Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Il Papa Emerito Joseph Ratzinger potrebbe essere presto tirato in ballo in un processo civile in Germania, assieme ad altri sacerdoti della Chiesa tedesca, per come sono stati gestiti in passato i casi di abuso sessuale. Secondo l’agenzia dei vescovi KNA, il Tribunale regionale bavarese di Traunstein ha avviato i primi passi procedurali previsti dalla legge dopo che le vittime si alcuni preti pedofili hanno presentato una causa civile al fine di ottenere un risarcimento danni. L’annuncio è stato fatto dal vicepresidente del tribunale, Andrea Titz confermando così le notizie che da giorni circolavano sulla stampa locale.

    Il portavoce del tribunale ha spiegato che a differenza del diritto penale, una causa civile non può essere archiviata. Si tratta, naturalmente, di fatti che riguardano gli anni Ottanta, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e si trovò ad avere a che fare con alcuni casi di sacerdoti spostati da altre diocesi per essere curati in Baviera. La causa, in oggetto, è diretta contro un sacerdote indicato quale presunto colpevole. La vicenda coinvolge anche il futuro Benedetto XVI, l’ex arcivescovo di Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, e l’arcidiocesi di Monaco-Frisinga come entità giuridica.

    Titz ha dichiarato che sono ancora in corso diverse scadenze legali. Gli imputati avevano a disposizione sei settimane per indicare la volontà di difendersi e di rispondere alla causa in atto. Nel caso di Benedetto XVI, le settimane a disposizione erano otto in ragione della sua residenza all’estero.

    A questo punto il tribunale, dopo aver ricevuto le risposte, dovrà esaminare se le richieste sono state presentate in modo coerente. Secondo le ricerche condotte da un pool investigativo di giornalisti risulta che al centro di questa storia c’è la vittima del sacerdote Peter H., che avrebbe continuato a lavorare nel ministero pastorale dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga nonostante avesse precedenti penali per abusi sessuali su minori. Il suo avvocato si batte affinchè un tribunale si pronunci sulla corresponsabilità dei vescovi per reati sessuali (anche se sono già caduti in prescrizione).

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/pedofilia_papa_ratzinger_abusi_germania_risarcimento_vaticano_vittime-6953797.html

  • Prete accusato di pedofilia, avrebbe violentato due bambini quando avevano 10 anni. L’arcivescovo lo sospende

    Prete accusato di pedofilia, avrebbe violentato due bambini quando avevano 10 anni. L’arcivescovo lo sospende

    Un prete della arcidiocesi di Pisa, di 74 anni è accusato di aver violentato parecchi anni fa, due fratelli che all’epoca dei fatti avevano intorno ai 10 anni. Il prelato parroco dal 1974, oggi monsignore nel mese di aprile scorso è finito davanti agli organi di giustizia della Chiesa, dopo che i due fratelli oggi adulti, si sono rivolti alla Diocesi pisana che ha messo in moto il procedimento canonico previsto per questi casi. Il tribunale avrebbe appurato la veridicità della gravissime accuse. Da stamattina, 16 settembre, il monsignore accusato di pedofilia e violenza sessuale dovrà lasciare le parrocchie e attendere in casa di un familiare gli esiti del processo canonico.

    L’arcivescovo lo ha anche sospeso da tutte le sue mansioni. Nei prossimi giorni, al termine del processo canonico, l’incartamento finirà in Vaticano che potrebbe decidere per l’espulsione dalla Chiesa, come indicato da Papa Francesco che ha espressamente richiesto ai vescovi italiani di avviare l’iter previsto per la riduzione allo stato laicale per i preti condannati per pedofilia, a prescindere se nei processi canonici o nei tribunali ordinari italiani, procedimenti che viaggiano parallelamente e che non si influenzano a vicenda. L’arcidiocesi pisana e l’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto si sono mossi con grande serietà rigore e rapidità ma purtroppo per i due fratelli la giustizia penale italiana non potrà fare nulla perché per questi reati commessi prima del 2014 la prescrizione è decennale. Dopo il 2014 la prescrizione è raddoppiata. E c’è già un progetto di legge per abolire la prescrizioni per i reati a sfondo sessuale su minori.

    Resta la possibilità per le due vittime di chiedere in sede civile i danni, perché i termini della prescrizione, nel processo civile, partono in tempi differenti da quelli penali. Al momento negli uffici della Curia a Pisa risulterebbero solo queste due denunce a carico del monsignore e non è dato sapere se esistano o meno altre vittime che ancora non sono venute allo scoperto o che hanno denunciato solo alle autorità giudiziarie italiane eventuali episodi di abusi o violenze sessuali. Si potrà capirlo solo col passare del tempo.

    Stando ai fatti già emersi, invece, i due fratelli avrebbero subito vere e proprie violenze a sfondo sessuale quando erano solo due bambini. Le parole del Papa in merito a questi episodi che da decenni affligge anche la Chiesa e che tanto male ha provocato a minori in tutto il mondo sono chiarissime. “Un prete non può continuare a essere prete se è un molestatore. Non può. Perché sia malato o un criminale, non lo so. Il sacerdote esiste per dirigere gli uomini a Dio e non per distruggere gli uomini in nome di Dio. Tolleranza zero. E deve continuare ad essere così”.

    Il prelato pisano accusato di pedofilia ha chiuso ieri (15 settembre) il suo account Facebook dove una delle due vittime lo aveva taggato in un post che aveva deciso di pubblicare, venendo allo scoperto e segnalando che anche il sito web ufficiale www.retelabuso.org aveva inserito nella lista dei preti accusati di pedofilia anche il suo nome con tanto di foto. Il monsignore accusato di questi gravissimi reati era: membro del Consiglio pastorale diocesano, vicario episcopale per la Città, Parroco della chiesa di Santa Maria Madre della chiesa e di Santa Marta, amministratore parrocchiale della Chiesa di San Matteo Apostolo e Evangelista, Canonico soprannumerario della Cattedrale di Pisa. Luigi Gabbriellini

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2022/09/16/prete-accusato-di-pedofilia-avrebbe-violentato-due-bambini-quando-avevano-10-anni-larcivescovo-lo-sospende/127172/

  • Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Martedì la Camera ha approvato un disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le vittime di abusi sessuali su minori che cercano di intentare cause civili, inviando il provvedimento alla scrivania del presidente Biden per l’approvazione finale.

    La camera ha approvato il disegno di legge , intitolato Eliminating Limits to Justice for Child Sex Abuse Victims Act, con voto vocale, una strategia riservata a misure popolari non controverse. Il Senato ha approvato la legge all’unanimità a marzo.

    Il provvedimento prevede la rimozione dei termini di prescrizione per i minori che presentano ricorsi civili relativi a una serie di reati di abuso sessuale, tra cui il lavoro forzato, la tratta sessuale, l’abuso sessuale e lo sfruttamento sessuale dei bambini.

    Secondo la legge attuale, i minori che subiscono abusi sessuali possono presentare azioni civili federali fino all’età di 28 anni o fino a 10 anni dopo la scoperta della violazione o della lesione. Il disegno di legge approvato dal Congresso cerca di eliminare questi limiti di tempo.

    Non vi è alcun termine di prescrizione per i reati che coinvolgono abusi sessuali su minori.

    Durante il dibattito in aula martedì, il rappresentante Jerry Nadler (DNY) ha affermato che i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia delle loro situazioni, il che potrebbe metterli a rischio di non chiedere danni a causa della prescrizione.

    “Anche comune è la divulgazione ritardata, con la tendenza dei sopravvissuti agli abusi sessuali su minori ad aspettare molti anni prima di rivelare l’abuso ad altri”, ha detto Nadler. “Questo perché i sopravvissuti agli abusi sessuali spesso impiegano molto tempo per elaborare il loro trauma e molti sopravvissuti che hanno subito abusi da bambini potrebbero non riconoscere l’abuso che hanno subito fino a molto più tardi nella vita”.

    “Purtroppo, poiché i sopravvissuti a abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia, qualsiasi prescrizione può impedire ai sopravvissuti di accedere alla giustizia e chiedere il risarcimento dei danni in tribunale”, ha aggiunto.

    Il democratico di New York ha affermato che i termini di prescrizione in vigore per le rivendicazioni civili di abusi sessuali su minori “possono servire a proteggere i molestatori e consentire loro di continuare a sfruttare il loro potere facendo scadere le rivendicazioni delle vittime”.

    “Questo disegno di legge consentirà ai sopravvissuti che sono vittime di reati federali di abusi sessuali su minori, inclusi abusi sessuali aggravati, traffico sessuale, tratta di esseri umani, lavoro forzato e sfruttamento sessuale, di chiedere il risarcimento dei danni civili alla corte federale indipendentemente dal tempo trascorso dall’abuso”, ha aggiunto.

    Il rappresentante Jim Jordan (R-Ohio) in aula martedì ha affermato che il disegno di legge “consentirebbe alle vittime della tratta di esseri umani o di reati sessuali di cercare rimedi civili indipendentemente da quando è avvenuto il crimine”.

    https://thehill.com/homenews/house/3641319-bill-eliminating-statute-of-limitations-for-child-sex-abuse-civil-suits-heads-to-bidens-desk/

  • I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi e il portavoce della rete “L’Abuso – Associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” Francesco Zanardi si sono incontrati due volte, riservatamente, nel corso dell’estate. Gli incontri, che in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti, sono avvenuti nella sede dell’Arcidiocesi di Bologna dopo che Zanardi, in una conferenza stampa del 22 maggio, aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulle modalità scelte dalla CEI per condurre le indagini sui casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in Italia.

    Nei loro due incontri il cardinale e il portavoce dell’associazione L’Abuso sono stati in disaccordo su punti precisi riguardo alle modalità dell’indagine. Zanardi contesta l’intenzione della CEI di non prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, e il fatto che verranno presi in considerazione, al contrario di ciò che è avvenuto in altri paesi, solo i casi degli ultimi venti anni. Mette poi in discussione l’indipendenza di chi avrà il compito di esaminare i dati raccolti, e i provvedimenti che la Chiesa progetta di prendere nei confronti dei responsabili dei casi di abusi riconosciuti.

    È soprattutto su questo ultimo punto che i toni del confronto tra Zuppi e Zanardi si sono alzati: «il cardinale», dice Zanardi al Post, «ha paragonato il prete pedofilo a un tossicodipendente che non deve essere condannato a vagare per le strade a vita. Ha così fatto riferimento alla mia storia personale, ma anche a quella di tante vittime di abusi che sono diventati tossicodipendenti o alcolisti o vivono gravi depressioni. È un paragone improponibile, la tossicodipendenza si cura, la pedofilia è tutta un’altra cosa».

    Nella conferenza stampa in cui aveva ricevuto le domande incalzanti di Zanardi, Zuppi aveva parlato di una “via italiana” alla questione della pedofilia della Chiesa, e cioè di un’indagine che sarebbe stata condotta in maniera diversa rispetto a quanto avvenuto in altri paesi, come Germania e Francia. In un’intervista data al Corriere della Sera, il presidente della CEI aveva detto di voler procedere in modo diverso anche perché, per esempio, giudicava l’inchiesta francese non particolarmente attendibile: «sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione».

    L’Italia è l’ultimo grande paese storicamente cattolico in cui la Chiesa ha deciso di indagare sugli abusi nei confronti di minori da parte dei preti. Ma lo farà, accusa Zanardi, «con un metodo utile unicamente alla Chiesa italiana per continuare a evitare, anche di fronte alle evidenze emerse in tutto il mondo, un ennesimo scandalo, il più grande visto in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi».

    Per comprendere quale sia l’importanza di un’inchiesta in Italia sugli abusi nella Chiesa è utile prendere in considerazione alcune stime realizzate dal giornalista irlandese Mark Vincent Healy che, in assenza di un dato italiano, sulla base di quelli emersi nelle ricerche delle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha fatto una stima. Suggerisce che la portata degli abusi in Italia potrebbe essere la più grande. Papa Francesco ha sostenuto, durante un’intervista con Eugenio Scalfari, che la percentuale di preti pedofili sul totale è di circa il 2%; secondo una ricerca americana realizzata alla fine degli anni Novanta sarebbe invece del 4%, mentre al termine della celebre inchiesta giornalistica “Spotlight” del Boston Globe la percentuale stimata fu del 6%. L’Australian Royal Commission ritiene che in Australia i preti pedofili siano il 7% del totale.

    Secondo Healy, in base a queste percentuali, «l’Italia rischia di superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea». In base a  queste stime, che non sono appunto dati verificati, i preti colpevoli di abusi in Italia sarebbero mille nell’ipotesi più ottimistica e quasi 4mila nell’ipotesi più pessimista; le potenziali vittime potrebbero arrivare complessivamente fino a un milione.

    Non è solo L’Abuso a contestare il modo in cui la Chiesa italiana sta procedendo. Anche il coordinamento ItalyChurchToo, che riunisce le associazioni che si battono contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, ha definito carenti i punti su cui si fonda la cosiddetta “via italiana” illustrata dal cardinale Zuppi.

    Il presidente della CEI ha spiegato che è in corso di realizzazione un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021). Inoltre, si sta svolgendo un’altra ricerca, su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il problema, fa notare la rete L’Abuso, è che vengono presi in considerazione solo i casi segnalati negli ultimi vent’anni alla Congregazione della Dottrina della Fede, escludendo totalmente quelli invece denunciati alla giustizia civile. «Si tratta», spiega Zanardi, «a volte solo di segnalazioni dei vescovi in cui spesso manca anche la vittima. Sono spesso documenti incompleti, senza quei dettagli che servono in realtà a individuare con certezza e chiaramente un caso di abuso».

    Per quanto riguarda il report sui casi denunciati agli Sportelli diocesani d’ascolto negli ultimi due anni, si tratta di poche denunce: «il 70-80% delle persone che subiscono abusi non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli Sportelli diocesani, costituiti nel 2019» dice Zanardi. «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro. In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso».

    Quello dei risarcimenti è un altro punto molto contestato da parte delle associazioni delle vittime. Nel loro incontro, secondo quanto riferisce Zanardi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che se venissero stabiliti risarcimenti la Chiesa fornirebbe un incentivo a denunciare e qualcuno sarebbe spinto unicamente a cercare profitto. In passato peraltro nemmeno i governi italiani si sono dimostrati sensibili all’argomento, come è invece avvenuto in altri paesi.

    In Svizzera per esempio è stato stabilito che non ci sia prescrizione per reati di pedofilia. Quando venne presa la decisione, nel 2015, visto che la legge non poteva essere retroattiva, fu stabilita una finestra di sei mesi entro la quale potevano essere presentate denunce anche per abusi subiti prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto furono le stesse istituzioni ecclesiastiche a contattare le vittime offrendo risarcimenti per evitare denunce e processi.

    I dati che verranno raccolti dai servizi diocesani e dalla Congregazione per la dottrina della fede, saranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza specializzati in economia, statistica, sociologia e con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori. Ma le associazioni delle vittime di abusi non ritengono indipendente l’Università Cattolica. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico, dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, dalle norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli statuti interni di ciascuna istituzione. Il cardinale Zuppi ha risposto all’obiezione spiegando che però i professori ed esperti che esamineranno i dati sono laici e non sacerdoti. «Stipendiati però dall’università Cattolica», commenta Zanardi.

    Un altro punto per il quale la cosiddetta via italiana viene contestata dalle associazioni è la natura stessa dei 23 centri di recupero “per sacerdoti in difficoltà” presenti in Italia. Secondo Zanardi, queste strutture sono inadeguate perché autonome e gestite dal clero: «È giusto che si punti al recupero di queste persone. Ma a differenza di un carcere o di una residenza detentiva domiciliare, il controllo è affidato alla struttura. Ovvero nessun controllo di polizia, il detenuto non è isolato, entra ed esce chi vuole in quanto la struttura non è un vero luogo di detenzione, ha altri ospiti con problemi differenti, che ricevono visite e non sono tenuti alle restrizioni di chi è in stato detentivo».

    Le due relazioni sugli abusi nella Chiesa in Italia saranno rese note a novembre. La CEI ha fatto sapere al Post che i lavori stanno procedendo e che non intende replicare alle accuse di Zanardi.

    https://www.ilpost.it/2022/09/09/incontri-cei-vittime-preti-pedofili-zuppi-zanardi/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

     

  • Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Quante facce può avere un prete? Quante vite, con la tacita complicità di chi lo circonda? Sicuramente più di un’identità, come dimostra l’incredibile storia di don Silverio Mura. Il prete, pedofilo, ha viaggiato in questi anni lungo la penisola coperto e assecondato dalle autorità ecclesiastiche, avvalendosi per un periodo persino di un falso nome: una vicenda che sarebbe grottesca se non fosse innanzitutto tragica. Ancora oggi, nonostante sia sotto processo per sostituzione di persone e una sentenza del novembre 2021 certifichi gli abusi commessi a danno di un minore, è incardinato nella diocesi di Napoli ma nessuno in curia sa o vuole dire dove eserciti attualmente il ministero, se sia in ritiro spirituale o ancora una volta a contatto con dei bambini.

    Don Silverio, 63 anni, nel 2010 viene accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia nel novembre scorso il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali  subiti  da don Silverio Mura. Con una sentenza di primo grado che riconosce attendibile il racconto di Borrelli, il tribunale ha condannato in solido don Mura e il Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, perché l’adescamento è avvenuto nella scuola media di Ponticelli, dove all’epoca don Mura era insegnante di religione.

    Artura all’epoca ha soltanto tredici anni: «Don Silverio mi portava nell’appartamento che condivideva con la sorella e la madre anziana: in una stanza con le tapparelle abbassate e la porta bloccata da una poltrona, mi ha stuprato per tre anni, all’inizio anche più volte a settimana», racconta.

    Diventato adulto, Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico. Nel 2009 ha un malore sul lavoro: «mi sentivo morire e ho confessato tutto a mia moglie e a mia madre», spiega. L’anno successivo inizia il calvario delle denunce: si rivolge ai carabinieri ma il reato è ormai prescritto; chiede un incontro con il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli, ma non ottiene risposta, soltanto una bustarella con 250 euro, consegnata a mano da due emissari della Caritas. Riesce ad avere un colloquio con il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma senza esito. Una prima indagine viene comunque svolta dal vicario generale e, anche se non riscontra prove di abusi, la curia concorda con il prete un periodo sabbatico in una comunità religiosa fuori dalla diocesi. In realtà don Mura continua a insegnare religione ai ragazzi: prima all’alberghiero di Cicciano, a pochi chilometri da Napoli, e poi, nel 2013, in una scuola media del capoluogo. Esasperato, Borrelli nel 2014 torna alla carica chiedendo un risarcimento alla curia di Napoli; scrive anche a papa Francesco, che gli risponde assicurandogli che si occuperà del caso. A quel punto la Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di sanzionare anche i delitti dei chierici contro i minori, affida all’arcidiocesi di Napoli l’incarico di svolgere l’investigatio previa su don Mura, che terminerà due anni dopo con la decisione di non procedere con un processo penale canonico per mancanza di «elementi sufficienti».

    Il tempo passa e la vicenda stagna. Borrelli, sempre più frustrato, minaccia di suicidarsi con un colpo di pistola davanti alla sede della curia se non avrà una risposta sul suo caso: come unico risultato, perde il lavoro di guardia giurata. Intanto, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 infatti si presenta con il nome di Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. È accompagnato dall’ex parroco del paese, padre Egidio Pittiglio, all’epoca superiore generale dei Missionari della Divina Redenzione, la stessa congregazione, guarda caso, a cui don Silverio era stato affidato sin dal 2010, al momento della prima accusa di Borrelli.

    A don Silverio, alias Saverio Aversano (cognome di sua madre) viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia e nessuno a Montù forse si sarebbe accorto della sua falsa identità, se non fosse stato per una trasmissione delle Iene, che il 7 marzo 2018 manda in onda proprio un servizio sul caso di Borrelli e don Mura. Don Silverio/Saverio viene riconosciuto da una parrocchiana e in breve la notizia si sparge. Anche troppo, dato che quando le madri dei piccoli del catechismo due giorni dopo si presentano alla lezione per fronteggiare il sacerdote, questo si è già dato alla macchia. Interrogati sul fatto dai genitori, il parroco, padre Simone Baggio (anche lui appartenente alla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione) e lo stesso monsignor Vittorio Viola, all’epoca vescovo di Tortona, alla cui diocesi appartiene la chiesa di Montù Beccaria, cadono dalle nuvole.

    «Il parroco ci disse che lo aveva incaricato del catechismo perché si stava riprendendo da un esaurimento nervoso e doveva stare tranquillo», racconta Elena (nome di fantasia), madre di uno dei bambini del catechismo della parrocchia di Montù. «A fare da tramite era stato padre Pittiglio – continua Elena – non è un caso che quando il prete è stato riconosciuto, lo stesso Pittiglio si è precipitato a Montù dalla Campania». Dal canto suo, l’ex sindaco Quaroni oggi afferma di aver sempre saputo che il vero nome di don Saverio era Silverio Mura: «ho tenuto i suoi documenti per dieci giorni in Comune, ha anche votato per il referendum consultivo del 2017», dice. Niente di strano, secondo Quaroni: «non è l’unico a farsi chiamare con un nome di battesimo diverso». Ma il cognome? «Di quello non sapevo niente».

    Intanto a Napoli spunta un’altra presunta vittima, Raffaele Esposito, un uomo di qualche anno più giovane di Borrelli, che sostiene di essere stato anche lui abusato da don Mura quando era bambino. Di fronte a tanto clamore, la macchina ecclesiastica si mette in moto e, come si legge in una nota della curia arcivescovile di Napoli, impone le misure cautelari al sacerdote a partire dal 15 maggio 2018. Anche la Congregazione per la dottrina della fede torna sul caso, affidando al Tribunale Ecclesiastico Metropolitano di Milano la celebrazione di un processo penale giudiziale a carico di don Mura, «per valutare eventuali responsabilità dell’accusato» in tema di violenza su minori. Processo che si concluderà il 1° marzo 2019 con l’assoluzione (e il pieno reintegro) del prete perché, si legge nel dispositivo della sentenza, non si ravvisano «elementi veramente solidi che consentano di ritenere provate le accuse mosse al reverendo sacerdote Silverio Mura». «Per la Chiesa non è colpevole ma il processo è stato fatto senza ascoltare le vittime – commenta Arturo Borrelli – Raffaele Esposito e io non siamo mai stati sentiti a Milano».

    La questione viene riaperta, come abbiamo visto, dalla sentenza del Tribunale civile di Napoli, che condanna il prete al risarcimento mentre assolve il cardinale Crescenzio Sepe e il vescovo Lucio Lemmo. Ora è in corso il processo di appello, ma sono tante le domande ancora senza risposta: chi faceva recapitare le lettere a don Mura a Montù Beccaria sotto il falso nome di don Aversano? Come facevano i vescovi, a Napoli e a Tortona, a non conoscere le modalità di trasferimento di un sacerdote da una diocesi ad un’altra? Chi ha agevolato l’ennesima fuga del prete e, soprattutto, dov’è oggi il pedofilo don Silverio?

    Le gerarchie ecclesiastiche, ripetutamente interpellate da Domani, non rispondono. Non risponde il cardinale Crescenzio Sepe, né l’attuale vescovo di Napoli Domenico Battaglia; in curia non è stato possibile rintracciare nemmeno uno dei tre vicari generali e padre Egidio Pittiglio, raggiunto al telefono, si è rifiutato di parlare. A Montù Beccaria, dove sono andata di persona, ho scoperto che don Simone Baggio è all’estero e il suo sostituto in parrocchia, il suo confratello Mirko Mazzoleni Ferracini, ha sostenuto di non essere al corrente dei fatti perché arrivato da poco in paese – anche se risulta al servizio della comunità da più di dieci anni.

    Un muro di silenzio si oppone anche alle legittime preoccupazioni dei fedeli. Le madri dei bambini di Montù Beccaria nel maggio del 2018, dopo la sua fuga dal paese, si erano rivolte persino a Sepe e avevano ricevuto soltanto una generica rassicurazione sul proseguimento delle indagini su un prete che – scrive il cardinale in risposta alla mail di Elena del maggio 2018 – «certamente non è stato lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale». Quindi la curia, come era facile immaginare, era a conoscenza degli spostamenti del sacerdote e della sua doppia identità, così come è difficile non pensare a una complicità dei Missionari della Divina Redenzione, che da anni gestiscono la comunità parrocchiale di Montù: le responsabilità saranno comunque accertate dal procedimento penale che si è aperto lo scorso ottobre a carico di don Mura, rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona davanti al Tribunale di Pavia.

    «Sepe ha sempre fatto di tutto per insabbiare il caso», rincara da parte sua Arturo Borrelli, che ha provato diverse volte a farsi ricevere dal cardinale, oggi emerito e membro del Dicastero per la dottrina della fede. Nel 2016 l’aveva anche denunciato «per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» in una lettera al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, anche lui recentemente coinvolto nella bufera degli abusi sessuali nella Chiesa. Ironia della sorte, o ennesimo ingrediente di una romanzo criminale che è ancora ben lontano dalla parola fine.

     

  • AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    Un decreto del vescovo di Aversa Angelo Spinillo che vieta a don Livio Graziano l’accesso ad internet. Nulla di strano, anzi più che ragionevole dal momento che il destinatario del provvedimento ecclesiastico è accusato di violenza sessuale ai danni di un infraquattordicenne ed è attualmente agli arresti domiciliari, anche per evitare che possa reiterare l’eventuale crimine. Data l’accusa, è puro buon senso impedire che da recluso possa reiterare attraverso internet.

    Eppure, malgrado la tesi non faccia una piega neppure per la diocesi, da settimane sembra impossibile riuscire a comunicare anche solo telefonicamente a don Graziano il decreto del vescovo Spinillo che di fatto, malgrado l’impegno preso dalla CEI in Italia sulla gestione dei casi di abuso su minori, lascia nei fatti da mesi un ragazzino (dopo i presunti abusi sessuali) ancora esposto a molestie di altro genere, dimostrando l’incapacità di gestire i casi di violenza dei propri sacerdoti.

    Situazione che venerdì ha portato il Promotore di Giustizia, incaricato del procedimento canonico a don Graziano, a rassegnare le dimissioni, come lui stesso annuncia mortificato.

    In un breve scritto, infatti, spiega al padre del giovane che don Livio Graziano avrebbe questa volta ricevuto delle lettere minatorie presso la struttura dove è detenuto ai domiciliari e per questo motivo, forse, la la diocesi non vuole turbarlo ulteriormente con la notifica; anche se in questo modo mette al secondo posto i turbamenti della presunta vittima.

    Una struttura che secondo i legali del sacerdote che aveva denunciato precedenti presunte intimidazioni, da come si legge negli atti, sarebbe inadeguata e priva di recinzioni, con i il rischio che qualcuno si possa introdurre e minacciare il sacerdote.

    Da fonti interne alla diocesi, il sacerdote avrebbe dovuto ricevere il divieto di accesso ad internet già ad agosto, dopo una denuncia da parte dei genitori del ragazzo che lo scorso giugno si era trovato violati gli account su alcuni social, oltre ad emoticon di apprezzamenti apparentemente riconducibili all’account del sacerdote.

    L’indagine dei Carabinieri aveva ricondotto la connessione internet usata alla struttura dove è ai domiciliari don Graziano, ma sfortunatamente non si sono fatte indagini per accertare chi all’interno della struttura l’avesse concretamente utilizzata, vanificando in assenza della prova certa la possibilità che l’A.G. potesse intervenire.

    Da qui la richiesta ad intervenire del padre del ragazzo, che nelle scorse settimane era stato ricevuto dal vescovo Spinillo, che in sua presenza aveva contattato la struttura e il successivo decreto di divieto, purtroppo però mai applicato.

  • Il tribunale australiano stabilisce che la famiglia del corista deceduto può citare in giudizio la chiesa cattolica

    Il tribunale australiano stabilisce che la famiglia del corista deceduto può citare in giudizio la chiesa cattolica

    Un giudice del Victoria ha respinto l’affermazione degli avvocati della chiesa cattolica secondo cui non erano tenuti a pagare un risarcimento al padre di un corista che sosteneva di essere stato abusato sessualmente dal cardinale George Pell .

    Il padre di un ex corista ha citato in giudizio Pell e l’arcidiocesi cattolica di Melbourne, sostenendo di aver subito un danno psicologico dopo aver appreso che suo figlio sarebbe stato abusato sessualmente da Pell.

    Il giudice Michael McDonald ha stabilito mercoledì presso la corte suprema del Victoria che la legislazione è stata approvata nel 2018 per impedire alle organizzazioni prive di personalità giuridica – come le organizzazioni religiose – di fare affidamento su un tecnicismo legale per evitare cause civili applicate al caso del padre.

    La sentenza era stata richiesta prima che la causa civile potesse procedere ulteriormente, e non significa che sia stata pronunciata alcuna decisione definitiva sul merito dell’intera domanda.

    Gli avvocati della chiesa avevano sostenuto in un’udienza in tribunale all’inizio di questo mese che le leggi del 2018, progettate per contrastare la cosiddetta difesa Ellis , non erano destinate ad applicarsi alle famiglie delle presunte vittime.

    Gli avvocati dell’uomo non erano d’accordo, affermando che se le affermazioni della chiesa fossero state accolte, ciò significherebbe che la legge non si applicava a chiunque chiedesse un risarcimento per conto di una presunta vittima morta.

    Il giudice McDonald ha dichiarato mercoledì che il Legal Identity of Defendants (Organisational Child Abuse) Act 2018 “non si limitava alle affermazioni fondate o derivanti da abusi sui minori” della persona che presentava la denuncia.

    “L’uso della frase ‘derivante da’ mette la questione al di là di ogni dubbio”, ha affermato nelle sue conclusioni scritte, rilasciate dopo l’udienza.

    “Una richiesta da parte di un querelante per danni per shock nervoso conseguente al fatto che al querelante è stato detto che il loro bambino era stato abusato sessualmente è chiaramente un reclamo derivante da abuso su minori”.

    Ha affermato che il fatto che il discorso in seconda lettura del disegno di legge in parlamento facesse riferimento alle pretese avanzate da Chrissie e Anthony Foster, che hanno citato in giudizio la chiesa per i danni derivanti dal presunto abuso sessuale delle loro figlie, ha dimostrato che il governo aveva previsto le leggi per consentire tali azioni.

    “È inspiegabile e improbabile che, in circostanze in cui il procuratore generale ha descritto il signor e la signora Foster come sopravvissuti e ha riconosciuto che la loro difesa ha svolto un ruolo significativo nel disegno di legge presentato al Parlamento, che il Parlamento intendesse emanare una legislazione che avrebbe comunque ha permesso all’arcidiocesi di Melbourne di fare affidamento sulla difesa di Ellis.

    “Tuttavia, se le argomentazioni [dell’arcidiocesi] vengono accolte, questo è l’effetto della legge”.

    Il giudice McDonald ha anche stabilito che era sua opinione provvisoria che l’arcidiocesi cattolica di Melbourne dovesse pagare le spese legali del padre relative alla questione. Nessuna delle parti legali ha presentato osservazioni durante la breve udienza di mercoledì.

    Pell, 81 anni, è stato assolto nel 2020 quando l’alta corte ha annullato le sue condanne per aggressione sessuale su minori in relazione alle accuse di aver abusato di due ragazzi del coro alla fine degli anni ’90, quando era arcivescovo di Melbourne.

    Pell ha sempre affermato la sua innocenza e l’alta corte ha ritenuto che la giuria avrebbe dovuto nutrire un dubbio sulla colpevolezza di Pell rispetto a ciascuno dei reati per i quali era stato condannato. Ha scontato 13 mesi di carcere prima di essere rilasciato.

    Il padre di uno dei ragazzi chiede il risarcimento all’arcidiocesi cattolica di Melbourne e Pell.

    L’uomo non è identificato ed è elencato nei documenti del tribunale sotto uno pseudonimo.

    Afferma di aver subito uno shock nervoso derivante dall’apprendere delle accuse che suo figlio era stato abusato sessualmente.

    Ha sofferto di disturbo dell’adattamento cronico e disturbo da lutto complesso persistente, con ansia mista e umore depresso, affermano i documenti del tribunale.

    Il padre dice anche di aver perso soldi a causa delle spese mediche e di aver perso la sua capacità di guadagno.

    In Australia, bambini, giovani adulti, genitori e insegnanti possono contattare la Kids Helpline al 1800 55 1800, o Bravehearts al 1800 272 831, e gli adulti sopravvissuti possono contattare la Blue Knot Foundation al 1300 657 380. Nel Regno Unito, l’ NSPCC offre supporto per bambini allo 0800 1111 e adulti preoccupati per un bambino allo 0808 800 5000. L’Associazione nazionale per le persone abusate nell’infanzia ( Napac ) offre supporto per gli adulti sopravvissuti allo 0808 801 0331. Negli Stati Uniti, chiama o invia un messaggio al numero verde sugli abusi di Childhelp al numero 800 -422-4453. Altre fonti di aiuto possono essere trovate su Child Helplines International

    https://www.theguardian.com/australia-news/2022/aug/24/court-rules-family-of-deceased-choir-boy-can-sue-catholic-church

  • L’ ‘uomo di Dio’ e l’orco

    L’ ‘uomo di Dio’ e l’orco

    di Piero Cappelli – <<Odiate il male amanti del Signore! Il custode delle vite degli innocenti le libererà dalle mani dei malvagi>> (dal Salmo 97 str.10)

                La mattina si sveglia, fa toilette e recita l’ufficio delle letture e poi, dopo colazione, le lodi. E dalla canonica o dal vescovado scende verso la chiesa per prepararsi alla messa. La messa, quel rito eucaristico con il quale il presbitero – invocando lo Spirto santo, cioè Dio – con le sue mani stese sulla pisside ricolma di ostie e il calice contenente del vino e pochissime gocce d’acqua – ‘contribuisce’ alla transustanziazione. Quel fenomeno misterioso con il quale pur rimanendo pane e vino – ma per fede – queste due sostanze si trasformano in corpo e sangue di Gesù Cristo. Questo dopo aver letto il vangelo e averlo spiegato. Poi alla fine darà lui, sempre con le sue mani, la benedizione al popolo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Stiamo parlando di un prete, di un vescovo cattolico qualsiasi. Fa questo ordinariamente,  come se nulla fosse…?! Chissà… Cioè quando questa persona – prete o vescovo che sia -, è proprio la stessissima persona che giorni prima o successivamente – con quelle sue stesse mani, con la sua parola, e con il suo corpo e parti intime del suo corpo – ha ‘usato’ e agito in modo ‘diverso’…su un ‘altro’ corpo su un’altra ‘persona’… Ma cosa è successo?

                    È successo che questo presbitero/vescovo cattolico ha avuto un rapporto sessuale con un minore e questo non era consenziente. Praticamente il pedofilo clericale cattolico, dopo aver attratto nella ‘sua tana’ la vittima – magari sfoggiando il suo abito talare o il clergyman o anche una semplice magliettina firmata per essere più alla moda -, per cercare di consumare con lei il suo desiderio pedofilo secondo le proprie passionalità erotiche.

                    Ecco che l’ ‘uomo di Dio’, che agisce e opera in persona Christi – come si auto-definiscono i presbiteri del clero cattolico nel loro <<prolungare la presenza di Cristo…facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato>>(Pastrores dabo vobis*, nn.15-18) – , ha agito da ‘orco’, trasformandosi in uomo voglioso e tessitore di tecniche di seduzione da sviluppare con pazienza, escogitando macchinazioni utili ad accreditarsi e apparire agli occhi sia delle ‘vittime’, sia del loro ambiente, in ottima ‘forma’, dando ‘sicurezza’ alla futura vittima, per meglio attirarla e concupirla, abusandola.

                    Il gap tra l’ ‘uomo di Dio’ e l’‘orco’ – con tutto rispetto per la bestia che vive la sua vita nella naturalità – non è stato messo in evidenza perché può scatenare un certo orrore, quando si fa risaltare come questa persona possa essere lo stesso individuo che incarna questa duplice figura così agli antipodi nell’essere tale: ecco come il forte contrasto faccia provare disgusto, orrore, raccapriccio, ripugnanza, nausea, voltastomaco, ribrezzo, insofferenza, repulsione. Anche papa Francesco ha manifestato in più occasioni simili sentimenti verso questi ‘suoi’ confratelli e ‘ministri di Dio’, riscontrati pedofili e che hanno continuato ad esercitare i due ‘ruoli’ nella stessa persona di prete o vescovo o religioso che sia. Una specie di dr. Jekyll all’altare e nella pastorale, che si trasforma in mr. Hyde quando il suo interesse va verso i ragazzini/e… O meglio, questo processo mutante è organizzato durante le sue attività pastorali, escogitando e approfittando delle situazioni in cui la stessa pratica sacerdotale gli mette a disposizione  su un ‘piatto d’argento’ fatto di contatti personali specialmente con l’ambiente giovanile locale. Ed in questi momenti può escogitare forme di plagio, ‘lanciando ami’ verso i ragazzini per farli ‘abboccare’ e raggiungere così l’obiettivo finale: fare sesso. Ed i suoi comportamenti sono rassicuranti, confortanti, protettivi, anche affettivi ma non più di tanto per non innescare ‘secondi fini’ che invece ci sono, ma che la vittima designata e i suoi familiari e amici non devono nemmeno pensare. Insomma, un gran furbone che vuole costruire una trappola fatta con tutte le astuzie del caso, seguendo il suo malsano desiderio ‘pornografico’ che lo trasforma in un vero ‘mostro’. Ciò avviene perché il suo apparire ‘al mondo’ è ‘garantito’ dall’essere ritenuto un ‘uomo di Dio’: lo stesso testo* parla del prete/vescovo come di colui che ha <<una relazione fondamentale con Gesù Cristo…partecipa in modo specifico e autorevole alla consacrazione/unzione…avendo ricevuto lo stesso Spirto di Cristo da renderlo simile a Lui…>>(idem*, nn.16 e 33) – mentre, poi, si è rivelato un grande ‘truffatore’, un vero ‘traditore’, un ‘infedele’, un ‘manipolatore di coscienze’, un abusatore, un ‘orco’ che ‘sbrana’ le sue vittime…!, ma lui è anche ‘l’uomo di Dio’… (?)

                      Perché, uno degli aspetti più mistificanti di questi personaggi ‘disturbati’, ‘malati’ o come li si voglia appellare, è quella di esser capaci di riuscire ad infondere sicurezza e fiducia nelle persone grazie alla loro figura di prete e/o di vescovo, tanto da far cascare con facilità ‘le prede’ nel loro trabocchetto. Ciò che cercano di raggiungere – e lo pre-gustando già nel percorso -, è il momento della ‘consumazione’ sessuale con la vittima designata, riuscendo con estrema freddezza ad entrare nella vita del minore in punta di piedi, quando addirittura operando nella circonvenzione del minore…E guarda caso il giovane adocchiato – divenuto la sua preda da carpire con tutta la sua ‘arte’ mistificatoria tra ‘sacro e profano’ –, non è mai una persona qualunque, ma è quella che è stata studiata, frequentata, osservata, che l’attrae più di tutte le altre e per la quale escogita una speciale premura… Così, piano piano, un po’ alla volta avanza nella sua strategia cercando di trovare il tanto desiderato incontro, da solo, con la pronosticata vittima . A volte, invece, l’incontro può essere più estemporaneo e improvviso, cogliendo l’occasione che capita o per la forte attrazione, rischiando a volte il tutto per tutto, gettando l’approccio in scherzo così da giustificare un’eventuale reazione negativa da parte della futura vittima.

    Tutto questo potrà sembrare crudo, troppo crudo e troppo fredda la ricostruzione generica raccontandola così. Come riluttanti risultano le storie vere raccontate dalle vittime. Questi pedofili double faced, che in una veste-sacra sono gli ‘uomini di chiesa’, mentre nell’altra sono degli ‘uomini-orchi’ – che cercano d’incantare il fanciullo per farlo soggiacere ai propri desideri sessuali –, escogitano quel ‘doppio gioco e ruolo’ che non ha niente di surreale, ma di pienamente coscientizzato e concretamente realizzato nella loro determinata volontà. Però, un tale abuso sessuale con un bambino – che la scienza psichiatrica parla di pedofilia con un soggetto al di sotto dei tredici anni -, può anche far pensare ad un’opera anticristica, dal punto di vista cristiano, tanto da notare come il pedofilo clericale abbandoni il suo ruolo religioso-sacrale, per approdare – sotto il segno del male concupitorio – nella psiche e nella carne della vittima ‘oggetto’ del suo desiderio. Ciò non lo scagiona, né lo assolve, né lo giustifica, però meglio ancora mette in evidenza lo ‘scarto’ tra l’uno e l’altro ruolo che lega un uomo ‘legato’ a Dio con il sacramento dell’Ordine e per quanto ‘sacralizza’ con la sua persona nel contesto liturgico e quanto invece immondamente realizza nello ‘sfruttamento sessuale’ del corpo di una giovanissima creatura umana. Un vero paradosso, tra sacro e profano, tra cristiano ed anticristiano.

                    Quelle mani che toccano con pudore l’ostia consacrata divenuta ‘corpo di Cristo’ durante la messa e quelle labbra che si avvicinano con rispetto e delicatamente al calice per bere quel vino che è ‘sangue di Cristo’, sono le stesse che ‘l’uomo di Dio’ utilizza per dedicarsi intimamente alla vittima nelle sue attenzioni fisiche. Non solo. La ‘consumazione’ carnale spesso va anche oltre con rapporti sessuali completi.

                    Le conseguenze di questi atti di abuso sessuale sulle vittime dei pedofili sono indicibili: dal senso di colpa nella vittima allo choc psicologico, alla crisi interiore con tentati suicidi, crisi della personalità, suscitando crisi di fede fino all’odio per la Chiesa e per i preti. Di tutto, di più. E poi paure: di dirlo, di averlo lasciato fare senza esser riuscito/a a reagire, a ribellarsi, a difendersi, come anche ‘auto condannandosi’ per non aver capito prima, in tempo…sensi di colpa disperati…e pesantissimi.

                    Ci sono due aspetti in queste problematiche che voglio evidenziare. Uno, nel contesto cattolico e sociale italiano e l’altro in quello prettamente ecclesiastico della Chiesa, concatenati.

    Il primo è legato al fatto che nella tradizione cattolica romana è stato portato avanti nel contesto del’Occidente europeo e specialmente in Italia, una formazione religiosa tale da costruire generazioni con coscienze tese al rispetto ‘sacrale’ delle figure rappresentative come il prete, il vescovo, il papa. Ed è proprio da questa ‘educazione cattolica’ che si è tramandando una concezionale d’intoccabilità socio-morale verso l’istituzione Chiesa e di conseguenza, se non prima e soprattutto, verso i suoi rappresentanti clericali, in maniera spesso acritica e ossequiente, rendendoli così come ‘intoccabili’, ‘puri’, perché ‘vicini a Dio’ e amministratori delle ‘cose sacre’… Soprattutto perché alcune curie, i luoghi del potere ecclesiastico-vescovile e, quella romana in particolare, han cercato di coprire e scagionare molti casi di pedofilia, nascondendo molti abusi con molte responsabilità, scagionando i propri ‘ministri’ mettendosi spesso di traverso tra il pedofilo e la giustizia italiana. La quale, a volte, si è comportata con moltissima cautela verso i clericali denunciati, vuoi perché appartenenti al mondo ecclesiastico cattolico, vuoi perché l’azione di certi vertici curiali hanno indotto l’uso dei ‘guanti bianchi’. Gli interessati ai vari livelli, vogliono evitare in primo luogo lo scandalo, il processo pubblico, la detenzione dell’accusato. Quindi si vuole evitare una pubblicità mediatica negativa, cercando d’influire sui direttori e, qualvolta, anche sugli editori per cercare di censurare la notizia evitando di portarla all’attenzione dell’opinione pubblica limitandone al massimo le conseguenze d’immagine, forse la parte che più preoccupa.

    Due fronti vengono così ‘battuti’ dagli uomini di chiesa e dai loro collaboratori al fine di ‘salvare’ il pedofilo clericale cattolico: la censura della notizia e l’incredulità della gente e delle istituzioni. Questo ‘stile’ socio-politico-ecclesiastico di fatto ha contribuito a far sedimentare nella comune mentalità socio-religiosa italiana – anche grazie alla presenza condizionante come lo è ancor’oggi in Italia, del papato -, quell’idea d’‘intoccabilità’ e ‘onorabilità’ che il clero cattolico continua a ‘pretendere’ e a ‘cercare’, avendo costruito nel tempo, su di sé, la ‘figura sacra dell’ ‘uomo di Dio’. Facendo dei preti e dei vescovi non delle persone comuni, ‘normali’, ma ‘speciali’, ‘fuori dall’ordinario’ e praticamente non criticabili e non ‘condannabili’ in quanto considerate ‘persone sacre’, come ce lo narrano loro stessi quando ci parlano di sé, della loro vocazione e della loro missione religiosa, amministrando i sacramenti ‘divini’: annunziando il Regno di Dio, dicendo messa e contribuendo alla consacrazione eucaristica; distribuiscono il ‘corpo di Cristo’ e ascoltano i peccati della gente; danno l’assoluzione e battezzano ‘in nome di Dio e della Chiesa’, impartiscono l’estrema unzione ai moribondi implorando la misericordia di Dio verso i morti… Ma poi, però, molti di loro – specie nell’area occidentale europeo-americano-canadese saltano fuori da inchieste a livello internazionale dove più si scava, più si trovano casi di abusatori pedofili nelle file del clero cattolico… –, continuano a ‘rovinare’ bambini, ragazzi, se non anche adulti, maschi e femmine. Si pensi alla vita di un prete e di un vescovo che si vengono a trovare in contatto con il mondo dei giovani grazie al loro impegno pastorale: dal catechismo fin dal primo anno dell’età scolare, ai servizi liturgici in chiesa come chierichetti/e, alle associazioni cattoliche giovanili di tutti i tipi e di tutte le età. E quando i pedofili clericali vengono messi a nudo, il ‘sistema ecclesiastico’ scatta per proteggerli trovando mille scappatoie, evitando loro ogni colpa, cosicché salvaguardando anche se stessi, i loro superiori, su su fino al papa per lasciare monda l’immagine della Chiesa. Se oggi è più facile far passare che le accuse che scattano è perché ci sono vittime e testimonianze. Però, vista la chiusura del corpo clericale di fronte ai ‘suoi’ casi di pedofilia nella chiesa, una parte dell’opinione pubblica non accetta che un prete o un vescovo, benché trovato ‘con le mani nella marmellata’, possa essere riconosciuto ‘colpevole’ come pedofilo. Vige come una certa ‘sospensione’ del giudizio, come una forma di ‘immunità’ che gli viene data proprio perché ‘sono’ preti e vescovi. È quel ‘sacro piedistallo’ che li tiene su e dà loro come uno speciale fascino di rispettosità tale che risulta difficile ‘buttarli giù’, da lì, per renderli ‘semplicemente umani’. L’istituzione Chiesa ha continuato a mantenere, da secoli oramai, una divina e protettiva ‘sacralizzazione’ dei ‘suoi ministri’ da renderli come intoccabili, offrendo loro una specie d’ ‘assoluzione speciale d’ufficio’ proprio per la loro appartenenza al clero data dalla loro vocazionale originaria, ‘voluta da Dio, quindi divino-sacrale. Però infangata da quel comportamento pedofilo tale da causare un doppio ‘peccato’, verso le vittime e verso sé stessi per la ‘sacralità’ della loro storia religiosa. Queste sono persone che sono ‘cresciute’ dentro l’ambiente ecclesiastico sotto il ‘controllo’ dei loro vescovi che li hanno seguiti e ordinati preti, ma, forse non hanno ben capito chi avessero ‘di fronte’ oppure hanno minimizzato certi segnali, se ci sono stati. Quello che sembra più probabile è che i rettori, i vescovi, e i loro direttori spirituali, e qualche psicologo – se lo hanno visto -, non abbiano attuato quella doverosa ‘selezione professionale’ – a vari livelli – dei candidati al sacerdozio nei loro seminari. Ciò tira in ballo sia i metodi, sia le verifiche approntate. C’è da tener di conto che chi entra in seminario in questi ultimi decenni lo fa in una stagione già adulta, intorno ai 25-30 anni, rispetto a quando si entrava all’età delle elementari-medie. E voler ‘scolpire’ una ‘nuova’ personalità a quest’età non è facile né possibile più di tanto, se non attraverso dei notevoli ‘interventi’ di ordine psicologico, che adattativo. Per cui, anche le caratteristiche personali di questi soggetti – a partire dalle notizie inviate al vescovo dai rispettivi parroci dei candidati al sacerdozio -, non possono essere così esaustive e complete. Però la mancanza degli ‘operai nella messa evangelica’ porta i vescovi ad essere più facili al reclutamento senza grandi ‘esami’. Ciò permette, ancora oggi, un’infiltrazione nel clero di soggetti con caratteristiche ‘a rischio’ – non solo per pedofilia -, inclini ad orientamenti e deviazioni di tipo sessuale, psichico, socio-economico-finanziario, ecc, riuscendo a ‘passare’ anche grazie a qualche raccomandazione importante che in campo cattolico funzionano sempre specialmente se di alto rango episcopale. Oltre al fatto che i vescovi, padroni assoluti nella loro diocesi, si fidano alla fine solo di se stessi, sempre per lo stesso motivo di ‘superiorità sacrale’ che pretendono di avere, mentre la ristrettissima cerchia dei ‘fidi’, sono spesso accondiscendenti.

    Quello che maggiormente influisce è quindi la trasmissione dell’ideologizzazione della ‘concettualità sacrale’ che in certi seminari cattolici viene ancora inculcata nei candidati al sacerdozio tanto da portarli, dopo anni di indottrinamento, ad auto-considerarsi come dei soggetti ‘speciali’ perché la loro vocazione è come ricevuta ‘da Dio’ come ‘chiamata’. E se anche questo è giustificato in senso evangelico, dall’altra non dovrebbe trovare facilitazioni di ‘selezione’ giocando sulle ‘buone intenzioni’ del candidato e su una superficialità episcopale. E fanno sentire addosso al seminarista un gran peso psico-valoriale da ‘prescelto’, da uomo ‘speciale’, quasi un ‘perfetto’, specialmente quando gli viene trasmesso d’incarnare lo stesso Gesù (in persona Christi), elevandolo a ‘sacerdote di Dio’. Capite bene che una tale formazione clericale così improntata non può non esaltare il futuro prete. Ma la responsabilità non può che risiedere in alto, molto in alto. Perché quest’impronta, questa coniatura del candidato viaggia sotto il segno di un documento di ben trent’anni fa, ma risulta essere, ancora oggi, il testo base di formazione dei preti nel XXI secolo. È secondo l’esortazione  apostolica post-sinodale Patores Dabo Vobis del 1992 – ‘magna carta’ del sacerdozio cattolico romano a firma di san Giovanni Paolo II papa, grazie anche al contributo teologico dell’ex cardinale Ratzinger come Prefetto della Congregazione Romana della Dottrina della Fede -, che si continuano a formare i chierici nei seminari cattolici, tenendo conto anche della tradizione conciliare Tridentina (1545-63), se non anche Lateranense (V -1512), del Vaticano I e II (1869-1965). Per cui le responsabilità pescano lontano ma molto in alto, perché han voluto e continuano ad inculcare nella casta sacerdotale cattolica queste convinzioni che vengono definite come ‘volontà di Dio’. E tale volontà divina viene ‘autorevolmente’ dedotta dagli stessi interessati secondo la loro ‘interessata’ interpretazione della Scrittura cattolica, auto-definendosi e auto-legittimandosi. Che li rende oggetto di tale ‘sacro privilegio’, autorizzandoli al loro potere nella e sulla Chiesa che interpretano come ricevuto – tramite gli Apostoli di Gesù -, direttamente da Lui attraverso la ‘successione’ apostolica, in quelli che noi oggi chiamiamo vescovi: ecco la ‘loro sacralità’! Secondo noi, invece, è questo ‘gotha sacrale’ ad aver ‘piegato’ la Scrittura – nei vari momenti della storia del cristianesimo occidentale -, alla loro ideo-teologia, secondo la quale questo e solo questo – cioè quello che fa capo alla Chiesa di Roma – è il vero cristianesimo voluto da Gesù e da loro rappresentato e organizzato.

    Che fare di fronte a tali ‘giustificazioni’ e a tali auto-referenzialità? La gerarchia cattolica, cioè tutti vescovi del mondo di tutti i tempi, ha contribuito a costruire questo tipo di Chiesa cattolico-romana centrata sul ‘sacramentalismo’, sia dei soggetti che operano – cioè loro stessi -, sia delle ‘cose’ che gestiscono e governano, – dicendosi ‘mandati da Gesù’-, pretendendo quindi d’ ‘amministrare’ Dio stesso. E’ questo, alla fine, il ‘grande inganno’ del loro ‘potere assoluto’ nella e sulla Chiesa, a tutti i livelli, dal papa ai vescovi ai preti, ognuno nel loro ambito, basato sui tre grandi poteri ecclesiastici esercitati dai vescovi, fulcro del potere ecclesiastico-dottrinale-organizzativo-economico: insegnare, santificare e governare – a cui noi, aggiungiamo -,  amministrare e incrementare il patrimonio ecclesiastico di “mammona”.

                    Di fronte a questo scenario si capisce bene che andare ad accusare un prete o un vescovo di molestie e abusi sessuali verso un minore, fa subito scattare un allarme d’attenzione e prudenza, a tutti i livelli istituzionali. Infatti vediamo, come in Italia, nonostante sia arrivato il nuovo presidente dei vescovi italiani di turno, si tenti lo stesso di far di tutto per frenare e bloccare la trasparenza e l’apertura degli archivi, mentre in altri Paesi è stato ed è possibile. Ma chiunque incarna e incarnerà questi ruoli di vertice troverà sempre un grande condizionamento istituzionale in cui la tradizione dei comportamenti detta un po’ le regole. Perché le ‘anime ecclesiastiche’ che operano all’interno della Chiesa sono schierate in gruppi di potere – per un motivo o per un altro -, tanto da contrastare, boicottare, condizionare o addirittura stravolgere le volontà e le prassi dei vertici: l’abbiamo visto nel percorso storico anche recente, come certe lobby intestine al mondo cattolico clericale tanto potenti da interferire, minare e boicottare lo stesso pontefice, come è successo con Benedetto XVI e con papa Francesco: un clericalismo senza scrupoli e pericoloso, con obiettivi di potere che benché misteriosi ai più, alla fine fanno intendere che la ‘vera’ Chiesa di Cristo’ viva altrove…

    E fin qui non abbiamo ancora tirato in ballo la parola di Gesù tratta dai vangeli, ma lo facciamo ora per capire meglio dove si vengono a posizionare i soggetti del nostro racconto…da una parte i preti e vescovi pedofili e dall’altra le vittime, gli abusati, i sopravvissuti… Lo facciamo ora, per dare alla nostra argomentazione un valore secondo le parole di Gesù scritte nei vangeli. Praticamente entriamo con i ‘piedi nel piatto’ dei nostri interlocutori ecclesiastici, scendendo nel ‘loro campo’.

    Gesù ci parla ancora oggi attraverso le parole dei vangeli con racconti e parabole oltre a gesti e azioni. La sua logica la comprendiamo guardando a lui che si muove indicandoci di volta in volta quanto sia importante “capire solo dai ‘frutti’ la bontà dell’albero che li produce …ci dice anche quali siano le cose che rendono impuro un uomo…Ci dice anche che chi non è con lui, è contro di lui…E sappiamo che ha scacciato i mercanti dal tempio…ha trattato con durezza i maestri della legge e i farisei giudaici…e c’invita alla vigilanza… a stare attenti che la nostra luce non diventi tenebra…ma dobbiamo cercare di ‘passare per la porta stretta’, difficile, e non per quella facile, larga… Gesù dà importanza alla fedeltà, in tutti i sensi…e vuole che i ‘fanciulli vadano a lui’ e li benedice…ci sprona a combattere contro ogni occasione di male ovunque sia, specialmente in noi stessi…e ci dice – contro ogni pensiero benpensante -, che l’erba cattiva cresce insieme a quella buona e per non perdere il grano occorre cercare di difendersi dalla zizzania, oggi,  lasciando al momento del raccolto, domani l’ora del giudizio ultimo… che avverrà per tutti ‘nel giorno dell’incontro con Lui, faccia a faccia…>>. Non solo. Anche altro ci dice che <<non dobbiamo giudicare…ma dobbiamo invece saper perdonare fino all’infinito (70 volte 7)… perché l’amore del Padre –  secondo la parabola del padre misericordioso -, è grande fino ad amare anche i nemici…questo è l’unico comandamento nuovo che ci ha lasciato Gesù, dandoci l’esempio con la sua morte in croce…>>. Gesù, quindi, ci dice che bisogna saper perdonare e saper amare sempre!

    Se tutto questo lo mettiamo in parallelo con quanto detto nella prima parte vediamo che anche i ‘pedofili peccatori’ hanno bisogno di perdono e molto probabilmente lo riceveranno perché <<i peccati che non saranno perdonati sono quelli contro lo Spirito santo>>(Mt 12,32), cioè per chi rifiuta la salvezza che Dio offre all’uomo nel riconoscersi bisognoso del suo perdono. Quindi diventa una questione esclusivamente personale. E noi, di fronte ai pedofili, dovremmo perdonarli e lasciarli andare, così? Ma Gesù – come abbiamo detto – bisogna leggerlo ed interpretarlo nel complesso della sua vita, anche per cosa ha fatto. Altrimenti, secondo il sommo comandamento di Gesù, lui stesso avrebbe dovuto accogliere e tollerare tutti e tutto, ‘aspettando’ solo che fosse poi il Padre a giudicare le persone nell’al di là. Però non è così. Perché Gesù non è stato inerme o indifferente di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie del mondo, al dolore. Non ha lasciato scorrere tutto, non è stato zitto, ma ha denunciato, criticato, inveito, si è anche arrabbiato. Si è espresso e ha operato contro tutte quelle forme in cui il potere del Male – nelle sue diverse manifestazioni, spesso attraverso l’azione degli uomini -, ha recato sofferenze alle donne e agli uomini dei suoi luoghi, del suo tempo, ‘liberandoli’ dal loro stato di oppressione, di patimento, di dipendenza, di angoscia, di condizionamento, di paura: <<ne aveva compassione e guariva ogni malattia e infermità…>>(Mt 9,35-10,1). Quindi ha agito e agito con amore, sì, sempre, ma anche con rettitudine verso i ‘peccatori’. Perché quelle ‘guarigioni’ e quelle ‘liberazioni’ che Gesù ha concretizzato nella vita della gente, bisognosa di essere ‘amata’ e ‘sanata’, avevano comunque un risvolto sociale di cui il Figlio di Dio ha voluto trascurare. Infatti, mandava ogni ‘liberato’ e ‘guarito’ ad ottemperare come forma di ‘dovere’ verso la comunità, per quanto ‘ricevuto’ seppur gratuitamente. Cosicché dopo l’aspetto ‘divino’ e ‘salvifico’ occorre procedere anche nel contesto della convivenza civile, lasciando  che le questioni ‘del mondo’ incontrassero la loro ‘giustizia’. Cioè agendo di conseguenza secondo le regole e le consuetudine sociali.

    E noi, oggi, come e cosa possiamo fare per ‘dirci e operare da cristiani’ secondo le indicazioni/prassi di Gesù? Dobbiamo cercare di intervenire sulla realtà umana che abbiamo intorno così da poter anche noi riuscire ad aiutare e a ‘guarire’ e portare ‘giustizia’ sia alle vittime, sia ai pedofili, con amore. Anche se questa parola e quest’azione è imbarazzante esercitarla verso persone che hanno operato violenze fisiche e psichiche su dei minori, le cui conseguenze spesso rimangono indelebili e terrificanti per decenni, per non dire per tutta la vita, sulla loro persona.  Perché questo, come cristiani, ci viene chiesto. L’impresa, però, non è facile, ma ardua. Questi preti e vescovi pedofili – che cercano di gestire la loro situazione di coscienza, magari solo attraverso la confessione e così cavarsela, o passando da un confessore ad un altro, o continuando nella loro situazione di ‘peccato’ e di violenza verso gli abusati -, alcuni di loro andranno a confessarsi, mentre altri, forse, non lo faranno nemmeno o perché si vergognano, o non ci credono o perché hanno paura d’essere smascherati, continuando però a rovinare la vita delle loro vittime. Ma c’è però anche l’altro aspetto della ‘giustizia’ che è regolata dalle leggi della nostra società. La giustizia che socialmente viene richiesta è proprio questa: dimostrare le loro colpe secondo le regole della convivenza civile e così bloccarli nelle loro azioni pericolose. So, per esperienza personale – avendo frequentato un carcere come counselor volontario e avendo avuto colloqui per incarico del direttore con diversi pedofili non clericali –, che questi soggetti, quando attraversano le soglie della detenzione rischiano le stesse violenze e non solo, di cui sono incolpati, anche senza condanna definitiva, viste le ‘regole’ che vigono per consuetudine tra i detenuti di fronte a tali crimini. Ecco perché molti magistrati evitano il carcere al clero pedofilo, anche perché le stesse celle di sicurezza non sono così ‘sicure’. Eppure gli altri pedofili, quelli che non appartengono al clero, vivono queste dure esperienze: perché i preti e i vescovi no? Sono ‘speciali’?!

    Ma da cristiani crediamo nella possibile ‘conversione’ del peccatore, <<che si converta e viva>> però si dovrebbe rendere i pedofili incapaci di poter nuocere ancora. Attivando con le autorità ecclesiastiche, sistematicamente  nei contesti di selezione del personale clericale, tutti quei meccanismi di valutazione utili a controllare ed escludere chi solo possa paventare, anche lontanamente, tendenze di questo genere. Ma anche qui, occorre – come nelle indagini su tutta la realtà cattolica italiana per i casi di pedofilia -, non porre alcun limite temporale ed affidare la selezione specialistica a commissioni indipendenti che possano dare una valutazione prettamente tecnica e precisamente idonea dei soggetti che si sentono ‘vocazionalmente chiamati’ al sacerdozio. Ciò va svolto in piena consapevolezza, lucidità e laicità. Perché l’occhio competente ‘esterno’  deve poter aiutare la Chiesa ad uscire da questa fanghiglia che non si sa quando sia iniziata e chissà mai quando finirà…nella quale sono mescolati anche personaggi arrivati in seminario con altre mire più mondane come fare carriera, cercare di arricchirsi, trovare uno stipendio… A causa di questi comportamenti non trasparenti dei vertici ecclesiastici i pedofili e molti altri sguazzano in ‘zone franche’, trovando ‘amici’ su cui contare, dove rifugiarsi e farsi proteggere. Il motto dei preti è quello di ‘lavare i panni sporchi in casa propria’, al fine di evitare altri scandali. Come se il silenzio, le coperture, gli insabbiamenti fossero utili a cancellare e a far regredire sia il problema e sia lo schifo provato dai fedeli e dal ‘mondo’ di fronte ai casi che emergono in molte nazioni. In Italia occorre fare tutto questo ‘a piene mani’, senza lasciare spazio alcuno alla tolleranza, ma cercare di depotenziare e bloccare, dal loro stato di violentatori e sfruttatori sessuali, tutti quei preti e vescovi e religiosi che sono imbrattati di tali nefandezze. Papa Francesco è arrivato a dire recentemente (cfr. VaticanNews, 9 luglio 2022) che <<la tolleranza zero contro gli abusi è irreversibile>>. Sperando che ciò valga anche concretamente per la Chiesa italiana!

    Per cui la carità cristiana non dovrebbe fargli mancare l’attenzione e l’amore per aiutarli nel migliore dei modi, prima come persone e poi come appartenenti al clero della Chiesa Cattolica Romana. Ma, e c’è un ma, non dobbiamo dimenticare le vittime. E le vittime dovrebbero ‘sempre’ trovare una Chiesa pronta sia a chiedere scusa pubblicamente e ufficialmente, come pure lo debbono fare i singoli ecclesiastici pedofili. Inoltre, l’istituzione clericale dovrebbe partecipare all’aiuto concreto economico – se necessario e voluto -, delle vittime contribuendo al recupero socio-psicologico dell’abusato, del sopravvissuto, insomma di quelle vite umane giovani vittime dei preti e dei vescovi cattolici. Perché quando hanno compiuto quelle abominevoli opere di violenza le hanno compiute senza ‘interrompere’ il loro ‘essere prete’ e il loro ‘essere vescovo’, perché – come dice la Scrittura e la Tradizione – “tu sei sacerdote per sempre”(Gen 14,18-20). Ciò significa rimanere sempre e ‘per sempre’, ‘uomo di Dio’, che benché infangato e infangatore grazie al loro comportamento, questi restano, comunque, espressione istituzionale della Chiesa Cattolica e come tali coinvolti direttamente nel rappresentarla, anche se indegnamente.

    Quindi, i passaggi civile ed ecclesiastico dovrebbero viaggiare su due binari che si sostengono vicendevolmente per aiutare tutti i soggetti coinvolti ed anche le due società interessate, quella ecclesiastico-ecclesiale e quella civile-sociale. Sia le une, sia le altre sono importanti perché l’una – da una parte – non accetta e non vuole per legge che certe violenze perpetrate ai danni di bambini e giovani di un Paese – che si voglia far chiamare ‘civile e di diritto’-, non debba ricercare e condannare i colpevoli. Dall’altra, anche la Chiesa italiana deve ancora cercare di fare un passo più evangelico…ed ecco cosa ci racconta al proposito la parabola del ‘buon samaritano’: <<…chi ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti(pedofili) – tanto da ‘portargli via tutto’(la bellezza della vita), prendendolo a bastonate(umiliazione) e poi se ne andarono (lasciandolo solo) e mezzo morto (sofferente)?, chiese Gesù al dottore della legge…>>(Lc 10,30). Ma occorre anche un passo più laico e civile collaborando con la magistratura italiana per agire verso anche una giustizia in mezzo agli uomini. La Chiesa Cattolica non può più tollerare questi comportamenti pedofili da parte dei suoi ‘ministri’, giustificandoli o ‘coprendoli’, o girando la testa dall’altra parte, quello che proprio Gesù non ha mai fatto e che lo stesso papa Francesco ci dice di non volere. Per cui è giusto che dopo il primo momento della giustizia civile, la Chiesa debba fare la sua parte fino in fondo e secondo verità, anche maturando un più intenso e capace aiuto fraterno infra-ecclesiale/ico, verso ‘i casi di pedofilia’ che ha in seno. Deve adoperarsi al fine di contribuire alla riabilitazione con amore cristiano, del ‘buon samaritano’, ma anche affrontando ogni singolo caso di pedofilia che già esiste o che salterà fuori, senza limiti temporali e senza interferenze verso nessuno, aprendo agli uomini, come a Dio, tutto quanto è utile a fare trasparenza totale nell’interesse del singolo e delle istituzioni, siano esse ecclesiastiche, siano civili e sociali. Come Chiesa occorre saper dimostrare ai fratelli di fede come pure ‘al mondo’ la nuova volontà di ‘fare giustizia nella verità’, senza salvaguardie, né offrire lasciapassare a nessuno, siano essi papi, ex papi, vescovi, preti, religiosi e laici…, anche se ‘innalzati’ sugli altari. Perché chiunque ha agito per ‘offendere’ l’altro  che doveva e rappresenta(va) per lui l’Altro, cioè Gesù, ma l’ha abusato sfruttando anche il proprio ruolo privilegiato di clericale, deve passare per le maglie strettissime della giustizia civile, ma anche di quelle amorevoli ed altrettanto severe della comunità credente che vuole la ‘salvezza’ di tutti, senza però fare sconti a nessuno.                                                                                                                                       

     Piero Cappelli

    Studioso di Scienze Religiose. Giornalista Scrittore e counselor    

     

    *Citiamo questo documento perché è ancora questo il riferimento formativo dei preti oggi e, domani, come vescovi. Ce lo dice l’articolo dell’Osservatore Romano del 20 maggio 2022 che nel raccontare il <<convegno del 9 maggio “Tra mistero e storia. La formazione permanente dei presbiteri”, organizzato e promosso dalla rivista di spiritualità pastorale Presbyteri con la collaborazione dell’Unione apostolica del clero. (Dicendoci che…) l’origine della formazione permanente del clero è riconducibile all’esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis di san Giovanni Paolo II , pubblicata nel 1992>>(il corsivo è nostro), che porta riferimenti dei documenti conciliari del Vaticano II.   

  • Eminente cardinale nominato nella causa per aggressione sessuale contro l’arcidiocesi del Quebec

    Eminente cardinale nominato nella causa per aggressione sessuale contro l’arcidiocesi del Quebec

    Il nome di un importante cardinale vaticano, considerato un potenziale successore di papa Francesco, compare in un elenco reso pubblico nell’ambito di una nuova class action contro l’arcidiocesi del Quebec, secondo il programma investigativo di Radio-Canada Enquête .

    Il cardinale Marc Ouellet, che era l’arcivescovo del Quebec quando si stava svolgendo la Commissione per la verità e la riconciliazione, è tra gli 88 membri del clero che devono affrontare accuse di aggressione sessuale. È la prima volta che il nome di Ouellet compare nei procedimenti legali.

    La causa civile rappresenta più di 100 vittime che sarebbero state aggredite sessualmente, la maggior parte come minorenni, da sacerdoti e altro personale che lavorava per l’arcidiocesi dal 1940. 

    La maggior parte delle aggressioni sarebbe avvenuta negli anni ’50 e ’60, secondo i documenti dell’azione collettiva. 

    Ouellet è di gran lunga la persona più in vista tra quelle elencate nella class action e quella con la posizione più alta nella Chiesa cattolica. Il cardinale non deve affrontare alcuna accusa penale.

    La sua presunta vittima, che nei documenti è identificata come “F”, stava svolgendo un tirocinio come agente pastorale dal 2008 al 2010 quando afferma che le aggressioni sono avvenute. Dice che hanno avuto luogo durante eventi pubblici.

    “Mi ha afferrato e poi… le sue mani sulla mia schiena, sono scese piuttosto in basso”, ha detto la denunciante, che ha condiviso la sua versione di quello che è successo al team di Radio-Canada Enquête la scorsa primavera. 

    “Abbastanza invadente per, diciamo, per qualcuno che è il mio superiore, che è l’arcivescovo del Quebec”.

    Durante quell’incontro, il cardinale le avrebbe detto che era la seconda volta che si vedevano quella settimana e che avrebbe potuto anche baciarla sulla guancia, dato che non c’è niente di male nel trattarsi un po’.

    “Questo mi ha messo molto a disagio, specialmente la parola ‘curarsi’. Come se fossi il suo regalo”, ha detto.

    Le accuse che la donna ha condiviso con Enquête sono le stesse che si trovano nei documenti della causa.

    In diverse occasioni, Ouellet avrebbe tenuto la donna contro il suo corpo, massaggiandole le spalle o accarezzandole vigorosamente la schiena “fino al punto in cui iniziano le natiche”, facendola sentire ogni volta molto a disagio.

    “Mi sono sentita inseguita. È diventato sempre più invasivo, sempre più intenso al punto che ho smesso di partecipare agli eventi. Ho cercato di evitare il più possibile di essere in sua presenza”, ha detto.

    In una e-mail a Radio-Canada, l’arcidiocesi del Quebec ha affermato di essere a conoscenza delle accuse contro Ouellet, ma ha rifiutato di rilasciare ulteriori commenti.

    Al momento delle presunte aggressioni, Ouellet era l’arcivescovo e il capo dell’arcidiocesi. Ha avuto l’ultima parola su chi è stato assunto come agente pastorale, secondo Alain Arseneault, l’avvocato che rappresenta i querelanti nella causa.

    “Avete in quel momento una giovane donna sulla ventina contro un uomo potente in una posizione di autorità, conosciuto in tutto il mondo all’epoca, che forse aveva 60 anni”, ha detto. “Come la maggior parte delle vittime, si è bloccata”.

    Quando “F” ha parlato del suo disagio con coloro che la circondano, le è stato detto che il cardinale è un uomo cordiale e che non era l’unica donna ad aver affrontato questo tipo di “problema con lui”, si legge nell’azione collettiva.

    Un sacerdote che all’epoca era attivo nell’arcidiocesi raccontò a Enquête che circolavano voci sul comportamento del cardinale. 

    Il sacerdote, che ha chiesto di rimanere anonimo, era uno dei membri del clero a cui la giovane ha raccontato quanto accaduto con il cardinale. Ha detto che credevano alle sue accuse.

    “Non potevamo farne a meno. È arrivato come uno sceriffo che veniva a mettere ordine nell’arcidiocesi del Quebec, è stato mandato da Roma”. Egli ha detto. “Per lui avere comportamenti inappropriati con le donne, l’abbiamo trovato davvero strano da parte sua”.

    Sebbene le accuse contro Ouellet sembrino fisicamente meno gravi rispetto ad altri casi citati nell’azione collettiva, l’impatto sulla vittima è comunque altrettanto importante, ha affermato Arsenault.

    “È difficile immaginare che qualcuno con la sua intelligenza, nella sua posizione, non fosse a conoscenza di ciò che stava facendo e delle conseguenze che avrebbe potuto avere”, ha detto.

    Ouellet è stato richiamato a Roma e promosso nel 2010 prefetto del Dicastero dei Vescovi, il dipartimento del Vaticano che si occupa della selezione dei nuovi vescovi.

    “F” ha detto una volta che Ouellet se ne andò e fu sostituito da Gérald Cyprien Lacroix, l’attuale arcivescovo del Quebec, le cose cambiarono in modo significativo.

    “Era molto più adattato. Se c’era un contatto fisico, era una semplice stretta di mano”, ha detto.

    Una denuncia al Vaticano

    Secondo la causa, la donna ha deciso di condividere ciò che le è successo con il comitato incaricato di esaminare le accuse sessuali all’interno dell’arcidiocesi del Quebec 10 anni dopo, dopo un incontro preoccupante con un altro sacerdote.

    Ha detto che è andata a vedere il comitato e ha detto loro: “Non so se sono stata una vittima, ma questa è la mia storia”.

    “Ho sentito il bisogno di raccontare [loro] tutto ciò che avevo passato che era inappropriato da quando ho iniziato come agente pastorale”.

    Ha detto che i membri del comitato le hanno detto che entrambi i casi erano casi di cattiva condotta sessuale e presumibilmente l’hanno incoraggiata a sporgere denuncia.

    È solo allora che il comitato ha appreso che uno dei sacerdoti era il cardinale Ouellet, poiché la donna non aveva precedentemente condiviso i nomi degli uomini.

    La denuncia contro Ouellet è stata depositata direttamente in Vaticano nel 2021. È stata affidata al sacerdote Jacques Servais, un teologo incaricato di approfondire la questione. 

    È stato organizzato un incontro virtuale tra la vittima e il Vaticano, ma un anno e mezzo dopo la donna ha affermato di non essere ancora stata informata della conclusione delle indagini.

    https://www.cbc.ca/amp/1.6552456

  • Vescovo accusato di abusi su bambino a cui stava dando l’estrema unzione

    Vescovo accusato di abusi su bambino a cui stava dando l’estrema unzione

    Il vescovo di Swidnica, in Polonia, è stato accusato di abusi sessuali su un bambino di otto anni, abusi che sarebbero avvenuti quando il piccolo era ricoverato in ospedale e ritenuto in fin di vita. La denuncia dell’episodio di pedofilia è stata fatta dalla stessa presunta vittima, Andrzej Pogorzelski, oggi 38enne ed ex studente del seminario, che in un’intervista a Newsweek Polska ha puntato il dito contro Marek Mendyk, oggi porporato ma all’epoca dei fatti semplice sacerdote. In risposta alla pubblicazione dell’articolo, Mendyk ha rilasciato una dichiarazione in cui nega le accuse definendole “menzogne”, chiedendo scuse pubbliche e anche in’indagine da parte del Vaticano per far luce sulla vicenda.

    Come racconta Notes From Poland, l’episodio è l’ultimo di una serie di recenti denunce di abusi sessuali da parte di membri del clero cattolico polacco e di insabbiamenti da parte della gerarchia ecclesiastica. Il Vaticano ha punito alcuni vescovi ed ex vescovi della nazione per la loro negligenza nell’affrontare il problema. Pogorzelski ha raccontato a Newsweek di essere stato ricoverato all’età di otto anni a causa di complicazioni dovute agli orecchioni. Le sue condizioni erano così gravi che la famiglia mandò a chiamare un prete della parrocchia locale, Mendyk, per dargli l’estrema unzione. Il bambino fu lasciato solo con il sacerdote e Pogorzelski afferma che Mendyk quando rimase solo con lui “prese la mia mano e la guidò verso i miei pantaloni, iniziando a toccarmi”. “Ricordo che mi vergognai e nascosi la testa sotto il cuscino”, ha raccontato.

    “Mi disse che ora sarebbe andato tutto bene, ma che dovevo essere un bravo ragazzo e tenere tutto per me, perché poteva tornare… Pensavo che dovesse essere così, ero un bambino”. Pogorzelski ha dichiarato a Newsweek – che ha recentemente nominato capo redattore Tomasz Sekielski, giornalista e regista famoso per aver scoperto casi di abusi nella Chiesa – di non aver mai parlato con nessuno di abusi sessuali subiti dal sacerdote. Secondo le leggi sulla prescrizione del Paese, quella per i reati sessuali contro i minori di 15 anni scade quando la vittima compie 30 anni, questo significa che non potrà esserci un processo per provare le accuse.

    Il vescovo nella sua difesa ha scritto che “non sopporterà che le menzogne e le calunnie siano copiate da altri media”, e ha informato di aver affidato il caso agli avvocati. Inoltre, ha chiesto all’autore dell’accusa, che “potrebbe essere sotto l’influenza di altri”, di presentare pubbliche scuse. In una seconda dichiarazione, il prelato ha anche annunciato di aver fatto appello al suo superiore, l’arcivescovo di Breslavia, affinché intraprenda “azioni in conformità con la legge canonica” volte a indagare sul caso. Mendyk ha detto di aver informato anche la nunziatura apostolica in Polonia e ha dichiarato di essere pronto a collaborare pienamente con le autorità ecclesiastiche e statali.

    https://europa.today.it/attualita/vescovo-abusi-bambino-estrema-unzione.html