Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, frase choc di un vescovo: “Non obbligato a denunciare”

    Abusi, frase choc di un vescovo: “Non obbligato a denunciare”

    In un’intervista monsignor Domenico Sigalini ha dichiarato di non avere l’obbligo di denunciare un sacerdote che commette abusi

    La Chiesa cattolica sta vivendo una fase complessa della sua storia, ma c’è pure chi, in materia di abusi​ e pur appartenendo alle alte sfere ecclesiastiche, segnala di non essere obbligato a denunciare un sacerdote che si rende responsabile di un atto di pedofilia.

    Papa Francesco ha anche convocato un summit straordinario in Vaticano durante lo scorso febbraio, riunendo tutti gli episcopati mondiali, ma i moniti lanciati in quella circostanza, tanto dal pontefice argentino quanto da altre figure autorevoli della spiritualità e della gerarchia cattolica, forse, non sono stati sufficienti. A segnalare come un vescovo non si trovi nella situazione obbligata di procedere per mezzo di una denuncia è stato monsignor Domenico Sigalini, già incaricato a Palestrina, in provincia di Roma, all’interno di questa intervista rilasciata a La Fede Quotidiana​.

    Il presule ha spiegato come “da vescovo” non abbia “alcun dovere di denunciare il sacerdote pedofilo”. E questo perché, stando alle dichiarazioni del consacrato, il “compito” sarebbe ascrivibile ai genitori – o meglio a chi esercità la potestà genitoriale – della presunta vittima. Ma il monsignore ha specificato pure come siano già presenti “la legge di Dio” e il “diritto canonico”. Quasi come a dire che a sanzionare la persona che ha commesso un abuso ci penseranno dall’alto. “Semmai – ha proseguito Sigalini all’interno della sua riflessione – io li aiuto di buon grado in questa operazione, li assisto e facilito il compito. Da vescovo – ha concluso – ho il dovere di aiutare il prete a cambiare la sua condotta. Come pastore devo aiutarlo a correggere il suo modo di comportarsi”.

    Chi è deputato a gestire una diocesi, quindi, dovrebbe limitarsi a supervisionare il caso? L’Australia, qualche tempo fa, ha cercato d’imprimere un cambio di mentalità, promulgando una legge che costringe i consacrati che celebrano il sacramento della confessione a rivelare quanto dichiarato durante quello stesso sacramento nel caso il contenuto della confessione riguardi degli abusi sessuali.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/abusi-frase-choc-vescovo-non-obbligato-denunciare-1663854.html?mobile_detect=false

  • Monsignor Sigalini: “I vescovi non devono denunciare i sacerdoti pedofili”

    Monsignor Sigalini: “I vescovi non devono denunciare i sacerdoti pedofili”

    “Da vescovo non devo e non ho alcun dovere di denunciare il sacerdote pedofilo, è compito di chi  ha la genitorialità del minore.” Lo dice in questa intervista che ci ha rilasciato Monsignor Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina.

    ” Lo giudico molto importante e senza dubbio positivo, il Papa ha fatto bene. Di queste cose e di certi crimini come la pedofilia, è  necessario parlare ed è persino utile che vengano fuori inchieste giornalistiche, quelle serie. Servono alla causa, ben vengano. Però bisogna essere sempre corretti e non mettere in piazza  solo le miserie di qualche uomo di Chiesa.  Sembra, ed è sbagliato, che la sola realtà interessata da questo fenomeno sia la Chiesa cattolica e non è così”.

    Il Papa ha scelto di  emanare un Motu Proprio…

    ” Benissimo, fa bene. Ma su quello che riguarda la denuncia da parte del vescovo, ho la mia idea, nutro riserve”.

    Cioè?

    ” A mio avviso, un vescovo non deve e non ha alcun dovere di denunciare alle autorità civili il sacerdote pedofilo. Esiste già la legge di Dio ed esistono i procedimenti canonici ai quali fare riferimento.  Chi deve provvedere alla denuncia, è chi ha la potestà genitoriale del minore, spetta al padre e alla madre. Semmai io li aiuto di buon grado in questa operazione, li assisto e facilito il compito. Da vescovo ho il dovere di aiutare il prete  a cambiare la sua condotta. Come pastore devo aiutarlo a correggere il suo modo di comportarsi”.

    Vale a dire?

    ” Esiste una legge italiana sugli atti di violenza o pedofilia ai danni dei minore e va rispettata. Come le dicevo, legittimato alla denuncia è chi ha la responsabilità del minore, non il vescovo. Io sono disponibile ad  aiutare e sostenere i genitori”.

    Che cosa deve fare il vescovo nei riguardi del prete predatore se i genitori non denunciano?

    “Una volta avute notizie certe io li informo. Ma se loro non si attivano, non è compito mio farlo.  Senza dubbio metto quel sacerdote in penitenza e in cura, in modo che non possa più nuocere.”

    Intanto è uscito il libro Sodoma…

    ” E’ una inchiesta pilotata per colpire la Chiesa in modo evidente. E’ giusto aiutare a correggere, ma senza mettere in piazza le miserie. In quanto a quel libro, le ripeto, non è attendibile, perchè accanto al male vi è dentro la Chiesa tanto bene. Ma non se ne parla. Inoltre, da quanto ho  appreso, l’ estensore del libro avrebbe alloggiato in Vaticano e persino in luoghi sensibili. Come ha fatto? “.

    Bruno Volpe

  • Prete pedofilo, la vittima sodomizzata e minacciata: nuovi dettagli

    Prete pedofilo, la vittima sodomizzata e minacciata: nuovi dettagli

    LECCE – “Mi porta al mare e a mangiare una pizza, dice che è come un papà. Però ha iniziato a fare certe cose che non capisco. Mi dà baci anche con la lingua, poi lo devo pure toccare giù“. È solo una parte della testimonianza messa nero su bianco da una delle vittime (il cui numero è salito a quota 10) di presunti abusi sessuali da parte di un prete di Trepuzzi.

    Di questo caso ci siamo occupati il 28 febbraio scorso, quando l’associazione “Rete l’abuso” ha reso pubblico l’audio di una conversazione al telefono intercorsa tra il prete e una vittima che ha scelto di denunciare tutto. L’uomo, oggi 40anne, quelli abusi li avrebbe subiti 30 anni fa. Al telefono chiede al prete il motivo di quella violenza, per mettere un punto fermo a quella storia e cercare di rifarsi una vita. Il sacerdote alla fine confessa, parla di affetto vero e poi chiede insistentemente alla vittima di fornirgli il suo IBAN, nel tentativo di farsi perdonare.

    Adesso quella stessa vittima sceglie di raccontare altri dettagli.

    “Ho dieci anni, sono sempre in chiesa e sono chierichetto e sogno di diventare Sacerdote -scrive- Don **** dice che mi aiuta. Dice che mi vuole bene (…) che è come un papà. Però ha iniziato a fare certe cose che non capisco. Mi da baci sulla bocca e anche con la lingua. Poi lo devo pure toccare giù (…) Dice che devo fare cosi perché mi aiuta a diventare Sacerdote. Mi dice che è normale, però mi dice anche che non deve sapere nessuno. Mi dà anche le botte. Con schiaffi e pugni. Poi mi spinge e mi ritira e continua a darmi schiaffi e pugni“.

    Il racconto continua con una serie di dettagli sulla violenza sessuale subita e, infine, le minacce.

    “Don *** mi fa paura -si legge ancora nella lettera- Dice che racconta alle persone che io mi drogo. Dice che io non sono nulla e non sarò mai nessuno. Mi dice che le persone non mi crederanno mai. Crederanno a lui, che è una brava persona. Un Sacerdote. Mi dispiace tanto non aver potuto raccontare la mia Storia a dieci anni, quando la mia infanzia è finita”.

    La missiva è stata pubblicata dalla stessa Rete l’Abuso che ha raccolto per prima la sua confessione. E in questi giorni di presunte vittime ne sono spuntate altre. Intanto l’Autorità giudiziaria ha aperto un fascicolo di inchiesta. La Procura di Lecce è in contatto con l’associazione che, tra le altre cose, rimarca di avere le prove che il Don abbia celebrato la messa a Trepuzzi fino allo scorso 24 febbraio, nonostante fosse stato sospeso.

    A dare man forte al racconto delle vittime ci sarebbero persino dei testimoni: all’epoca bambini che, con scaltrezza, sarebbero riusciti a darsela a gambe per tempo. E ci sarebbe anche chi sostiene di averlo sorpreso in flagranza in sacrestia. Dettagli che stanno emergendo soltanto 30 anni dopo.

    Prete pedofilo, la vittima sodomizzata e minacciata: nuovi dettagli

  • Abusi sessuali da parte di sacerdoti

    Abusi sessuali da parte di sacerdoti

    Se mi prendo la libertà di scrivere, è con la convinzione che le rivelazioni riguardanti i numerosi casi particolarmente disgustosi di abusi sessuali commessi da un considerevole numero di ecclesiastici in tutto il mondo vi abbiano sconvolti tanto quanto me.

    Perché la cosa che più mi indigna in questo mondo è la pedofilia. E quando i predatori sono uomini di chiesa, la mia indignazione è al culmine.

    Già minata da numerosi casi di abusi nascosti, la credibilità della Chiesa cattolica è stata gravemente contaminata nel 2018 da nuovi scandali di grande portata, in Cile, negli Stati Uniti o in Germania. Recentemente, la stampa ha riferito che il nunzio papale (ambasciatore papale) in Francia, Luigi Ventura, era oggetto di un’inchiesta per violenza sessuale su minori aperta il 24 gennaio dalla procura di Parigi.

    Non ho trovato nulla di rassicurante nelle recenti osservazioni di Papa Francesco durante i quattro giorni del Vertice Vaticano dedicati a questo argomento. Piuttosto che prendere il toro per le corna, il capo della Chiesa cattolica non ha annunciato nulla di tangibile, limitandosi a cercare un rafforzamento delle istruzioni che le conferenze episcopali sono chiamate ad attuare. Lontano dalle misure concrete attese, il papa si è limitato ad alcune dichiarazioni di intenti che non sono nemmeno state registrate in un documento finale.

    Come capo della Chiesa cattolica romana, il Papa ha il dovere di assicurare che coloro che sono gerarchicamente subordinati a lui non solo rispettino lo spirito dei Vangeli che predicano, ma anche la legge e la morale in vigore nella società civile. Pertanto, spetta a lui prendere le misure radicali necessarie per porre rimedio alla situazione malsana in cui il Vaticano si è smarrito.

    Una delle misure (scomunica e definitiva esclusione della Chiesa) che, a mio avviso, Papa Francesco dovrebbe adottare senza indugio è l’oggetto della petizione che ho appena inviato al suo indirizzo e lanciato sui social network. Mi permetto di presentare questa petizione sperando che vi sentirete chiamati a sostenerla firmando e invitando i vostri amici e conoscenti a fare lo stesso (possiamo contribuire alla sua diffusione condividendola su Facebook e Twitter, ad esempio).

    Per accedere al testo della petizione, cliccate qui
    Mario Jelmini, Giurista
    CH-1345 Le Lieu VD

    Abusi sessuali da parte di sacerdoti

  • Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Secondo giorno di lavori sul tema dell’«accountability». In arrivo un dossier sulle indagini della Santa Sede su McCarrick. Il cardinale O’Malley: «Va rivisto il segreto pontificio». Padre Lombardi: «“Tolleranza zero” concetto limitativo»

    Una revisione del segreto pontificio, un chiarimento sui vescovi negligenti, un nuovo dossier su McCarrick con i risultati delle indagini condotte dalla Santa Sede. Importanti novità quelle che si prospettano per i prossimi mesi nel cosiddetto «follow up» del summit sugli abusi in Vaticano, giunto oggi al suo secondo giorno di lavori dedicato al tema della «accountability».

    Ad annunciarle durante il quotidiano briefing nell’Istituto Augustinianum sono stati i membri del comitato organizzatore del vertice: il cardinale Blase Cupich, l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Presente anche il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, che alcuni organi di stampa statunitensi indicavano in «rapporti tesi e formali» con il Papa tanto da essere stato escluso dal team organizzativo del summit.

    Il porporato cappuccino appariva invece tranquillo in conferenza stampa nel riferire dell’andamento dei lavori, dicendosi anche «felice» nel vedere che il focus delle riflessioni dei 190 pastori riuniti in Aula Nuova del Sinodo non si è concentrato su indicazioni e «condanne scontate» (per dirla alla Papa Francesco), bensì sulla «sofferenza delle vittime», sul «tradimento inflitto su così tanti bambini e adulti vulnerabili». «Credo che la leadership debba cominciare a capire i danni degli abusi, tutto quello che ha rovinato la vita delle persone» e, da qui, «indicare un piano d’azione», ha affermato O’Malley, ribadendo il concetto di «trasparenza» che «è fondamentale se dobbiamo affrontare il problema, non solo nei diversi Paesi ma anche nella stessa Santa Sede».

    «È chiaro che rivedere tutto il concetto del segreto pontificio è importante», ha affermato il presidente della Commissione per la tutela dei minori. E interpellato dai cronisti – specie quelli americani che continuano ad insistere da giorni sulla questione del nesso abusi-omosessualità – il cardinale ha annunciato che «a breve riceveremo un rapporto della Santa Sede» sulle indagini a carico di Theodore McCarrick, l’arcivescovo di Washington colpevole di pedofilia che Bergoglio ha “spretato” sabato scorso, dopo avergli già tolto la porpora a luglio. «È un momento triste e vergognoso nella storia», ma «le indagini procedono», ha confermato Cupich. «So che Ouellet (il cardinale prefetto della Congregazione dei vescovi, ndr) ha fatto dichiarazioni e scritto lettere che contengono informazioni. Le singole diocesi sono state coinvolte e la Santa Sede è in contatto con loro. Mi è stato detto che ci sarà un rapporto in un futuro non molto lontano».

    A breve arriverà da parte del Vaticano anche un «chiarimento al motu proprio “Come una madre amorevole” per i vescovi negligenti». A confermarlo è sempre O’Malley che spiega che si lavora proprio in questo tempo nei Sacri Palazzi per stilare un documento che – alla luce anche dei risultati del summit – renderebbe più chiare le indicazioni contenute nella lettera papale del giugno 2016 su come agire nei confronti di un vescovo che ha insabbiato o che è stato negligente nei casi di abusi compiuti da sacerdoti della sua diocesi.

    Anche Scicluna ha ricordato il motu proprio sottolineando che esso ha «un’azione più ampia ed efficace» di quella di un eventuale “tribunale speciale”che metta sotto inchiesta i vescovi negligenti (la sua istituzione è una richiesta avanzata a più riprese dalle vittime). L’ex pm vaticano, attuale sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato: «Nel motu proprio, il Papa ha introdotto la fattispecie penale dell’abuso d’ufficio che punta a sanzionare i vescovi negligenti. Il provvedimento del Pontefice è più ampio del tribunale perché il tribunale presuppone un delitto o la violazione della legge; invece “Come una madre amorevole” guarda allo stato oggettivo, all’incapacità di fare bene o alla non volontà di fare bene. Non entra nella questione del dolo, della malizia, che ci vuole per provare un delitto. Invece chi denuncia non deve provare questo ma solo denunciare il fatto oggettivo».

    «È lo stesso che si fa nei canoni 1740 e 1741 – ha aggiunto Scicluna – dove si descrivono le cause per le quali il vescovo può rimuovere il parroco, che è un pastore di un gregge, in base allo stato oggettivo di incapacità di governare e essere pastore. Togliere il leader – ha chiarito il presule maltese – non perché sei una cattiva persona ma perché sei incapace, non puoi governare. Non si esclude il momento penale e il motu proprio già apre a questa possibilità quando il Papa chiama una commissione di giuristi e decide cosa fare».

    Ancora Scicluna ha risposto ad una domanda sul concetto di “tolleranza zero”, rifiutato da alcuni vescovi – come riferiva nel briefing il prefetto del Dicastero della comunicazione, Paolo Ruffini – che vedono in esso un’accezione troppo «secolare». Per Scicluna il discorso è semplice: «Questo principio non ha niente a che fare con le pene ma con una constatazione prudenziale e di urgenza: non possiamo permettere che nel ministero ci sia chi possa fare male ai giovani. Può anche non piacere il concetto di “tolleranza zero” ma nessuno oserebbe dire se c’è una persona che può fare del male ai giovani lo lascio nel ministero. È un principio già dichiarato da Giovanni Paolo II che deve animare ogni decisione pastorale».

    Pertanto, si possono dimettere chierici dallo stato clericale, condannare vescovi e cardinali ad una vita di silenzio e preghiera, e «la pena può essere anche espiatoria» ma non è questo il punto: «La questione della idoneità al ministero non è primariamente penale», ha detto Scicluna. «Non tolgo la persona dal ministero per punirla ma per proteggere il gregge».

    Anche padre Lombardi ha voluto chiarire alcune sfumature sulla “tollerenza zero”: «Ho scritto tre lunghi articoli su La Civiltà Cattolica senza mai usare la parola se non in una nota – ha esordito l’ex portavoce vaticano -. Perché ho difficoltà ad usare o lasciarmi catturare dalla espressione “tolleranza zero”? Perché si riferisce ad una parte limitata della problematica che invece riguarda anche la cura pastorale, la selezione del clero, la prevenzione in parrocchie. Tutto questo nella parola non è compresa».

    «“Tolleranza zero” – ha proseguito il gesuita – si riferisce ad un modo di intervenire punitivo: una parte fondamentale ma, appunto, una parte di tutto il problema della protezione dei minori che è molto più grande». Quindi anche una certa «adeguatezza» del vocabolario può aiutare ad affrontare «l’ampiezza e la complessità del problema» abusi. «Poi se per dei colleghi americani e canadesi “tolleranza zero” indica un preciso tipo di provvedimento sono perfettamente d’accordo, ma quando parlo di protezione minori parlo di molte altre cose», ha chiosato Lombardi.

    Infine ancora Scicluna, insieme ad O’Malley e Cupich hanno riferito della rilevanza data in assemblea al tema della «collegialità». «Ogni diocesi ha a capo un vescovo responsabile che al contempo partecipa della responsabilità della Chiesa universale. Nel villaggio globale non possiamo non capire che se succede una cosa comunque coinvolge, tocca anche il resto del mondo», ha sottolineato il cardinale di Boston. Quindi l’errore più grande è di «preoccuparsi solo della propria area».

    Guai a pensare «questo è mio, mi riguarda in quanto vescovo», ha fatto eco Cupich, «siamo insieme un collegio di vescovi: quello che succede in una parte della terra riguarda tutti perché tutti dobbiamo aver cura dei figli di Dio». Ciò implica trasparenza, responsabilità, una comunicazione costante, visione ma anche strategia, e soprattutto la «testimonianza di vita chiara senza zone d’ombra». «Si possono fare tutte le leggi possibili – ha concluso l’arcivescovo di Chicago – ma senza un reale senso di responsabilità dei vescovi e delle Conferenze episcopali non arriveremo a nessun risultato».

  • Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

    ROMA-ADISTA. È stato nei giorni in cui si svolgeva in Vaticano il summit antipedofia (21-23/2) che Marilène Ghanem, nata libanese, cattolica maronita, da anni residente in Italia, si è imbattuta in una foto fra quelle che più potevano arrecarle dolore: papa Francesco sta dedicando una copia del suo libro Dio è giovane ad un sacerdote; e scrive: «al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco» (v. la foto: https://bit.ly/2TmEwC2). Mansour Labaki è il prete libanese, incardinato nella diocesi di Beirut, che ha abusato di Marilène e di altre ragazze, allora tutte appena adolescenti. Labaki è stato già condannato per abusi su ragazze minori dalla sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) il 23 aprile 2012 – giudizio confermato il 19 giugno 2013 – a una vita di preghiera, silenzio e penitenza, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale (v. Adista Notizie n. 34/13). A fine aprile 2016, la Procura di Caen (nel Calvados, in Normandia) ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti nel corso di un processo per una denuncia presentata negli anni ’90. Perché il p. Labaky, che ha creato nel 1991 un orfanotrofio per bambini libanesi a Douvres-la-Délivrande (Calvados), mantenendone la direzione fino alla chiusura della struttura nel 1998, avrebbe abusato di una giovane francese a lui affidata quando la ragazza aveva 13 anni (due altre vittime hanno presentato denuncia, senza costituirsi parte civile).

    Il papa forse non potrà ricordare tutti i nomi degli abusatori di cui è venuto a sapere, ma è sicuro che su Labaki sia stato più che informato. Addirittura dal patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Béchara Raï. Questi si è sempre esposto in difesa del sacerdote fino ad affermare in pubblico, nel collegio Saint-Joseph d’Antoura (Beirut) il 18 marzo 2018, che è in atto una «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una dura contestazione alla condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede, poco tollerabile dal Vaticano. Tanto che il Patriarcato ha “dovuto” emettere un comunicato di «chiarimenti»: «Il giudizio di chi ha condannato Labaki è intangibile e non può essere cambiato se non dalla parte che l’ha emesso»; «il patriarca non è mai stato e mai sarà tollerante, in nessun modo, in materia di molestie sessuali» e infine, «dopo la condanna di monsignor Labaki, Sua Beatitudine [il patriarca] ha ricevuto alcuni documenti importanti sulla questione. Nella sua qualità di padre e di capo, ha giudicato suo dovere portare questi documenti a conoscenza del Santo Padre, né più, né meno» (v. Adista Notizie n. 17/16).

    Quello appena descritto è il contesto che ha fatto saltar su Marilène alla visione della fotografia e nelle circostanze del dichiaratissimo impegno di papa Francesco contro i predatori di fanciulli e fanciulle. E allora Marilène ci ha fatto giungere una sua dichiarazione, in cui si rivolge direttamente a Francesco. Di seguito, il testo. (eletta cucuzza)

                              Può il Papa “tolleranzero” benedire un “predofilo”?

                                                     (di Marilène Ghanem)

    Con tanto di dedica e benedizione, Bergoglio ha consegnato una copia autografata del suo libro intervista “Dio è giovane” a un prete che ama le giovanissime. Fa un certo effetto, no?

    La foto è stata scattata a marzo 2018, in presenza di Antonio Raymond Andary, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, insediato il 5 gennaio dello stesso anno. Il sacerdote in questione è Mansour Labaky, prete libanese maronita di 79 anni, condannato dallo stesso Bergoglio senza possibilità d’appello il 19 giugno 2013. Sono in possesso del decreto emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Consta di 10 pagine dove, oltre ai provvedimenti disciplinari, vengono enumerate alcune oscenità che il prete ha perpetrato durante la sua lunga carriera di predatore sessuale in cui ha abusato di giovani donne, violentato adolescenti e stuprato bambine. In Libano come in Francia, negli orfanotrofi inaugurati dal medesimo al fine di essere sempre fornito di ‘carne fresca’ senza mai preoccuparsi di rendere conto a nessuno. Comodo, no?

    Quando una società grida all’orrore di fronte ai filmati di mattatoi che girano sui social, non intendo io seguire la linea del politically correct mentre descrivo il vissuto delle vittime di pedofilia: sono i loro stessi corpi la scena permanente del crimine e gli spettatori complici degli aguzzini perché osservano schermandosi di indifferenza e fingendo l’impotenza. Non quella sessuale, magari!, che sarebbe stata molto auspicabile in questo caso. Non si tratta di un comportamento inappropriato come spesso viene definito nel ger go ecclesiastico. Non si tratta nemmeno di una semplice penetrazione, come il cardinal Pell ha riferito al suo avvocato difensore. Il moralismo ipocrita impedisce la pronuncia del nome: si chiama STUPRO e viene definito dalla legge come un CRIMINE.

    Scusate se infrango il codice del bon ton, ma trattandosi del crimine di pedofilia, noblesse n’oblige plus!

    Mansour Labaky nulla ha da invidiare al sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, sia per la somiglianza delle scelleratezze compiute, sia per l’ingente disponibilità economica che gli ha consentito di corrompere le gerarchie ecclesiastiche. Qualche indagine a riguardo per smontare la copertura delle autorità locali come promesso dallo stesso Bergoglio nel 2017? Ad oggi, nessun cenno all’ormai inflazionata accountability.

    Risalendo al 2016, troviamo altre foto che ritraggono il patriarca di Antiochia Béchara Raï – primo responsabile di Mansour Labaky – mentre consegna a Bergoglio una risma piratata che riguarda il carteggio tra le sopravvissute e alcuni alti prelati della Curia Romana; risma destinata, secondo Raï e i sostenitori di Labaky, a sventare definitivamente il presunto complotto di matrice massonico-sionista tramato in seno alla stessa Curia e discolpare così il prete dalle false accuse. Da sottolineare i toni intimidatori contro le vittime propugnati da sua eminenza il cardinal patriarca al fine di impedire ogni prossima confessione di stupro ad opera di qualsiasi altro prelato. Conferenza videoregistrata, tradotta e spedita a suo tempo in Vaticano. Nel frattempo una delle vittime, sposata e madre di famiglia, è stata minacciata, ha perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica perché ha osato rompere la barriera del silenzio. Tipica mossa di una gang del Bronx, non di una Chiesa.

    A questa perversa macchinazione è seguito un vis-à-vis nella bella Lisieux, tra una decina di vittime di nazionalità libanese e francese e il patriarca, in presenza del vescovo Jean-Claude Boulanger, per confrontarsi con Raï che fino allora aveva finto di non sapere. In certi contesti passare da stupidi ripaga e ripara! Si è trattato di uno smacco, tutto sommato positivo perché ha comprovato il radicamento del sistema in un terreno omertoso, turpe e autistico. Lo scenario dipinge tutt’altro che Una Chiesa Universale; anzi, ne definisce i tratti faziosi e settari, identici a quelli di una qualsiasi Mafia insomma. È ormai appurato: siamo obbligati a cambiare interlocutore dal momento che la gerarchia rimanda di se stessa l’immagine delle Tre Scimmie Stolte: non vede il male, non sente il male, non parla del male. Preferisce addossare al povero Sat?n la colpa dei propri misfatti piuttosto di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

    A nulla era servita, nel 2013, la mia chiacchierata di due orette con Ladaria, allora vice della CDF, per informarlo dell’impossibilità della gerarchia libanese troppo corrotta, lavativa e avida di danaro, a tutelare l’applicazione delle sanzioni disciplinari contro Labaky; a nulla sono valse le traduzioni delle varie trasmissioni (televisive e radiofoniche) pro Labaky inviate al segretario di Stato Parolin per denunciare il potere manipolativo vigente del prete pedofilo; a nulla è servita la lettera scritta a Bergoglio, avvalorata da documenti pubblici contro le vittime e dagli atti che li citano in tribunale; a nulla hanno giovato le foto del prete a passeggio con la macchina dell’arcidiocesi di Beirut, degli spartiti di inni liturgici in cui si identifica con il Cristo crocifisso mentre assimila i suoi accusatori a Giuda Iscariota. La psicosi si esprime in tante forme, il delirio mistico ne è l’espressione più pericolosa.

    Spendo due parole in onore della verità: ma senza il tumulto mediatico di cui è stata foriera la stampa, la Chiesa avrebbe avuto il coraggio dell’autodenuncia? Ne dubito proprio, e prova ne è la sparizione di molteplici documenti di accusa che attestavano la gravità dei fatti, l’adozione del trasferimento, di parrocchia e spesso geografico, dei preti come soluzione al problema delle aggressioni sessuali, il versamento di ingenti somme di denaro per insabbiare i casi e comprare il silenzio delle vittime, la copertura di preti pedofili sotto falso nome, sparsi nelle varie diocesi del mondo. Per cui… …Cospargersi il capo di ceneri e chinare la testa, lavare i piedi e chiedere perdono, per quanto possano essere mediatizzati, sono ormai gesti muti perché non supportati da iniziative congruenti. Quale piano concreto e riparativo Bergoglio intende mettere in atto a favore dei sopravvissuti al crimine della pedofilia? «Verba volant, scripta manent» ma ora è giunto il tempo di compiere un ulteriore passaggio: actibus loqui. Il game degli inshallah è over. Urge passare all’azione e seguire una linea standardizzata: non si capisce perché Mansour Labaky non sia stato ridotto allo sta to laicale mentre altri pedofili hanno subìto questa sorte. C’è forse una differenza valoriale tra uno stupratore e l’altro oppure una scala di classificazione degli abusi?

    Bergoglio, sono troppi ormai i tuoi scivoloni per non credere che anche tu appartenga a quel sistema che denunci! Stai ripetendo ostinatamente gli stessi identici errori. La sincerità della tua intenzione è molto dubbiosa. Alle vittime di Mansour Labaky e a tutti quelli che ancora credono nella sincerità della tua lotta contro la piaga della pedofilia e affermano che “el papa lo quiere pero no puede hacerlo, está solo” ti chiedo di giustificare pubblicamente questa foto perché pubblica è la benedizione del prete pedofilo. Ce lo devi. Per la sicurezza dei bambini e la salvaguardia della tua credibilità ti invito a stilare un elenco digitale dei preti pedofili nel mondo, consultabile da tutti, così eviti di autografare e benedire pubblicamente sacerdoti che tu stesso avevi condannato.

    Ora che Labaky gode della tua benedizione sei tu a sederti sul banco degli imputati per omertà, silenzio e copertura. Ma non eri diventato famoso grazie al tuo motto “Tolleranza zero”? Se facciamo Tolleranza zero meno uno i conti non tornano.

    ¿Qué pasa Francisco Jorge Bergoglio? Comportamento schizofrenico, demenza senile oppure semplicemente un po’ naïf? Qualunque sia la risposta, il discredito delle vittime è nel tuo mirino a tal punto da autosabotarti a sfavore di decreti di condanna da te firmati. Sintomo di una Chiesa che ormai combatte la sua propria ombra, incapace di trovare una via di uscita perché intrappolata nel clericalismo e nella salvaguardia della propria immagine.

    Quante cose si possono nascondere dietro a una semplice foto…

    Attendo smentita!

    https://www.adista.it/articolo/60908?fbclid=IwAR1D_9HlWnoHSyN4SgS3uEWoVHcjCXI8Rt_DP6oeaBmfeFbkuPJvVpw7dFY

  • La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

    “Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

    Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

    Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

    Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

    Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

    Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

    Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

    Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

    La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

    Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

    Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

    La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

    Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

    “Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

    “Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

    Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

  • Cile, Ezzati citato in giudizio per aver coperto abusi nella cattedrale di Santiago

    Cile, Ezzati citato in giudizio per aver coperto abusi nella cattedrale di Santiago

    Un uomo afferma di essere stato drogato e violentato quattro anni fa dal sacerdote Tito Rivera nella canonica e di aver denunciato il fatto al cardinale che non avrebbe agito. Ora intenta contro di lui e l’Arcidiocesi una causa di risarcimento per 500mila dollari

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO
    Venti di bufera soffiano sulla chiesa del Cile, già stremata da oltre un anno di scandali vecchi e nuovi di abusi sessuali del clero e dei loro insabbiamenti. Mentre l’Australia si divide sulla vicenda Pell e la Francia è scossa dalla condanna al cardinale Barbarin, nel Paese sudamericano scoppia un nuovo – seppur risalente ad anni fa – caso che coinvolge direttamente il cardinale arcivescovo di Santiago Ricardo Ezzati citato in giudizio per 530mila dollari perché avrebbe coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un uomo quarantenne nella cattedrale metropolitana.

    Secondo un rapporto della Procura cilena il porporato 77enne – già sotto indagine per le mancate risposte ai casi di abusi dei sacerdoti della sua diocesi – avrebbe ricevuto la denuncia della vittima di padre Rivera, 67 anni, ex rettore della chiesa di Las Agustinas (dove era stato nominato dallo stesso Ezzati), liquidando però tutta la vicenda con 30mila pesos (circa 45 dollari), un abbraccio e la richiesta di «pregare per il carnefice» e di non parlare con nessuno di quanto accaduto.

    La vittima in questione si chiama Daniel Rojas Alvarez, 43 anni, vive in condizioni di indigenza, e dice di essere stato drogato e violentato da padre Rivera in una camera da letto della canonica della cattedrale. In questi giorni sta raccontando ai media cileni dettagli inquietanti sulla sua storia. Quattro anni fa si era rivolto a Rivera per chiedere aiuto economico per delle medicine urgenti per la figlia malata. In quella circostanza, il sacerdote, col pretesto di dargli l’aiuto richiesto, lo avrebbe portato in una stanza da letto della canonica e gli avrebbe offerto un bicchiere d’acqua dove sembra che abbia messo sostanze chimiche. Queste hanno stordito l’uomo tanto da ridurlo in stato di semi coscienza, senza alcun controllo sul suo corpo. Rivera avrebbe quindi abusato di lui insistentemente per poi lasciargli i soldi richiesti. I ricordi sono sfocati ma Rojas ha fissa in mente la frase del sacerdote: «Ti divertirai», e le violenze subite.

    Presto l’uomo era tornato in cattedrale per raccontare tutto al cardinale Ezzati che però si era limitato ad alcune parole di circostanza e ad un piccolo rimborso per l’acquisto dei medicinali. «Alla fine del mio racconto (Ezzati, ndr) mi ha chiesto di pregare per padre Tito e poi mi ha regalato 30mila pesos, pregandomi di non parlare con nessuno su questa vicenda», ha dichiarato in un programma televisivo mandato in onda la sera di lunedì da Canale 7.

    Rojas aveva presentato denuncia il 18 marzo 2015 all’Ufficio Reclami Pastorali (Opade) e, dopo che le accuse sono state ritenute fondate e credibili, dal 7 aprile 2015, era partita un’indagine contro Rivera condotta dal presbitero Francisco Walker Vicuña. Al termine, il 3 luglio dello stesso anno, era emerso che il prete aveva molestato anche un seminarista e un minorenne di 16 anni; una delle vittime aveva anche consegnato otto fotografie e alcuni video amatoriali del sacerdote impegnato in atti sessuali. Le indagini e il processo sono stati costantemente coordinati con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un successivo rapporto dell’Arcidiocesi imputava a padre Tito Rivera «comportamenti omosessuali abituali, gravemente immorali e praticamente fuori controllo», in grave violazione del Sesto Comandamento. A confermare tutte queste informazioni è lo stesso Arcivescovado di Santiago che, in una nota diffusa mercoledì, sottolinea che il sacerdote era già stato denunciato alla Polizia nel 2011 e che nel corso di un interrogatorio erano stati ritrovati in casa oggetti liturgici non di sua proprietà, probabilmente rubati dalla cattedrale. Dopo la denuncia, tuttavia, non era partita un’indagine perché «non è stato possibile contattare il denunciante».

    Sempre l’Arcivescovado precisa che il 16 agosto 2018, alla chiusura del processo, a padre Tito Rivera Muñoz sono state comminate numerose sanzioni in conformità con il canone 1336 del Codice di Diritto Canonico. Ovvero la sospensione per dieci anni dall’esercizio pubblico del ministero e l’ordine di celebrare la messa solo in forma privata controllato da una persona al di sopra dei 50 anni, il divieto di incontrare o mantenere contatti con minori e di cambiare residenza (attualmente è quella della sorella).

    L’intera vicenda – definita «terribile e inaccettabile» dal segretario dell’Episcopato cileno, monsignor Fernando Ramos – era finora sconosciuta ed è esplosa sulla stampa locale nei giorni scorsi dopo che Rojas, oltre ad una denuncia penale, ha depositato alla Corte d’appello di Santiago una causa di risarcimento danni per mezzo milione dollari contro l’Arcidiocesi e contro Ezzati.

    La nota della chiesa di Santiago non riferisce nulla a riguardo. E lo stesso cardinale, per evitare le polemiche, ha preferito non presiedere due sere fa la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri in Cattedrale. Intervistato da Informe Special, tuttavia, ha rifiutato ogni accusa dicendo di non aver mai conosciuto Rojas «e ancor meno di averlo confessato, di avergli dato un abbraccio e di avergli detto che un sacerdote gli avrebbe dato dei soldi in mio nome, ma purtroppo non è così, capisco che può sentire quello che sente e ho tutta la mia stima e affetto anche per quello che ha sofferto».

    Come ricorda il sito specializzato Il Sismografo, prossimamente l’Assemblea plenaria del Senato dovrà votare una proposta di legge che farebbe perdere automaticamente al cardinale, di origini italiane (è nato nel comune veneto di Campiglia dei Berici, in provincia di Vicenza), la cittadinanza cilena ricevuta dallo Stato anni fa per i servizi resi all’educazione e la formazione dei giovani. Una iniziativa, questa contro il porporato, precedente al caso Rivera e legata ai presunti occultamenti degli abusi perpetrati da Fernando Karadima o quelli avvenuti nella diocesi di Rancagua.

    Proprio per queste accuse ad Ezzati era stato recapitato nel luglio 2018 un “órden de comparición” da parte del Procuratore regionale di O’Higgins, Emiliano Arias. Il cardinale avrebbe dovuto rispondere davanti ai magistrati il 21 agosto scorso, ma per vari motivi l’interrogatorio è stato rimandato.

    Contro di lui è in atto un’accesa campagna mediatica che mira alla sua rimozione. Allo stato attuale sembra che solo questa decisione possa calmare gli animi nella società e nella chiesa del Cile che non riesce a risollevarsi dallo scandalo abusi deflagrato violentemente dopo la visita di Papa Francesco nel gennaio scorso. Ne sono prova le dichiarazioni “fuori dal protocollo” del ministro Cecilia Pérez, segretario del governo del presidente Sebastián Piñera, che, definendo la vicenda di Rivera un «insieme di fatti gravissimi e inaccettabili», ha affermato che: «Si deve rispettare la giustizia indipendentemente dalla qualifica del colpevole…». «Il presidente Piñera – ha aggiunto la ministra – ha incontrato il Papa a Roma e come governo aspettiamo che Francesco trovi la persona migliore per farsi carico dell’Arcidiocesi di Santiago».

  • Rete L’ABUSO propone un Protocollo di garanzia per le vittime agli “sportelli diocesani”

    Rete L’ABUSO propone un Protocollo di garanzia per le vittime agli “sportelli diocesani”

    Dopo il sinodo di febbraio, concluso sostanzialmente con altre promesse ma di fatto nulla di concreto, stiamo assistendo alla nascita – sul territorio italiano e per mano delle diocesi – di sportelli di accoglienza per le vittime di abusi sessuali da parte dei preti cattolici.

    A lasciarci un pò perplessi, non è solo il fatto che questi sportelli nella sostanza proseguono come è sempre stato, con la raccolta delle denunce presso le diocesi e non all’Autorità Giudiziaria civile, con un rischio che è storica parte del problema, ovvero che queste vengano insabbiate.

    Quello che non è chiaro, è che oltre a fare il lavoro di intelligence, ovvero acquisire dei dati, non si sa da chi saranno gestiti, che uso ne verrà fatto, quali garanzie ha la vittima sul fatto che le informazioni acquisite in quelle sedi gestite dal clero non vengano poi utilizzate nei tribunali civili, magari a danno della stessa vittima.

    Non viene detto quali proposte siano disponibili per il soccorso di chi è stato vittima, se vi siano percorsi di recupero, chi li gestirà, in sostanza viene detto (come appare nel testo della diocesi di Milano) che vi sarà un “Referente diocesano per la tutela dei minori e la corrispettiva equipe (cui competerà, tra l’altro, l’ascolto e l’accompagnamento delle vittime e la gestione della segnalazione di abusi)”. Tutela minori diocesi di milano

    Nella sostanza un testo di buone intenzioni che però nessuno sa quanto realmente siano attuabili, visti i fallimenti, o forse successi, compiuti fino ad oggi dalla chiesa, che puntualmente giustifica le “buone intenzioni disattese” scaricando la responsabilità su una gerarchia disobbediente o su un vescovo omertoso che poi non punisce però, il quale magari si giustificherà – come ha fatto l’arcivescovo di Milano Mario Delpini – sostenendo di aver sottovalutato la segnalazione. Facendosi scudo del fatto che in Italia non vi sia l’obbligo della denuncia.

    Diceva un grande amico della chiesa “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” e spero la chiesa non se ne abbia a male con noi vittime, se vogliamo che tutto venga fatto per il meglio.


    Protocollo – tutela e garanzia – Consultori Diocesani

    Proposta della Rete L’ABUSO

    Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Relatore

    Francesco Zanardi

    -o=O=o-

     

    Premesso che l’Associazione Rete L’ABUSO, (associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) con sede legale in Savona, via Pietro Giuria 3, C.F. 92109400090, si batte per la non negoziabilità dei diritti, propone il seguente protocollo. Premesso che il documento non mette mano alla strutturazione interna che sarà discrezionale, vogliamo solo individuare i punti fondamentali e imprescindibili con l’unica finalità; garantire il rispetto e la massima tutela delle parti, oltre all’efficacia del servizio.

    L’Associazione ritiene che una partenza sana sin dall’accoglienza, produca non solo una buona gestibilità, ma anche la massima trasparenza e la garanzia del rispetto dei diritti della vittima.

    LA STRUTTURA DELL’ACCOGLIENZA

    1. Garantire che venga segnalata all’Autorità Giudiziaria qualunque notizia di reato o sospetto di reato, lasciando la gestione e l’accertamento, unicamente all’autorità civile competente.
    2. Che la vittima sia guidata e supportata nelle decisioni e nei percorsi che andrà a prendere, con un’unica finalità, il benessere di chi viene soccorso.
    3. Garantisca che chi accoglierà e guiderà la vittima sia personale competente e preparato, che agisca nel massimo rispetto del Diritto che lo Stato Italiano garantisce.
    4. Valuti con sollecitudine l’urgenza (ai fini prescrittivi o di interruzione degli stessi) di un intervento legale in sua tutela.
    5. Garantire agli utenti, soprattutto sotto l’aspetto psicologico, che abbiano assicurate tutte quelle tutele previste dallo Stato italiano, dal Trattato di Lanzarote ecc. che sono espressamente rivolte a soggetti vittime di abuso sessuale.
    6. Che in nessun modo il servizio divulghi, riutilizzi, o ceda per finalità differenti dall’interesse dell’assistito, dati, circostanze e informazioni di qualunque genere o natura.

    Riteniamo i sei punti esposti, fondamentale base di garanzia non negoziabile. Anche se apparentemente potrebbe sembrare difficile affrontarli, in realtà sono tutti legati tra loro e risolvibili con estrema semplicità.


    Ecco la nostra proposta per un punto di partenza sano ed efficace.

    Abbiamo trattato non a caso il solo punto dell’accoglienza perché secondo noi è li il cardine dove si decide l’avvio di un accompagnamento sano per la vittima e utile per il bene collettivo.

    La soluzione si riduce alla scelta mirata di chi sarà addetto all’accoglienza o responsabile di questa, che dovrà semplicemente essere selezionato tra chi riveste qualifiche di “pubblico ufficiale”, ovvero un medico, un assistente sociale o chi per esso, purchè abbia questa qualifica, che gli impone degli obblighi penali, come quello della denuncia.

    Questa soluzione risolverebbe molti problemi al Vaticano per quanto riguarda la gestione, l’obbedienza delle gerarchie, il segreto del confessionale ecc. In questo modo anche la chiesa viene messa al corrente della segnalazione, mantenendo la sua inviolabile facoltà di decidere se avviare un’indagine previa e un successivo processo canonico. Al tempo stesso le gerarchie sarebbero sollevate dall’onere dalla denuncia alle autorità civili, che sarebbe comunque garantita dal pubblico ufficiale, che per legge la deve fare e che in caso di omissione ne risponderebbe personalmente.

    A questo modo si supererebbero anche i vari ostacoli dovuti alla valutazione della denuncia, che sarebbe compito dell’autorità civile, la quale, ha gli strumenti e la formazione per valutare e nel caso procedere sotto l’aspetto giudiziario.

    Siamo convinti, anzi emerge insistentemente dai vari casi, che spesso la denuncia è un ostacolo notevole, non solo per la vittima, ma anche per chi la circonda, specie nell’ambito della chiesa dove la paura che si sappia, spesso prevale sulla priorità, la vittima, il suo soccorso e la prevenzione.

    L’associazione Rete L’ABUSO si rende garante di questo protocollo, ampliabile e integrabile con altri punti, ma non negoziabile nel suo fondamento. Lo stesso protocollo non solo è in linea con quanto discusso lo scorso febbraio durante il sinodo, ma risolverebbe in buona parte anche la collaborazione tra la chiesa, le autorità civili e le associazioni delle vittime, coinvolte un dialogo senza precedenti che non può che essere garante e costruttivo.

    Protocollo tutela vittime sportelli diocesani

    Fine del Protocollo

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2019/03/05/preti-pedofili-lallarme-della-rete-labuso-sui-consultori-diocesani-le-vittime-rischiano-di-essere-raggirate/

  • Abusi, dai vescovi messicani nuove linee guida: “Mai più coperture”

    Abusi, dai vescovi messicani nuove linee guida: “Mai più coperture”

    Un piano di lavoro elaborato dopo il summit in Vaticano: priorità alle vittime

    Diagnosi, prevenzione, giustizia e risposta, appoggio alle vittime, promuovere il rispetto per la legge. Sono le cinque parti nelle quali si suddividono le linee d’azione per la protezione dei minori, elaborate dalla Conferenza episcopale messicana (Cem) in seguito all’incontro tenutosi di recente in Vaticano, e presentate ieri in una conferenza stampa nella sede della Conferenza dal presidente, Rogelio Cabrera López, e dal segretario generale, Alfonso Gerardo Miranda Guardiola, rispettivamente arcivescovo e vescovo ausiliare di Monterrey.

    Per ciascuno di questi cinque punti – riferisce l’agenzia Sir – il piano di lavoro prevede azioni concrete, a partire dalla necessità di «quantificare e rendere trasparente il problema dell’abuso sessuale infantile da parte di sacerdoti e operatori pastorali in Messico».

    Il documento sottolinea la necessità della selezione e della formazione permanente dei sacerdoti. E annuncia che la Conferenza episcopale, in virtù dell’elevazione a rango normativo delle linee guida degli episcopati, decisa nel summit in Vaticano, provvederà a un continuo monitoraggio, supervisione e verifica delle attività delle singole diocesi, alle quali è chiesto di dotarsi di commissioni diocesane. Si parla, inoltre, di diffondere processi di certificazione di sacerdoti, operatori pastorali e ambienti ecclesiali, precisi protocolli, regole chiare su trasferimenti da una diocesi all’altra o da una congregazione a un’altra di seminaristi e sacerdoti.

    «Nessun abuso dovrà essere coperto», insistono i vescovi messicani, che chiedono «un cambio di paradigma: l’attenzione iniziale e privilegiata alle vittime». Il documento chiede anche, però, di «prestare attenzione al clima socio-ecclesiale dei sacerdoti, in modo che non si viva nel panico, ma nella sicurezza, potendo così compiere adeguatamente e pienamente la propria vocazione».

    Infine, la Conferenza episcopale specifica di aver chiesto a un gruppo di laici indipendenti e competenti di «rivedere ogni informazione disponibile» riguardo a casi di abuso su minori.