Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    https://re-blog.it/2026/03/21/chiesa-e-pedofilia-chi-ne-parla/

  • 5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010,  Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)

  • Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.

    Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.

    Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.

    Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.

    Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.

    Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.

    https://federicatourn.substack.com/p/papa-leone-ci-dica-per-caso-il-processo

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 38 del 25 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 38 del 25 maggio

    Francesco Zanardi – “Continuano gli abusi sessuali e gli insabbiamenti” il rimprovero al Papa

    Lo scorso giovedì la conferenza a Roma, organizzata da ECA Global e Rete L’ABUSO, pochi giorni prima delle celebrazioni vaticane per la Giornata mondiale dei bambini del 25-26 maggio, in cui Papa Francesco ospiterà l’evento inaugurale del Vaticano, accogliendo circa 70.000 bambini da tutto il mondo.

    Annunciando l’evento, Papa Francesco ha detto: “Come Gesù, vogliamo mettere i bambini al centro e prenderci cura di loro”.

    Ma i dati dimostrano che i vescovi cattolici italiani hanno fatto esattamente il contrario. Secondo l’osservatorio permanente dell’unica Associazione italiana – Rete L’ABUSO, che il giorno prima ha incontrato il Presidente della CEI Matteo Zuppi – si stima che in Italia ci siano circa 1.000.000 di vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’ECA e altri sostenitori stanno richiamando l’attenzione su quelli che identificano come problemi sistemici all’interno della Chiesa.

    Hanno messo in evidenza quelli che descrivono come i quattro peggiori vescovi d’Italia, che hanno presumibilmente coperto i sacerdoti che hanno commesso abusi, nascosto la loro identità ai genitori e trasferito abitualmente i colpevoli a nuove parrocchie.

    I quattro vescovi italiani con il peggior record di protezione dei bambini nelle loro diocesi sono:
    Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina
    Il cardinale Sepe Crescenzio di Napoli
    Cardinale Luis Ladaria Ferrer, ex capo del CDF
    Il cardinale Mario Delpini di Milano

    “Nessuno vuole aprire questo vaso di Pandora”, ha detto p. Hans Zollner, il principale esperto vaticano di abusi dal 2014 al 2023, quando si è dimesso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori di Papa Francesco. In Italia c’è un undicesimo comandamento che dice: “Non fare brutta figura””, ha detto Zollner al Times di Londra. La situazione dei bambini maltrattati e delle loro famiglie in Italia è particolarmente grave.

    Devono affrontare notevoli barriere legali e culturali per denunciare gli abusi del clero sia ai funzionari della Chiesa che alle autorità civili. I preti pedofili italiani godono spesso di un alto livello di immunità da indagini e procedimenti penali.


    Federica Tourn – Sarà processato l’ex cappellano militare che aveva abusato per anni di un bambino

    L’ex cappellano militare Salvatore Cunsolo – originario di Francofonte (in provincia di Siracusa) – accusato di violenze sessuali su minore, sarà giudicato con il rito abbreviato condizionato all’audizione di alcuni testimoni. Una decisione presa dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Siracusa Andrea Migneco per il 67enne che è stato denunciato da un ragazzo oggi 23enne, il quale ha raccontato di avere subìto abusi da quando aveva nove anni fino al compimento della maggiore età.

    Il gup ha ammesso l’audizione della badante dell’ex cappellano e di monsignor Abruzzese, il cardinale che avrebbe ospitato per anni il giovane che ha denunciato il sacerdote. Su richiesta della parte civile – rappresentata dall’avvocata Eleanna Parasiliti Molica – è stata invece rigettata la richiesta di audizione di Felipe Perfetti, direttore del blog Silere non possum. Un portale di informazione che si occupa dell’attività del Papa, della Santa sede e della Chiesa cattolica. Il giudice per l’udienza preliminare, inoltre, si è riservato sull’acquisizione di alcuni verbali del processo ecclesiastico nel quale Cunsolo è già stato rinviato a giudizio. Anche con le indagini in corso il prete – adesso in pensione – avrebbe continuato a celebrare la messa nella chiesa madre di Francofonte, pur senza alcun incarico ufficiale. Era stato poi il vescovo di Piana degli Albanesi a sospenderlo dallo stato clericale.

    «La prima volta che don Salvatore ha abusato di me avevo nove anni ed è successo a casa sua», ha raccontato la vittima, parlando di violenze che sarebbero continuate per quasi dieci anni. «Mi faceva male sia fisicamente che moralmente, ma – ha aggiunto il giovane – capivo che non avevo altra scelta». Non una costrizione nei fatti, ma una situazione che sarebbe dipesa dal legame e dalla frequentazione con il prete. Orfano di padre, dopo il trasferimento della madre fuori dalla Sicilia, dai nove anni, il giovane è andato a vivere con la nonna anziana e malata insieme al fratello disabile. Ha cominciato a frequentare la parrocchia e si è legato a Cunsolo. Nel corso dell’incidente probatorio, il ragazzo ha raccontato che il prete lo avrebbe avvicinato per la prima volta mentre era di ritorno dal cimitero, dove era andato a portare un fiore sulla tomba del padre.

    A denunciare tutto alla squadra mobile di Siracusa, accompagnato dall’arcivescovo Francesco Lomanto, il giovane si sarebbe convinto dopo essere venuto a conoscenza della vicenda del giovane archeologo che ha denunciato le violenze sessuali subite a Enna, quando era minorenne, da Giuseppe Rugolo, il sacerdote che a marzo è stato condannato per quei fatti. Anche in quel caso ad assistere la vittima è l’avvocata Parasiliti Molica; lo stesso è anche il legale difensore dei due preti, Antonino Lizio, che prima della carriera in giurisprudenza ha vestito l’abito talare. La prossima udienza è già stata fissata per martedì 25 giugno.

    Fonte Meridionews


    Ludovica Eugenio – Chiara Griffini presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei minori

    Nell’ambito della 79ª Assemblea generale della Cei, il Consiglio episcopale permanente ha provveduto ieri a diverse nomine tra le quali quelle di Chiara Griffini (Lodi) come presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei minori. Griffini succede in questo ruolo all’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, che lo ha diretto nei suoi primi cinque anni. La scelta di una donna, laica consacrata, ha richiesto una modifica agli Statuti dell’organismo.

    Chiara Griffini è un personaggio totalmente interno alla Cei. Già membro del Consiglio di presidenza del Servizio nazionale, psicologa, ha coordinato il progetto “SAFE – Educare e Accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità Papa Giovanni XXIII (alla quale appartiene), il CSI, Centro Sportivo Italiano, l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza-Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna».

    Sottolineando la rilevanza della scelta di una donna per questo incarico, il card. Zuppi, presidente della CEI, ha curiosamente definito Griffini «non telecomandata». “È una psicologa, una professionista seria”, ha detto. «Continuerà ad impegnarsi su un tema che sappiamo quanto ha ferito le vittime e fatto male alla Chiesa”.

    A sbandierare la presunta pionieristica novità della scelta di una donna è stato mons. Gianluca Marchetti, sottosegretario della Cei: “Il fatto che alla presidenza del Servizio nazionale per la tutela dei minori ci sia una donna, e non un vescovo, non è un fatto secondario”, ha detto: “È stato appositamente cambiato lo statuto, è un segnale di assoluto interesse. Neppure in altre Conferenze episcopali c’è una figura di questo rilievo”. Questo non corrisponde al vero. In Francia, a capo del Servizio Nazionale per la Protezione dei Minori è Ségolaine Moog, laica, e ben dal 2016. Nella Conferenza episcopale irlandese c’è Teresa Devlin, Chief Executive Officer del Servizio minori, e se parliamo di ruoli apicali nelle Conferenze episcopali, c’è Beate Gilles, segretaria nazionale dei vescovi tedeschi, dal 2021.


    Federico Tulli – Non solo Spotlight

    In tanti conosciamo la sconcertante vicenda di pedoflia scoperta dal Boston globe tra la fine del 2001 e il 2002 – e magistralmente ricostruita nel film Spotlight – ma pochi ricordano in quale contesto si sviluppò. Si tende quindi a credere che quello che accadde nella diocesi di Boston fu una sorta di fulmine a ciel sereno. Nulla di più lontano dalla realtà.

    Già prima della metà del 2001 – cioè quasi sei mesi prima del primo articolo di Spotlight che risale al 10 settembre 2001 – dagli Stati Uniti giungevano segnali evidenti che le fondamenta della Chiesa americana cominciavano a scricchiolare pericolosamente.

    Il 30 aprile 2001 Giovanni Paolo II interviene sul problema dei preti pedofili con il Motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela”, e poche settimane dopo, il 21 maggio, con l’autorizzazione del De delictis gravioribus firmato dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, e dal suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone. Ratzinger intima ai vescovi di essere tempestivamente informato delle accuse di pedofilia contro i sacerdoti e li esorta a svolgere indagini, anche di fronte a un semplice sospetto. Nulla deve trapelare se non a procedimenti conclusi, che possono durare però anche decine di anni. Sulla base di queste disposizioni, che rinnovano espressamente quanto stabilito nel Crimen sollicitationis di Giovanni XXIII, un anno dopo il 23 aprile 2002 i tredici cardinali statunitensi entrano in Vaticano al cospetto di Giovanni Paolo II. Il pontefice definisce la pedofilia «un crimine» e «un peccato» dicendo che non c’è «posto nel sacerdozio» per chi potrebbe far male ai bambini. Le stesse parole saranno rivolte dal suo successore nel 2010 ai vescovi d’Irlanda. Siamo nel pieno della bufera sollevata dalle inchieste di Spotlight del Boston Globe che porteranno a fine anno alle dimissioni del cardinale Law.

    Le conclusioni di quella riunione ispirano i 252 vescovi statunitensi che il 26 giugno 2002 approvano lo Statuto dei vescovi per la protezione dei bambini e dei giovani, in cui si prevede che i preti che sono stati o che saranno coinvolti in casi di pedofilia non potranno più avere contatti con i fedeli, quindi celebrare messa o insegnare catechismo. Non passa, però, la linea della “tolleranza zero”, quella della sospensione automatica “a divinis” di chi è coinvolto negli scandali e quella di chi propone di trattare tutti gli stessi casi allo stesso modo. Compresi quelli relativi ad accuse che si riferiscono a venti o trent’anni prima (come nel caso della gran parte delle vicende denunciate in quei mesi negli Usa in seguito all’inchiesta del Boston globe) e che colpiscono un prete che nel frattempo si è rivelato «cambiato e innocuo». Contro la tolleranza zero e a favore di «un invito alla prudenza» spingono soprattutto due figure carismatiche: gli arcivescovi di New York e Chicago, Edward Egan e Francis George.

    Per inciso, due anni dopo, il 27 febbraio 2004 il National Review Board (NRB), il gruppo di controllo di laici insediato dalla Conferenza episcopale americana, accuserà Egan di «aver chiuso gli occhi davanti a evidenti casi di pedofilia». Analoga accusa riceverà nel gennaio del 2006, sempre dal NRB, Francis George, per essersi rifiutato di rimuovere il reverendo Daniel McCormack quando già a ottobre 2005 questi era finito sotto inchiesta per pedofilia. In seguito si scoprirà che McCormack aveva violentato una sua alunna di dodici anni fino a dicembre di quell’anno. Nel 2007 George fu nominato a capo della Conferenza episcopale americana.

    Torniamo al 2002 e allo Statuto dei vescovi di Dallas. Bisognerà attendere quattro mesi prima che il Vaticano si pronunci sul documento. Il verdetto viene emesso il 18 ottobre ed è negativo. Le norme sono da riscrivere perché non si conciliano con il diritto canonico. La bocciatura della Santa Sede porta la firma dal cardinale Giovanni Battista Re in qualità di prefetto della Congregazione per i vescovi. Il testo è lungo meno di due pagine ed è suddiviso in due parti: in primo luogo vi si esprime solidarietà e comprensione verso i vescovi e i sacerdoti «onesti» degli Stati Uniti; dopo di che si fa presente che le norme proposte dai vescovi degli Stati Uniti in alcuni punti non superano l’esame della “recognitio”, ossia il riconoscimento di compatibilità con il diritto della Chiesa. Alle vittime degli abusi e alle loro famiglie spettano appena una decina di parole. Mentre i loro carnefici, secondo il prelato, dopo tutto non sono poi così tanti.

    Un mese dopo, l’11 novembre, la grande opera di mediazione condotta dal cardinale Francis George porterà i suoi frutti. Il documento di Dallas, revisionato nelle parti fondamentali, viene presentato alla Conferenza episcopale americana, in un incontro a Washington.

    Il 16 dicembre 2002 la Santa Sede approva dunque il nuovo testo all’insegna della “tolleranza soft”. Le Norme essenziali sulle politiche diocesane ed eparchiali di fronte ai casi di abuso sessuale sui minori da parte di preti e diaconi divengono vincolanti in tutte le diocesi degli Stati Uniti. Con l’introduzione della prescrizione la carriera ecclesiastica di migliaia di preti viene messa al riparo da brutte sorprese. Il resto lo fa la lungaggine dei processi. Il ruolo del cardinale George in questo delicato passaggio sarà riconosciuto nel novembre del 2007 da papa Ratzinger che lo nomina presidente della Conferenza episcopale statunitense. Dal canto suo, il cardinale Re conferma che la “recognitio” vale per due anni, cioè per il tempo stabilito dai presuli per valutare l’efficacia e validità delle norme. Per la Chiesa, non solo americana, saranno due anni lunghissimi.

    Il 2002 finisce così. La Santa Sede appare tutto fuorché determinata a fare luce sul passato e gettare le basi per un diverso futuro. Inoltre, non è bastato che già a giugno un’inchiesta del quotidiano “Dallas Morning News” avesse rilevato che almeno 111 vescovi cattolici Usa avevano protetto preti o monaci pedofili. E nemmeno che tra questi ci fossero gli otto cardinali a capo delle arcidiocesi americane. Addirittura, nonostante le pressioni e lo sconcerto dell’opinione pubblica, bisogna aspettare il 13 dicembre 2002 per vedere accettate le dimissioni del cardinale Law da Giovanni Paolo II, a norma del canone 401 paragrafo 2 del diritto canonico, che fa riferimento a motivi di salute o ad altre cause che impediscono il normale proseguimento del lavoro di un vescovo. Law come è noto sarà trasferito a Roma per fare l’arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e qui “serenamente” muore nel 2017.

  • Il rimprovero degli attivisti al papa “Continuano gli abusi sessuali e gli insabbiamenti” – VIDEO

    Il rimprovero degli attivisti al papa “Continuano gli abusi sessuali e gli insabbiamenti” – VIDEO

    Roma, Italia – ECA Global, un’organizzazione internazionale dedicata a porre fine agli abusi del clero, terrà una conferenza stampa il 23 maggio 2024, alle ore 10:00, in Piazza Adriana, accanto a Castel Sant’Angelo, a Roma. La conferenza ha luogo pochi giorni prima delle celebrazioni vaticane per la Giornata mondiale dei bambini del 25-26 maggio, in cui Papa Francesco ospiterà l’evento inaugurale del Vaticano, accogliendo circa 70.000 bambini da tutto il mondo a Roma per due giorni di programmi e festeggiamenti. Queste attività, condotte e supervisionate dal clero cattolico, si svolgeranno non solo nella Basilica di San Pietro ma anche in tutte le diocesi d’Italia.

    Annunciando l’evento, Papa Francesco ha detto: “Come Gesù, vogliamo mettere i bambini al centro e prenderci cura di loro“. Ma i dati dimostrano che i vescovi cattolici italiani hanno fatto esattamente il contrario. Secondo le organizzazioni antiabuso italiane, si stima che in Italia ci siano circa 1.000.000 di vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’ECA e altri sostenitori stanno richiamando l’attenzione su quelli che identificano come problemi sistemici all’interno della Chiesa. Hanno intenzione di mettere in evidenza quelli che descrivono come i cinque peggiori vescovi d’Italia, che hanno presumibilmente coperto i sacerdoti che hanno commesso abusi, nascosto la loro identità ai genitori e trasferito abitualmente i colpevoli a nuove parrocchie.

    I quattro vescovi italiani con il peggior record di protezione dei bambini nelle loro diocesi sono:
    Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina
    Il cardinale Sepe Crescenzio di Napoli
    Cardinale Luis Ladaria Ferrer, ex capo del DDF
    Il cardinale Mario Delpini di Milano

    “Nessuno vuole aprire questo vaso di Pandora”, ha detto p. Hans Zollner, il principale esperto vaticano di abusi dal 2014 al 2023, quando si è dimesso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori di Papa Francesco. In Italia c’è un undicesimo comandamento che dice: “Non fare brutta figura””, ha detto Zollner al Times di Londra.
    La situazione dei bambini maltrattati e delle loro famiglie in Italia è particolarmente grave.

    Devono affrontare notevoli barriere legali e culturali per denunciare gli abusi del clero sia ai funzionari della Chiesa che alle autorità civili. I preti pedofili italiani godono spesso di un alto livello di immunità da indagini e procedimenti penali.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano fa sì che quasi tutte le indagini sugli abusi in Italia siano condotte in segreto all’interno della giurisdizione della Santa Sede, piuttosto che nel luogo in cui si sono verificati gli atti criminali. Di conseguenza, anche i sacerdoti riconosciuti colpevoli di crimini sessuali contro i bambini dai tribunali ecclesiastici sono spesso riassegnati a nuove posizioni dove possono potenzialmente recidivare.

    Lo scorso ottobre, a Roma, i funzionari dell’ECA hanno proposto una nuova e rivoluzionaria legislazione di diritto canonico, che sancirebbe una vera e propria tolleranza vincolante e universale per gli atti sessuali criminali contro i bambini, i minori e gli adulti vulnerabili nella legislazione della Chiesa cattolica. La legislazione, se promulgata, eliminerebbe dal sacerdozio qualsiasi chierico che abbia commesso abusi o qualsiasi vescovo che abbia consapevolmente coperto sacerdoti abusanti.

  • Too big to fail: le 7 vite di Marko Rupnik, difeso a oltranza dal papa

    Too big to fail: le 7 vite di Marko Rupnik, difeso a oltranza dal papa

    41583 ROMA-ADISTA. Una guerra sotterranea che lentamente sta svelando le sue trame, con ingerenze e difese a oltranza che assumono contorni via via più chiari ma anche sempre più preoccupanti. Sta diventando in questi giorni la cartina di tornasole dei rapporti di forza in Vaticano il caso dell’ex gesuita, teologo e mosaicista Marko Ivan Rupnik, accusato da una ventina di donne di abusi sessuali che coprono circa 30 anni (v. Adista Notizie nn. 43, 45/22; 7, 8, 23, 28/23), espulso lo scorso luglio dall’Ordine dei Gesuiti (misura originata non dagli abusi di cui il religioso è accusato, quanto dal «suo rifiuto ostinato di osservare il voto di obbedienza», come si legge nel decreto della Compagnia di Gesù) ma tuttora prete, il cui prestigio stellare sembra continuare grazie a potenti appoggi e le cui opere continuano a costellare chiese e centri, religiosi e non solo, di mezzo mondo.

    “Il Centro Aletti, una comunità sana”

    «Una vita comunitaria sana e priva di particolari criticità»: con questi termini il Vicariato di Roma, guidato dal card. Angelo De Donatis, ha sintetizzato, in un comunicato del 18 settembre (riportato integralmente sul numero allegato di Adista Segni nuovi, p. 11) che sembra aver messo in imbarazzo i vescovi della Diocesi, l’esito della visita canonica sul Centro Aletti, la comunità e scuola d’arte creata e guidata da Rupnik. Tutto bene, nessun problema, insomma, per il visitatore riguardo a questa comunità, che dipende giuridicamente dalla Diocesi di Roma e in quanto tale è stata posta sotto indagine canonica lo scorso gennaio. Il comunicato del Vicariato però – il cui registro non è certo quello tipico, formale di una “Nota” – non si ferma alle espressioni di (poco) velata soddisfazione per il giudizio positivo espresso dal visitatore incaricato, p. Giacomo Incitti, docente di Diritto canonico presso la Pontificia Università Urbaniana, sul Centro Aletti, su cui il cardinal vicario card. Angelo De Donatis (di cui Rupnik è stato mentore e guida) effettivamente esercita la sua giurisdizione.

    La visita al Centro e l’accesso ai documenti vaticani

    La nota riporta anche, infatti, con un tono piccato e di rivalsa, ben poco consono a un comunicato ufficiale, una sorprendente e inattesa valutazione riguardo alla scomunica che venne comminata nel 2020 a Rupnik dall’allora Congregazione (oggi Dicastero) per la Dottrina della Fede, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Una scomunica latae sententiae – dunque automatica – poi rapidamente e misteriosamente revocata, si suppone dallo stesso dicastero o da papa Francesco: «il Visitatore – si legge nella Nota diocesana – ha potuto riscontrare e ha quindi segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica». «In considerazione della gravità di tali riscontri» si dichiara di aver «rimesso la relazione alle Autorità competenti». Su questo aspetto occorre soffermarsi e fare alcune osservazioni, prima di tutto riguardo alla giurisdizione di indagine del visitatore canonico.

    La visita al Centro Aletti (che «dal giugno 2019 è un’Associazione pubblica dei fedeli, legata alla Diocesi di Roma», si legge sul sito), avviata il 16 gennaio scorso, aveva l’obiettivo di indagare sui rapporti interni all’associazione, sulla leadership, sui rapporti fra questa e Rupnik. Non è un mistero, peraltro, che il vertice attuale del Centro, capeggiato da Maria Campatelli, abbia sempre fatto quadrato intorno all’ex gesuita, difendendolo anche dopo la sua espulsione dall’Ordine dei gesuiti, e scagliandosi con violenza contro i media che hanno informato sul caso (come Domani con le inchieste e le interviste alle vittime degli abusi di Federica Tourn).

    Ma il rapporto del visitatore Incitti va oltre il suo compito, rivelando di avere «studiato» il «copioso materiale documentario», ed esprimendo una pesantissima valutazione sulla procedura vaticana che ha portato alla scomunica di Rupnik. Come è noto, un dossier che ha a che fare con il grave reato di “assoluzione del complice”, è posto sotto il segreto pontificio (art. 27 delle Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Come ha ottenuto il visitatore l’accesso a tali documenti? Gli sono stati passati sottobanco da qualcuno (ma allora probabilmente il comunicato non ne parlerebbe in modo tanto esplicito) oppure si può arrivare a ipotizzare che il papa abbia eccezionalmente tolto il segreto perché il visitatore avesse il dossier a disposizione? Entrambe le ipotesi (ma altre analoghe se ne potrebbero fare) orientano verso una conduzione dei giochi da parte di Francesco anche per un altro motivo. Il 15 settembre scorso Francesco ha incontrato in udienza privata Maria Campatelli: un incontro che ha generato sorpresa e indignazione, se si pen sa che le vittime di Rupnik non hanno nemmeno mai ottenuto risposta a una lettera, consegnata a mano nel 2021, e men che mai hanno ottenuto un colloquio. Quale poteva essere il significato di quell’incontro se non quello di porre al centro la valutazione del visitatore e a concordare il testo del comunicato con un tono “partigiano”?

    Se questa ipotesi di scenario è verosimile, dovremmo concludere che c’è stata una grave invasione di campo, un travalicare confini giurisdizionali, finalizzati alla difesa, se non alla riabilitazione di Rupnik e del suo entourage da parte della cupola vaticana.

    L’attacco al Dicastero per la Dottrina della Fede

    In questo contesto c’è anche un “perdente”: il gesuita card. Luis Ladaria Ferrer, fino al primo luglio di quest’anno prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e dunque responsabile della scomunica comminata a Rupnik nel 2020. L’attacco plateale benché implicito contro di lui contenuto nella Nota del Vicariato (l’individuazione di «procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica»), deve aver generato in Ladaria un senso di profonda frustrazione, visto che il 21 settembre è stata resa nota la sua decisione di chiedere al papa la dispensa dalla partecipazione al Sinodo sulla sinodalità: secondo quanto si legge in un lancio dell’AdnKronos, mons. Luis Marín de San Martín, sottosegretario della Segreteria Generale del Sinodo, si è limitato a riferire: «Il cardinale si è ritirato. Ha chiesto al papa di essere dispensato ma non conosco i motivi». La decisione, tuttavia, è stata generalmente interpretata come una reazione all’attacco subìto.

    Le domande che restano e l’indignazione delle vittime

    Anche se ruoli e responsabilità nella vicenda cominciano a uscire dalla nebbia, alcuni dubbi non si sciolgono se non presupponendo la chiara volontà di papa Francesco di salvare Rupnik, il suo lavoro, il suo impero economico. Da chi fu tolta effettivamente quella scomunica del 2020, con il motivo, a sentire il generale dei gesuiti p. Arturo Sosa, di un repentino pentimento di Rupnik (in realtà mai avvenuto, v. Adista Notizie n. 7/23)? Quale ruolo ha De Donatis in tutta questa vicenda, dal momento che il legame con Rupnik si è consolidato con la sua approvazione del Centro Aletti (avviato nei primi anni ’90, poi cresciuto sotto l’autorità della Compagnia di Gesù) come Associazione Pubblica di Fedeli della Diocesi di Roma nel 2019? Perché papa Francesco, in occasione del secondo processo contro Rupnik – riguardante abusi avvenuti negli anni ‘90 e avocato su sua iniziativa al Dicastero per la Dottrina della Fede anziché a quello per la vita consacrata cui sarebbe invece spettato, per una presunta continuità con il primo – non ha deciso di rinunciare ai termini di prescrizione, stante la gravità e la serialità dei fatti?

    Il comunicato del Vicariato con il “verdetto” della visita canonica ha provocato enorme indignazione nelle vittime di Rupnik, che hanno rivolto a papa Francesco – e ad alcuni cardinali coinvolti: De Donatis, Zuppi come presidente Cei, Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per i religiosi – una toccante lettera aperta, uscendo allo scoperto con nome e cognome (v. testo integrale della lettera nel numero allegato di Adista Segni nuovi, p. 10). I fatti degli ultimi giorni «ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo»; «Alla Chiesa non interessa nulla delle vittime e di chi chiede giustizia; e che la “tolleranza zero sugli abusi nella Chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria, a cui hanno invece fatto seguito solo azioni spesso occulte, che hanno invece sostenuto e coperto gli autori di abusi», scrivono le firmatarie, Fabrizia Raguso, docente associata di Psicologia, Universidade Católica Portuguesa di Braga, Mira Stare, teologa alla Universität Innsbruck, Gloria Branciani, licenziata in Filosofia, Vida Bernard, in Teologia e Mirjam Kovac, un dottorato in Diritto canonico. «Alla fine non c’è posto in questa Chiesa per chi ricorda verità scomode», affermano, ricordando le parole del papa alla recente GMG di Lisbona («Tutti, tutti, tutti sono accolti nella Chiesa!», aveva detto). Le vittime sono perciò state «censurate per non essere state discre te, ma aver esposto qualcosa di ripugnante: il loro dolore, la manipolazione di chi le ha circuite in nome di Cristo, dell’amore spirituale, della Trinità. Hanno esposto il loro dolore perché la manipolazione e gli abusi ne hanno ferito per sempre la dignità». Il comunicato del Vicariato di Roma, osservano, «ridicolizza il dolore delle vittime, ma anche di tutta la Chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata». E il colloquio concesso dal papa a Campatelli, «in un clima così familiare è stato sbattuto in faccia alle vittime (queste e tutte le vittime di abusi); un incontro che il papa ha negato loro». Le vittime, è l’amara conclusione, «sono lasciate nel grido afono di un nuovo abuso».

    https://www.adista.it/articolo/70630

  • Caso Rupnik, sull’ex gesuita denunciato per abusi dalle suore è scontro con la Diocesi del Papa

    Caso Rupnik, sull’ex gesuita denunciato per abusi dalle suore è scontro con la Diocesi del Papa

    CITTÀ DEL VATICANO — Le denunce di diverse suore, le accuse di «violenza psicologica, abuso di coscienza, abuso nell’ambito sessuale e affettivo, abuso spirituale»: l’ex Sant’Uffizio lo aveva scomunicato, i gesuiti lo hanno cacciato, ed ora la Diocesi del Papa gesuita mette tutto in dubbio e parla di «procedure gravemente anomale», in aperto contrasto con la Compagnia di Gesù e lo stesso dicastero per la Dottrina della fede.

    C’è uno scontro imbarazzante dietro la vicenda dell’ormai ex gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik, 68 anni, personaggio carismatico che ha fondato a Roma il Centro Aletti ed era tra gli artisti cristiani più celebrati al mondo, almeno finché scoppiò lo scandalo degli abusi, autore tra l’altro dei mosaici della Cappella Redemptoris Mater, in Vaticano.

  • «Le nostre denunce su Rupnik e il muro di gesuiti e Vaticano»

    «Le nostre denunce su Rupnik e il muro di gesuiti e Vaticano»

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Una nuova testimonianza aggrava la posizione di Marko Rupnik, il noto teologo e artista al centro dello scandalo per abusi su diverse suore in Slovenia e a Roma. Dopo “Anna”, che ha rivelato a Domani le violenze subite dal gesuita quando era una religiosa della Comunità Loyola, Ester (nome di fantasia), oggi 60 anni, all’epoca segretaria della madre superiora Ivanka Hosta, racconta le repressioni messe in atto nella Comunità e il silenzio dei gesuiti e della Chiesa. Le stesse autorità ecclesiastiche che oggi si dicono addolorate per le vittime e che affermano di non essere state al corrente dei fatti, in realtà più volte segnalati nel corso degli anni.

    Quando è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime: a Lubiana nel 1984 si era costituito un gruppo di quattro sorelle da cui tre anni dopo ha avuto origine la Comunità. Nell’88 eravamo già in venti: io allora avevo 25 anni ed  ho preso i voti perpetui insieme ad altre sei sorelle, fra cui la superiora Ivanka Hosta, mentre le altre hanno emesso i voti per tre anni con l’impegno di ripeterli nel ’91, in occasione dei 400 anni della nascita di Ignazio di Loyola.

    Qual era il rapporto fra Marko Rupnik, Ivanka Hosta e le sorelle della comunità?

    Rupnik ci diceva che Ivanka aveva il carisma ma non lo sapeva trasmettere: solo lui poteva interpretare questo suo dono e trasmetterlo a noi sorelle. In questo modo costruiva un muro tra Ivanka e le altre suore della Comunità, che non riuscivano a confidarsi con lei. Padre Rupnik le ha legate a sé e non ha permesso una relazione sincera tra Ivanka e le altre sorelle. Pian piano è diventato questo lo stile dei rapporti tra di noi.

    Com’era la vita nella comunità slovena?

    Io ho vissuto con grande gioia i primi cinque anni di vita in comune e pensavo che anche per le altre sorelle fosse lo stesso. Ero del tutto ignara della sofferenza nascosta e degli abusi che subivano alcune di loro. Tutto è cambiato nel 1989 quando, dopo gli studi di teologia, sono stata mandata a Roma a studiare diritto canonico e a lavorare a Radio Vaticana. Qualcosa si è incrinato dentro me. Credevo che il problema fosse la stanchezza o l’immersione in un nuovo ambiente, con altre abitudini, ma anni dopo ho capito che l’inizio del mio buio era dovuto a padre Rupnik. Già negli anni vissuti a Mengeš, in Slovenia, mi vietava di vivere l’amicizia profonda che avevo con una delle sorelle, dicendomi che era una dipendenza insana, un segno di egoismo; a Roma poi mi ordinò di tagliare del tutto i ponti con lei. Questa esperienza ha cambiato il modello delle mie relazioni: non c‘era niente di stabile nei rapporti che avevamo, non c’erano più amicizie. Non solo: padre Rupnik ci chiese di scrivere una lettera ai nostri genitori e alla nostra famiglia in cui comunicavamo che per un anno non avremmo più avuto nessun rapporto con loro: niente visite, lettere o telefonate. Io in particolare dovevo scrivere quanto fossi preoccupata per la loro salvezza, elencare i loro difetti all’origine di questa preoccupazione. La lettera mi sembrava troppo dura ma la sorella che doveva “approvarla” aggiunse anche altre cose, ancora più tremende. Ho dovuto spedire la lettera e ancora oggi porto in me il ricordo amaro del loro dolore.

    Quando ha saputo degli abusi sessuali di Rupnik?

    Nel ’93, quando ci sono state le prime denunce alla madre generale. “Anna” ha parlato di quello che era successo con padre Marko e prima di lei era andata da Ivanka l’altra sorella con cui Rupnik aveva avuto il rapporto a tre, a Roma. Da quel momento molte altre sono venute da me a dirmi che erano state abusate da Rupnik e io dicevo loro di rivolgersi a Ivanka, perché era la superiora. Erano anni che le vedevo piangere, già dal 1985, ma solo in quel momento ho capito il motivo, per me prima inimmaginabile.

    Che cosa è successo quando “Anna” ha deciso di denunciare apertamente Rupnik alle autorità ecclesiastiche?

    Rupnik è stato allontanato dalla Comunità dall’arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar. Ricordo che io stessa ho avuto l’incarico di portare tutti i suoi quadri al Centro Aletti a Roma. Era furioso.

    Hosta come spiegò la sua partenza?

    Radunò le sorelle e disse che Rupnik era stato mandato via perché voleva impossessarsi del carisma della Comunità e farsi passare da fondatore, ma noi del Consiglio che le eravamo più vicine conoscevamo il vero motivo. Così come lo sapeva il vescovo Šuštar e padre Lojze Bratina, all’epoca provinciale sloveno dei gesuiti. A padre Bratina avevo raccontato tutto io stessa ma lui mi aveva risposto che non ci credeva.

    Da quel momento che cosa è successo?

    La Comunità ha cominciato a funzionare come una vera e propria setta. Ivanka, credo per paura che la notizia degli abusi di Rupnik uscisse in qualche modo e compromettesse il futuro della comunità, ha taciuto e ha assunto con noi un atteggiamento totalmente repressivo e controllante. Non si dovevano più salutare gli amici di padre Rupnik o coloro che lo frequentavano, non si poteva più liberamente scegliere il confessore e neanche dirgli tutto. Veniva pure verificato che cosa avevamo detto in confessione e le risposte date dal confessore. La guida spirituale poteva essere soltanto una sorella della Comunità: o era la superiora stessa o, con il suo permesso, un’altra sorella. Il contenuto della preghiera personale doveva essere condiviso con le altre e Ivanka si attribuiva il diritto di giudicare quando una preghiera era genuina e quando non lo era. La sorella che non pregava bene spesso doveva insistere in cappella finché non pregava come voleva Ivanka, altrimenti veniva segnalata come persona in crisi, il che era sempre considerato una colpa, una chiusura nei confronti di Dio. La libertà personale era quasi completamente azzerata. A causa di questo clima buio e minaccioso la Comunità si è dimezzata: nel giro di pochi anni siamo uscite in 19, una addirittura è scappata dalla finestra.

    Ci sono state reazioni da parte dei gesuiti o della Chiesa in generale?

    Nessuna. Non uno che si sia interessato, almeno ufficialmente, della separazione fra Ivanka Hosta e padre Rupnik e della successiva disgregazione della Comunità. Nel ’98 sono andata in curia dai gesuiti e ho raccontato tutto di nuovo, stavolta al delegato per le case internazionali a Roma padre Francisco J. Egaña, ma ancora una volta non è successo niente. Dopo, per anni, ho vissuto con una grande ferita senza più avere rapporti con nessuna finché, prima del lockdown, ho incontrato una ex sorella che mi ha detto che la Comunità era stata commissariata.

    Che cosa ha fatto dopo essere uscita dalla Comunità Loyola?

    Lavoravo già in un’università cattolica a Roma. Al momento delle mie dimissioni dalla comunità, Ivanka è andata dal mio superiore per dirgli di sostituirmi con un’altra sorella: per fortuna si è rifiutato.

    È in contatto con le sorelle che attualmente vivono nella comunità?

    Con qualcuna. Molte hanno seri problemi fisici e psichici a causa delle violenze psicologiche e spirituali che hanno subìto. Alcune assumono farmaci che le devastano: una l’ho rivista ad un funerale e non l’ho nemmeno riconosciuta, tanto era segnata dall’effetto delle medicine. Prima Marko e poi Ivanka sono riusciti a togliere loro quel poco di autostima che avevano.

    Per appoggiare la denuncia di “Anna”, lo scorso giugno lei ha scritto una lettera sugli abusi di Rupnik indirizzata ai gesuiti e a diverse personalità della Chiesa, dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Luis Ladaria al cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis. Qualcuno le ha risposto?

    Nessuno. E dire che molti di loro li conosco personalmente.

    La conferenza espiscopale slovena il 21 dicembre ha detto che prova “dolore e costernazione” per gli abusi, “rimasti ignoti per tanti anni”. È così?

    All’epoca tanti erano al corrente dei fatti, dal vescovo di Lubiana al provinciale dei gesuiti fino al fondatore del Centro Aletti, il teologo Tomáš Špidlík. Nemmeno oggi i vescovi sloveni possono dire che non sapevano: “Anna” ed io abbiamo spedito via pec le nostre lettere anche all’attuale arcivescovo di Lubiana Stanislav Zore, al provinciale sloveno padre Miran Žvanut e a padre Milan Žust, superiore della Residenza della Santissima Trinità al Centro Aletti di Roma, che è anche il superiore di padre Rupnik. Non credevano che saremmo andate tanto avanti nella denuncia pubblica e hanno detto mezze verità per cercare di cavarsela.

    Sia i vescovi sloveni che il cardinale De Donatis ora condannano gli abusi ma invitano a distinguere fra i peccati di Rupnik e ciò che ha espresso con la sua arte. Che cosa ne pensa?

    L’arte è espressione di quel che lui insegna, riflette la sua personalità. Non si può dire che l’arte e il ministero sono due cose separate, Rupnik stesso ha sempre sottolineato che sono due elementi intimamente connessi. Finché la Chiesa non capisce che l’essere abusatore di padre Rupnik è legato al suo essere artista, continuerà a minimizzare la gravità di quel che è successo.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

  • “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    Federica Tourn per “Domani” – «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio».

    Inizia così della violenza sessuale, psicologica e spirituale che Anna (nome di fantasia), oggi 58 anni, ex religiosa italiana della Comunità Loyola, ha subito per nove anni da parte di Marko Rupnik. Il padre gesuita, teologo e artista noto in tutto il mondo, è oggi al centro di uno scandalo per l’accusa di abusi nei confronti di alcune suore, come Domani ha raccontato nei giorni scorsi.

    Anna, arrivata a sfiorare il suicidio per le sofferenze causate dal delirio di onnipotenza e dall’ossessione sessuale del gesuita, ha denunciato più volte il suo abusatore nel corso degli anni. Ma la Chiesa ha sempre coperto tutto.

    Quando ha conosciuto Marko Rupnik?

    Nel 1985, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Medicina. Pensavo di partire missionaria dopo la laurea e sentivo il bisogno di una crescita nella fede. Ero anche appassionata di arte e una suora che conoscevo mi presentò questo pittore gesuita che aveva un piccolo atelier in piazza del Gesù a Roma. Rupnik aveva dieci anni più di me ed era al primo anno di sacerdozio; con lui mi sentivo a mio agio ed è diventato subito la mia guida spirituale.

    Che tipo di persona era?

    Già negli anni ’80 per i giovani gesuiti sloveni era una star. Aveva un forte carisma personale nello spiegare il Vangelo e una spiccata sensibilità nell’individuare i punti deboli delle persone. Così ha immediatamente capito le mie fragilità, le insicurezze e le paure che avevo.

    Come è iniziato il vostro rapporto?

    Ho cominciato a frequentare il suo atelier perché ero affascinata dalla pittura e in particolare dai colori di Chagall. Mi sentivo importante per lui: mi piacevano i suoi quadri e molto spesso parlavamo mentre dipingeva. Poi cominciò a sottolineare ogni contatto tra noi, dicendomi che ogni gesto aveva un significato preciso: anche una semplice stretta di mano o una carezza sul braccio diventavano un’occasione per sottolineare la mia femminilità.

    Non potevo certo immaginare che quella fosse già una strategia per arrivare ad avere ben altro tipo di rapporti fisici con me, come non potevo capire che quell’abbraccio dopo ogni confessione era un invito ad andare oltre. Allo stesso modo non potevo immaginare che allora, quando mi spiegava che i corpi disegnati sulle tavole del Kamasutra erano una forma d’arte, era già un assiduo frequentatore di cinema porno.

    Non trovava niente di anomalo nel suo modo di fare?

    A volte mi sembrava strano, ma me lo spiegavo con il suo essere artista. Voleva che gli facessi da modella e una volta mi ha chiesto di posare per un suo quadro perché doveva disegnare la clavicola di Gesù e non cercava delle ragazze “del mondo”, che esprimevano a suo dire solo sessualità, ma una persona in ricerca come me.

    Non è stato difficile accettare e sbottonare qualche bottone della camicetta. Per me, che ero ingenua e inesperta, significava soltanto aiutare un amico. In quell’occasione mi ha baciata lievemente sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucarestia.

    Ero frastornata: da una parte sarei voluta scappare, dall’altra padre Marko mi incoraggiava dicendomi che potevo vivere quella realtà perché ero speciale ed era un dono che il Signore faceva solo a noi; che solo con me poteva vivere, anche nel fisico, l’appartenenza a Dio senza possesso, nella libertà, a immagine dell’amore trinitario.

    E lei gli ha creduto?

    Bisogna capire come funziona il discernimento ignaziano (da sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ordine a cui appartiene papa Francesco, ndr): sei chiamato a una totale disponibilità e apertura ed è il tuo padre spirituale a guidarti nella comprensione di cosa è bene e cosa è male.

    Se chi ti guida dice che Dio lo vuole e tu non obbedisci, ti metti contro Dio. È proprio lì che si può insinuare la manipolazione, come è successo con padre Rupnik. Io avevo paura di sbagliare, paura di perdere la sua approvazione, mi sentivo fortemente dipendente dal suo giudizio.

    Se non facevo come voleva lui, subito diceva che il mio cammino spirituale si arenava e mi presentava come “sbagliata” agli altri ragazzi e ragazze del gruppo che nel frattempo si andava formando intorno a lui. Soltanto padre Marko decideva chi andava bene e valeva la pena di supportare; chi invece era nell’errore veniva umiliato e messo in disparte.

    Quando ha deciso di affidarsi totalmente alla guida spirituale di Rupnik?

    Nell’estate del 1986, prima che lui partisse per un viaggio, ci siamo visti nel suo atelier. Abbiamo celebrato insieme l’eucarestia e poi lui si aspettava che mi spogliassi e mi lasciassi toccare come sempre. Quella volta però mi sono rifiutata e lui mi ha aggredita con parole molto dure e cattive, dicendo che non valevo niente, che non avrei mai fatto niente di buono; ha aggiunto che per lui ormai contavano solo altre due donne, di cui mi ha fatto il nome, e che voleva chiudere ogni rapporto con me.

    Io ero disperata perché ormai dipendevo totalmente dalla sua approvazione. Non era amore, solo paura di sbagliare. Da quella volta ho deciso di mettere da parte i miei dubbi e di affidarmi totalmente a lui.

    Ho creduto che quello che vivevamo insieme avrebbe fatto di me una persona migliore davanti a Dio; invece è stato solo l’inizio dello stravolgimento della mia identità e della perdita di me stessa.

    Si è trattato quindi di un plagio?

    È stato un vero e proprio abuso di coscienza. La sua ossessione sessuale non era estemporanea ma profondamente connessa alla sua concezione dell’arte e al suo pensiero teologico. Padre Marko all’inizio si è lentamente e dolcemente infiltrato nel mio mondo psicologico e spirituale facendo leva sulle mie incertezze e fragilità e usando al contempo il mio rapporto con Dio per spingermi a fare esperienze sessuali con lui.

    Così, il sentirmi amata come la Sapienza che gioca davanti a Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi, si è trasformato nella richiesta di giochi erotici sempre più spinti nel suo atelier al Collegio del Gesù a Roma, mentre dipingeva o dopo la celebrazione dell’eucaristia o dopo la confessione.

    Come è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime sorelle della Comunità Loyola di Mengeš, una località a quindici chilometri da Lubiana, e ne ho fatto parte dall’1 ottobre del 1987 al 31 marzo 1994. In un periodo così delicato e fragile come è quello in cui si sceglie quale strada prendere nella vita, padre Marko ha preteso da me una disponibilità e un’obbedienza assolute, caratteristiche che erano anche un tratto distintivo del carisma della Comunità, di cui lui era il garante davanti alla Chiesa su incarico dell’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar.

    Padre Marko mi ha chiesto quindi di lasciare medicina e di partire per la Slovenia con la superiora, Ivanka Hosta, e altre sei sorelle. Isolata dalla mia famiglia e dai miei amici, è stato facile per Marko manipolarmi a suo piacimento.

    Che cosa è successo in Comunità?

    Il primo gennaio 1988 ho professato nella cappella di Mengeš i primi voti religiosi davanti a monsignor Šuštar, voti che ho poi ripetuto nel 1991 nelle mani dello stesso arcivescovo. Gli abusi di padre Marko sono continuati e avvenivano in auto quando lo accompagnavo durante i suoi viaggi.

    È diventato più aggressivo: mi ricordo una masturbazione molto violenta che non sono riuscita a fermare e durante la quale ho perso la verginità, episodio che ha dato inizio a pressanti richieste di rapporti orali. La dinamica era sempre la stessa: se avevo dubbi o mi rifiutavo, Rupnik mi screditava davanti alla Comunità dicendo che non stavo crescendo spiritualmente.

    Non aveva freni, usava ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo, anche confidenze sentite in confessione. Lì è cominciato il mio crollo psichico.

    Le violenze sono avvenute soltanto in Slovenia?

    No, anche nella sua stanza del Centro Aletti a Roma. Qui padre Marko mi ha chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della Comunità, perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, «il terzo raccoglieva il rapporto tra i due».

    In quei contesti mi chiedeva di vivere la mia femminilità in modo aggressivo e dominante e dato che non ci riuscivo mi umiliava profondamente con frasi che non posso ripetere. L’ultimo gradino di questa discesa all’inferno è stato il passare dalle giustificazioni teologiche del sesso ad un rapporto esclusivamente pornografico.

    Nel 1992, mentre frequentavo il quarto anno di filosofia alla Gregoriana, mi ha anche portato due volte a vedere dei film porno a Roma, in via Tuscolana e nei pressi della stazione Termini. Ormai stavo malissimo.

    Rupnik abusava soltanto di lei o anche di altre donne?

    In quel periodo padre Marko aveva cominciato apertamente a plagiare altre sorelle della Comunità, con le solite strategie psico-spirituali che già aveva usato con me, con l’obiettivo di fare sesso con quante più donne possibile.

    All’inizio degli anni ’90 eravamo 41 sorelle e padre Rupnik, da quel che so, è riuscito ad abusare di quasi venti. A volte a caro prezzo: una di loro, nel tentativo di opporsi, è caduta e si è rotta un braccio. Lui era sfacciato e parlava apertamente delle sue tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano. Ho provato a fermarlo ma era inarrestabile nel suo delirio. L’ho anche minacciato di denuncia ma mi ha risposto: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

    Lei che cosa ha fatto?

    A quel punto volevo soltanto che tutto finisse. Sono scappata dalla Comunità per lasciarmi morire nei boschi: speravo che quel gesto estremo avrebbe ricondotto padre Marko alla ragione.

    Per fortuna, invece, è sopravvissuta. Lui come ha reagito?

    L’ho affrontato accusandolo di falsità ma la sua unica reazione è stata il silenzio. Volevo anche parlare con la mia superiora Ivanka Hosta di quel che era successo ma in quel momento non ne ho avuto la forza e ho cercato invece di concentrarmi sulla tesi in filosofia, che ho discusso a giugno del 1993.

    Nel frattempo, però, un’altra sorella si è rivolta a Hosta per raccontarle del devastante rapporto che padre Rupnik intratteneva sia con lei che con me.

    Che cosa è successo a quel punto?

    Padre Marko è stato provvisoriamente allontanato dalla Comunità per il periodo estivo. Ho chiesto allora di poter incontrare il consigliere spirituale di padre Rupnik, padre Tomáš Špidlík (poi creato cardinale diacono nel 2003 da papa Wojtyla, ndr), con la speranza di poter finalmente riuscire a dire a qualcuno quello che era successo in tutti quegli anni.

    L’ho raggiunto al santuario vicino a Livorno dove risiedeva durante l’estate e gli ho chiesto di confessarmi. Ho cominciato quindi a parlargli degli abusi e lui mi ha bloccata dicendo che quelle erano cose mie e che non voleva ascoltarmi.

    Ero sconvolta, per un sacerdote rifiutare una confessione è un peccato grave. Non solo: mi ha consigliato di scrivere una lettera di dimissioni, lettera che ha poi scritto lui stesso e che conservo ancora, nella quale specificava che non c’erano motivi precisi per la mia richiesta di dispensa dai voti, soltanto una generica tensione che non ero più in grado di reggere.

    A quel punto ho capito che era d’accordo con padre Rupnik e che non voleva essere coinvolto nello scandalo insieme al centro Aletti, di cui era ideatore e primo referente.

    È stata aiutata da qualcuno in quel frangente?

    Nessuno mi ha aiutata: né la superiora Ivanka Hosta, a cui alla fine mi ero rivolta, né le altre sorelle della Comunità. Nemmeno i gesuiti superiori di Rupnik e l’arcivescovo Šuštar. Padre Marko era protetto da tutti e io non ero altro che il capro espiatorio di una situazione imbarazzante, l’anello debole della catena che si poteva sacrificare per un bene superiore.

    Nel settembre del 1993 sono quindi rientrata a Mengeš con Ivanka come consigliera provvisoria, in attesa delle elezioni interne, previste per la Pasqua dell’anno successivo. Il clima di ostilità nei miei confronti era palpabile ma ricordo che una sorella, di cui ancora non sapevo nulla, è venuta in lacrime a confidarmi che padre Marko aveva abusato anche di lei.

    Nessuna però osava parlare apertamente e vivevamo in un clima di omertà. Prima di Pasqua fu organizzato un incontro fra padre Marko, Ivanka Hosta e l’arcivescovo per affrontare finalmente la questione: avrei dovuto partecipare anche io ma all’ultimo momento la superiora me lo impedì. Io scrissi una lettera di denuncia che lei avrebbe dovuto consegnare all’arcivescovo ma non so neppure se monsignor Šuštar l’abbia mai ricevuta. Hosta comunque non disse nulla contro Rupnik, l’altra sorella abusata rifiutò di scrivere una testimonianza e tutto finì in un nulla di fatto. Quel che è certo è che proprio in quel periodo le costituzioni della Comunità erano in Vaticano pronte per l’approvazione.

    Rupnik non è stato sanzionato in nessun modo?

    È stato allontanato dalla Comunità ed è tornato a Roma e da allora ha continuato tranquillamente la sua carriera.

    E lei?

    Ivanka mi aveva destinata a lavorare in cucina a Mengeš per il resto della mia vita, senza nessuna prospettiva di cambiamento. Ho obbedito, anche se in cuor mio pensavo che sarei morta.

    Poco tempo dopo, alla vigilia delle elezioni interne, durante la condivisione comunitaria ho provato ancora a denunciare il malessere profondo che era alla base delle nostre relazioni ma la superiora mi ha estromessa dalle votazioni dicendo che ero pericolosa perché sotto l’influenza del diavolo. Il giorno seguente ho lasciato definitivamente la Comunità.

    Dopo che cosa è accaduto?

    Anni dopo Ivanka mi ha scritto chiedendo perdono a me e alla mia famiglia, a cui era stato detto che ero schizofrenica. Dopo le dimissioni ho sofferto a lungo di depressione e anche in seguito non sono riuscita ad avere una relazione affettiva e a costruirmi una famiglia.

    L’abuso che ho subito ha sconvolto profondamente la mia psiche e lasciato segni indelebili nello spirito e nel corpo, che mi hanno impedito di fare scelte significative.

    Arriviamo ad oggi. Da quando il caso è uscito sui giornali, i gesuiti si sono espressi in modo reticente e contraddittorio. In particolare il delegato della Compagnia di Gesù a Roma padre Johan Verschueren ha detto che Rupnik non è accusato di abusi sessuali ma di “comportamenti trasgressivi” durante la confessione. È possibile che i gesuiti non sapessero delle accuse?

    No, non è possibile. La Chiesa e l’ordine dei gesuiti erano a conoscenza dei fatti sin dal 1994, quando ho portato personalmente la mia richiesta di dispensa dei voti all’arcivescovo di Lubiana, nella quale denunciavo gli abusi da parte di padre Rupnik.

    L’arcivescovo in quell’occasione mi disse soltanto che la Compagnia di Gesù lo aveva sanzionato severamente, cosa poco credibile visto che in quegli anni nasceva e si consolidava l’operato del Centro Aletti. Non solo: anche un’altra sorella, uscita dalla Comunità Loyola nel 1996, non direttamente coinvolta nella relazione con padre Marko ma informata dei fatti, parlò nel 1998 con padre Francisco J. Egaña, all’epoca delegato per le case internazionali della Compagnia di Gesù a Roma, che la ascoltò ma non fece nulla.

    Il preposito, cioè il capo della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha confermato che Rupnik è stato scomunicato, in seguito a una denuncia del 2019, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Che effetto le fa questa ammissione?

    Mi addolora profondamente, perché conferma la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che padre Marko ha continuato ad abusare delle donne che ha incontrato durante tutto questo tempo. Andava fermato trent’anni fa. Sono sconcertata per il fatto che Rupnik ancora non avverta la responsabilità delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto sulla mia vita e su quella di tante altre consorelle che potrebbero parlare.

    Nonostante questo, il Dicastero per la Dottrina della fede ha chiuso ad ottobre 2022 un’indagine ecclesiastica su Rupnik perché ha ritenuto che i fatti erano da considerarsi prescritti. Lei è stata ascoltata in questa occasione?

    Sì, ho testimoniato il 10 dicembre 2021 e ho raccontato tutto quello che ho subìto nei minimi dettagli.

    Dopo la sua testimonianza al Dicastero, che cosa è successo?

    Dato che per mesi non ho più saputo nulla dell’esito dell’indagine ecclesiastica, lo scorso giugno ho scritto una lettera aperta in cui ho ripetuto la mia denuncia contro padre Rupnik, indirizzata al generale dei gesuiti padre Sosa. In copia c’erano, tra gli altri, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, padre Johan Verschueren, padre Hans Zollner, la direttrice del Centro Aletti Maria Campatelli e altri membri della Compagnia di Gesù e del Centro Aletti. Non ho avuto risposta da nessuno di loro.

    Pensa di chiedere un risarcimento in sede civile per i danni morali e materiali?

    Sto valutando con il mio avvocato questa possibilità.

  • LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    di Francesco Benigno Vincenzo Lavenia

    Il 6 gennaio del 2002 «The Boston Globe» usciva con un titolo sparato in prima pagina a caratteri cubitali: «La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti». Lo scandalo che sorse allora non si è più fermato. In questi vent’anni la Chiesa è stata profondamente travagliata dalla pedofilia, sorta di male incurabile diffuso tra le file dei chierici, un fenomeno che ha assunto, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, le dimensioni di una vera epidemia.

    Resisi conto della gravità dell’accaduto, i vescovi statunitensi avevano prontamente reagito convocando a giugno una Conferenza episcopale a Dallas, che si pronunciò per una vigorosa azione di risanamento, affidando a un importante studio di criminologia, il John Jay College of Criminal Justice della New York City University, la stesura di un rapporto sugli abusi sessuali i cui risultati furono resi noti nel febbraio del 2004. La linea di fermezza promossa dalla Conferenza episcopale statunitense si esaurì per le resistenze dell’ala tradizionalista e conservatrice del clero, ma da allora la richiesta di delineare un quadro dettagliato dell’abuso clericale sui minori ha sempre accompagnato la progressiva emersione del problema su scala globale.

    Se infatti al tempo di Giovanni Paolo II la Curia poteva ancora sostenere che gli abusi sui minori fossero un fenomeno essenzialmente statunitense, Benedetto XVI da subito (2005) dovette confrontarsi con l’esplosione del caso irlandese. Una serie di inchieste governative, confluite nei rapporti Ferns, Ryan e Murphy, produssero nell’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici del mondo uno shock enorme, che causò una vistosa diminuzione del numero dei sacerdoti e cattolici praticanti.

    Il problema però, come si vide bene nel 2010, non era solo irlandese. In quell’anno, che può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa, si registrò la più grande serie di scandali del cattolicesimo moderno, capaci di coinvolgere numerosi cardinali, decine di vescovi e migliaia di preti e religiosi. La progressione dei casi rivelati di pedofilia si fece incalzante: dalla Svizzera al Belgio, dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dall’Austria alla Germania, dappertutto si verificò un’esplosione di segnalazioni, che segnarono duramente la fase terminale del pontificato di Ratzinger e contribuirono forse a spingerlo alle dimissioni.

    Il 2010 può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa: la progressione di casi rivelati di pedofilia si fece incalzante e furono coinvolti cardinali, vescovi, preti e religiosi

    Il nuovo papa, Francesco, per fronteggiare la situazione, e le accuse provenienti dalla Commissione per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite che continuava a chiedere alla Santa Sede di rispettare la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, modificando opportunamente il Codice di diritto canonico, ha tentato varie mosse – la nascita di una commissione per la tutela dei minori aperta alla partecipazione dei laici, riforme della normativa ecclesiastica e vari interventi morali e teologici, tra cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Come una madre amorevole, del 2016 – caratterizzate da un notevole rigore.

    Ma intanto il tema della pedofilia aveva varcato i confini europei. Se nel caso australiano una commissione governativa dimostrava la consistenza, ampiezza e durata del fenomeno (di recente si è mossa anche la Nuova Zelanda), lo scandalo della pedofilia ecclesiastica si è propagato in tutta l’America Latina, trasmettendosi come un’onda sismica avvertita negli episcopati cileno, brasiliano, colombiano, argentino, ecuadoregno, costaricano, peruviano, e perfino in quello del piccolo San Salvador.

    Da allora taluni episcopati europei hanno preso l’iniziativa di promuovere indagini: è stato il caso della Polonia e poi della Chiesa francese. Quest’ultima, nel 2018, ha deciso di avviare un’inchiesta, diretta da un alto funzionario statale cattolico, Jean Marc Sauvé, che nel dicembre scorso ha consegnato il suo rapporto, suscitando enorme clamore per aver rivelato un fenomeno di grande ampiezza (300 mila vittime). Nel gennaio di quest’anno, poi, anche la Chiesa portoghese si è mossa in questa direzione, avviando un’indagine che è in corso. Negli stessi giorni, in Germania, vi è stato l’annuncio dei risultati dell’inchiesta promossa nelle sedi di Frisinga e di Monaco (centinaia di abusi perpetrati dal 1945 al 2019; dozzine di chierici coinvolti), con l’accusa mossa a Ratzinger di avere insabbiato alcuni casi al tempo in cui era arcivescovo della diocesi bavarese. Il papa emerito si è difeso in modo assai confuso, senza fugare i gravi sospetti di negligenza o di complicità.

    In altri contesti però gli episcopati sono riluttanti a mappare la questione: nel caso spagnolo, malgrado un’inchiesta condotta da «El País», la Chiesa locale non appare intenzionata a promuovere un’indagine, che – taluni vescovi temono – potrebbe travolgerla. Similmente, nel caso italiano, si osserva una forte resistenza all’apertura di un’inchiesta per valutare ampiezza e gravità di un fenomeno che potrebbe avere dimensioni ancora maggiori di quelle di altri paesi. Certo, è passato del tempo dal 2010, anno in cui il segretario della Cei, Giuseppe Betori, poteva dichiarare impunemente che la pedofilia tra le fila del clero è un «fenomeno estremamente limitato»: grazie soprattutto all’azione di papa Francesco, l’orientamento culturale è significativamente mutato. Ora anche nella Cei v’è chi si ripromette di lanciare un’indagine conoscitiva interna, ma tutto è stato rimandato a maggio, quando chi sostituirà Gualtiero Bassetti dovrà decidere il da farsi.

    A sollecitare un’inchiesta indipendente, pubblica e non condizionata dalle cautele dell’episcopato italiano, affidata a una commissione autorevole, è adesso un coordinamento di associazioni, in gran parte cattoliche, alcune delle quali, fin qui non troppo visibili, riuniscono le vittime degli abusi che hanno rotto il silenzio (Rete l?Abuso, Comitato Vittime e Famiglie).  Del coordinamento, che ha ricevuto l’appoggio di «Left» e dell’agenzia di stampa Adista – punto di riferimento dei fedeli più progressisti – fanno parte l’Osservatorio interreligioso dulle violenze contro le donne e Donne per la Chiesa. In modo significativo, il comunicato che ha chiesto a gran voce di avviare l’inchiesta, emanato il 12 febbraio di quest’anno, tre giorni prima della presentazione pubblica dell’iniziativa, si è avvalso dell’hashtag #ItalyChurchToo, con riferimento alla campagna mondiale contro la violenza sulle donne (#MeToo) che ha riscosso successo partendo dagli Stati Uniti. I promotori ricordano che ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.

    Ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno della pedofilia non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica

    Negli stessi giorni è stata resa nota su «Domani» una lettera del 2015, vergata dall’allora segretario e ora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, che ha contribuito a suscitare indignazione, nonostante la distrazione di una parte della stampa italiana intorno a questo tema. Nella missiva, infatti, si suggeriva all’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin di intervenire nel caso di don Bernard Preynart, che avrebbe travolto i vertici della diocesi francese, ma senza suscitare scandalo.

    «Scandalo» è la parola che torna in documenti analoghi che l’ex Sant’Uffizio – investito da secoli delle materie di adescamento sessuale del clero, e dunque anche dei peccati e delitti di pedofilia – ha indirizzato ai pastori d’anime di tutto il mondo, Italia compresa. Essa ci ricorda che il diritto canonico continua a mettere al riparo le colpe occulte, dei laici e del clero, tentando di risolverle e di riconciliarle senza clamore (e senza imporre la denuncia al magistrato civile). È una lunga storia, quella del segreto e della prassi penitenziale dei tribunali della Chiesa, che abbiamo provato a raccontare in un libro (Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, 2021), cercando di mettere in luce come oggi l’opinione pubblica non sia più disposta a comprendere e a tollerare le norme canoniche, che appaiono come astute regole di tutela corporativa che coprono diffuse abitudini sessuali del clero in spregio alle vittime (le vittime fragili e non consenzienti di un abuso sentito come particolarmente grave perché tocca l’infanzia e l’adolescenza).

    Eppure, come si legge nel Vangelo (Mt 18,7; Lc 17,1), occorre che lo scandalo accada, che venga alla luce; e guai a chi lo provoca. Guai a chi tenta di tenerlo lontano dai riflettori, lasciando le vittime da sole. Perciò l’iniziativa di questa rete di associazioni ci sembra importante, e non deve essere lasciata cadere nel silenzio né stravolta con un’inchiesta interna della Cei. Perché anche in Italia, nel giardino di casa dei papi, si faccia piena chiarezza sull’entità di comportamenti che per troppo tempo la Chiesa ha faticato ad avvertire come criminosi.

    https://www.rivistailmulino.it/a/pedofilia-nella-chiesa