nel contesto familiare – quindi la sola introduzione di una nuova legge purtroppo non cambia gli atteggiamenti e non toglie il male.

    Ritiene che la tolleranza zero di Ratzinger e Francesco abbia degli oppositori?
    Non vedo un’opposizione se si intende per tolleranza zero che un sacerdote abusatore non torna mai più al ministero. Se invece parliamo della dimissione dallo stato clericale, sì, penso che siano opinioni diverse.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2017/02/15/news/pedofilia_tutti_nella_chiesa_vogliono_la_tolleranza_zero_le_divergenze_sono_se_dimettere_o_no_dallo_stato_clericale_chi_a-158356169/

  • GIADA VITALE TORNA IN TV SUGLI ABUSI DI DON MARINO: “CHIEDO GIUSTIZIA”

    GIADA VITALE TORNA IN TV SUGLI ABUSI DI DON MARINO: “CHIEDO GIUSTIZIA”

    Portocannone. La ragazza di Portocannone coinvolta nel caso degli abusi da parte don Marino Genova, il quale ora si trova nel monastero di Santa Scolastica, a Subiaco alle porte di Roma, è tornata a raccontare nuovamente la sua storia in tv. In collegamento dallo studio del suo legale, Giuseppe D’Urbano, a Guglionesi, nel corso della trasmissione Pomeriggio 5 condotta da Barbara D’Urso. La 21enne ha ripercorso la vicenda e ha lanciato due appelli. Il primo rivolto al Santo Padre: «Ho scritto diverse volte al Papa, ma non ho mai ricevuto risposta. Lui chiede scusa per i preti pedofili ma perché non li caccia a calci nel sedere?». Il secondo è rivolto alla giustizia italiana: «Io il mio fascicolo è stato diviso in due tronconi e per la legge italiana dopo i 14 anni ero consenziente archiviando così tre anni di soprusi. Io chiedo che venga riaperto perché sono stata abusata per 4 anni non per due mesi». In diretta trasmesso anche uno sms di Don Marino che confessa gli abusi commessi.

    Giada Vitale, la ventunenne molisana coinvolta nel caso di abusi sessuali da parte dell’ex parroco di Portocannone don Marino Genova, è tornata a raccontare la sua storia in televisione. Ospite della trasmissione “Pomeriggio 5”, condotta da Barbara D’Urso, la giovane era in collegamento video dallo studio del suo legale difensore Giuseppe D’Urbano.
    La ragazza di Portocannone, incalzata dalla conduttrice, ha iniziato a raccontare sin dall’inizio la sua storia partendo da quell’aprile del 2009 quando «ero di ritorno da una ripetizione pomeridiana – all’epoca la Vitale frequentava la terza media e si stava preparando per gli esami – tornando a casa incontrai don Marino vicino alla chiesa. Aprì la porta, intrecciò le sue mani con le mie facendomi entrare in chiesa e poi conducendomi all’interno della sacrestia. Chiuse la porta e…iniziò tutto».

    Il racconto è proseguito elencando altri aneddoti ed episodi: «Mi ero operata al ginocchio e lui venne due volte a casa a trovarmi e per due volte si infilò nel mio letto, ero totalmente plagiata da lui. Controllava la mia mente». La conduttrice a questo punto chiede se avesse provato a confidarsi alla madre: «Si l’ho fatto ma mamma, in un primo momento non mi ha creduto, pensava che il mio stare male fosse dovuto alla scomparsa di mia nonna». Abusi che, stando al racconto, continuarono per quattro anni nei quali «ho cercato – ha spiegato Giada – di allontanarmi da lui: ho abbandonato il coro e anche la scuola e gli amici ma lui riusciva, con i suoi modi dolci e subdoli, sempre a tenermi vicino. Oggi, però, mi ritrovo senza diploma e senza amici: mi ha rovinato la vita per sempre».
    All’epoca Giada riuscì a trovare la forza di raccontare la sua storia a una corista la quale ricevette un sms di conferma, sulla questione degli abusi subiti da Giada, proprio da Don Marino: «Ciao xxxx, quello che ho fatto è imperdonabile la colpa è solo mia e non ci sono scusanti perché lei è minorenne e poi perché io sono sacerdote. Vi chiedo perdono, perché ho fatto del male a lei, che invece di proteggere e aiutare a crescere l’ho rovinata e ho fatto del male a te perché ho sconvolto la tua vita ma soprattutto la tua anima e il tuo spirito. Ma una cosa è certa: stavo male ogni volta che stavamo insieme perché mi rendevo conto di tutto e dell’incoerenza nella mia vita e pregavo per lei perché potesse incontrare un bravo giovane e per me chiedevo al Signore e alla Mamma celeste la forza di superare questa situazione e imploravo ogni giorno la sua misericordia. Da quando il Signore mi ha dato la grazia di essere più forte e non cedere alla tentazione ho continuato a pregare invocando il suo perdono per noi due. Ed ora chiedo perdono a te per il male che ti ho fatto. Come posso mancarti di rispetto se ti ritengo una persona eccezionale e che il Signore ti ha scelto per aiutare la ragazza in questo momento difficile e far prendere ancora coscienza a me del male che le ho fatto? Ti sono e ti sarò sempre grato per aver trovato la forza di parlarmi e per preghiera che hai fatto in questo tempo per me. Ti benedico e prego per te».

    La D’Urso ha inoltre ricordato di come Giada abbia scritto più volte al Santo Padre affinché prendesse a cuore la sua storia. Lettere che però non hanno mai ricevuto risposta. «Ho scritto diverse lettere al Papa, una glielo ho consegnata anche di persona – ha raccontato la Vitale – ma non ho mai ricevuta risposta. Il Papa, pubblicamente, chiede sempre e solo scusa per gli atti di pedofilia commessi da preti ma in concreto non fa nulla. Ma perché, invece, non li caccia dalla chiesa a calci nel sedere?». All’appello si è associata anche la D’Urso che ha aggiunto: «non è tollerabile che un prete che confessa di aver abusato di una ragazza possa continuare a celebrare le proprie funzioni religiose come nulla fosse successo». Funzioni che non è chiaro se abbia ripreso a svolgere, se dopo una sospensione di due anni abbia ripreso a celebrare messa. Dallo studio della trasmissione è partito un servizio che ha condotto l’ inviata della trasmissione fino al monastero di Santa Scolastica. L’inviata ha incontrato un confratello dell’ex parroco di Portocannone, al quale chiede se lo conosce e cosa faccia durante il giorno. «Certo, lo conosco – ha spiegato – durante il giorno volge alcuni lavoretti e rimane chiuso nella sua stanza». A questo punto, la giornalista ha chiesto di incontralo per potergli parlare e chiedere se abbia ripreso a celebrare messa, ma don Marino non c’è. « In questo momento non c’è: è fuori con l’Abate a fare alcuni commissioni» ha concluso il confratello.

    Alessandro Corroppoli

    http://www.primonumero.it/attualita/news/1487189211_portocannone-giada-vitale-torna-in-tv-sugli-abusi-di-don-marino-chiedo-giustizia.html

  • Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    L’avvocato Thomas Doyle ha affermato che nel 1985 Wojtyla inviò un vescovo negli Stati Uniti con l’obiettivo di coprire vari sacerdoti abusatori di minori. Ratzinger e Bergoglio hanno seguito i suoi passi.

    Daniel Satur @saturnetroc

    Secondo alcune agenzie internazionali come EFE o Deutsche Welle nelle ultime ore è stata prodotta in Australia una “notizia”. L’avvocato statunitense Thomas Doyle, specializzato in diritto canonico, ha confermato che il papa “Giovanni Paolo II conosceva la copertura di abusi sessuali” e che, lontano dall’agire per combatterlo, lo ha convalidato.

    L’affermazione di Doyle si è prodotta nella cornice delle udienze che sta portando avanti una commissione che ha avuto impulso dal governo australiano che investiga sui casi di abusi sessuali contro minori commessi nelle istituzioni pubbliche, sportive e religiose di questo paese.

    Tuttavia, a questa livello della partita, affermare che il Vaticano ha coperto e copre, sistematicamente, tutti i membri (con o senza sottana) della chiesa cattolica che violentano bambine e bambini non è per niente una novità. In ogni caso, ciò che è interessante dell’affermazione di Doyle è che lui parla della sua propria esperienza personale con Karol Wojtyla, il papa che ha governato l’istituzione tra il 1978 ed il 2005.

    Il problema e la “soluzione”

    Nel contesto delle udienze in Australia, Doyle ha ricordato che nel 1985 il Vaticano ha ricevuto varie informazioni sugli abusi sessuali commessi dai preti su minori d’età in, almeno, quattro diocesi degli Stati Uniti. E che una di queste informative è stata elaborata da lui stesso, in qualità di avvocato specializzato in diritto canonico (la legge interna per la quale si regge la chiesa cattolica).

    Il letterato statunitense disse che in quel momento chiese al Vaticano di inviare un vescovo in Luisiana per far sì che potessero abbordare i casi di pedofilia denunciati. Tanto l’informativa come la richiesta furono inviati da lui al cardinale di Filadelfia John Krol, il quale lo ha portato personalmente a Roma e lo ha consegnato al papa.

    Giovanni Paolo II ha designato allora il vescovo AJ Quinn come responsabile di intervenire nell’argomento. Ma secondo Doyle, Quinn “è risultato essere parte del problema, non della soluzione, perché si è dedicato a cercare la maniera nella quale potessero continuare con la copertura”.

    Come si è detto, a questo livello non è per nulla una novità che il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche di tutto il pianeta si sono specializzate per secoli nell’orchestrare ogni tipo di manovre per tacitare quante violenze a minori sono state prodotte tra le mura di conventi, parrocchie e collegi, con la conseguenze copertura ed impunità degli aguzzini.

    In ogni caso la cataratta di notizie che durante gli ultimi anni si succedono senza fermarsi non portano alla luce niente di nuovo rispetto alle condotte ecclesiastiche se non che parlano del coraggio di migliaia e migliaia di vittime che si sono animate a rompere i patti di segretezza ed hanno denunciato con nomi e cognomi coloro che hanno oltraggiato le loro infanzie. Vittime che, nella loro gran maggioranza, hanno potuto parlare essendo già adulti e non senza attraversare lunghi processi di autoriconoscimento come tali.

    Ciò che è inevitabile, è chiaro, è che con ogni nuova testimonianza sorgevano nuovi dati che permettono comporre il puzzle di metodologie, discorsi e trame simboliche, che si mettono in pratica per consumare cotanta impunità e permettere che gli abusi e violenze si continuino a riprodurre per i secoli dei secoli.

    La scuola di Francesco

    Scandali come quelle delle sedi argentine dell’Istituto Provolo, messo in luce alla fine dell’anno scorso, con i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho alla testa di decine di abusi sessuali a bambine e bambini sordi, lontani da “sorprendere” e “fare notizia”, servono per affondare un poco di più nel fango dell’ipocrisia, la pateticità e l’ignominia coloro che si riempiono la bocca (e i portafogli) parlando di morale e amore al prossimo.

    In questo sito si è già specificato il ruolo di Francesco nelle trame di copertura ai preti pedofili del Provolo. Anche del suo amico, l’arcivescovo di La Plata Héctor Aguer, il quale ha avuto nella sua orbita vari dei denunciati della sede che l’istituto ha nella capitale bonaerense.

    Le recenti dichiarazioni dell’avvocato Thomas Doyle in Australia non fanno altro che confermare che Bergoglio, al di là delle sue diatribe e rapporti aggiornati, è un degno discepolo dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger.

    In un articolo intitolato “I papi e la pedofilia”, pubblicato tre anni fa nel sito La Excepción, è stato detto con precisione che “il papa Giovanni Paolo II ed il suo  cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, Joseph Ratzinger ‘imposero l’obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, eccetera, per far sì che non arrivasse alle autorità civili niente di ciò che aveva a che vedere con casi di pedofilia ecclesiastica’.

    Li si menziona anche un  motu proprio (documento papale) dello stesso Wojtyla, secondo il quale si ordina ai membri della chiesa di avvisare, prima che altri,  la Congregazione per la Dottrina della Fede se vengono a conoscenza “con una certa verosomiglianza, di un delitto riservato, dopo avere realizzato un’indagine preliminare”.

    L’articolo de La Excepción cita a sua volta un lavoro pubblicato dal filosofo Paolo Flores d’Arcais nel quotidiano El País in aprile del 2010, intitolato “Il Vaticano e la pedofilia”. Lì l’autore spiega che, con queste precise direttive, “papa e prefetto informati di tutto (di più, essendo gli unici a sapere tutto) sono, esclusivamente, chi ha la prima e l’ultima parola a proposito dei procedimenti che si devono seguire. La “pena” massima (quasi mai inflitta) non va mai al di là della riduzione in stato laico del sacerdote. In generale, il castigo si limita a trasferire il sacerdote da una parrocchia ad un’altra. Dove, ovviamente, reitererà il suo delitto. “Pena” esclusivamente canonica, in ogni caso. Non si deve effettuare alcuna denuncia davanti alle autorità civili”.

    In questa maniera, conclude Flores d’Arcais, Giovanni Paolo II y Benedetto XVI “hanno preteso ed imposto che i crimini di pedofilia fossero trattati esclusivamente come peccati, invece che come delitti, o al massimo come “delitti di Diritto Canonico”.

    Senza penitenza

    La testimonianza dell’avvocato Thomas Doyle apporta dati che servono per comprendere cosa fa o cosa non fa la gerarchia cattolica negli assunti di abusi sessuali ecclesiastici contro minori d’età. Lo fa anche la commissione che oggi sta indagando sul tema in Australia. Per esempio, si sa già che tra il 1980 ed il 2015 circa 4.500 persone, come minimo, hanno denunciato in questo paese casi di abusi sessuali a minori da parte di quasi duemila preti, laici o monache.

    Ma mentre migliaia e migliaia di vittime continuano a parlare, denunciando e rompendo il silenzio, la chiesa di Bergoglio continua con la sua sostenuta morale senza nemmeno prendere le misure minime per far sì che la pedofilia ecclesiastica smetta di riprodursi.

    Per caso, nessun gerarca cattolico denuncia davanti alla giustizia civile le sue  “pecore smarrite”.

    E molto meno si aprono i fetidi archivi dei tribunali canonici, custoditi a sette mandate, che getterebbero un’importante luce su infinità di casi che le sottane con potere pretendono condannare al silenzio e alla dimenticanza.

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://www.laizquierdadiario.com/Juan-Pablo-II-otro-papa-que-banco-a-muerte-a-los-curas-pedofilos

  • Noi accusiamo lei cardinale Sepe. Ci quereli o si dimetta – Lettera aperta

    Noi accusiamo lei cardinale Sepe. Ci quereli o si dimetta – Lettera aperta

    Quanto sta accadendo a Napoli riguardo al caso del nostro assistito Diego Esposito, malgrado il sottoscritto presiedendo una associazione di vittime sia abituato a sentirne e vederne di tutti i colori, mi ha lasciato particolarmente scosso soprattutto nel vedere quanto i vertici della chiesa napoletana diretta dal cardinale Sepe siano in totale contraddizione con quelle che sono le linee teoriche di tolleranza zero e sostegno alle vittime proposte dalla santa Sede.

    In una nota stampa a firma di p. Luigi Ortaglio diramata ieri (6-2-2017) dalla Diocesi di Napoli, si legge già nel titolo e a caratteri cubitali il nome e il cognome del nostro assistito, violandone gravemente la privacy nonché le disposizioni di legge vigenti relative alla tutela dell’identità delle vittime di abusi sessuali. Un gesto che ha messo in difficoltà notevole il nostro assistito e i suoi familiari, soprattutto i figli minori.

    Diego Esposito, un uomo che fino ad oggi non si è voluto sottrarre a questa battaglia di civiltà, ma che desiderava come è sempre avvenuto, che il suo vero nome non fosse reso noto. (Circostanza di cui se ne sta occupando per la parte penale l’avvocato Gianfranco Iannone (Napoli) il quale nelle prossime ore depositerà per nostro mandato formale querela).

    Nel comunicato stampa della Diocesi si legge che “il sacerdote don Silverio Mura, ascoltato dal Vicario Generale già nel 2010 “fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato da Diego Esposito”.

    Questa prima affermazione solleva una serie più che legittima di domande.

    -Dato che il sacerdote si dichiara innocente e che quindi sarebbe stato diffamato e calunniato dalla vittima e dalla Rete L’ABUSO , che per tutti questi hanno pubblicato la sua foto e il suo nome (vedi ricerca Google), perché non ha denunciato questi gravi fatti a danno della sua onorabilità alle autorità civili ?

    -La stessa cosa vale per la Diocesi di Napoli e per il Cardinale Sepe, anch’essi danneggiati dalla nostra campagna mediatica di denuncia.

    -Perché nel video registrato di nascosto dalla vittima, dove don Silverio viene accusato direttamente da chi subì quelle molestie, il sacerdote non si difende negando le accuse, anzi invita la vittima a pregare con lui e a non rivolgersi ai medici?

    Nel comunicato si legge ancora di un periodo sabbatico chiesto dal sacerdote, ma sfuggono i motivi e soprattutto manca la data.

    Di certo sappiamo che malgrado Diego Esposito avesse denunciato don Silverio per la prima volta alla Diocesi nel 2010, questa si è limitata rimuovere il sacerdote solamente dalla parrocchia, ma malgrado le pesanti accuse gli ha comunque permesso di continuare ad insegnare religione in mezzo ad adolescenti come se nulla fosse.

    Nel 2012 infatti don Silverio presta ancora servizio presso l’Istituto Alberghiero C. Russo di Cicciano, dove risulta nell’organico e dal quale fu rimosso solo dopo la pubblica denuncia della Rete L’ABUSO.  Ma l’anno successivo prestò ancora servizio, questa volta presso un’altra scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla.

    Inoltre diversamente da quanto afferma p. Ortagli il nostro assistito si sottopose alla perizia psichiatrica il 26 aprile del 2016. Era accompagnato dal suo medico, il dott. Alfonso Rossi.

    Quest’ultimo fu costretto a sottrarre il suo assistito da un successivo incontro a causa del clima intollerabile che il medico stesso definì fuori da qualunque parametro civile e pesantemente traumatico per la vittima, la quale ebbe un conseguente crollo psicologico e fu costretta all’ennesimo ricovero ospedaliero.

    Lo stesso padre Ortagli che oggi nega nel comunicato della diocesi la consistenza delle accuse rivolte a don Silverio, confermò in un audio registrato dalla vittima, che il sacerdote era affidato ad una delle comunità che si occupano dei sacerdoti con problemi di questo tipo. Successivamente venne segnalato in quella di Città di Castello (PG).

    Non possiamo ancora non notare che secondo quanto scrive p. Ortagli il procedimento canonico si è concluso nel 2016 – data e mese ignoti – ma la domanda è perché se il processo era stato archiviato nel 2016 nessuno lo ha mai comunicato a Diego?

    E perché prima monsignor Angelo Becciu nel febbraio 2016, poi monsignor Gennaro Acampa nel gennaio 2017 dichiarano che il caso è ancora aperto?

    In qualità di legale rappresentante della Rete L’ABUSO, in quanto vittima che ha subito sulla propria pelle non solo le violenze sessuali di un sacerdote, ma anche l’ostracismo del clero dopo aver denunciato mio carnefice, provo vergogna per l’ atteggiamento della diocesi di Napoli nei confronti di Diego Esposito.

    Insieme alla vittima Diego Esposito esigiamo serietà e coerenza dopo quel comunicato e chiediamo di essere immediatamente querelati dalla curia di Napoli in quanto, stando alle dichiarazioni di Ortagli, mentiremmo sui fatti.

    Malgrado sul caso di Diego Esposito sia maturata la prescrizione ricordiamo alla curia di Napoli che Silverio Mura, al fine di difendere la sua onorabilità ha il diritto di chiedere all’Autorità Giudiziaria la rinuncia alla prescrizione, dando il via ad una indagine e dimostrare così la sua innocenza.

    Rendiamo in fine noto che l’avvocato della rete L’ABUSO, Carlo Grezio (Napoli) che si occupa della parte civile, depositerà nei prossimi giorni una richiesta danni di 1 milione di € più l’indennizzo ai familiari, per i danni subiti dal nostro assistito, Diego Esposito.

    L’Ufficio Legale della Rete L’ABUSO si riserva altre eventuali azioni nei confronti della diocesi di Napoli.

  • Foggia, don cacciato in gran segreto per abusi su minori diventa allenatore e ne violenta 11 baby calciatori

    Foggia, don cacciato in gran segreto per abusi su minori diventa allenatore e ne violenta 11 baby calciatori

    C’è una storia terribile a Foggia, fatta di silenzi e abusi, di un prete stupratore e pedofilo e delle giovani vite di bimbi spezzate senza pietà.

    È la vicenda che ha come orco Don Gianni.

    La storia di don Gianni
    Nel 2012, la Curia caccia in gran segreto Don Gianni Trotta per “essere colpevole di delitti con minori contro il sesto precetto del decalogo (non commettere adulterio)”, riducendolo così allo stato laicale, la pena più dura che può essere inflitta. Ma le prime denunce sono datate 2009: tre anni per arrivare a una scelta. Punito, ma non denunciato alla Procura. Un ordine del cardinale Joseph Levada, a capo della Congregazione, chiede che “la nuova condizione di sacerdote dimesso non dia candalo ai fedeli”. Quindi silenzio sulla punizione, nessuno deve sapere.

    Un ordine che è costato caro, non alla chiesa ma a dei bambini. Ora il prete si trova in carcere, condannato nell’ottobre del 2015 a otto anni di reclusione per violenza sessuale su un 11enne e per produzione di materiale pedo pornografico. Con le stesse accuse si appresta a tornare davanti al giudice per reati commessi ai danni di un’altra decina di bambini. Queste violenze si sono perpetrate dopo la pena inflitta dalla Chiesa, che ha mantenuto il segreto.

    L’arresto e la condanna
    Il 15 novembre del 2014 scatta una perquisizione grazie alla giovane sostituta procuratrice di Bari, Simona Filoni. In una denuncia infatti si legge: “C’è un signore che ha chieso a mia figlia di 11anni, su internet, le sue foto nuda”. Un investigatore dopo anni rivela su La Repubblica: “La cosa più orribile che mi era mai capitata di vedere. Filmati, dvd, foto, chat a ogni ora, solo con bambini, tutto conservato “nel soppalco a casa della madre 90enne”. I bambini nelle testimonianze lo chiamano tutti Don Gianni, l’allenatore della squadra del paese. Ebbene sì, perché dopo essere stato ridotto allo stato laicale è andato a fare il mister. E nessuno gli ha impedito di non farlo.

    E come mai? Trotta non è più prete dal 2012.

    Nessuno può saperlo, la chiesa ha “ordinato il silenzio”. Tant’è che in paese tutti lo credono ancora don: “Al funerale del padre aveva il collarino ecclesiastico”. E ancora: “Frequetava la chiesa, ci aveva detto che era in attesa di una nuova destinazione”. Sorge naturale una domanda: perché gli è stato consentito di frequentare i bambini nonostante i suoi precedenti? Dal punto di vista del diritto canonico, la sentenza della Congregazione è inattaccabile: la pena massima è stata inflitta e la legge italiana non può nulla, fanno ,notare i tecnici su La Repubblica.

    Quella squadra di bambini tempestata di avances poteva essere salvata se solo il vescovo dell’epoca, monsignor Domenico Cornacchia, lo avesse denunciato, impedendogli il ruolo di allenatore. Ovviamente Cornacchia scansa le accuse: “Ma io non sapevo nulla di Trotta”. E prosegue: “Non era un presbitero diocesano, avrebbero dovuto controllare il suo superiore generale e provinciale”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/foggia-don-cacciato-gran-segreto-abusi-su-minori-diventa-1360542.html

  • Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Da sei anni denuncia di essere stato vittima di abusi, ancora tredicenne, da parte di un sacerdote. Ma i suoi appelli alla Curia di Napoli, accusa l’uomo, sono rimasti inascoltati. E così Diego Esposito (nome di fantasia), quarantenne di Ponticelli, si è rivolto al Papa per «denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Gli addebiti contenuti nella missiva inviata a Bergoglio l’11 ottobre scorso, sono stati respinti dalla Curia di Napoli, nella nota diffusa ieri. Gli «atti dell’attività istruttoria» legati alla storia di Esposito – recita il comunicato – sono stati trasmessi alla Congregazione per la dottrina della fede ma «questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale».

    Come stanno davvero le cose? «Nell’anno 2010 – dice il cancelliere di Sepe – abbiamo ricevuto «le lettere da parte della presunta vittima di abusi e del suo psichiatra risalenti al periodo tra il 1986 e il 1992». I I fatti incriminati, sono quelli denunciati più volte da Diego Esposito in passato: studente delle medie presso l’istituto Borsi 2 di Ponticelli, fu vittima di violenze da parte del suo insegnante di religione, S.M, allora viceparroco alla Santissima Annunziata di Pollena Trocchia.

    Nel 2009, a vent’anni da quelle dolorose circostanze, Esposito è preda a un’ansia sempre più incontenibile. Decide
    di rivolgersi a uno psichiatra e poi di sporgere denuncia ai Carabinieri di Ponticelli. Ma è ormai il 2010: il presunto reato non è perseguibile, perché caduto in prescrizione. L’uomo non demorde e a maggio del 2010 si rivolge al cardinale Sepe, «senza avere alcuna risposta», precisa. Ma la nota della Curia smentisce: «L’Arcivescovo – vi si legge – incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine». Fu ascoltata «la stessa presunta vittima», «il suo psichiatra» ed il sacerdote accusato che «fin da subito negò». «Nonostante nulla confermasse le accuse – spiega il comunicato – si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi». Ma è proprio su questo «distacco», che la vicenda si tinge di giallo. Si scopre difatti nel 2012 che don S.M. è stato trasferito all’istituto alberghiero C. Russo di Cicciano, dove insegna religione a breve distanza dalla parrocchia di Pollena Trocchia. E che, dopo le segnalazioni della rete anti-pedofili l’Abuso e della stessa presunta vittima, il prete viene trasferito di nuovo nel 2013 in una scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla. Indignato, Esposito scrive una prima lettera a papa Francesco all’inizio del marzo 2014: accusa il cardinale Sepe di aver ignorato per quattro anni le sue denunce. Tre settimane dopo, il 26 marzo, il Vaticano risponde con una missiva firmata da monsignor Becciu: «Quanto comunicato è stato portato all’attenzione del Dicastero competente». Papa Francesco sarà di parola. La Congregazione per la dottrina della fede affida il 2 ottobre 2014 «all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare un’indagine. Ma a questo punto arriva l’intoppo. Su indicazione del Vaticano, precisa la Curia, Esposito viene invitato a sottoporsi a una perizia psichiatrica di parte, ma l’uomo oppone alla richiesta un secco rifiuto. È forse questa la ragione che nel 2016 fulmina il processo contro il prete accusato da Diego?

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  • Foggia, la Chiesa sapeva ma non “parlò”: ex prete violenta 11 bambini

    Foggia, la Chiesa sapeva ma non “parlò”: ex prete violenta 11 bambini

    Lʼuomo era stato ridotto allo stato laicale nel 2012 per “delicta cum minoribus”, ma la Congregazione decise di mantenere segreti i motivi dellʼallontanamento

    Torna in un’aula di tribunale Giovanni Trotta, ex prete ridotto allo stato laicale, già condannato nell’ottobre 2015 a 8 anni di reclusione per violenza sessuale su un bambino di 11 anni e finito nuovamente in carcere a giugno 2016 con accuse analoghe per reati commessi su una decina di bambini. Polemiche sulla decisione della Chiesa di allontanarlo, già nel 2012, senza però divulgarne i motivi, permettendo di fatto che l’uomo trovasse nuove vittime.

    La riduzione allo stato laicale – Trotta, o don Gianni, come era conosciuto un tempo, era stato infatti ridotto allo stato laicale nel 2012 per “delicta cum minoribus”, ma la Chiesa allora non divulgò i motivi dell’allontanamento, permettendo di fatto che l’uomo potesse in seguito allenare una squadra di calcio di giovanissimi.

    Il silenzio per non dare “scandalo ai fedeli” – All’epoca la vicenda si “risolse” tutta internamente alla Curia. Le prime denunce arrivarono nel 2009 e, nel 2012, la Congregazione per la dottrina della fede decise la riduzione allo stato laicale. Nessuno però denunciò Trotta in procura e, in più, la Congregazione impose al vescovo di non divulgare le ragioni del suo allontanamento per non creare “scandalo ai fedeli”.

    Perché nessuno ha parlato quando don Trotta iniziò ad allenare una squadra di giovanissimi? – Ma è nella stessa decisione della Congregazione che si pone un limite alla riservatezza: ovvero nel caso in cui “se sussiste il pericolo di abuso per i minori, l’Ordinario può divulgare il fatto”, si legge infatti nel provvedimento. Ma perché allora nessuno ha fatto niente quando don Trotta ha iniziato ad allenare la squadra di giovanissimi? A far esplodere lo scandalo per altro non sarà nemmeno l’associazione sportiva, che infatti decide l’allontanamento dell’allora allenatore Trotta per “motivi etici”, ma senza denunciare nulla alla polizia. Sarà invece la denuncia di un padre a portare don Trotta al centro dell’indagine che gli costerà il carcere.

    I “non sapevo” della Curia – Nel frattempo nella Curia di Foggia è un rimpallo di responsabilità scanditi a suon di “non sapevo”. L’allora vescovo monsignor Domenico Cornacchia rilancia infatti la palla: “Non era un presbitero diocesano, avrebbe dovuto controllare il suo superiore generale e provinciale”.

    http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/puglia/foggia-la-chiesa-sapeva-ma-non-parlo-ex-prete-violenta-11-bambini_3055599-201702a.shtml

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/