Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: legge

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    «È un report assolutamente deludente, serve alla Cei solo per poter dire di aver fatto qualcosa. Nulla di paragonabile con quello realizzato da altri episcopati in altri Paesi europei, come ad esempio in Francia».

    È molto severo il giudizio di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole dal tribunale, anche se diversi reati sono caduti in prescrizione grazie alle complici omissioni del suo vescovo che lo ha protetto per anni.

    Zanardi quali sono i limiti dell’indagine commissionata dalla Cei?

    Il report già nasceva male, perché avrebbe dovuto coprire un arco temporale limitato, ovvero dal 2000 a oggi, analizzando i dati provenienti dal Dicastero per la dottrina della fede e dalle diocesi. Ma quello che è stato presentato oggi (ieri per chi legge, ndr) è peggiore del previsto: non venti ma due anni, 2020 e 2021, e solo sulla base dei dati dei servizi diocesani per la tutela dei minori, fra l’altro in piena emergenza Covid, per cui non so quanti abbiano potuto recarsi agli sportelli. E anche sull’indipendenza della commissione si potrebbe discutere.

    È stato realizzato dall’università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza…

    Appunto. Si dice che non si tratta della Chiesa, quindi è indipendente. Ma di chi è l’università cattolica?

    Quali sono gli altri punti deboli?

    Sono esclusi dal report tutti i casi segnalati al Dicastero per la dottrina della fede, che peraltro abbiamo scoperto non essere poche decine, ma oltre seicento, in vent’anni: ce li faranno sapere, ma non si sa né come né quando. Poi non sono state prese in considerazione le denunce alla magistratura. E non sono stati utilizzati i dati in possesso delle associazioni delle vittime: solo con la Rete l’Abuso abbiamo segnalato 370 casi in quindici anni.

    Non siete stati interpellati?

    No. Mesi fa ho incontrato il presidente della Cei cardinale Zuppi, mi avrebbe dovuto contattare monsignor Ghizzoni, ma sto ancora aspettando la telefonata.

    Cosa ne pensano le vittime?

    Semplicemente non esistono. Non si parla di indennizzi e solo il 14% delle diocesi ha avviato un sostegno psicologico per le vittime, a fronte di 23 case per preti pedofili, dove dicono di curarli, spesso sottraendoli alla giustizia. Inoltre dei casi elencati, non si dice dove sono accaduti, chi sono le persone coinvolte e dove stanno adesso. Contro i preti si possono prendere dei provvedimenti canonici. Ma nei confronti dei laici? Andrebbero denunciati alla magistratura. È stato fatto? Direi di no, quindi sono invisibili.

    L’obbligo di certificato antipedofilia potrebbe aiutare?

    È quello che chiediamo da anni, come strumento di prevenzione. Ma il volontariato, e quindi le strutture ecclesiastiche e religiose, sono esentate. In questo modo gli spazi ecclesiali sono una sorta di zona franca dove un pedofilo che è già stato denunciato ha libero accesso, a differenza di altri luoghi, come ad esempio la scuola. A questo poi va aggiunto che, siccome negli ambienti religiosi si ha paura dello scandalo pubblico, paradossalmente per un pedofilo sono spazi protetti, perché sa che, anche se scoperto, difficilmente verrà denunciato.

    Insomma il report è tutto da buttare?

    No. Nonostante tutte le lacune, dal report emerge un dato sicuramente in difetto ma comunque di grandi dimensioni: si tende a minimizzare, ma 89 casi denunciati in appena due anni non sono affatto pochi.

    https://ilmanifesto.it/report-deludente-utile-solo-alla-cei

  • Abusi sessuali nella Chiesa, l’arcidiocesi di Baltimora scopre 600 casi

    Abusi sessuali nella Chiesa, l’arcidiocesi di Baltimora scopre 600 casi

    I casi di abusi sessuali continuano a scuotere la Chiesa Usa: un’indagine di quasi quattro anni sull’Arcidiocesi cattolica di Baltimora, nel Maryland, ha portato alla luce oltre 600 casi di abusi sessuali su giovani nell’arco di 80 anni.

    Per il procuratore generale che ha condotto l’indagine, però, è probabile che ve ne siano “centinaia di altri”. Le vittime degli abusi sono giovanissime, dai 4 ai 18 anni.

    Per quanto riguarda i responsabili, l’indagine ha individuato 115 sacerdoti già perseguiti dalla Chiesa di Baltimora in passato per abusi sessuali, più altri 43 sacerdoti “non identificati pubblicamente”.

    L’inchiesta ha anche rivelato che l’arcidiocesi “non ha dato seguito a molte accuse di abusi sessuali, non ha condotto indagini adeguate sulle violenze, non ha cacciato gli autori o limitato la loro vicinanza con i bambini”, ma – è la pesante accusa della Procura di Baltimora – “ha invece fatto di tutto per mantenere segreti gli abusi”.

    “Ora è il momento della verità”, si legge nel fascicolo di 35 pagine depositato al Tribunale di Baltimora, nel quale si chiede al giudice di approvare la pubblicazione del rapporto completo di 456 pagine. Poiché il rapporto contiene informazioni raccolte da testimonianze rese davanti a un grand jury, è richiesta l’approvazione del giudice. “Rendere pubbliche le trasgressioni della Chiesa è fondamentale per mettere sotto accusa le persone e le istituzioni e per migliorare le modalità in cui le accuse di abusi sessuali saranno gestite”, si legge nel documento.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/abusi-sessuali-chiesa-baltimora_57563581-202202k.shtml

  • Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

    Seicentotredici è il numero dei fascicoli contenenti denunce di abusi sessuali nella Chiesa inviati negli ultimi vent’anni dalle diocesi italiane alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero per la Dottrina della Fede). Ottantanove vittime (61 minorenni), nel biennio 2020-21, che segnalano casi di abusi – metà recenti, metà del passato – compiuti da 68 presunti abusatori. Non solo sacerdoti (30) e religiosi (15), ma anche laici (23) quali insegnanti di religione, sagrestani, animatori dell’oratorio o del grest, responsabili di associazione, direttori di Uffici di Curia, catechisti e presidenti di Onlus. A molti di questi sono stati offerti percorsi di riparazione in comunità di accoglienza e accompagnamento psicoterapeutico.

    Gli abusi

    Sono i dati che maggiormente spiccano nel primo Report pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sul lavoro svolto dalla rete territoriale di Servizi diocesani e interdiocesani per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili negli ultimi anni. Quelli cioè colpiti dalla pandemia di Covid che ha aggravato il fenomeno. Fenomeno che non riguarda solo il crimine di violenze sessuali, ma anche – si legge – “molestie”, “esibizione di pornografia”, “adescamento online”, “atti di esibizionismo”, “manipolazioni”, “proposte indecenti”, “violenza domestica” o, in un caso, “adesione a setta satanica”.

    Il documento, dal titolo “Proteggere, prevenire, formare”, è stato presentato questa mattina in una affollatissima Sala Marconi di Palazzo Pio. Assente il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, presenti il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, e il responsabile del Servizio nazionale per la Tutela dei minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni, insieme ad alcuni “testimoni” dei servizi e centri dispiegati sul territorio.

    “Nuovi” dati

    Monsignor Baturi, in particolare, ha parlato di questo “nuovo” dato emerso relativo ai 613 fascicoli contenenti denunce di abusi arrivati alla ex Congregazione per la Dottrina della Fede dalle diocesi italiane, spiegando che verrà svolta “una indagine in collaborazione con il Dicastero per un esame qualitativo e quantitativo del fenomeno emerso in sede istituzionale in Italia negli ultimi venti anni”.

    Un numero ben più ampio rispetto a quelli comunicati in passato dalla Cei sull’ultimo decennio. Baturi ha chiarito che “dalle notizie che abbiamo raccolto sono più di 600 i fascicoli ma serve un esame per comprendere quante e quali siano le vittime, in che contesto vivono, chi sono i responsabili, i loro profili, la nostra capacita di reagire alle denunce. Tutto sarò oggetto di ricerca su casi reali e ci vorrà tempo ma la Cei sarà supportata da centri indipendenti”.

    Nessuna volontà di nascondere

    Naturalmente non c’è nessuna volontà di nascondere. Anzi, come affermato da monsignor Ghizzoni, “è ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia”. “Questo – ha detto il segretario della Cei – è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici, con una predisposizione di azioni, anche nuove, per favorire una lettura globale” della pedofilia nella Chiesa, quella che Papa Francesco ha stigmatizzato in più di un’occasione come “un cancro nella Chiesa”. E proprio grazie alle sollecitazioni del Papa, ha annotato il numero due dei vescovi italiani, si è potuta diffondere una nuova e diversa cultura nella Chiesa italiana circa il contrasto degli abusi, concretizzata in decisioni prese dall’assemblea dei Vescovi e in “una attenzione importante di cui bisogna dare atto”. “La Cei – ha affermato – non ha competenze giudiziarie, ma questo è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici”.

    Quanto alla questione risarcimenti, Baturi, in risposta alle domande dei giornalisti, ha detto: “In sede ecclesiale è un tema che noi abbiamo esaminato a livello normativo e generale, il Motu proprio Vos estis lux mundi prevede sostegni. Ma non abbiamo articolato forme piu precise di aiuto, il tema dei risarcimento è connesso a procedimenti civili”.

    Maggiore coinvolgimento e sinergia

    Da parte sua, il responsabile del Servizio di tutela ha sottolineato un cambiamento in positivo della percezione della gravità degli abusi. Lo dimostra la risposta ottenuta dalle diverse diocesi: “Dall’inizio del 2019, grazie al Consiglio permanente è stata fatta nascere una rete. Non ci aspettavamo che in un anno e mezzo diocesi ci rispondessero. Ognuna ha segnalato un referente diocesano per il Servizio di tutela dei minori”. Il numero è di 158 su 166. “Diversa” anche la coscienza riguardo alle vittime: “Il vero cambiamento, come Chiesa, è avvenuto proprio quando noi abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime. Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e il cominciare a tener conto di questo fattore, più che degli altri, ha fatto sì che cominciassimo seriamente a cambiare stile”, ha detto l’arcivescovo di Ravenna. “Questo – ha aggiunto – è avvenuto anche a livello sociale e culturale… C’è una presa di coscienza specifica del problema degli abusi, ma non è ancora abbastanza. La dignità di una persona vale di più di un mondo intero”. E “la Chiesa italiana, con questo Report, si impegna a valutare i casi, per una reazione adeguata che coinvolga tutti i soggetti della società italiana per un problema che è di tutti e deve vedere maggiore coinvolgimento e sinergia”.

    Una prima fotografia

    Al momento il Report è “una prima fotografia di quello che la Chiesa italiana sta mettendo in atto per contrastare il fenomeno degli abusi e impegnarsi nella prevenzione. Siamo ancora agli inizi”, ha affermato ancora l’esperto Cei. Ciò che “preme” è “certamente fare verità su passato e presente e fare giustizia, si tratta di un reato e un peccato gravissimo. Preme che questo evento non accada, vogliamo arrivarci prima per dare possibilità a ragazzi, genitori, famiglie di poter accedere a tutti i nostri ambienti con tranquillità e sicurezza vere”.

    Far crescere la prevenzione

    L’idea ora è di fare un Report ogni anno, con indicazioni precise, approfittando delle conoscenze sviluppate per far “crescere attività di prevenzione”. “Il nostro scopo non è solo fare un centro ascolto per raccogliere segnalazioni e denunce ma di anticipare eventi negativi e di formare le persone. Quali? Preti, religiosi, laici più stretti collaboratori, allargandosi a chi gravita in ambiente ecclesiale come allenatori sportivi, animatori oratorio, centro giovanile, scuole cattoliche… Tanti ambiti perché le persone siano attente, vigilanti, pronte ad agire e reagire”.

    Non sostituirsi alle autorità

    Un altro importante chiarimento offerto dal responsabile Cei per la Tutela dei Minori è che “come Chiesa, non dobbiamo e non vogliamo sostituirci né all’autorità, né alle forze dell’ordine, né tantomeno alla magistratura: quei reati che comunque devono essere denunciati, chiunque sia l’abusatore, noi li ascoltiamo, accogliamo, se riguardano persone in vita ecclesiale per prendere provvedimenti ecclesiali per un giusto processo canonico che porti a delle conseguenze, con una procedura nota: la verifica della verosimiglianza, l’investigatio previa, la segnalazione alla Dottrina della Fede, il processo, la sentenza… Fino a quel punto le persone hanno diritto ad essere considerati innocenti e alla tutela della buona fama”.

    In preghiera per le vittime

    Ghizzoni ha inoltre ricordato la Giornata indetta per domani dall’Onu per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Nell’occasione la Conferenza episcopale ha esortato a vivere in tutte le parrocchie, diocesi, movimenti una giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Sono stati formulati e inviati anche degli appositi testi. Il tutto per favorire la sensibilizzazione sul tema che, ha assicurato il prelato, “porterà sempre più la gente a parlare”: “Per una vittima aprire questo discorso sulla sua vita e sul suo passato è scoprire una ferita, un misto di sensi di colpa e umiliazione, non da sottovalutare. Se l’ambiente diventa sempre più attento, sensibile e favorevole, le vittime possono aprirsi di più e denunciare”.

    Alcune associazioni di vittime – a cominciare da Rete L’Abuso con il cui responsabile il cardinale Zuppi aveva avuto un dialogo diretto la scorsa estate – ha criticato il Report presentato oggi e ha affermato che i dati Cei “battono” quelli emersi dallo studio di una commissione indipendente in Francia.

    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-11/cei-report-servizi-centri-tutela-minori-abusi-italia.html

  • Pedofilia, 753 casi mai segnalati dalla Chiesa italiana alla magistratura

    Pedofilia, 753 casi mai segnalati dalla Chiesa italiana alla magistratura

    Il dato più interessante emerso dalla conferenza stampa di presentazione del primo Report della Chiesa italiana sugli abusi su minori compiuti in ambito ecclesiastico non è presente nel Report. Come è stato infatti rivelato da mons. Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale, dal 2001 al 2020 sono stati «613 i fascicoli trasmessi dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede». È la prima volta dal 2010 che la Conferenza episcopale “aggiorna” pubblicamente questo dato. Il 25 maggio del 2010 era stato infatti l’allora segretario mons. Crociata a raccontare durante l’assemblea generale dei vescovi che dal 2001 erano stati «circa 100 i casi di abusi sessuali rilevati in Italia con procedimenti canonici nell’ultimo decennio».

    Venendo al Report, realizzato da ricercatori dell’Università Cattolica di Piacenza sulla base dei dati provenienti da 90 Centri di ascolto istituiti nel 2019 dalla Cei nelle diocesi italiane (leggi l’inchiesta di Left sui Centri d’ascolto)  per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Stando allo studio tra il 2020 e il 2021 sono state 89 le segnalazioni di abusi e violenze di vario tipo raccolte da 30 dei 90 centri; 40 riguardano minori di 14 anni (45%), 33 di età compresa 15-18 anni e 16 adulti vulnerabili.

    Circa la tipologia dei casi segnalati, si legge nel Report è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati” (24), seguiti da “toccamenti” (21); “molestie sessuali” (13); “rapporti sessuali” (9); “esibizione di pornografia” (4); “adescamento online” (3); “atti di esibizionismo” (2). Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%).
    I 68 presunti autori di reato sono soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione. Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario
    (11,9%).

    «È solo una prima fotografia, siamo ancora agli inizi», ha detto monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori. «A noi preme fare verità sul passato e fare giustizia, perché si tratta di un peccato e un reato gravissimo, ma ci preme anche che ciò non accada più, e per questo siamo impegnati nella prevenzione». Giustizia e prevenzione che però ancora una volta non si concretizzeranno in una collaborazione con la magistratura “laica” tramite la denuncia delle segnalazioni ricevute. Come hanno ricordato i due monsignori, infatti, sollecitati dalle domande dei giornalisti, la legge italiana non prevede l’obbligo di denuncia per reati di questo tipo se non per i pubblici ufficiali. E i vescovi non sono pubblici ufficiali.

    Quindi, in buona sostanza, le 89 segnalazioni ricevute dai Centri di ascolto diocesiani sono state trasmesse solo all’Autorità ecclesiastica e tra le azioni poste in essere contro i 68 presunti responsabili sono risultati prevalenti i «provvedimenti disciplinari», seguiti da «indagine previa» della Diocesi e «trasmissione al Dicastero per la dottrina della fede». I 40 casi di violenza su minori si aggiungono pertanto ai 613 “rivelati” da mons. Baturi per un totale di 653 fascicoli aperti in poco più di 20 anni. Abbiamo quindi chiesto a mons. Ghizzoni quali impressioni avesse ricavato da tali cifre e se possano considerarsi il sintomo di un problema di carattere strutturale all’interno della Chiesa cattolica. «Abbiamo ricevuto questi dati da troppo poco tempo per poter fare delle valutazioni approfondite» è stata la replica.

    Una prima risposta meno evasiva potrebbe venire da un secondo studio commissionato dalla Cei e annunciato da mons. Baturi che sarà realizzato in base all’analisi dei 613 fascicoli trasmessi in 20 anni dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede. «Il numero dei fascicoli aperti – ha sottolineato mons. Baturi – può non corrispondere al numero di reati commessi. Possono essere di più o di meno – ha precisato il segretario della Cei – perché un abusatore può aver compiuto più violenze, ma d’altra parte una denuncia può essersi conclusa con una archiviazione. Per questo è necessaria una elaborazione approfondita di queste informazioni, tenendo presente che è forse la prima volta al mondo che si realizza un accordo del genere tra il dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) e un episcopato nazionale».

    Va bene l’eccezionalità dell’accordo ma questo significherebbe che la Cei a oggi non è a conoscenza dell’esito di quelle 713 segnalazioni. E allora ci si chiede: se non c’è stata comunicazione alla Cei da parte della Santa sede, i preti condannati per pedofilia dal Ddf sono tutti rimasti tranquillamente a svolgere le proprie funzioni nelle rispettive Diocesi? Qualcosa non torna, ma se così fosse non ci sorprenderebbe. Una ipotesi è che i vescovi delle diocesi interessate siano stati informati ma che nessuno, dal vertice in giù, si sia mai preso la briga di mettere insieme tutte le informazioni per avere quanto meno un quadro complessivo del fenomeno.

    Quel che è certo è che in nessun caso (dei 613+100+40) è mai stata coinvolta la magistratura italiana. E questo è inaccettabile per un Paese civile, cioè laico.

    https://left.it/2022/11/17/pedofilia-753-casi-mai-segnalati-dalla-chiesa-italiana-alla-magistratura/

  • Report CEI la critica dei sopravvissuti ai limiti del report, ma i dati battono la Francia

    Report CEI la critica dei sopravvissuti ai limiti del report, ma i dati battono la Francia

    Prima di analizzare il report la critica ad un “report sulla pedofilia del clero” che un report non è, che inizialmente era già parziale nel raccogliere i soli dati dal 2000 a oggi (come fatto notare a maggio al Presidente Zuppi) provenienti all’epoca solo dalla Congregazione per la Dottrina della fede e dagli sportelli diocesani.  Invece troviamo un report parecchio più limitato, al limite del ridicolo. Solo due anni, dal 2020 al 2022, con solo i dati degli sportelli Diocesani.

    Sono esclusi dal report quindi tutti i casi (sempre di sacerdoti italiani) denunciati alla magistratura o all’associazione o direttamente alla CDF.

    Nessun accenno a indennizzi e nessun supporto per le vittime. Solo il 14% delle diocesi risulta dal report, avere almeno quello psicologico. Per i sacerdoti invece 23 strutture sul territorio che li assistono e spesso li sottraggono anche al carcere.

    Nessun accenno di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria, tranne ovviamente quando vengono indagati e sono costretti a farlo per ordine di un pubblico ministero o un giudice.

    Non si sa chi o almeno dove siano i preti e laici citati, se e quali provvedimenti sono stati effettivamente presi, facendo presente che per i laici che nel report come vedrete risultano più dei preti, la chiesa non può imporre controllo ed il tutto si riduce a mera omertà.

    Si parla di collaborazione con associazioni esterne, ma non con quella italiana delle vittime. Nemmeno con il Coordinamento Italy Church Too che le sostiene e che più volte ha scritto alla CEI senza mai ottenere risposte.

    Anche in difetto i dati sono comunque allarmanti.

    Se contiamo che sono stati raccolti nei due anni durante i quali l’ accesso agli sportelli è stato limitato per via del COVID e mancano i casi denunciati alla magistratura e alle associazioni, qui si parla di 89 casi segnalati tra il 2020 e il 2021 (manca il 2022). Come sottolinea il report (PrimoReport_Sintesi- PrimoReport_integrale) “Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”.

    Possiamo quindi dire che almeno 45 casi siano quelli recenti (2020 – 2021), circa 2 casi al mese, che a noi non sembrano pochi.

    Inoltre, secondo il report CEI, l’effetto della mancanza del certificato antipedofilia dal quale l’Italia ha sollevato il volontariato e che da anni denunciamo la pericolosità di quel vuoto – in quanto incentiva i predatori ad inserirsi in quegli ambienti, ancor più nella chiesa che per via della paura dello scandalo se succede qualcosa non querela – parrebbe sempre secondo il report darci ragione, il dato batte i laici della Francia e in Italia supera i preti.

    Si legge; “Il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione.”.

    Forse non è così casuale che la CEI voglia introdurre sotto forma di corsi anche nelle scuole cattoliche questo sistema di monitoraggio.

    In sintesi si conferma quanto le vittime avevano già potuto apprendere nella scorsa estate attraverso gli incontri avuti con il presidente della CEI Matteo Zuppi e che già all’epoca avevano interrotto per l’assenza di spazi di dialogo da parte della chiesa italiana, nelle proposte per nulla interessata alle vittime.

    Il report conferma una mera propaganda degli sportelli diocesani, utili alla chiesa, ma pericolosissimi per le vittime, oltre che inutili, come abbiamo già dettagliato in passato.

    Il vero responsabile resta in Italia lo Stato, l’unico in Europa a non essersi mai pronunciato oltre che inadempiente, come conferma anche il Comitato per i diritti dell’infanzia del l’ONU.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/05/03/litalia-denunciata-per-la-seconda-volta-allalto-commissariato-per-i-diritti-umani-delle-nazioni-unite/

  • Parla padre Zollner: “Oggi la prevenzione dipende dall’ammettere le realtà del passato”

    Parla padre Zollner: “Oggi la prevenzione dipende dall’ammettere le realtà del passato”

    Teologo, psicologo e professore presso la Pontificia università Gregoriana, padre Hans Zollner è considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Lo abbiamo sentito per parlare della pedofilia all’interno della Chiesa e del report che a breve sarà pubblicato dalla Cei.

    Padre Zollner, il report in fase di redazione della Cei porta con sé alcune ombre. La prima è che si tratta di un’indagine interna e non indipendente. La seconda è che farà riferimento agli abusi avvenuti solamente negli ultimi 20 anni basandosi sui dati dei centri fragilità delle diocesi entrati in funzione appena due anni fa. Lei cosa ne pensa?

    “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”.

    In Sicilia sono 28 i preti pedofili che sono stati condannati, che hanno patteggiato o che sono indagati. Un dato che rappresenta oltre l’8% dei preti condannati a livello nazionale. Tutti numeri che dovrebbero essere rivisti al rialzo, date le peculiarità del trauma. Secondo lei questa indagine interna porterà alla luce un dato reale o uno molto a ribasso?

    “Io non conosco né la metodologia né lo scopo preciso di questa indagine. In ricerca, su questi campi, e in particolare nella ricerca sul fenomeno di abuso in alcuni Paesi, si distinguono due concetti: il campo chiaro e il campo oscuro. Io suppongo che, come in molti altri studi condotti in Usa o in Germania, si parlerà del campo chiaro, ovvero di quei casi che possono essere verificati, calcolati e contati attraverso quello che si trova nei documenti, negli archivi, nella corrispondenza tra uffici. Queste cose si trovano nelle denunce presso la magistratura, in quelle nell’ambito della Chiesa stessa o testimonianze dirette da parte delle vittime o da parte di un reo. L’unica ricerca fatta sul campo oscuro, cioè sulla stima secondo un metodo utilizzato in medicina per l’epidemiologia, è quella francese. Loro hanno chiesto a sociologi di fare una tale stima seguendo un metodo riconosciuto e utilizzato dall’Oms. Ovviamente non è la stessa cosa avere da un lato numeri precisi, verificati e comprovati dalla documentazione in essere e dall’altro una stima che anche se scientificamente valida sempre una stima rimane. Si deve stare attenti a non aspettarsi che questo metodo produca numeri esatti sulle vittime di abuso in Sicilia o altrove. Da quello che capisco io, in Italia si concentreranno sui dati verificabili in un senso forense. Non è che è un’eccezione l’Italia, l’eccezione era la Francia”.

    Ci sono diversi studi che confermano che il periodo di accettazione di questo tipo di traumi supera i 20-25 anni. Come mai in Italia, secondo lei, si è individuato proprio l’intervallo di tempo di venti anni?

    “Generalmente i tempi, in tutti i rapporti che abbiamo visto ultimamente, andavano dalla fine della Seconda guerra mondiale ai nostri giorni. Quando parliamo del consumarsi dei casi di abuso non ha senso andare più in là. In Spagna, per esempio, i gesuiti hanno cominciato a parlare di vittime degli anni 1920. Ma anche questa era una eccezione. Normalmente negli ultimi anni si prendevano i decenni dopo la guerra. Io non so perché la Cei ha deciso di guardare solo agli ultimi 20 anni, non conosco le spiegazioni. In quasi tutti i rapporti che ho visto però si prendevano fino a 70 anni indietro”.

    Questa differenza dell’intervallo di tempo pensa che possa avere una conseguenza negativa sull’esito del rapporto?

    “Io credo che se faranno bene il lavoro per gli ultimi vent’anni produrranno i numeri reali degli ultimi vent’anni. Ma sarà solo una parte della realtà perché prima degli ultimi 20 anni ci sono state altre vittime e quindi si dovrà andare indietro prima o poi. Non è che non siano giusti questi impegni ma saranno sempre parziali. Se si concentrano negli ultimi vent’anni con la cresciuta attenzione verso il tema tipica di questi anni, le vittime possono essere aiutate a denunciare con più libertà. Sappiamo che tantissimi hanno tardato molto a parlare di queste ferite. Ma non vale per tutti. Sembra che dove c’è più attenzione, sensibilità e possibilità mediatica di far conoscere i fatti le persone si sentono più invitate a parlarne pubblicamente. Comunque quello che è successo negli ultimi venti anni è una cosa, ciò che è stato denunciato negli ultimi 20 anni è un’altra cosa e sappiamo che non sono numeri indifferenti, anche in Italia”.

    Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?

    “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla Cnn in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    Una condanna che spesso, quando c’è, viene scontata dai carnefici nelle cosiddette case di recupero. Cosa accade dentro queste strutture?

    “Da secoli ci sono case di recupero per sacerdoti con malattie psichiche o alcolismo o altre cose simili. Io non ho mai visitato una di queste strutture in Italia ma penso che abbiano livelli molto diversi in termini di professionalità. Probabilmente alcune esistono solo per contenere le persone, sia nello spazio sia nelle loro attività. Altre sono molto più attrezzate in termini di terapia e di supervisione. In ogni caso queste strutture esistono perché anche nel clero cattolico ci sono persone con grosse difficoltà sia a livello fisiologico che psicologico, inclusa una patologia come la pedofilia. C’è una cosa che voglio sottolineare: non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti”.

    Quindi non sono pedofili ma pederasti? In ogni caso il risultato della loro devianza non è lo stesso?

    “Beh, no. Anche di fronte alla legge italiana l’abuso di un minore prima che compia 14 anni viene trattato diversamente. C’è un riconoscimento sia della medicina che dal punto di vista legale di una differenza. Che per la persona questo abuso possa avere lo stesso effetto è un altro discorso, ma oggettivamente ci sono considerazioni diverse. Inoltre, le chiederei di evitare la parola pederastia perché viene male intesa e non corrisponde al concetto scientificamente valido. A mio parere l’utilizzo di questa parola non aiuta neanche sulla discussione seria di queste materie. Sia davanti alla legge che davanti al medico ci sono criteri per valutare questi casi uno per uno”.

    La pedofilia è una malattia per cui è possibile una guarigione? E nelle case di recupero è questo l’obiettivo?

    “Se uno è pedofilo sessualmente attratto da bambini prima dell’adolescenza, nella psichiatria di oggi questa attrazione non può essere cambiata. Il che non vuol dire che non ci sia la possibilità di lavorare con queste persone affinché non agiscano secondo le loro attrazioni. Ma questi casi coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    https://qds.it/pedofilia-chiesa-parla-padre-zollner/

  • Accordo tra i cardinali Sean O’Malley e Matteo Zuppi per combattere gli abusi sessuali nei paesi in via di sviluppo – #CEI-Comic

    Accordo tra i cardinali Sean O’Malley e Matteo Zuppi per combattere gli abusi sessuali nei paesi in via di sviluppo – #CEI-Comic

    La stipula, il 28 ottobre a Roma, dell’accordo tra i cardinali Sean O’Malley e Matteo Zuppi, l’uno in rappresentanza della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM; v. notizia precedente) e l’altro della Conferenza episcopale italiana, nel contesto di una collaborazione tra Vaticano e Chiesa italiana nella lotta agli abusi perpetrati dal clero, si è svolta «in uno spirito di stima e reciproca collaborazione», si legge sul sito della CEI.

    L’accordo intende «promuovere un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa», a partire dalla «condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/11/15/sulla-lotta-agli-abusi-accordo-tra-vaticano-e-cei/

  • La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati nelle ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM), presieduta dal card. Sean O’Malley, vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili – secondo il segretario ad interim p. Andrew Small, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28/10 – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    Per i molti nomi dei membri, sia i nuovi che i riconfermati, rimandiamo a una nostra notizia online (Adista online del 1/11/22), limitandoci qui a osservare che nella Commissione è una sola – per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) – è la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione. Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali (per quella italiana, v. notizia seguente), le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità ».

    È da sottolineare, però – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/69024

  • Sulla lotta agli abusi, accordo tra Vaticano e Cei

    Sulla lotta agli abusi, accordo tra Vaticano e Cei

    ROMA-ADISTA. La stipula, il 28 ottobre a Roma, dell’accordo tra i cardinali Sean O’Malley e Matteo Zuppi, l’uno in rappresentanza della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM; v. notizia precedente) e l’altro della Conferenza episcopale italiana, nel contesto di una collaborazione tra Vaticano e Chiesa italiana nella lotta agli abusi perpetrati dal clero, si è svolta «in uno spirito di stima e reciproca collaborazione», si legge sul sito della CEI. L’accordo intende «promuovere un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa», a partire dalla «condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

    Si tratta di un accordo che prevede «aggiornamenti regolari – dalla CEI a livello nazionale e dalla PCTM a livello universale – sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili. Si contempla inoltre uno scambio di competenze e professionalità, legate alle buone prassi, al fine di creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime, secondo gli standard internazionali individuati dalla Commissione e sul modello di quelli già diffusi nelle Diocesi italiane».

    L’accordo – che ha validità annuale e verrà rivisto ogni anno – include anche «un aiuto verso quei Paesi, specialmente in via di sviluppo, che dispongono di scarse risorse umane, professionali e finanziarie, con un supporto (non solo a livello economico) sia nella prevenzione sia nell’attuazione delle politiche di tutela», prosegue il comunicato CEI: nei fatti, la CEI – che tuttora rifiuta di fare chiarezza sul fenomeno degli abusi in Italia con una commissione indipendente che abbracci un periodo di tempo significativo – «ha previsto uno stanziamento per tre anni – precisa meglio il segretario ad interim della PCTM p. Andrew Small su L’Osservatore Romano (28/10) – al fine di supportare la Commissione a svolgere il suo lavoro di costruzione di solidi meccanismi di salvaguardia nel Sud del mondo». Stanziamento che proverrà «dai contributi dell’8×1000 che la Chiesa in Italia destina ai Paesi in via di sviluppo». CEI e PCTM periodicamente elaboreranno una relazione sulle rispettive attività; referenti del progetto saranno il Segretario Generale della CEI, mons. Giuseppe Baturi, e il segretario della PCTM, p. Small.

    https://www.adista.it/articolo/69025