Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Luis Ladaria

  • Abusi nella chiesa, Cei frena sulle commissioni d’inchiesta ma le vittime si organizzano: on-line il primo archivio  dei pedofili italiani

    Abusi nella chiesa, Cei frena sulle commissioni d’inchiesta ma le vittime si organizzano: on-line il primo archivio dei pedofili italiani

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Mentre la Cei continua a rimandare (da anni) una analisi (anche storica) del fenomeno della pedofilia su tutto il territorio nazionale, frenando ogni possibile ricerca all’interno dei propri archivi diocesani, un gruppo di associazioni si sta muovendo per mappare la piaga degli abusi, raccogliendo, catalogando, classificando tutto il materiale finora disponibile proveniente dalle procure e dagli archivi dei mass media. Un lavoro incrociato immenso che ha dato vita al primo database realizzato dal settimanale Left in collaborazione con Rete L’Abuso.

    L’archivio sarà messo on line venerdì 18 febbraio su https://chiesaepedofilia.left.it/ mostrando – per ora – i primi 50 casi censiti e accertati, con più di 140 vittime. Man mano che la mole enorme di carte verrà lavorata il sito sarà aggiornato in tempo reale. Al momento sono oltre 300 le vicende già sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

    Nel database figurerà il nome del sacerdote (laddove è stato reso noto) specificando se è stato condannato o è ancora sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l’anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza. A questo aspetto viene collegata anche l’eventuale sanzione canonica subita dall’ecclesiastico (sanzione che non sempre è stata fatta dalla Chiesa).

    Un numeratore terrà aggiornato il conteggio degli ecclesiastici coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all’archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti che certificano la denuncia, l’inchiesta, l’eventuale iter processuale e l’eventuale condanna in via definitiva del reo. La prima mappatura del genere è stata fatta da Francesco Zanardi nel 2010, una ex vittima di un prete pedofilo di Savona. Da vittima  ripete che «la violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti un omicidio psichico».

    Contrariamente a quanto fatto da altre nazioni europee – per esempio la Francia – in Italia sia la Chiesa che le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) finora non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta strutturata su scala nazionale per far luce su un fenomeno purtroppo diffuso in tutta la Penisola.

    Intanto il 15 febbraio si terrà un evento on line intitolato Oltre il Grande Silenzio al quale prenderanno parte diverse associazioni cattoliche: Adista, Comitato Vittime e Famiglie, Voices of Faith, Noi siamo chiesa, Comité de la Jupe, Donne per la Chiesa, Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne. Il giorno della presentazione è previsto anche l’intervento di alcuni sopravvissuti e testimoni.

    L’idea di una Commissione indipendente all’interno della Cei è sostenuta solo da una minoranza di vescovi. Secondo Zanardi la soluzione del problema degli abusi nella Chiesa non po’ che arrivare dall’esterno. «Purtroppo la Chiesa in questi anni ha dimostrato – anche davanti a casi eclatanti – di voler insabbiare. In Italia, inoltre, la denuncia di un prete pedofilo può avvenire solo su querela di parte a differenza di quanto accade in Francia, Spagna, Germania. In Italia la denuncia la può fare solo la vittima o il genitore se la vittima è minorenne. Sarebbe importante che il legislatore dia la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Basterebbe questo per determinare una svolta. Inoltre occorrerebbe abolire la prescrizione».

    Nella sua esperienza, racconta Zanardi, «mi capita di vedere persone anche molto in là con gli anni che vorrebbero denunciare una violenza. Il tempo di maturazione di questo tipo di reato è molto lungo, richiede di solito un’elaborazione lunghissima. Solo dopo molto ci si accorge che altri problemi, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, sono stati provocati da quell’episodio lontano nel tempo».

    Intanto una lettera inedita sta sollevando un polverone anche in Vaticano. Nei giorni scorsi il Domani e Piazza Pulita di Corrado Formigli hanno diffuso il contenuto di una missiva riservatissima, datata febbraio 2015, nella quale l’attuale prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Luis Ladaria, gesuita e grande alleato di Papa Francesco, ha inviato al cardinale Philippe Barbarin, allora vescovo di Lione, il quale chiedeva al Vaticano come comportarsi con don Bernard Preynat, sul cui conto erano arrivate in diocesi diverse denunce per pedofilia (e successivamente condannato). «Questa Congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso di Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando scandali pubblici».

    Ladaria suggeriva di gestire il brutto caso facendo poco clamore, sottolineando implicitamente che l’attenzione andava posta alla buona fama della istituzione cattolica. Insomma, un problema reputazionale per una Chiesa sempre più bersagliata dalla stampa. La linea che i panni sporchi si lavano in casa non si discosta tanto da quello che è sempre accaduto e che Papa Ratzinger ha sottolineato drammaticamente nella sua lettera-testamento confessando che davanti agli abusi e al grido delle vittime i cattolici (tutti) hanno dormito. Proprio come hanno fatto anche i discepoli quando Cristo era nell’Orto degli Ulivi.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/chiesa_pedofilia_papa_francesco_cei_database_pedofili_italiani_ratzinger_news-6501454.html

  • Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    I panni sporchi si lavano in famiglia. È questo il senso della lettera che il cardinale Luis Ladaria, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio), nel febbraio 2015 inviò al cardinale Philippe Barbarin, allora vescovo di Lione, che chiedeva come comportarsi con don Bernard Preynat, sul cui conto erano arrivate in diocesi diverse denunce per pedofilia.

    «Questa Congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso di Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando scandali pubblici», si legge nella lettera di Ladaria, riportata ieri sul quotidiano Domani da Emiliano Fittipaldi. «Fermo restando – conclude la lettera – che in queste condizioni non può essere affidato un altro ministero pastorale che includa eventuali contatti con i minori».

    Barbarin obbedì, e tutto rimase nascosto ancora per un anno. Nel 2016, infatti, in seguito alle denunce penali di alcune vittime, Preynat fu processato e nel 2020 condannato a cinque anni di reclusione per abusi sessuali su minori. Barbarin invece – che nel marzo 2020 si è dimesso da vescovo -, dopo essere stato condannato in primo grado per omessa denuncia, l’anno scorso è stato definitivamente assolto.

    Quella a Barbarin non è stata l’unica lettera scritta da Ladaria, nel 2008 nominato da papa Ratzinger segretario della Congregazione per la dottrina della fede, promosso prefetto dello stesso dicastero nel 2017 da papa Francesco, il quale l’anno successivo lo ha creato cardinale. Ve ne è un’altra pressoché identica, datata 2012, inviata all’allora vescovo di Lucera (Foggia), a proposito di don Giovanni Trotta, dimesso dallo stato clericale perché pedofilo, ma con la raccomandazione che la destituzione del prete restasse in penombra, per non «generare scandalo ai fedeli». Così accadde anche stavolta, ma le conseguenze della consegna del silenzio furono ben più gravi: da laico, Trotta iniziò ad allenare una squadra di calcio giovanile e commise abusi sessuali su diversi piccoli atleti, venne denunciato dalle famiglie di alcune vittime e due anni fa è stato condannato in appello a venti anni di carcere.

    Le lettere «fotocopia» di Ladaria testimoniano che non si tratta di due casi, ma di una prassi che vuole coprire i preti pedofili per difendere l’istituzione. Non quindi un «sistema Ladaria», ma un «sistema vaticano» che, come rileva Luis Badilla, direttore del Sismografo (sito di informazione indipendente, ben accreditato in Vaticano), obbedisce a un articolo del Codice di diritto canonico: «Per una trasgressione occulta non si imponga mai una penitenza pubblica».

    A questo punto papa Francesco, se vuole davvero dare concretezza alla «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia clericale, non può non prendere tre decisioni: rimuovere Luis Ladaria, modificare il Codice di diritto canonico e imporre l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei preti pedofili (per scongiurare nuovi casi Trotta).

    In Italia intanto qualcosa si muove. Se la Cei è ferma nel non volere una commissione di inchiesta indipendente sulla pedofilia (come quella della diocesi di Monaco che ha messo sotto accusa Ratzinger, o quella della Chiesa francese), prendono l’iniziativa dal basso le associazioni che martedì prossimo daranno vita al Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica. «L’Italia è rimasto praticamente l’unico Paese dove non si è nemmeno pianificata un’indagine indipendente sugli abusi», spiega al manifesto Ludovica Eugenio, direttrice dell’agenzia di informazioni Adista, promotrice dell’iniziativa (insieme, fra gli altri, a Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Noi siamo Chiesa e le associazioni delle vittime L’abuso e Comitato vittime e famiglie).

    «Poiché tutto fa ritenere che il numero di casi in Italia sia molto elevato, un’indagine indipendente è urgente e necessaria come primo passo di un cammino di giustizia soprattutto nei confronti delle vittime, le cui vite sono devastate anche dall’omertà e dagli insabbiamenti».

    https://ilmanifesto.it/vaticano-i-preti-pedofili-e-gli-scandali-da-silenziare/

  • Altri angeli dovrebbero cadere

    Altri angeli dovrebbero cadere

    La-croix – @robinrome “È la grande mostruosità. È più grave di ogni altra cosa”. “Così ha descritto la pedofilia Papa Francesco in un nuovo documentario presentato mercoledì a Roma, in cui ripercorre alcuni episodi chiave del suo pontificato”. Erano le righe introduttive che Loup Besmond de Senneville, il nuovo corrispondente vaticano di La Croix, ha usato per iniziare il suo articolo sul film “Francesco”. Ma i commenti del papa sugli abusi sessuali sui minori da parte del clero e tutto il resto che dice in questo documentario ( di immigrati, povertà, ambiente, ecc …), sono stati appena citati dalla stampa. La sensazione delle unioni civili gay. Questo perché quasi tutti, a quanto pare, hanno parlato di una frase che ha fatto notizia in tutto il mondo: “Papa Francesco viene a favore delle unioni civili gay “.

    Ovviamente questa è una grande notizia. Dopo tutto, il Vaticano si è ufficialmente opposto alle unioni civili – e ha istruito i cattolici che devono farlo anche loro – dal 2003, quando la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la direzione del cardinale Joseph Ratzinger, ha pubblicato un documento che ha paragonato l’approvazione delle unioni civili alla “legalizzazione del male”. Il futuro Benedetto XVI ha insinuato che le persone dovrebbero essere abbastanza felici da sopportare anche la convivenza di coppie omosessuali. L’ha chiamata la semplice “tolleranza del male”. Quindi, sì, questa è una notizia abbastanza grande. E anche per molte altre ragioni. La grande mostruosità Ma che dire delle parole che Papa Francesco ha usato per descrivere la pedofilia o – cosa probabilmente intendeva – l’abuso sessuale dei minori da parte del clero? L’ha chiamata “la grande mostruosità” e il crimine che è “più grave di ogni altra cosa”. E nel documentario descrive come ha rimosso un vescovo in Cile per aver coperto gli abusi perpetrati da un prete che faceva da mentore a questo particolare vescovo.

    Non è chiaro quanti altri vescovi Francesco abbia chiesto di ritirarsi per insabbiamento degli abusi perché, come quasi tutto nella Curia romana, non c’è una vera trasparenza. I vescovi sono spesso costretti a dimettersi per “cattiva salute o per altri gravi motivi “disposizione del codice di diritto canonico. Non ci viene mai detto che cosa, semmai, affligge questi uomini, ci resta solo da indovinare o supporre il motivo, mentre il vescovo che è stato costretto a rassegnare le dimissioni può giustificare il proprio diniego aggrappandosi all’illusione che si trattasse effettivamente di una domanda di stress. Dopotutto è una cattiva salute.

    Andare dietro ai grossi uccelli. Quanti cardinali sono stati costretti a lasciare o sono stati puniti per aver nascosto abusi sotto il tappeto? Sembra che non ce ne siano affatto, forse leggeremo i nomi di alcuni che avrebbero dovuto esserci, se il rapporto promesso sull’ex arcivescovo di Washington e pedofilo, Theodore McCarrick, sarà mai pubblicato. ha dimostrato di non aver paura di fare il duro con i cardinali. Ha rimosso McCarrick dal College of Cardinals nel luglio 2018 e poi lo ha “scongelato” sette mesi dopo. E nel 2015, il papa gesuita ha tolto i diritti cardinalizi al defunto Keith Patrick O’Brien, sebbene – stranamente – abbia permesso allo scozzese rimanere cardinale. Il crimine di O’Brien è stato quello di aver molestato sessualmente o di aver avuto rapporti sessuali con seminaristi e preti adulti. 

    Apparentemente, è stato perché Becciu è stato sorpreso a appropriarsi indebitamente, ma, naturalmente, il Vaticano non l’ha mai effettivamente detto. Altri angeli dovrebbero cadere. Un cardinale che non ha diritti è simile a essere un’anatra zoppa – o, certamente, molto strano. il papa non ha applicato la stessa pena ai cardinali che hanno insabbiato gli abusi sessuali?

    E tra loro c’è una coppia che – come il cardinal Becciu – si chiama “Angelo”. Uno di loro, ex segretario di Stato vaticano, è noto per aver protetto lo stupratore seriale e fondatore psicopatico dei Legionari di Cristo. Questo Angelo in particolare sarà probabilmente citato nel rapporto McCarrick, ma c’è un altro cardinale italiano di nome Angelo di cui recentemente sono venuti alla luce i tentativi di coprire gli abusi sessuali di uno dei suoi preti diocesani: il cardinale Angelo Bagnasco, l’arcivescovo in pensione di Genova e ex presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) .

    Bagnasco accusato di insabbiamento ed esortazione a mentire a un prete. Questa settimana il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano ha riferito che il cardinale 77enne, andato in pensione solo lo scorso maggio, ha cercato di fermare il processo canonico a un sacerdote accusato di abusi sessuali minorenni e sollecitazione del sesso nel confessionale, lo ha fatto solo l’anno scorso, nel marzo 2019, un mese dopo che Papa Francesco aveva convocato a Roma tutti i presidenti delle conferenze episcopali nazionali del mondo per il grande vertice su come affrontare gli abusi sessuali del clero I funzionari della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sanno esattamente cosa ha tentato di fare il cardinale Bagnasco perché sono stati loro (in particolare, è stato il cardinale Luis Ladaria SJ, prefetto della CDF) che ha ordinato a Bagnasco di condurre il processo.

    Ma Bagnasco ha cercato di fermare il processo canonico, proponendo invece, in una lettera alla CDF, che il religioso venisse semplicemente mandato via. E, sorprendentemente, ha persino suggerito al sacerdote di mentire ai suoi parrocchiani sulle ragioni per cui. Una proposta in 4 punti per evitare un processo Secondo documenti recentemente pubblicati dalla rete delle vittime di abusi italiani, “Rete l’Abuso”, il cardinale genovese ha cercato di persuadere la CDF ad accettare una proposta in 4 punti.

    1)Invece di un procedimento giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo con l’assistenza del vicario giudiziario

    2)Allontanare il sacerdote dalla parrocchia dove ha lavorato bene per 21 anni

    3)Sospenderlo dall’ascolto delle confessioni

    4)Inviarlo a una comunità religiosa dove sia presente un clima di regolare preghiera comunitaria e affidarlo alle cure di un ottimo psicoterapeuta (a Milano), N., ben noto a me e al mio seminario.

    Il cardinale Bagnasco ha avuto addirittura la faccia tosta di suggerire che questo prete credibilmente accusato fosse autorizzato a rimanere parrocchia per altri due mesi (fino alla fine di maggio 2019) in modo che potesse essere presente alle cerimonie di Prima Comunione e Cresima precedentemente programmate. A questo punto non pensi che il papa avrebbe dovuto intervenire?

    Invece, la congregazione dottrinale si è semplicemente fermata la farsa. Nel luglio 2019 ha detto a Bagnasco che gli toglieva di mano il processo canonico e lo inviava al tribunale arcivescovile della vicina Torino.

    Agirà il papa? Bagnasco non è un vescovo motto, lasciando da parte le credenziali conservatrici (viene dalla stalla del defunto cardinale Giuseppe Siri che lo ordinò presbiterio nel 1966), divenne uno dei vescovi più influenti d’Europa all’epoca di Benedetto XVI.

    Nel 2006 il papa bavarese nominò Bagnasco, allora capo dell’esercito italiano ordinariato, a Genova e lo ha nominato cardinale nel 2007. Quello è stato lo stesso anno in cui Benedetto lo ha nominato personalmente presidente della Cei, carica che ha ricoperto fino al 2017 quando papa Francesco lo ha rimosso. Tuttavia, i membri del Consiglio conservatore dei vescovi ‘ Le Conferenze d’Europa hanno eletto Bagnasco loro presidente nel 2016, che è stata vista come una sfida diretta all’attuale papa.

    Le rivelazioni del suo tentativo di bloccare un processo canonico su mandato della CDF a un sacerdote accusato credibilmente hanno appena menzionato sulla stampa italiana. Se Papa Francesco crede davvero che l’abuso sessuale sui bambini sia “la grande mostruosità” e “più grave di ogni altra cosa”, allora coprire tali crimini deve essere certamente peggio dell’appropriazione indebita. E la pena per fare il primo dovrebbe essere severo almeno quanto il secondo.

    Seguimi su Twitter @robinrome

  • Don Castagneto e gli abusi su minori, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

    Don Castagneto e gli abusi su minori, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

    Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma, apprende il Fatto, il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. E ciò nonostante un tentativo di insabbiamento di Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha dovuto addirittura revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro.

    Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima (novembre 2018), il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Non sono, però, le prime segnalazioni sul sacerdote arrivate in Curia: ce n’erano state altre negli anni Novanta, ma, come raccontato dal Fatto, non erano state ritenute affidabili. Come non affidabile – si legge nella relazione – è ritenuta da Bagnasco la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Ma le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che, oltre a fare riferimento ai fatti di Sori, sono preoccupati che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce in prima persona un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

    È anche sulla base di queste parole che il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha chiesto personalmente l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi. Ma per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione. Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, nonostante riferisca che don Castagneto ha ammesso le sue responsabilità sui fatti di Sori, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, sospenderlo dalle confessioni, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta conosciuto da me”. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, ai suoi parrocchiani.

    Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma intanto il tentativo di insabbiamento fallisce: la Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”, come si legge in una lettera che il prefetto della Congregazione, il cardinale Luis Ladaria, invia a Bagnasco a luglio dell’anno scorso. All’improvviso, a inizio agosto, don Castagneto lascia la parrocchia e viene ospitato nel santuario di Crea, nel basso Piemonte, in attesa che la comunità di recupero di Roma a cui Bagnasco lo destina riapra, dopo le ferie.

    Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso, come il tribunale ecclesiastico di Torino ha confermato al Fatto. In attesa della sentenza, restano aperte alcune domande: “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi, che qualche settimana dopo la scomparsa del prete riceve una lettera anonima su cui baserà il suo esposto. “Perché Baganasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.

    Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino, nonostante un tentativo di insabbiamento dell’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha revocato il fascicolo. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un fascicolo dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete l’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro. Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione. Nella prima, di novembre 2018, il cardinale riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto è stato parroco fino al 1998. Escludendo, però, “comportamenti scorretti” ad Albaro, dove Bagnasco stesso è stato viceparroco fino al 1995. Nella seconda il vescovo riporta che Castagneto ha ammesso le molestie di Sori. La Congregazione replica che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punite con la riduzione allo stato laicale. E quindi, derogando alla prescrizione, ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di instaurare un processo canonico. Ma nella seconda relazione Bagnasco tenta di dissuadere l’ex Sant’Uffizio: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè lui stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta”. Bagnasco propone che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunione e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo – scrive – potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, alla sua comunità. Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma il tentativo di insabbiamento fallisce: a luglio 2019 la Congregazione affida il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza (Bagnasco, ndr) di celebrare il processo”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/10/23/don-castagneto-bagnasco-ha-provato-a-insabbiare-il-caso-ora-indaga-torino/5976740/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/21/genova-la-cdf-vaticano-revoca-a-bagnasco-lincarico-del-processo-a-don-castagneto-e-lo-passa-a-torino/

  • Quella strana revoca della CDF a Bagnasco che trasferisce il processo Castagneto – la sua proposta e le omissioni – Contiene gli atti

    Quella strana revoca della CDF a Bagnasco che trasferisce il processo Castagneto – la sua proposta e le omissioni – Contiene gli atti

    “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento del vescovo assistito dal vicario giudiziale”  –  “Potrebbe rimanere parroco fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime prevista a maggio p. v.. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza”.  

    Genova 19 marzo 2019 – Card. Angelo Bagnasco

    Una serie di documenti acquisiti dalla procura di Genova dai quali abbiamo estratto il carteggio tra Diocesi di Genova e il Prefetto della CDF, Francisco Luis Ladaria, sull’istruttoria fatta da Bagnasco, che documentiamo ulteriormente nell’approfondimento sul caso di don Franco Castagneto.

    L’estratto che precede l’articolo è parte di quanto Bagnasco invia nell’istruttoria alla CDF (Congregazione per la Dottrina della Fede) integrando una “proposta” molto generosa in favore del prete.

    Il Cardinale malgrado in una missiva del 19 marzo 2019 confermi alla CDF la gravità dei fatti e sostanzialmente l’ammissione di don Franco alle accuse fatte dagli abitanti di Sori già nella metà degli anni 90, quando vi fu un’istruttoria (guidata da Alberto Tanasini – attuale vescovo di Chiavari – con la collaborazione di Nicolò Anselmi, fino a metà del 2020 vescovo vicario proprio del cardinale Angelo Bagnasco  e Guido Marini che è cerimoniere del papa dal 2007 ) al termine della quale però si decise di non procedere, ma di spostare semplicemente don Franco da Sori ad Albaro, dove si insedierà nel 1998.

    Nei vari carteggi con la CDF Bagnasco rassicura che si tratta di fatti datati, che non si sarebbero più ripetuti dopo il trasferimento ad Albaro nel 1998. Gli stessi parrocchiani, secondo l’istruttoria del Cardinale, confermerebbero l’integrità del sacerdote.

    Carteggi dai quali si evince tuttavia la leggerezza morale del cardinale nel proporre a fronte delle ammissioni del Castagneto, che celebri comunque (in quanto parroco) le comunioni e le cresime facendogli poi lasciare Albaro in modo quasi furtivo, “adducendo motivi di forte stanchezza”.

    La risposta della CDF arriva poco dopo per pugno LAPIDARIO dello stesso Prefetto, il 18 Luglio 2019, quando ringraziando il Cardinale, revoca il mandato a celebrare il processo Penale Canonico (chiesto dalla stessa CDF il 7 Gennaio 2019) e i chiede che tutti gli atti siano trasferiti al Tribunale Penale Canonico di Torino. Non accresce nella missiva i motivi della revoca.

    In una missiva del 5 agosto, Bagnasco comunica alla CDF di aver spostato temporaneamente don Franco al Santuario di Crea e che a settembre, sarà trasferirlo a Roma, in una comunità di recupero, assistito da un ottimo psicoterapeuta.

    La domanda sorge spontanea, che senso ha mandare oggi, una persona ormai sana, che secondo l’indagine dello stesso cardinale, non reitera da 21 anni, in una comunità di recupero e sottoporla a psicoterapia?

    Perché mai?

    L’indagine svolta dalla Rete L’ABUSO – prima con l’aiuto del giornalista Ferruccio Sansa, poi di Alessandro Tesei – riguardo gli anni recenti, quelli di Albaro, parte grazie ad una lettera anonima pervenuta alla Rete a fine agosto. Quella lettera testimonia che nell’agosto 2019, ad Albaro è successo qualcosa che ha spinto qualcuno a scriverci, ma forse ha anche creato l’esigenza di non poter più lasciare don Franco li, anche solo 25 giorni, fino a settembre e mandarlo direttamente a Roma.

    Nell’indagine, durata circa 10 giorni tra Albaro e Sori, raccogliamo un profilo del Castagneto nel quale viene descritto un uomo possessivo, un manipolatore che ha l’arte di fare compromessi per “incatenare” a se le persone, come faceva peraltro a Sori, non è inverosimile pensare che abbia potuto farlo anche ad Albaro, se pur con altre modalità.

    Anche nei rapporti della Polizia Giudiziaria che ha svolto le sue indagini e sentito diversi testimoni, emerge che don Castagneto aveva creato una sorta di dormitorio dove era solito ospitare giovani disagiati in cambio di lavoretti in parrocchia, alcuni un po’ sbandati, altri come uno dei testimoni. Persone tuttavia che avevano in comune il bisogno di un alloggio, sottoposte di conseguenza a una forte sudditanza.

    Lo conferma lo stesso sacrestano che per sette anni ha lavorato al fianco di don Franco ad Albaro e che agli inquirenti non nasconde il timore per questa indagine. Racconta che don Castagneto, proprio mentre veniva informato da Bagnasco del procedimento canonico a suo carico, intercedeva con la diocesi per fargli avere un appartamento all’interno della canonica, e adesso teme che l’indagine possa in qualche modo interferire.

    Confermerà che uno degli ospiti segnalati di cui avevamo recuperato il nome, è scomparso da un giorno all’altro, proprio insieme a don Franco. Racconta di averlo recentemente incontrato, di avergli proposto di intercedere con il nuovo parroco per farlo tornare a vivere li, facendo lavoretti. Ma il ragazzo taglia corto e defila. È la stessa Polizia a non riuscire più a rintracciarlo.

    Il sacrestano conferma anche un’altra segnalazione che avevamo raccolto e trasmesso alla procura di Genova, che trova riscontro anche in un’altra deposizione agli atti. Il suicidio di un giovane ospite che don Franco aiutava.

    Tutte informazioni che gli ex parrocchiani di Castagneto ad Albaro, parrebbe abbiano omesso al cardinale, informazioni che però sottoscrive nero su bianco lo stesso sacrestano di Albaro, l’unico al quale il cardinale non ha chiesto.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/21/genova-la-cdf-vaticano-revoca-a-bagnasco-lincarico-del-processo-a-don-castagneto-e-lo-passa-a-torino/

  • Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    40135 ROMA-ADISTA. Marilène Ghanem e le altre sopravvissute agli abusi di Mansour Labaki, prete maronita incardinato a Beirut e “orco” di bambine e adolescenti, sono ancora lì, a lottare perché sia riconosciuto loro l’onore di donne e di persone, e siano ristabiliti nei loro confronti la giustizia e il pieno diritto a non essere considerate alla stregua di meretrici, come ha lasciato intendere il difensore di Labaki, Antoine Akl, intervenendo telefonicamente durante l’intervista a Ghanem nella trasmissione televisiva, Ana Héik (Sono così, 29/1/20). La loro riabilitazione sociale può venire dal pieno riconoscimento della colpevolezza di Labaki sia all’interno della Chiesa maronita, con la dimissione del prete dallo stato clericale, sia a livello di giustizia civile. Ma, colmo della beffa e della mistificazione, le sopravvissute libanesi il 16 marzo avranno sì modo di comparire davanti ai giudici, ma in un processo intentato (nel maggio 2014) contro di loro da Labaki con l’accusa di complotto ai suoi danni. Adista segue la vicenda dal 2013, n. 34; e poi con i nn. 19/14, 13 e 17/16. Nei nn. 23/16 e 10/19, è Marilène in prima persona a raccontare il dramma della violenza personale e sociale subita e della giustizia negata.

    Eppure il prete maronita, oggi 80enne, è stato riconosciuto «colpevole» dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sezione di Parigi) di «due capi di imputazione, cioè i delitti contra sextum», abusi sessuali, «verso tre minori» e «il crimen sollicitationis durante la confessione di una della vittime». Il Decreto (protocollo n. 648/2011) della Congregazione, datato 23 aprile 2012 (giudizio confermato il 19 giugno 2013), lo ha condannato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo di ritiro deciso dal Vescovo in accordo con la Congregazione» vaticana; alla «privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; alla «interdizione della celebrazione dei sacramenti coram populo, cioè in pubblico», eucarestia in primis; e alla «interdizione di assumere qualsiasi direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche (conferenze, apparizioni alla televisione, celebrazioni…), come di prendere contatto con i media o con le vittime». Il Decreto si chiude con una «precetto penale»: «in caso di grave violazione delle pene summenzionate, gli sarà applicata la “scomunica minore” il tempo necessario alla piena osservanza delle pene». Le autorità ecclesiastiche non hanno mai vegliato sull’applicazione delle pene previste: Labaki le ha in vario modo disattese, fino al punto da intentare causa alle sue vittime, pur non avendone facoltà perché sotto punizione.

    Le amicizie che contano

    La condanna non è tornata a vantaggio delle vittime, anche perché non è mai stata resa pubblica. Labaki, considerato il Marcial Maciel del Libano, in riferimento all’abusatore seriale fondatore dei Legionari di Cristo, è d’altronde un abile manipolatore e non si è fatto mettere con le spalle al muro, facendo leva sulle amicizie autorevoli e potenti di cui gode, a partire dal patriarca maronita card. Béchara Boutros Raï; amicizie anche complici, perché – c’è un “vaso di Pandora” colmo di abusi pronto a scoperchiarsi: il primo che denuncia Labaki, sarà denunciato, sintetizza Ghanem. Il quale Labaki può peraltro contare sul “buon nome” che s’è fatto, e sul lustro ricaduto sulla Chiesa libanese, con opere varie, fra le quali l’istituzione del “Foyer Notre-Dame du Sourire”, in Libano, e, in Francia, del “Foyer Notre-Dame-Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani. Foyer, quest’ultimo, che ha fornito all’orco “materiale” per continuare nel tipo di abusi già perpetrati in Libano (qui, anche su una sua nipote quattordicenne), tanto che è in corso in Francia, dal 2011, un processo che lo vede imputato di pedofilia, accusato da varie sopravvissute francesi. I magistrati francesi, non riuscendo ad ottenere mai la sua presenza al giudizio, hanno anche emesso contro l’orco libanese, nell’aprile 2016, un mandato di cattura internazionale. Senza risultato, bisogna dire.

    Il patriarca libanese sta dalla parte del prete pedofilo

    Secondo il cardinal patriarca Raï sarebbe in atto una «campagna diffamatoria» contro Labaki, e sarebbe dimostrata dal carteggio di circa 2mila e-mail intercorse privatamente tra le autorità ecclesiastiche e le vittime in cerca di giustizia. Tale documentazione è stata letteralmente rubata con l’ausilio di esperti hacker ed è servita al prete abusatore per citare in giudizio per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo avevano condannato (uno dei quali è Luis Ladaria, allora segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e oggi prefetto della stessa), colpevoli, a dire dell’“orco”, di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe, di volta in volta, nientemeno che la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Il “malloppo” di e-mail è stato consegnato, i primi di febbraio del 2016, dal patriarca Raï a papa Francesco «come prova di innocenza di Labaki». Secondo Raï, il prete abusatore sarebbe sotto attacco non per i crimini di pedofilia (il patriarca non ne tiene proprio conto), ma a motivo di una decisione d’autorità non gradita alle persone che l’hanno subita e che perciò avrebbero scatenato la guerra, dando il via, appunto, a una «campagna diffamatoria». Ecco infatti cosa dichiarò l’alto gerarca maronita il 18 marzo 2016, dopo l’incontro con Bergoglio, durante il discorso tenuto nella scuola di San Giuseppe a Aintoura: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche. Tutti i documenti (consegnati al papa, ndr) mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui». Della quale avrebbero evidentemente profittato, per distruggere il “poveruomo”, massoneria internazionale, sionismo e sette sataniche.

    Che in tutta la torbida vicenda papa Francesco sia stato manipolato si desume da un altro episodio: a marzo 2018, l’uscente ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, Antoine Andari, ha scattato una foto del momento in cui Francesco dedicava una copia del suo libro Dio è giovane al prete abusatore, scrivendo: «Al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco».

    Un mezzo mea culpa

    Il processo, nella cui udienza del 16 marzo prossimo verranno interrogate varie sopravvissute libanesi per rispondere all’accusa di associazione a delinquere e falsa testimonianza – accusa rivolta anche contro l’allora monsignore o oggi cardinale Luis Ladaria –, non è praticamente mai iniziato: agli appuntamenti fissati dal tribunale, un paio l’anno dal 2014, l’accusa non si è mai presentata, costringendo il giudice a indicare una nuova data. Sicuramente l’accusa punterà al massimo sulla prova che giudca schiacciante, il carteggio delle e-mail.

    La difesa, invece, produrrà fra le prove una lettera del 2003 scritta a mano e firmata da Mansour Labaki, indirizzata a una donna-vittima, una lettera che è un mea culpa ma dai toni decisamente manipolatori: «Carissima XXXX, consapevole della sofferenza che ancora subisci a causa di un atteggiamento ambiguo che ho avuto verso di te 19 anni fa, quando sei venuta per offrire i tuoi servizi al Foyer di XXXX, vengo a chiedere il tuo perdono per la ferita che ti ho causato, quando ero completamente inconsapevole della portata di infelicità di un gesto che volevo paterno. Il mio carattere orientale esuberante può essersi prestato a confusione. Ma, carissima, eri così dolce, così pura, così bella, così sorridente che pensavo di aver visto in te una santa o addirittura la Beata Vergine. Strigendoti al mio cuore, ero certo di abbracciare una Santa-Teresa che tu rappresentavi per me. Come immaginare uno sbandamento? Non riesco ancora a immaginarlo. Stavo oscurando un fiore, tanto era luminoso il profumo della tua purezza! Ma, ecco, ora capisco che queste azioni ti hanno ferito. Oh! come sono dilaniato. E quando XXXX e XXXX sono venuti a chiedermi spiegazioni, diedi loro in coscienza la mia versione delle cose. Il che ha potuto far loro pensare che tu stessi mentendo. No mia cara! Non stavi mentendo. Stavi soffrendo. Ma ero ingenuo e in buona fede. Sono quindi responsabile del male che hai provato e che continui a vivere. Davanti a Dio e davanti a te, chiedo perdono e, dimmi, come vuoi che ripari? Spiritualmente, dirò molte messe e preghiere per te affinché tu possa trovare la pace del cuore, e per me affinché io comprenda e mi converta».

    Per anni e con tutti i ricorsi possibili e immaginabili a vescovi e al Vaticano, le vittime lottano perché sia resa loro giustizia e perché l’opinione pubblica sia resa consapevole della cultura della predazione che vige invitta nel loro Paese (e non solo). Per questo chiedono, fra l’altro, che Labaki sia dimesso dallo stato clericale e che sia pubblicizzato il provvedimento, e che si indaghi sulle autorità ecclesiastiche che hanno coperto i suoi crimini, a partire dai vescovi di Beirut che si sono succeduti negli anni.

    https://www.adista.it/articolo/62887

  • Zanardi, abusato da un prete: «Continuerò a sentirmi un vaso rotto»

    Zanardi, abusato da un prete: «Continuerò a sentirmi un vaso rotto»

    di MONICA COVIELLO – «Un vaso rotto: così si rimane. Si possono rimettere insieme i cocci, ma le crepe continueranno a segnarlo. Un bambino abusato non riuscirà mai a dimenticare, mai a mettere davvero da parte quello che gli è stato fatto». Francesco Zanardi, 48 anni, a 11 è stato vittima di violenza da parte del prete della parrocchia che frequentava, è diventato un attivista e ha fondato la rete «L’Abuso». Questi sono stati giorni molto importanti per lui: quelli del summit sulla pedofilia in Vaticano. Zanardi, che vive a Savona, li ha trascorsi a Roma, in attesa di novità e aperture che, però, non si sono concretizzate.

  • In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

    In Vaticano sono arrivate 2.200 nuove accuse di pedofilia da quando c’è papa Francesco

    Mentre il clero fa mea culpa sugli orchi, ecco i dati ufficiali della Congregazione per Dottrina della Fede: solo nel 2017 si contano ben 410 denunce “verosimili”. Dal 2013 a oggi in media è stato segnalato, ogni giorno, un nuovo prete pedofilo. Il pontefice ha spretato, nel 2016, sedici sacerdoti

    Il summit sulla pedofilia del clero cattolico voluto da papa Francesco dura quattro giorni. I capi dei vescovi ascoltano le drammatiche storie di alcune delle vittime degli orchi in tonaca. Fanno mea culpa. E propongono nuove linee guida per estirpare il fenomeno che sta distruggendo la credibilità della Chiesa.
    Ebbene negli stessi quattro giorni, alla Congregazione per la dottrina della fede, arriveranno cinque nuove denunce “verosimili” contro altrettanti sacerdoti, accusati di abusi sessuali su minorenni.
    Almeno a leggere i dati ufficiali, che qui diamo in anteprima, che evidenziano come il fenomeno non riguardi solo casi già noti e confinati al passato. Al contrario, la questione della pedofilia ha ancora oggi dimensioni gigantesche: da quando Bergoglio è diventato papa, nel marzo del 2013, fino al 31 dicembre del 2018 in Vaticano sono arrivate poco più di 2.200 nuove denunce dai vescovadi sparsi per il mondo. Si tratta in media di 1,2 nuovi casi al giorno.

    Il trend è impressionante. Le accuse sono raddoppiate rispetto al quinquennio che va dal 2005 al 2009, quando i casi sfioravano – nonostante l’eco dello scandalo “Spotlight” svelato dai cronisti del Boston Globe nel 2001 – i 200 l’anno.
    Dal 2010 in poi le accuse si sono moltiplicate. Un tendenza che potrebbe indicare una maggiore fiducia nella giustizia ecclesiastica da parte delle vittime, certo. Ma che racconta anche la persistenza e pervicacia del fenomeno, nonostante gli annunci sulla “tolleranza zero” lanciati ormai da 15 anni prima da Benedetto XVI poi da Bergoglio.

    Nel 2017, si legge nel report dell’Ufficio disciplinare della Congregazione che ha il compito di aprire processi canonici contro le tonache che si sono macchiate di atti “contra sextum”, cioè di “delitti contro il sesto comandamento con minori”, sono arrivate a Roma ben 410 denunce “verosimili”. Dunque già vagliate e giudicate credibili dai vescovi in loco, che hanno l’obbligo – una volta verificate le accuse – di spedire il fascicolo in Vaticano.

    Per la precisione, alla Congregazione per la dottrina della fede, dove gli “Officiali” dell’ufficio disciplinare guidati oggi dal cardinale Luis Ladaria lavorano la segnalazione, che può condurre a un’archiviazione o a un processo canonico contro il presunto molestatore.

    Nel 2016, scartabellando i dati vaticani, gli abusi denunciati dalle vittime sono invece 415. Nello stesso anno scopriamo che papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale, spretandoli, alcuni prelati: su 143 casi presentati dall’ex Sant’Uffizio al Sommo Pontefice, solo 16 sono stati spretati. Altri 127 casi hanno portato a «dispense da tutti gli oneri sacerdotali».

    Non sappiamo quanti sacerdoti abbia spretato papa Francesco nei primi sei anni del suo pontificato. Sappiamo però che solo nel 2011 e nel 2012 il predecessore Benedetto XVI ridusse allo stato laicale rispettivamente 125 e 67 persone.

    Dei nomi e dei motivi dei sedici prelati spretati da Bergoglio non sappiamo nulla: tutti i rinvii a giudizio, i processi e le decisioni del tribunale dell’ex Sant’Uffizio sono protetti da “perpetuo riserbo”. Fonti vaticane spiegano all’Espresso che i provvedimenti della Congregazione avallati poi dal papa «sanzionano quasi sempre crimini sessuali, perché per gli altri reati provvede la Congregazione per il Clero». In genere solo in casi straordinari, come quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick, espulso dalla Chiesa dopo le accuse di pedofilia dei giudici americani, la Santa Sede pubblicizza urbi et orbi la sentenza.

    Nel 2015 le denunce per atti sessuali su bambini e bambine hanno toccato i 518 casi. Nel 2014 sono state circa 500, nel 2013 le accuse sono 401.

    Tutte le vicende, i nomi delle vittime ma anche quelle dei presunti carnefici, sono “sub segreto pontificio”. Protetti da “perpetuo riserbo”. I dipendenti vaticani che ne parlano rischiano il licenziamento, persino la scomunica. A causa di norme mai modificate, il Vaticano guidato da Francesco ha negato alla procura di Cremona, nel 2015, gli atti istruttori e processuali su don Mauro Inzoli, già condannato per pedofilia dalla Congregazione e poi condannato a 4 anni e 7 mesi dalla magistratura italiana, nonostante la rogatoria andata a vuoto.

    Mentre ad ottobre del 2018 la Santa Sede ha invocato l’immunità per lo stesso cardinale Ladaria, convocato da alcuni giudici francesi a comparire in un tribunale per il caso del potente cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver insabbiato abusi nella sua arcidiocesi.

    Gli ottimisti sperano che domenica il summit possa concludersi con un annuncio importante del Vaticano. In modo da evitare che un evento significativo e altamente simbolico si trasformi in un altra occasione mancata.
    Le vittime, parte importante della comunità cattolica e i laici progressisti chiedono da tempo una riforma strutturale delle leggi vaticane sulla pedofilia clericale: come l’eliminazione del segreto pontificio, che impedisce una reale trasparenza sulle azioni dei predatori e degli insabbiatori, e un obbligo giuridico (e non solo morale) di denuncia, da parte di vescovi e prelati che vengono a conoscenza del reato, alle autorità civili del paese dove quest’ultimo si compie.

    In caso contrario, i risultati del summit rischino di essere dimenticati allo scoppio del prossimo scandalo.

  • Vaticano, primo vertice della storia sulla pedofilia: “Serve impegno di tutti per guardare in faccia il mostro”

    Vaticano, primo vertice della storia sulla pedofilia: “Serve impegno di tutti per guardare in faccia il mostro”

    Si terrà dal 21 al 24 febbraio l’incontro sugli abusi nel Clero

    È tutto pronto, in Vaticano, per il maxi vertice sugli abusi nel Clero che si terrà dal 21 al 24 febbraio alla presenza del Papa e dei presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo. Padre Federico Lombardi, che avrà il ruolo di moderatore, ha fornito alcuni dati in conferenza stampa: in totale, i partecipanti saranno 190. Oltre al Papa, al moderatore e agli organizzatori, ci saranno 114 presidenti conferenze episcopali o loro rappresentanti (36 dall’Africa, 24 dalle Americhe, 32 dall’Europa, 4 dall’Oceania), 14 capi delle Chiese orientali cattoliche, 15 vescovi che operano in territori di missione, 22 religiosi e religiose membri dei consigli delle unioni generali (12 uomini e 10 donne), alcuni partecipanti curiali tra capi di dicasteri attinenti e membri del consiglio dei cardinali non presidenti di conferenze episcopali. I partecipanti saranno divisi in undici gruppi linguistici: quattro gruppi per l’inglese, due per la lingua francese, due per lo spagnolo e tre per l’italiano. Il Vaticano ha preparato un sito internet, www.pcb2019.org, per fornire informazioni sull’incontro, sul programma, una timeline degli impegni presi dalla Chiesa nella lotta agli abusi e un elenco di tutte le attività svolte in questo senso a livello globale. I tre giorni di lavori saranno divisi per temi, Responsibility, Accountability, Transparency.

    Prima del maxi vertice in Vaticano, il comitato organizzativo incontrerà una delegazione di vittime. “Alcune associazioni di vittime saranno a Roma, per incontrare gli organizzatori del summit e dare le loro opinioni, esprimere le loro attese e i loro desiderata”, ha reso noto padre Federico Lombardi.  “Serve davvero l’impegno di tutti per guardare in faccia questo mostro”, ha dichiarato Alessandro Gisotti, portavoce ad interim della Santa Sede. “Dobbiamo ringraziare le vittime, che col loro coraggio hanno rotto il silenzio. La loro sofferenza – ha continuato Gisotti – ci chiede, per i nostri figli, di fare di tutto perché la Chiesa sia una casa sicura e accogliente per tutti, specialmente per i più deboli”. “È il coraggio delle vittime che ci ha aiutati a portare avanti questo progetto – ha confermato il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago -. Il Santo Padre si è occupato anche dei dettagli per dare voce a chi non ha voce. Sarà importante per tutti portare nel cuore le sofferenze delle vittime, rafforzerà la nostra motivazione”. “Come pastori dobbiamo sapere bene cosa fare – ha affermato mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede – dobbiamo avere le giuste informazioni. Non siamo in grado di agire da soli”. Per Scicluna, si tratta di “fare in modo che la Chiesa sia il luogo sicuro che deve essere”.

    Non collegare omosessualità a pedofilia – “È importante riconoscere il fatto che gli abusi sui minori coinvolgono soprattutto i maschi. Nel contempo, però, bisogna ribadire che l’omossessualità non è una causa della pedofilia”, ha poi aggiunto il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago.

    Statistiche pubbliche – “Ho parlato con il prefetto cardinale Luis Ladaria della possibilità di pubblicare le statistiche disponibili dalla Congregazione per la dottrina della fede” sulle denunce e sugli insabbiamenti dei casi di pedofilia. “Lui non è contrario, credo che si arriverà alla pubblicazione”, ha detto monsignor Charles Scicluna, segretario aggiunto della congregazione. “Ma non basta pubblicare i numeri – ha aggiunto mons. Scicluna – ci vuole uno studio approfondito per conoscere il contesto e il problema è eseguire la legge”.

    Le vittime – “Ogni sacerdote colpevole di abuso deve essere ‘spretato’ e i vescovi che hanno insabbiato devono essere espulsi dalla Chiesa. Quando vediamo vescovi e cardinali rimossi dal sacerdozio perché hanno coperto abusi su minori e Papa Francesco ci fa sapere che è per questo che vengono sollevati, è allora che vediamo la vera tolleranza zero. Non c’è altro modo. Lo abbiamo aspettato per troppo tempo”, ha detto Peter Isely, vittima di abusi da parte del clero e fondatore della rete di vittime End of Clergy Abuse, incontrando i giornalisti fuori dal Vaticano. Isely, abusato da bambino da un prete del Wisconsin e oggi psicoterapeuta, sottolinea la storicità del vertice: “Non è mai accaduto prima nella storia della Chiesa cattolica ed è importante. Perché ci dice che è un problema globale, che esiste all’interno del sistema globale della Chiesa. E che il sistema deve cambiare”. Per questo, chiedono una legge che sia uguale per tutti, in ogni parte del mondo. Le vittime chiedono che diventi obbligatorio per tutti i vescovi responsabili di diocesi collaborare con la giustizia civile e denunciare gli abusi.

    Sulle dichiarazioni di Papa Francesco, che ha chiesto di non avere aspettative enormi sui quattro giorni di vertice, Isely si dice deluso: “È come dire ai fedeli ‘Non aspettatevi che, se un sacerdote che abusa dei vostri figli, questo poi venga condannato’”. Il Papa e i vescovi, in questi giorni, “possono fare qualcosa, nei prossimi tre giorni, che può davvero salvare un bambino, da qualche parte nel mondo”: “Il mondo glielo chiede, non solo noi”, aggiunge. “Il crimine è orribile, terribile e Papa Francesco sembra averlo capito. Ma non sembra altrettanto ovvio – denuncia – che ci debbano essere conseguenze. Lui ha il potere ora di fermare le aggressioni del Clero nei confronti dei bambini”.

    https://www.lapresse.it/vaticano/pedofilia_vaticano-1161059/news/2019-02-18/

  • Capo ufficio alla Congregazione per la Dottrina della Fede si dimette dopo accusa di molestie

    Capo ufficio alla Congregazione per la Dottrina della Fede si dimette dopo accusa di molestie

    Ad accusare Hermann Geissler una ex suora tedesca, abusata nel confessionale

    di PAOLO RODARI

    CITTA’ DEL VATICANO. A poche settimane dal summit sugli abusi sessuali dei preti convocato da Francesco il Vaticano è scosso dalle dimissioni di padre Hermann Geissler, capo ufficio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto al cardinale prefetto Luis Ladaria “di lasciare il suo servizio”. Il prefetto “ha accolto questa richiesta”, comunica un comunicato diramato dall’ex Sant’uffizio.

    Geissler, 53 anni, austriaco, accusato da una donna di molestie avvenute nel 2009, “ha fatto tale passo per limitare il danno già arrecato alla Congregazione e alla sua Comunità”. E ancora, recita il comunicato: “Egli ribadisce che l’accusa contro di lui non è vera e chiede che sia continuato il processo canonico già iniziato. Si riserva anche eventuali misure di natura legale”.

    Ad accusare Geissler è Doris Wagner, una ex suora tedesca, che ha ricordato di essere stata abusata dal sacerdote durante una confessione del 2009 in occasione di un evento del 27 novembre a Roma dedicato a dare voce alle donne sopravvissute agli abusi sessuali del clero. Geissler, che da 25 anni lavora nella Congregazione per la Dottrina della fede e che è autore di numerose pubblicazioni in ambito teologico, è stato membro della comunità religiosa Opus spiritualis Familia, nota come “l’Opera”.

    In una breve intervista al National Catholic Reporter il 21 gennaio scorso, Doris Wagner ha dichiarato di aver riferito la condotta di Geissler alla Congregazione nel 2014 con l’aiuto di un avvocato canonico: “Ho ricevuto una risposta che affermava che padre Geissler aveva ammesso, e aveva chiesto scusa, ed era stato ammonito”, ha detto. “E questo era tutto”.

    Interpellato sulla vicenda, il portavoce vaticano Alessandro Gisotti ha dichiarato al Ncr che il sacerdote era “sotto esame da parte dei superiori della Congregazione per la Dottrina della Fede, che si riservano il diritto di prendere le iniziative appropriate”.

    L’abuso nel confessionale è considerato delitto tra i più gravi dalla Chiesa cattolica. Doris Wagner ha denunciato di aver visto Geissler continuare nel suo ruolo in Vaticano. E in effetti il sacerdote, come capo della sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede, dal 15 al 18 gennaio scorsi era elencato nella delegazione dell’ex Sant’Uffizio che ha partecipato a Bangkok all’incontro con i presidenti delle Commissioni Dottrinali delle Conferenze Episcopali dell’Asia.

    Adesso la parola passa al processo canonico che deve verificare se le accuse sono vere e che, nel caso, porterà ad altri provvedimenti. Francesco non vuole che la Chiesa sottovaluti gli abusi e le accuse di abusi e per questo motivo, affinché tutti si rendano conto della gravità del problema, incontrerà a fine febbraio a Roma tutti i presidenti della Conferenze episcopali mondiali.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/01/29/news/prete_s_uffizio_dimissioni_dopo_molestie-217757769/?ref=drac-2