Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi: vescovi Australia, “no” alla proposta della Royal Commission di rompere il “sigillo sacramentale della confessione”

    Abusi: vescovi Australia, “no” alla proposta della Royal Commission di rompere il “sigillo sacramentale della confessione”

    I vescovi australiani ribadiscono il loro impegno “assoluto” a combattere lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa e la piena collaborazione con le autorità ma dicono no, in nome della libertà di religione, alla “Raccomandazione” proposta dalla Royal Commission di non rispettare il “sigillo della confessione” (ovvero il segreto in confessionale) e di presentare denuncia alle autorità qualora un prete si trovi di fronte a un’ammissione di abuso durante la confessione.

    “La Confessione nella Chiesa cattolica – scrive in un comunicato l’arcivescovo di Melbourne, Denis J Hart, presidente della Conferenza episcopale australiana – è un incontro spirituale con Dio attraverso il prete. È una parte fondamentale della libertà di religione ed è riconosciuta dalla Legge in Australia e in molti altri Paesi. Deve rimanere così anche qui nel nostro Paese. Al di fuori di essa, ogni offesa contro i bambini deve essere denunciata alle autorità. Siamo assolutamente impegnati a fare questo”.

    La presa di posizione della Conferenza episcopale giunge in seguito alla presentazione da parte della Royal Commission – istituita in Australia per fare luce e rispondere in maniera istituzionale alla piaga degli abusi sessuali contro i bambini – di 85 Raccomandazioni volte a riformare il sistema penale australiano per favorire le vittime di abuso.

    Nel Report presentato il 14 agosto, la Royal Commission scrive – alla Raccomandazione n. 35 – che non ci debbano essere “alcune scuse, protezione o privilegio” riguardo alla divulgazione di informazioni ricevute anche nel corso di una confessione religiosa. “Capiamo – scrive la Commissione – il significato della confessione religiosa, in particolare, l’inviolabilità del sigillo confessionale alle persone di alcune fedi, in particolare alla fede cattolica. Tuttavia, abbiamo la prova di un numero di casi in cui le rivelazioni di abusi sessuali su minori sono state fatte nella confessione religiosa, da parte sia delle vittime sia dei responsabili. Siamo consapevoli del fatto che la confessione è un luogo in cui i bambini cattolici svelano di aver subito abuso sessuale e in cui il clero ammette un comportamento abusivo per affrontare la propria colpa. Abbiamo anche la prova che i responsabili che hanno confessato di aver abusato sessualmente, hanno continuato a fare del male e hanno cercato poi di essere nuovamente perdonati”.

    Riguardo poi alla libertà di religione, la Commissione scrive che “il diritto non è assoluto” e che la stessa Convenzione internazionale, all’articolo 18, afferma che la libertà di religione può essere soggetta a limitazioni previste dalla legge qualora siano necessarie per proteggere la libertà altrui, la pubblica sicurezza, l’ordine e la salute.

    Non è la prima volta che in Australia si discute sull’inviolabilità del segreto in confessionale. La questione fu sollevata anche nel 2012, quando la Commissione Reale di inchiesta fu istituita. Ora la proposta è messa nero su bianco. Le Raccomandazioni sono il frutto di quattro anni d’inchiesta a vasto raggio che hanno fatto emergere circa 4.440 casi di pedofilia commessi, tra il 1980 e il 2010, nei quali 1.880 sacerdoti (il 7% dei preti australiani) risultano coinvolti. È la stessa inchiesta che ha chiamato da Roma anche il cardinale George Pell.

    https://agensir.it/quotidiano/2017/8/16/abusi-vescovi-australia-no-alla-proposta-della-royal-commission-di-rompere-il-sigillo-sacramentale-della-confessione/

  • ADDIO AL SEGRETO CONFESSIONALE?/ La Confessione non sarà più “inviolabile” per alcuni tipi di reato

    ADDIO AL SEGRETO CONFESSIONALE?/ La Confessione non sarà più “inviolabile” per alcuni tipi di reato

    Addio al segreto confessonale? Il caso in Australia: la Commissione Real contro gli abusi chiede che i preti possano essere condannati per silenzi su atti pedofili uditi in confessione

    Nel 2014 era stata la Chiesa Anglicana d’Australia ad abolire il segreto confessionale per reati gravi, ora è invece la Chiesa Cattolica ad essere messa nel mirino dopo i gravi casi di abusi sui minori per cui molti preti e vescovi sono accusati di aver effettuato/tenuto nascosto tra gli anni Ottanta e il Duemila. La novità clamorosa arriva dalla Commissione Reale Istituzionale per gli abusi sessuali sui minori, istituita nel 2012, che nella propria relazione ha proposto ai vari stati e territori australiani di apportare una nuova legislazione che punisca i sacerdoti che “coprono” gli abusi pedofili per non venire meno al segreto confessionale. «Il diritto di praticare le proprie credenze religiose deve accogliere l’obbligo della società civile di garantire la sicurezza di tutti e, in particolare, la sicurezza dei bambini da abusi sessuali», scrive la Commissione australiana nel report che ha già fatto il giro del mondo per le pesanti conseguenze che potrebbero comportare a livello religioso e sociale. In sostanza, viene chiesto al Governo di rendere i preti condannabili penalmente qualora non vogliano collaborare con le autorità dopo aver appreso in confessione dell’abuso sui minori dei colpevoli. «Le istituzioni dirette a prendersi cura e fornire servizi per i bambini, comprese le istituzioni religiose, devono offrire un ambiente in cui i bambini sono sicuri dall’abuso sessuale. La segnalazione di informazioni rilevanti per l’abuso sessuale dei minori alla polizia è fondamentale per garantire la sicurezza dei bambini».

    LA REPLICA DELLA CHIESA CATTOLICA AUSTALIANA

    Il problema dei reati anche gravissimi come la pedofila o l’omicidio e la relativa confessione nel segreto tra peccatore e sacerdote è uno di quelli che da anni fanno interrogare anche i vertici della Chiesa Cattolica mondiale. Il diritto canonico infatti è chiarissimo: i preti non possono mai rompere il sigillo del confessionale, anche sotto minaccia di morte, pena l’immediata e automatica scomunica. La riservatezza del peccato e delle confessioni è uno dei capisaldi della religione cattolica fin dai tempi delle predicazioni di Gesù: rendere i preti accusabili e condannabili qualora non rivelino le confessioni pervenute su reati pur gravissimi rischia dunque di vedere sconvolta la “regola” tra confessore e penitente. «La confessione nella Chiesa Cattolica è un incontro spirituale con Dio attraverso il sacerdote. È una parte fondamentale della libertà di religione, ed è riconosciuta nella Legge dell’Australia e in molti altri paesi. Deve rimanere qui in Australia», spiega con forza l’arcivescovo di Melbourne, Denis J Hart, sotto forma di dura replica alla richiesta della Commissione Reale. Resta l’impegno, come garantito con nettezza dagli ultimi due papati di Benedetto XVI e Francesco, della Chiesa di aiutare in qualsiasi modo e forma la segnalazione degli abusi e dei gravissimi casi di pedofilia sia interni che esterni alla Chiesa. «Al di fuori di questo tutti i reati contro i bambini devono essere segnalati alle autorità e siamo assolutamente impegnati a farlo», conclude l’arcivescovo di Melbourne che ribadisce come abolire il segreto confessionale, seppure in alcuni casi particolari, possa essere l’inizio di una deriva che riporterebbe a tempi passati e molto bui dove lo Stato aveva potere di veto sull’esperienza personale e religiosa di ogni singolo fedele.

  • Abusi nella setta, la Procura:  “Minori indotte alla prostituzione”

    Abusi nella setta, la Procura: “Minori indotte alla prostituzione”

    Soldi dopo gli abusi sessuali, ma secondo il Gip non è sufficiente per contestare il reato.

    CATANIA – L’ipotesi choc è agli atti della magistratura, c’è un apposito capo d’accusa nel procedimento sugli abusi sessuali all’interno della Setta di Lavina guidata da Pietro Capuana: l’ipotesi, contestata dalla Procura, è di induzione alla prostituzione delle minorenni.

    L’accusa scaturisce dalle testimonianze delle vittime che hanno raccontato che “quando si comportavano bene e, di regola, dopo aver intrattenuto con Capuana rapporti sessuali, venivano remunerate con piccole somme di denaro oscillanti tra 5 e 20 euro.

    IL PRIMO VERBALE – Una delle vittime ha denunciato che quando non faceva il “turno”, cioè non si concedeva al santone Capuana, veniva “rimproverata” dallo stesso “Arcangelo” e da Fabiola Raciti, “asserendo che il Signore era a conoscenza di quanto facessero e che non c’era nulla di male perché erano atti spirituali: “Se non lo facevo mi trattava male e mi faceva rimproverare da tutte le ragazze e da Fabiola Raciti, le quali mi dicevano che il Signore era a conoscenza di quello che facevamo e che erano atti spirituali”. Proprio per questo la minorenne racconta di aver trovato il coraggio per allontanarsi dalla setta. “Io mi sentivo costretta, non ne potevo più, così a ottobre 2015 mi sono allontanata, ho iniziato da quel momento a ricevere telefonate da parte di Fabiola Raciti e delle ragazze che facevano il turno per convincermi a tornare. Mi chiamavano anche di notte, un pomeriggio, dopo pochi giorni dal mio allontanamento Fabiola si è presentata sotto casa mia per convincermi a tornare. Sono quindi rientrata in turno perché non ce la facevo a reggere tutta quella pressione”. “Dopo il turno – racconta la minore ai magistrati – Capuana mi dava dei soldi, 10/20 euro, non mi diceva perché me li dava”

    IL SECONDO VERBALE – Agli atti del procedimento 12 apostoli ci sono anche i verbali della minore, di cui Livesicilia si è occupata, che ha denunciato di essere stata abusata a 11 anni e di essere stata costretta ad assumere, tra i 12 e i 13 anni, anticoncezionali e, in un caso, la pillola del giorno dopo. La minore parla delle pressioni ricevute dalle tre “donne” che attorniavano il santone. “Capuana mi condizionava – si legge nei verbali della minore – asserendo che fosse il diavolo che mi voleva portare via e questo mi dava grandi problemi perché mi metteva in crisi”. La minore cede alle pressioni quando Capuana la paragona a un camion che raccoglie spazzatura e dice alle altre ragazze: “Vedete, la spazzatura viene portata via…”. Nel meccanismo perverso e, secondo la magistratura “criminale”, alla base dei comportamenti della setta di Lavina, c’erano anche le multe: “Quando qualcuno si comportava male – racconta la minore – Capuana gli comminava una multa in denaro”. Multe anche da 1.000 euro. “Per converso – aggiunge la vittima – quando riteneva che noi ragazze ci comportavamo bene, nelle occasioni in cui stavamo con lui, ci regalava del denaro, circa 5/10 euro, che a me corrispondeva quasi sempre, dopo il rapporto sessuale, tranne quando era seccato con me”.

    INTERVIENE IL GIP – Il giudice Francesca Cercone, basandosi sugli atti giudiziari, ritiene che gli abusi sessuali scaturissero non dalla promessa o dall’aspettativa del pagamento di una cifra, ma dalla “costrizione”. Cioè gli abusi sarebbero stati “svincolati dal mercimonio della prestazione”. Le minori, anche di 10, 11 e 12 anni, accettavano di subire abusi sessuali non perché subito dopo ricevevano regalie e somme di denaro, ma perché costrette o “indotte, essendo state le vittime completamente soggiogate al volere dell’indagato grazie all’attività di plagio dello stesso posta in essere con la collaborazione delle sue fidatissime collaboratrici”.

    Per questo, il reato di induzione alla prostituzione non sarebbe fondato: sarebbe prevalente la costrizione nella determinazione degli abusi.

  • Abusi nella setta, sequestrate  765 lettere “firmate da minori”

    Abusi nella setta, sequestrate 765 lettere “firmate da minori”

    CATANIA – Settecentosessantacinque lettere con messaggi a sfondo sessuale e post-it, firmate – secondo quanto ipotizza la procura – da adolescenti “minorenni” e indirizzate al santone Piero Capuana, sono state sequestrate nell’abitazione di Rosaria Raciti, una delle tre donne arrestate all’interno della maxi inchiesta sugli abusi sessuali nella setta di Aci Bonaccorsi con 5.000 adepti. La Procura di Catania ha eseguito perquisizioni e sequestri nelle abitazioni del “santone” della setta e in quelle delle tre “sacerdotesse”. Le abusate avrebbero età compresa tra i 10 e i 17 anni e la magistratura sta cercando di comprendere quale sia il reale numero delle vittime in quasi 25 anni di abusi.

    Il dato inquietante, secondo le ipotesi investigative della magistratura, è che molte vittime di abusi sarebbero state invitate a scrivere una lettera “d’amore”indirizzata al santone per evitare ogni sospetto e, al momento opportuno, ricattare la vittima. Non a caso, probabilmente, Capuana custodiva le lettere in una cassetta di sicurezza, nella sua casa. La magistratura ha sequestrato “numerose lettere d’amore indirizzate al Capuana e vergate dalle minori indicate come abituali partecipanti ai turni”.

    Un dato rilevante – secondo la magistratura – che emerge dai sequestri, è la data di San Valentino del 1999 posta in calce a una lettera, fatto che testimonierebbe che gli abusi sessuali venivano commessi da più di 18 anni.

    Tra le minori che scrivono al santone, c’è anche la figlia di personaggi importanti: “Voglio fare tutto con te – scrive al santone – voglio fare il turno e voglio stare con te e vicino a te. Ti voglio proteggere sempre e mi sento me stessa quando sono con te. Ti amo da morire…”.

    Il santone avrebbe plagiato le vittime grazie anche all’opera di persuasione portata avanti dalle tre donne finite ai domiciliari.

    In questo momento gli inquirenti stanno verificando quale sia il reale numero delle vittime e se a ciascuna vittima corrisponda una lettera a sfondo sessuale scritta al santone. La parte più corposa del sequestro è avvenuta nella casa di Rosaria Raciti, altra donna arrestata. Si tratta di “765 lettere a firma di nomi femminili – scrivono gli inquirenti – e numerosi post-it, scritti dalle ragazze e sottoscritti verosimilmente per ricevuta dalla stessa Raciti, recanti frasi d’amore e passione per il Capuana, in cui viene espressamente attestata la volontà delle minori di fare l’amore con l’uomo”.

    “Farò l’amore con te – scrive una minore in una lettera controfirmata dalla sacerdotessa – così il mio cuore sarà più libero e pieno di purezza e felicità”.

    Ci sono anche due coniugi che autorizzano per iscritto la figlia “a frequentare l’abitazione del Capuana e della moglie, declinando ogni responsabilità sugli stessi”. Si tratta di un “rinvenimento – scrivono gli inquirenti – particolarmente significativo perché riscontra pienamente le dichiarazioni rese dalla stessa donna al magistrato: “Ricordo – si legge nel verbale – che Cettina, la moglie di Teodoro, mi fece firmare un foglio dove io dichiaravo di essere a conoscenza che trascorreva del tempo a casa del Capuana, anche insieme alla di lui moglie Giusy”.

    Le indagini sono condotte dalla polizia postale sotto il coordinamento del Pm Marisa Scavo e del procuratore Capo Carmelo Zuccaro.

    http://catania.livesicilia.it/2017/08/05/abusi-nella-setta-sequestrate-765-lettere-firmate-da-minori_427636/

  • Lettera alla Redazione – LE SANZIONI NELLA CHIESA

    Lettera alla Redazione – LE SANZIONI NELLA CHIESA

    Buongiorno, seguo da tempo i vostri articoli e, come cattolica, vi ringrazio per l’onestà con la quale riportate i fatti e approfondite questo tema così doloroso.

    La piaga della pedofilia è purtroppo affrontata con troppa superficialità e scarsissima efficacia (per non dire assolutamente nulla) da parte dei vertici della Chiesa. I documenti ufficiali della Chiesa cattolica (Lettera circolare per la preparazione delle Linee Guida , Linee guida , Motu Proprio, dichiarazioni importanti dei vari Papi) lascerebbero pensare che vi è una grande attenzione verso questo tema, ma nella pratica il problema rimane: finché non vi sarà l’obbligo di denunciare alla Procura della Repubblica e finché non verrà riconosciuta la responsabilità di chi pur sapendo non reagisce con determinazione (o peggio: mette nuovamente il sacerdote nelle condizioni di commettere ancora questi abomini), ogni scritto o parola dei vertici della Chiesa sarà totalmente inutile.

    E questo lo riconosco con immenso dolore, con il desiderio di continuare ad amare questa Chiesa nella quale sono cresciuta, con la speranza che questa ritorni ad essere credibile.

    Oggi ho deciso di scrivervi perché mi ha colpito moltissimo un particolare di uno dei vostri ultimi articoli riportati: “Abusi nella setta, le intercettazioni. Un sacerdote avvisò gli indagati”.

    Dall’articolo si apprende che dalle intercettazioni sarebbe emerso che un sacerdote avrebbe dato delle informazioni ricevute durante il Sacramento della Confessione. Se questo fosse vero, come si evince dal Codice di Diritto Canonico all’art. 1388, non ci sono storie: QUESTO SACERDOTE incorre nella SCOMUNICA LATAE SENTENTIAE riservata alla Sede Apostolica.

    In un altro documento ufficiale  si legge che “L’istruzione Crimen Sollicitationis … istituire una procedura che permettesse di rispondere a quella situazione del tutto singolare e particolarmente delicata che è la confessione, in cui alla completa apertura dell’intimità dell’anima da parte del penitente corrisponde, per la legge divina, il dovere di assoluta riservatezza da parte del sacerdote”.

    Non c’è tanto da interpretare! Il segreto confessionale non può essere violato!

    Ma quello che appare chiaro in questo articolo, è che quel sacerdote avrebbe violato il segreto confessionale, NON per una IPOTETICA BUONA CAUSA (es. per denunciare un delitto di cui sarebbe venuto a conoscenza in confessione), che comunque non è prevista nel Codice di Diritto Canonico, BENSI’ PER AVVISARE DEI PRESUNTI PEDOFILI DELLE INDAGINI A LORO CARICO!

    Non è criminale questo comportamento? Io non lo so da un punto di vista legale … ma moralmente OFFENDE PROFONDAMENTE chi vuole con tutto il cuore rimanere cattolico.

    Questo sacerdote sarà davvero scomunicato dalla Sede Apostolica? Come cattolica me lo aspetto. Come cattolica mi aspetto di poter continuare a confessarmi con la certezza che quello che dico rimarrà tra me, il sacerdote e Dio. Un Sacramento non è uno scherzo: un sacerdote dovrebbe saperlo.

    Grazie per l’attenzione

  • La setta degli abusi, i verbali “Minore costretta ad abortire”

    La setta degli abusi, i verbali “Minore costretta ad abortire”

    CATANIA – Dopo il compimento degli 11 anni scattava l’obbligo di assumere anticoncezionali, in un caso, la vittima degli abusi del cosiddetto “Arcangelo” Piero Capuana, capo della setta di Aci Bonaccorsi, sarebbe stata costretta ad ingoiare la pillola del giorno dopo. Il dramma che emerge dai racconti delle vittime “plagiate” – secondo la ricostruzione della magistratura – è che le minorenni mentre vivevano l’inferno erano convinte di avvicinarsi al paradiso.

    Sarebbe questo il risultato dell’operato “criminale” dei vertici della setta, tre donne e, appunto, Capuana. Mario Brancato, il suo legale di fiducia, contattato da Livesicilia assicura di riuscire a smontare “una parte consistente della accuse grazie alle indagini difensive effettuate negli ultimi mesi”. La battaglia legale sarà dura, la Procura, oltre alle testimonianze “tutte concordanti” di quelle che, fino a questo momento, sono considerate “vittime” della setta, ha in mano le intercettazioni che immortalano il tentativo, recentissimo, di convincere una minore a concedersi completamente a Capuana.

    I VERBALI – Il contenuto è raccapricciante, non può essere pubblicato integralmente. “Capuana mi ha fatto spaventare dicendo che se non obbedivo sarebbero accadute cose brutte a me e alla mia famiglia perché non volevo l’amore spirituale ma ero indemoniata”. Gli abusi sarebbero stati commessi anche alla presenza della moglie di Capuana, davanti alla quale “si faceva lavare da noi ragazze”. In altri momenti, le minori “selezionate” dai tre “arcangeli”, venivano indotte a subire abusi sessuali di ogni tipo. Le bambine sarebbero state costrette a pratiche inenarrabili. I casi agli atti della magistratura sono numerosi, una adolescente di 11 anni sarebbe stata costretta ad assumere anticoncezionali e la pillola del giorno dopo per provocare l’aborto, una minore di 13 anni sarebbe stata abusata e una bambina di 10 anni molestata. “Eravamo a mare, avevo solo 10 anni…mentre eravamo al mare il Capuana faceva il bagno insieme a me e dapprima mi ha abbracciato, poi mi ha palpato le parti intime che erano nascoste dall’acqua. Sono rimasta impietrita dalla paura e dall’imbarazzo, ho aspettato che si avvicinassero gli altri e sono scappata”.

    LE LETTERE –  Tutto avveniva all’interno di un percorso perverso mascherato dalla religiosità. “La Raciti e la Giuffrida erano suoi apostoli – si legge nei verbali – ci veniva anche imposto di scrivere delle lettere sull’amore, ce lo chiedeva il Capuana che poi incaricava Fabiola Raciti per farcele scrivere. Fabiola mi ha obbligata a scrivere che io volevo fare l’amore con il Capuana,non perché obbligata ma di mia spontanea volontà. Credo che le lettere siano custodite da Fabiola, la quale, quando io ho manifestato il desiderio di andare via, mi ha rinfacciato di essere stata consapevole, visto quello che avevo scritto”

    IL CLERO – La madre di una minore racconta di essere stata messa in guardia da Domenico Rapisarda, sacerdote di Mascalucia che era a conoscenza delle “pratiche” di Capuana, “che faceva parte di una setta che nulla aveva a che fare con la religione”.

    A conoscenza di quanto accadeva “da trent’anni” sarebbe stato anche il vescovo Pio Vigo di Acireale, che avrebbe organizzato un incontro con i carabinieri e una vittima della setta per denunciare gli abusi.

    LE TANE – Gli abusi sarebbero stati commessi nelle case di Bronte, Motta Sant’Anastasia e Fondachello di Mascali. La setta organizzava i “turni”, gli abusi sessuali erano programmati – secondo la ricostruzione dei magistrati – le adolescenti dovevano assicurare di non avere il ciclo mestruale.

    http://catania.livesicilia.it/2017/08/04/la-setta-degli-abusi-i-verbali-minore-costretta-ad-abortire_427496/
  • Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

    Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

    Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

    Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

    I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

    Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

    Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

    Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

    È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

    Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

    Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

    Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

    Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

    La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

    UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

    ” UOMO: “pronto?

    MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

    UOMO: si io si, te?

    MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

     La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

    MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

    UOMO: ma dici che è quello…?

    MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

    È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

    Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

    Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

    In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

    “ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

    Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

    Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

    Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

    Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

    Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

    Direi proprio di si.

    È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

    Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

    Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

    Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

    Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

    Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

    Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

    Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

    Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

    Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

    In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

    Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

    A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

    L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

    Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

    Direi geniale …

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO.


    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

  • Suor Cathy, uccisa dopo aver scoperto lo scandalo dei preti pedofili

    Suor Cathy, uccisa dopo aver scoperto lo scandalo dei preti pedofili

    Suor Catherine Cesnik fu trovata morta il 3 gennaio 1970 in un bosco del Maryland. Insegnante in una scuola femminile cattolica di Baltimora, la giovane suora era venuta a conoscenza degli abusi sessuali a cui le studentesse erano costrette dai preti della scuola.

    Negli anni Sessanta Pittsburg, in Pennsylvania, era ancora la città industriale che si era guadagnata il significativo nome di Steel City, la città d’acciaio. Nel popoloso quartiere nord-orientale di Lawrenceville, abitato prevalentemente da operai e pendolari, vivevano i Cesnik, una distinta famiglia con quattro figli. Catherine era certamente la più giudiziosa tra tutti, quella che si dice una ragazza con la testa sulle spalle, sveglia, intelligente, responsabile. Sua madre la guardava crescere con la certezza che avrebbe avuto un futuro radioso. Dopo essere stata eletta presidente del consiglio degli studenti e reginetta di maggio, si diplomò alla Saint Augustine High School, nel 1960.

    Suor Cathy
    Allegra, esuberante e straordinariamente bella, decise di prendere i voti in un ordine religioso dedicato all’insegnamento, la sua vera vocazione. Anche di fronte a un pretendente che voleva sposarla, un giovane seminarista di nome Gerard Koob, che avrebbe rinunciato all’abito talare per lei, Cathy scelse i voti. Decisa, come era stata fin dall’infanzia, andò dritta per la sua strada e nel 1965 cominciò a insegnare alla Archbishop Keough High School. Rimase lì per quattro anni fino a quando non la trasferirono alla Western High School di Baltimora, nel Maryland, una scuola cattolica a quattro ore dalla città dove era cresciuta. Tra i banchi dell’istituto femminile, suor Cathy, che insegnava letteratura inglese, diventò la beniamina delle ragazze. Da quando c’era lei, Shakespeare non sembrava più noioso. Studiare poesia con Suor Cathy era diventato quasi un momento mistico.

    La scomparsa
    La giovane suora viveva in un modesto appartamento alla periferia di Baltimora. Il pomeriggio del 7 novembre 1969 uscì per andare al centro commerciale a compare un regalo a un suo familiare. Quando la consorella che viveva con lei non la vide rientrare, fece subito una telefonata: chiamò Gerard Koob. Pur avendo rifiutato la proposta di matrimonio, Cathy era molto legata a lui e i due continuavano a scriversi struggenti lettere d’amore. Ma padre Gerald, che si trovava a cena con un altro sacerdote, non sapeva dove fosse Cathy. I due preti raggiunsero la coinquilina di Catherine e insieme avvertirono la polizia della sua scomparsa.

    Le ricerche
    Suor Catherine non tornò a casa quella sera, nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. La sua auto fu trovata parcheggiata a pochi metri da casa, al centro della carreggiata, in curva. Chiunque avesse lasciato lì quell’auto, voleva che fosse trovata. Sui giornali locali di Baltimora si parlava ogni giorno della misteriosa scomparsa della suora, mentre la famiglia Cesnik non poteva rassegnarsi all’idea che se ne fosse andata senza dir loro nulla, che avesse lasciato quella vita che aveva costruito con amore e responsabilità. Cathy, infatti, non lo aveva fatto: era distesa in mezzo alle foglie autunnali di un bosco nei pressi di Lansdown, con il cranio sfondato.

    Baltimora sotto choc
    Fu un cacciatore a trovare il suo corpo congelato dal gelo invernale, il 3 gennaio 1970. La notizia dell’omicidio della giovane suora sconvolse le consorelle, le studentesse e gli altri colleghi della Western School. I Cesnik ascoltarono con lo sguardo perso gli agenti che gli annunciavano il ritrovamento del cadavere della loro Cathy, uccisa a 26 anni. Al centro delle indagini, inizialmente, finì Gerard Koob, ma aveva un alibi e i sospetti si allontanarono subito. Alcuni poliziotti, però, rimasero convinti che il giovane prete sapesse più di quanto non avesse detto.

    La rivelazione
    La polizia smise di indagare fino a quando, nel 1994, Jean Wehner, quarantenne ex studentessa della Western, non fece una sconvolgente scoperta. Sul lettino dell’analista, dove ogni settimana ripercorreva la sua vita inciampando nei ricordi, mise a fuoco immagini del suo passato che aveva completamente rimosso. Ricordò come a 16 anni si fosse rivolta ai preti della scuola per avere aiuto con i suoi genitori, che avevano scoperto che fumava marijuana.

    I preti pedofili
    Ripresero forma e corpo il cappellano scolastico, padre Joseph Maskell, che l’aveva violentata nel suo ufficio; padre Neil Magnus, che si era masturbato nel confessionale mentre lei gli rivelava gli abusi subiti; il ginecologo, Christian Richter, che l’aveva visitata alla presenza del reverendo Maskell, per assicurarsi che non fosse incinta. Un mondo di orrore nascosto nei cassetti della memoria e tornato prepotentemente alla luce della coscienza. Poi rivide quella scena: padre Maskell che le mostrava il cadavere di Suor Cathy abbandonato nel bosco: “Ecco che fine fa chi parla male degli altri” le disse.

    Lo scandalo
    Si presentò alla polizia per denunciare gli abusi e ciò che ricordava dell’omicidio. Un’inchiesta che la vedeva testimone anonima sotto il nome di ‘Jane Doe’ fece tremare le mura dell’Arcidiocesi di Baltimora, la prima giurisdizione cattolica del Paese. Altre vittime di abusi sessuali saltarono fuori dopo la denuncia della quarantenne. L’avvocato Teresa Lancaster, nelle carte dell’inchiesta indicata come ‘Jane Roe’, raccontò alla polizia gli abusi subiti dai preti quando era studentessa, aggiungendo un particolare decisivo: Suor Cathy aveva scoperto il segreto dei preti e aveva affrontato Maskell. Alla denuncia seguì una richiesta di risarcimento di 40 milioni di dollari a carico di Maskell e l’Arcidiocesi. Sean Caine, portavoce della circoscrizione vescovile, ammise che le accuse contro i sacerdoti erano “credibili”.

    Chi insabbiò l’omicidio?
    Ai tempi dell’omicidio Maskell era il cappellano della polizia della Contea di Baltimora, della Polizia di Stato del Maryland e della Guardia Nazionale del Maryland. Il fratello maggiore, l’agente di polizia Tommy Maskell, era stato ferito mentre cercava di fermare una rapina. È facile immaginare che il cappellano fratello di un poliziotto eroe all’epoca fosse stato trattato con riguardo dalla polizia locale. Nick Giangrasso, l’agente che si occupò del caso, dichiarerà in futuro di avere avuto la sensazione che il caso fosse stato insabbiato per proteggere la Chiesa.

    L’epilogo
    Le nuove indagini non ebbero conseguenze legali sui presunti responsabili degli abusi. Essendo stati denunciati a più di tre anni dai fatti, gli abusatori, secondo la legge del Meryland, non erano più punibili. Padre Magnus è morto nel 1988, molto prima che lo scandalo scoppiasse. Il reverendo Maskell, destituito dal sacerdozio dopo la denuncia, è morto nel 2001. Il suo DNA è stato recentemente confrontato con una traccia trovata su una sigaretta raccolta all’epoca sulla scena del ritrovamento del corpo, ma è risultato negativo.

    Oggi la polizia indaga sul possibile collegamento dell’omicidio di Suor Cathy con altri delitti avvenuti a Baltimora nello stesso periodo. La 20enne Joyce Malecki, venne trovato morta pochi giorni dopo la scomparsa di suor Cathy in un fiume vicino. La sua auto abbandonata fu ritrovata in una stazione di servizio a Odenton. Il 16 ottobre 1970, la 16enne Pamela Lynn Conyers scomparve dopo essere andata al centro commerciale Hurundale di Glen Burie. Quattro giorni dopo, il suo corpo fu trovato in un bosco del Maryland. Nel settembre 1971, Grace Elizabeth Montayne, studentessa cheerleader della Franklin Sr. High School fu trovata morta dietro al cimitero di Auburn di Westport, a Baltimora. Il caso è stato ripreso anche dalla serie-documentario prodotta da Netflix, The keepers.

    http://www.fanpage.it/suor-cathy-uccisa-dopo-aver-scoperto-lo-scandalo-dei-preti-pedofili/

  • Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Gli abusi di Ratisbona interpellano la gerarchia ecclesiastica italiana. La Baviera non è una lontana landa esotica. Basterebbe ricordare per l’Italia le denunce di tanti allievi sordomuti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, che hanno reclamato giustizia per le sevizie subite, e la successiva scoperta che una catena di violenze sessuali era stata perpetrata anche in una “filiale” dell’Istituto Provolo a Lujan in Argentina.

    Dunque le nostre autorità ecclesiastiche non hanno nessun motivo di arroccarsi in quella posizione di tenace passività, che fu scelta a suo tempo dalla Conferenza episcopale italiana, quando emanando le Linee-guida sulla materia non solo scelse di non impegnare categoricamente i vescovi a denunciare i crimini di cui fossero venuti a conoscenza, ma decise anche di non mettere in piedi strutture, che facilitassero l’emergere di crimini e monitorassero il fenomeno a livello centrale. C’è anche un altro modo, ampiamente praticato, di lasciare che le cose non cambino.

    E’ quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. Dichiarare che “bisogna andare avanti nel fare pulizia”, rimanendo poi fermi. La lezione di Ratisbona è di una chiarezza esemplare. Si rende giustizia alle vittime quando – avvertito di uno scandalo – il vescovo locale cerca attivamente la verità. Il cardinale Mueller prima di essere prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (appena licenziato da papa Francesco) è stato vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012. Diffusesi le denunce sugli abusi nel coro dei ragazzi della cattedrale, se l’era cavata con la formazione di una commissione di esperti e una lettera pastorale in cui sollecitava le vittime a farsi avanti. I risultati non si erano visti.

    La svolta è avvenuta con il nuovo vescovo Rudolf Voderholzer, che ha incaricato una personalità indipendente, l’avvocato Ulrich Weber, a fare un’indagine approfondita. Nell’arco di due anni, ricercando e ascoltando molti testimoni, Weber ha compilato un dossier documentatissimo con il risultato di provare (dal 1945 ai primi anni ’90) oltre cinquecento casi di maltrattamenti punitivi nel convitto aggregato al coro e 67 casi di violenze sessuali. Sono state individuati 49 responsabili.

    Lezione nr.1: si trova la verità sugli abusi solo se l’autorità ecclesiastica si impegna a cercarla attivamente, non stando seduta ad aspettare che le vittime trovino la forza di superare il proprio trauma.

    Lezione nr.2: l’indagine va affidata a una personalità indipendente, dal momento che decenni e secoli di omertà hanno segnato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a questi crimini.

    Lezione nr. 3: le vittime vanno risarcite dalla diocesi, che non ha esercitato la giusta e necessaria vigilanza sul clero e sugli addetti laici, non trincerandosi (come fanno i vescovi italiani) dietro al fatto che la responsabilità penale è personale.

    Lezione nr.4: l’operazione verità deve essere compiuta a prescindere dall’eventuale prescrizione dettata dalle leggi dello Stato e, se qualcuno dei responsabili ecclesiastici è ancora vivo (non sembra essere il caso di Ratisbona), va processato secondo la legge canonica e privato del sacerdozio.

    Perché il punto fondamentale – come chiarì papa Ratzinger nel 2010 nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda – è che la preoccupazione centrale delle gerarchie ecclesiastiche deve essere rivolta alle vittime e non alla tutela del prestigio della Chiesa in nome del quale per secoli sono stati occultati crimini. Occuparsi delle vittime significa in concreto rendere loro giustizia, portando alla luce pubblicamente le responsabilità dei preti criminali e punendoli. Questo è il punto.

    Recentemente è stato documentato che in Sicilia il prete Paolo Turturro, punito con il carcere per atti pedofili e salvatosi invece da un’altra condanna per una violenza provata, ma prescritta, continua tranquillamente a seguire, celebrando messa, una sua comunità frequentata da adulti e da minori.

    La questione Ratisbona interpella dunque la Conferenza episcopale italiana perché se le tante vittime ancora nell’ombra hanno un sacrosanto diritto alla giustizia, allora è il momento che la nuova dirigenza della Cei – rafforzata dalle nuove nomine di vescovi che da Palermo a Bologna a Milano vengono citate per la loro sensibilità di parroci – prenda in mano la situazione con spirito nuovo. Non c’è bisogno di inventare nulla. Le Conferenze episcopali più concrete in Nord- Europa e nel Nord-America hanno già fissato una serie di prassi efficaci.

    1. Creazione nelle diocesi di équipe di sacerdoti e psicologi a cui una vittima può rivolgersi.

    2. Istituzione di un vescovo che a livello nazionale segua le diocesi per verificare che le linee-guida in tema di contrasto agli abusi siano applicate.

    3. Messa in campo di un sistema di risarcimenti.

    4. Pubblicazione di un rapporto annuale sulle azioni intraprese per tutelare e rendere giustizia alle vittime di violenze sessuali.

    5. Apertura di indagini affidate a personalità indipendenti nel caso di denunce su catene di violenze in particolari comunità o istituzioni.

    Non c’è nulla da inventare, solo da mettersi al lavoro. A suo modo è un’occasione storica per la Cei.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/violenze-sui-bambini-a-ratisbona-ora-la-cei-deve-imparare-la-lezione/3747625/

  • Così la Chiesa fabbrica pedofili già nei seminari

    Così la Chiesa fabbrica pedofili già nei seminari

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    Il senso comune vuole che le responsabilità principali della Chiesa sulla pedofilia siano nel coprire i pedofili, nel non denunciarli all’autorità giudiziaria. Questo è avvenuto ed è spiegabile: l’istituzione ha temuto le conseguenze che sarebbero derivate dalla divulgazione della notizia che un suo funzionario aveva molestato bambini innocenti. Chi manderebbe più i propri figli al catechismo dopo aver scoperto tanti casi del genere? Questo ha paventato l’istituzione quando ha coperto o insabbiato. Forse essa ha avuto anche a cuore la sorte del funzionario perverso, il quale, poverino, finito in una situazione difficile, si aspettava legittimamente da quella organizzazione che aveva servito fedelmente di essere aiutato e non denunciato. Quella ecclesiastica, come tutte le grandi istituzioni autoritarie non democratiche e illiberali, ama e tutela prima di tutto il suo buon nome, pensandosi costruita a immagine e somiglianza di Dio e perciò dotata di diritti superiori rispetto a quelli di ogni altra creatura.

    Questa è la prima parte della verità, che però va considerata insieme alla seconda: la Chiesa Cattolica non solo ha protetto i pedofili, ma, involontariamente, li ha costruiti. Quando si legge il rapporto dell’avvocato Weber su quel che avveniva nel collegio di Ratisbona il pensiero non può che andare ai racconti dei sopravvissuti dei lager: bambini indifesi, frustati, presi a pugni con anelli pesanti o picchiati con il coperchio del pianoforte sbattuto sulle dita. E poi stupri a ripetizione, violenze che da fisiche divenivano sessuali. Tutto questo a opera di un piccolo esercito di torturatori, di sadici kapò, almeno cinquanta.

    È chiaro che qui non si è trattato di un crimine individuale, della perversione di un singolo. Quello di Ratisbona, come i tanti altri emersi in questi anni, era una struttura criminale compatta e efficiente. Tutti i carnefici, sia i violentatori che coloro che assistevano senza reagire e senza denunciare, erano preti, accomunati dalla passione, sadica o solo sessuale, per i ragazzini, ma anche dall’aver probabilmente frequentato, sin dal seminario, luoghi dove i giovani venivano sottoposti a quel genere di iniziazione. E soprattutto dall’aver acquisito la convinzione profonda di essere, in virtù della tonaca che indossavano, superiori alla media degli esseri umani e quindi di poter usare e abusare del prossimo a piacimento.

    Quei preti erano da un canto immaturi affettivamente e quindi incapaci di stabilire relazioni amorose paritarie e responsabili, dall’altro assetati di occasioni per manifestare la propria volontà di dominio e di potere appresa con tutta probabilità proprio nei seminari, dopo essere stati a propria volta oggetto di abusi e di violenze ma anche dopo aver imparato, nelle classi e nei corridoi, che Dio ha diviso gli esseri umani in due blocchi: quelli normali e i preti. E che appartenere al secondo blocco significa quasi assomigliare al Creatore. Non sono il sesso e la perversione dei singoli a spiegare Ratisbona e i tanti altri casi simili. Ma la Chiesa e il modo, sempre identico, da secoli, nel quale essa forma i suoi funzionari.

    Si dice: cose del genere non possono più succedere. Forse è vero, almeno in Occidente, ma questo avviene perché è cambiata la società, sono cambiate le famiglie, si è affermata una cultura che rende impensabili quegli atti e che, a differenza di quanto avveniva in passato, ascolta e prende sul serio i bambini. È cambiato il mondo, è cambiata molto meno la Chiesa, che continua a formare negli stessi luoghi di sempre, i seminari tutti maschili, il suo clero celibe. E non può cambiare la storia, anzi le storie, di migliaia di abusati che troveranno prima o poi il coraggio di denunciare, la forza di rompere quel muro del silenzio e della vergogna che alcune istituzioni orribili li hanno costretti a costruire. E per la Chiesa saranno guai.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/cosi-la-chiesa-fabbrica-pedofili-gia-nei-seminari/