Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    Il duro editoriale sul magazine dei gesuiti statunitensi: molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale, le diocesi sapevano, il nunzio a Washington pure

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale. Le diocesi locali erano state informate, il nunzio papale a Washington sapeva e persino a Benedetto XVI era stato detto». È durissimo l’editoriale dedicato da America, la rivista dei gesuiti statunitensi, al caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. Come si ricorderà il cardinale è stato sospeso dal ministero a motivo di un processo canonico su un presunto abuso su un minore avvenuto quasi cinquant’anni fa a New York : nel corso della vicenda è stata reso ufficialmente pubblico che il porporato, da vescovo, aveva molestato sessualmente alcuni seminaristi maggiorenni e alcuni sacerdoti. Un atteggiamento divenuto abbastanza noto nell’entourage e tra il clero delle diocesi che McCarrick ha guidato (ci furono risarcimenti), ma che non ne ha frenato l’ascesa alla guida della Chiesa della capitale federale e al cardinalato.

    «È vero – si legge nell’editoriale – che nessuno dei precedenti rapporti di abuso riguardano presunti comportamenti criminali con minori, ma si trattava di fatti abbastanza noti e il cardinale McCarrick avrebbe dovuto essere chiamato a rendere conto del terribile abuso del suo ministero e della sua autorità. La Chiesa e i suoi leader dovrebbero vergognarsi della loro incapacità».

    La rivista dei gesuiti fa anche una sorta di autocritica – merce davvero rara di questi tempi – affermando: «Né i media, compresi noi, nei media cattolici (il cardinale McCarrick è stato amico di lunga data di questa rivista e ha tenuto l’omelia durante la nostra celebrazione del centenario nel 2009), può essere assolto dalla responsabilità per aver mancato di prendere sul serio queste voci e altre voci e rapporti, come era richiesto. Indicare la responsabilità solo della gerarchia è di per sé ipocrita».

    «La Chiesa – continua l’editoriale – non può fingere che si tratti di un incidente isolato. Sono molto i probabili rapporti simili che coinvolgono altri vescovi e leader della Chiesa che hanno abusato della loro autorità o hanno commesso reati sessuali che sono stati ignorati negli ultimi decenni. Mentre le società di tutto il mondo fanno i conti con il dispiegarsi del movimento #MeToo e le vittime di abusi sessuali e molestie trovano le loro voci, la Chiesa non deve fingere che questo sia soltanto un episodio deplorevole che presto sarà finito».

    «Con ogni probabilità – scrive America – ci sono ancora altre notizie che mostreranno che questa situazione è peggiore di quanto non si sappia oggi. La Chiesa dovrebbe ricordare che il vero miglioramento non consiste nella cessazione della cattiva stampa che la riguarda, ma nello sviluppo di una cultura in cui i leader potenti non si aspettano che le loro malefatte vengano nascoste in silenzio. Una cultura nella quale le vittime di abusi e molestie vengano sostenute nella loro decisione di affrontare coloro che le hanno maltrattate».

    La rivista dei gesuiti suggerisce tre punti imprescindibili: «Primo, la Chiesa deve stabilire una volta per tutte la sua disponibilità ad ascoltare notizie di abus i e di abusi di potere che sono stati ignorati o “trattatiˮ in passato. Le Conferenze episcopali dovrebbero stabilire procedure chiare» a questo proposito.

    «Secondo, Papa Francesco e il Vaticano devono dimostrare di essere disposti a rimuovere vescovi e altri dirigenti ecclesiastici colpevoli di qualsiasi forma di abuso, non solo di abusi sessuali su minori». Una «riforma ancora più importante sarebbe una maggiore trasparenza nell’indagare e nel rendere pubbliche le decisioni nei casi che coinvolgono i vescovi. Cioè, quando un vescovo viene rimosso, il Vaticano ha bisogno di dichiarare pubblicamente perché viene rimosso».

    «Terzo, anche prima dell’azione di Roma, i vescovi possono compiere sforzi sostanziali per cercare giustizia per le vittime e per la comunità ecclesiale , anche a costo di risorse istituzionali e della reputazione. La decisione delle due diocesi del New Jersey di liberare uno degli accusatori del cardinale McCarrick dagli accordi di riservatezza è un primo passo positivo».

    Un punto aggiuntivo, non presente nell’elenco di America, potrebbe riguardare il fatto che queste tristi vicende non dovrebbero rappresentare per alcuni una pietra tombale mentre per altri vengono insabbiate o cancellate, a seconda dell’appartenenza a certe cordate e delle amicizie potenti dietro alle quali ci si può riparare.

    http://www.lastampa.it/2018/07/18/vaticaninsider/la-rivista-america-su-mccarrick-la-chiesa-dovrebbe-vergognarsi-vGKKUvahx5UjCXs1iTXTJM/pagina.html

  • Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    “Lungo, fruttuoso e buono”. Così i dirigenti della Conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno definito l’incontro avuto in Vaticano con Francesco sulla crisi degli abusi. Non sono entrati nei dettagli, limitandosi a parlare di “scambio” con il papa e ringraziandolo per averli ricevuti.

    All’incontro erano presenti il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, e il cardinale Sean O’Malley di Boston, che è anche presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori.

    “Non vediamo l’ora di continuare attivamente il nostro discernimento insieme, identificando i prossimi passi più efficaci”, si legge nella dichiarazione, ma non si fa cenno alla richiesta di visita apostolica avanzata giorni fa dai vescovi americani.

    Il clima deve essere stato molto cordiale , almeno a giudicare dalla foto diffusa dal Vaticano, nella quale i presenti appaiono tutti sorridenti e divertiti (forse sarebbe stato meglio scegliere un’altra foto, data la drammaticità del tema al centro dell’incontro).

    Il papa ha convocato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, più di cento prelati, per un vertice che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Il provvedimento è di portata eccezionale, così come eccezionalmente grave è la crisi in corso.

    Con la sua decisione Francesco intende evitare di ripetere gli errori commessi nel caso del Cile, dove la vicenda degli abusi è stata affidata per lungo tempo alla gestione, rivelatasi fallimentare, della Chiesa locale, salvo poi intervenire di persona, ma in ritardo e non senza contraddizioni.

    La svolta che Francesco vuole imprimere è netta: passare da una situazione in cui il papa appare parte del problema a una in cui la sua leadership sia forte e autorevole.

    Bergoglio si sta giocando molto:  in ballo ci sono il suo carisma e la sua credibilità. Non è detto però che la formula del confronto assembleare con i capi delle Conferenze episcopali possa garantire i risultati auspicati.  Il rischio è che alla fine si produca più o meno il solito documento, ma le parole ormai non bastano più. Inoltre febbraio sembra un po’ lontano. Certamente i vertici degli episcopati di ogni parte del mondo non si possono convocare a Roma da un giorno all’altro, ma forse una data più ravvicinata avrebbe dato un segnale più efficace.

    E da qui a febbraio? Tutto resterà come prima? Nessuna risposta sul caso McCarrick? Nessuna risposta a i vescovi che, dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania, hanno detto che il tempo delle parole è finito e occorrono interventi concreti, portando a galla tutto il marciume e svelando tutte le coperture e le connessioni?

    La scelta di febbraio può essere dovuta anche alla necessità di dare il tempo alle Conferenze episcopali di attrezzarsi con politiche adeguate, ma allora i cinque mesi che ci separano dal vertice appaiono pochi.

    Quanto alla durata dell’incontro, che dire? Davvero è pensabile che in tre giorni oltre cento prelati provenienti da situazioni tanto diverse possano confrontarsi seriamente e concludere qualcosa che non sia il solito documento pieno di buone intenzioni?

    Dopo il memoriale Viganò nulla può essere più come prima. Lì ci sono accuse alle quali occorre dare risposte. La manovra iniziale, centrata sul tentativo di screditare l’ex nunzio, non sembra aver dato i risultati sperati. Quando il vescovo di Grand Rapids, David Walkowiak, dice che la testimonianza dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò deve essere investigata a fondo e attende risposte non fa che esprimere un’idea diffusa tra molti pastori.

    In questo complesso quadro, il tassello rappresentato dal caso del cardinale Donald Wuerl di Washington suscita altre domande. Da più parti sono state chieste le sue dimissioni e una scuola cattolica americana ha addirittura tolto il suo nome da quello dell’istituto. Wuerl ha annunciato che presto si recherà a Roma per chiedere a Papa Francesco di accettare le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Il fatto è che i settantacinque anni li ha compiuti tre anni fa e allora la sua richiesta di dimissioni, inviata in Vaticano come da norma, non è masi stata accettata. Perché?

    Aldo Maria Valli

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

  • Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Il presidente dei vescovi Usa incontra Francesco per discutere la crisi mentre scoppia il caso di un suo sacerdote accusato di molestie che non è stato fermato 

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Anche il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, viene ora accusato di non aver agito correttamente lasciando un prete sospetto abusatore a contatto con i bambini. Una vicenda che deve essere ancora pienamente chiarita e investigata prima di attribuire gravi responsabilità al porporato. La notizia rimbalza da Oltreoceano proprio giovedì 13 settembre 2018, nel giorno in cui è prevista l’udienza con Papa Francesco alla quale partecipano Di Nardo, il vicepresidente dell’episcopato e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il cardinale di Boston Sean O’Malley in qualità di presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    Quella degli abusi sui minori e delle coperture degli abusatori, sembra una storia senza fine. L’Associated Press ha riportato le dichiarazioni di due vittime di abusi le quali sostengono che Di Nardo non avrebbe agito come doveva per fermare un sacerdote arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di abuso su minori. Una delle vittime ha raccontato che durante un incontro il cardinale avrebbe promesso che il prete accusato, Manuel La Rosa-Lopez – attualmente parroco nella chiesa di St. John Fisher a Richmond e vicario episcopale della diocesi per gli ispanici – sarebbe stato allontanato da qualsiasi possibilità di contatto con i bambini, mentre invece era stato trasferito in un’altra parrocchia a qualche decine di chilometri di distanza.

    Padre Manuel è finito in manette martedì scorso, dopo essersi consegnato alla polizia a Conroe, in Texas. Ha 60 anni ed è accusato di aver molestato entrambe le vittime – un maschio e una femmina – quando erano adolescenti. Secondo il racconto che entrambi hanno fatto all’Associated Press, padre La Rosa-Lopez avrebbe cercato prima di fare amicizia con loro per poi tentare un contatto fisico. La vittima di sesso maschile era all’epoca dei fatti (1998-2001) aveva intenzione di entrare in seminario e svolgeva delle mansioni nella parrocchia del Sacro Cuore di Conroe dove padre Manuel all’epoca era viceparroco. Ha riferito anche che il sacerdote era solito toccarlo, prima sulle braccia, poi abbracciandolo e poi baciandolo sulla guancia. Una notte gli avrebbe mostrato le foto di alcuni seminaristi giovani dicendo che «si divertiva molto con loro». Aveva quindi cercato di spogliare l’adolescente mettendogli le mani nei pantaloni. Ma il ragazzo era scappato.

    L’altra vittima, di sesso femminile, non ha voluto raccontare all’AP i dettagli delle molestie, ma ha detto di essere stata toccata in modo inappropriato da padre Manuel poco prima di Pasqua del 2001, dopo che aveva compiuto 16 anni. Mentre la prima molestia è stata riferita alle autorità ecclesiastiche soltanto di recente – l’anno scorso, secondo la vittima, nell’agosto 2018 secondo la diocesi – quella della ragazza venne denunciata a suo tempo e venne detto alla famiglia della ragazza che il sacerdote sarebbe stato spostato.

    Nel 2010 la ragazza viene a sapere che LaRosa-Lopez era stato nominato da Di Nardo vicario episcopale per gli ispanici e aveva pensato che fosse possibile che il cardinale – arrivato alla guida della diocesi dopo quella prima denuncia – non ne fosse a conoscenza. Per questo aveva contattato le autorità ecclesiastiche e aveva iniziato a frequentare un terapista pagato dalla diocesi. La donna che ha denunciato di essere stata molestata racconta ad Associated Press di aver incontrato Di Nardo e di essere rassicurata del fatto che padre Manuel era stato sottoposto a trattamenti psichiatrici e che non gli era stato più permesso di lavorare con i bambini. Nell’ultima fase dell’incontro è stato fatto entrare lo stesso padre La Rosa-Lopez che la donna ha affrontato e che si sarebbe scusato con lei. La vittima afferma di aver scoperto che il sacerdote continuava a lavorare nella parrocchia St. John Fisher a Richmond anche in presenza di bambini.

    Entrambe le vittime hanno chiesto all’Associated Press di rimanere anonime. L’uomo che ha denunciato gli abusi ha incontrato il cardinale Di Nardo, e il coordinatore dell’assistenza per le vittime della diocesi, nel pomeriggio dello scorso 10 agosto. «Il cardinale sembrava avere un atteggiamento sprezzante», riporta la vittima negli appunti scritti subito dopo l’incontro e condivisi con AP. Il porporato avrebbe reagito dicendo: «Avresti dovuto dircelo prima!». Le due vittime avevano creduto che i loro casi sarebbero stati troppo vecchi per essere perseguiti ma in realtà dal 2007 la legge del Texas ha rimosso la prescrizione per gli abusi sui minori.

    La diocesi di Galveston-Houston, in un comunicato pubblicato mercoledì 12 settembre 2018, così ricostruisce la vicenda. «Nel 2001 una ragazza di 16 anni e la sua famiglia avevano notificato a questa arcidiocesi che padre Manuel La Rosa-Lopez l’aveva baciata e toccata in modo inappropriato quando era vicario parrocchiale nella Chiesa del Sacro Cuore a Conroe. Abbiamo immediatamente comunicato questa informazione al Servizio di Protezione dell’infanzia (agenzia governativa per la tutela dei minori, ndr) per una ulteriore indagine. Il padre La Rosa-Lopez ha negato di aver toccato la ragazza in modo inappropriato, e la famiglia aveva deciso di non dar seguito alla denuncia e ha lasciato il Paese quello stesso anno. Dopo una revisione interna, che ha incluso la presentazione delle accuse anteriori alla creazione, nel 2003, della Commissione di revisione dell’arcidiocesi, nel 2004 è stato permesso al padre La Rosa-Lopez di tornare al ministero in parrocchia».

    Dopo il rientro della vittima negli Stati Uniti, «l’arcidiocesi – continua il comunicato – in accordo con il nostro impegno di assicurare assistenza pastorale, ha offerto alla giovane servizi di sostegno psicologico per un periodo di tempo, fino a che lei non ha deciso di interrompere la terapia».

    La diocesi afferma che durante gli ultimi 17 anni non sono state presentate altre accuse di condotte inappropriate con minori da parte del sacerdote. Fino a quest’anno. «Durante un incontro a Houston il 10 agosto 2018 un uomo di 36 anni ha presentato una formale accusa all’arcidiocesi di Galveston-Houston dichiarando che padre La Rosa-Lopez ha abusato di lui dal 1998 al 2001, quando era studente della scuola secondaria e padre La Rosa-Lopez era assegnato alla chiesa del Sacro Cuore a Conroe. L’arcidiocesi ha informato immediatamente di questa denuncia il Servizio di Protezione dell’infanzia. Padre La Rosa-Lopez ha negato queste accuse di abuso sessuale».

    «Ieri (martedì 11 settembre 2018, ndr) il procuratore del distretto della Contea di Montgomery ha emesso un ordine di arresto contro padre La Rosa-Lopez» e il sacerdote si è «consegnato volontariamente al Dipartimento di polizia di Conroe» quella stessa sera. «Abbiamo preso questo caso molto seriamente, e abbiamo riportato le informazioni ricevute dalle due persone al Servizio di Protezione dell’infanzia, e abbiamo rimosso dal ministero padre La Rosa-Lopez. Siamo impegnati a cooperare con le autorità civili nelle loro indagini».

    Dalla lettura del comunicato della diocesi emerge dunque la denuncia immediata in entrambi i casi alle autorità civili. Nel primo caso, quello del 2001, Di Nardo non era ancora arrivato alla guida della diocesi. È necessario attendere ulteriori chiarimenti e indagini approfondite prima di individuare una diretta responsabilità del cardinale, anche se con ogni probabilità la vicenda si sarebbe potuta gestire meglio.

    Il cardinale Daniel Di Nardo, 69 anni, originario di Pittsburg (Pennsylvania), è diventato vescovo coadiutore di Sioux City (Iowa) nell’agosto 1997. L’anno successivo è subentrato nella guida della diocesi. È stato nominato coadiutore di Galveston-Houston nel gennaio del 2004 ed è subentrato nella guida della diocesi nel febbraio 2006. Nel novembre 2007 ha ricevuto la porpora cardinalizia. Nel novembre 2016 è stato eletto presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e in questa veste partecipa agli incontri con il Papa.

    Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, riguardante le coperture di cui ha goduto il cardinale Theodore McCarrick, che si concludeva con la richiesta di dimissioni del Papa, Di Nardo aveva dichiarato: «Le domande sollevate meritano risposte basate su prove. Senza queste risposte, gli innocenti possono essere contaminati da false accuse e il colpevole può essere lasciato a ripetere i peccati del passato» Il presidente dei vescovi Usa non aveva fatto alcun cenno alla clamorosa richiesta di dimissioni avanzata da Viganò e dalla rete dei suoi sostenitori. Aveva invece affermato: «Sono fiducioso che Papa Francesco condivida il nostro desiderio di maggiore efficacia e trasparenza nella questione legata alla disciplina dei vescovi», manifestando «il nostro affetto fraterno per il Santo Padre in questi giorni difficili».

    Di Nardo aveva sottolineato la necessità di «un esame su come i gravi fallimenti morali di un fratello vescovo potrebbero essere stati tollerati per così tanto tempo e non hanno dimostrato alcun impedimento al suo avanzamento». E aveva concluso avanzando la richiesta di una visita apostolica per gli Stati Uniti al fine di «cercare la verità».

    Papa Francesco, sentito il C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiutano nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale, ha convocato i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019 per affrontare il tema della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    http://www.lastampa.it/2018/09/13/vaticaninsider/abusi-e-coperture-accuse-a-di-nardo-alla-vigilia-delludienza-col-papa-yyuswh8q2NmffQiSGYToqO/pagina.html

  • Germania, pubblicato report sugli abusi sessuali dei preti cattolici: 3.677 bambini coinvolti in 68 anni

    Germania, pubblicato report sugli abusi sessuali dei preti cattolici: 3.677 bambini coinvolti in 68 anni

    La ricerca parla di 1.670 sacerdoti accusati. Solo un terzo di loro è stato sottoposto a dei procedimenti da parte dell’autorità ecclesiastica, con pene generalmente lievi. Gli altri sono stati semplicemente spostati in altre parrocchie

    In 68 anni, dal 1946 al 2014, 3.677 minori sono stati abusati da preti cattolici della Chiesa tedesca: circa 55 casi all’anno. Ad anticiparlo sono Der Spiegel e Die Zeit che pubblicano in esclusiva alcune parti del rapporto Abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici e appartenenti agli ordini nell’ambito della Conferenza dei vescovi tedeschi commissionato dalla stessa Conferenza a tre università tedesche, documento che dovrebbe essere presentato dal cardinale Reinhard Marx a Fulda, in Assia, il 25 settembre.

    Lo studio, che rappresenta un documento di portata mai vista prima, è frutto di una ricerca congiunta delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen e si basa su una ricerca svolta su oltre 38mila fascicoli personali provenienti da 27 diocesi tedesche. La ricerca ha scoperchiato storie di violenze che coinvolgono 1.670 preti, circa il 4,4% di tutti i sacerdoti attivi in Germania, accusati di aver abusato sessualmente di bambini che nella metà dei casi avevano meno di 13 anni.

    Gli autori della ricerca, come riportano i due media che hanno diffuso la notizia, precisano nel report che i numeri forniti rappresentano “una stima per difetto“, dovuta ai tentativi di copertura da parte di chi aveva accesso ai documenti dei singoli episodi: “In molti casi – si legge -, nei fascicoli si trovano chiari segnali di manipolazione degli atti”. Inoltre, si fa riferimento a “esplicite informazioni” dalle quali si viene a sapere che in alcune diocesi “in passato i fascicoli che riguardavano abusi sessuali di minori venivano distrutti“. La stima reale di quanto avvenuto in questi anni, dunque, potrebbe avere dimensioni molto maggiori.

    Il report da 350 pagine prodotto dai ricercatori delle tre università non parla solo degli abusi sui bambini, nella maggior parte dei casi maschi, ma si concentra anche sul comportamento tenuto dalle diocesi nei confronti dei sacerdoti coinvolti negli scandali di abusi sessuali: solo un terzo di loro, si legge, è stato sottoposto a dei procedimenti all’interno dell’istituzione ecclesiastica, con sanzioni che, nella quasi sempre, sono state molto morbide, mentre la maggior parte dei preti sono stati semplicemente spostati in altre parrocchie. Il rapporto, infine, divide gli accusati in tre diverse categorie: i soggetti a fissazione, i narcisisti-sociopatici e gli immaturi-regressivi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/12/germania-pubblicato-report-sugli-abusi-sessuali-dei-preti-cattolici-3-677-bambini-coinvolti-in-68-anni/4622067/

  • Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Buongiorno.

    Sono nato a Roma nel 63, oggi ho 55 anni, e gli episodi che vi racconto rimontano alla mia infanzia e adolescenza.

    Infanzia difficile, perché mio padre non mi amava e me lo faceva sapere, non perdendo una occasione per svilirmi, soffrivo quindi di una orribile mancanza di affetto.
    Mia madre, molto materna e affettuosa ma distratta, fece in modo ch’io frequentassi la parrocchia dei SS. Aquila e Priscilla e, brevemente, anche il gruppo dei lupetti, per allontanarmi dalla strada e dai pericoli, perché ci si fidava del clero e dei loro ministri.

    I ricordi della mia infanzia sono sempre stati un mistero, come se cercassi di leggerli tra le pagine chiuse di un libro intonso, e non mi sono mai troppo soffermato su queste pagine segrete, perché ho cercato sempre di andare avanti, per dovere e amor proprio, anche se mi sono sempre domandato il perché di tanti eccessi durante l’adolescenza….

    I miei ricordi sono netti solo a partire dai 13 anni, quando cominciai a frequentare i ragazzini più disperati del quartiere e a farmi le canne, in terza media. Passai poi alle pere, agli acidi e alle anfetamine in primo liceo, e a quindici anni ero eroinomane.

    Negli anni 70 la città intera era stata ricoperta da un velo di polvere bianca destinato a stroncare una gioventù scomoda, e io mi ci rotolai dalla testa ai piedi per dissimulare il senso di colpa che mi portavo dentro e del quale ignoravo la causa. Era un po’ come portarsi sulle spalle il peccato originale, quello che vogliono appiccicarci addosso durante le lezioni di catechismo. O il peccato di qualche ministro moralizzatore, come quello della molto cattolica Rosa Russo-Iervolino che all’epoca, ministro degli affari sociali, promulgò una legge per colpevolizzare i tossicomani, malati e colpevoli di esserlo. Legge premurosamente applicata dalle forze dell’ordine, che non mi risparmiarono botte e ceffoni denudato nei commissariati.

    Ho interrotto gli studi a quindici anni anche se ho continuato a far finta di frequentare il liceo fino ai diciotto, facendomi ovviamente bocciare a ripetizione. E mi sono drogato per quasi dieci anni, fra alti e bassi, perché riuscivo sempre a fermarmi sul bordo del precipizio grazie al mio naturale mimetismo sociale e a un mestiere che mi permettevano di resistere.

    A ventiquattr’anni, come se sbucassi dal nulla e bruciando tutte le tappe, reintegrai rapidamente la società, fresco come un adolescente diventato di colpo uomo, con tanta voglia di fare, tanta voglia di ridere e di dimenticare. Mi sentivo inspiegabilmente puro, pulito, come un angelo che ha volato in inferno senza bruciarsi le ali (anche se ci ho rimesso qualche pelo di culo).

    E poi vent’anni fa mi sono trasferito a Parigi, perché mi sono innamorato di quella che divenne poi mia moglie, e colsi inconsciamente l’occasione per fuggire da Roma e dal mio nebbioso passato.

    Non mi posso lamentare di ciò che ho costruito: faccio un lavoro artistico, sono diventato colto, anche senza diplomi e ho due meravigliosi figli. Ma in fondo ho sempre vissuto come un cane randagio: la mia vita è un immenso “bricolage” e la mia coscienza è una come una zattera di fortuna.

    Sono un naufrago, un sopravvissuto, perché di tutto il mio gruppetto di amici “grandi” (io ero sempre la “mascotte”) sono l’unico che si è salvato. Ho anche evitato l’AIDS, pur scambiando quotidianamente siringhe con sieropositivi. Mi sono invece beccato a diciotto anni due epatiti, la B e la C, quest’ultima guarita nel dolore una decina di anni fa.

    Cinque anni fa mi sono separato da mia moglie, cordialmente, ci amiamo e ci stimiamo ancora come se fossimo i migliori amici del mondo. Ciò non toglie che ritrovarmi di colpo davanti ai “misteri” mi ha fatto sprofondare in crisi.

    Perché definirmi bisessuale non è mai stato sufficiente a capire la natura dei miei desideri. E perché a dieci anni ero talmente ossessionato dal sesso che iniziavo a quei giochi tutti i miei amichetti. E perché tanta vergogna? Perché tanti sensi di colpa? Perché queste fantasie masochiste quando amo solo le carezze?

    E perché l’infanzia rimossa? Perché a nove anni, improvvisamente, pisciavo nel mio letto e facevo scivolare palline di cacca dai pantaloni. E perché la droga in così tenera età, con determinazione, pur avendo un carattere naturalmente ottimista e generoso?

    Pensavo di essermi drogato per debolezza, come un cacasotto, anche se la mia vita mi dimostrava il contrario. Pensavo anche di essere bisessuale per scelta, ma non lo sono, sono solo confuso, solo vittima di una confusione che viene da un lontano passato.

    Ma quale passato? Dove si nasconde il passato?

    Ho allora finalmente cominciato una psicoterapia, cosa che avevo sempre evitato, inconsciamente. Ed è così che ho ritrovato una parte dei miei ricordi, dolorosi, nascosti nel profondo ma che tuttavia affioravano nella memoria… Si perché ho sempre ricordato di certe attenzioni malsane di Don Angelo, che tra l’altro hanno sempre nutrito in me un profondo anticlericalismo che mi ha portato fino a sbattezzarmi una decina di anni fa.

    Ma avevo completamente censurato gli aspetti più scabrosi di quello che è violentemente riaffiorato e che mi ha profondamente sconvolto: a 8 anni don Angelo Pio Loco mi ha violentato, in chiesa, e non una sola volta.

    La memoria mi ha restituito solo tre penosi spezzoni, tre brevi e orribili flash di qualche secondo, tutti all’interno della chiesa o della sagrestia che all’epoca erano ubicate in via Guido Castelnuovo. Fu come se avessi preso una macchina del tempo per rientrare nel corpo dei miei 8 anni, facendomi violentare tra lo sbigottimento e il disgusto del bambino, incapace di pensare, di capire, incapace di muovermi e di fuggire.

    Rividi don Angelo in un confessionale trafficare nelle mie mutande per penetrarmi con le sue dita grassoccie e sporche, perché era sempre sporco e puzzava. E sentii le mie narici d’adulto frustate dall’odore nauseabondo della bava, mentre la sua bocca si spalancava sul mio visino come una voragine. Mi diceva: “apri, dai, apri, apri la bocca”, ch’io tenevo stretta, e ci forzò dentro la sua enorme lingua. Lo rividi poi leccarmi dappertutto, come una belva eccitata dalla preda, mentre io paralizzato mi lasciavo fare, sperando che quell’orco divenuto reale la finisse al più presto e mi lasciasse ritornare in casa.

    Il ritorno nel mio corpo d’adulto mi fece quasi svenire. Corsi in lacrime in casa dove rimasi chiuso a piangere per due settimane, a ricucire i pezzi della mia coscienza disgregata, i pezzi di questa zattera che mi sono ostinato a far galleggiare su un oceano di misteri.

    E poi mi vennero in mente anche altri ricordi, mai dimenticati ma “accantonati” nel dimenticatoio, come quando mi chiudevo in bagno piangendo per lavare dal mio visino il puzzo della sua bava, di nascosto, perché mi vergognavo e non capivo, non capivo nulla. Cominciai a ripercorre il mio passato come se srotolassi la bobina di un film censurato, cercando di rappezzare i tagli con i miei sordidi spezzoni, rovistando nella mia memoria come un forsennato.

    Quanta vergogna sulle spalle, quanto disgusto. Ancora ci piango sopra, e mi sentii improvvisamente come il bambino, vigliacco, impotente, debole. Ma come non esserlo a quell’età. Come razionalizzare una violenza così paradossale? Un bambino non può comprendere i paradossi! Ed è allora che scatta la censura, l’oblio, quella che ti permette di sopravvivere a un trauma senza peraltro evitarne le conseguenze, anch’esse paradossali, come lo è la violenza che mi è stata inflitta da quel porco.

    Ma come affrontare da adulto la coscienza ritrovata?

    Pur trovando finalmente una coerenza nel mio passato sregolato, mi sono sentito e mi sento ancora profondamente spersonalizzato. Come se il mio destino non fosse mai stato nelle mie mani, o in quelle del signore (se ne esiste uno) ma tra quelle di un porco in sottana… Ed io ero appetibile, biondino, sensibile, perennemente in cerca d’affetto. La preda ideale. Mi ha rubato il destino, l’innocenza, l’infanzia, la gioventù e la dignità di uomo. Ha rubato anche la mia sessualità, perché alla luce dei fatti mi domando anche se sono veramente bisessuale. Sono forse solo etero per vergogna, o un omosessuale che non ha gli strumenti per assumersi. Non lo saprò mai…

    Ero talmente fuori di me che ho incominciato a bere. E per uno come me e pur stando lontano da decenni dagli psicotropi, la caduta è veloce. Ho bevuto per due anni, di nascosto dai miei figli e per sopportare l’insopportabile. Poi sono stato assistito, perché per fortuna qui in Francia la sanità ha creato una struttura gratuita per curare le vittime di traumatismi, l’Istituto di Vittimologia e di Psicotraumatologia.

    Ora sto bene, e riesco a non vergognarmi più. Non mi vergogno nemmeno di aver da giovane rubacchiato, o di essermi prostituito ancora minorenne per comprarmi qualche dose. Ho vissuto quegli anni come si vive in trincea, e in guerra si pensa alla sopravvivenza. Sono sempre stato onesto e oggi lo sono in maniera esagerata, quasi estremista, perché ho fatto di tutto per guadagnarmelo, per capirlo, e perché ne va della mia dignità di uomo, e ne sono fiero, si, fiero. Se il signore esiste davvero (e nel mio caso è difficile crederlo) saprà perdonarmi, e io posso finalmente incominciare a vivere con me stesso senza vergogna, neanche quella puerile del bambino che si pisciava a letto terrorizzato dal suo orco surreale.

    Ho camminato per decenni come un mutilato che si ignora, con una protesi di fortuna, oggi frantumata dal riemergere dei ricordi. Ora ne sto costruendo un’altra, più bella e in tutta coscienza. Ma non mi faccio illusioni, perché anche se riuscirò a correrci, resterò così come sono: un mutilato. Non siamo come le lucertole alle quali ricresce la coda, ci si abitua solo a guardarsi senza.

    E vi scrivo questo solo « ad memoriam », ormai è troppo tardi per fare altro, sono passati oltre 40 anni, ma ho comunque bisogno di giustizia. Quella umana non divina.

    Don Angelo Pio Loco Boscariol è morto all’età di 93 anni nell’agosto del 2015, dopo aver fatto una grande e disonorevole carriera, incardinato nel 77 e poi cappellano di sua santità. Complimenti monsognore, io cominciavo appena a farmi le pere quando vi hanno promosso monsignore.

    Leggere le sue lodi sul sito del gruppo scout Roma 135, del quale facevo parte, mi irrita profondamente. E non so se sono la sola vittima, è molto improbabile. In ogni caso ci tengo a lasciare la mia testimonianza «storica», perché certe storie vanno raccontate per evitare che si ripetano, ed abbiamo noi tutti il dovere di proteggere i nostri figli.

    In piena crisi scrissi una mail molto “pia” all’attuale parroco, per raccontargli dell’accaduto, non ho avuto alcuna risposta. Preso dalla rabbia ho allora scritto ai giovani capi scout, ed anche lì nessuna risposta. Allora sono arrivato a scrivere all’associazione parrocchiana dei genitori e a al cardinale Angelo De Donatis.

    Mai nessuno mi ha risposto!

    Grazie alla Rete l’Abuso, l’anno scorso ho inviato alla parrocchia una messa in mora in civile. I loro avvocati mi hanno pronamente risposto via lettera raccomandata, declinando ogni responsabilità e ricordandomi che monsignor Pio Loco Boscariol è deceduto. Assortendo il tutto con articoli di legge (italiana e non canonica) e concludendo con una “paterna benedizione”.

    È questa quella che loro chiamano “carità cristiana”. E mi fanno veramente vomitare, ma non mi lasciano senza parole, il silenzio uccide.

    Lettera firmata dalla vittima

  • Caso Forteto, il Senato dice sì alla commissione d’inchiesta bicamerale

    Caso Forteto, il Senato dice sì alla commissione d’inchiesta bicamerale

    Approvato all’unanimità il disegno di legge

    Firenze, 11 settembre 2018 – Il Senato dice sì all’unanimità alla commissione d’inchiesta bicamerale sui fatti del Forteto, la comunità in provincia di Firenze nella quale furono commessi abusi sessuali su minori. Il disegno di legge passa a Roma con 266 sì e nessun voto contrario. “Sono convinto e lo auspico di tutto cuore che la costituenda Commissione d’inchiesta parlamentare riuscirà a chiarire le tante vicende tuttora colpevolmente oscure, legate alla sconvolgente vicenda della comunità mugellana”, dice Jacopo Alberti, consigliere regionale della Lega, già membro della Commissione d’indagine sul Forteto dell’Assemblea della Toscana.

    “Dopo anni di silenzio, il caso del Forteto è ancora una ferita aperta. È necessario accertare tutte quelle responsabilità rimaste nell’ombra attraverso l’istituzione di un’apposita commissione parlamentare di inchiesta che consentirebbe di far luce sulla terribile vicenda legata alla comunità del Forteto. Un luogo dove per 30 anni sono stati accolti minori in affidamento da famiglie con gravi problemi e dove sono stati commessi gravi abusi sessuali e violenze su minori”, dice il senatore di Fratelli d’Italia Filippo La Pietra.

    Per il caso del Forteto uno degli esponenti di spicco, Rdolfo Fiesoli, era stato condannato a quindici anni e dieci mesi.

  • [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

    [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

    Di Marco Tosatti

    Mentre quotidianamente aumenta il numero dei vescovi, in particolare negli Stati Uniti, che chiedono al Pontefice regnante di dire una parola chiara sulla testimonianza dell’arcivescovo Viganò; e mentre – inspiegabilmente – non ha ancora avuto risposta la richiesta di udienza del presidente della Conferenza Episcopale USA, card. Di Nardo, Church Militant, un sito di cattolici Usa molto attivo e documentato ha scritto che è cominciata la caccia all’ex Nunzio da parte degli agenti della sicurezza della Santa Sede.

    Chi è interessato all’articolo può leggerlo QUI. Church Militant è particolarmente attiva in questo periodo, ed è a questo sito che si deve la denuncia dell’esistenza di una “pipeline” dalla Colombia agli Stati Uniti per importare sacerdoti rifiutati dai seminari del Paese perché omosessuali. Una connection che aveva il suo terminale a Newark, la sede di McCarrick.

    Vediamo che cosa scrive Church Militant.

    “Secondo fonti all’interno del Vaticano, la Segreteria di Stato della Santa Sede — sotto la direzione del cardinale Pietro Parolin — ha comunicato un’istruzione ai propri servizi di sicurezza interna ed esterna per utilizzare le proprie “risorse di intelligence” per individuare il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò. Questa richiesta è stata comunicata non solo al fine di prevenire ulteriori danni imprevedibili per l’immagine di Papa Francesco e la Santa Sede sulla scena mondiale, ma anche per ‘preparare il terreno’ per la prosecuzione dell’ex Nunzio per presunti crimini più contro la legge del Vaticano e della Chiesa.”

    L’urgenza con cui si ricerca il luogo fisico in cui si trova l’arcivescovo Viganò è tanto più palpabile poiché, secondo il canone 1507 del codice di diritto canonico e altre norme procedurali e penali della Santa Sede e dello stato della città del Vaticano, l’arcivescovo Viganò non può essere perseguito e tantomeno punito a meno che prima non gli sia data la possibilità di essere ufficialmente notificato per iscritto dei crimini specifici canonici che è sospettato di aver commesso, in modo da avere la possibilità di difendersi contro di essi.

    Come ha segnalato il prof. Roberto de Mattei (Corrispondenza Romana, 5 settembre), le accuse devono essere redatte in un libello accusatorius (denuncia penale canonica) per avere Viganò presumibilmente commesso spergiuro per aver forme di segreto di Stato in violazione  dell’istruzione “Secreta continere” sul segreto pontificio, emessa il 4 febbraio 1974 da John Cardinale Villot, Segretario di Stato di il Vaticano.

    Le norme specifiche di Secreta, che potrebbero essere  toccate, includono:

    Art. I-4 presunta divulgazione delle denunce extragiudiziali ricevuto da lui durante il suo servizio della Santa sede per quanto riguarda i reati contro la fede e morale e il sacramento della penitenza e il processo e la decisione relativi al trattamento di queste denunce per quanto riguarda Theodore McCarrick e altri religiosi a cui fa riferimento Viganò nella sua testimonianza e negli articoli di giornalisti ai quali l’arcivescovo è sospettato di avere diffuso le informazioni classificate;

    Art. I-7 presunta diffusione di segreti del Vaticano conosciuti in virtù del suo ufficio relativi alle nomine dei Vescovi, in particolare per quanto riguarda la nomina di Cdl. Blase Cupich come arcivescovo di Chicago, Illinois;

    Art. I-9 presunta divulgazione dell’ordine elettronicamente crittografato trasmesso dalla Segreteria di Stato all’arcivescovo Viganò per quanto riguarda la nomina di BP. Robert McElroy presso la sede di San Diego, California;

    Art. I-10 per la sua violazione di “business o questioni che sono così gravi in natura che sono vincolate al segreto pontificio dal Sommo Pontefice o un cardinale del Dicastero interessato.”

    Le notizie del Vaticano sull’uso delle sue vaste risorse internazionali per rintracciare e perseguire l’arcivescovo Viganò sono coerenti con le sue affermazioni a Aldo Maria Valli nel loro ultimo incontro: che Viganò “aveva acquistato un biglietto aereo,” che era “in viaggio all’estero”.

    Fin qui Church Militant.

    A questa ricostruzione così precisa possiamo aggiungere alcuni dettagli. Quando, mercoledì 22 agosto l’arcivescovo Carlo Maria Viganò stava per lasciare la mia abitazione, dove avevamo riletto la testimonianza da lui preparata, e avevamo concordato la data di pubblicazione, (domenica, per dare tempo a spagnoli e inglesi di tradurre il testo), in maniera molto naturale gli chiesi: “E adesso dove se andrà, eccellenza?”. Mi rispose: “Non glielo dico, così quando glielo chiederanno non sarà obbligato a dire una bugia”. L’impressione che ricevetti è che sarebbe partito per l’estero. E anche questo sarebbe ragionevole. Il comandante dei Servizi di Sicurezza della Santa Sede, il generale Domenico Giani, proviene dai servizi italiani. È ben probabile che abbia rapporti con essi sia per ragioni d’ufficio che personali. Ed è quindi chiaro che una ricerca dell’arcivescovo sarebbe più agevole sul territorio italiano che altrove. Mons. Viganò mi disse che avrebbe spento il suo cellulare. E anche questo è ragionevole. Più volte abbiamo scritto, in base a informazioni di ottima fonte, che i telefoni e i servizi internet in Vaticano sono sotto controllo. Un controllo che – a quanto ci è stato detto – si estende anche ai cellulari di cui la Santa Sede è titolare, e forse anche a un raggio più ampio. Ora grazie al cellulare la localizzazione di una persona è cosa semplice. E la misura di precauzione primordiale è quella di spegnerlo. Fra l’altro, non dimentichiamo che mons. Viganò è stato Segretario dello Stato della Città del Vaticano, e che di conseguenza ha lavorato a stretto contatto con i Servizi di Sicurezza della Santa Sede (e ha esperienza del loro modus operandi), e con il generale Giani.

    [continua…]

    [DOSSIER VIGANÒ] La caccia è aperta

  • Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Il documentario choc su Bergoglio: “Ha provato a coprire prete pedofilo”

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un prete pedofilo ai tempi dell’Argentina. L’ipotesi choc che emergerebbe da un documentario

    Papa Bergoglio accusato di aver provato a coprire un sacerdote pedofilo.

    Un fatto che sarebbe avvenuto in Argentina, prima che l’arcivescovo di Buenos Aires venisse eletto al soglio di Pietro.

    Quanto pubblicato anche da Dapospia in queste ore pare destinato a costituire un ulteriore elemento di discussione: la televisione tedesca Zdf ha optato per mandare in onda un video che accuserebbe Bergoglio, in relazione ai suoi trascorsi argentini, di aver “ignorato le vittime degli abusi provando a coprire un prete pedofilo”.

    “Il documentario – si legge su DagoNews, che ha ripreso un pezzo del sito conservatore Lifesite news – è diretto da Martin Boudot e si intitola “The Silence of the Shepherds” (il silenzio dei pastori). Nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia”.

    Nello specifico, è la seconda metà dell’opera di Boudot a sviscerare la questione appena accennata. L’allora arcivescovo di Buenos Aires, all’interno di un libro scritto a quattro mani, ha sostenuto la mancanza di sacerdoti abusatori all’interno della sua diocesi di competenza: “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”, avrebbe scritto l’ecclesiastico, che è poi divenuto pontefice della Chiesa cattolica.

    Virgolettati che sarebbero stati messi in discussione poco dopo: “…Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua diocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Padre Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio che dirigeva: l’Happy Children Orphanage”.

    La tesi ipotizzata, che scotterebbe non poco, è la seguente: il gesuita argentino non solo non avrebbe mai replicato alle richieste d’aiuto provenienti dalle vittime, ma avrebbe anche “provato a deviare il corso della giustizia”. “Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime – si legge sempre sul sito citato – i vescovi argentini nel 2010 hanno commissionato un dossier a un professore di diritto penale, in cui si spiegava perché la corte aveva torto, Grassi era innocente e le vittime delle persone bugiarde”. Una “contro – inchiesta”, in sintesi, che potrebbe essere servita per tentare di orientare il giudizio dei giudici.

    A presiedere la commissione dell’episcopato – viene specificato nel pezzo – sarebbe stato proprio Jorge Mario Bergoglio. Pare, poi, che una delle vittime abbia sostenuto che Grassi potesse contare sulla copertura dell’argentino: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

    Il Papa, incontrato a Piazza San Pietro da alcune persone che stavano lavorando al documentario, avrebbe smentito i suoi accusatori rispetto all’ipotesi della “contro – inchiesta”. L’articolo si conclude con questa informazione: “Grassi non è mai stato laicizzato. Almeno non sotto Bergoglio”. Il presunto responsabile di abusi ai danni di minori dovrebbe scontare una pena carceraria equivalente a quindici anni.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/documentario-choc-su-bergoglio-ha-coperto-prete-pedofilo-1572174.html

  • IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    Bergoglio, che ha sempre parlato con tutti generando anche più di un equivoco, ora annuncia che non risponderà “ai cani selvaggi che cercano scandalo”. Ma quei “cani” sono il suo gregge: dagli arcivescovi ai fedeli, chiedono la verità

    di Mario Giordano

    Papa Francesco sceglie il silenzio. Nessuna risposta. Nessuna esternazione. Nessuna intervista. Nessuna chiacchiera in libertà. Niente di niente. Solo silenzio. Ebbene sì: il Pontefice più ciarliero della storia, quello che fino all’altro giorno sembrava disposto a concedersi anche all’inviato di Corse e Cavalli e Topolino Mese, quello che dialoga un giorno sì e l’altro anche con Eugenio Scalfari, che conversa amabilmente con i giornalisti trasformando l’aereo papale in bar sport, quello che telefona a chiunque, dall’edicolante sotto casa a Rita Pavone, disperdendo senza paura pillole di teologia via cavo, ebbene, proprio lui, all’improvviso ha scoperto che è meglio tacere.

    Che è un po’, con tutto il rispetto, come se Enrico Cuccia, un bel giorno, avesse cominciato a concedere un’intervista al giorno, chiedendo pure un posto fisso al Maurizio Costanzo Show.

    Per carità: meglio tardi che mai, penserà qualcuno, cui magari non è mai andata a genio l’abitudine di Francesco di andare a braccio, anche su temi delicati, aprendo la porta a mille interpretazioni e costringendo i suoi portavoce a mille precisazioni. Però. C’è un però: quest’invocazione silenzio casca, guarda caso, nel pieno dello scandalo sollevato su queste colonne da monsignor Carlo Maria Viganò: per la prima volta nella storia un (ex) nunzio apostolico chiede le dimissioni del Papa accusandolo di aver coperto gli abusi sessuali di un arcivescovo. Parole pesanti. Meditate. Pronunciate a testa alta e a viso scoperto. Parole che possono essere credute o no, ma che inevitabilmente pretendono una risposta. È vero o non è vero quello che dice il prelato? Ed ecco che il Papa, che ha sempre risposto a tutti, ma proprio a tutti, compresi quelli che gli domandavano “Sei felice di essere una star?” o “È vero che da piccolo volevi fare il macellaio?”, di fronte a una questione così importante, una questione che riguarda milioni di fedeli, perde all’improvviso la voce.

    “Dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo e divisione”, ha spiegato, l’unica strada da percorrere “è quella del silenzio e della preghiera”. Papa Francesco ci arriva commentando il Vangelo del giorno, quello di San Luca, in cui si parla di Gesù che torna a Nazareth e va a predicare in sinagoga. Tutt’altro che silenzioso, per altro. Infatti Nostro Signore legge un passo di Isaia, poi lo spiega, poi lo commenta, usando parole forti, poi risponde alle obiezioni che gli vengono poste. Alla fine quelli s’infuriano e lo portano su un monte per buttarlo giù. “Ma egli”, conclude San Luca, “passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Un versetto dopo, “sceso a Cafarnao”, Gesù ha già ripreso a insegnare. E dunque di nuovo a parlare. Dov’è, allora, tutto questo silenzio?

    Eppure, per il Papa, il messaggio fondamentale di questo passo del Vangelo è proprio questo. E cioè che Gesù “con il suo silenzio”, vince “il diavolo” che aveva seminato la menzogna nel cuore delle persone. Che poi “non erano persone, erano una muta di cani selvaggi che lo cacciarono fuori dalla città”. Difficile non vederci un riferimento alle vicende di questi giorni, con tanto di definizione non proprio soft per gli accusatori (“muta di cani selvaggi”). E difficile non vederci una manifestazione d’intenti del medesimo Francesco di fronte alle accuse: “Il silenzio di Gesù. Dire la sua e poi tacere. Perché la verità è silenziosa”. Questo evidentemente è quello che intende fare lui.

    Ora non ci metteremo certo a contestare il Papa e diamo per buono che la verità sia sempre silenziosa (ma allora ci può spiegare perché nel Vangelo a volte compaiono persino gli Angeli per annunciarla?), vorremmo solo, umilmente, far notare una piccola incongruità nel parallelismo: Gesù, come spiega lo stesso Francesco, prima dice la sua e poi tace. Ma prima dice la sua.

    Francesco, invece, la sua non l’ha ancora detta. Mai. Neanche per sbaglio. Alla prima domanda, sull’aereo che lo riportava a Roma dell’Irlanda, ha svicolato con un dribbling alla Messi: “Giudicate voi”. Poi ha lasciato trapelare la sua “amarezza”. E ora se ne esce con l’inno al silenzio stiracchiato sul Vangelo di San Luca ma alle domande continua a non rispondere. E non possiamo fare a meno di chiederci: perché?

    Fra l’altro, quelli che egli bolla carinamente come “cani selvaggi”, non sono propriamente animali. Anzi: sono pezzi importanti della sua chiesa. sono ex nunzi, arcivescovi, le colonne portanti dell’intera chiesa americana, insieme a tanti fedeli dal cuore semplice sparsi nei cinque continenti, compresi quelli che leggono La Verità. E che continuano a non capire come sia possibile che il Papa comunicatore, il Papa colloquiale, il Papa che entra nelle case attraverso Uno Mattina, il Papa che parla come un amico (“Se uno offende mia madre, gli do uno schiaffo”), il Papa che racconta barzellette su Sant’Antonio, che va dall’ottica e chiede di spendere poco, che non esita a discutere di teologia con i giornalisti laici, provocando in un amen l’abolizione dell’inferno, il Papa che dai gay a Emma Bonino affida la dottrina morale a chiacchierate in libertà, ebbene, questo Papa così espansivo e dialogante all’improvviso scopra il silenzio.

    Proprio quando deve dare le risposte che il mondo si aspetta?

    Dice bene il Papa che spesso “nelle famiglie incominciano le discussioni sulla politica, sullo sport, sui soldi e quelle famiglie finiscono distrutte”. Ma ci hanno sempre insegnato che il modo migliore per mettere fine alle liti sia quello di spiegarsi, chiarirsi, non quello di chiudersi dentro più o meno altezzosi silenzi. È come se un padre di famiglia che si è sempre mostrato aperto, socievole, pronto al dialogo, disponibile con tutto e con tutti, un giorno all’improvviso, venisse accusato da uno dei suoi figli: “Papà, è vero che l’altra sera sei tornato a casa ubriaco?”. E lui, anziché dare una risposta, gli dicesse: “Sei un cane selvaggio, io mi chiudo nel silenzio”.

    Che penserebbero i figli? Per lo meno che tutta quell’apertura di prima era solo una facciata. Una finta. Un inganno.

    (trascrizione da La Verità del 4 settembre 2018)

  • Una mano lava l’altra

    Una mano lava l’altra

    Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

    di Federico Tulli

    “Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero. In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose (vedi Antonini a pag. 31). «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi. Errazuriz fa parte del cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali creato da Bergoglio che coadiuvano il papa nella riforma della Curia. Ezzati, che è l’arcivescovo della capitale del Cile, da Bergoglio è stato nominato cardinale nel 2014. Infine Barros, è stato nominato vescovo di Osorio sempre dall’attuale pontefice nonostante fosse ben nota la sua “vicinanza” per oltre 25 anni al “carismatico” e pedofilo seriale padre Fernando Karadima. Il 21 agosto scorso è iniziato il suo interrogatorio in procura, staremo a vedere. Spostandoci dal continente latinoamericano verso Nord segnaliamo brevemente, sempre in agosto, la chiusura di un’inchiesta monstre condotta per 18 mesi dallo Stato Usa della Pennsylvania in sei delle otto diocesi cattoliche (a pag. 31, l’approfondimento).

    Stando ai risultati dell’indagine, circa 300 preti hanno molestato e violentato migliaia di bambini dagli anni Quaranta a pochi mesi fa, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, hanno coperto gli stupri. L’inchiesta segue quella di un altro grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due diocesi dello Stato. «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto», ha detto il procuratore Shapiro precisando che l’indagine è ancora in corso. Quanto scritto fin qui è accaduto nell’ultimo mese. In Italia, dai primi anni Duemila a oggi, i casi come quello di don Paolo Glaentzer sono stati circa 140 (decine dei quali sono giunti a sentenza definitiva). Contando anche le denunce che non hanno avuto seguito per la prescrizione del reato si arriva velocemente a circa 300 segnalazioni in poco meno di 20 anni. In termini di freddissimi numeri, ciò che è successo in Cile e Pennsylvania segnala l’esistenza di un fenomeno criminale di proporzioni minori rispetto all’Italia.

    Eppure la stima non è frutto di un’indagine governativa ma del capillare lavoro d’inchiesta e monitoraggio degli organi di stampa di una Onlus, Rete L’Abuso, che si occupa di tutela dei diritti di circa 500 sopravvissuti italiani a violenze pedofile di matrice clericale (vedi box a pagina 30). Già perché a differenza di quanto accaduto oltre che negli Usa e in Cile, in Irlanda, Olanda, Belgio, Australia, Germania e Brasile, solo per citare alcuni Paesi (per approfondire, vi invitiamo a consultare l’archivio di Left), da noi a livello nazionale non c’è mai stata un’indagine governativa, né mai alcun esecutivo ha sentito la necessità di farla. Questo, sebbene proprio le esperienze degli altri Paesi dimostrino che almeno in termini di prevenzione – sia di “nuovi” crimini che di recidiva da parte dei pedofili seriali – inchieste di questo tipo sono decisamente efficaci e produttive. In poche parole, è provato che quando uno Stato fa sentire la sua presenza con tutti gli strumenti a sua disposizione, la Chiesa di quel Paese corre velocemente ai ripari. Offrendo collaborazione alle autorità laiche e vigilando con maggiore attenzione sui suoi sacerdoti. In Italia questo non accade. Basti ricordare che nelle Linee guida antipedofilia che la Conferenza episcopale si è data nel 2014 (al tempo guidata da mons. Bagnasco), i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di cui vengono a conoscenza. Attenendosi così rigidamente alla segretezza che prevede la “lettera” De delictis gravioribus emanata nel 2001 dall’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Ratzinger (vedi box a pag. 34).

    A fine giugno, Rete L’Abuso ha presentato un esposto all’Onu per segnalare l’inerzia del governo di Roma e la sua scarsa vigilanza sul modo in cui la Conferenza episcopale affronta e gestisce i casi di pedofilia di cui viene a conoscenza. L’associazione afferma che è stata ripetutamente violata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato quasi 20 anni fa e che la obbliga a presentare ogni cinque anni un rapporto sulla prevenzione dei crimini contro i minori (non solo quelli compiuti da uomini di Chiesa) e sui risultati ottenuti. In sostanza, documenti alla mano, Rete L’Abuso ritiene di poter dimostrare che molto spesso le autorità competenti hanno chiuso un occhio non sui singoli casi di stupro e sui preti responsabili, ma sui loro superiori titolari di diocesi e di alte cariche all’interno della Chiesa di Roma che li avrebbero coperti. Insabbiando le denunce e/o trasferendoli in altre sedi. Contribuendo, di fatto, ad alimentare il fenomeno criminale della pedofilia. L’inchiesta del comitato Onu per i diritti dei minori si conclude il 19 gennaio 2019 e il governo italiano sarà chiamato a presentare le sue controdeduzioni. Spiegando perché pur essendoci gli strumenti e le leggi per intervenire (riducendo ad esempio i rischi di recidiva), pur di fronte a un pericolo incombente, considerando il carattere di serialità del crimine, le misure cautelari per un sacerdote oggetto di indagine sono spesso per non dire sempre quelle meno “intense”. Vale a dire, per esempio l’obbligo di firma, i domiciliari presso strutture della Chiesa o “affiliate” ad essa, e non il carcere.

    E l’Italia dovrà anche spiegare perché un magistrato prima di aprire un fascicolo contro un prete deve avvisare il vescovo titolare della diocesi di cui fa parte il prete. A questo in realtà possiamo rispondere anche noi. Questo notevole vantaggio che nessun altro cittadino italiano ha, è frutto del Concordato con il Vaticano rinnovato nel 1984 da Craxi. Il Concordato, che è inserito nella Costituzione all’articolo 7 alterando il caposaldo della laicità dello Stato, è stato più volte messo in discussione. Ma la risposta è sempre la stessa: è un Trattato internazionale quindi può essere modificato solo per volontà di entrambe le parti. Di recente hanno rivisto i loro accordi persino le due Coree, perché mai Italia e Vaticano non vogliono fare altrettanto? Una possibile risposta ci viene da un fatto avvenuto in questi giorni e che solo apparentemente è scollegato da quanto abbiamo scritto fin qui: perché in Italia Stato e Chiesa si sostengono a vicenda, specie nei momenti di difficoltà. Come è noto, per sbloccare la situazione della nave Diciotti, il ministro Salvini si è rivolto alla Cei. E la Conferenza episcopale non si è sottratta, almeno così ce l’hanno raccontata, prendendo in carico 100 dei 150 profughi “sequestrati” per dieci giorni sulla nave della Guardia costiera bloccata in porto dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti, Toninelli. «Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal papa» ha spiegato il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis. Peccato che il Centro di accoglienza straordinaria Mondo Migliore di Rocca di Papa, presso cui sono stati trasferiti i 100 ragazzi eritrei, faccia parte della rete italiana di prima accoglienza per richiedenti asilo. Ma questo, Salvini e Maffeis non l’hanno detto. Ciò significa che i profughi eritrei in fuga dalla dittatura di Afewerki presenteranno al governo italiano la loro istanza di diritto d’asilo. Come del resto prevedono la legge e i trattati internazionali. E come ha fatto Salvini a convincere la Cei, fin qui immobile di fronte alle altre “crisi” provocate dal ministro (Aquarius, etc), a prestarsi a questa pantomima? È lecito ipotizzare che una risposta vada ricercata nell’esposto di Rete L’Abuso che chiama in causa la connivenza dello Stato con la Chiesa italiana in materia di pedofilia. E perché è lecito pensarlo? Perché questa denuncia, per conoscenza, è da due mesi sul tavolo del presidente del Consiglio, dei suoi due vice, del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno. Tu dai una mano a me, io do una mano a te.

    Da LEFT del 30agosto 2018

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