Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I vescovi italiani perfezionano le linee guida anti-abuso senza input da parte delle vittime

    I vescovi italiani perfezionano le linee guida anti-abuso senza input da parte delle vittime

    Claire Giangravè

    ROMA – Mentre il Vaticano si prepara ad ospitare un vertice internazionale dei vescovi a febbraio sull’abuso sessuale del clero, i vescovi italiani si stanno preparando attraverso la messa a punto di nuove linee guida per la protezione dei minori.

    “È un suggerimento iniziale immaginare una futura linea d’azione”, ha affermato padre Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI) nel corso di un evento stampa del 16 gennaio.

    “Vogliamo promuovere l’attenzione verso la protezione dei più vulnerabili”, ha aggiunto.

    Russo ha parlato a conclusione della riunione di gennaio del Consiglio permanente della CEI, 14-16 gennaio, che si è svolta sotto la direzione del suo presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti di Perugia.

    Durante l’incontro, “ampio spazio”, si legge in un comunicato ufficiale, è stato dedicato ad affrontare e discutere le linee guida per la tutela dei minori richieste da Papa Francesco.

    Mentre le linee guida non saranno rese pubbliche fino a maggio, i vescovi hanno approvato la creazione di una struttura nazionale per consigliare il clero e i vescovi sulle migliori prassi in materia di abuso sessuale e ha nominato capo mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente della commissione per la protezione dei minori della CEI.

    “È un processo sinodale”, ha detto Russo, “un viaggio che è certamente lungo, ma fatto con attenzione, in modo che questa struttura possa essere operativa in modo efficace”.

    Ci si aspettava che le vittime di abusi sessuali si incontrassero con la commissione durante il suo raduno, “ma abbiamo preferito spostarlo perché non c’era abbastanza tempo”, ha detto Russo.

    Invece, le vittime si incontreranno con Bassetti a febbraio, in vista della riunione del 21-24 febbraio dei capi delle conferenze episcopali di tutto il mondo. Le vittime dovranno aspettare fino a marzo per incontrare i membri del CEI, ha detto Russo.

    Il segretario generale ha spiegato che mentre le vittime non facevano parte del processo per la creazione delle linee guida o della struttura nazionale, i consulenti che fanno parte della commissione “non erano persone che parlano in modo astratto”.

    “Questi sono esperti che conoscono le vittime e tengono in considerazione la loro prospettiva”, ha detto Russo, aggiungendo che dal momento che molte delle vittime di abusi sessuali da parte del clero sono minorenni, dovrebbero essere protette e non inserite nella logistica della politica di determinazione.

    I portavoce dei sopravvissuti, tuttavia, hanno espresso il desiderio di essere coinvolti.

    “Conosco oltre 700 vittime di abusi sessuali adulti!”, Ha detto Francesco Zanardi, sopravvissuto all’abuso clericale e presidente di Rete L’Abuso, l’unica associazione di vittime di abusi clericali in Italia, in un’intervista a Crux. 16 gennaio.

    “Verremo subito!” Ha aggiunto.

    Il 20 dicembre, la sezione delle vittime e famiglia di Rete L’Abuso ha inviato una lettera a Bassetti, che può essere vista sul loro sito, offrendo la loro disponibilità per un incontro dopo che Francis ha chiesto a tutti i capi delle conferenze episcopali di incontrare le vittime prima del raduno di febbraio.

    “Non abbiamo ricevuto alcuna risposta”, ha detto Zanardi.

    A differenza degli Stati Uniti o dell’Australia, dove sono stati compiuti sforzi per capire quanto siano diffusi abusi sessuali da parte del clero, in Italia il numero delle vittime e la dimensione del fenomeno rimangono sconosciute.

    “Non sono in grado di dare alcun numero”, ha detto Russo ai giornalisti, aggiungendo che ciò è dovuto al fatto che “eventuali accuse canoniche vengono inviate alla Congregazione per la Dottrina della Fede”. La Santa Sede, ha aggiunto, ha inviato un questionario alla CEI chiedendo ulteriori dettagli su quanto sia diffuso l’abuso sessuale clericale in Italia.

    Da quando la crisi degli abusi clericali è scoppiata nel 2001, la Chiesa e le istituzioni italiane non hanno portato avanti alcuna documentazione sul numero di casi di abuso, processi canonici o civili e sopravvissuti.

    “Penseresti che i preti pedofili non esistano in Italia!” ha detto Zanardi.

    Sul suo sito internet, Rete L’abuso conta oltre 800 presunte vittime di abusi clericali e 17 cliniche per preti pedofili nel paese. “È assurdo che ne teniamo traccia e lo stato no”, ha aggiunto il sopravvissuto, “soprattutto considerando ciò che sta accadendo nel resto del mondo”.

    Zanardi ha detto che in Cile e in Argentina, dove gli scandali degli abusi clericali hanno scosso la chiesa locale, l’opinione pubblica ha reagito con forza e stimolato i governi ad agire.

    “Abbiamo una situazione drammatica qui in Italia”, ha detto, e “non c’è una coscienza civile sulla questione”.

    “Diciotto anni dopo, gli scandali si sono interrotti, il problema è ancora irrisolto “, continua Zanardi. “Quanti ne abbiamo sacrificati in questi diciotto anni?”

    Pubblicazioni cattoliche e laiche italiane riportano spesso gli scandali di abusi che si svolgono altrove, ma secondo gli esperti sul campo ci sono anche molti casi che si verificano nel cortile del papa che non fanno notizia.

    “Le vittime di abusi da parte del clero sono molte in Italia”, ha detto padre Fortunato Di Noto, una sorta di Steve Wozniak italiano nella lotta globale contro lo sfruttamento sessuale dei minori, da quando ha raccolto il suo computer per denunciare abusatori nel 1989.

    “Attendono una chiara risposta operativa che va oltre il meccanismo di protezione di noi stessi senza proteggere gli altri”, ha detto a Crux in un’intervista del 16 gennaio.

    Di Noto ha fondato la sua organizzazione no-profit, Meter, nella sua parrocchia nel 1995 con alcuni fedeli interessati. Negli ultimi 12 anni si sono rivelati essenziali in oltre 23 indagini di polizia nazionali e internazionali, portando a oltre 300 arresti e segnalando preoccupazioni per più di 23.000 religiosi e laici accusati di abusare di minori.

    Mentre il sacerdote ha dichiarato di essere “sempre fiducioso nell’impegno della Chiesa in Italia, che ha compiuto alcuni passi importanti” nella lotta agli abusi sessuali, “il problema sta nella mancanza di coordinamento”, ha affermato.

    Di Noto ha detto che Francesco ha detto tutto quando ha indicato il clericalismo e l’elitarismo come le malattie che sono alla base della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa, sottolineando che tutti i membri del clero sono innanzitutto e soprattutto battezzati fedeli che rinunciano a Satana.

    “Sono convinto che non sia così vero quando diciamo che siamo dalla parte delle vittime”, ha detto il sacerdote con una prospettiva globale, citando il rapporto dell’Unione europea secondo cui oltre 18 milioni di minori sono vittime di abusi nel Vecchio Continente.

    “Stiamo ancora discutendo nel 2019 se i cristiani dovrebbero proteggere i bambini!”, ha aggiunto.

    Secondo il sacerdote, non dovrebbero essere sacerdoti o vescovi che dirigono queste commissioni sugli abusi sessuali nella Chiesa. “Dovrebbero esserci donne, laici, religiose e vittime”, ha detto, “e uomini di buona volontà disposti ad applicare le regole”.

    Di Noto ha detto che questa visione riflette il sentimento della “Lettera al popolo di Dio” di Francesco nell’agosto 2018. “Non dobbiamo creare professionisti nella lotta contro la pedofilia”, ha detto, “dobbiamo creare un coscienza concreta. “

    Il vero pericolo per la Chiesa è nella sua “frammentazione e eccessiva burocratizzazione”, ha aggiunto, in cui le soluzioni non sono chiare, le azioni sono posticipate e le vittime scivolano in basso nella lista delle priorità.

    “Essere da parte delle vittime è una passione e una scelta”, ha detto Di Noto, prima di concludere che “è stato fatto molto, ma c’è ancora molto da fare”.

    (traduzione con Google)

    https://cruxnow.com/church-in-europe/2019/01/17/italian-bishops-refine-anti-abuse-guidelines-without-victim-input/

  • Quello scandalo sul cardinale che solleva dubbi in Vaticano

    Quello scandalo sul cardinale che solleva dubbi in Vaticano

    Un portavoce dell’Arcidiocesi di Washington ha dichiarato che il cardinale Wuerl era a conoscenza delle accuse dirette a McCarrick sin dal 2004

    Giuseppe Aloisi

    Il cardinale Donald Wuerl, che nel frattempo si è dimesso da arcivescovo di Washingtonpure per una presunta “cattiva gestione” di episodi risalenti a quando era incaricato a Pittsburgh, aveva consapevolezza delle accuse mosse nei confronti di Theodore McCarrick, il suo predecessore, che Papa Francesco ha ‘scardinalato’, dopo che un’inchiesta interna alla diocesi di New York ha confermato la veridicità del quadro accusatorio.

    A svelare il retroscena è stato un portavoce della diocesi della capitale americana.

    Il caso di “Zio Ted”, in seguito all’avvio di un’indagine vaticana, è passata in secondo piano rispetto a questioni che sembrano essere più urgenti. Come il summit degli episcopati previsto in Santa Sede per febbraio. Quello che tenterà di risolvere il problema degli abusialla radice. Ma, come anticipato, le dichiarazioni di un portavoce hanno reso noto che, come si legge anche sulla Nbc, Wuerl fosse a conoscenza di quanto contestato a McCarrick sin dal 2004. Il retroscena è stato subito rilanciato dai cattolici conservatori. Si sospetta che Wuerl e McCarrick abbiano fatto parte del medesimo correntone, quello progressista. I tradizionalisti sono soliti attribuire la crisi di “credibilità” della Chiesa cattolica proprio a questa presunta frangia di ecclesiastici liberal. Si dice che abbiano avuto un ruolo nell’ultimo Conclave. Per questo, il fatto che Wuerl sapesse dei comportamenti attribuiti a McCarrick, in tempi non sospetti peraltro, rischia di sollevare un vero e proprio polverone dalle parti di piazza San Pietro. A porre dubbi, insomma, potrebbe essere la domanda relativa a quante persone sapessero di McCarrick prima che la questione fosse comunicata a Roma.

    Specie perché, come sostenuto da questo blog, Wuerl non aveva mai dichiarato di avere contezza di quanto emerso attorno all’ex porporato: “La diocesi di Pittsburgh – si legge sulla fonte appena segnalata – aveva detto di non essere a conoscenza del risarcimento fino al luglio 2018. Allo stesso modo, l’Arcidiocesi di Washington aveva detto che Wuerl non era a conoscenza del risarcimento del 2005 fino al 2018. Wuerl scrisse in una lettera del 21 giugno che era ‘sconvolto e rattristato’ dalle accuse nei confronti di McCarrick”. Insomma: qualcosa, nella ricostruzione dell’unico dei due alti prelati statunitensi che è tuttora un cardinale, sembrerebbe non tornare. I fedeli di Washington, nel frattempo, attendono che venga nominato un successore. Qualcuno ha ipotizzato che Bergoglio potesse optare per il cardinal Burke, ma la distanza dottrinale intercorrente tra i due pare un motivo sufficiente per scartare questo scenario. Wuerl, ancora oggi, è l’amministratore apostolico dell’arcidiocesi della capitale americana.

    http://www.ilgiornale.it/news/motori/scandalo-sul-cardinale-che-solleva-dubbi-vaticano-1627428.html?mobile_detect=false

  • Pubblicò rivelandone l’identità, ben 8 volte il nome della vittima del prete pedofilo. La curia di Napoli sul banco degli imputati

    Pubblicò rivelandone l’identità, ben 8 volte il nome della vittima del prete pedofilo. La curia di Napoli sul banco degli imputati

    Inizierà il 29 gennaio prossimo, il processo che vede la curia di Napoli sul banco degli imputati, rea secondo l’accusa di aver rivelato – in barba ai diritti che la legge sulla privacy garantisce alle vittime di violenze sessuali – e a nostro avviso in modo piuttosto esagerato – in un solo testo ben 8 volte – la vera identità della presunta vittima del prete Silverio Mura, sul quale sta indagando anche la Procura della Repubblica di Pavia, alla quale è stato denunciato dalla Rete L’ABUSO nel 2018, dopo che è emerso che il sacerdote accusato a Napoli, svolgeva le sue attività a contatto con minori, nel piccolo paesino di Montù Beccaria, ma in quella occasione il suo nome non era più don Silverio Mura, ma don Saverio Aversano.

    Redazione

  • Il vescovo accusato di abusi promosso due volte

    Il vescovo accusato di abusi promosso due volte

    Il caso del vescovo Zanchetta, nominato in Vaticano e accusato di abusi in patria, continua a far discutere. Il Papa sapeva?

    Il caso del vescovo Zanchetta continua a tenere banco in Vaticano.

    Il presule sudamericano, che in tempi abbastanza recenti ha ricevuto un incarico in Santa Sede, è accusato in Argentina di aver commesso degli abusi sessuali ai danni di più di un seminarista. Si parla di accuse realtive a circa dieci casi.

    Quanto contestato a Zanchetta, ma questi altri aspetti rilevano soprattutto o solo dal punto di vista dei rapporti ecclesiastici, si estende all’”autoritarismo” e una presunta incapacità di gestire la diocesi argentina da cui si allontanò – pare per via dei dissidi con i sacerdoti – nel 2015. Da piazza San Pietro hanno fatto sapere che dovrà astenersi dai suoi compiti fino a quando il quadro non verrà chiarito. Ma qualcuno ha sollevato una serie di questioni che potrebbero far discutere.

    Sì, perché se Papa Francesco ha dimostato più volte di non guardare al nome e alla carica quando si tratta di far dimettere un consacrato, Sandro Magister, sul suo blog de L’Espresso, ha segnalato come Bergoglio abbia promosso Zanchetta per due volte. Prima lo ha elevato a vescovo, poi lo ha nominato all’Apsa, l’ente oggi presieduto da Nunzio Galantino e deputato alla gestione del patrimonio della Sede Apostolica: “Vero o no – ha scritto il noto vaticanista – che le accuse risalissero invece al 2015, come ribadito dalla stampa argentina che riporta le parole degli autori della denuncia, resta il fatto che il trattamento di riguardo riservato da papa Francesco a Zanchetta lascia attoniti, per l’incredibile assenza di “discernimento” nel valutare la persona, ripetutamente promossa a cariche di rilievo nonostante la sua palese inadeguatezza e inaffidabilità”.

    Il pontefice argentino, insomma, si sarebbe scelto un collaboratore scomodo. Il fronte tradizionalista ha più volte accusato il Santo Padre di non essere un grande selezionatore. Ma in questo caso, a rischiare di sollevare un polverone, sono le discordanze presentate in materia di tempistiche. Per la stampa argentina – si legge sempre sul blog di Magister – le accuse sono datate al 2015. Per il Vaticano, invece, sarebbero state rese note solo durante l’autunno scorso.

    Il Papa sapeva o no che Zanchetta era accusato di abusi sessuali prima di nominarlo all’Apsa? Questa sembra la domanda centrale derivante dall’analisi del vaticanista.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-papa-ha-promosso-vescovo-argentino-accusato-abusi-1626783.html

  • Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Si torna a parlare del caso di Luciano Massaferro, Don Lu per i suoi fedeli, e lo si fa attraverso un’inchiesta curata da “Panorama” e pubblicata anche on line lo scorso 7 gennaio 2019 “La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco”.

    Sarebbero emerse, delle testimonianze rese da una suora e da Mons. Brancaleoni trascurate dai giudici di primo grado, ma che svelerebbero ulteriori dettagli sulla vicenda.

    Panorama ha ricostruito i fatti  risalenti all’estate 2009  attraverso gli atti giudiziari e le notizie emerse in quel periodo.

    Don Lu è stato accusato – e poi condannato nei 3 gradi di giudizio – per il reato di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni per poi essere, però, riabilitato, almeno per la Chiesa, dalla sentenza emessa nell’ambito del processo canonico.

    Il focus sul quale si punta nell’inchiesta giornalistica è, da un lato quello delle testimonianze inedite emerse e dalle quali sembrerebbe che dubbi su Don Luciano fossero stati rappresentati anche da altre persone.

    Una suora, in particolare, avrebbe riferito di aver notato il parroco in atteggiamento sospetto e in posizioni anomale con un bambino.

    In secondo luogo il giornalista di Panorama ha voluto evidenziare un ulteriore aspetto, quello legato ai blasonati nomi dei difensori di Don Lu assistito da Mauro Ronco presidente dell’ordine degli avvocati di Torino prima e per il ricorso in Cassazione da Franco Coppi.

    “Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa” si legge nell’articolo.

    Proprio questo avrebbe portato, altresì l’avvocato della bambina che avrebbe subito le violenze sessuali da Don Lu, Vannucci  a chiedere un risarcimento prima al vescovo Oliveri (Vescovo all’epoca dei fatti) e poi al Vescovo Borghetti, subentrato a Olivieri per volere di Papa Francesco per mettere ordine in quella che è stata definita una delle Diocesi più discusse per questioni legate a pedofilia, omosessualità, e ruberie.

    Non solo, nell’articolo di Panorama  si legge inoltre: “Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente”.

    Naturalmente viene riportata anche la versione di Bagnasco “spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste»”

    http://www.savonanews.it/2019/01/10/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/abusi-si-parla-ancora-di-don-lu-inchiesta-di-panorama.html?

  • Chiesa d’Inghilterra ai preti: “Negare assoluzione ai peccatori di gravi crimini”

    Chiesa d’Inghilterra ai preti: “Negare assoluzione ai peccatori di gravi crimini”

    LONDRA – Al peccatore che confessa gravi crimini a un prete dovrebbe essere “negata l’assoluzione e detto di consegnarsi alla polizia”: è il nuovo parere della Chiesa d’Inghilterra ma aggiunge che i preti non possono violare il segreto della confessione e denunciare il criminale. Le linee guida dei vescovi arrivano dopo mesi difficili per la Chiesa d’Inghilterra sull’opportunità di abolire il principio secondo il quale i peccati confessati devono rimanere segreti.

    I vescovi hanno ammesso che la scorsa estate erano divisi sul ruolo della confessione e il dovere del clero di riferire eventuali informazioni. Le nuove linee guida, che riguardano anche come trattare i parrocchiani pedofili conclamati e “toccamenti ammissibili”, seguono una serie di scandali sugli abusi sessuali, scrive il Daily Mail.

    L’ex vescovo di Gloucester, Peter Ball, nel 2015 è stato in carcere 32 mesi per aver abusato sessualmente di 18 ragazzi nell’arco di trent’anni. Nel 2016 l’ex arcivescovo di York, Lord Hope, è stato oggetto di indagini della polizia per aver coperto gravi violenze sui minori da parte dell’ex presidente del Manchester Robert Waddington.

    Altre sezioni delle linee guida dicono ai vicari che non possono rifiutarsi di ammettere un pedofilo nei servizi ecclesiastici ma dovrebbe seguirlo, sedere sullo stesso banco e assicurarsi che non provochi problemi. Alle parrocchie sono state fornite anche le regole sul “toccamento ammissibile”, ovvero come avere un contatto fisico con i bambini.

    I Vicari e chiunque altro frequenti i bambini in una parrocchia, possono abbracciarli ma in pubblico e prendere le loro mani solo per aiutarli a spostarsi; possono sedersi fianco a fianco a un bambino ma non che “sieda sulle ginocchia” di un adulto. La Chiesa d’Inghilterra non ha confessionali e i sacerdoti possono ascoltare i peccati dei fedeli in privato. Il segreto della confessione è previsto da una legge della Chiesa nel 1603 che i vescovi avevano considerato di abrogare.

    Le nuove linee guida sostengono che se l’ammissione di abusi sui minori viene fatta in confessione da una persona che chiede l’assoluzione, al prete “è vietato rivelare qualsiasi cosa, inclusi reati penali”. Tuttavia, aggiungono: “Quando un penitente nel corso della confessione rivela di aver commesso un grave crimine, il sacerdote dovrebbe chiedere di consegnarsi alla polizia o ad altra autorità e se rifiuta, non dare l’assoluzione”. Le linee guida non indicano in ogni caso come un prete possa verificare se il peccatore abbia contattato la polizia. Sottolineano inoltre che a chi ha commesso reati sessuali può essere vietato prendere un tè o un caffè dopo un servizio religioso, di unirsi al coro o ai campanari.

  • Pedofilia: la Chiesa italiana che nega le sue responsabilità

    Pedofilia: la Chiesa italiana che nega le sue responsabilità

    Don Ruggero Conti è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori: non ha scontato un giorno di prigione, mentre le sue vittime non hanno avuto conforto o risarcimento. Assordante il silenzio del superiore del prete

    Antonio Rossitto

    Fascicolo 4866 del 2008. L’asettico numero seriale cela il più fragoroso processo italiano a un prete per abusi su minorenni. Sette vittime, decine di testimoni e migliaia di atti. Da cui, ancora una volta, affiorano le reticenze e le omissioni di una curia. L’imputato si chiama don Ruggero Conti: lombardo di Legnano, amico di politici ed economo della sua diocesi. A quel tempo è il carismatico e influente parroco di una chiesa di Selva Candida, al di là del Grande raccordo anulare che abbraccia la capitale. L’inchiesta della Procura di Roma si trasforma in un eclatante caso giudiziario. Che porta, nel 2015, alla più grave condanna definitiva mai comminata dalla giustizia italiana a un religioso accusato di pedofilia: 14 anni e due mesi di carcere.

    Eppure il sacerdote non è mai entrato nelle patrie galere. Anzi, a settembre 2017 è perfino evaso dai domiciliari, concessi in una clinica laziale, tentando una rocambolesca fuga in taxi. Infine, le ultime aggravanti: nessun risarcimento versato alle vittime e nemmeno una parola di conforto per i minori violati. Nonostante tutto sia accaduto alle porte del Vaticano. O, magari, proprio per questo.

    Sotto gli orrori, un manto di protezione

    Chiesa della Natività di Maria Santissima, periferia di Roma, 30 giugno del 2008: don Conti, 54 anni all’epoca, viene arrestato mentre è in partenza, con alcuni ragazzi, per la Giornata mondiale della gioventù di Sydney. La Procura di Roma, nei mesi seguenti, comincia a sentire testimoni. Scoprendo, sotto gli orrori, un manto di protezione. Emerge già dalla deposizione di Gino Reali, il vescovo di Porto-Santa Rufina, la diocesi romana sotto cui ricade la chiesa di Selva Candida. Il 1° dicembre 2008 il pm Francesco Scavo Lombardo convoca il monsignore.

    Il prelato ammette di aver appreso già nel settembre 2006 dei comportamenti equivoci di don Conti. Confermati due mesi dopo dal vice parrocco della Natività di Maria Santissima, Don Claudio Peno Brichetto. Che il vescovo, però, considerò inaffidabili. Anche le parole di altri tre ragazzi, tra i quali il responsabile dell’oratorio e alcuni dei giovani abusati, furono prese con le molle. «È chiaro che non posso nemmeno andar dietro a tutte le voci» si giustifica monsignor Reali con il magistrato, riferendosi a quegli incontri. «Io faccio il vescovo, non è che faccio il giudice istruttore… Non sono riuscito a trovare dei riscontri che potessero portarmi a un provvedimento di trasferimento». E aggiunge: «Noi oggi abbiamo anche l’impegno molto grande di salvare la buona fama della Chiesa. Lei non ha idea di quante accuse vengono fatte. E alcune non hanno alcun “fundamentum in re”, come si diceva una volta».

    Già, «la buona fama della Chiesa». Nessuno, quindi, viene avvertito. E don Conti continua ad abusare dei giovani parrocchiani. Persino in seguito al suo arresto, la curia non prende provvedimenti. «Da un punto di vista canonico noi aspettiamo quello che viene fuori dalle indagini della Procura» spiega il vescovo al pm Scavo Lombardo. «Quindi, in questo momento, siamo perfettamente fermi».
    Riassumendo: nel 2008 la diocesi, nonostante l’arresto per supposta pedofilia di un suo influente sacerdote, decide di stare a guardare. Fino a quando la giustizia non dimostrerà le violenze: al di là di ogni ragionevole dubbio. Una Chiesa, dunque, che interviene solo dopo la giustizia penale. Ovvero: quando non può farne a meno. Una condotta che negli anni scorsi è diventata metodo. Come dimostrano i casi raccontati da Panorama nelle scorse puntate di questa inchiesta.

    Il caso di don José Poveda Sanchez

    La deposizione di monsignor Reali trabocca di eccesso di cautela. Nel settembre 2005 alcuni genitori avevano informato monsignore che un altro prete, don José Poveda Sanchez, molestava telefonicamente alcuni ragazzini. In udienza il pm romano chiede al vescovo anche di questo precedente. Gli legge messaggi dall’inequivocabile tenore: «Pezzo di culo, vieni stasera». Oppure: «Ciao, culetto d’oro». Reali, ricevuta la scomoda segnalazione, spiega al magistrato di aver convocato il religioso spagnolo. «Mi promise che sarebbe cambiato… Ma qualche mese più tardi fui avvisato che c’era stato invece un nuovo messaggio. Lo richiamai e lo invitai a lasciare la parrocchia. Lui allora chiese di rientrare in Spagna». Anche questa, una prassi consolidata: i preti sospetti vengono spostati da una sede all’altra, sperando di sopire denunce e scandali.

    Monsignor Reali, quindi, invia nel 2005 una lettera a Joaquín María López de Andújar, all’epoca vescovo di Getafe, la diocesi vicino Madrid che accoglierà don Poveda Sanchez. Ma si guarda bene dal segnalare i precedenti del sacerdote. Anzi, spiega il pm in udienza, «scrive una sorta di raccomandazione al suo pari grado a Madrid: “Persona a posto, brava, che si recava in Spagna per accudire la madre malata”». Tre anni dopo emerge che il prete iberico viene indagato per gli abusi sessuali su quattro ragazzini. Il parroco è così costretto ad ammettere i suoi precedenti con la curia di Getafe. I pm romani ricostruiscono però anche l’omissione di un altro monsignore: Carlo Galli, all’epoca prevosto di Legnano. A lui, nel 2005, un uomo aveva raccontato di aver subito violenza sessuale proprio da don Conti. Un’informazione che, però, il monsignore aveva tenuto per sé. Salvo poi riferirla al vescovo Reali, dopo aver appreso dell’arresto del parroco di Selva Candida.

    Il processo a don Ruggero Conti

    Il processo a don Conti comincia nel giugno 2009. Tra le parti civili c’è la onlus «Caramella buona», che ha contribuito ad avviare l’inchiesta, con il suo presidente, Roberto Mirabile. Così come Mario Staderini, consigliere municipale romano e futuro segretario dei Radicali italiani: rappresenta il Comune di Roma, che ha rinunciato a entrare nel procedimento (lo farà solo in seguito). All’epoca il sindaco della capitale è Gianni Alemanno: e in campagna elettorale, don Conti è stato il suo garante «per la famiglia e le periferie».

    Il 1° dicembre 2009 M.Z. è sul banco dei testimoni. Rivela di essere andato da Reali, assieme al responsabile dell’oratorio. E di avergli raccontato degli abusi subiti. Ma il vescovo gli avrebbe replicato: «Non fatevi mettere idee in testa dalla voci che sentite». Il giovane, in Tribunale, aggiunge: «La risposta non c’era piaciuta, il modo in cui l’aveva detto. Quasi per dire: “Non hai le prove, come fai a sostenere una cosa del genere?”. Ma la prova ero io. E quindi mi sono sentito abbandonato». Insomma, sintetizza: «Lui non ci credeva».

    Lo stesso 1° dicembre 2009 depone M.F.. Ricorda di aver scritto una lettera, in cui ricostruiva le violenze a cui era stato sottoposto, e di averla portata al monsignore. Che gli suggerì «di fare una denuncia alle autorità». Una strada che, però, il parrocchiano non aveva voluto intraprendere. È lo stesso Reali a spiegarlo ai giudici nell’udienza del 20 maggio 2010. Il monsignore chiarisce anche di non aver voluto avviare un’«indagine previa» interna. E di avere contattato «solo informalmente» la Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo vaticano che istruisce i processi canonici contro i preti pedofili.

    La condanna al carcere, mai eseguita

    I giudici romani sentono pure il primo accusatore di Ruggero Conti, don Peno Brichetto, suo vice nella chiesa di Selva Candida: nel 2007 aveva scritto una lettera alla stessa Congregazione per segnalare i comportamenti del parroco. Viene però convocato in Vaticano solo dopo l’arresto del sacerdote: «Mi hanno detto che loro operano solo se c’è l’invio di una documentazione. Infatti hanno confermato che Reali non ha mandato nulla: né prima né dopo il 2008». Morale: solo nel 2011 il sacerdote sarà sospeso «a divinis» dal sacerdozio. Quasi un buffetto. A maggio dello stesso anno, infatti, l’ex parroco della Natività di Maria Santissima viene condannato a 15 anni e 4 mesi: violenza sessuale aggravata su sette minori tra il 1998 e il 2008. Deve anche pagare 271 mila euro alle parti civili.

    In appello, nel maggio 2013, prescritti alcuni reati, la pena scende a 14 anni e due mesi. Due condanne, nessun risarcimento. Così il 28 giugno 2013 gli avvocati Giacomo Tranfo e Guido Lombardi, che assistono uno dei ragazzi, scrivono al cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, chiedendo un appuntamento. La replica del prelato arriva dieci giorni dopo: «Rispondo alla sua cortese lettera relativa alle difficoltà che incontra il giovane F.B., che dice di essere vittima di abusi da parte di don Ruggero Conti». Consiglia poi di rivolgersi al vescovo Reali, che però non darà mai riscontro ai due legali.
    «Dice di…», scrive il cardinale Vallini: evidentemente due gradi di giudizio non sono ritenuti sufficienti alla Chiesa per dubitare di uno dei suoi pastori. Anche la Cassazione, però, nel maggio 2015 conferma la condanna all’ex parroco di Selva Candida: 14 anni e due mesi. Una delle pene più severe mai comminate dalla giustizia italiana alla Chiesa.

    Eppure don Conti non è mai entrato in carcere. Precarie condizioni di salute. Che però non gli impediscono di tentare la fuga nel settembre 2017 da una casa di cura. I carabinieri lo ritrovano a Milano, in un’altra struttura sanitaria. Da quel momento, di lui s’è persa ogni traccia. Niente galera, niente risarcimenti, niente scuse. E quella frase, pronunciata in aula da un vescovo, a far da epitaffio: «Dobbiamo salvare la buona fama della Chiesa».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-italiana-responsabilita/

  • Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    Forteto, negli abusi Fiesoli fu “spregiudicato e senza scrupoli”

    I giudici motivano gli otto anni per il filone “bis” del processo: “Spudorato, non si è mai pentito”

    Un “predatore senza scrupoli”. E’ definito così Rodolfo Fiesoli, il “Profeta” del Forteto nell’altro filone del processo “bis” sugli abusi denunciati da un giovane fuoriuscito in un secondo momento dalla comunità, quello che gli è costato una condanna di otto anni, ai quali vanno aggiunti i 14 anni e 10 mesi del primo filone (sentenza che dopo il nuovo ritorno in Cassazione diverrà definitiva). Eppure Fiesoli non è in carcere.

    “E’ provato che l’imputato, costringendo e inducendo il giovane a subire gli atti sessuali per un lungo lasso di tempo, con abuso di autorità e della condizione di inferiorità psichica del medesimo, ha agito in modo predatorio, soggiogato da irrefrenabili impulsi sessuali ed inflitto ferite profonde alla personalità e alla psiche della vittima, con dolorosi effetti destinati a durare nel tempo”, si legge ancora nelle motivazioni del collegio presieduto dal giudice Francesco Gratteri.

    “Rodolfo Fiesoli – si scrive ancora nella sentenza – ha agito con sprezzante spudoratezza, privo di scrupolo alcuno verso il valore sacro della vita e della dignità del minore che a lui si era affidato; inoltre l’imputato, rimasto assente nel processo, non ha mai manifestato alcuno segno di pentimento o di resipiscenza”.

    Le motivazioni parlano di “estrema gravità della condotta, fortemente abusante e invasiva, protratta per un lungo lasso temporale all’interno di una comunità deputata ad accogliere minori fragili e bisognosi di protezione” e “dell’elevato grado di libertà sessuale violata, dell’intensità del dolo, della gravità del danno cagionato alla persona offesa, ridotta a mero oggetto di soddisfazione sessuale del Fiesoli”.

    http://www.firenzetoday.it/cronaca/forteto-bis-fiesoli-sentenza-abusi.html

  • Pedofilia, in diversi Paesi avanza l’ipotesi di abolire il segreto confessionale (e anche in Italia)

    Pedofilia, in diversi Paesi avanza l’ipotesi di abolire il segreto confessionale (e anche in Italia)

    Città del Vaticano  – L’abolizione del segreto confessionale è una ipotesi che avanza implacabilmente, in diversi Paesi, nonostante la forte opposizione degli episcopati. Secondo una sempre più nutrita schiera di giuristi, questa misura aiuterebbe a combattere la piaga della pedofilia nella Chiesa.  La prima nazione che ha aperto il dibattito a livello nazionale è stata l’Australia dopo la pubblicazione di uno sconvolgente report dal quale è emerso che il 7% dei preti sono stati accusati di molestie. Per questo la Royal Commission ha chiesto di riformare il sistema penale per tutelare meglio le vittime, specie quelle minorenni. I vescovi australiani si sono opposti all’ipotesi di abolire il sigillo sacramentale per denunciare eventuali casi di abusi appresi in confessionale. La battaglia contro la pedofilia rischia di modificare per sempre l’obbligo di conservazione del segreto assoluto delle verità apprese in confessionale. I vescovi australiani affermano che si tratterebbe di imporre una pratica totalmente «contraria» alla fede cattolica, come pure alla «libertà religiosa». Principio, questo, riconosciuto dalla legge del Paese. L’arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, aveva parlato di una «intrusione dello Stato nel dominio del sacro».

    Il secondo Paese nel quale si è aperto lo scontro è il Belgio. Anche in questo caso i i vescovi belgi, in un comunicato, sono intervenuti sul caso di un prete condannato dal Tribunale di Bruges ad un mese di prigione con sospensione della pena per mancata assistenza a una persona in pericolo. La Corte penale lo aveva ritenuto colpevole per non aver chiesto soccorsi subito dopo aver raccolto al telefono la confidenza di un uomo che voleva suicidarsi. Per il Tribunale, la segretezza della confessione può essere paragonata al segreto professionale, in quanto «è dovere di tutti dare assistenza agli altri». La Conferenza episcopale belga ha reagito precisando quali sono le sostanziali differenze che intercorrono tra il segreto professionale e la segretezza della confessione, intesa come sacramento di riconciliazione, a cui sono tenuti soltanto sacerdoti e vescovi. Il segreto professionale è invece più ampio e comprende preti, diaconi, religiosi e laici qualora, nel loro ruolo pastorale, possano incorrere in conversazioni private in cui le persone parlano di questioni esistenziali.

    «Secondo il Codice di Diritto canonico -hanno spiegato i vescovi del Belgio – il segreto della confessione è inviolabile. Il Codice di Diritto Canonico non prevede eccezioni all’inviolabilità della segretezza della confessione. Ciò significa che un prete non può in alcun modo rivelare informazioni su un penitente e sulla sua confessione». E ciò si applica anche in rapporto alle autorità civili e a quelle dei magistrati. Ciò non impedisce naturalmente che la segretezza della confessione possa diventare «un pretesto per prendere misure preventive. Un prete può sempre esortare un autore di abusi sessuali a comparire davanti ad un tribunale ma senza rompere il sigillo del sacramento e andare a denunciare direttamente il fatto alla polizia.

    Nel 2012 la Cei ha presentato un documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» nelle quali i vescovi  affermavano di essere esonerati dall’obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e  di non avere l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale  in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto strettamente giuridico si basa  sul quarto comma dell’articolo 4 del Concordato del 1984, sia degli articoli 200 e 256 del Codice di Procedura Penale italiano: ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero.

    In Italia il deputato grillino Mantero, nel novembre dell’anno scorso, ha presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali sono gli elementi statistici di cui dispone il Governo «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto». Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo «nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia».

    A febbraio, in Vaticano, si terrà il primo summit internazionale dedicato alla piaga della pedofilia. Papa Francesco ha radunato tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo per fare il punto della situazione e trovare dei codici gestionali uniformi, applicabili a ogni Paese visto che la lotta agli abusi finora ha mostrato impegni diversi. Se in nazioni come gli Stati Uniti, il Belgio, la Germania o la Francia, per esempio, ormai vi è una forte propensione alla trasparenza verso la comunità cattolica, altrove vi è ancora una certa opacità. In Italia, per esempio, non sono ancora presenti statistiche, né numeri sui casi di abusi finora trattati o su quanti sacerdoti sono stati ridotti allo stato laicale nel corso degli ultimi decenni. Non ci conoscono nemmeno provvedimenti nei confronti di vescovi insabbiatori. Anzi. Vi sono persino casi inspiegabili, come a Napoli, per esempio, dove il cardinale Sepe è stato confermato dal Papa nel suo ruolo per un altro biennio, nonostante abbia spostato da una parrocchia napoletana ad una diocesi del Nord Italia l’ex parroco di Ponticelli, pedofilo conclamato.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/segreto_confessionale_abolizione_pedofilia-4185306.html

  • In Illinois la Chiesa Cattolica non ha divulgato i nomi di più di 500 preti accusati di abusi sessuali

    In Illinois la Chiesa Cattolica non ha divulgato i nomi di più di 500 preti accusati di abusi sessuali

    E in molti casi non ha nemmeno indagato né riferito le accuse alle autorità

    In Illinois la Chiesa Cattolica non ha divulgato i nomi di più di 500 preti accusati di abuso sessuale su minori, ha detto la procuratrice generale dello stato, Lisa Madigan. Nel rapporto preliminare pubblicato in questi giorni dall’ufficio del procuratore generale dell’Illinois si legge che i vescovi delle sei diocesi in cui è diviso lo stato sono stati incapaci di investigare all’interno delle loro congregazioni e che «non risolveranno la crisi degli abusi sessuali del clero da sole». I preti accusati di abusi in Illinois sono circa 690, ma finora solo 185 nomi sono stati resi pubblici. I vescovi hanno detto di non aver riscontrato prove credibili e sufficienti per ritenere colpevoli gli altri 500.

    Il rapporto è l’ultimo di una serie di tentativi per rendere la Chiesa Cattolica negli Stati Uniti responsabile delle azioni dei suoi sacerdoti. A ottobre è stata aperta un’inchiesta federale sugli abusi sessuali commessi in Pennsylvania da 301 preti cattolici nei confronti di oltre mille bambini nel corso di 70 anni e insabbiati dai vescovi. Gli abusi erano stati denunciati da un rapporto della Corte Suprema dello stato lo scorso agosto. A differenza di quello della Corte Suprema della Pennsylvania, però, il rapporto di Madigan non nomina nessuno dei preti accusati, né accusa i vescovi di negligenza: l’obiettivo principale era mostrare il divario enorme tra il numero di testimonianze di abusi riportate dalle vittime che si erano rivolte alla Chiesa e il numero di accuse che la Chiesa ha ritenuto credibili.

    Secondo quanto ha scritto il New York Times, tre quarti del clero accusato non sarebbe stato indagato, o nel caso fosse stato indagato, le diocesi non avevano mai convalidato le accuse evitando di riferirle alle autorità. Non sono stati indagati i preti deceduti o riassegnati ad altre diocesi, così come quelli che appartengono ad ordini religiosi – ad esempio i francescani, i maristi o i gesuiti – e che quindi non dipendono direttamente dalle diocesi. Inoltre il rapporto mette in evidenza una prassi comune tra le diocesi le quali non avrebbero ritenuto credibili le accuse quando portate avanti da una sola vittima. Dall’inizio delle indagini del procuratore generale, sono stati resi noti i nomi di altri 45 preti ritenuti colpevoli di aver abusato di minori, molti dei quali erano noti alle diocesi da anni.

    In una nota pubblicata in risposta al rapporto di Madigan, il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, ha detto di essere profondamente dispiaciuto per il fallimento della Chiesa nell’affrontare «il flagello degli abusi sessuali del clero». Nella nota si legge anche che dalla «natura del rapporto non è facile discernere quanto delle denunce fatte possano essere applicate anche all’arcidiocesi di Chicago»: infatti le diocesi di Chicago e di Joliet – che si trova appena più a sud di quella di Chicago – sono state le uniche due diocesi dell’Illinois ad aver pubblicato le liste dei preti accusati di abusi sessuali prima che il procuratore generale aprisse una sua indagine. Ma «a livello generale tutte le diocesi hanno dei problemi», ha detto il procuratore generale.

    Madigan, che appartiene al Partito Democratico e che a gennaio lascerà l’incarico, ha detto di aver stilato il rapporto preliminare per dare «alle vittime degli abusi il senso che le loro accuse sarebbero state perseguite», ma anche come monito per i vescovi in vista del seminario che si terrà a gennaio proprio a Chicago, dove, per volontà di papa Francesco, si incontreranno circa 300 vescovi degli Stati Uniti per pregare e riflettere sul ruolo della Chiesa nello scandalo degli abusi sessuali sui minori. A gennaio Madigan verrà sostituita da un altro procuratore generale Democratico, Kwame Raoul, che ha detto di voler portare avanti l’indagine.

    https://www.ilpost.it/2018/12/20/illinois-chiesa-cattolica-abusi/