Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: legge

  • “Pedofilia in Australia, una tragedia nazionale”

    “Pedofilia in Australia, una tragedia nazionale”

    Rapporto della Commissione abusi sui minori: il 62% dei casi riguarda la Chiesa cattolica

    Cinque anni di lavoro, migliaia di pagine a comporre i 17 volumi del Rapporto della Commissione pubblica sugli abusi sui minori in Australia.

    BX69WX Priest and altar boy, La Roche-sur-Foron, Haute Savoie, France, Europe

    Con dati scioccanti. Oltre 15mila le persone che hanno raccontato le loro storie di abusi subiti nelle chiese, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei circoli sportivi e in gruppi giovanili; nel mirino sono finite 4mila istituzioni, molte entità cattoliche. Con i preti in cima alla lista degli indagati.

    Oltre 2.500 le segnalazioni effettuate alla polizia e 230 le inchieste avviate, 41.770 chiamate per soccorso e 60mila sopravvissuti con diritto al risarcimento. Al termine di un lavoro certosino effettuato dalla Commissione, emerge che la pedofilia «rappresenta una tragedia nazionale». L’Australia, si legge, «è venuta meno in modo grave ai suoi doveri di proteggere i bambini». Non si è trattato, si legge nel report, di poche «mele marce». «Alcune istituzioni hanno avuto molti pedofili», il problema «è così diffuso, e la natura dei crimini così odiosi, che è difficile da comprendere».

    Già lo scorso febbraio la Commissione aveva rivelato i primi dati che avevano mostrato l’entità del problema: il 7% dei religiosi cattolici australiani è stato accusato di abusi sessuali su minori tra il 1950 e il 2010 senza però che i sospettati siano finiti sotto indagine; è stata consuetudine ignorare, o addirittura punire, i bambini che denunciavano le aggressioni; in alcune diocesi la percentuale ha raggiunto il 15% dei sacerdoti sospettati di pedofilia. In totale il 61,8% dei casi segnalati riguardava la Chiesa cattolica.

    Il più alto rappresentante della chiesa cattolica in Australia, l’arcivescovo George Pell, è stato ascoltato tre volte dalla commissione di inchiesta dove ha ammesso di aver «fallito» nella sua gestione dei preti pedofili nello stato di Victoria negli anni ’70. Il cardinale Pell era stato chiamato da Papa Francesco alla guida della Segreteria per l’Economia. Dopo le accuse di pedofilia, il porporato è stato rispedito da Bergoglio in Australia per seguire il processo, dove dovrà rispondere del reato di violenza sessuale. A marzo si deciderà se ci sono prove sufficienti per procedere con il processo.

    Tra le raccomandazioni formulate nei 17 volumi del rapporto australiano figura anche l’obbligo per i sacerdoti di denunciare gli atti di pedofilia ammessi nel segreto del confessionale. «È inaccettabile scrive l’Osservatore Romano e anche l’arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, ha dichiarato che il segreto confessionale è inviolabile e non può essere spezzato». «Se qualcuno dovesse confessare un crimine del genere ha detto – non ne potrò rivelare i contenuti. Ma mi rifiuterò di assolverlo».

    Il rapporto, ha commentato alla Radio Vaticana padre Hans Zollner, della commissione pontificia per la tutela dei minori, mette in luce che «nella Chiesa c’è un numero di vittime sproporzionatamente grande rispetto ad altre istituzioni» e che «la Chiesa ha fatto il suo nella collaborazione con la commissione». Per Papa Francesco, rende noto la Sala Stampa Vaticana, «la Chiesa è chiamata a essere luogo di compassione ed è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/pedofilia-australia-tragedia-nazionale-1474686.html

  • 15 grammi di cocaina e 5 pen drive con film hard. L’usciere del vaticano resta in carcere muto. Gli inquirenti: “Non erano per lui”

    15 grammi di cocaina e 5 pen drive con film hard. L’usciere del vaticano resta in carcere muto. Gli inquirenti: “Non erano per lui”

    Ora è caccia aperta ai reali destinatari del materiale illecito

    Scandalo nella Santa Sede. Un usciere è stato fermato a pochi passi da piazza San Pietro. Portava droga e video hard. Secondo gli inquirenti non erano per lui. Ora è caccia aperta ai reali destinatari del materiale illecito.

    Si legge sulla nuova web-app di Repubblica:

    Quando lo hanno arrestato, carico di cocaina e con cinque pennette usb piene zeppe di filmati e foto pedopornografiche, Ostilio Del Balzo, dipendente del Vaticano, ha fatto scena muta. Usciere di lungo corso per il prestigioso Pontificio consiglio della cultura, i carabinieri lo hanno fermato mentre saliva in auto a Borgo Santo Spirito. A due passi da piazza San Pietro. Ora gli investigatori si chiedono: « A chi erano destinati droga e filmini in cui sono vittime i minori?» I militari hanno scandagliato il suo passato e la sua vita privata. Del Balzo è un incensurato di 47 anni.

    Nessuna macchia sulla fedina penale. Ma gli inquirenti sono convinti che il materiale non era il suo:

    Il primo settembre era stato arrestato proprio al termine del suo orario di lavoro. Uscito dal palazzo, considerato territorio Vaticano, quindi inaccessibile alle forze dell’ordine italiane, si è diretto verso la sua Ford Focus. Qui i carabinieri lo hanno bloccato. Gli hanno messo sottosopra l’automobile e hanno trovato droga e filmini. « Una pochette viola con strisce bianche nel cui interno rinvenivano una busta con trenta involucri termosaldati di cocaina per un peso complessivo di quindici grammi e cinque mini pen drive aventi tutte lo stesso contenuto » , si legge nel verbale dei carabinieri della stazione San Pietro.

    Dopodiché Del Balzo si è chiuso nel mutismo più assoluto. Da tre mesi è al carcere a Regina Coeli e non dice nulla.

    Leggi l’intero articolo sulla nuova webapp di Repubblica

  • Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Di Francesco Zanardi

    Facendo qualche riflessione, con un pizzico di meritata ironia voglio commentare quanto pubblicato sul sito CHIESADIMILANO.IT , in un articolo titolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”, nel quale la diocesi milanese dà una sua versione della vicenda che vede imputato con l’accusa di abuso di minore don Mauro Galli, un giovane sacerdote della diocesi che nel 2011 avrebbe abusato di un parrocchiano all’epoca dei fatti minorenne.

    Secondo “la verità dei fatti” esposti dalla Chiesa di Milano che, va detto, in questi mesi non ha mai replicato a un solo comunicato ufficiale della Rete L’ABUSO, si propone di fare chiarezza sull’articolo pubblicato da un quotidiano che non cita, probabilmente IL GIORNALE uscito per primo sul caso Galli e che a differenza di altri si è preoccupato di recarsi al processo e interpellare anche la presunta vittima.

    Secondo CHIESADIMILANO.IT “L’articolo in questione omette dei fatti fondamentali per comprendere correttamente la vicenda. Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda.  E infatti solo nel luglio 2014 il legale della presunta vittima ha presentato la denuncia querela.”

    Di qui ne deducono che: “Quindi né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato.”

    Va detto che dopo tre anni di incontri e di denunce ben documentate dai nostri assistiti ma inascoltate dalla diocesi alla quale la presunta vittima e la famiglia da bravi cattolici si erano affidati, delusi, si rivolgono all’Autorità Giudiziaria ed è proprio da quei verbali che monsignor Mario Delpini in persona smentisce quanto scritto da CHIESADIMILANO.IT.

    Nella deposizione, alla domanda: “conosce don Mauro Galli ?” monsignor Delpini risponde: “si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda. IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro ”.

    Ma la “verità dei fatti” secondo CHIESADIMILANO.IT continua perché poco più avanti, nel medesimo articolo nel quale sembrerebbe che nessuno avesse neppure immaginato lontanamente l’ipotesi di un abuso, si legge non solo che “nell’immediatezza dei fatti il sacerdote viene anzitutto affidato a uno psicologo affinché inizi (come è poi accaduto e in via cautelativa) un percorso che lo aiuti a ricostruire e comprendere la natura e la verità del gesto gravemente imprudente accaduto” ma che lo stesso “Con il trasferimento a Legnano don Mauro viene affidato in modo particolare a due sacerdoti per un accompagnamento personale”, ma dimenticano di dire che, naturalmente ai fini cautelativi, viene assegnato alla pastorale giovanile (sic).

    Vien quasi da dire povero don Mauro, solo per aver dormito in un letto matrimoniale con un ragazzo è finito dallo psicologo… Chissà se in via cautelativa a Legnano gli hanno dato un letto singolo…

    Ma non è finita, continuando a leggere “Non a caso la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché.”

    Ma come? Poco sopra, nell’esposizione scrivono che “Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012, firmato dall’allora Vicario Generale della Diocesi monsignor Carlo Redaelli” e adesso invece parlano del 2013 ?

    …Passando alle altre testate, pressappoco simile a quello di CHIESADIMILANO.IT quanto riporta il giornale dei vescovi, Avvenire.

    Pope Francis speaks with Italian journalist Andrea Tornielli aboard his flight from Rome to Havana in this Sept. 19, 2015, file photo. Tornielli conducted an interview with the pope on the topic of mercy. The interview is contained in a new book titled, “The Name of God Is Mercy.” (CNS photo/Paul Haring) See POPE-MERCY-INTERVIEW Jan. 11, 2016.

    Più interessante invece la ricostruzione di Andrea Tornielli, per Vatican Insider, nel corpo ripresa con tutte le inesattezze di CHIESADIMILANO.IT ma alla quale si aggiunge un passaggio davvero originale che viene attribuito all’udienza dello scorso 12 dicembre.

    Secondo il giornalista che non era presente, “Al processo è emerso che erano rimasti abbracciati. Ma sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso e cioè che il prete avesse tentato un approccio sessuale molestando il ragazzo”.

    Ero personalmente presente in aula lo scorso martedì e quello che è emerso è ben diverso, l’accusato, dopo aver abbracciato e palpeggiato il minore nelle parti intime, avrebbe tentato di penetrarlo senza però riuscirvi.

    Durante l’udienza è stato più volte ribadito dai vari testi che fin da subito (dicembre 2011, gennaio 2012) il ragazzino era riuscito a dire che don Mauro lo abbracciava “da dietro”, sentiva il suo respiro sul collo, sentiva i suoi piedi che lo toccavano e che lui era paralizzato e non riusciva a muoversi. È stato ribadito che la mattina successiva ai fatti il ragazzo era in stato di shock e la scuola dovette chiamare sul posto di lavoro la madre perché andasse a prenderlo. È stato detto che nei giorni successivi a quella notte il ragazzino stava malissimo, si chiudeva spesso in bagno al buio, urlava, non era possibile avvicinarlo fisicamente, nemmeno la ragazzina che aveva allora poteva più abbracciarlo o avvicinarsi a lui. Difficile dire che “sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso”. Concordavano cosa?

    Sarebbe interessante sapere chi ha fornito quella dichiarazione a Vatican Insider, soprattutto il perché.

    Sempre nella ricostruzione di Andrea Tornielli: “Dopo ulteriore riflessione l’autorità diocesana decide successivi spostamenti, attribuibili  a monsignor Mario Delpini ..… il 31 ottobre 2012, don Mauro Galli viene prima destinato alla cura pastorale della Cappella ospedaliera in Niguarda – deliberatamente lontano dal contatto con i minori”

    Cosa si può intendere per “ulteriore riflessione”? Durante l’udienza è emerso che vi sono stati due incontri tra i familiari del ragazzino, un sacerdote della Parrocchia di Rozzano, e i vertici della Diocesi (il primo con mons. Pierantonio Tremolada e il secondo con mons. Mario Delpini: AGOSTO E SETTEMBRE 2012) al termine del quale mons. Delpini avrebbe dichiarato (ma è agli atti la documentazione) che non aveva fino ad allora compreso la gravità della situazione, nonostante la smentita del sacerdote della Parrocchia. Dunque nel 2012 sposta il don Galli a Niguarda, lontano dai minori, ma NON AVVIA ANCORA L’INDAGINE PREVIA come previsto dalle Linee Guida della Cei, anche in presenza di un presunto abuso.

    Altro particolare che emerge da entrambe gli articoli e che potrebbe aver persino violato l’accordo della riservatezza al quale ambo le parti sono vincolate, è la notizia che sarebbe stato don Mauro Galli a indennizzare la vittima e i suoi familiari escludendo la diocesi e la parrocchia, un particolare che in aula non è emerso in quanto la Corte, con prudenza, si è limitata a chiedere se ci fosse stato un accordo e la sola cifra, senza andare oltre.

    Certo suona un po strano, nei verbali don Mauro si dichiara nullatenente, dove avrà mai preso quei soldi?

    Forse è anche questa una delle tante imprecisioni di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”.

    Zanardi


    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

  • Choc in Australia per il rapporto sulla pedofilia, 15 mila vittime: imbarazzo del Vaticano

    Choc in Australia per il rapporto sulla pedofilia, 15 mila vittime: imbarazzo del Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Di fronte alla devastante piaga della pedofilia che in Australia ha fatto affiorare ben 15.000 vittime dagli anni Cinquanta al 2010, la Santa Sede riconosce quella che viene definita dagli australiani una «tragedia nazionale» che ha minato la fiducia della gente: «Il rapporto merita di essere studiato approfonditamente». Le vittime hanno raccontato di avere subito abusi nelle parrocchie, nelle chiese, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei circoli sportivi e in gruppi giovanili, coinvolgendo oltre 4.000 istituzioni («Decine di migliaia di bambini sono stati vittime di violenza sessuale in molte istituzioni australiane e non ne sapremo mai il numero esatto», si legge nel rapporto governativo),

    Con un comunicato Papa Francesco esprime vicinanza alla Chiesa australiana, attualmente sotto schiaffo, e alle vittime. «Nel suo recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, Papa Francesco ha affermato che la Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto, e ha ribadito che la Chiesa è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili». Le indagini della commissione pubblica sono durati cinque anni e hanno avuto risonanza anche in Italia in particolare per le audizioni alle quali si è sottoposto l’anno scorso, in videocollegamento da Roma, il cardinale George Pell. L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia si trova ora in Australia per difendersi in tribunale da accuse di abusi sessuali che egli avrebbe personalmente compiuto da sacerdote, accuse che egli respinge con fermezza.

    Il rapporto australiano è choccante e indica come soluzione al problema della pedofilia tra il clero, la fine del celibato obbligatorio e del segreto confessionale, in modo da denunciare sempre notizie di molestie da parte di ecclesiastici. Il rapporto è stato condensato in 21 volumi. Secondo la Commissione governativa, è stata proprio l’insufficienza del diritto canonico a contribuire alle defaillance nella capacità di proteggere i bambini e nel denunciare o punire coloro che, nella Chiesa, si erano macchiati di crimini.  La commissione ha esortato la conferenza episcopale australiana a chiedere al Vaticano di riformare la legge canonica per sciogliere i preti dal segreto confessionale. L’arcivescovo di Melbourne è intervenuto escludendo qualsiasi modifica in tal senso. «Il segreto confessionale è inviolabile».

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/papa_francesco_australia_pedofilia_vittime_segreto_confessionale_abusi_commissione-3430688.html

  • Pedofilia, inchiesta in Australia: “Rivedere il segreto confessionale”

    Pedofilia, inchiesta in Australia: “Rivedere il segreto confessionale”

    Pubblicato il report della Royal Commission, frutto di 8mila audizioni alle vittime: «Celibato volontario e i preti denuncino abusi ammessi in confessionale». I vescovi: «Sigillo inviolabile». Il Vaticano: «Vicini ai sopravvissuti per portare giustizia»

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Non è un paese per bambini l’Australia. Almeno così pare osservando i risultati della corposa inchiesta sulla pedofilia della Royal Commission che, dal 2012 ad oggi, ha raccolto in ventuno volumi 15mila deposizioni e 8mila audizioni a porte chiuse di coloro che in orfanotrofi, scuole, circoli sportivi, gruppi giovanili, e soprattutto istituzioni cattoliche (si parla del 61,8% dei casi) sono stati vittime di abusi sessuali. L’Australia «è venuta meno in modo grave ai suoi doveri» di proteggere i bambini, si legge nel final report, «decine di migliaia di bambini sono stati vittime di violenza sessuale in molte istituzioni australiane e non ne sapremo mai il numero esatto».

    Lo sconcerto che ha provocato l’indagine si sintetizza nelle parole del premier australiano, Malcolm Turnbull: «Una tragedia nazionale», ha detto. E non ha mancato di ringraziare «i membri della Commissione e coloro che hanno avuto il coraggio di raccontare le loro storie».

    I sei membri della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione Reale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori) – organismo istituito nel 2013 dal governo laburista di Julia Gillard, che a marzo 2016 aveva torchiato il prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia, il cardinale australiano George Pell per i presunti insabbiamenti di casi di pedofilia – hanno setacciato ogni angolo dei sei Stati dell’isola intimando e ottenendo il rilascio di 1,2 milioni di documenti riservati.

    Dal meticoloso lavoro sono state identificate oltre 4mila istituzioni, teatro di crimini sessuali su minori negli ultimi decenni. Non erano poche le «mele marce», spiega il documento, «alcune istituzioni hanno avuto diversi pedofili che hanno aggredito numerosi bambini»; esse hanno quindi «fallito in modo grave nei loro doveri e in molti casi queste carenze sono state aggravate da una risposta chiaramente inadeguata per le vittime».

    Circa 2600 persone sono state segnalate alla polizia e ad altre autorità che hanno avviato 230 azioni penal i. Una mossa, quest’ultima, non scontata considerando che, nel passato – come ha denunciato il presidente della Commissione, Peter McClellan – «la polizia ha spesso rifiutato di credere ai bambini e di indagare sulle loro denunce e il sistema di giustizia penale ha creato molte barriere alla riuscita di procedimenti giudiziari».

    «In molti decenni numerose istituzioni hanno tradito i nostri bambini. I sistemi di protezione dell’infanzia e di giustizia civile li hanno abbandonati», ha aggiunto lapidario McClellan. Che sul banco dei principali imputati trascina la Chiesa e tutte le sue autorità accusate di mala gestione e insabbiamenti dei casi di abusi (una delle maggiori accuse rivolte a Pell, da giugno in congedo dal Vaticano per difendersi in Tribunale in Australia ).

    Proprio ai sacerdoti è rivolta una delle 409 raccomandazioni (189 delle quali del tutto inedite) contenute nel rapporto conclusivo e indirizzate a governi e organizzazioni per evitare che il dramma possa ripetersi in futuro. Ai preti si suggerisce di rivedere il voto di castità, considerandolo all’origine di tanti cattivi “impulsi”, perché diventi «volontario», ma soprattutto si chiede di ripensare la questione del segreto durante la confessione, in modo che il sacerdote confessore – al pari di poliziotti, medici, infermieri – sia obbligato per legge a denunciare gli atti di pedofilia eventualmente ammessi nel confessionale.

    Insomma, si tratterebbe di violare il sigillo sacramentale come sancito dal Codice di Diritto Canonico e dal Catechismo della Chiesa cattolica, il quale afferma che il confessore è vincolato dal segreto assoluto non soltanto per quanto riguarda i peccati ma anche per quanto egli viene a conoscere riguardo alla vita del penitente.

    La proposta ha infatti suscitato una reazione piccata da parte dei vescovi australiani che l’hanno bollata come «inaccettabile». Il presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, intervenendo a riguardo ha dichiarato che si sentirebbe «terribilmente combattuto» se qualcuno gli confessasse di essere autore di tali crimini, perché il segreto «è inviolabile» e «non può essere spezzato». «Non riesco a immaginare che la natura sacrosanta della confessione possa mai cambiare», ha detto il pastore di Melbourne ai giornalisti, «rispetto la legge di un Paese, ma è un impegno sacro, spirituale, davanti a Dio che devo onorare e devo rispettare».

    La questione non è di poco conto: «La pena per un sacerdote che viola il segreto della confessione è la scomunica, è una questione spirituale, reale e grave» ha spiegato Hart, sottolineando tuttavia che «se qualcuno confessasse di aver abusato di bambini, lo incoraggerei ad ammettere i suoi crimini al di fuori del confessionale in modo che possano essere riferiti alla polizia».

    Il capo dell’episcopato australiano – che si è mostrato invece piuttosto possibilista sull’introduzione del celibato volontario – ha assicurato comunque che la Chiesa cattolica del paese ha preso «molto seriamente» i risultati dell’inchiesta. E, «a nome dei vescovi e dei leader religiosi cattolici», ha ribadito «le scuse incondizionate per questa sofferenza» e per «questo vergognoso passato, in cui una prevalente cultura della segretezza e dell’autoprotezione ha portato a sofferenze inutili per molte vittime e per le loro famiglie». Di qui la promessa di un maggior impegno «a garantire giustizia per le persone colpite».

    Con uguale prontezza l’arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher, ha affermato che il rapporto non «siederà su uno scaffale» e che è pronto ad affrontare i fallimenti sistemici dietro gli abusi. Il vescovo si dice infatti «inorridito» dall’attività peccaminosa e criminale di alcuni membri del clero e si vergogna della risposta che alcuni dirigenti della Chiesa hanno dato in passato. «Riconosco e comprendo come questo abbia danneggiato la credibilità della Chiesa nella comunità e abbia scioccato molti dei nostri fedeli», ha aggiunto, «se vogliamo essere degni della fiducia delle persone, dobbiamo dimostrare che i diritti dei bambini sono sempre rispettati».

    Solo così, solo se «le storie non saranno nascoste sotto il tappeto e non ci sarà alcun insabbiamento», ha fatto eco l’arcivescovo di Perth Timothy Costelloe, tutto il lavoro della Commissione e la sofferta testimonianza delle vittime «non saranno state vane».

    Dal canto suo la Santa Sede, sottolineando che il rapporto della Commissione «merita di essere studiato approfonditamente», si dice «vicina alla Chiesa cattolica in Australia – fedeli laici, religiosi e clero – mentre ascolta e accompagna le vittime e i sopravvissuti nello sforzo di portare guarigione e giustizia». Poi ricorda le parole di Papa Francesco nel recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, quando ha affermato che «la Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto» ed «è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili».

    Già nel febbraio 2017, la Royal Commission pubblicava un report in cui denunciava che, tra il 1950 e il 2015, oltre 4500 minori erano state vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici, il 7% dei quali erano da incasellare come abusatori seriali . L’ennesimo risultato «straziante», come ammetteva monsignor Fisher, per una Chiesa che con difficoltà riesce a rimarginare questa ferita.

    http://www.lastampa.it/2017/12/15/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-indagine-in-australia-la-chiesa-riveda-celibato-e-segreto-confessionale-Lg3dG5PCBqWepTew1CArsJ/pagina.html

  • Abusi sessuali in Vaticano | Nuova strigliata di don Pandolfi alla Chiesa di Como

    Abusi sessuali in Vaticano | Nuova strigliata di don Pandolfi alla Chiesa di Como

    Non si placa l’eco delle polemiche sulle rivelazioni di presunti abusi sessuali in Vaticano denunciati dalla trasmissione televisiva Le Iene: il caso, che vede coinvolto anche un sacerdote della diocesi di Como, ha visto il coinvolgimento anche dell’ex vescovo Diego Coletti, accusato di aver insabbiato l’accaduto.
    Proprio in seguito a quei servivi televisivi, la Santa Sede ha avviato un’indagine e l’attuale vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, aveva invitato a non emettere giudizi affrettati prima di una sentenza definitiva.
    Lunedì 11 dicembre 2017 il parroco di Grandate, don Roberto Pandolfi, è tornato a parlarne dal sito della parrocchia: già per due volte, nei giorni immediatamente successivi ai servizi shock, don Pandolfi aveva fatto sentire la propria voce, chiedendo chiarezza e trasparenza da parte dei vertici ecclesiastici e pregando per i “poveri ministri” della Chiesa di Como.
    Le parole del parroco di Grandate hanno un peso particolare se si considera che proprio lui era il prete della parrocchia di San Giuliano a Como nel 2012 quando esplose lo scandalo degli abusi sessuali commessi dal suo predecessore Marco Mangiacasale. Don Pandolfi fu chiamato a gestire lo scandalo che, suo malgrado, travolse la sua parrocchia.

    “Abusi“

    Nella nuova riflessione intitolata proprio “Abusi” e pubblicata sul sito della parrocchia grandatese, il sacerdote questa volta utilizza parole non sue, ma di padre Hans Zollner, gesuita, docente di psicologia alla Pontificia Università Gregoriana, psicoterapeuta che da anni si occupa delle problematiche relative agli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica.
    Un testo “duro” nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche tanto quanto quelli fin qui pubblicati da don Pandolfi.

    Non di rado coloro che hanno dovuto subire sofferenze indicibili a opera di rappresentanti della Chiesa e denunciano il fatto e vogliono essere ascoltati vengono respinti o si rimprovera loro di essere dei sobillatori che farebbero meglio a tacere. Anche in questo caso diventa molto grave il pericolo di trauma spirituale, accanto a quello fisico e psichico. La portata di tutto questo sembra non essere chiara a molti nella Chiesa, anche a coloro che vi occupano posti di responsabilità…Non meraviglia perciò che le vittime considerino la Chiesa, nella sua reazione alla denuncia di un abuso, più come un’istituzione preoccupata di se stessa che non come una madre amorevole…
    Queste sono alcune delle parole riportate da don Pandolfi, che prosegue citando sempre la riflessione di padre Zollner:

    Si vogliono risolvere le cose “all’interno”, escludendo la dimensione pubblica, perchè si teme per la propria reputazione o per quella dell’istituzione. Si dimentica così sia la sofferenza delle vittime (che devono essere tenute in silenzio) sia una legge dei mass media che afferma: ” Prima o poi le cose si vengono a sapere. Prendi tu l’iniziativa, riconosci l’errore, scusati onestamente e sarai creduto”. Spesso qui entra in gioco anche un’interpretazione unilaterale del legame speciale e della responsabilità che unisce il vescovo ai suoi sacerdoti. Da un lato, non si considera che la “cura paterna” non implica soltanto perdono e misericordia, ma anche una giusta punizione. Dall’altro, interviene quello spirito di corpo a causa del quale i vescovi pensano anzitutto a proteggere la “propria” parte e non il bene dei deboli e dei bisognosi. Accenniamo solo marginalmente al fatto che molti autori di abusi sono assai abili a cavarsela e anche a manipolare i propri superiori; e che questi sono troppo inclini a credere a ciò che si promette loro (“non lo farò mai più”) e usano quindi una falsa misericordia verso i colpevoli. Seguendo una logica ritenuta valida, non ci si procura aiuto competente dall’esterno, ma si ritiene di poter risolvere le cose con mezzi e strategie proprie.
    Padre Zollner conclude con un monito sinistro:

    La lotta contro gli abusi sessuali durerà ancora a lungo… Essa implica una conversione radicale e un atteggiamento deciso per rendere giustizia alle vittime e per la prevenzione totale.
    La riflessione di Don Pandolfi arriva alla fine, nuova stilettata venata di amara ironia a chi siede nei posti più alti della Chiesa:

    Queste parole non sono di qualche prete “divisivo”, non allineato, egocentrico e refrattario alla più sana disciplina ecclesiastica, come il sottoscritto. E nemmeno di un torvo e arrabbiato laicista, pronto solo a vedere solo i difetti della Chiesa e non i pregi. Sono di padre Hans Zollner, gesuita, docente di psicologia alla Pontificia Università Gregoriana, psicoterapeuta che da anni si occupa delle problematiche relative agli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica. E non sono state scritte in qualche sito internet sovversivo, come quello della Parrocchia di Grandate, e nemmeno su qualche rotocalco scandalistico disposto ad affrontare morbosamente certi temi per vendere qualche copia in più, bensì sul numero del novembre 2017 de “La civiltà cattolica”, prestigiosa rivista dei Gesuiti, sempre in linea con il pensiero dei Pontefici regnanti. Non faccio commenti. Lascio a ognuno trarre le proprie conclusioni. Anche riguardo a situazioni molto recenti e molto vicine a noi.

    http://www.quicomo.it/cronaca/iene-abusi-vaticano-pandolfi-como.html

     

  • Reggio, Morosini sospende sacerdote indagato per rapporti con minorenni

    Reggio, Morosini sospende sacerdote indagato per rapporti con minorenni

    Ieri la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha notificato al sacerdote don Carmelo Perrello, parroco di San Gregorio in Reggio Calabria, e, per quanto previsto dalla legge, all’arcivescovo di Reggio Calabria – Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, un decreto di perquisizione locale e personale.
    I reati ipotizzati contestati al sacerdote sono di sospetta detenzione di materiale pedopornografico e rapporti sessuali con minorenni. Il procedimento penale è ancora in fase di indagini preliminari, tuttavia l’Arcivescovo, viste le norme canoniche, ha deciso di sospendere cautelativamente dal ministero pastorale il suddetto sacerdote, in attesa delle conclusioni degli accertamenti in atto.
    L’Arcivescovo, fiducioso nel lavoro della Magistratura, si pone sin da ora in atteggiamento amorevole nei confronti delle presunte vittime, chiedendo perdono per l’eventuale male arrecato.

    Il procedimento penale a carico di don Carmelo Perrello, indagato per detenzione di materiale pedopornografico e rapporti sessuali con minorenni, sarebbe scaturito da alcuni esposti presentati alla Procura della Repubblica di Reggio  Calabria da alcuni fedeli che avevano rilevato comportamenti anomali da parte del sacerdote. L’inchiesta a carico del religioso che ha portato all’emissione del decreto di perquisizione é coordinata dal Procuratore della Repubblica aggiunto, Gerardo Dominijanni. La chiesa di San Gregorio si trova nell’omonimo quartiere della periferia sud di Reggio Calabria, nei pressi dell’aeroporto.

  • Parroco ricattato per video hard: la diocesi di Aversa lo sospende

    Parroco ricattato per video hard: la diocesi di Aversa lo sospende

    SUCCIVO – La Diocesi di Aversa ha deciso di sospendere Don Crescenzo Abbate, parroco di Succivo, a seguito della vicenda che lo ha visto coinvolto. Il sacerdote è finito al centro di un ricatto hard da parte di due giovani di 22 e 24 anni che ora sono stati arrestati dai carabinieri con l’accusa di stalking estorsione.

    “Le notizie relative alla denuncia per tentata estorsione al parroco di Succivo – si legge in una nota della Diocesi – vista anche la particolare natura dell’azione estorsiva, trovano la Diocesi profondamente consapevole della gravità dei fatti”. In attesa che le indagini facciano il loro corso, l’organo ecclesiastico ha disposto la richiesta di “sospensione dall’ufficio di parroco”.

    Intanto emergono nuovi dettagli sull’intera vicenda. I due ragazzi coinvolti nel ricatto sono Mario Donadio e l’ucraino Yevheneik Borysyuk che hanno provato a mettere alle corde il parrocco che ha deciso di denunciare tutto. In un primo momento però Don Crescenzo non ha raccontato tutti i dettagli ai carabinieri, solo quando le richieste si sono fatte stringenti ha deciso di vuotare il sacco.

    Il ragazzo ucraino avrebbe un filmato in cui si vedrebbe il prete. Sono così cominciate le richieste di denaro: “Ci devi dare mille euro al mese altrimenti facciamo i cattivi”, dicevano i due giovani in alcuni messaggi vocali inviati al prete. Il parroco nel corso dei mesi scorsi ha versato una somma di circa mille euro in una modalità sempre uguale. Ora si attendono nuovi sviluppi in una vicenda che ha turbato tutta la comunità.

  • PRETI PEDOFILI; Conferenza stampa integrale del 30 novembre 2017 e presentazione dell’interrogazione parlamentare

    PRETI PEDOFILI; Conferenza stampa integrale del 30 novembre 2017 e presentazione dell’interrogazione parlamentare

    La presentazione integrale dell’interrogazione parlamentare a risposta scritta 4/18626 sulla pedofilia nel clero depositata dal deputato Matteo Mantero il 27 novembre 2017, illustrata a Genova da Francesco Zanardi (presidente della Rete L’ABUSO) nella conferenza stampa del 30 novembre 2017.

    Atto Camera

    Interrogazione a risposta scritta 4-18626

    presentato da

    MANTERO Matteo

    testo di

    Lunedì 27 novembre 2017, seduta n. 891

    MANTERO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

    il comitato sui diritti del fanciullo dell’Onu ha esaminato il secondo rapporto periodico della Santa Sede e ha adottato, nella sua 1875a seduta, tenutasi il 31 gennaio 2014, le osservazioni conclusive di cui al punto 43: Il Comitato prende nota dell’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede di ritenere inviolabile la dignità e l’intera persona di ogni fanciullo. Il Comitato cionondimeno esprime la sua più profonda preoccupazione circa l’abuso sessuale sul bambino commesso dai membri degli ordini cattolici che operano sotto l’autorità della Santa Sede, con chierici che sono stati coinvolti nell’abuso sessuale di decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Il Comitato è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che:

    «Ben noti autori di abusi sessuali su bambino sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri Paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli; (…)

    i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari negli Stati dove gli abusi sono stati commessi;

    a causa del codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica, i casi di abuso sessuale su bambino non sono quasi mai stati denunciati alle autorità per l’applicazione della legge nei Paesi dove tali crimini sono stati commessi. Al contrario, casi di suore e preti ostracizzati, degradati e licenziati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio sono stati denunciati al Comitato così come casi di preti che hanno ricevuto congratulazioni per essersi rifiutati di denunciare gli autori di abuso su bambino, come dimostrato nella lettera indirizzata dal Cardinale Castrillon Hojos al Vescovo Pierre Pican nel 2001;

    denunciare alle autorità nazionali per l’applicazione della legge non è mai stato reso obbligatorio e ciò è stato esplicitamente rifiutato in una lettera ufficiale indirizzata ai membri della Conferenza episcopale Irlandese dal Vescovo Moreno e dal Nunzio Storero nel 1997. In molti casi, le autorità della Chiesa, incluso al più alto livello della Santa Sede hanno mostrato riluttanza e in alcuni casi, hanno rifiutato di cooperare con le autorità giudiziarie e le commissioni nazionali d’inchiesta.

    Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli iscritti nelle scuole e istituzioni cattoliche di proteggere se stessi dall’abuso sessuale» –:

    quali iniziative il Governo abbia intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali;

    se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

    se e di quali elementi statistici disponga il Governo circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto;

    se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

    se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.
    (4-18626)

  • Torino, il prete anti-pedofili diede due baci a un dodicenne: condannato

    Torino, il prete anti-pedofili diede due baci a un dodicenne: condannato

    Don Ilario Rolle aveva creato un sito web per proteggere i minori dagli abusi. Nel 2007 un ragazzino raccontò alla madre di essere stato baciato sulla nuca e sulla guancia

    Nel 2000 creò un software in grado di proteggere i ragazzi dalle insidie del web. Lo chiamò «Davide 2.0» e lo lanciò in rete con lo slogan: «L’acqua è buona, ma se non è pura va filtrata. Come Internet». La battaglia contro la pedofilia divenne la sua missione più importante, la Curia di Torino gli affidò il compito di svolgere un serio lavoro educativo a tutela dei minori che ogni giorno navigavano sui siti. Fu soprannominato «il cacciatore di pedofili». Ma per un crudele scherzo del destino, sarebbe stato proprio un minore a metterlo nei guai: un dodicenne che alla mamma confidò di essere stato baciato dal prete, su una guancia e sulla nuca, durante una settimana di vacanza estiva in montagna. Era il 2007.

    Due anni più tardi, l’allora parroco di Venaria don Ilario Rolle venne condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere, in abbreviato, per gli abusi sessuali commessi su quel ragazzino. Martedì 28 novembre, a otto anni di distanza da quella prima condanna, l’ex sacerdote antipedofili è stato condannato anche in appello. Con pena ridotta a 2 anni. Un bacio innocente, anzi due. Dati a un bambino di 12 anni durante un campo estivo organizzato ad Ala di Stura, nelle Valli di Lanza, durante l’estate del 2007. Nulla di scandaloso, secondo il sacerdote. Abusi sessuali, invece, per i magistrati che avevano raccolto la denuncia della madre del piccolo e che in primo grado avevano chiesto e ottenuto la condanna di Rolle. Nelle motivazioni di quella sentenza, il gup Cristiano Trevisan scrisse poi che «nel comportamento descritto di chiamare nello stesso letto un adolescente di 12 anni, di toccarlo, abbracciarlo, accarezzarlo e baciarlo anche sulla bocca non si possono cogliere ragionevolmente i tratti di alcuna innocente manifestazione d’affetto, bensì gli elementi tipici ed evidenti di un abuso sessuale indotto da libidine intesa come volontà di concupiscenza».

    L’ex «cacciatore di pedofili», assistito dagli avvocati Stefano Castrale e Luigi Chiappero, ha sempre respinto questa versione dei fatti. Sostenendo di essere rimasto sdraiato sul letto, accanto al ragazzino, solo per qualche minuto. Sopra le coperte, e non sotto. E di avergli dato un paio di baci innocenti nel momento in cui gli ha augurato la buonanotte. Ma per il giudice del primo grado le cose non sarebbero andate in quel modo: «Non vi era alcuna oggettiva e plausibile ragione – si legge infatti nella sentenza – per invitare nella notte un ragazzino di dodici anni a letto sotto le coperte per manifestare affetto nei suoi confronti. Il ragazzo infatti non stava male, non era triste, non era preoccupato, non aveva paura, non doveva essere consolato». I guai per don Ilario Rolle erano cominciati nel momento in cui la mamma del dodicenne aveva raccolto le confidenze del ragazzo. In un primo momento, il piccolo aveva in realtà raccontato che nulla di strano gli era accaduto durante quel soggiorno estivo. Ma di fronte alle insistenze della donna, che voleva essere certa che il figlio non si fosse imbattuto in spiacevoli disavventure, il ragazzino si era lasciato scappare che don Rolle lo aveva baciato. Due volte. Sulla guancia e sulla nuca. A quel punto la donna aveva denunciato l’allora parroco di Venaria e raccontato agli inquirenti che il sacerdote aveva sempre avuto una predilezione per il figlio: «Io e mio marito eravamo contrari per questioni economiche, ma lui aveva insistito tanto da iscriverlo ugualmente, superando il problema dei soldi». Adesso non resta che attendere l’ultimo passaggio davanti ai giudici della Cassazione.

     http://torino.corriere.it/cronaca/17_novembre_28/due-baci-un-dodicenne-prete-antipedofili-condannato-2-anni-4cc31bcc-d486-11e7-b070-a687676d1181.shtml