Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • In Vaticano nessuna richiesta di estradizione per il diplomatico accusato di pedofilia

    In Vaticano nessuna richiesta di estradizione per il diplomatico accusato di pedofilia

    La Santa Sede smentisce le notizie secondo cui sarebbe stata opposta l’immunità per monsignor Capella dopo il mandato d’arresto emesso dal Canada

    La Santa Sede smentisce le «notizie false» diffuse oggi da un’agenzia italiana secondo la quale il Vaticano avrebbe opposto l’immunità diplomatica per il cinquantenne monsignor Carlo Alberto Capella, il funzionario della Nunziatura degli Stati Uniti accusato di «possesso e diffusione di materiale pedopornografico», negando così l’estradizione in Canada da dove, a fine settembre, era stato emesso un mandato d’arresto a suo carico. La stessa agenzia, che citava «fonti qualificate» tra le mura leonine, affermava che il processo si sarebbe tenuto in Vaticano.

    Già a La Stampa fonti da Oltretevere riferivano che non era mai pervenuta alla Santa Sede una domanda per estradare Capella da parte del Canada. E che, nell’eventualità, il Vaticano non ha accordi con il Canada per l’estradizione.

    Poi una nota diffusa in serata dal portavoce vaticano Greg Burke ha confermato: «In merito ad alcune notizie false uscite oggi riguardanti un membro del corpo diplomatico della Santa Sede richiamato dagli Stati Uniti, posso affermare che non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada né nessun processo fissato in Vaticano; l’indagine richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata».

    Intanto il diplomatico Carlo Alberto Capella, prima sacerdote per l’arcidiocesi di Milano, poi in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, infine numero tre nella Nunziatura Usa, continua a risiedere tra le mura leonine presso il Collegio dei Penitenzieri, non lontano dalla Casa Santa Marta.

    A inizio settembre era stato richiamato da Washington a seguito della notificazione, avvenuta il 21 agosto per via diplomatica, del Dipartimento di Stato americano della «possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche». Accuse subito trasmesse dalla Segreteria di Stato vaticana al Promotore di Giustizia, Giampiero Milano, il quale – evidenziava un comunicato della Sala Stampa vaticana – ha deciso di aprire un fascicolo, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi sulla vicenda.

    Era giunta qualche settimana dopo, invece, esattamente lo scorso 29 settembre, la notizia del mandato di arresto da parte delle autorità canadesi contro il diplomatico sulla base di un’inchiesta condotta sul web e sui siti internet coinvolti, a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Secondo l’indagine, di cui riferiva un comunicato della polizia di Windsor, il «sospetto» aveva scaricato e in seguito diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24 il 27 dicembre 2016.

    La diocesi di London, sempre in Ontario, confermava poi tramite il suo portavoce ulteriori dettagli, e cioè di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che Capella avesse violato le leggi sulla pornografia infantile utilizzando «un computer in una Chiesa locale».

    Inizialmente i media statunitensi precisavano che il prelato italiano fosse sospettato di possedere ma non di produrre o diffondere pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Il rapporto della polizia del Canada includeva invece anche il reato di «distribuzione» che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punibile con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila.

    http://www.lastampa.it/2017/10/12/esteri/in-vaticano-nessuna-richiesta-di-estradizione-per-il-diplomatico-accusato-di-pedofilia-mBsRouM2V7a8avOPLneJ8J/pagina.html

  • Tre sacerdoti brindisini condannati per pedofilia: un infinito atto di dolore

    Tre sacerdoti brindisini condannati per pedofilia: un infinito atto di dolore

    E’ stato uno tsunami, soffiato sulla chiesa Brindisina dove d’improvviso, qualche mese fa, è partito il valzer di trasferimenti. Via i parroci vecchi per quelli nuovi, allontanati alcuni sacerdoti “chiacchierati” per lasciare il posto ad altri. Uno spostamento di pedine affatto casuale che serve senz’altro a ripristinare una immagine ormai opaca del cattolicesimo indigeno, inficiata da una serie di arresti per pedofilia che dal 2015 in poi hanno portato alla luce un sottobosco di molestie su minori fino ad allora coperto da un velo di mutismo violato soltanto, talvolta, dal chiacchiericcio di strada.

    La pedofilia nei luoghi di culto brindisini (non tutti, per carità) è ora verità processuale. Comunque la si voglia vedere è roba scritta su carta, raccontata da sentenze non ancora definitive ma pur sempre sentenze e non più solo atti di indagine. L’ultimo caso definito in primo grado è quello di don Francesco Caramia. Giovanissimo, appena 43enne. Prete “avanti” della parrocchia di San Giustino de Jacobis. E’ stato condannato a otto anni di reclusione per atti sessuali su un minore. Ha ammesso la propria omosessualità, una relazione affettiva avuta durante il sacerdozio e mentita al vescovo. Ha sempre negato di aver rivolto le proprie attenzioni ai bambini. La vicenda giudiziaria, al momento, dice altro.

    L’arresto di don Francesco 
    e il processo
    Tutto ebbe inizio dalla denuncia di un pediatra. Un ragazzino ormai adolescente riferì di aver subito abusi in parrocchia, dopo il catechismo. Fu eseguito un decreto di perquisizione e sequestri, nel 2015, proprio in chiesa, al rione Bozzano. Poi scattò la richiesta di misura cautelare, concessa dal gip. Carcere per don Caramia, che è poi uscito ed è ora ristretto ai domiciliari in una comunità fuori regione. I fatti contestati risalgono agli anni 2008 e 2009. Il chierichetto all’epoca dei fatti aveva 8 anni. Per almeno “due volte a settimana” il piccolo sarebbe stato costretto a compiere atti sessuali “per opera di Dio”.
    Rapporti sessuali non completi dopo il catechismo, della durata di dieci o quindici minuti. Sempre “intorno alle 18 o 18.15” a quanto riferito dal diretto interessato che qualche volta, trovando una scusa, sarebbe riuscito a sfuggire. Avrebbe sottostato nelle altre occasioni perché “sottoposto a minaccia”. A quanto ha narrato, il prete gli avrebbe rappresentato che nel caso in cui avesse parlato egli avrebbe fatto valere il proprio “grande potere” e avrebbe “fatto perdere il posto di lavoro al padre o avrebbe fatto separare i suoi genitori”. Don Caramia ha affrontato un processo, che si è celebrato a porte chiuse e che si è concluso la scorsa settimana. Nessuno sconto per lui, considerato il rito “ordinario” scelto. Otto anni di reclusione gli sono stati inflitti dopo una camera di consiglio lunga ore. L’arcivescovo di Brindisi – Ostuni, monsignor Domenico Caliandro, lo aveva già sospeso dalle funzioni.

    L’ammissione in aula:
    “Ho mentito all’arcivescovo”.

    Lo scorso venerdì santo c’era udienza, una delle ultime, del processo a don Caramia. E’ stato allora che ha confermato, rispondendo a domanda precisa, di aver omesso all’arcivescovo alcuni dettagli della propria vita privata. Dettagli che riguardano un rapporto di amicizia con un uomo, prassi non proprio incline ai dettami della Chiesa. Il ritratto di Caramia fatto dai magistrati non è affatto clemente. Si parla di “inequivocabile disinvoltura” od comunque di “evidente abitudine di gestire in modo truffaldino l’organizzazione delle feste della parrocchia”: serve a tratteggiarne la personalità.
    Non “amore per la comunità, mitezza, castità, abnegazione”. Ma un “parroco indubbiamente estraneo all’immagine tradizionale del sacerdote pastore”.
    “Un uomo egoista, menefreghista, dal fare truffaldino, dalla personalità inequivocabilmente scaltra, insincera e disubbidiente”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare che porta la firma del gip Maurizio Saso, eseguita nel giugno del 2016. C’era poi un’altra notazione, che accomuna la storia di don Caramia a quella di altri “colleghi” del territorio. Diversi educatori avevano avuto modo di esaminare il cammino spirituale del 43enne mesagnese, qualcuno già all’epoca aveva espresso delle riserve: nel 1995 scriveva Fabio Ciollaro, attualmente vicario del vescovo: “Ha trascorso la prima parte dell’anno con discreto impegno, applicandosi con regolarità nello studio e mostrandosi docile e servizievole. Ma la scoperta di alcuni episodi e situazioni nascoste ha svelato una spiacevole e strana doppiezza. E’ venuta alla luce una affettività disordinata, una maturità inadeguata all’età (21 anni) nei giudizi e nelle scelte pratiche, una ripetuta insincerità e disobbedienza nei riguardi degli educatori, in maniera a volte lieve a volte grave. Allo stato attuale è opportuno che lasci il seminario. Indubbiamente potrà continuare il suo cammino di discernimento in parrocchia e con l’accompagnamento di qualche prudente sacerdote. Sarà però difficile che emergano i lati e gli aspetti veri della sua personalità, così come può invece avvenire seguendolo giorno per giorno nelle situazioni concrete della vita comunitaria. in ordine al suo futuro vocazionale, pertanto, si esprimono forti riserve e perplessità. Ci si rimette tuttavia la giudizio del Vescovo”.
    Le indagini e l’altro prete
    Prima di don Caramia, era toccato a don Giampiero Peschiulli, parroco della chiesa di Santa Lucia. Le indagini partono da una lettera anonima giunta alla trasmissione Le Iene. Il 25 settembre 2014 l’inviato Giulio Golia approda a Brindisi. Don Giampiero si barrica in chiesa e chiama i carabinieri. La reazione del prete fa notizia. Piovono commenti su Facebook. Vengono sentite a sommarie informazioni due famiglie di ragazzi che ora hanno 30 anni e che confermano tutto, specificano anche di aver detto tutto a Talucci che li avrebbe invitati a non denunciare (ipotesi questa negata dall’arcivescovo emerito nell’interrogatorio dinanzi al pm). Il 29 ottobre, il giorno in cui va in onda la clip delle Iene sul “prete pomicione”, i carabinieri si recano a casa di don Giampiero e in curia per eseguire un decreto di perquisizione e sequestro. Il 73enne sarà poi assolto dall’accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Partono però le intercettazioni. Il 20 maggio 2015 l’arresto.
    Secondo il gip egli “avrebbe abusato dell’autorità morale e religiosa connessa all’essere il parroco della Chiesa di Santa Lucia” e avrebbe abusato di due chierichetti, minorenni, che frequentavano la parrocchia.

    Le intercettazioni
    Il sospetto che anche a Bozzano fosse accaduto qualcosa di torbido era già riportato, sempre nero su bianco, nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita mesi prima nei confronti di don Peschiulli che è stato poi condannato a 3 anni e 8 mesi (con lo sconto previsto dal rito abbreviato e conferma in appello) sempre per pedofilia.
    Peschiulli parlava al telefono con la perpetua: “Se parla don Giampiero quanti preti si devono spogliare”. E poi ancora: “Peggio per te se l’ho fatto, perché ti stavi?”, in riferimento alle vittime. Infine ancora, riferimenti, nomi. Illazioni su cui sono stati fatti e sono in corso ulteriori approfondimenti investigativi.

    Il caso del cappellano
    Il 2015, insomma, è l’annus horribilis. A novembre un altro arresto scuote la comunità ecclesiale. Pedopornografia l’accusa: ai domiciliari, in flagranza, dopo una perquisizione della Postale eseguita sulla base di una segnalazione precisa, ci finisce don Franco Legrottaglie, 67 anni, che da poco aveva festeggiato i 35 anni di sacerdozio. Svolgeva le sue funzioni a Ostuni, nella chiesa della Madonna del Pozzo. Nel pc vengono trovati 2.500 file illegali.
    Legrottaglie nel maggio 2016 viene condannato in primo grado, in abbreviato, a quattro anni di reclusione. Incluso lo sconto di pena. Viene anche stabilita l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e l’interdizione in perpetuo da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, di ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate da minori. Pena accessoria che racchiude in sé il racconto di una storia passata, una storia che sembrava essere caduta nel dimenticatoio. E che invece ha avuto un valore processuale, sebbene non sia stata sufficiente per la Diocesi locale, negli anni trascorsi, ad assumere provvedimenti importanti.

    Il precedente.
    Il sacerdote era già stato condannato in via definitiva nel 2000 per una vicenda risalente al 1991: atti di libidine violenta su due bambine. Un anno e dieci mesi, la pena inflitta. Non erano tempi in cui si ricorreva facilmente alla denuncia, sulla pedofilia dei preti vigeva una coltre di silenzio a cui compartecipavano, talvolta, le vittime. Per paura di finire nel mirino, per la vergogna, per il terrore di non avere giustizia. I genitori delle due ragazzine invece, ebbero coraggio e forse anche giustizia, seppur a tempo determinato.
    Nel 2010, dopo un periodo trascorso in Congo, in missione, a Legrottaglie fu assegnato l’incarico di cappellano dell’ospedale Perrino. Stipendiato dalla Asl ma scelto dall’arcivescovo, così come previsto dagli accordi regionali con le diverse diocesi pugliesi. Scaduto il termine, il contratto di consulenza esterna a tempo determinato, non gli è stato più rinnovato. E’ stato spostato alla Madonna del pozzo dove non ha mai rivestito il ruolo di parroco, ma ha celebrato messa.
    Passata la bufera?
    I casi giunti a sentenza, nel volgere di pochissimi mesi, sono tre. Ma le dichiarazioni dei preti coinvolti sono ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Ci sono alcune denunce che vengono analizzate, ci sono stati spostamenti decisi da monsignor Caliandro, la cui ratio svela l’esistenza di altre situazioni meritevoli di approfondimento. Nomi in chiaro, nomi omissati. Verità ormai note, e presagi di sventura riportati nelle schede personali dei sacerdoti, conservate presso la Curia arcivescovile che ha sì collaborato alle indagini. Ma non ha mai denunciato.

  • Portocannone, Giada Vitale all’attacco: “Basta con le pagliacciate”

    Portocannone, Giada Vitale all’attacco: “Basta con le pagliacciate”

    La ragazza vittima degli atti sessuali di don Marino si rivolge al vescovo dopo lo scoop di Pomeriggio 5

    Le telecamere di Pomeriggio Cinque hanno svelato come nonostante la sospensione a divinis, don Marino Genova continui a dire messa, concelebrando la celebrazione eucaristica a Subiaco. Una circostanza che ha indignato Giada Vitale, la ragazza che ha denunciato il sacerdote molisano, condannato a sei anni 8 giorni fa, per mano del Tribunale di Larino. Rabbia repressa prima ed espressa ora con un post su Facebook. «Il vescovo De Luca appena una settimana fa, il giorno dopo la sentenza del Tribunale di Larino, scrive un comunicato e dice che “la sentenza del vescovo approvata dalla Congregazione consiste nella sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del Tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa”… fate le vostre deduzioni. Intanto io vorrei contestare alcune cose: 1) Poteva denunciare don Marino, ma non lo ha fatto: è un reato perseguibile d’ufficio e poteva farlo. 2) De Luca ha detto che la legge canonica è più severa perché considera reati anche quelli fino a 18 anni: però la pena è ridicola, la semplice sospensione a divinis (che a quanto pare non è stata nemmeno applicata). 3)È stato lui a proporre la ridicola sospensione alla Congregazione per la dottrina della fede. Poteva chiedere la riduzione allo stato laicale e non l’ha fatto. 4) Il vescovo De Luca ha sempre creduto alla tesi di don Marino, cioè che i fatti riguardavano il periodo dai 16 anni in su e avvalorando la tesi della non punibilità dal punto di vista penale. Quindi basta con le pagliacciate».

    Portocannone, Giada Vitale all’attacco: “Basta con le pagliacciate”

  • Vaticano, perché la riforma del Codice Penale offende il senso di pietas (parte 3)

    Vaticano, perché la riforma del Codice Penale offende il senso di pietas (parte 3)

    Stando alla riforma del Codice Penale vaticano, l’instaurazione ufficiale della Commissione per la protezione dei fanciulli, voluta da Bergoglio nel 2014, rappresenta un vero e proprio insulto all’intelligenza e alla dignità non solo delle vittime, ma della comunità in senso ampio. Le Nazioni Unite, il 5 febbraio 2014, hanno insistito affinché il Vaticano rimuovesseimmediatamente tutti quei sacerdoti riconosciuti colpevoli o semplicemente sospettati di abusi su minori e che li denunciasse alle autorità civili. L’unica reazione è stata l’ennesima predica melensa propinata dal papa l’11 aprile 2014, durante l’udienza all’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia. Confermando lo strenuo impegno nella lotta alla pedofilia, chiede perdono per gli abusi commessi sui minori da parte dei sacerdoti: «mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti – abbastanza in numero, ma non in proporzione alla totalità – a farmene carico e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini. La Chiesa è cosciente di questo danno». La strategia retorica principale è sempre l’insistenza sul numero dei sacerdoti colpevoli: sminuendolo e riducendolo (tra l’altro possiamo parlare soltanto di numeri ufficiali, della parte ufficiosa non ci è dato sapere) si tenta di marginalizzare la gravitàdel fenomeno. L’approccio di papa Francesco al problema del riconoscimento dei reati di pedofilia interni alla Chiesa è a dir poco altalenante. È sintomo di un sostanziale pressapochismo omertoso, decisamente disdicevole per il primo ministro e difensore della casa di Dio. Sembra che la nota strategia giolittiana del pendolarismo sia la musa ispiratrice dell’attuale pontefice. Con l’intervento dello scorso 6 ottobre, nella sala Clementina, il papa si è rivolto a coloro che hanno partecipato al convegno “Child Dignity in the Digital World”, ossia il primo congresso globale sulla pedofilia e sulle violenze perpetrate online. Dopo aver auspicato una collaborazione fra politica, fedi religiose, multinazionali e forze di polizia nella lotta al fenomeno e l’inasprimento delle condanne, Bergoglio ha pubblicamente ammesso il coinvolgimento di una parte del clero cattolico in questi determinati crimini. Qualche anno prima di diventare pontefice, però, l’atteggiamento nei confronti degli ordinati colpevoli era diverso. Egli ammetteva semplicemente l’inconfutabilità del minimo indispensabile, rimanendo nella vaghezza del tema: «se c’è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha». Evidentemente espressioni e coloriture verbali molto più spente e tenui rispetto al netto rifiuto della grazia annunciato qualche settimana fa.

    Riforma del Codice Penale vaticano

    Il susseguirsi di contraddizioni e ‘nulla di fatto’ fra il professare misericordia e giustizia e l’agire concretamente nel modo contrario emerge chiaramente dalla riforma del Codice Penale vaticano. L’11 luglio 2013, poco dopo l’elezione, il pontefice vara, con un motu proprio entrato in vigore il 1 settembre 2013, una serie di provvedimenti che riformano, in parte, il Codice Penale vaticano (praticamente fermo al Codice Zanardelli, ovvero il codice penale in vigore nel Regno d’Italia dal 1890 al 1930). Le modifiche riguardano l’abolizione dell’ergastolo, che vienesostituito da pene lunghe, da 30 a 35 anni di reclusione e l’introduzione del reato di tortura (presente nel codice penale civile italiano dai primi di luglio 2017, anche se il testo della legge è considerato inapplicabile ed inadeguato sia da Amnesty International Italia che da Antigone Onlus). La riforma introduce anche i reati contro i minori, ovvero la vendita, la prostituzione, l’arruolamento e la violenza sessuale, la pedopornografia e la detenzione di materiale pedopornografico; i delitti contro l’umanità(genocidio e apartheid) ed infine l’inasprimento delle condanne per corruzione. Tali modifichesono valide sia nello Stato della Città del Vaticano, sia nell’ambito più ampio della Santa Sede, così da rendere perseguibili – da parte degli organi giudiziari vaticani, e solo da essi – anche i reati commessi al di fuori dello Stato. Peccato che nella riforma manchi il provvedimento più urgente e necessario, ovvero quello dell’obbligo delle autorità giudiziarie vaticane a rendere noti i reati alla magistratura civile. Questo parallelismo comporta, come dimostrato nei precedenti articoli, una sostanziale impunità verso crimini gravissimi, quali i reati di pedofilia. Sbalorditivo è anche il ricevimento in udienza, del 5 aprile 2013, dell’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ma anche vescovo di Ratisbona nel 2010, periodo nel quale ignorò le denunce di abusi fisici e sessuali avvenuti nel coro dei “Passeri del Duomo” (l’intera vicenda è riportata nell’articolo precedente). Con questo incontro Bergoglio voleva sincerarsi circa l’attuazione dei provvedimenti presi dal papa emerito Benedetto XVI,riguardanti punizioni certe per i colpevoli di abusi sessuali e la protezione dei minori. Ma lo stesso Benedetto XVI ha ampiamente sorvolato sulle responsabilità del fratello maggiore coinvolto nellestesse vicende del coro. Continuiamo ad assistere a raccomandazioni di facciata: la gran parte degli ecclesiastici coinvolti continuano a mantenere le loro prestigiose cariche. E quando non è così, come nel caso del cardinale scozzese Keith O’Brien, arcivescovo emerito di Saint Andrews ed Edimburgo, la pena prevista è il solo allontanamento, il ritiro ad una vita di preghiera e un percorso di penitenza. O’Brien, nel febbraio 2015, si era dimesso dopo che alcuni quotidiani britannici avevano pubblicato denunce di comportamenti sessuali inappropriati a suo carico, da parte di tre sacerdoti. A marzo papa Francesco accetta la sua rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato. La perdita effettiva di tali diritti consiste nell’impossibilità a partecipare al conclave, ai concistori e alle riunioni riservate al Sacro Collegio. È sufficiente? Direi proprio di no, visto che le accuse a suo carico erano già note al “papa tolleranza zero”, Benedetto XVI, nel 2013, quando lo stesso O’Brien in una nota ha comunicato la sua volontà di non partecipare al conclave per non attirare su di sé l’attenzione dei media, in seguito alla pubblicazione delle denunce a suo carico. E sempre nel marzo 2013 aveva ammesso pubblicamente le sue colpe, eppure bisognerà aspettare due anni per vedere riconosciuta la sua rinuncia ai diritti del cardinalato e per predisporre il suo allontanamento dalla Scozia, pur preservando il titolo onorifico cardinalizio. È evidente che la riforma del Codice Penale vaticano sia inappropriata ed inconcludente relativamente agli scandali che di volta in volta emergono dalle pieghe delle tonache sacerdotali e cardinalizie. È colpevole tanto quanto il pedofilo chiunque sia a conoscenza di queste realtà, ma le nasconde o le insabbia, così come chi parla di amore e misericordia, ma l’unica pietas – intesa come attributo di Dio – che sa provare è rivolta alla perversione dell’amico.Riforme penali che non introducono l’obbligo di denuncia alle autorità civili non rispettano alcunprincipio di pietas nei confronti di tutti quei bambini e quelle bambine che dovranno imparare a vivere, sopravvivendo al peggio, costretti a cercare la pace dopo aver vissuto l’inferno, perché«l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». (Italo Calvino)

    http://www.2duerighe.com/attualita/93909-vaticano-perche-la-riforma-del-codice-penale-offende-senso-pietas-parte-3.html

  • Bergoglio il gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla

    Bergoglio il gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla

    Ovvero: nessuna rivoluzione, soltanto chiacchiere da gesuita

    di Raffaella Mauceri. Appena eletto, papa Francesco ha messo in cima all’agenda pontificia la lotta contro la pedofilia. Dedicando a questo tema almeno un annuncio a settimana, non mancando mai di farsi fotografare con atteggiamenti affettuosi – a volte ricambiati, a volte no – in mezzo a dei bambini, emanando una serie di decreti volti ad accentrare in Vaticano tutte le indagini e le decisioni sui casi più scabrosi e ad avvicinare le norme della Santa Sede alle indicazioni della Convezione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siglata nel 1991 e ratificata nel 2014. Segnali forti, amplificati dalla parola d’ordine spesso pronunciata dal pontefice argentino e diligentemente rilanciata dai media italiani: «Tolleranza zero».

    Un passaggio epocale, sulla carta, è avvenuto il 5 settembre 2016, con l’emanazione del decreto Come una madre amore-vole che prevede, oltre all’inasprimento delle misure antiabusi, la rimozione dei vescovi responsabili di condotta negligente del proprio ufficio nei casi di violenza su minori o adulti vulnerabili. Vale a dire, di insabbiamento delle denunce relative a preti pedofili. Poco più di un anno prima, il 5 giugno 2015 al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di vescovi negligenti, secondo quanto si legge sul sito della Santa Sede, al papa era stata sottoposta, da una commissione consultiva appositamente insediata, la proposta di creare un Tribunale apostolico all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia. Si trattava solo di un suggerimento ma la stampa italiana annunciò il tribunale dei vescovi come cosa fatta descrivendolo come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio. In realtà la stessa pena, ossia la rimozione del porporato insabbiatore, colmava un vuoto procedurale poiché era già disciplinata sin dal 1962 dalla legislazione canonica vigente per cause gravi (Crimen sollicitationis) e rinnovata nel 2001 da un provvedimento di Giovanni Paolo II (De delictis gravioribus). Ma senza essere mai applicata. E cosa ancor più interessante, il tribunale seppur annunciato e osannato non è mai entrato in funzione né mai accadrà perché il papa non lo ha mai creato.

    A dare la smentita con quasi due anni di ritardo rispetto ai titoli a nove colonne dei media nostrani è stato il 5 marzo scorso niente meno che il prefetto della Cdf, card. Gerard Müller, il quale intervistato dal Corriere della sera ha precisato che il tribunale per i vescovi «era solo un progetto». Questi sono solo alcuni esempi di come la Chiesa di papa Francescostia affrontando la questione delle violenze sui minori al proprio interno. La strategia è collaudata e vincente: cambiare tutto per non cambiare niente. Alle parole del papa, alle sue intenzioni, ai suoi desiderata raramente, per non dire mai, seguono dei fatti concreti. Il Vaticano dunque, anche sotto Bergoglio, continua a combattere la pedofilia solo a parole. Al più, a colpi di avemaria. Laute buonuscite e ricche pensioni, dice invece il New York Times, è quello che paga la Chiesa cattolica negli Stati Uniti per compensare i preti accusati di pedofilia e favorire il loro ritorno alla vita laica e privata. Insomma, per dare una mano ai religiosi che hanno abusato di minori. Un gioco a carte invertite, in cui il risarcimento se lo piglia chi ha commesso il reato e non la sua vittima. (fonte: affaritaliani. libero.it) Di scandalo in scandalo, gli abusi dei sacerdoti cattolici sui minori (esercitati in ogni singolo stato dell’intero pianeta) sono finiti sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano assicuri una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e che siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso. Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, laddove si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. Occorre sapere, infatti, che le punizioni dei tribunali vaticani si limitano ad infliggere preghiere, o al più la sospensione dell’esercizio sacerdotale e nella peggiore delle ipotesi, la scomunica. E’ doveroso invece che ci sia un procedimento giudiziario. (Fonte: giornale.it)

    http://www.libertasicilia.it

  • Padova, violenza sessuale sul ragazzino: prete condannato al carcere

    Padova, violenza sessuale sul ragazzino: prete condannato al carcere

    di Cristina Genesin

    MONSELICE. Due anni e 8 mesi di carcere senza la sospensione della pena, anzi con le pene accessorie previste per il reato gravissimo di violenza sessuale nei confronti di un minore di 16 anni.

    È la sentenza pronuciata dal gup padovano Margherita Brunello nei confronti dell’ex parroco di una chiesa di Monselice, don Nicola De Rossi, 40enne originario di Padova, chiamato anche a versare un risarcimento di 15 mila euro (10 mila già versati spontaneamente) alla famiglia del ragazzo (nato nel 2000) assistita dall’avvocato Marta Michelon.

    Una sentenza emessa nell’ambito di un giudizio abbreviato che, per legge, prevede lo sconto di un terzo della pena.

    Il pubblico ministero Roberto Piccione aveva chiesto 3 anni e 4 mesi. Il difensore (l’avvocato Paolo Marson) aveva ha negato ogni responsabilità del sacerdote presente in aula, insistendo sulla sua condotta cristallina, pur genericamente parlando di un pentimento e criticando l’attendibilità della vittima. Di tutt’altro avviso è stato il giudice.

    A inchiodare l’ex parroco anche le intercettazioni telefoniche tra lui da una parte e, dall’altra, un’amica psicoterapeuta e un collega sacerdote.

    «Tu dici che che è stato abbastanza naturale… Che avete solo giocato… Devi essere fedele a questa posizione» l’invito rivolto a don Nicola dall’amica. E con il sacerdote, don Nicola si era sfogato: «Mi faccio un po’ schifo… Mi domando come sono arrivato a una cosa del genere».

    La violenza risale al luglio 2016 quando il ragazzino, 15 anni e mezzo, era stato invitato a pranzo dal parroco. «Facciamo un pisolino?» aveva detto il prete accompagnando la vittima in camera da letto. E lì si sarebbe consumata la violenza (nella vecchia formulazione della norma sarebbero stati molestie o atti sessuali).

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/10/03/news/padova-violenza-sessuale-sulla-ragazzina-prete-condannato-al-carcere-1.15936948

  • Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    Canada, mandato d’arresto per il diplomatico vaticano indagato per pedofilia

    La polizia di Windsor accusa monsignor Carlo Alberto Capella di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, scaricato durante un soggiorno nel paese tra il 24 e il 27 dicembre 2016

    «Possesso e distribuzione di materiale pedopornografico». Con queste accuse la polizia del Canada ha emesso un mandato di arresto per il diplomatico della Santa Sede, monsignor Carlo Alberto Capella, richiamato da Washington – della cui nunziatura era un «senior member» (membro di alto livello) – all’inizio di settembre, attualmente in Vaticano dove è indagato per pedopornografia.

    Un comunicato della polizia di Windsor informa che l’inchiesta a cui fa riferimento il mandato d’arresto è stata condotta sul web e sui siti internet coinvolti, dopo una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Dall’indagine è emerso che il «sospetto» avesse scaricato e poi diffuso materiale di natura pedopornografica «mentre visitava un luogo di culto a Windsor, in Ontario» nel periodo tra il 24  il 27 dicembre 2016. La diocesi di London, sempre in Ontario, ha confermato tramite il suo portavoce di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine e che l’assistenza è stata fornita in relazione alle possibili violazioni della legge sulla pornografia infantile fatte da monsignor Capella, il quale avrebbe utilizzato «un computer in una Chiesa locale».

    Dal Vaticano informano che tra le mura leonine si è a conoscenza del mandato ma al momento non risulta pervenuta alcuna richiesta di arresto. Attualmente monsignor Capella risiede nel Collegio dei Penitenzieri, lo stesso appartamento a pochi passi dalla Casa Santa Marta occupato due anni fa dal polacco monsignor Jozef Wesolowski, nunzio nella Repubblica domenicana, morto per problemi cardiaci prima che iniziasse il suo processo per pedofilia.

    La vicenda di Carlo Alberto Capella, 50 anni, ordinato sacerdote nel ’93 nell’arcidiocesi di Milano, in servizio presso la sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato prima di divenire il numero tre nella nunziatura Usa, era stata resa nota da un comunicato della Sala Stampa vaticana dello scorso 15 settembre in cui si informava che il Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano, Giampiero Milano, aveva deciso di aprire un fascicolo dopo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America aveva notificato, per via diplomatica, «la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington».

    Notificazione, questa, avvenuta il 21 agosto scorso ma resa pubblica dopo circa un mese. La Santa Sede aveva quindi richiamato il sacerdote la cui identità è stata presto rivelata dai media statunitensi. Inizialmente l’agenzia Associated Press spiegava che il prelato era sospettato di possedere, ma non di produrre o diffondere, pornografia infantile, comprese immagini di bambini nell’età precedente la pubertà. Ma nel rapporto della polizia del Canada adesso è incluso anche il reato di «distribuzione». Reato che, secondo la Legge dello Stato della Città del Vaticano n. VIII, dell’11 luglio 2013, recante “Norme complementari in materia penale”, è punita con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50mila. Ancora l’AP riferiva che il Dipartimento di Stato americano, il 21 agosto, aveva chiesto al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica del funzionario affermando, però, in seguito che la richiesta era stata respinta tre giorni dopo.

    La Sala Stampa vaticana – chiedendo di mantenere il «massimo riserbo» sull’intera faccenda – sottolineava invece che, una volta ricevute le informazioni dal governo statunitense, la Segreteria di Stato non ha esitato a trasmetterle al Promotore di Giustizia il quale ha aperto un’indagine in merito, avviando anche una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi a questo caso che torna a scuotere i più alti piani della diplomazia pontificia.

    http://www.lastampa.it/2017/09/29/vaticaninsider/ita/vaticano/il-canada-emette-un-mandato-darresto-per-il-diplomatico-vaticano-indagato-per-pedofilia-Iok2A9sFTa5EK4dR3BgCSJ/pagina.html

  • Che fine ha fatto la relazione che il Vaticano doveva consegnare il 1 settembre al Comitato ONU sui Diritti del Fanciullo?

    Che fine ha fatto la relazione che il Vaticano doveva consegnare il 1 settembre al Comitato ONU sui Diritti del Fanciullo?

    Il 1° settembre scorso la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere all’ONU riguardo le violazioni che il Comitato sui Diritti del Fanciullo gli aveva contestato nel 2014. (Leggi la relazione)

    La Santa Sede sottoscrisse e ratificò la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo del 1989 ma non si adeguò mai a quella convenzione, ne consegnò mai i rapporti periodici. Così nel luglio del 2013 il Comitato ONU sui Diritti del Fanciullo interroga il Vaticano, in realtà già recidivo e inadempiente ad una precedente raccomandazione risalente al 1995.

    Nell’ultimo report l’ONU raccomandava al Vaticano non solo interventi atti a prevenire il fenomeno, ma anche adeguamenti al codice canonico, alcuni in collaborazione con il Governo Italiano al fine di modificare quelle parti dei Patti Lateranensi che sollevano i vescovi dall’obbligo della denuncia, punto fondamentale per impedire che questi continuino ad insabbiare.

    Duole constatare che a un mese esatto dalla scadenza di quel termine, non solo nessuno ricordi più quanto emerso nel 2014, ma cosa peggiore, che nessuno vada a chiedere conto a Bergoglio del perché a fronte dei suoi quotidiani proclami non abbia attuato una sola di quelle raccomandazioni.

    Tra le principali che si leggono nelle Osservazioni conclusive dell’ONU sul secondo rapporto periodico della Santa Sede;

    Diritto a conoscere e a essere curati dai genitori (pag.6)

    1. Il Comitato raccomanda che la Santa Sede accerti il numero di bambini nati dai preti cattolici, scopra chi sono e prenda tutte le misure necessarie per garantire il diritto di questi bambini di conoscere ed essere curati dai loro padri, come appropriato. Il Comitato inoltre raccomanda che la Santa Sede garantisca che i religiosi non impongano più accordi di riservatezza quando dotano le madri con piani finanziari per mantenere i loro figli.

    Sfruttamento e abuso sessuale (pag. 9)

    1. Il Comitato accetta la dichiarazione della Santa Sede circa l’importanza di stabilire la verità di ciò che è accaduto nel passato, per adottare i necessari provvedimenti per impedire che ciò accada ancora, per assicurare che i principi di giustizia siano pienamente rispettati e, soprattutto, per portare riparazione alle vittime e a tutti quelli colpiti da questi enormi crimini. In questa prospettiva, Il Comitato sollecita fortemente la Santa Sede a:

    (a) Assicurare che la Commissione creata nel dicembre del 2013 investigherà in maniera indipendente tutti i casi di abuso sessuale su bambino così come le condotte della gerarchia cattolica nell’occuparsi di essi. La Santa Sede dovrebbe considerare di invitare la società civile e le organizzazioni delle vittime a unirsi a questa Commissione e gli apparati internazionali per i diritti umani a supportare il suo lavoro. Le risultanze di questa investigazione dovrebbero essere rese pubbliche e servire a prevenire il ripetersi dell’abuso sessuale su bambino all’interno della Chiesa cattolica;

    (b) Rimuovere immediatamente tutti coloro che sono noti e sospetti autori di abuso sessuale su bambino dai loro incarichi e rinviare la questione alle pertinenti autorità per l’applicazione della legge per le investigazioni e i fini di azione giudiziaria;

    (c) Assicurare una trasparente condivisione di tutti gli archivi che possono essere usati per tenere gli autori degli abusi responsabili così come quelli che hanno nascosto i loro crimini e scaltramente hanno posto gli offensori in contatto con i fanciulli;

    (d) Emendare il Codice canonico affinché l’abuso sessuale su bambino sia considerato come i crimini e non come “delitto contro la morale” e abrogare tutte le disposizioni che possono imporre un obbligo di silenzio sulle vittime e su tutti quelli che vengono a conoscenza di tali crimini:

    (e) Stabilire chiare regole, apparati e procedure per la denuncia obbligatoria di tutti i casi sospetti di abuso e sfruttamento sessuale del bambino alle autorità per l’applicazione della legge;

    (f) Assicurare che tutti i preti, il personale religioso e gli individui che lavorano sotto l’autorità della Santa Sede siano resi edotti dei loro obblighi di denuncia e del fatto che in caso di conflitto, questi obblighi prevalgono sulle disposizioni del codice canonico;

    (g) Sviluppare programmi e politiche per la prevenzione di tali crimini e per il ristabilimento e la reintegrazione sociale delle vittime bambino, in accordo con i documenti conclusivi adottati dai Congressi Mondiali contro lo Sfruttamento Sessuale dei Bambini del 1996, 2001 e 2008, tenuti a Stoccolma, Yokohama e Rio de Janeiro, rispettivamente;

    (h) Sviluppare programmi di educazione preventiva per innalzare la consapevolezza dei fanciulli sull’abuso sessuale e per insegnare loro le necessarie capacità tramite le quali proteggere se stessi; e

    (i) Considerare di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Protezione dei Bambini contro lo Sfruttamento Sessuale e l’Abuso Sessuale.

    Vittime e testimoni di crimini minorenni (pag. 14)

    1. Il Comitato esprime grave preoccupazione per il fatto che nel trattare con le vittime minorenni di differenti forme di abuso, la Santa Sede ha posto sistematicamente la preservazione della reputazione della Chiesa e dei presunti offensori al disopra della protezione delle vittime minorenni. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che mentre la Santa Sede ha riconosciuto nelle sue risposte scritte e durante i dialoghi interattivi la fondamentale competenza dell’autorità giudiziaria, essa ha continuato ad affrontare questi casi per mezzo di processi basati sul Codice canonico che non contiene disposizioni per la protezione, il supporto, la riabilitazione e il risarcimento delle vittime minorenni. Il Comitato è inoltre particolarmente preoccupato del fatto che:

    (a) Le vittime minorenni e le loro famiglie siano state spesso biasimate dalle autorità religiose, discreditate e scoraggiate dal portare avanti le loro denuncie e in certi casi umiliate, come annotato soprattutto dal Grand Jury in Westchester, dalla commissione Ryan in Irlanda e dalla Commissione Winter in Canada;

    (b) La segretezza sia stata imposta sulle vittime minorenni e sulle loro famiglie come una precondizione della compensazione finanziaria; e

    (c) Ancorché essa ha esteso i propri limiti per la prescrizione, la Santa Sede ha in certi casi intralciato gli sforzi compiuti in certi Paesi per estendere i loro limiti per la prescrizione dei reati di abuso sessuale su minore.

    1. 61. Il Comitato raccomanda che in questioni riguardanti il trattamento di vittime e testimoni minorenni, la Santa Sede dovrebbe essere guidata dal rispetto per i migliori interessi del fanciullo e dalle linee guida sulla giustizia in questioni che coinvolgono vittime e testimoni di crimini minorenni (si veda la risoluzione 2005/20 del Consiglio Economico e Sociale, allegata). Il Comitato sollecita la Santa Sede a:

    (a) Sviluppare procedure complessive per l’identificazione precoce delle vittime minorenni di abusi sessuali e di altre forme di abuso;

    (b) Assicurare accessibili, confidenziali, amichevoli verso il bambino ed efficaci canali di denuncia per fanciulli che sono vittime o testimoni di abusi sessuali e assicurare che le vittime minorenni di abuso sessuale o qualsiasi altro crimine siano protetti da futuri abusi e da rappresaglia quando denunciano gli abusi. I genitori dovrebbero ottenere assistenza nel portare gli abusi sofferti dai loro fanciulli di fronte ai tribunali.

    (c) Assicurare che le vittime e i testimoni di crimini minorenni siano provvisti di supporto psico-sociale per la loro riabilitazione e reintegrazione e che tali misure non divengano clausole condizionali su un accordo confidenziale che impedisca ai fanciulli di fare denuncia alle autorità nazionali per l’applicazione della legge;

    (d) Fornire risarcimento alle vittime di abuso sessuale commesso da individui e istituzioni sotto l’autorità della Santa Sede senza imporre nessun obbligo di riservatezza sulle vittime e stabilire uno schema di risarcimento per le vittime secondo questo punto di vista;

    (e) Promuovere la riforma delle norme sulla prescrizione nei Paesi dove esse ostacolano le vittime di abuso sessuale su minorenne dal chiedere giustizia e risarcimento; e

    (f) Condurre attività di innalzamento della consapevolezza per combattere la stigmatizzazione delle vittime di sfruttamento e abuso sessuale.

    1. Ratifica degli strumenti internazionali sui diritti umani
    2. Il Comitato raccomanda che la Santa Sede, allo scopo di rafforzare ulteriormente la realizzazione dei diritti dei fanciulli, ratifichi gli essenziali strumenti sui diritti umani dei quali non è ancora Parte contraente, cioè il Protocollo Opzionale alla Convenzione su Diritti del Fanciullo su una procedura per le comunicazioni, la Convenzione sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e la Convenzione sui Diritti Civili e Politici e i loro Protocolli Opzionali così come la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne e il suo Protocollo Opzionale, la Convenzione sulla protezione dei diritti di Tutti i Lavoratori Migranti e i Membri delle loro Famiglie, la Convenzione sui Diritti delle Persone portatrici di Disabilità e il suo Protocollo Opzionale, la Convenzione per la Protezione di Tutte le Persone dalla Sparizione Forzata e il Protocollo Opzionale alla Convenzione contro la Tortura e gli altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti.
    3. Ulteriori osservazioni e diffusione (pag 16)
    4. Il Comitato raccomanda che la Santa Sede prenda tutte le appropriate misure per assicurare che le presenti raccomandazioni siano pienamente implementate tramite, inter alia, la loro trasmissione al Papa, alla Curia, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, alla Congregazione per l’Educazione Cattolica, alle Istituzioni Sanitarie Cattoliche, al Concilio Pontificio per la Famiglia così come alle conferenze episcopali dei vescovi, agli individui e alle istituzioni funzionanti sotto l’autorità della Santa Sede per le appropriate considerazioni e ulteriori azioni.
    5. Alla luce dell’articolo 45 (a) e (b) della Convenzione, il Comitato raccomanda che la Santa Sede consideri di cercare il parere esperto, tra gli altri, dal Relatore Speciale sulla vendita dei fanciulli, la prostituzione del fanciullo e la pornografia del fanciullo, dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla violenza contro i fanciulli e dal Relatore Speciale sulla tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti nell’implementazione delle raccomandazioni del Comitato relative all’abuso sessuale e allo sfruttamento.
    6. Il Comitato inoltre raccomanda che il secondo rapporto periodico e le risposte scritte dello Stato Parte e le relative raccomandazioni (osservazioni conclusive) siano rese ampliamente disponibili, incluso (ma non esclusivamente) attraverso Internet, al più vasto pubblico, alle organizzazioni della società civile, ai mezzi di informazione, alle associazioni giovanili, alle associazioni professionali e ai fanciulli, allo scopo di generare dibattito e consapevolezza della Convenzione e della sua implementazione e controllo.
    7. Prossimo rapporto
    8. Il Comitato invita la Santa Sede a presentare il suo rapporto periodico combinato dal terzo al sesto entro il primo settembre 2017 e ad includere in esso le informazioni sull’implementazione delle presenti osservazioni conclusive. Il Comitato richiama l’attenzione al suo trattato-specifico armonizzato di linee guida per il rapporto adottato il primo ottobre 2010 (CRC/C/58/Rev.2 and Corr. 1) e ricorda allo Stato Parte che i futuri rapporti dovrebbero essere in conformità con le linee guida e non eccedere le 60 pagine. Il Comitato sollecita lo Stato Parte a presentare il suo rapporto in accordo con le linee guida. In accordo con la risoluzione dell’Assemblea Generale 67/167 del 20 dicembre 2012, nel caso che un rapporto eccedente la limitazione del numero massimo di pagine sia presentato, allo Stato Parte sarà richiesto di rivedere e ripresentare il rapporto in conformità con le sopra menzionate linee guida. Il Comitato ricorda allo Stato Parte che se esso non è nella condizione di rivedere e ripresentare il rapporto, la traduzione del rapporto ai fini della verifica del corpo del trattato non può essere garantita.

    Abbiamo aspettato un mese prima di denunciare questo ennesimo silenzio per dare modo di escludere ragionevoli ritardi della Santa Sede nel rispondere al Comitato ONU sui Diritti del Fanciullo.

    Un silenzio che ancora una volta è termometro dell’inaffidabilità della Santa Sede nell’affrontare il problema a fronte di una campagna mediatica truffaldina dietro la quale si stanno producendo ancora vittime e che si riduce “tolleranza” per gli orchi e “zero” per le vittime e la prevenzione.

    Papa Francesco, nulla da dichiarare?

    di Francesco Zanardi @zanardifra

    Portavoce della Rete L’ABUSO

    Traduzione amatoriale di Fiorenzo Nacciariti Relazione Comitato sui Diritti del Fanciullo

  • Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare la piaga degli abusi sessuali sui minori. In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare e prevenire la piaga degli abusi sessuali sui minori. La finalità è “accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi”.

    Non ci sono numeri precisi

    In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani che sono stati individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede istituito presso la Congregazione per la Dottrina della Fede per essere giudicati. Non ci sono numeri e non ci sono statistiche. Il segretario della Cei, Nunzio Galantino ha suggerito ai giornalisti che chiedevano ieri una “valutazione numerica” sul fenomeno italiano, di svolgere da soli le indagini: “Fate voi le ricerche”.

    Gruppo di lavoro della Cei

    I membri del Consiglio permanente della Cei “avvertono come prioritario concerne la sfera della prevenzione” della pedofilia “e della formazione” in materia di abusi sessuali sui minori. Per questo, ha spiegato in conferenza stampa mons. Nunzio Galantino illustrando il comunicato stampa finale della riunione del “parlamentino” dell’episcopato, la prima sotto la guida del cardinale Gualtiero Bassetti, “hanno salutato con favore la recente costituzione, presso la Segreteria Generale, di un gruppo di lavoro, dal profilo multidisciplinare, attento ad approfondire tanto gli ambiti educativi e organizzativi, quanto quelli di carattere più giuridico e comunicativo.

     

    La finalità è quella di accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi. I Vescovi hanno evidenziato come da un simile impegno possa venirne beneficiata tanto la Chiesa, in termini di fiducia e credibilità, quanto il più ampio contesto sociale. Su proposta della Presidenza, il Consiglio Permanente ha designato Sua Eccellenza mons. Lorenzo Ghizzoni (psicologo oltre che vescovo, ndr.) quale referente della CEI per la Pontificia Commissione per la tutela dei minori” guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley. La commissione parteciperà al convegno sugli abusi sessuali nella Chiesa ospitato la prossima settimana dalla Pontificia università Gregoriana.

    Cambio di mentalità?

    I Vescovi, si legge ancora nel comunicato finale, “nel presentare tali iniziative, hanno dato voce alla necessità di favorire in maniera decisa un cambio di mentalità e di atteggiamenti, anche sulla scorta dei continui richiami del Santo Padre. Si tratta di un percorso che intendono portare avanti congiuntamente con i referenti del mondo dei religiosi”.

    http://www.today.it/cronaca/cei-gruppo-lavoro-contro-pedofilia.html

     

  • Canada, mandato d’arresto per monsignor Carlo Capella

    Canada, mandato d’arresto per monsignor Carlo Capella

    È indagato per pedopornografia. All’inizio di settembre è stato richiamato in Vaticano. 

    Nuove spine per il Vaticano: la polizia canadese ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del diplomatico della Santa Sede monsignor Carlo Alberto Capella, che si trova in Vaticano dove è già indagato per pedopornografia, dopo essere stato richiamato da Washington all’inizio di settembre.

    ACCUSATO DI DISTRIBUZIONE DI MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO. La polizia di Windsor, scrivono i media locali, lo accusa di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, scaricato durante un soggiorno che il prete ha fatto in Canada tra il 24 e il 27 dicembre. In Vaticano, spiegano fonti qualificate, si è a conoscenza dell’esistenza del mandato, ma al momento non risulta pervenuta alcuna richiesta ufficiale di arresto. In ogni caso, confermano le stesse fonti, per ora il prelato rimane ai domiciliari Oltretevere, in attesa che vengano fornite le prove dell’accusa fatta dalla polizia canadese.

    LA DIOCESI HA COLLABORATO. L’inchiesta a cui fa riferimento il mandato d’arresto è iniziata con una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. La diocesi di London, in Ontario, ha reso noto attraverso un comunicato del suo portavoce di aver ricevuto una richiesta di aiuto per l’indagine. Assistenza che è stata data, in relazione alle possibili violazioni della legge sulla pornografia infantile fatte da monsignor Capella usando «l’indirizzo di un computer in una chiesa locale». Il portavoce ha aggiunto che la diocesi non farà ulteriori commenti.

    MASSIMO RISERBO DALLA SANTA SEDE. La vicenda di monsignor Capella è emersa il 15 settembre, quanto si è venuto a sapere che il promotore di giustizia vaticano ha aperto un fascicolo nei confronti del diplomatico in servizio presso la nunziatura di Washington, dopo che lo scorso 21 giugno il Dipartimento degli Stati Uniti aveva notificato il possibile reato. Sull’indagine finora la Santa Sede ha mantenuto il massimo riserbo. Il reato di pedopornografia è previsto dalla Santa Sede nella legge numero VIII del 2013. Il Promotore di giustizia del Vaticano ha già reso noto nei giorni scorsi che, con l’apertura dell’indagine, è «stata già avviata una collaborazione a livello internazionale, al fine di raccogliere elementi relativi al caso».

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2017/09/29/canada-mandato-darresto-per-monsignor-carlo-capella/214173/