Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Una tegola sulla testa di Papa Franceso arriva dalla Diocesi di Savona. Confermate le accuse dell’ONU

    Una tegola sulla testa di Papa Franceso arriva dalla Diocesi di Savona. Confermate le accuse dell’ONU

     Cosa ci può essere di più traumatico e al tempo stesso irrazionale e complesso da metabolizzare per una vittima, la quale nel momento in cui vede riconosciuto dalla giustizia il danno subito, se ne vede infliggere immediatamente un altro, sempre per mano di chi lo aveva reso vittima in precedenza ?

    Parliamo di pedofilia clericale, un trauma aggravato dalla soggezione che subisce la vittima, non solo per via della posizione del sacerdote, ma anche per le pressioni sistematiche che questa comincia a subire da parte della curia nel momento in cui denuncia.

    Parliamo di un caso specifico, quello di Francesco Zanardi, vittima a 11 anni e oggi presidente, di certo fastidioso dell’unica associazione che contrasta in Italia la pedofilia nel clero. Francesco non ha voluto raccontare in prima persona questa vicenda, non dà importanza al suo specifico caso perche non lo sente solo suo. Sostiene semplicemente “adesso tocca a me e adesso è il momento di dare un contributo alla causa con questa ulteriore denuncia”.

    Occupandosi di pedofilia a livello nazionale, Francesco ha una visione ampia del problema italiano, ritorsioni simili sono attuate regolarmente contro le vittime che spesso, a causa degli abusi subiti vivono una vita già precaria. L’obbiettivo è quello di farle desistere a denunciare o a proseguire.

    E’ accaduto a Daniel sfrattato dal parroco che aveva abusato del figlio di 3 anni, ad Alessandro, licenziato dalla curia all’apertura delle indagini. Casi come quello di Ferrara, dove una bambina di 13 anni messa incinta dal parroco, ha dovuto subire per nove mesi il ricatto che se avesse parlato, il prete abusatore avrebbe sfrattato lei e la sua famiglia. E’ riuscita a mantenere il segreto, solo 9 mesi.

    Purtroppo l’elenco di queste violenze  è ancora lunghissimo e sono tutti casi tristemente attuali, i cui abusi sono stati confermati dalla giustizia.

    Tutte vittime che mentre la legge da un lato indaga e riconosce loro il danno subito, gli stessi carnefici dall’altro infliggono una nuova violenza, conseguenza dell’aver denunciato. Tutto sotto gli occhi delle istituzioni che restano a guardare, apparentemente impotenti.

    Purtroppo le denunce di Zanardi e della Rete L’ABUSO trovano triste conferma anche nelle due pesanti relazioni dell’ONU, che condannano il Vaticano per queste sue politiche criminali inserendole nel capitolo di tortura.

    Infatti ciò che sta accadendo a Zanardi è particolarmente significativo perchè avviene dopo queste condanne e sopratutto perchè chi sta attuando altre violenze a quest’uomo, è un vescovo che nella vicenda, fino ad ora era totalmente estraneo ai fatti.

    La domanda viene spontanea: come mai una persona estranea ai fatti si spinge ad un gesto stupido ed impopolare, nei confronti di una vittima e in presenza di una condanna, nella quale non si ravvisa solo la responsabilità del pedofilo, ma sopratutto l’operato criminale di quella diocesi?

    Una vicenda che mette parecchio in bilico anche Papa Francesco, che come hanno raccontato i giornali è al corrente dello specifico caso savonese. Apparentemente le politiche di Papa Francesco sembrano in’attuabili oltre che inefficaci se quello che vediamo è il risultato di un caso arrivato fino alla sua attenzione.

    Per ora Zanardi non vuole rilasciare dichiarazioni in merito alla vicenda, per rispetto del vincolo di riservatezza dovuto ad una trattativa tra avvocati con la diocesi savonese, che in base al provvedimento del tribunale di Savona dovrà risarcire lui e le altre vittime. Chissà se la diocesi come suggerisce il buonsenso accetterà l’accordo o farà anche in questo caso ostruzionismo. Staremo a vedere.

    Nel frattempo Zanardi ha ricevuto la solidarietà delle vittime con le quali lavora, degli amici e anche dei colleghi statunitensi di SNAP, i quali gli hanno offerto appoggio.

    Simone S. Genova

     

  • Pedofilia, l’arcivescovo a processo per pedofilia non ricorda se negli anni ’80 violentare un bambino fosse reato (FOTO)

    Pedofilia, l’arcivescovo a processo per pedofilia non ricorda se negli anni ’80 violentare un bambino fosse reato (FOTO)

     Un processo per pedofilia coinvolge la diocesi americana di Saint Paul e Minneapolis e quella di Winona, in Minnesota. Si tratterebbe di un abuso sessuale compiuto negli anni ’70 da un sacerdote ai danni di un bambino che soltanto ora, diventato adulto, ha deciso di trascinare in tribunale i responsabili. E così lunedì è arrivata la deposizione dell’arcivescovo di Saint Paul, Robert J.Carlson,che all’epoca della presunta violenza svolgeva l’incarico di vescovo ausiliare nella diocesi incriminata.

    Carlson ha però sorpreso il procuratore affermando di non ricordare se in quegli anni stuprare un bambino fosse reato. O meglio: non ricorda di averlo saputo. Queste le sue parole durante l’interrogatorio: “Non sono sicuro di aver saputo che fosse un reato, ma so che oggi lo è”. Il procuratore, sorpreso dalla risposta, ha insistito. Carlson ha spiegato di avere subito sette interventi chirurgici a causa di un tumore, addebitando ai medicinali la mancanza di memoria.

    La diocesi ha ritenuto necessario diramare un comunicato per dare ulteriori spiegazioni alle sue parole: “Nonostante non sia in grado di ricordare la sua conoscenza della legge in fatti accaduti molti anni fa, l’arcivescovo ha chiaramente affermato di sapere che oggi l’abuso sessuale nei confronti dei minori è reato”. E poi: “La domanda (del procuratore, ndr) non riguarda il giudizio morale dell’arcivescovo sulla pedofilia, che egli ritiene un crimine orrendo”.

    L’abuso sessuale, secondo quanto afferma la vittima, sarebbe avvenuto una quarantina di anni fa all’interno della chiesa cattolica St. Thomas Aquinas a Saint Paul Park. Ma non è l’unico caso entrato nel processo: nel 1987 un altro ragazzino sarebbe stato molestato nella stessa diocesi di Carlson.

    L’arcivescovo ha ammesso di non aver mai riportato i presunti casi di pedofilia alle forze dell’ordine, ma di avere incoraggiato una coppia di genitori a farlo. Ha poi affermato che nel 1996 – quando altri casi di molestie stavano sorgendo – non sapeva la pedofilia fosse un disturbo impossibile da curare: “Non lo sapevo ma la mia preoccupazione continuava a crescere”.

    Carlson però è convinto di avere agito nella migliore maniera possibile, nonostante qualche errore: “Penso che se andiamo indietro nella storia, l’insieme della società non sapeva di cosa stessimo parlando (a proposito della pedofilia, ndr). Penso che nemmeno gli psicologi lo sapessero, e penso che non siamo riusciti a comprenderlo completamente. Anche i presidi delle scuole non sapevano cosa fosse, nessuno capiva che si trattava di un problema serio”. Una linea di difesa molto simile a quella utilizzata recentemente dal cardinale statunitense Roger Mahony: “All’epoca non capivamo“.

  • Onu, inseriti nel capitolo tortura  gli abusi sessuali di preti e religiosi. ALL’ITALIA CHIESTO DI RIVEDERE PARTE DEI PATTI LATERANENSI

    Onu, inseriti nel capitolo tortura gli abusi sessuali di preti e religiosi. ALL’ITALIA CHIESTO DI RIVEDERE PARTE DEI PATTI LATERANENSI

     di Maria Antonietta Calabrò – GINEVRA – Nelle sue raccomandazioni e osservazioni conclusive sul Rapporto presentato dalla Santa Sede, rese note oggi, il Comitato dell’Onu contro la tortura (leggi documento integrale) ha chiesto che il Vaticano dia una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo loro tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), la sospensione immediata dei sacerdoti accusati, pieni poteri d’inchiesta per la nuova Commissione pontificia presieduta dal cardinale Patrick O’Malley, la revisione dei Concordati nazionali (come quello del Laterano con l’Italia) nella parte in cui mettono al riparo la gerarchia cattolica dall’obbligo di denuncia dei reati di cui vengono a conoscenza. E che l’arcivescovo Joseph Wesolowsky, ex nunzio nella Repubblica domenicana, venga o estradato a Porto Rico oppure venga sottoposto a processo penale in Vaticano, poiché non gli può essere riconosciuta l’immunità. Vengono inoltre richiesti alla Santa Sede adeguati risarcimenti per le vittime, e oltre gli indennizzi, misure di riabilitazione e cura sia fisica che psicologica. E questo deve valere anche per gli Ordini religiosi e non solo quando a commettere l’abuso è stato un sacerdote del clero secolare. A questo riguardo viene fatto esplicitamente l’esempio delle «Magdalene Laundries» irlandesi (portate a conoscenza del vasto pubblico dal film «Philomena»). Il Vaticano dovrà infine assicurare sul proprio website ufficiale la pubblicazione delle Raccomandazioni del Comitato in più lingue.

    Abusi sessuali

    Al di là di tutte le citate richieste specifiche, per la prima volta, in base alla giurisprudenza dello stesso Comitato, gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici , finiscono sotto le prescrizioni della Convenzione contro la tortura, di cui davanti al Comitato è stata chiamata a rispondere la Santa Sede in tutto il mondo, e non solo – è scritto esplicitamente – nel piccolo territorio dello Stato della Città del Vaticano. Questa equiparazione avrà una conseguenza giuridica importante: perché nei tribunali dei Paesi che hanno nel proprio ordinamento il reato di tortura (in Italia e’ stato introdotto il 5 marzo 2014, ed è applicabile a tutti i cittadini e non solo ai pubblici ufficiali) l’abuso sessuale sui minori potrebbe non essere più soggetto a prescrizione. Il Comitato chiede anche che venga assicurato un meccanismo indipendente in cui le vittime possano denunciare in modo confidenziale gli abusi, in modo che possano essere sottratte a pressioni e ricatti. Vengono infine chieste statistiche sui casi di effettiva collaborazione con le autorità civili da parte della Congregazione per la dottrina della Fede. I dati dovranno essere forniti nel prossimo Rapporto che sarà presentato a Ginevra dal Vaticano nel maggio 2018, in base ad una lista di domande che verranno presentate dal Comitato esattamente tra un anno. Il Comitato ha dato atto alla Santa Sede di aver introdotto il reato di tortura nel nuovo codice penale con la lettera apostolica di Papa Francesco dell 11 luglio 2013, e della creazione della nuova Commissione pontificia per la protezione dei minori, il 5 dicembre 2013.E ha ricordato che le linee guida della Congregazione per la dottrina per la fede del 3 maggio 2011 (durante il pontificato di Benedetto XVI) prevedono che «le prescrizioni della legge civile riguardanti la denuncia di questi crimini alle autorità preposte devono essere sempre seguite».

    La reazione della Santa Sede

    La Santa Sede «prenderà in seria considerazione le raccomandazioni» del Comitato Onu contro la Tortura sulla questione della pedofilia, è stata questa la prima reazione della Santa Sede che ricorda anche l’impegno «finanziario» su questo fronte citando ad esempio i 2,5 miliardi di dollari di risarcimenti alle vittime di pedofilia negli Stati Uniti; sempre negli Usa sono stati spesi 78 milioni di dollari per le terapie. Una spesa di 20,4 milioni di euro è stata fatta invece dall’arcidiocesi di Dublino.Premesso tutto questo, la Santa Sede torna però a ribadire le sue «osservazioni» contro il metodo che è stato seguito sulla vicenda dalle Nazioni Unite. Ovvero per il Vaticano la pedofilia, pur essendo «un crimine serio e una grave violazione dei diritti umani», non rientra nella Convenzione contro la Tortura.

    http://www.corriere.it/esteri/14_maggio_23/onu-inserisce-concetto-tortura-abusi-preti-religiosi-856c2f8c-e267-11e3-ac6b-33bb804580af.shtml

  • Vittime minacciate di morte. Vaticano – Libano – Francia, le incredibili protezioni di p. Mansour Labaky, pedofilo maronita, Prete condannato dal Vaticano ma non spretato.

    Vittime minacciate di morte. Vaticano – Libano – Francia, le incredibili protezioni di p. Mansour Labaky, pedofilo maronita, Prete condannato dal Vaticano ma non spretato.

     COPERTO E AMMANICATO IL PRETE PEDOFILO LIBANESE.
    LE VITTIME MINACCIATE DI MORTE

    37655. PARIGI-ADISTA. Sta assumendo connotazioni paradossali la vicenda del sacerdote libanese p. Mansour Labaky, condannato il 23 aprile 2012 dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre minori (oltre ad abusi su una maggiorenne). Fra le pene inflittegli, «la privazione di tutti gli uffici ecclesiastici» e «l’interdizione di esercitare qualsiasi forma di direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche». Il sacerdote aveva poi fatto ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che lo ha rigettato il 19 giugno 2013 (v. Adista Notizie n. 34/13). Il mese scorso – ne informa il quotidiano cattolico francese La Croix il 6 maggio – l’avvocato di Labaky, Antoine Akl, ha inviato un’ingiunzione a mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana, e agli ecclesiastici responsabili del Tribunale ecclesiastico di Parigi accusandoli di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. L’accusa fa leva su circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, mail che sono state letteralmente rubate dagli indirizzi elettronici praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e addirittura in Vaticano. «Avendo scoperto la vostra connivenza nella perpetrazione del vostro crimine», si legge nel durissimo testo dell’avvocato, «mons. Labaky vi avverte e vi ingiunge di non intervenire nel suo processo, e vi informa che è libero di agire e (…) di godere dei propri diritti e prerogative in maniera assoluta e senza restrizioni». Cosa peraltro non vera: la condanna della CdF prevede la scomunica nel caso che il sacerdote violi le restrizioni cui è sottoposto.

    Tutti gli interessati sono stati convocati per il 29 maggio da un giudice istruttore libanese. E tuttavia la convocazione potrebbe non approdare a nulla visto che lo stesso giudice a fine aprile ha dichiarato irricevibile la denuncia in quanto istanza incompetente in questioni che riguardano la Chiesa.

    Ciò malgrado, l’avvocato non se ne dà per inteso e continua ad intorbidire le acque dichiarando sui giornali libanesi di aspettarsi che «la sentenza invii tutti in prigione per una durata di tre anni». E il 3 maggio, sul sito Tayyar.org, definendo la faccenda «uno dei più grandi scandali che ha conosciuto la Chiesa», ha accusato di complotto non solo le autorità citate sopra, ma anche il nunzio a Parigi, mons. Luigi Ventura.

    Padre Labaky è persona molto influente: «Ha avuto un ruolo significativo durante la guerra del Libano – ricorda La Croix –, beneficia di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari». Un dossier con il suo caso è stato trasmesso a papa Francesco dal patriarca maronita Beshara Raï, ma nulla potrà cambiare per p. Labaky secondo un canonista interpellato dal quotidiano francese: «La questione è chiusa», sostiene, «è impossibile giuridicamente tornare indietro sulla condanna (…). Lo stesso papa non può andare contro la legge della Chiesa» (anche se, viene da commentare, il potere decisionale del papa è assoluto).

    L’influenza del sacerdote è tale che in Libano le vittime subiscono forti pressioni, fino a minacce di morte e per due di loro la perdita dell’impiego. I ripetuti interventi mestatori dell’avvocato sui media libanesi non fanno che aggravare la loro situazione. Le vittime si sono rivolte ripetutamente ai dicasteri vaticani competenti, in passato chiedendo l’aiuto di loro avvocati (una spesa che varie delle vittime non potevano sostenere), ora – dopo le ferme decisioni di Benedetto XVI e di Francesco contro gli abusatori – chiedendo solo sostegno psicologico e solidarietà: la risposta è stata sempre, detta in soldoni, “abbiamo fatto la parte nostra, adesso arrangiatevi!”. Eppure per fermare la persecuzione che stanno subendo le vittime – se non per giustizia – basterebbe che si spendesse qualche parola e si prendesse qualche misura contro i potenti sostenitori di p. Labaky. Ma servirebbe innanzitutto un briciolo di volontà. (eletta cucuzza).

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=53925

  • PEDOFILIA A PORTOCANNONE, IL DOLORE DI GIADA: DON MARINO GIRA IMPUNEMENTE E CI POSSIAMO INCROCIARE PER STRADA

    PEDOFILIA A PORTOCANNONE, IL DOLORE DI GIADA: DON MARINO GIRA IMPUNEMENTE E CI POSSIAMO INCROCIARE PER STRADA

    Giada Vitale la 18enne di Portocannone, violentata per quasi cinque anni dal parroco Don Marino Genova, sta ritornando piano piano alla normalità. Ha ripreso a suonare anche il pianoforte, dopo aver lasciato il Conservatorio. E’ stata invitata nuovamente a suonare davanti al pubblico. Stava per tornare alla normalità seguendo il suo percorso di recupero dal trauma, aspettando il processo penale contro il prete che l’ha abusata per anni e la discussione del caso davanti al Santo Uffizio.

    Ce la sta facendo ma il suo percorso di recupero appare disturbato da avvenimenti che sia la legge che la giustizia ecclesiastica dovrebbero evitare.  A minare il percorso faticoso è la possibilità di incontrare per strada il suo carnefice. Quando meno se lo aspetta, nei giorni in cui magari si alza serena per essere venuta al mondo.

    Il suo dolore lo ha espresso mediante il profilo facebook e ci ha autorizzate a parlarne. Ecco quanto accaduto tre giorni fa: Un risveglio alquanto sereno, l’ impegno della palestra , quando sulla strada incontro Marino Genova in macchina con dei ragazzi, presumibilmente i suoi nipoti. Lo percepisco a distanza che è lui, guardo per avere la conferma e già il mio battito cardiaco aumenta fino a darmi malessere. Si, è proprio lui, tutto festante , felice di intraprendere una giornata in pieno sole. Scompare in me quella parvenza di serenità. Penso:” ma come … la vittima si organizza la giornata impasticcandosi di pillole per non morire; il carnefice, tutto tanquillo, come se nulla fosse stato se ne va a zonzo”. Ingiustizie che toccano ed ogni giorno intossicano la vita di chi non ha fatto nulla per meritare tutto quello che le è accaduto. Tutto tace, se non il cicaleccio perfido e lesivo di alcune persone che non si vogliono arrendere alla verità dei fatti.

    Il dolore si può toccare con mano. E’ una cosa che non dovrebbe accadere ne a lei ne a nessun’altra vittima che prova a prendere la sua vita in mano. Due sono le cose che dovrebbero avvenire: una modifica della legge dello stato e una di quella del diritto ecclesiastico. Ed è proprio la Chiesa che non dovrebbe permettere ai preti accusati di pedofilia di tornare nei luoghi frequentati dalla sua vittima. L’allontanamento andrebbe applicato come Dio comanda e non a chiacchiere. Don Marino Genova nel basso Molise non dovrebbe più tornare. Almeno fino a quando il caso non si chiude. E mai più se e quando venisse confermata la sua colpevolezza.

    Tutto questo andrebbe garantito non solo dalla giustizia ecclesiastica ma anche da quella ordinaria. La quale tutti i santi giorni mette le vittime di violenza a rischio. Che lascia liberi i colpevoli e fa in modo che le vittime siano a rischio femminicidio. Come se nulla fosse, come se la vita delle donne non valesse proprio nulla. E’ questo che noi di Unavoceperledonne chiediamo a grande voce alle due giustizie impegnate sul caso. Per la serenità e per il recupero psicologico di Giada. L’unica persona che merita tutela in questo caso.

  • Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

    Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

     Genova – A Genova e a Roma. In anni diversi. Ha commesso abusi su un ragazzino originario del Frusinate a lui affidato, vittima che per l’umiliazione tentò di uccidersi. Con quell’accusa sarà processato Vito Beatrice, 70 anni, sacerdote appartenente alla Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, nella chiesa di Sant’Alessio, nella zona dell’Aventino, nel cuore di Roma.

    Il gup Giulia Proto, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Maria Monteleone, ha disposto il suo rinvio a giudizio, fissato il 10 ottobre prossimo l’inizio del processo davanti alla VIII sezione collegiale del tribunale capitolino.

    Vittima degli abusi, un giovane oggi 28enne, all’epoca dei fatti minorenne. Secondo l’accusa, padre Beatrice, in molteplici circostanze (i fatti contestati sarebbero stati commessi a Roma tra maggio e ottobre 2000 e a Genova tra maggio 2002 e ottobre 2004) «con abuso d’autorità derivante dalla sua posizione di precettore e padre spirituale – si legge nel capo d’imputazione – avendo avuto dai genitori in affidamento il minorenne per ragioni di educazione ed istruzione, costringeva la persona offesa a compiere e subire atti sessuali reciproci».

    Violenze sessuali che inizialmente la vittima non aveva raccontato, tenendo dentro di sé un dolore talmente insopportabile che nel febbraio 2010 lo portò a tentare di togliersi la vita gettandosi da una finestra di una discoteca in un fiume nella zona di Frosinone.

    Fu allora che decise di raccontare tutto prima alla fidanzata (che lo trovò che annaspava nell’acqua) e poi ai genitori (che lo hanno accompagnato oggi per l’udienza preliminare). Nel gennaio 2011 denunciò i fatti per i quali adesso il religioso sarà processato.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/04/30/AQq8CagC-giudizio_genova_minore.shtml

  • Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Da che mondo e mondo si ha diffamazione quando la notizia riferita dal presunto diffamante, verosimilmente a mezzo stampa ma anche in discussioni private, è falsa. Anche solo parzialmente falsa, nel senso che potrebbe essere basata su dati veri ma riportati secondo interpretazioni soggettive non supportate da riscontri oggettivi. Questo è quello che dice il buon senso ed è anche l’assunto su cui si basa la corrente giurisprudenza, anche perché diversamente verrebbe violato il principio costituzionale della libertà di parola e di stampa.

    Notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale

    Non è evidentemente dello stesso avviso il seminario della diocesi di Acqui (AL), visto che aveva denunciato il mensile francescanoTempi di fraternità per un articolo, pubblicato online anche dal sitoTrucioli savonesi, in cui vengono riportate sul seminario notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale, che ha rigettato il ricorso e ha perfino condannato il seminario al risarcimento delle spese legali affrontate dalla controparte. In realtà l’articolo non ha nemmeno toni di rimprovero, semmai esorta il vescovo di Acqui a procedere nella sua opera di deopacizzazione già pubblicizzata dal settimanale Panorama Economy. E nel farlo mette in luce alcune vicende a dir poco discutibili.

    Oggetto della controversia è la splendida Villa Paradiso in quel di Varazze, immobile di proprietà del seminario vescovile utilizzato come struttura ricettiva di lusso, dotata di parco con piscina e campo da golf, il tutto senza nessuna licenza e senza nemmeno pagare l’Ici. Il Secolo XIX aveva pubblicato un’inchiesta sull’anomalo utilizzo di quell’immobile, stuzzicando così i vigili urbani di Varazze che nel giro di qualche giorno bussarono alla porta del resort contestando, tra le altre cose, anche il reato di abuso edilizio per aver trasformato il sottotetto e frazionato la villa in unità abitative. Un totale di 5.000 euro di ammenda. È lo stesso quotidiano a darne notizia, in un articolo in cui si fa riferimento anche al palazzo del Seminario Maggiore di Acqui dato in concessione agli albergatori locali per farne un ostello con 40 camere. L’articolo contiene anche un’intervista in cui il direttore del seminario don Giacomo Rovera si difende dalle accuse. O almeno ci prova.

    Per il prete si tratta semplicemente di sfruttare degli immobili che a causa del calo vocazionale sono rimasti sostanzialmente vuoti. Mentre cerchiamo di capire la provenienza dello stridio che si avverte nell’aria possiamo, se lecito, dare un suggerimento per un possibile utilizzo alternativo. Il suo più alto superiore, infatti, giusto pochi mesi fa aveva chiesto che i conventi vuoti non venissero utilizzati per lucrare ma venissero impiegati per accogliere i rifugiati, ma pare che quell’appello non abbia avuto molto seguito. Diciamo pure che non ci risultano simili cambi di destinazione finora. In un simile contesto la diocesi di Acqui potrebbe volersi distinguere adeguandosi, probabilmente per prima, all’appello papale.

    Il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta

    Ma torniamo alla vicenda giudiziaria. Per il seminario chi riporta questi fatti, che sono talmente veri al punto che ci sono perfino verbali ufficiali della polizia municipale, diffama. Deve trattarsi di un’interpretazione inusuale del messaggio evangelico “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3). Diffamatori sono persino gli avverbi, e infatti il seminario contesta all’articolista di aver etichettato il mancato ricorso del comune di Varazze contro la sentenza del Giudice di Pace, che per inciso ha respinto la cartella per il pagamento dell’Ici non versata, con l’avverbio “stranamente”. In effetti un mancato ricorso da parte di chi amministra la cosa pubblica non può essere considerato strano, no, dovrebbe essere considerato assurdo. E diffamatorio è anche l’aver detto che Renato Bonora, il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta fraudolenta, e che quindi la sua scelta è inopportuna per un ente religioso.

    Le motivazioni con cui il Tribunale ha respinto il ricorso sono innanzitutto il fatto che si tratta di notizie vere, e come già detto laddove c’è verità non può esserci diffamazione. Poi, nella sentenza si pone l’accento anche sul diritto di cronaca laddove si legge che “ogni cittadino italiano cattolico ha interesse – e diritto – ad essere reso edotto di come la Chiesa gestisce ed utilizza i beni di cui dispone”. Fortunatamente il testo non si ferma a questo punto ma continua: “anche indipendentemente, poi, dal credo religioso, la Chiesa è una istituzione la cui rilevanza pubblica è imprescindibile, ciò da cui consegue l’interesse pubblico delle notizie che ne riguardano le attività istituzionali”. Perché è giusto dire che i cattolici, a maggior ragione in quanto tali, devono conoscere le attività dell’organizzazione di cui fanno parte, purché si ammetta anche che in forza della dimensione pubblica della Chiesa, anche e in quanto destinataria di risorse statali, tale diritto ce l’ha anche chi cattolico non è. O non è più.

  • Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

    Elisa Claps, parla il fratello: “Ho le prove, un sacerdote sapeva dov’era mia sorella”

     Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore.

    Il cadavere di mia sorella Elisa fu trovato nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza il 17 marzo 2010, ma non è credibile che per diciassette anni nessuno abbia visto lì il suo corpo. Il suo ritrovamento è stata una messinscena e voglio sapere chi Tha organizzata”. A parlare è Gildo Claps, 49 anni, fratello di Elisa, la studentessa di 16 anni sparita il 12 settembre 1993 e ritrovata poi nel sottotetto di quella parrocchia ormai quattro anni fa. A ucciderla con 12 coltellate, dopo un tentativo di stupro, è stato Danilo Restivo, oggi 41 enne, che nel 2013 è stato condannato dai giudici a trent anni di carcere. Il suo Dna era sui vestiti della sedicenne. L’uomo, sfuggito alla giustizia italiana per anni, si è macchiato nel frattempo di un altro delitto: rifugiatosi in Inghilterra, a Bournemouth, ha ucciso la sua vicina di casa, Heather Barnett, una sarta 40enne.

    “TANTE DOMANDE SONO SENZA RISPOSTA” Ma il giallo della scomparsa e della morte di questa studentessa di Potenza non è stato risolto. Non si può ancora mettere la parola fine a questa brutta storia, perché la famiglia di Elisa vuole capire chi abbia organizzato quella dolorosa messinscena. Non solo, vuole che sia trovato e punito chi ha coperto 1 assassino, chi ne ha favorito la fuga e la latitanza, vuole capire come mai per anni non siano state fatte indagini serie, perché la poliziotta che indagava, Anna Esposito, sia morta misteriosamente a soli 35 anni. Un lungo elenco di domande a cui sta cercando di dare delle risposte la Procura di Salerno che conduce la cosiddetta inchiesta bis. I magistrati vogliono punire icomplici che hanno aiutato Restivo nella sua lunga latitanza durata oltre 17 anni. L’indagine ha già portato al processo per falsa testimonianza due donne delle pulizie della Curia potentina, Margherita Santarsiero e la figlia, Annalisa Lo Vito. Le due affermarono di aver scoperto i resti di un cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità nel 2010 ma poi, forse intimorite, ritrattarono. Dice Gildo Claps: «Molti sapevano dov era Elisa, ma hanno preferito tacere fino al marzo di 4 anni fa, quando ce stata la messinscena del ritrovamento. Per noii assumersi alcuna responsabilità in questa vicenda, il clero di Potenza ha fatto ritrovare i poveri resti di mia sorella a persone estranee. Ricordiamo che a trovarli furono tre operai romeni chiamati a riparare un infiltrazione. Ma in tanti sapevano da anni che erano lì, in quel sottotetto, a cominciare dalle donne delle pulizie. E ora vi spiego perché. Innanzitutto, Restivo era un assiduo collaboratore della parrocchia e subito la polizia si convinse che fosse stato lui a rapire Elisa, forse in chiesa. Ce scritto in uno dei primi rapporti della polizia, insabbiati per anni negli archivi della Questura di Potenza. Ecco quanto si legge nel documento: «La ragazza è stata presumibilmente sequestrata da Restivo a scopo di atti di libidine». Poi, nel 1996, tre anni dopo la scomparsa di Elisa, furono effettuati dei lavori nella chiesa. Furono posizionati dei grossi tiranti d acciaio sul soffitto: uno di questi è stato messo a 15 centimetri dal cadavere di Elisa. Come possibile che gli operai non abbiano visto quei poveri resti che erano proprio lì, davanti a loro? Ce una terza prova che il ritrovamento di mia sorella nel 2010 fu solo una orribile messinscena. Gli esami sulle spoglie hanno appurato che il cadavere è rimasto a lungo schiacciato sotto dei materiali di risulta, ma quando fu trovato nel 2010 c erano sopra solo due tegole. Posso quindi pensare che qualcuno abbia rimosso quei detriti j tempo prima, abbia visto Elisa, ma abbia taciuto. Infine, del caso di Elisa si occuparono anche i servizi segreti e in un’informativa si legge che “il corpo della Claps è nascosto in un luogo dove a nessuno sarebbe venuto in mente di cercare”. Una chiesa forse? Solo che quest’informativa è rimasta segreta per molto tempo. Nel 2001 è vero che si fecero delle ricerche nella chiesa, ma si controllò negli scantinati. Insomma, si cercò ovunque tranne dov era mia sorella. Il cadavere poi saltò fuori misteriosamente nove anni dopo». Gildo Claps vuole anche soffermarsi sulle fasi del ritrovamento: «Sembra un film tragicomico, dove bugie assurde ai alternano a mezze verità. Quando nel 2008, dopo 48 anni ai vertici della parrocchia della Trinità, don Mimi Sabia morì, venne sostituito da un prete congolese, che dopo un anno chiese di tornare in Congo. In quei 12 mesi, però, il sacerdote diede ordine di ripulire la chiesa. Chiamato a testimoniare, dirà, però, di non ricordarsi nulla, eppure rammento anch’io il fervere dei lavori con gli operai che uscivano con le carriole piene di macerie. Forse venivano dal sottotetto? Forse qualcuno già allora vide mia sorella? A fine 2009, il clero di Potenza, grazie alla pressione di giornali e Tv, si convinse a far trovare il cadavere di mia sorella, tramite le due donne delle pulizie. Le due avrebbero avvertito l’allora parroco don Wango Oliveira de Silva, che subito chiamò il vescovo a Roma. Solo che l’alto prelato capì che il giovane prete brasiliano aveva trovato un “ucraino” anziché un “cranio” e delle ossa. Capite l’assurdità? In ogni caso, ufficialmente se ne disinteressò, o meglio se ne dimenticò, fino all’arrivo dei tre ignari operai romeni chiamati a riparare un’infiltrazione nel tetto. Non ha dell’assurdo questa storia? Non si dimentichi che il giorno prima che arrivassero gli operai romeni, il parroco e il vescovo si avventurarono nel sottotetto a caccia della perdita senza trovarla. Avete mai sentito di un vescovo che si scomoda per trovare un infiltrazione in una chiesa?».

    LE MENZOGNE DI DON PIERLUIGI Ora cerchiamo di rispondere alle altre domande che si pone da anni la famiglia di Elisa. Chi ha aiutato Danilo Restivo? Torniamo, dunque, indietro a quel 12 settembre 1993 e proviamo a capire come quelFallora giovane maniaco abbia fatto a compiere un delitto tanto atroce e a farla franca. Un dato di fatto, acquisito ormai in tutte le indagini, è che Restivo appartiene a una ricca famiglia di Potenza, che si dice sia vicina alla massoneria e che negli anni *90 era anche molto potente in città per via dei suoi legami con Tallora ministro degli interni, Emilio Colombo. Detto questo, chi avrebbero convinto ad aiutarli per proteggere quel figlio assassino, già noto in tutta Potenza perché tagliava le ciocche di capelli alle ragazzine? Un nome balza fuori dai faldoni. Continua Gildo Claps con gli atti alla mano e la voce remente per la rabbia: «Si tratta di un prete. Si chiama don Pierluigi Vignola: era il cappellano della questura di Potenza. Ha detto due gravissime menzogne, che hanno avuto conseguenze tremende. Ecco la prima. Il giorno della scomparsa di mia sorella sostituiva don Mimi Sabia che era partito per le cure termali. Quando Elisa è scomparsa, lui era nella chiesa della Trinità, ma dirà agli inquirenti che non sapeva della sparizione di mia sorella. Questa è la prima bugia. Ma come ha potuto dire una cosa del genere? Il paese era tappezzato di manifesti con la foto di Elisa e tutti sapevano che era svanita nel nulla. Cerano centinaia di persone che la cercavano e io stesso mi sono recato in chiesa per chiedere informazioni. Questa invece è la seconda menzogna: don Vignola ha detto agli inquirenti di non conoscere Danilo Restivo, quando invece proprio qualche tempo prima dell’uccisione di Elisa, aveva molestato perfino sua sorella!». Gildo Claps si ferma e continuiamo noi di Giallo a dirvi chi è don Pierluigi Vignola. Coinvolto più volte in losche vicende, a suo carico ce poi una vicenda di molestie telefoniche a una donna. Per concludere, nei mesi scorsi, don Vignola è stato coinvolto in un ingarbugliata storia di relazioni pericolose tra politica e imprenditoria. Con un provvedimento firmato da un magistrato antimafia di Catanzaro, il sacerdote si è trovato indagato insieme a Nicola Tripodi, capo di una famiglia mafiosa, per il reato di associazione mafiosa. Gildo Claps ritrova le forze e continua: «Le menzogne di quest’uomo di Chiesa, che ha disonorato la sua tonaca, non sono finite: ha un ruolo fondamentale anche nell’inchiesta sulla morte misteriosa, avvenuta il 12 marzo 2001, del commissario Anna Esposito, la poliziotta di 35 anni che seguiva il caso della scomparsa di mia sorella. Con le sue dichiarazioni, violando il segreto del confessionale, ha spinto gli inquirenti a considerare la morte di Anna un suicidio. Al pubblico ministero che indagava sulla morte del commissario, disse: “Anna mi aveva riferito in confessione che aveva già tentato il suicidio”. Bastò questa dichiarazione per far archiviare il caso. Ormai è chiaro a tutti che la poliziotta è stata uccisa proprio perché a conoscenza di dettagli sconvolgenti sulla morte di mia sorella. E io voglio sapere da chi: sono sicuro che Anna Esposito avesse scoperto dove si trovava il corpo di mia sorella. Mi chiese un appuntamento, forse voleva parlarmi proprio di quel segreto inconfessabile. Ma a quelPappuntamento non è mai arrivata, perché è morta, strangolata con una cintura. Altro che suicidio, anche quella fu una massinscena e questa coraggiosa poliziotta merita giustizia. Mi fa una grande rabbia sapere che mio padre è morto senza conoscere tutta la verità su cosa accadde a sua figlia».

  • Don Roberto Mastro, il dottor Jekyll a processo per abusi su 17 minori di 14 anni

    Don Roberto Mastro, il dottor Jekyll a processo per abusi su 17 minori di 14 anni

    Amici di Simeri Crichi, Catanzaro, Crotone e zone limitrofe, ecco che succede a due passi da casa vostra, nel silenzio di quasi tutti. 17 minori di 14 anni che accusano violenze sessuali; 3 anni e mezzo di indagine per un processo contro don Roberto Mastro da Belcastro, un prete nascosto chi sa dove, un vescovo che lo protegge finché può e alla fine gli fa causa (per non far pagare i risarcimenti alla diocesi); una stampa complice e una opinione pubblica muta. Santa Pasqua! 

    Una pagina del vecchio sito della diocesi di Crotone-Santa Severina. Sul nuovo non c’è traccia né di don Roberto Mastro e né dell’avvocato Aldo Truncè. 
    Nei suoi appartamenti è padrone. Nella sua città, Crotone, è vescovo. Per tutti, invece, è don Mimì. Mons. Domenico Graziani, presule della diocesi di Crotone-Santa Severina. Sorride. Benedice. E soprattutto guida le sue pecorelle come un vero pastore. Da qualche tempo, però, una preoccupazione lo affligge. E si sente come Gesù in Croce. Perseguitato dai fedeli. Inviso dai suoi sacerdoti. Don Roberto Mastro è colpevole o innocente? Da qualche tempo il dubbio gli fa sanguinare il cuore e disorientare la mente. Almeno da quattro anni a questa parte, quando i carabinieri, la sera del 10 dicembre 2010, lo invitano a scappare dalla parrocchia di Belcastro. E lui, in tutta fretta, a contattare una sede per ospitarlo. Lontano dalla Calabria. Lontano dai presunti delitti. È da quel giorno che fa di tutto per recuperare la pecorella smarrita. Il Vangelo gli suggerisce la parabola di quando Gesù caccia i mercanti del tempio. Ma a lui la figura del pastore è sempre piaciuta. Sempre e comunque. Nel bene e nel male. Ed eccolo chiamare il suo avvocato di fiducia, Aldo Truncè, per difenderlo e toglierlo da questa impasse. Le famiglie belcastresi tengono duro. Non se l’aspettava. E lui, diritto per la sua strada.
    Il dottor Jekyll che è in lui è felice di come stanno andando le cose. “Alla fine la verità trionferà. E la verità è la verità di un prete che è stato così bravo da fondare per la prima volta un gruppo scoot affiliato al mio, Agesci, di Botricello. La verità!” E anche il suo portamento lascia intendere un’attesa che si preannuncia lunga. Il labbro inferiore gli scende. Il capo annuisce. Poi la campanella che dà inizio alla Santa Messa lo scuote. E si sveglia, come da un sonno dogmatico. Quando la mente non ce la più a resistere telefona ai suoi collaboratori più fidati. E lo rincuorano: “Non si preoccupi Eccellenza, abbiamo messo don Tommaso a Belcastro. Lui sa come traghettare le pecorelle all’ovile. È loro paesano.” Quando è il cuore a dare segni di cedimento apre a caso la Bibbia. E l’immagine del Salvatore, trasformato in giustiziere, che prende a calci quelli che hanno scambiato il Tempio per un mercato, gli capita sempre. “E’ una tortura! No, è la prova! Mi sta mettendo alla prova. E io avrò fede. Fino alla fine.” Si lamenta.
    I giorni passano. I mesi passano. Gli anni passano. E dottor Jeakyll si fa forte. Gli accusatori aumentano ma lui sa, sa che è la fede a cercare di metterlo in difficoltà. E non demorde. Neanche dinnanzi all’evidenza. “Il bene è qualcosa di prezioso. Più della verità. La pecorella smarrita vale più di cento.” Dice a denti stretti.  Il buon Pastore, che è Gesù, estirpa la zizzania, si pulisce le scarpe all’uscita delle case di quelli che non ascoltano la Parola di Dio, e caccia i malfattori a pedate. Ma lui è di tutt’altro parere. “Per la Chiesa sarebbe uno scandalo. Non è possibile. La Chiesa ha le sue ragioni che la gente non conosce!” si convince chiudendo la Bibbia ferma al fico senza frutto che Gesù consiglia di non abbattere fino al terzo anno. Ma poi di tagliare.
    Una notte d’aprile qualcosa lo fulmina. Si sveglia di soprassalto e apre un libro. Pensa sia il Vangelo. E, invece, sono le carte del processo. Legge le dichiarazioni dei ragazzini e le lacrime lo assalgono. Gli scendono fino al labbro inferiore. Lo sorregge da un lato con il pugno sinistro. E con il destro sfoglia velocemente le pagine. E piange, piange. È mister Hyde che si fa vivo. Tenuto rinchiuso per tanto tempo si fa finalmente vedere in tutta la sua virulenza. Quella notte mons. Graziani non chiude occhio. E piange. E prega. Alle prime luci dell’alba il rimorso di aver cavalcato il male lo avvolge. Fa in tempo a scrivere che la Chiesa di Crotone, da lui presieduta, si costituirà parte civile. Il sole è ormai all’orizzonte e anche dottor Jekyll si sveglia. Chiama l’avvocato.
    “A che punto è il processo?”
    “Nessun processo ancora. Il giudice ha negato gli arresti domiciliari. È una vittoria per noi!”
    “Quindi, non si fa?”
    “Non si sa. Dobbiamo andare prima dal gup”.
    “E chi è?”
    “E’ il giudice per le udienze preliminari.”
    “Per quanto ancora?”
    “Per noi è meglio così. Il tempo si allunga e la gente lo dimentica.”
    “Speriamo. Il sito della parrocchia l’abbiamo cancellato. Il suo nome non compare più nell’elenco dei presbiteri. Riceve però lo stipendio come prete, ma questo non lo sa nessuno. Eccetto, noi e voi.”
    “Bene. C’è solo un giornalista che ci sta rompendo i coglioni. Anzi, non è nemmeno un giornalista. Ma quello di Repubblica è lui?”
    “Non dica parolacce! Non so chi è. Ah sì, ora che ricordo me lo hanno riferito. Meglio se facciamo finta che non scrive nulla. Il silenzio uccide più delle parole.”
    “Avete ragione.”
    “Informatemi di tutto.”
    “State tranquillo e dormite bene.”
    “Ultimamente faccio incubi. Ma al mattino già non li ricordo più.”
    “Mi dispiace.”
    “Vi lascio che devo dire messa.”
    “Buona giornata.”
    “A voi.”
    La sera a Crotone un tuono squarcia il cielo di Pitagora. E s’addormenta. Inizia a sudare. È agitato. Apre gli occhi e si meraviglia che non ha bisogno degli occhiali per vedere. Questa volta la sua attenzione è attirata dai particolari in neretto del fascicolo. Prende il cilicio e lo annoda per usarlo. Per tutta la notte. Al risveglio la resurrezione. Il dottor Jekyll è tutto ringalluzzito. Una lettera dell’avvocato gli fa notare che c’è un difetto di notifica e l’udienza sarà certamente rinviata.
    “Ecco, finalmente un segno della Tua infinita Misericordia. Grazie!” Esclama baciandosi ripetutamente le mani.
    E sprofonda sulla poltrona.

    http://emiliogrimaldi.blogspot.it/2014/04/lo-strano-caso-del-dottor-jekyll-e-di.html

     

  • Sacerdote condannato per abusi: il commento della Diocesi: Che come al solito prega per il prete e non per le vittime….

    Sacerdote condannato per abusi: il commento della Diocesi: Che come al solito prega per il prete e non per le vittime….

    Sacerdote condannato per abusi: il commento della Diocesi “Restiamo in attesa degli ulteriori gradi di giudizio, pregando per don Marco e proseguendo nella linea di massima trasparenza, che fin dall’inizio ha voluto seguire in questa triste e dolorosa vicenda”

    Sacerdote condannato per abusi: il commento della Diocesi

    Dopo la notizia della sentenza di condanna di primo grado nei confronti di don Marco Raisa, sacerdote accusato di abusi sessuali, arriva il commento della Diocesi di Novara.

    “Ancora una volta – si legge in una nota stampa – esprimiamo profonda tristezza per le sofferenze vissute e manifestiamo la nostra affettuosa vicinanza ai giovani e alla famiglie coinvolti, sostenendoli con la preghiera. Confermiamo la fiducia nell’operato della Magistratura, che proseguirà il cammino nel far piena luce sui fatti attribuiti. Restiamo in attesa degli ulteriori gradi di giudizio, pregando per don Marco e proseguendo nella linea di massima trasparenza, che fin dall’inizio ha voluto seguire in questa triste e dolorosa vicenda.

    http://www.novaratoday.it/cronaca/sacerdote-condannato-abusi-sessuali-commento-diocesi.html