Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Legionari di Cristo

  • Molestie nel seminario dei “Legionari di Cristo”, chiesto rinvio a giudizio dell’ex rettore

    Molestie nel seminario dei “Legionari di Cristo”, chiesto rinvio a giudizio dell’ex rettore

    MARCO BENVENUTI
    NOVARA

    Atti sessuali e abusi, senza tralasciare violenze psicologiche per evitare che i ragazzini potessero raccontare qualcosa ai genitori quando tornavano qualche giorno a casa.

    Uno scandalo pedofilia nel mondo della chiesa tocca la provincia di Novara. La Procura di Milano, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio di padre Vladimir Resendiz Gutierrez, già responsabile del seminario minore dei Legionari di Cristo di Gozzano, struttura della congregazione di diritto pontificio chiusa ormai da un paio di anni a causa della forte diminuzione delle vocazioni, che ne rendeva troppo onerosa la gestione. Nella ex sede di via Gentile si sono formati per decenni decine di sacerdoti provenienti da tutto il mondo.

    Oggi vive in Messico  

    Gutierrez arriverà però al processo in contumacia. Dopo un incarico in Venezuela, ora, secondo le informazioni degli investigatori, dovrebbe trovarsi in Messico. Nei suoi confronti si parla di violenze commesse ai danni di tre giovanissimi studenti del seminario novarese, oggi ventenni, abusati quando erano in tenera età, circa otto anni fa. Uno è spagnolo, gli altri due italiani. Potrebbero esserci anche altri vittime che non hanno parlato, forse per timore.

    La storia di pedofilia è venuta alla luce grazie alla denuncia per estorsione presentata dai familiari di uno di questi giovani, residenti nel Milanese. Conoscenti dell’ex rettore dei Legionari di Cristo gli avevano offerto 15 mila euro per comprare il suo silenzio, con la clausola che, nel caso avesse parlato degli abusi, avrebbe dovuto restituire molti più soldi. Al ricatto è stato detto di no e nelle indagini per estorsione la vittima ha poi raccontato quanto succedeva anni addietro fra le mura di Gozzano. Un’incredibile storia di abusi e orrore. Parrebbe che il sacerdote chiudesse gli studenti nel suo studio e li sottoponesse per ore a qualsiasi tipo di tortura e pratica sessuale.

    Gli abusi  

    Si legge nell’imputazione che Vladimir Resendiz Gutierrez «con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di responsabile del seminario minore dei Legionari di Cristo, agendo con violenza, minaccia, abuso di autorità spirituale e comunque abusando delle condizioni di inferiorità psico-fisica del minore, all’epoca dodicenne a lui affidato per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza e custodia, costringeva e comunque induceva il minore a compiere su di sé e a subire atti sessuali».

    Nelle imputazioni emergono anche violenze psicologiche, come per esempio «impedire che il minore potesse rientrare a casa, in occasione delle visite dei genitori». L’udienza preliminare sarà in tribunale a Novara per competenza territoriale.

    http://www.lastampa.it/2018/03/11/edizioni/novara/molestie-nel-seminario-dei-legionari-di-cristo-rinviato-a-giudizio-lex-rettore-SZY9s7A1LbPL6MA2QLj3sL/pagina.html

  • NOVARA; abusi nel seminario dei Legionari di Cristo, udienza preliminare il 15 marzo, ma il prete è fuggito in Messico.

    NOVARA; abusi nel seminario dei Legionari di Cristo, udienza preliminare il 15 marzo, ma il prete è fuggito in Messico.

    Dopo una lunga indagine si da il via alla prima udienza del processo che vede imputato con l’accusa di pedofilia ai danni di tre giovanissimi ospiti del seminario di Novara, Vladimir Resendiz Gutierrez.

    Si legge nell’imputazione che Vladimir Resendiz Gutierrez “con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di responsabile del seminario minore della congregazione di Diritto Pontificio dei Legionari di Cristo, agendo con violenza, minaccia, abuso di autorità spirituale e comunque abusando delle condizioni di inferiorità psico-fisica del minore (omissis), all’epoca dodicenne a lui affidato per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza e custodia” “ costringeva e comunque induceva il minore a compiere su di sé e a subire atti sessuali”.

    Tra le imputazioni emergono altri particolari di violenze anche psicologiche, che il Resendiz  avrebbe fatto subire alla vittima, come per esempio “impedire che il minore potesse rientrare a casa, in occasione delle visite dei genitori” o “interrogarlo circa eventuali pratiche masturbatorie da parte del minore”.

    Tuttavia Vladimir Resendiz Gutierrez sembrerebbe averla fatta franca, almeno in Italia e probabilmente il processo si svolgerà in contumacia perché da quanto si apprende, il Resendiz attualmente si trova in Messico.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Continuano le polemiche mentre si aspetta l’arrivo dell’inviato papale Scicluna: i dubbi per la richiesta del nunzio di ricevere in anticipo le testimonianze scritte 

    Mancano ormai pochi giorni all’arrivo di Santiago del Cile dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, il quale, dopo essere passato a New York per incontrarsi con il principale testimone, Juan Carlo Cruz, ex vittima di padre Fernando Karadima, ascolterà tutti coloro che ritengono di dover raccontare qualcosa sul caso del vescovo Juan Barros Madrid, attuale titolare della diocesi di Osorno. E a gettare scompiglio fra i possibili testimoni c’è la richiesta del nunzio apostolico Ivo Scapolo, il quale ha richiesto che questi mettano per iscritto quanto diranno a Scicluna e che lo consegnino o lo inviino entro venerdì alla nunziatura di Santiago.

    Come si ricorderà Barros, uno dei giovani preti formati dal carismatico Karadima scopertosi poi un abusatore seriale, è accusato di essere stato a conoscenza degli atteggiamenti del suo mentore. Papa Francesco fino a qualche giorno fa era sembrato non credere a queste accuse: nel 2015 aveva nominato Barros ad Osorno, invece di suggerirgli un anno sabbatico o di accogliere la rinuncia che il prelato aveva onestamente presentato.

    Secondo Bergoglio non c’erano «evidenze» per procedere diversamente, ma allo stesso tempo il Pontefice si era detto disposto a cambiare opinione e a intervenire nel caso gli fossero stati presentati altri elementi. Qualcosa è accaduto dopo il viaggio in Cile dello scorso gennaio. E la decisione di Francesco è stata quella di inviare uno degli ecclesiastici più preparati nel raccogliere e vagliare testimonianze relative ai presunti abusi dei chierici. Scicluna, per l’appunto.

    La scelta di inviare l’ex promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della fede che ha collaborato con l’allora cardinale Joseph Ratzinger per rinnovare l’approccio dell’autorità ecclesiastica verso questi casi e ha personalmente condotto l’inchiesta contro il potente fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado, attesta senza alcun dubbio la determinazione di Papa Bergoglio nel voler chiarire definitivamente il caso.

    Va detto che molti tratti della vicenda rimangono fumosi. Barros non è stato mai accusato da alcuno di aver commesso abusi o di aver tenuto comportamenti scorretti nei confronti di minori. Inoltre, e anche questo è importante, Barros nei suoi ormai 23 anni di episcopato – da ausiliare di Valparaiso, da vescovo di Iquique, da Ordinario militare e ora da vescovo di Osorno – non è mai stato accusato di aver “copertoˮ preti pedofili o di aver insabbiato casi di abusi su minori avvenuti nel territorio di sua giurisdizione. Due precisazioni non secondarie per comprendere la complessità del caso. Senza dimenticare, inoltre, che lo stesso Barros, pur essendosi sempre dichiarato innocente e all’oscuro degli abusi perpetrati da Karadima, per stemperare le tensioni già due volte ha offerto la sua rinuncia al Papa, il quale gli ha invece chiesto di restare al suo posto.

    Il compito di monsignor Scicluna sarà quello di cercare di capire, attraverso l’ascolto dei testimoni e di tutti coloro che vogliono esprimersi (le vittime di Karadima ma anche i laici di Osorno che da due anni chiedono le dimissioni del vescovo), se e quale eventuale responsabilità Barros abbia avuto. Fino ad oggi si conosce nei dettagli un’unica testimonianza, quella di Juan Carlo Cruz, che in una lettera inviata al Papa nel 2015 raccontava che Barros era presente quando Karadima aveva atteggiamenti impropri nei confronti dei ragazzi.

    Un’indagine seria, così come un processo degno di questo nome, non ruota attorno ai titoli di giornale e non si decide certo su pressione di campagne mediatiche. Eppure dalla vicenda potrebbero emergere altri risvolti. Che la tensione sia alle stelle e la missione di Scicluna appaia già ora difficilissima, lo attestano le ultime polemiche sollevate dalle richieste del nunzio in Cile. Monsignor Ivo Scapolo ha infatti richiesto a tutti coloro che testimonieranno di inviare a lui, in anticipo, il testo scritto con ciò che intendono riferire. Un’iniziativa che è stata colta come una sorta di controllo preventivo da parte di un diplomatico vaticano considerato molto affine ai responsabili dell’episcopato cileno degli ultimi anni e che si sarebbe sempre rifiutato di ricevere le vittime di Karadima, secondo quanto affermato nella citata lettera dallo stesso Cruz.

    In realtà la richiesta preventiva di un riassunto scritto della testimonianza non è un’iniziativa personale del nunzio apostolico, né della Segreteria di Stato né della gerarchia cilena preoccupata per ciò che potrebbe emergere dall’indagine a proposito delle coperture offerte a Karadima. Monsignor Scicluna preferisce infatti sempre agire in questo modo. Ciò che vale è ovviamente la testimonianza resa di persona, ma il sommario scritto, oltre ad aiutare l’investigatore a stabilire la sua agenda di audizioni, favorisce la possibilità di fare confronti e dunque agevola il lavoro. Scicluna, in questo come in altri precedenti casi, non ha però mai stabilito che le dichiarazioni dovessero essere consegnate soltanto al nunzio apostolico: l’importante è che vengano fatte arrivare a lui, cioè all’investigatore esterno nominato dal Papa. È comprensibile infatti che delle vittime possano non sentirsi a loro agio a fornire preventivamente documenti con i loro racconti al nunzio, specie se questi in precedenza non ha voluto aver a che fare con loro, o anche perché considerato – a torto o a ragione – troppo contiguo a chi per molto tempo ha chiuso gli occhi sulle gravi responsabilità di Karadima.

    C’è da sperare che la richiesta dei riassunti scritti non comprometta il lavoro di Scicluna e che le vittime e gli altri testimoni mantengano il loro proposito di presentarsi davanti all’inviato papale, così che quest’ultimo possa svolgere bene il compito affidatogli da Francesco per arrivare finalmente a una conclusione e rasserenare il clima nella diocesi di Osorno come in tutto il Cile. Un Paese dove la credibilità della Chiesa cattolica, un tempo altissima a motivo del coraggio dei suoi responsabili al tempo della dittatura di Pinochet, è scesa ai minimi termini anche a causa del modo in cui è stato affrontato lo scandalo Karadima.

    Bisogna ricordare che il caso degli abusi perpetrati dal carismatico e potente parroco del Bosque – formatore di generazioni di giovani, di molti preti, quattro dei quali sono diventati vescovi – apre domande sugli ultimi decenni di vita della Chiesa cilena e delle cordate che l’hanno caratterizzata. Se i confini del caso Barros restano confusi, ancor più indefiniti rimangono quelli relativi alle coperture, alle sottovalutazioni, agli insabbiamenti, al modo con cui sono state trattate le vittime degli abusi, nonostante le norme canoniche fossero già chiarissime a proposito degli atteggiamenti da tenere di fronte a casi simili. La missione di monsignor Scicluna è ovviamente limitata a Barros. Ma forse c’è chi teme che grazie ai racconti delle vittime e dei testimoni, anche al di là delle eventuali responsabilità del vescovo di Osorno, si ricostruisca una pagina di storia della Chiesa cilena assai poco edificante.

    http://www.lastampa.it/2018/02/14/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-tra-tensioni-paure-e-attese-pYR0c7lH9u8syPVtsaJTOM/pagina.html

  • Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

    Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

    Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

    Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

    Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

    http://www.adista.it/articolo/58204

  • Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Creata nel 1971 in Perù dal laico peruviano Luis Fernando Figari, l’organizzazione è composta da appena 238 membri, dei quali 23 sacerdoti, ma negli ultimi decenni ha conquistato un potere enorme. “Il Papa ha mostrato di essere particolarmente attento alla gravità delle informazioni che riguardano il regime interno”, si legge nel comunicato del Vaticano

  • Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

    Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

    DI 

    Solo per convezione si definiscono siciliane le capacità di non vedere, non sentire e non parlare, in realtà sono le prime “qualità” richieste alla maggior parte di coloro che svolgono ruoliistituzionali importanti. Lo si evince da decenni e decenni di silenzio, che per comodità logistichefacciamo partire dal caso di Marcial Maciel Degollado, riguardante gli anni del papato di Wojtyla.La vicenda viene alla luce dopo che monsignor Carlos Talavera Ramírez, vescovo di Coatzacoalcos in Messico, scrive a Ratzinger, allora capo del Sant’Uffizio, per informare il pontefice Giovanni Paolo II di un caso di abuso sessuale a sua conoscenza. Ramirez è infattisollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni ‘50, ancora minorenne, era un seminarista dei Legionari. Marcial Maciel Degollado fu il padre fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo nel 1941 e fu protagonista di una serie di denunce arrivate in Vaticano, che lo indicavano come colpevole di molti abusi su minori.La risposta di Ratzinger non aprì nessuna possibilità di incontro: «Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». A questo punto Athié, insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni, poi diventato docente universitario, scrive un libro nel quale raccoglie 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel. Da questiemerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il sacerdote messicano. Anche nel papato di Benedetto XVI,definito il “papa tolleranza zero”, non sono mancati strani intrecci fra promozioni, omissioni e colpevolezza. Sia il papa emerito, che il fratello maggiore padre Georg Ratzinger sono infattistrettamente legati alle vicende del “Regensburger Domspatzen” (“Passeri del Duomo”), coro maschile di voci bianche della Cattedrale di Ratisbona, del quale Georg Ratzinger è stato direttore dal 1964 al 1994. Durante questo periodo sono avvenuti abusi fisici e psicologici ai danni di centinaia di bambini del coro. Le denunce sono state raccolte prevalentemente nel 2010 e per la precisione 500 sono state le violenze corporali, mentre 67 quelle sessuali, mentre i colpevoli accertati 49. La diocesi ha iniziato a collaborare sull’inchiesta soltanto nel 2016. Georg Ratzingersi definì ignaro dei fatti e ammise soltanto di sapere e di aver dato lui stesso “qualche schiaffo”: «se avessi saputo degli eccessi di violenza che avvenivano, avrei fatto qualcosa, chiedo perdono alle vittime». L’avvocato dell’accusa, Ulrich Weber, parla invece di “cultura del silenzio”, attribuendo all’ex direttore la responsabilità di «aver chiuso gli occhi e di non aver preso misure a riguardo», così come al vescovo di Ratisbona nel 2010, Gerhard Ludwig Müller, che ha gestito le prime denunce, rifiutando il confronto con le vittime.

    Ai tempi di Bergoglio

    Nel 2016 sembrava fosse arrivato il tempo delle pulizie generali perché, con un documento chiamato “Come una madre amorevole”, Bergoglio stabilisce che i casi di negligenzadevono essere valutati da quattro organizzazioni competenti scelte dallo stesso pontefice, ovvero quella dei Vescovi, dell’Evangelizzazione dei popoli, delle Chiese Orientali e degli Istituti di vita consacrata. La decisione definitiva sulla rimozione del vescovo spetta al papa, assistito da un apposito collegio di giuristi, composto da cardinali e vescovi. Eppure «nei primi tre anni di pontificato di Bergoglio sono arrivate alla Congregazione per la dottrina della fede 1200 denunce di molestie “verosimili” su ragazzini e ragazzine di mezzo mondo». Solo in Australia, fra il 1980 e il 2015, si sono verificati 4.444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica. Secondo le testimonianze raccolte, l’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e 11 e mezzo per i bambini, mentre 33 anni è la media di tempo necessaria per sporgere denuncia. La commissione anti–pedofilia, voluta da papa Francesco nel 2014, si è riunita soltanto tre volte, senza aver ancora inserito fra le sue norme l’obbligo di denuncia di questi reati alla magistratura civile. Lo scorso marzo Marie Collins, vittima di molestie sessuali da parte di un sacerdote all’età di 13 anni, ha abbandonato la Commissione. Era l’ultima vittima di abusi rimasta all’interno dell’organismo e l’unica componente femminile. Il motivo del suo distacco è stato il continuo boicottaggio delle loro iniziative da parte della Curia, dice: «spesso si sentono dichiarazioni pubbliche intorno alla profonda preoccupazione della Chiesa per le vittime di abusi, ma poi in Vaticano c’è chi si rifiuta anche solo di riconoscere le lettere inviategli per provare a risolvere questa preoccupazione». Si può dire che i protagonisti del precedente articolo fossero i pesci piccoli, figure “sacrificabili”, sacerdoti di medio e basso profilo. Ma il cancro della pedofilia ammorba anche le sfere alte del Vaticano: a spiegarlo bene è Emiliano Fittipaldi in un libro uscitonel gennaio 2017, Lussuria, nel quale fa i nomi e i cognomi di cardinali molto importanti, racconta storie di intrighi, peccati e segreti che riguardano le cariche più importanti della Santa Sede. Nomina fiumi di cardinali e sacerdoti molto vicini a Bergoglio, ma in particolare un trio di potenze, presente all’interno del C9, il Consiglio dei Cardinali, istituito da Bergoglio il 28 settembre 2013, per la riforma e la gestione della Chiesa universale: insomma la fidata cerchia ristretta formata da nove cardinali, consiglieri personali del pontefice. Il cardinale australianoGeorge Pell, «numero tre del Vaticano, è indagato per aver messo le mani addosso a due ragazzini che, da adulti, lo hanno denunciato. […] In passato ha accompagnato e sostenuto in tribunale un sacerdote molestatore seriale (Gerald Risdale), ha aiutato economicamente predatori sessuali finiti in carcere, ha inviato una lettera a una ragazzina violentata da un suo prelato in cui si diceva che o accettava 30 mila euro come risarcimento e la chiudeva lì, o la Chiesa si sarebbe difesa “strenuamente” dalle accuse, sebbene Pell sapesse che erano vere». È stato nominato direttamente da Bergoglio, è il capo della Segreteria dell’Economia ed è secondo solo al pontefice e al segretario di Stato, l’arcivescovo Pietro Parolin. Il secondo nome è quello di Óscar Rodríguez Maradiaga, coordinatore del C9, che fra il 2002 e il 2003 ha ospitato in una delle diocesi sotto il suo controllo, in Honduras, il prete latitante Enrique Vásquez, un prelato incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali e ricercato dall’Interpol per quasi quindici anni. Maradiaga non ha mai nascosto la sua posizione in merito alla colpevolezza dei sacerdoti incriminati per pedofilia, tanto che in una conferenza pubblica a Roma dichiarò di essere «pronto ad andare in prigione, piuttosto che danneggiare uno dei miei preti. Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto». L’ultimo è il cardinale Francisco Javier Errázuriz, ex arcivescovo di Santiago del Cile, che per anni ha ignorato le denunce inviategli dalle vittime di padre Fernando Karadima, al quale ha, tra l’altro, promesso, nel 2006, una grande festa per il suo addio al sacerdozio, celebrando i suoi cinquant’anni di servizio come un grande anniversario. Karadimaè stato definito dal cardinale stesso come una sorta di “santo vivente”, un prete che ha formato tre generazioni di prelati cileni, mentre nell’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales viene descritto come un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani innocenti. Sempre dallo stesso documento di inchiesta si evince la volontà di Errázuriz di scongiurare uno scandalo mediatico, allungando i tempi delle indagini, infatti, nonostante il cardinale fosse a conoscenza delle violenze di Karadima dal 2003, manda il materiale in suo possesso solo nel 2010, quando le vittime decidono di raccontare le violenze pubblicamente. Il giudice penale ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati, così la sola condanna che ha ricevuto Karadima è stata quella della Congregazione, la quale ha ritenuto sufficiente farlo ritirare «a una vita di preghiera».

    Chiesa, “la cultura del silenzio” (parte 2)

  • Legionari di Cristo: dalla doppia vita di Maciel alla purificazione della Congregazione

    Legionari di Cristo: dalla doppia vita di Maciel alla purificazione della Congregazione

    In principio il dilemma fu uno solo: chiudere o purificare? L’ago della bilancia indicava con forza la prima opzione, senz’altro radicale, ma certamente più facile da attuare. Per i Legionari di Cristo, dopo che la vicenda umana del loro fondatore, padre Marcial Maciel Degollando, era emersa in tutto il suo orrore perverso, sembrava non esserci altra strada che quella di migrare in diocesi o congregazioni che, dopo un’attento esame, avrebbero accolto i loro membri. Una pagina che torna agli onori delle cronache dopo che Francesco ha scelto monsignor Kevin Joseph Farrell per guidare il neonato Dicastero laici, famiglia e vita. Il vescovo irlandese, insieme al fratello Brian che ricopre il ruolo di segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha fatto il noviziato nei Legionari di Cristo. Attualmente nella Curia romana c’è un terzo presule figlio di questa congregazione ed è il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, monsignor Fernando Vérgez Alzaga.

    Dopo anni di silenzi e complici coperture negli Stati Uniti e a Roma, Benedetto XVI aveva rotto uno dei tabù più difficili da far crollare. Nel libro intervista Luce del mondo scritto con il suo biografo, il giornalista Peter Seewald, il Papa tedesco affermò: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”.

    Rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo verso gli Stati Uniti d’America, nell’aprile 2008, Benedetto XVI disse: “Se leggo i resoconti di questi avvenimenti mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l’amore di Dio a questi bambini”. E incontrando i vescovi americani Ratzinger non esitò a evidenziare che lo scandalo dei preti pedofili era stato “talvolta gestito in pessimo modo”. E aggiunse: “Ora che la dimensione e la gravità del problema sono compresi più chiaramente, avete potuto adottare misure di rimedio e disciplinari più adeguate e promuovere un ambiente sicuro che offra maggiore protezione ai giovani”.

    Il terribile scandalo della pedofilia del clero era deflagrato anche negli Stati Uniti con proporzioni impressionanti, in particolare nell’arcidiocesi di Boston oggetto del film Premio Oscar Il caso Spotlight. Durante il suo viaggio negli Usa, il Papa tedesco incontrò privatamente nella nunziatura di Washington cinque persone vittime di molestie sessuali da parte di sacerdoti americani. In quell’occasione, l’arcivescovo di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley, dove scoppiò lo scandalo nel 2002 e che vide il trasferimento a Roma del cardinale Bernard Francis Law, consegnò simbolicamente a Benedetto XVI un libretto con i nomi di un migliaio di vittime. Parole e gesti analoghi furono ripetuti da Ratzinger durante numerosi viaggi internazionali e da Francesco proprio negli Stati Uniti durante l’ultima tappa del suo lungo viaggio, a Philadelphia nel settembre 2015.

    Al di là della politica della tolleranza zero messa in atto dalla Chiesa cattolica, restava ancora da decidere cosa fare con i Legionari di Cristo che, a dispetto della vergognosa, per usare un eufemismo, storia del loro fondatore, è tuttora tra le congregazioni religiose che hanno il maggior numero di vocazioni al mondo. Autore di numerosi abusi sui suoi seminaristi, Maciel, come racconta John Thavis, vaticanista di lungo corso, nel suo libro I diari vaticani (Castelvecchi), al momento della sua morte aveva almeno cinque identità diverse. “Come Raúl Rivas – scrive il giornalista – era l’amante di Norma Hilda e il padre di sua figlia a Madrid. Durante i suoi ultimi giorni in Florida – prosegue Thavis – i suoi segretari personali avevano ricevuto istruzioni di liquidare queste identità e i fondi fiduciari, le proprietà e i conti in banca a esse associati e sparsi in tutto il mondo, un patrimonio personale segreto stimabile intorno ai trenta milioni di dollari”.

    Prima che “nuestro Padre”, come Maciel veniva chiamato nella sua congregazione, morisse, al suo capezzale si presentarono la moglie e la figlia che si chiama anche lei Norma come la madre. Maciel non le fece allontanare e disse ai suoi assistenti: “Voglio stare con loro”. “La comparsa dell’amante e della figlia di Maciel – racconta Thavis – allarmò molto i suoi collaboratori, tanto che fu chiamato subito il quartier generale della Legione a Roma, e in breve tempo i dirigenti dell’ordine erano accalcati nella stanza di Maciel, a Jacksonville, assieme alle due Norma. E a un esorcista: qualche assistente di Maciel aveva ritenuto che questo improvviso rifiuto delle cose religiose potesse essere opera del diavolo. Verso la fine, Maciel rifiutò di confessare i suoi peccati disperando del perdono di Dio, e quando un fratello Legionario cercò di ungerlo con l’olio santo, gridò: ‘Ho detto di no!’”.

    “Quando Benedetto XVI ha nominato il delegato pontificio dei Legionari – ha spiegato il cardinale  Velasio De Paolis – aveva già emesso sul bollettino ufficiale un giudizio severo sull’operato del fondatore della Legione, ma non tale da distruggere la stessa realtà: se il Papa nomina un delegato, implicitamente nega che si debba dare un giudizio sostanzialmente negativo sulla stessa Legione. Lui stesso,- ha aggiunto ancora il porporato – all’inizio della bolla di nomina, dice: ‘Vi sono un gran numero di sacerdoti zelanti e impegnati nel cammino di santità’”. Un cammino lungo quello di profondo rinnovamento che ha visto come protagonisti i Legionari, che per sopravvivere nella Chiesa hanno dovuto rinnegare il loro fondatore. Al termine di questo non facile processo di purificazione, durato tre anni e mezzo, è stato redatto il nuovo testo delle costituzioni della congregazione. “Bergoglio – ha sottolineato De Paolis – è stato molto attento, molto vicino e vuole giustamente seguire il cammino che stiamo percorrendo, perché, queste sono le sue parole, ‘sente la grande responsabilità, come successore di Pietro, di accompagnare la vita religiosa e consacrata’”.

    Un processo di purificazione che ha visto anche un importante mea culpa da parte dei Legionari di Cristo: “Chiediamo perdono per gli abusi di padre Maciel. Abbiamo considerato i comportamenti gravissimi e oggettivamente immorali di padre Maciel che hanno meritato le sanzioni che, a suo tempo, la Congregazione per la dottrina della fede giustamente gli ha imposto. Allo stesso tempo, vogliamo esprimere – proseguono i Legionari – il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali. Tutti questi comportamenti noi li condanniamo con forza. Ci dispiace che molte vittime e persone da lui offese abbiamo atteso invano una richiesta di perdono e di riconciliazione da parte di padre Maciel. Noi oggi vogliamo esprimere a tutti loro la nostra solidarietà”.

    Nelle conclusioni del capitolo generale dei Legionari c’è un’altra ammissione importante: “Riconosciamo oggi con tristezza l’incapacità iniziale di credere alla testimonianza delle persone che erano state vittime di padre Maciel, il lungo silenzio istituzionale e, posteriormente, i tentennamenti e gli errori di giudizio al momento di informare i membri della congregazione e le altre persone. Chiediamo perdono per queste deficienze che hanno aumentato il dolore e lo sconcerto di molti”. E, infine, la presa di distanza dal fondatore per il futuro cammino dei Legionari: “La congregazione ha già chiarito che non può proporre padre Maciel come modello, né i suoi scritti personali come guida di vita spirituale”.

    Francesco Antonio Grana

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.

    Non voluti, ignorati, dimenticati 

    Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.

    C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.

    Anche il diritto canonico tace

    Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.

    Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.

    L’uscita dall’ombra

    Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.

    Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.

    Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.

    Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    http://www.adista.it/articolo/57598

  • Perché la gerarchia della chiesa cattolica rende difficile punire i prelati colpevoli di abusi sessuali

    Perché la gerarchia della chiesa cattolica rende difficile punire i prelati colpevoli di abusi sessuali

    Il cardinale George Pell, tra i maggiori consiglieri di Papa Francesco, è tornato alla sua nativa Australia il 10 luglio per affrontare delle accuse relative ad abusi sessuali a suo carico. Non sono stati resi noti né i termini delle accuse né i denunciatori, mentre il cardinale continua ad affermare che si tratta di un “attentato alla reputazione”. Il suo caso sarà dibattuto dalla corte australiana.

    Non è la prima volta che la chiesa cattolica è stata coinvolta in accuse di abusi sessuali. (l’ultimo caso è scoppiato proprio in questi giorni e riguarda presuntiabusi compiuti sui bambini del coro di Ratisbona, diretto dal fratello dell’ex papa Ratninger ndr.)

    Anche se alcune riforme nella chiesa cattolica degli Stati Uniti hanno reso obbligatorio ai sacerdoti di riferire i casi di abuso sessuale, nel resto del mondo c’è ancora molto lavoro da fare.

    Dal mio punto di vista di studioso della religione cattolica, una delle sfide da vincere per affrontare il problema è la stessa gerarchia ecclesiastica. È ancora difficile far sì che gli alti prelati si assumano responsabilità, sia per i misfatti compiuti da loro sottoposti che per quelli a carico di loro stessi.

    La struttura della chiesa

    Al vertice della gerarchia della chiesa cattolica c’è il Papa. È considerato il successore dell’apostolo Pietro, al quale Cristo disse: “Sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”. Per i cattolici il Papa è la grande “pietra” che garantisce alla chiesa fondamenta salde. Il Papa parla in modo infallibile, “senza errore” dal punto di vista della dottrina. Non è però infallibile quando si tratta di decidere qualcosa di personale, come ad esempio da chi ottenere consigli.

    Al di sotto del papa ci sono i vescovi, che lo servono come i 12 apostoli originari seguirono Gesù.
    Ci sono anche i cardinali, designati dal papa: solo loro possono designare il suo successore. I cardinali governano inoltre la chiesa durante la vacanza tra un papa e l’altro. I cardinali sono un livello superiore a quello dei vescovi, quindi non tutti i vescovi sono cardinali. Tutti i cardinali sono oggi vescovi, anche se in passato ci sono state delle eccezioni. George Pell è sia vescovo sia cardinale, oltre ad essere al terzo posto nella gerarchia vaticana.
    La struttura gerarchica della chiesa cattolica assomiglia a quella militare, con i suoi alti livelli di controllo sulla sua amministrazione. Nella percezione propria del mondo cattolico, la “chiesa” non è però solo un ente burocratico, ma anche una sacra istituzione voluta da Dio.

    I preti e l’obbedienza

    I preti occupano il più basso livello della gerarchia. Quando sono ordinati, offrono ai loro superiori i voti di castità, povertà e obbedienza. Normalmente i preti sono soggetti all’autorità del vescovo locale, la cui area amministrativa è chiamata “diocesi”.
    Mentre in molte nazioni i sacerdoti sono obbligati sia dalla legge ecclesiastica sia da quella civile a denunciare gli abusi sessuali alle commissioni ecclesiastiche e alle autorità giudiziarie, c’è ancora una cultura del diniego e dell’omertà che impedisce alle accuse di essere pienamente investigate. Un documento vaticano del 1962 istruiva i vescovi a mantenere il più stretto segreto nei casi di abusi sessuali, e di considerare l’abuso sessuale, o “istigazione” come una faccenda interna alla chiesa, e non un reato da riferire alle autorità locali.
    Malgrado Papa Francesco abbia nominato una commissione con il compito di analizzare i problemi e promuovere la soluzione dei casi arretrati, non ha ancora stabilito un protocollo per gestire le accuse di abuso sessuale nella totalità della chiesa cattolica. Ha però indicato delle linee guida per rimuovere dalla loro carica i vescovi che si siano rivelati “negligenti” nel segnalare casi di abuso. Nonostante ciò, vari commentatori sostengono che questi provvedimenti non siano sufficienti.

    L’abuso sessuale è ignorato

    C’è una lunga storia di protezione dei maggiori leader cattolici dalle accuse loro rivolte di abuso sessuale, e questo è un fatto.
    Quando nel 1995 alcune indagini portarono alla luce che il cardinale austriaco Hans Hermann Groer aveva molestato monaci e scolari, questi abusi sessuali furono minimizzati come “ragazzate” dal vescovo Kurt Krenn. Così come fu rivelato che le vittime avessero ricevuto denaro in cambio del loro silenzio. Le accuse di abusi sessuali a carico del cardinale Groer furono poi confermate.
    Un altro caso, i cui fatti risalgono alla fine degli anni Quaranta, rivelò come Marcial Maciel, il fondatore dell’ordine religioso dei Legionari di Cristo, fosse un molestatore sessuale seriale. Quando furono per la prima volta sollevate le accuse contro Maciel, Giovanni Paolo II le ignorò. Joseph Ratzinger, confidente di Giovanni Paolo II e suo successore, osservò: “Nessuno può mettere sotto processo un amico così intimo del papa”. Anche se Maciel fu infine punito (con la pena della rinuncia a ogni ministero pubblico l’imposizione di una vita riservata di preghiera e di penitenza ndr.) all’elezione di Ratzinger come Papa Benedetto XIV, Maciel evitò di essere incriminato fino alla sua morte, avvenuta nel 2008.
    Negli Stati Uniti il cardinale Bernard Law, che durante il suo mandato dal 1984 al 2004 protesse prelati colpevoli di abuso nell’arcidiocesi di Boston, scampò a sua volta alle azioni legali. Law fu addirittura promosso a capo di una delle chiese più famose del mondo cattolico, Santa Maria Maggiore a Roma.

    Segnalazioni scomode

    In tutti questi casi, la struttura gerarchica della chiesa non ha favorito che questi alti esponenti del clero fossero consegnati alla giustizia. Quando ai propri superiori si deve la massima obbedienza, la soglia da superare per agire contro questi ultimi è molto alta. I superiori possono, allo stesso modo, proteggere i prelati di grado minore colpevoli di abuso.
    Nella chiesa cattolica, la presunzione di integrità va di pari passo con i livelli più alti della gerarchia. È spesso difficile credere che un vescovo possa commettere o coprire un crimine così terribile come lo stupro o l’abuso sessuale. Inoltre, dato che la chiesa cattolica è un’istituzione divina necessaria alla salvezza, ci sarà quindi anche chi proteggerà ad ogni costo la sua reputazione.
    C’è però stato un giro di boa. Il momento chiave che ha portato alle dimissioni del cardinal Law è stata una lettera, firmata da 58 preti, che chiedeva appunto le sue dimissioni.

    Un momento decisivo: l’incriminazione di Pell

    Il compendio della confessione cattolica, “Il Catechismo della Chiesa Cattolica” osserva che la “santità” della chiesa è “reale”, ma allo stesso tempo “imperfetta.” In altre parole, la chiesa è composta da esseri umani, con i loro limiti. Da questo punto di vista il problema non è certo la gerarchia in sé, ma il modo in cui i suoi superiori abusano del potere.

    Benché i cattolici siano consapevoli della “umanità” della chiesa, le accuse al cardinal Pell sono state traumatiche per i molti cattolici che si aspettavano integrità dai propri leader.

    Il caso del cardinal Pell è un ulteriore esempio di come la chiesa cattolica stia lottando per affrontare l’abuso sessuale nelle sue stesse fila. La sua accusa segna un punto importante, perché si tratta del più alto esponente della gerarchia ecclesiastica coinvolto in accuse penali.

    Indipendentemente da come la vicenda si concludeà, credo che la statura internazionale del cardinal Pell possa aiutare, in quanto esempio decisivo, a sviluppare da parte della chiesa cattolica nella sua accezione più globale un approccio coerente all’abuso sessuale.

    *Professore associato di Religione, College of the Holy Cross, Worcester, Massachusetts (Usa).

    Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggerlo in lingua originale vai qui

    https://it.businessinsider.com/perche-la-gerarchia-della-chiesa-cattolica-rende-difficile-punire-i-prelati-colpevoli-di-abusi-sessuali/?refresh_ce