Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vittime di abusi in Portogallo denunciano psicologa che conduceva i colloqui del gruppo Vita

    Vittime di abusi in Portogallo denunciano psicologa che conduceva i colloqui del gruppo Vita

    Le vittime di abusi sessuali da parte del clero cattolico hanno deciso di denunciare la psicologa del gruppo Vita, che si occupa delle rivendicazioni e dei risarcimenti dovuti a quelle vittime. Succede in Portogallo, dove l’associazione Coração Silenciado (‘Cuore in silenzio’), che riunisce uomini e donne che in passato hanno subito abusi in chiesa, ha denunciato presso l’Ordine nazionale degli psicologi la psicologa Rute Agulhas, che per conto del gruppo Vita conduceva i colloqui realizzati per valutare la necessità di sostegno psicologico e finanziario a ciascuno di essi.

    In causa c’è proprio il metodo con cui questi colloqui sarebbero stati condotti. Ai media, il portavoce dell’associazione Coração Silenciado, António Grosso, ha denunciato il modo “assai invadente e offensivo”, che includeva domande, a suo dire, inopportune, come chiedere a una persona se si masturba ancora o no. “Nulla a che vedere con ciò che è accaduto 40 o 50 anni fa”, ha affermato Grosso.

    La denuncia risale a circa due mesi fa, ma la notizia è stata diffusa solo negli ultimi giorni e, in un comunicato di queste ore firmato da Rute Agulhas in qualità di coordinatrice del gruppo Vita, si legge che “tutte le interviste hanno seguito un copione semi-strutturato, basato sulle buone pratiche nazionali e internazionali per la valutazione dell’impatto psicologico in situazioni potenzialmente traumatiche, nonché sulle linee guida etiche e deontologiche previste dall’Ordine degli psicologi portoghesi”. Per questo motivo il gruppo Vita respinge ogni accusa.

    Lo scorso aprile la Conferenza episcopale portoghese aveva confermato ai media nazionali che, in merito ai risarcimenti stipulati per le vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero in Portogallo, c’era stata una “riduzione significativa” degli importi proposti dalla commissione di esperti. Finora la Chiesa portoghese avrebbe pagato 1 milione e 600 mila euro alle vittime di violenza sessuale.

    https://www.laregione.ch/estero/estero/1929464/vita-gruppo-vittime-abusi-portogallo-colloqui-psicologa-conduceva

  • Uno scandalo sulla pedofilia nelle scuole di infanzia sta sconvolgendo la Francia

    Uno scandalo sulla pedofilia nelle scuole di infanzia sta sconvolgendo la Francia

    di Margherita Coletta – Due giorni fa si è aperto nella capitale francese un processo riguardante casi di abusi e maltrattamenti su bambini con età tra i 3 e gli 11 anni, allievi delle scuole pubbliche, commessi dal personale addetto alle attività extra-scolastiche. Impressionante è il dato di denunce e persone coinvolte: 46 animatori sono stati sospesi già nel 2025 e altri 78 nel 2026 (dal primo gennaio al 3 aprile). Le segnalazioni provengono da tutta la Francia, ma una parte significativa è concentrata nella capitale, dato che accoglie nel suo sistema scolastico un numero più elevato di queste figure scolastiche.

    Attualmente, la procura di Parigi sta concentrando le sue indagini su oltre 100 segnalazioni in 84 scuole materne, circa 20 scuole elementari e una decina di asili nido. Come dichiarato dal sindaco della città, Emmanuel Grégoire, dato l’alto numero di denunce, non si tratta di casi isolati, ma di un vero e proprio problema “sistemico”. Le accuse si rivolgono nei confronti dei cosiddetti “sorveglianti scolastici” e “animatori”: delle figure che si occupano degli alunni durante le pause pranzo e la ricreazione, il riposo pomeridiano e il doposcuola. Si tratta di un ruolo che non ha una formazione e che non prevede un diploma professionale, ma soltanto un certificato ottenuto dopo un corso di due settimane. Per legge, un/a sorvegliante scolastico non dovrebbe mai restare solo con i bambini, ma spesso questa regola non viene rispettata.

    Il caso

    Il caso è emerso nell’aprile del 2025, quando il direttore dell’asilo nido Alphonse-Baudin, nell’est di Parigi, ha segnalato alle autorità le segnalazioni dei genitori di due bambine che avevano notato un loro improvviso isolamento e comportamenti anomali relativi al responsabile delle attività del doposcuola. Barka Zerouali, cofondatrice di #MeToooEcole (un collettivo francese contro le violenze nei confronti dei bambini nelle scuole), ha dichiarato all’emittente radio franceifo che “il processo per i fatti della scuola Alphonse-Baudin è il secondo di una lunga serie di casi che si susseguiranno nella capitale. È molto importante. La miccia è accesa, speriamo seguano altri procedimenti”. Diversi animatori sono già stati arrestati, altri sono attualmente sotto processo, mentre il numero di denunce aumenta. Le associazioni e gli avvocati dei genitori delle vittime hanno accusato le autorità competenti di aver trascurato il problema, non fornendo risorse necessarie ad un’azione tempestiva e permettendo alle persone accusate di continuare a svolgere il loro lavoro (spesso, cambiando semplicemente scuola). Diversi avvocati lamentano che le denunce dei loro clienti non sono ancora state prese in considerazione e domenica scorsa la procuratrice di Parigi, Laure Beccuau, ha confermato che “un numero considerevole di accuse è in attesa di essere indagato”.

    Bufera politica

    Parallelamente allo scandalo, galoppa la polemica politica. La destra, all’opposizione, accusa i rivali socialisti alla guida del comune di Parigi di aver trascurato le segnalazioni ricevute e di aver concesso agli accusati di continuare a svolgere il loro lavoro. Anne Hidalgo, ex sindaca della capitale, aveva ammesso a febbraio che l’amministrazione aveva commesso “errori” nella gestione di questi casi. Emmanuel Grégoire, vicensindaco dal 2018 al 2024 e attuale sindaco della capitale, ha ora annunciato “misure eccezionali” per far fronte ad un vero e proprio fenomeno. Grégoire ha rivelato di aver subito a sua volta abusi sessuali alle elementari, durante un doposcuola e ha accettato di istituire un’inchiesta sulla gestione dei sorveglianti, richiesta dall’opposizione. Il sindaco ha, poi, annunciato un piano di 20 milioni di euro per “una grave disfunzione” del sistema, istituendo un’assemblea di cittadini/e per ripensare il ruolo dei sorveglianti scolastici e chiedendo che il personale venga sospeso immediatamente al primo segnale di abuso. Grégoire ha spiegato di preferire “essere ingiusto con loro per il momento, piuttosto che correre il minimo rischio nei confronti dei cittadini”. La scelta ha attirato a sé diverse critiche da parte degli stessi animatori e sorveglianti e dei sindacati di categoria, che la settimana passata hanno indetto uno sciopero contro le “sospensioni arbitrarie” e le precarie condizioni di lavoro (essendo lavorati per lo più con contratti a ore o a tempo determinato). Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha annunciato, intanto, che i casellari giudiziari degli animatori saranno sistematicamente controllati e che il personale giudiziario verrà potenziato. “Istituiremo un procuratore specializzato in ogni procura”, ha annunciato Darmanin, sottolineando la sua volontà di attuare un vero e proprio “Piano Marshall” composto da un ampio numero “di esperi che portino avanti le indagini”.

    Uno scandalo sulla pedofilia nelle scuole di infanzia sta sconvolgendo la Francia

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Per Chiesa e magistrati esistono pedofili non punibili

    «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità». È la risposta che un quattordicenne, abusato per anni dal suo parroco, ha ricevuto dal Dicastero per la dottrina della fede. Il ragazzo era stato palpeggiato nelle parti intime dal prelato.

    Il 5 maggio (Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia), l’Ansa ha battuto la notizia che la Corte Costituzionale ha sancito che «quando è riconosciuta l’attenuante della “minore gravità”, il condannato per “atti sessuali con minorenne, ove ne sussistano le condizioni, deve vedersi sospesa l’esecuzione della pena, in modo che possa presentare istanza di accesso ai benefici penitenziari e che la magistratura di sorveglianza possa compiere la conseguente valutazione individualizzata, senza che nel frattempo sia limitata la libertà personale con la detenzione in carcere”».

    Due anni fa, sempre la Corte Costituzionale scrisse in una sentenza che esiste una pedofilia di “minore entità”. Nella sentenza numero 91/ depositata il 20 maggio e pubblicata due giorni dopo sulla Gazzetta Ufficiale, i giudici hanno infatti dichiarato che è incostituzionale non prevedere la diminuzione della condanna per reati di pedopornografia considerati di «minore gravità». Alla Corte Costituzionale il ricorso era stato promosso per il caso di un imputato per pedopornografia e adescamento di minori.

    • El Salvador: chiesto indagine penale su abusi

    Il salvadoregno José Napoleón Lemus ha denunciato di essere stato vittima di abusi sessuali quando frequentava l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto salesiano dove stava studiando per il diploma di maturità.

    Lemus ha denunciato di essere stato abusato dal rettore dell’epoca, il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò, e ha dichiarato a El Mundo di aver contattato almeno altre 50 vittime dello stesso prete. Lemus nel 2020 ha ricevuto un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il don Corò, accusato di «crimini più gravi contro il sesto comandamento».

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti, e specifica che il 12 febbraio 2020 sono state prese le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale. Lemus però non è soddisfatto dell’esito dell’indagine ecclesiastica e chiede che sia avviato un procedimento penale nei confronti del sacerdote italiano.

    Il caso di José Napoelón Lemus è presente nel dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo recentemente inviato in Vaticano dal quotidiano spagnolo El Pais.

    • Pagamento record dell’arcidiocesi di New York alle vittime di abusi

    Cifra quasi record, seconda solo a quanto versato dalla diocesi di Los Angeles due anni fa, per l’arcidiocesi di New York: 800 milioni di dollari corrisposti a 1300 vittime di abusi sessuali del clero. Due anni fa Los Angeles pagò 80 milioni in più.

    Il risarcimento arriva al termine dell’accordo transattivo con le vittime per chiudere i casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti dell’arcidiocesi americana.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, avvocati di 300 sopravvissuti, hanno definito l’accordo un trionfo. L’arcivescovo Ronald Hicks, in una lettera aperta ai fedeli, si è definito cautamente ottimista su fatto che tutte le vittime accetteranno di sottoscrivere l’accordo. La Chiesa, ha aggiunto, ha inoltre ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziarlo.

    Senza quest’accordo la diocesi avrebbe rischiato la bancarotta come è già successo in diverse altre diocesi americane, anche nello stesso Stato di New York.

    • Spagna: risarcimenti per abusi esenti dal fisco

    I risarcimenti ricevuti dalle vittime di abusi sessuali del clero non andranno inseriti nella dichiarazione dei redditi e non saranno sottoposti a tassazione. La decisione è stata promulgata dal Consiglio dei Ministri spagnolo con un decreto legge.

    Tale disposizione applica l’accordo sottoscritto dal Governo con la Conferenza Episcopale per il riconoscimento e la riparazione alle vittime di abusi clericali.

    (A cura di Alessio Di Florio. Foto di Claudio Schwarz su Unsplash)

  • Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Lentamente il profilo del pontificato di Robert Prevost inizia a delinearsi. La sua cifra è quella del “ritorno alla normalità” dopo il passaggio del ciclone Bergoglio. L’orientamento normalizzatore è chiarissimo anche in merito alle strategie di contrasto agli abusi sessuali sui minori commessi dai membri del clero. Su questo terreno, il papa argentino aveva dichiarato di voler far sul serio e, pur tra mille ambiguità ed esitazioni, aveva fatto seguire alle parole alcune importanti decisioni concrete.

    Papa Leone XIV ci ha fatto comprendere di voler andare nella direzione opposta, di considerare eccessiva e controproducente l’attenzione che alcune chiese nazionali europee hanno dedicato al tema. In un messaggio rivolto, per il tramite del cardinale Pietro Parolin, ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes, il pontefice ha sostenuto che, se è certamente giusto proseguire nella prevenzione dei crimini sessuali compiuti dai preti, è altrettanto urgente che i sacerdoti abusatori non siano esclusi da uno sguardo misericordioso e da un’attenta riflessione pastorale.

    «Del resto – si legge ancora nel messaggio – dopo tanti anni di crisi dolorose è giunto il momento di volgere lo sguardo con determinazione verso il futuro e di rivolgere ai sacerdoti francesi, duramente provati, un messaggio di incoraggiamento e di fiducia». Il senso del messaggio è inequivocabile e può essere sintetizzato così: smettiamo di farci del male, negli ultimi anni abbiamo accettato di mettere la questione degli abusi al centro della nostra attenzione, abbiamo indagato sui crimini dei nostri preti e chiesto tante volte perdono alle vittime.
    Abbiamo sicuramente fatto la cosa giusta, rischiando però, da un lato, di compromettere lo stato d’animo di tanti nostri sacerdoti che da questa assunzione collettiva di colpa si sono sentiti umiliati e traditi, dall’altro, di disinteressarci completamente di quei preti riconosciuti come abusatori ma che rimangono pur sempre pastori e guide spirituali.

    Abbiamo insomma pensato più ad assecondare il desiderio di giustizia di un’opinione pubblica spesso ostile alla Chiesa che a proteggere l’immagine dei nostri funzionari screditata e messa alla berlina. Un messaggio del genere è rivolto in primo luogo a quei vescovi e a quelle assemblee episcopali che hanno coraggiosamente istituito commissioni indipendenti per far luce sugli aspetti peggiori del loro passato e ricavare indicazioni per un futuro diverso e migliore.

    L’indicazione del papa, che, venendo dalla cattedra di Pietro, risulterà vincolante, rischia di interrompere un processo di cambiamento in realtà appena iniziato. Le inchieste indipendenti (francese, tedesca, irlandese, eccetera) hanno squarciato il velo sul fenomeno offrendo cifre, storie, dinamiche degli abusi, ma gli enormi danni complessivi inflitti alle vittime e alle comunità locali sono ancora largamente privi di un riconoscimento e di un risarcimento, non solo economico, ma anche morale e spirituale.

    Un’associazione che riunisce le vittime francesi degli abusi clericali ha reso noto che sino ad ora solo l’1 per cento di chi è stato abusato da un sacerdote in Francia si è fatto avanti per esigere giustizia. In secondo luogo, nessuna delle cause strutturali indicate nei report delle commissioni indipendenti e nelle numerose analisi scientifiche sul tema è stata mai affrontata e tantomeno rimossa.

    Non è stata seriamente esaminata la questione dell’immaturità sessuale e affettiva del clero e del suo legame con il celibato obbligatorio e la formazione seminariale, né mai discussa in modo serio e realistico la questione dell’omosessualità dei seminaristi e dei sacerdoti, fonte di immense sofferenze, ambiguità, menzogne istituzionali.

    Nemmeno Il nodo dell’accesso delle donne al ministero ordinato è stato risolto. Nessuna vera riforma strutturale è stata introdotta da quando hanno iniziato a scoppiare gli scandali. L’eredità migliore di papa Francesco in questo campo è consistita in alcune rilevanti innovazioni giuridiche, certo non sufficienti a risolvere il problema, ma che se non altro testimoniavano una volontà di prenderlo sul serio (pur tra mille contraddizioni). Sarebbe tristissimo se quel cammino appena all’inizio venisse ora già interrotto e la lotta agli abusi sessuali del clero da parte della Chiesa si limitasse a qualche corso di formazione o all’apertura di un centro di ascolto.

    Significherebbe non aver compreso che la materia tocca più di ogni altra il cuore del rapporto tra la Chiesa, i suoi ministri e un popolo ancora ferito e spaventato da quello che ha iniziato ad apprendere sui crimini del clero cattolico. È qui che la Chiesa si gioca il suo destino.

    Marco Marzano – DOMANI del 30 aprile 2026

  • SPAGNA – Il risarcimento alle vittime di abusi nella Chiesa sarà esente da imposte

    SPAGNA – Il risarcimento alle vittime di abusi nella Chiesa sarà esente da imposte

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato un reale decreto-legge che dichiara esenti da tassazione nell’IRPF le indennità destinate alle vittime di abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica. La misura garantisce che i compensi economici siano percepiti integralmente, senza deduzioni fiscali, all’interno del sistema di riparazione concordato tra l’Esecutivo, il Difensore del Popolo e la stessa Chiesa.

    Secondo quanto ha informato il Governo, la decisione adempie all’accordo sottoscritto con la Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) per articolare un meccanismo di riconoscimento e riparazione alle vittime, evitando che queste debbano far fronte a obblighi tributari per le somme ricevute.

    La misura corregge una situazione precedente che aveva generato incertezza. Nella maggior parte dei casi, i reati di abusi sono prescritti, il che ha impedito l’esistenza di risoluzioni giudiziarie. Di conseguenza, le indennità concesse al di fuori dei tribunali non rientravano nei casi abituali di esenzione fiscale, obbligando le vittime a tassarle.

    Con il nuovo decreto, l’Esecutivo stabilisce un quadro che permette che questi compensi, legati a danni personali di carattere fisico, psicologico o morale, non siano ridotti dal carico impositivo.

    Questa esenzione si integra nel sistema misto di riparazione progettato tra lo Stato e la Chiesa, in cui le indennità sono determinate a partire dalle proposte del Difensore del Popolo e assunte dalle istituzioni ecclesiastiche.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/28/lindennizzo-alle-vittime-di-abusi-nella-chiesa-sara-esente-da-imposte/

  • Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Un diacono della Louisiana attende la decisione del Vaticano sulla sua scomunica.

    Scott Peyton è in attesa di una decisione dal Vaticano.

    Il diacono cattolico della Louisiana, che nel maggio 2024 ha presentato ricorso contro  la sua scomunica dopo aver lasciato la Chiesa in seguito al caso di abusi subiti dal figlio, ha atteso circa due anni per una decisione da Roma. 

    Il ricorso rimane irrisolto, lasciando incerto il suo status canonico e prolungando un caso che ha richiamato l’attenzione sull’intersezione tra diritto canonico, prassi pastorale e gestione delle controversie legate agli abusi.

    Secondo quanto riportato dal Guardian, nel maggio 2024 Peyton presentò ricorso formale contro la sua scomunica al Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano. 

    L’esito potrebbe determinare se la scomunica è stata applicata in conformità al diritto canonico e come casi simili potranno essere affrontati in futuro.

    Peyton, cresciuto nella fede metodista, è entrato nella Chiesa cattolica in età adulta. La sua conversione, formalizzata nel 2001, è stata seguita da quello che lui stesso ha descritto come un impegno consapevole da parte sua e di sua moglie Letitia per allineare le loro vite alla fede e all’insegnamento cattolico. Lui e Letitia hanno allargato la famiglia a sei figli e si sono profondamente integrati nella vita parrocchiale cattolica. Come ha affermato nel racconto personale del suo ricorso al Vaticano, ottenuto da NCR con il suo permesso, si è persino sottoposto a un intervento di inversione della vasectomia per conformarsi pienamente all’insegnamento cattolico sulla vita familiare e sulla sessualità.

    Peyton scrisse che nel 2007 aveva discernuto la vocazione al diaconato permanente. Fu ordinato sacerdote nel 2012 e assegnato alla chiesa cattolica di San Pietro a Morrow, una piccola parrocchia rurale dove la famiglia Peyton era parrocchiana dal 2006. La comunità era molto unita e la famiglia di Peyton strinse un forte legame con l’allora parroco, padre Michael Guidry. Peyton scrisse che la diocesi lo aveva assegnato a San Pietro su sua richiesta e su richiesta di Guidry.

    Secondo Peyton, Guidry era una presenza frequente nella vita della famiglia. Li invitava a pranzo e cena e si complimentava per il loro servizio. Peyton ha raccontato che i suoi figli andavano spesso a casa di Guidry per aiutarlo con i lavori quotidiani e, quando erano lì, lui permetteva loro di bere alcolici all’insaputa dei genitori. 

    “Dato il grande rispetto che nutrivamo per il sacerdozio e la grande fiducia che riponevamo personalmente in padre Guidry, a nessuno di noi è mai venuto in mente che potesse star manipolando la nostra famiglia allo scopo di commettere abusi sessuali su minori”, scrisse Peyton nella sua memoria difensiva.

    Quella fiducia venne poi infranta. Nel maggio del 2018,  come riportato in seguito da OSV News , il figlio di Peyton, Oliver, rivelò che, tre anni prima, Guidry lo aveva fatto ubriacare e molestato. La rivelazione segnò l’inizio di una serie di eventi che avrebbero cambiato il rapporto della famiglia Peyton con la chiesa.

    Secondo quanto riportato da Peyton al Vaticano, lei e Oliver denunciarono l’accaduto all’ufficio dello sceriffo il 21 maggio, il giorno dopo che Oliver ne aveva parlato con i suoi genitori. Peyton scrisse che l’ufficio dello sceriffo interrogò Guidry quattro giorni dopo, il 25 maggio.

    Secondo Peyton, Guidry inizialmente ammise di aver tenuto una condotta inappropriata, ma non fu arrestato. Peyton scrisse di aver denunciato l’accaduto alle autorità diocesane il 29 maggio. Nella sua ricostruzione degli eventi relativi al ricorso presentato, Peyton affermò che “i funzionari della diocesi di Lafayette inizialmente si mostrarono comprensivi”.

    Quella percezione cambiò rapidamente.

    Secondo Peyton, il vescovo J. Douglas Deshotel di Lafayette ha reso pubblica l’accusa durante le messe parrocchiali del 2 giugno 2018, giorno del matrimonio del figlio maggiore di Peyton, fornendo dettagli che hanno reso la famiglia identificabile all’interno della loro piccola comunità. Peyton ha scritto che anche la diocesi ha rilasciato una dichiarazione in cui annunciava l’accusa lo stesso giorno. Come riportato da OSV, il nome di Oliver Peyton è stato reso pubblico in una causa del 2018 ed è apparso in articoli di stampa. 

    “Non posso sottolineare abbastanza quanto sia stato angosciante per la mia famiglia il momento in cui la diocesi ha fatto l’annuncio e la violazione dell’anonimato della vittima da parte del vescovo”, ha scritto Peyton nel suo appello al Vaticano.

    Ha aggiunto che la rivelazione ha costretto la famiglia a esporsi pubblicamente prima di aver informato i parenti, esponendoli a speculazioni e giudizi.

    Il vescovo ha tenuto una conferenza stampa sul caso il 4 giugno. “Il vescovo Deshotel ha affermato che, se l’accusa si fosse rivelata infondata, padre Guidry sarebbe stato reintegrato nel ministero”, ha scritto Peyton. 

    L’avvocato canonico di Peyton ha fornito a NCR un link a un video pubblicato da NewsTalk 96.5 KPEL , contenente l’audio della conferenza stampa del 4 giugno 2018. Durante la conferenza stampa, Deshotel ha dichiarato: “Prima di tutto, lasciamo che le autorità civili, attraverso le loro indagini, determinino esattamente cosa sia successo e se si tratti di un reato o meno. Se non lo è, allora Padre potrà essere reintegrato e anche il suo buon nome potrà essere riabilitato”.

    Peyton sostenne che ciò suggeriva incertezza circa la credibilità dell’accusa, nonostante le ammissioni di Guidry alla polizia il 25 maggio.

    “Insinuando la possibilità che l’accusa non fosse credibile, pur sapendo benissimo che lo era, il vescovo ha offerto a padre Guidry l’opportunità di affermare ai suoi sostenitori che il vescovo era a conoscenza della sua innocenza”, ha scritto Peyton nel suo resoconto degli eventi contenuto nel ricorso vaticano.

    Durante la conferenza stampa, Deshotel, rispondendo alle domande dei giornalisti su chi avesse denunciato gli abusi alla diocesi e dove questi si fossero verificati, ha affermato che i genitori della vittima ora frequentano la chiesa di Ville Platte, in Louisiana. (Nel 2017 Peyton era stata trasferita in un’altra parrocchia, la Chiesa del Sacro Cuore a Ville Platte).

    Durante la conferenza stampa, Deshotel ha anche affermato che la diocesi offre supporto psicologico a chiunque subisca abusi. Peyton ha scritto che, poco dopo la conferenza stampa, quattro membri della famiglia hanno iniziato a ricevere consulenza psicologica a spese della diocesi. Ha aggiunto che in seguito la diocesi li ha avvertiti che avrebbe interrotto il pagamento della consulenza se avessero intentato causa. 

    Nel suo racconto, Peyton ha anche affermato: 

    Il 13 giugno 2018, padre Guidry è stato interrogato dalla polizia alla presenza del suo avvocato penalista. Questa volta, ha confessato gli abusi in modo tale da costituire un reato. Il giorno seguente, 14 giugno, si è costituito alla polizia, è stato arrestato e incriminato, per poi essere rilasciato su cauzione.

    Guidry fu infine condannato al carcere. Tuttavia, Peyton affermò nel suo resoconto che la reazione della parrocchia di San Pietro fu favorevole al sacerdote. 

    Nella sua memoria difensiva, ha affermato che i parrocchiani avevano aiutato Guidry a traslocare dalla canonica nel luglio 2018 e gli avevano offerto un pranzo dopo il suo ricovero. Altri, ha aggiunto, avevano diffuso voci che mettevano in dubbio la versione dei fatti di suo figlio. Ha dichiarato di aver percepito un deterioramento della reputazione della sua famiglia nella comunità e di aver sperimentato isolamento, rapporti tesi e mancanza di sostegno da parte del clero.

    “Dei più di cento diaconi della diocesi di Lafayette, solo circa sei continuarono a offrirmi la mano della fraternità”, scrisse.

    La versione di Peyton sul ricorso presentato al Vaticano coincide con l’intervista rilasciata il 27 marzo al National Catholic Reporter, in cui descriveva l’impatto più ampio di quanto accaduto sulla fede della sua famiglia.

    Peyton continuò a svolgere il ruolo di diacono per un certo periodo, ma le tensioni con la dirigenza diocesana si intensificarono. Secondo quanto da lui dichiarato, nell’agosto del 2018 la famiglia intentò una causa civile contro Guidry e la diocesi di Lafayette. Peyton scrisse che, subito dopo aver presentato la denuncia, fu avvertito dal clero che avrebbe potuto essere rimosso dallo stato clericale.

    “Di questo passo, sarei già stato rimosso dallo stato clericale prima del prete che ha abusato di mio figlio”, scrisse.

    La diocesi di Lafayette non ha risposto alla richiesta di commento da parte di NCR e non ha confermato se Guidry sia stato ridotto allo stato laicale. 

    Nel 2021, la causa civile si è conclusa con un accordo. La diocesi ha annunciato di ritenere credibili le accuse e di aver rimosso definitivamente Guidry dal ministero.  Il comunicato includeva brevi scuse a Oliver e alla sua famiglia in riferimento alle azioni di Guidry, ma, secondo Peyton, non affrontava altri aspetti dell’esperienza vissuta dalla famiglia.

    In seguito all’accordo, Peyton scrisse che la diocesi aveva immediatamente interrotto la fornitura di supporto psicologico. Peyton e la sua famiglia fondarono un’organizzazione no-profit per sostenere le vittime di abusi e promuovere una riforma. Allo stesso tempo, il loro rapporto con la Chiesa continuò a deteriorarsi. Nell’intervista rilasciata a NCR, Peyton affermò che partecipare alla Messa dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico era stata un’esperienza dolorosa.

    “Volevamo semplicemente spuntare le caselle. Tutto ciò che era lì dentro ci ricordava il motivo per cui ci trovavamo in quella situazione”, ha detto.

    Alla fine, la famiglia iniziò a frequentare una congregazione anglicana, cercando di prendere le distanze dall’ambiente associato al trauma.

    Il suo allontanamento dalla Chiesa cattolica è stato formalizzato in una lettera del dicembre 2023 indirizzata a Deshotel, con la quale ha rassegnato le dimissioni dal ministero attivo. Peyton ha affermato che il tono della risposta iniziale del vescovo era comprensivo, cosa confermata dall’e-mail del vescovo, allegata al ricorso.

    Mesi dopo, nel marzo del 2024, Peyton ricevette però un decreto di scomunica dal suo vescovo.

    “Era una di quelle situazioni in cui ti dicono: ‘Se non te ne vai, ti licenziamo’”, ha detto.

    Le basi canoniche della scomunica – considerata uno degli atti canonici più gravi che un vescovo cattolico possa imporre – sono state contestate. Dawn Eden Goldstein, l’avvocata canonista che rappresenta Peyton gratuitamente, ha dichiarato a NCR che la decisione del vescovo di imporre una sanzione formale era ingiustificata e pastoralmente dannosa.

    “Sono rimasta sconvolta da quello che ho considerato un totale fallimento pastorale da parte della diocesi”, ha affermato.

    Goldstein ha sottolineato che Peyton non si era presentato pubblicamente come intenzionato a continuare il ministero cattolico dopo le sue dimissioni e che le sue azioni non avevano creato il tipo di scandalo che avrebbe richiesto una scomunica imposta.

    “Non mi era affatto chiaro che il vescovo avesse cercato in alcun modo di trovare altri rimedi, di natura più pastorale”, ha affermato.

    Il suo ricorso al Vaticano, presentato nel maggio 2024, mira a ribaltare il decreto. Il caso è rimasto irrisolto per quasi due anni.

    Secondo il canonista Nicholas Cafardi, ex preside della Thomas R. Kline School of Law della Duquesne University, la questione centrale in questo caso non è l’azione del vescovo, bensì il concetto canonico di scisma. A suo avviso, lo scisma costituisce una rottura della comunione con la Chiesa cattolica, nello specifico un rifiuto dell’autorità del papa. Secondo il diritto canonico, ha affermato, tale rottura comporta una pena automatica.

    «Si è scomunicato entrando in scisma», ha detto Cafardi, riferendosi al principio della  latae sententiae , comunemente noto come scomunica immediata e automatica, che si verifica per l’atto in sé piuttosto che per imposizione di un vescovo. Uno scisma si verifica di solito quando un membro ordinato della Chiesa si separa ufficialmente dall’autorità e dalla gerarchia ecclesiastica a causa di disaccordi dottrinali e organizzativi.

    Cafardi ha sottolineato che la scomunica in questo contesto non è intesa come misura punitiva in senso convenzionale, ma come ciò che il diritto canonico definisce una pena “medicinale”. L’effetto della pena è che l’individuo non può più esercitare il ministero ecclesiastico né svolgere funzioni clericali e non è più considerato in piena comunione con la Chiesa. Allo stesso tempo, lo scopo della pena è correttivo, volto a favorire la riconciliazione.

    In termini pratici, ha affermato Cafardi, la riconciliazione richiederebbe che l’individuo rinunci allo scisma e ritorni formalmente alla Chiesa, in genere attraverso una professione di fede. Una volta compiuto questo passo, la pena può essere revocata dall’autorità ecclesiastica. Fino ad allora, ha aggiunto, la situazione rispecchia le conseguenze stabilite dal diritto canonico per la rottura della comunione.

    Goldstein si è concentrata meno sull’atto di allontanamento e più sulle circostanze che lo hanno determinato. In una lettera del 14 maggio indirizzata alle autorità vaticane e inclusa nel ricorso di Peyton, ha affermato che il diritto canonico deve tenere conto del fatto che una persona intendesse rompere con la Chiesa o abbia agito sotto pressione.

    Facendo un paragone con il diritto matrimoniale ecclesiastico, ha suggerito che, così come un coniuge può essere giustificato nell’abbandonare una situazione dannosa, la partenza di Peyton dovrebbe essere valutata alla luce di ciò che ha descritto come “i continui fallimenti pastorali e l’aperta ostilità della Diocesi” che “hanno messo i suoi figli in grave pericolo di perdere la fede cristiana”.

    Goldstein scrisse che la scomunica inflitta a Peyton non era una punizione “medicativa”: “Piuttosto, sembra una punizione per aver intentato con successo una causa contro la diocesi di Lafayette, e sta causando gravi danni alla sua famiglia”.

    Nella sua intervista con NCR, Goldstein ha anche messo in discussione il processo che ha portato alla scomunica, sottolineando quella che ha definito una mancanza di impegno pastorale. “Il vescovo aveva la responsabilità di parlare con lui, incontrarlo e dialogare con lui”, ha affermato, aggiungendo di non aver visto alcuna indicazione che tale contatto sia avvenuto dopo che Peyton ha presentato le sue dimissioni.

    Pur riconoscendo che Peyton avrebbe potuto essere a conoscenza della possibilità di una scomunica automatica a causa della sua formazione teologica, la giudice ha sostenuto che la sua condotta non raggiungeva il livello di pubblica sfida o scandalo tale da giustificare una scomunica formale e imposta. Dal suo punto di vista, il caso solleva questioni più ampie su come il diritto canonico venga applicato quando circostanze personali, tra cui traumi e mancanze nel fornire sostegno comunitario e cura pastorale, influenzano la decisione di un ecclesiastico di abbandonare il ministero.

    “Credo che Papa Francesco e Papa Leone sarebbero d’accordo sul fatto che, a prescindere da come la legge si pronunci su questo caso, il diacono Peyton abbia diritto a una conclusione. Ha diritto a una risoluzione”, ha affermato. “E le persone ovunque si siano allontanate dalla Chiesa cattolica a causa del dolore e della rabbia provocati dalla crisi degli abusi hanno il diritto di sapere: la Chiesa le considera scomunicate perché il loro dolore, la loro rabbia, le ha portate a rinunciare al culto cattolico?”.

    Parlando con NCR, Peyton ha descritto la sua breve frequentazione di una chiesa anglicana come una risposta a ciò che lui e la sua famiglia avevano vissuto negli ambienti cattolici dopo che gli abusi erano diventati di dominio pubblico. “Andare a messa non ci dava conforto”, ha detto. “Quindi abbiamo cercato di scegliere un luogo che potesse offrirci aiuto e nutrirci spiritualmente”.

    Ha inoltre respinto l’ipotesi che avesse intenzione di incorrere nella scomunica. “Non è mai stato questo il caso”, ha affermato Peyton, facendo riferimento alle sue dimissioni scritte al vescovo, che, a suo dire, avevano lo scopo di chiarire che si stava dimettendo senza cercare di provocare una sanzione canonica. Ha infatti sottolineato che la risposta iniziale del vescovo era stata “pastorale” e non aveva minacciato la scomunica, che è arrivata solo circa tre mesi dopo, nel marzo 2024. Durante quel periodo, Peyton e la sua famiglia avevano iniziato a parlare pubblicamente degli abusi e a sostenere modifiche legislative in Louisiana.

    “Quando Guidry uscirà di prigione tra un anno circa, potrà dire onestamente di essere un prete cattolico, mentre mio figlio potrà constatare che suo padre non può dire ‘Sono un diacono cattolico’, né che sono il benvenuto in chiesa, perché non possiamo infliggerci questa tortura.”

    “Dopo due anni di tiramenti, voglio sapere qual è la posizione di Roma”, ha detto. “Voglio che Roma risponda.”

    https://www.ncronline.org/news/louisiana-deacon-awaits-vatican-decision-his-excommunication

  • Pedofilo, bocciata la Commissione d’inchiesta

    Pedofilo, bocciata la Commissione d’inchiesta

    Il Consiglio grande e generale si infiamma sul caso di Steven Raul James, il 27enne condannato in via definitiva in Italia per abusi sessuali su minori che, per mesi, ha continuato a lavorare nelle mense scolastiche sammarinesi. Al centro del dibattito consiliare, la proposta di legge dell’opposizione per istituire una Commissione d’inchiesta, bocciata da una maggioranza che ha blindato l’operato del governo difendendo la validità di una commissione ’tecnico-amministrativa’ definita dalle minoranze un mero strumento di facciata.

    L’attacco dei gruppi di opposizione è corale e durissimo, puntando il dito contro i ritardi della segreteria alla Giustizia. “Uno Stato che non riesce a difendere i propri bambini e permette a un condannato per abusi di fare il cuoco nelle scuole è inaccettabile”, attacca Emanuele Santi di Rete, aggiungendo il sospetto di favoritismi: “Non vorrei che, per qualche pugno di voti, gli sia stato consentito di continuare a lavorare con i bambini”.

    Sulla stessa linea Sara Conti di Rf, che incalza l’esecutivo sul vuoto decisionale tra giugno e agosto 2025: “A voi sembra normale che una vicenda simile arrivi in Congresso e nessuno si ponga delle domande? Perché il Congresso di Stato non ha agito?”. Anche Gaetano Troina di Domani Motus Liberi denuncia la gestione della commissione tecnica, parlando di un lavoro parziale: “È stata già prodotta una relazione finale senza che il membro nominato dalle opposizioni sia stato messo nelle condizioni di partecipare. Si cerca una via di fuga per far dimenticare tutto ai cittadini”.

    Il segretario di Stato Stefano Canti replica con fermezza, tacciando di falsità le ricostruzioni delle minoranze. “Da parte nostra non c’è stata alcuna fretta, ho agito con trasparenza rispettando la morale e la legge”.

    A sostegno del Segretario, Manuel Ciavatta (Pdcs) difende la scelta tecnica rispetto a quella politica: “Il problema risiede nelle regole del sistema giudiziario italiano che non comunica certi atti automaticamente. Non è una colpa del governo se un soggetto dichiara il falso per eludere i controlli”. Gian Nicola Berti di Ar invita ad abbandonare la ricerca del “sangue” politico per concentrarsi sulle falle del sistema, Antonella Mularoni di Rf lancia un monito per il futuro prossimo: “Dobbiamo rendere certi fatti impossibili.

    Chi deve essere assunto nelle scuole deve presentare certificazioni reali e non semplici autodichiarazioni”. Il dibattito si chiude con un nulla di fatto per la Commissione d’inchiesta, ma con il Paese ancora scosso da una vicenda che Miriam Farinelli di Rf sintetizza con amarezza: “La verità paga sempre, anche se brucia, ma qui si è preferito segnare l’ennesima brutta pagina di storia”.

    https://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/pedofilo-bocciata-la-commissione-dinchiesta-3dedae07

  • San Marino – ‘Caso Pedofilo’: in esame il pdl dell’opposizione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica

    San Marino – ‘Caso Pedofilo’: in esame il pdl dell’opposizione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica

    Visioni opposte tra maggioranza e opposizione nel dibattito generale del pdl dei partiti di minoranza per l’istituzione di una commissione d’inchiesta politica sul cosiddetto ‘caso pedofilo’: la vicenda che la scorsa estate ha scosso l’opinione pubblica con l’arresto a Riccione del sammarinese condannato in Italia, a 4anni e 4 mesi, per violenza sessuale aggravata e continuata su minori.

    A destar scalpore il fatto che il 27enne, pur sotto procedimento penale dal 2021, avesse un incarico temporaneo negli asili nido sul Titano, anche dopo la condanna definitiva ad aprile 2025. Maggioranza e Governo, contrari alla commissione d’inchiesta politica, hanno già istituito sulla vicenda una commissione tecnica-amministrativa: i due membri di maggioranza hanno già prodotto una relazione e quello di opposizione – che ha assunto l’incarico successivamente – ne sta elaborando una seconda, o un’integrazione, e a quel punto, ha detto il Segretario di Stato alla Giustizia, ci sarà un dibattito in Consiglio.

    Intanto dalla prima relazione, ha precisato Canti: “È emerso che ho operato nel pieno rispetto della legge. E Steven Raul James non ha invece adempiuto al suo obbligo di autodichiarazione” per l’assunzione dell’incarico nella Pa. Si sono dunque scontrate, due ‘scuole di pensiero’: da una parte l’opposizione che vuole accertare le eventuali responsabilità politiche di chi a San Marino sapeva che il soggetto era stato condannato in Italia per reati di pedofilia ma continuava a lavorare e a frequentare sul Titano ambienti con minori; dall’altra la maggioranza a sostegno di una commissione che accerti responsabilità tecnico-amministrative.

    La seduta odierna, si era aperta con una serie di pdl in prima lettura. Apprezzamento bipartisan per l’attivazione di politiche a favore dei giovani e poi per l’introduzione di incentivi a sostegno dell’attività sportiva, volti a favorire la partnership pubblico-privato nell’organizzazione di eventi ed anche nella realizzazione di impianti.

    Opposizione critica invece sulle modifiche alla composizione della commissione di controllo della finanza pubblica perché, con i requisiti e le incompatibilità introdotte, viene ritenuta una legge contra personam, nello specifico contro Andrea Zafferani, ex consigliere di Rf, attuale componente dell’organismo. Narrazione negata dalla maggioranza e dal Segretario di Stato Marco Gatti che hanno riferito come i cambiamenti si rendano necessari in funzione dell’evoluzione normativa e per garantire competenze specifiche di natura economica e giuridica.

    https://www.sanmarinortv.sm/news/politica-c2/caso-pedofilo-in-esame-il-pdl-dell-opposizione-per-l-istituzione-di-una-commissione-d-inchiesta-politica-a289379

  • I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    Le vittime dei Testimoni di Geova hanno nuovamente vinto in tribunale contro la congregazione. La sezione civile del Tribunale provinciale di Madrid ha confermato la precedente sentenza, affermando che coloro che sono stati colpiti dalle pratiche dei Testimoni possono essere considerati vittime, possono costituire un’associazione e possono definire la congregazione una “setta distruttiva”, in quanto tutelati dalla libertà di espressione.

    I giudici ritengono inoltre che tali affermazioni siano supportate dalle esperienze di vita reale di ex membri della setta che hanno testimoniato durante il procedimento giudiziario. La sentenza afferma che queste dichiarazioni “non costituiscono semplici insulti, bensì giudizi di valore con sufficiente fondamento fattuale” e che “fanno parte di un rilevante dibattito sociale di interesse generale”, secondo una dichiarazione dello studio legale Bardavío Abogados, che ha rappresentato le vittime in questo caso.

    La Corte sottolinea che tali manifestazioni sono tutelate quando si basano su fatti verificabili e testimonianze veritiere, nell’ambito del legittimo esercizio dei diritti fondamentali. Inoltre, la sentenza si fonda sulle pratiche denunciate in numerose testimonianze di ex membri, che descrivono sistemi di controllo interno attraverso regolamenti e commissioni disciplinari; pressioni sociali e familiari, soprattutto in caso di espulsione o dissenso; e isolamento sociale.

    «In primo luogo, la rilevanza pubblica del contenuto informativo non può essere messa in discussione, a meno che non si viva distaccati dai media in una società democratica come quella spagnola. Pochi argomenti seri suscitano maggiore interesse nelle società democratiche del funzionamento interno delle religioni, delle relazioni tra i loro membri e dell’adattamento dei loro antichi dogmi ai valori attualmente prevalenti nelle società democratiche», si legge nella sentenza.

    Nella parte conclusiva della sentenza, i giudici si concentrano su una questione fondamentale: “I membri dell’associazione imputata che hanno abbandonato i Testimoni di Geova intendono recuperare un rapporto di affetto con i loro parenti che continuano a appartenere alla confessione religiosa e per i quali provano un amore sincero che esclude la promozione di atti dannosi nei loro confronti o la loro giustificazione in qualsiasi modo”.

    Aggiungono inoltre che le vittime non hanno “l’intenzione di diffamare”, ma piuttosto “agiscono con l’evidente intento di denunciare al fine di modificare le abitudini della confessione religiosa, adattandole ai valori attuali delle società democratiche”.

    Il procedimento legale è iniziato nel 2019 e si è incentrato sull’esistenza stessa dell’Associazione spagnola delle vittime dei Testimoni di Geova, sui suoi statuti e sulle sue denunce.

    La sentenza che ha respinto la causa per violazione dell’onore intentata dai Testimoni contro le vittime conteneva quasi 70 pagine di argomentazioni a favore della loro libertà di espressione, considerando che le loro critiche sono veritiere, documentate e, nella maggior parte dei casi, basate sulle testimonianze delle persone direttamente coinvolte.

    «Sebbene sia fastidioso e profondamente offensivo, l’esistenza dell’Associazione deve essere tollerata», ha affermato il magistrato di Torrejón de Ardoz.  Il giudice ha riconosciuto che affermare che i testimoni si comportino come una «setta» può essere «spiacevole, persino offensivo, per i fedeli», ma costituisce una «critica legittima». La congregazione ha annunciato che presenterà ricorso contro questa sentenza, che, tra le altre cose, respinge la sua richiesta di risarcimento di 25.000 euro.

    https://www.eldiario.es/sociedad/justicia-avala-llame-secta-destructiva-testigos-jehova_1_13158958.html