Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in uno studio di Santiago del Cile. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Per 20 anni è stato abusato dal sacerdote Fernando Karadima. La sua storia

    “Vogliamo comunicare che tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida Lui liberamente per ciascuno di noi”.

    Con queste parole, a mezzogiorno di venerdì 18 maggio, nell’aula Pio X, a pochi passi da San Pietro, tutti i 34 vescovi cileni hanno dato le proprie dimissioni. Un fatto senza precedenti nella storia della Chiesa.

    A parlare è mons. Juan Ignacio Gonzalez, vescovo di San Bernardo, un sobborgo di Santiago. Gonzalez è stato incaricato, insieme a mons. Fernando Ramos, vescovo ausiliare della capitale del Cile, di fare da portavoce dei piani alti della gerarchia ecclesiastica cilena nella loro visita di tre giorni in Vaticano.

    È stata una breve conferenza stampa. Non hanno accettato domande, hanno letto un comunicato e sono usciti da una porta secondaria. Lo scopo era quello di evitare i giornalisti e le domande scomode, perché fino a quel giorno di domande scomode ne avevano avute fin troppe e, come ormai era consuetudine, il silenzio era la loro sola risposta.

    Lo scorso 8 aprile papa Francesco invitava tutti i vescovi cileni in Vaticano per discutere delle conclusioni del Rapporto Scicluna, un documento di 2300 cartelle dove mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e conosciuto come lo 007 anti pedofili, evidenziava gli insabbiamenti compiuti dal clero del Cile delle denunce su abusi sessuali.

    I prelati cileni sono arrivati in Vaticano lunedì 14 maggio e il giorno dopo, durante il primo incontro con il Santo Padre, quest’ultimo ha consegnato loro una lettera, alla quale la televisione cilena Canal 13 ha avuto accesso, in cui si legge che “alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi”.

    Il papa afferma inoltre che “si sono verificati problemi nei seminari: vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l’omosessualità”.

    Parole durissime e inaspettate, soprattuto perché neanche il papa aveva creduto alle accuse che da anni si facevano contro il vescovo Juan Barros Madrid, accusato di essere stato testimone oculare delle vessazioni a danni di minori compiute dal sacerdote Fernando Karadima.

    Infatti, nel suo recente viaggio in Cile, interpellato da una radio locale, Francesco aveva affermato che tali accuse erano solo delle calunnie.

    Ma al Pontefice qualcosa non tornava e così decide di mandare mons. Scicluna in Cile e scoprire grazie al suo rapporto, di essere stato, come lui stesso ha riconosciuto, “male informato” riguardo il vescovo Barros.

    A questo punto conviene però fare un passo indietro.

    Prima che Jorge Mario Bergoglio diventasse papa, prima della storica rinuncia dei vescovi cileni, quando sul soglio Pontificio sedeva Giovanni Paolo II, un pomeriggio di inizio estate del 2003 a migliaia di chilometri di distanza, in Cile, a Santiago, nel quartiere benestante di Providencia, nella parrocchia El Bosque, il parroco Fernando Karadima era in camera sua con un bimbo di 8 anni. Da soli.

    James Hamilton, la vittima che decide di denunciare

    La chiamavano “Veronica di Jimmy” ma il suo nome è Maria Veronica, moglie di James Hamilton. Quel pomeriggio del 2003, come tutti gli altri, parcheggia la sua auto nel retro della parrocchia de El Bosque. I suoi figli sono scesi prima e sono già dentro.

    Corrono lungo i corridoi, vanno in cucina, salgono le scale del cortile, giocano. Sono anni che frequentano questo luogo e tutti li conoscono.

    Maria Veronica partecipa alla messa e si ferma a chiacchierare con delle persone. Con lo sguardo cerca suo figlio ma non lo trova. Non si preoccupa, arriverà, pensa. Per la famiglia Hamilton essere in parrocchia equivaleva all’essere a casa.

    Così decide di andare a pregare di fronte al Santissimo, momento in cui arriva James.

    – Dov’è nostro figlio? chiede lui

    – Non lo so. risponde la madre.

    A James si gela il sangue. Come un animale che riconosce l’odore del pericolo, annusa l’aria, ha paura dei suoi pensieri. Il bimbo compare all’improvviso, non era perso.

    – Dov’eri? chiede il padre
    – Ero su, in camera da letto con il prete.

    James Hamilton, guarda suo figlio e il panico si confonde con la rabbia. il viso gli si contorce. Sgrida il bambino come non lo aveva mai fatto prima “ non voglio che tu vada da solo in camera del prete!”. Veronica è confusa, non capisce il perché di tale reazione. Anni dopo in un’intervista avrebbe detto “non riuscivo a comprendere. Il prete Karadima aveva tutta la nostra fiducia. Era persino il padrino di nostro figlio”.

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in un prestigioso studio di Santiago. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Questo medico alto, occhi verdi, risoluto e allegro non vuole essere considerato una vittima anche se per 20 anni è stato abusato da Fernando Karadima.

    Gli Hamilton sono una famiglia abbiente, James ha studiato nelle migliori scuole e università, ma alle spalle aveva una storia di solitudine e abbandono che il prete, come fanno i vecchi predatori, ha percepito e sfruttato.

    Nella sua prima intervista televisiva nel 2010, James Hamilton racconta pubblicamente degli abusi a cui era stato sottomesso a El Bosque: “Avevo 17 anni quando conobbi il padre Karadima. Fu meraviglioso, sentivo che si prendeva cura di me. Diceva di voler essere mio padre”. Per James non esisteva altro mondo al di fuori della parrocchia. All’epoca la vita erano i suoi studi e Dio.

    Durante quell’intervista, James si schiarisce la voce diverse volte, ha difficoltà a parlare, piange e in silenzio elabora i pensieri. “Un giorno in parrocchia fu organizzata una gita e andammo in una casa fuori Santiago.

    Una volta arrivati il prete ordinò a tutti di andare a comprare delle cose e mi chiese di restare con lui. Ero felice. Volevo conversare ma ci mettemmo a guardare la televisione seduti su un divano, così lui mi poggiò una mano sulla gamba, come lo fa un padre, solo che poi mi toccò i genitali. Io feci cortocircuito.

    Lui cominciò a masturbarmi…mi piaceva ed ebbi un orgasmo”. James trattiene il fiato e continua “Quel giorno qualcosa si è rotto dentro di me. Non so quante persone abbiano sentito di disintegrarsi dentro, ma posso dirvi che succede”.

    Gli abusi del prete sul ragazzo non si fermano. James diventa adulto ma non riesce a scrollarsi di dosso il potere che Karadima ha su di lui. Arriva a tal punto che permette che sia lo stesso prete a combinare il matrimonio con Maria Veronica, una ragazza docile e ingenua.

    Karadima celebra le nozze e battezza i loro figli. Il parroco di El Bosque sceglie in quale appartamento deve abitare la famiglia e interferisce come una presenza invisibile nelle loro dinamiche. Il prete è il loro direttore spirituale e confessore.

    James Hamilton diventa un medico rispettato e ammirato, ma vive in un limbo fra la sua vita pubblica e ciò che succede in camera da letto di Karadima. “Lui aveva il controllo assoluto su di me. Avevo il terrore di perdere il suo favore.

    Era come perdere il favore di Dio. Ero io il colpevole di provocare il prete. Mi sentivo spazzatura e alla fine non m’importava nulla, lasciavo che mi usasse”, avrebbe ammesso anni dopo.

    James si sommerge così in una spirale sempre più distruttiva. Sensi di colpa, necessità di approvazione, una famiglia perfetta, successo professionale, attività sessuale con il parroco, tutti pezzi di un puzzle dove il tassello mancate era la sua coscienza, fino a quando suo figlio si perde in parrocchia e il medico capisce di dover affrontare la realtà. Non ci sono più scuse, bisognava agire.

    Dopo questo avvenimento James Hamilton cominciò la lotta più dura della sua vita. Una lotta che avrebbe avuto come risultato la rinuncia di tutti i vescovi cileni e la richiesta di perdono dello stesso papa Francesco perché quello che James si trovò di fronte fu un sistema che, come ha sentenziato lo stesso Santo Padre quando ha incontrato i vescovi cileni, non proteggeva le vittime.

    “Le denunce (di abusi sessuali ndr) ricevute sono state qualificate come inverosimili mentre rappresentavano gravi indizi di un delitto. Certe inchieste non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

    Ci sono state anche – prosegue il papa nel documento consegnato ai vescovi – pressioni su coloro che dovevano fare i processi, e c’è stata anche la distruzione di documenti compromettenti”.

    Le parole del Papa sono arrivate qualche settimana fa, ma mentre questo medico cileno prendeva il coraggio di denunciare gli abusi correva il 2005 e James non era altro che David contro Golia.

    Le denunce e gli insabbiamenti

    “Durante quasi dieci anni siamo stati trattati come dei nemici perché abbiamo lottato contro l’abuso sessuale e l’insabbiamento nella Chiesa”. Così cominciava lo scorso due maggio la conferenza stampa di James Hamilton e le altre due vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, tenutasi a Roma in seguito agli incontri personali dei tre con papa Francesco.

    Dopo aver letto le pagine del rapporto di mons. Scicluna in Cile, il Santo Padre ha deciso di invitare in Vaticano prima le vittime del parroco de El Bosque, poi i vescovi (visita conclusasi con la rinuncia in blocco dei prelati) e infine altri sacerdoti vittima anch’essi di abuso di potere e coscienza all’interno della parrocchia di Karadima.

    “Il Papa ci ha chiesto ufficialmente perdono – ha raccontato Hamilton alla stampa – a nome suo della Chiesa universale”. Ma prima di ricevere l’invito del papa le tre vittime hanno dovuto affrontare l’archiviazione delle loro denunce, pressioni indebite da parte dei sacerdoti della cerchia di Karadima e i loro tentativi di screditarli pubblicamente. 

    La prima a denunciare gli abusi di Karadima è stata Maria Veronica Miranda che nel 2004 dà il via ad un lungo processo canonico contro il parroco de El Bosque. L’anno dopo è stato il turno di Hamilton, ma lui aveva paura.

    Pensava che la denuncia gli avrebbe comportato ripercussioni nella sua carriera, infatti non è passato molto tempo prima che venisse licenziato dalla clinica dove lavorava.

    Il giorno in cui decidere di raccontare la sua verità porta con sé un rosario. Si siede in sala di aspetto e comincia a pregare. L’uomo finalmente è riuscito a separare la propria fede dalla figura del suo confessore e aguzzino.

    Le denunce arrivano sulla scrivania dell’allora cardinale Francisco Javier Errazuriz. In un’intervista con CNN Chile, James Hamilton racconta che la sua dichiarazione “viene consegnata al cardinale Errazuriz che procede all’archiviazione nonostante ci fosse l’indicazione di mons. Esclusero di cominciare un processo ecclesiastico contro Karadima”.

    La relazione fra James e Maria Veronica si frantuma e due coniugi chiedono la nullità religiosa del loro matrimonio per “abuso sessuale, spirituale e psicologico”, perpetrato dal direttore spirituale di James.

    Nel 2010 il caso divenne pubblico e Hamilton chiede una riunione con Taricisio Bertone, all’epoca Segretario di Stato del Vaticano, il quale si trovava in Cile in visita ufficiale ma egli si negò all’incontro.

    Hamilton afferma che “Quando venne Bertone in Cile nel 2010 io chiedo un colloquio con lui ma mi è stato rifiutato (…) mi si cerca inoltre di far firmare una lettera dove assumevo la mia omosessualità, tra l’altro non vera, e affermavo che al momento dei fatti con Karadima ero già maggiorenne”.

    Finalmente, nel 2011 la Santa Sede conferma la colpevolezza di Karadima. Il parroco de El Bosque viene scomunicato e inviato a vivere in penitenza.

    Ma, la ferita si è riaperta quando nel marzo 2015 papa Francisco nomina Juan Barros come vescovo di Osorno, prelato che nel 2012 era già stato accusato di aver partecipato agli insabbiamenti delle denunce contro Karadima.

    Insieme a Tomislav Koljatic, Andres Artega e Horacio Valenzuela, sono stati accusati da Hamilton, Cruz e Murillo di aver protetto il loro mentore Karadima.

    Dopo gli incontri che papa Francesco sta tenendo in Vaticano, sarà egli stesso che deciderà le sorti del cardinale emerito Francisco Javier Errazuriz e dei vescovi appartenenti alla cerchia di Karadima.

    Da quel giorno nulla nella Chiesa cilena sarà come prima e forse essa ritroverà, come ha scritto Francesco, la sua missione profetica.

    https://www.tpi.it/2018/05/29/cile-abusi-sessuali-preti-denunce/

  • Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano  La Curia di Napoli invece temporeggia  sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

    Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano La Curia di Napoli invece temporeggia sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

    di Dario Striano


    La Chiesa cilena ha chiesto perdono, quella italiana e quella napoletana ancora vacillano. Venerdì i 34 vescovi sudamericani – 31 in servizio e 3 emeriti -, accolti da Papa Francesco in Vaticano – durante un vertice straordinario a porte chiuse -, hanno cercato di ‘riparare’ allo scandalo pedofilia che ha travolto il loro Paese, annunciando le loro dimissioni; la Curia di Napoli di fatti non ha ancora preso alcun provvedimento nei confronti del parroco don Silverio Mura, il prete di Ponticelli accusato di aver abusato di almeno 12 ragazzini della periferia est di Napoli, e scoperto recentemente a insegnare, sotto falsa identità, catechismo ai ragazzini di Montù Baccaria, nel Pavese.

    Le scuse cilene
    e le coperture napoletane
    Se i vescovi clienti hanno chiesto «perdono per il dolore causato alle vittime, al Papa, al popolo di Dio» e al Cile per «i gravi errori e omissioni» da loro commessi, nulla di nuovo invece si è mosso in questi giorni sul fronte napoletano, dove Diego Esposito, il 40enne partenopeo che più di tutti ha denunciato gli abusi subiti da don Mura in età adolescenziale, attende ancora Giustizia. E nonostante sia stato ricevuto la settimana scorsa dal cardinale Crescenzo Sepe, attende ancora di sapere che fine abbia fatto il suo ‘orco’. «In questo momento don Mura potrebbe insegnare ancora catechismo altrove sotto falso nome – così Diego Esposito al termine dell’incontro con la Curia di Napoli di qualche giorni fa – Noi volevamo precisazioni. Ma la Curia di Napoli ci ha detto di chiedere al Vaticano. Che loro non sanno niente».

    Il ‘dialogo onesto’ cileno e
    il processo civile al tribunale di Napoli
    Da un lato dunque, quello che i monsignori Fernando Ramos e Juan Ignacio Gonzales hanno definito «il dialogo onesto» della Chiesa Sudamericana con i vescovi che non solo hanno ammesso le loro colpe ma hanno ‘addirittura’ ringraziato le vittime «per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficolta’ personali, spirituali, sociali e famigliari». Dall’altro invece, il silenzio della Curia napoletana, accusata da Diego Esposito, anche in manifestazioni pubbliche, non solo di «aver insabbiato le molestie e gli abusi sessuali», ma anche di aver «coperto la falsa di identità di don Silverio Mura». Di averlo «nascosto al Nord Italia». Circostanza che ha spinto Rete l’Abuso, associazione da anni in trincea contro i preti pedofili, a presentare una denuncia al tribunale di Pavia, supportata dalla perizia della criminologa Luisa D’Aniello, la consulente di parte nel processo civile scaturito dalle denunce di Diego Esposito che inizierà nel 2019.

    Lo scandalo del Cile
    e il ruolo di Papa Francesco
    Eppure vi sono alcune similitudini tra i due scandali pedofilia. Anche in Cile il ‘terremoto’ partì dagli abusi compiuti da un singolo sacerdote Fernando Karadima, oggi ultra ottantenne, responsabile della parrocchia El Bosque di Santiago, condannato nel 2011 dalla Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede per abusi sessuali sui minori. E anche in Sudamerica alcune vittime accusarono il clero di aver coperto e insabbiato le molestie per anni. Puntando il dito non solo contro il vescovo Juan Barros, uno dei più stretti collaboratori di Karadima, ma anche contro Papa Francesco che durante la sua visita in Cile aveva provato a prendere le difese di Barros. Prima di fare dietrofront, e di inviare sul posto Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame di ricorsi in materia di delicta graviora alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, per ascoltare le vittime e raccogliere un dossier sulla dolorosa vicenda. Dopo il report di monsignor Scicluna, 2mila 300 pagine in cui sono raccolte 64 testimonianze, Bergoglio ha chiesto scusa alle vittime e ha voluto con l’incontro di questi giorni fare chiarezza sulla vicenda.

    La speranza di Diego
    e l’incontro con Bergoglio
    Anche con il caso Diego Esposito il primo dietrofront a far riaccendere i riflettori sulla vicenda è stato fatto dal Papa che a inizi febbraio 2018 ha chiesto di aprire nuovamente le indagini su don Silverio, forse archiviate con troppa fretta qualche anno fa, quando il 40enne fu ascoltato dalla Curia. Lo stesso Papa Francesco che Diego spera presto di vedere dal vivo. «Ho parlato con la prima sezione del Vaticano – così Diego il 15 maggio – mi hanno promesso che non appena il Sommo Ponte si sarà occupato del caso di pedofilia che coinvolge i preti cileni, mi riceverà privatamente e mi parlerà. Speriamo bene. Spero nella Giustizia. Che chi abbia sbagliato chieda perdono e paghi per i suoi errori». Come pare stia avvenendo con il caso dei vescovi cileni su cui Francesco ha già annunciato di voler fare «rimozioni», dopo la loro richiesta di dimissioni.

    Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano La Curia di Napoli invece temporeggia sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

  • PRETI PEDOFILI/ Vescovi cileni, quelle dimissioni che non piacciono al Papa

    PRETI PEDOFILI/ Vescovi cileni, quelle dimissioni che non piacciono al Papa

    Un colpo di teatro l’ultimo atto nella dolorosissima e controversa vicenda cilena. Ieri 32 vescovi si sono dimessi, ma sembra una mossa contro il papa. CRISTIANA CARICATO

    Un coup de théâtre l’ultimo atto nella dolorosissima e controversa vicenda cilena. Ieri mattina, alla fine della tre giorni di confronto in Vaticano su quanto accaduto negli ultimi decenni nella Chiesa del paese latino-americano, tutti i 32 vescovi del Cile hanno rassegnato le dimissioni. Un fatto senza precedenti, un’azione commisurata a quella che Papa Francesco in una lettera resa nota da Antenna 13, emittente cilena, consegnata dal pontefice dopo il primo incontro con l’episcopato sotto accusa, ha definito “ferita aperta, dolorosa e complessa”, una ferita “che per lungo tempo non smette di sanguinare nella vita di così tante persone e, quindi, nella vita del popolo di Dio”.

    Toni durissimi che non si limitano al caso iniziato negli anni 80, quando uno dei sacerdoti più popolari e carismatici del Cile, padre Fernando Karadima, iniziò ad abusare di ragazzi fragili, per lo più adolescenti, nella parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque di Santiago. Le sue malefatte, a lungo coperte o insabbiate grazie all’influenza e alla fama di cui godeva presso le gerarchie ecclesiali e l’alta borghesia della capitale, sono all’origine del più grave scandalo che abbia mai investito la chiesa cilena. Una tempesta che ha dissipato il credito di autorevolezza e moralità costruito eroicamente da parte del corpo ecclesiale durante gli anni della dittatura e che ha finito per investire anche il recente viaggio di Francesco nel paese.

    E’ proprio nella visita di gennaio che il bubbone, coperto e da connivenze e ipocrisie, è scoppiato. La presenza di Francesco ha fatto da detonatore ad una situazione già gravemente compromessa. Nonostante le denunce delle vittime fossero iniziate nel 2003, portando anche ad una condanna nel 2011 del sacerdote che ha formato almeno due generazioni di preti cileni da parte della Congregazione per la dottrina della fede, alti esponenti ecclesiali e almeno 4 vescovi cresciuti sotto la sua ala protettrice continuavano a minimizzare la vicenda, informando in maniera parziale e scorretta il Papa sulla verità dei fatti.

    Ma Francesco non è uno che si possa gabbare. L’isolamento avvertito durante la visita in Cile, le proteste di piazza, l’esperienza traumatica vissuta nei tre giorni passati nel paese lo hanno portato a prendere l’iniziativa. Un’indagine sullo scandalo affidata a mons. Charles Scicluna, l’arcivescovo di Malta, ex promotore di Giustizia vaticano oggi presidente del Tribunale dei Ricorsi, il più duro esponente della lotta alla pedofilia, insieme alla richiesta di perdono alle vittime per aver sostenuto mons. Juan Barros Madrid, vescovo di Osorno, collaboratore e figlio spirituale di Karadima, trasferito proprio dal pontefice alla diocesi nel sud del Cile nonostante le tante accuse di complicità e connivenza.

    Poi la cronaca dei giorni scorsi. La convocazione in Vaticano, la richiesta di riflessione e preghiera, le dichiarazioni dei vescovi cileni, contriti e preoccupati, finalmente disposti all’autocritica e consapevoli degli errori e omissioni compiute. E poi il finale, che si spera sia un inizio. Le dimissioni di massa. Che non convincono completamente. Perché hanno il sapore di una resa interessata, di un’azione collettiva che supera le profonde divisioni del corpo episcopale per scaricare sul povero Francesco la responsabilità di scelte e misure. Il rischio è che tutti siano colpevoli e allo stesso tempo innocenti, vittime di “un sistema”, che proprio Francesco mette sotto accusa, di ricatti, bugie e complicità. Rimettersi alla decisione del pontefice dopo anni di miopia sulle reali condizioni della Chiesa cilena sembra un modo per fuggire ancora una volta davanti al problema. Un segno ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, di immaturità.

    L’aspetto positivo è che al di là delle sincere o meno intenzioni, tutto questo va nella linea del papa: Francesco “commissaria” la Chiesa cilena, assumendo su di sé una croce pesantissima e il carico di decisioni e scelte che segneranno il futuro della testimonianza cristiana nel paese latinoamericano. Tutto riparte da lui.

  • Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Con un sincrono globale, in Australia rigida secretazione del processo al cardinale, a Roma Francesco incontra i vescovi cileni nel più stretto riserbo

    Anche il silenzio può far rumore. Anche il silenzio ha un suono. Bisognerà attendere per capire se si tratta della quiete prima della tempesta oppure se la consegna del silenzio servirà ancora una volta a coprire. Però un fatto è certo: quasi con un sincrono globale, il silenzio è caduto contemporaneamente su due delle vicende di pedofilia che hanno fatto tremare il trono di Pietro negli ultimi mesi.

    La prima in Australia. Nella udienza del 15 maggio del processo penale contro il cardinale George Pell (uno dei membri del C9 di Francesco), per abusi sessuali su minori che avrebbe personalmente commesso – ma il cardinale ha sempre negato con veemenza le accuse – la procura stessa ha chiesto il completo silenzio stampa e la non pubblicità delle udienze, persino la non pubblicità dell’inizio del processo vero e proprio, o meglio dei due processi distinti cui dovrà essere sottoposto Pell. Tra gli altri lo hanno annunciato l’AFP, la EFE, e il New York Times. E così è avvenuto.

    Il divieto riguarda “ogni resoconto di tutto o di parte di questo procedimento e qualsiasi informazione che derivi da questo procedimento e ogni documento giudiziario associato al procedimento”. Lo scopo è “prevenire un rischio reale e sostanziale di pregiudizio a una corretta amministrazione della giustizia”. I giornalisti che più di tutti hanno seguito il caso hanno dovuto avvertire i loro lettori del cambio di fronte quanto all’informazione, e hanno quindi avvisato che “per motivi legali” non possono più fornire alcun dettaglio. All’uscita dell’udienza del 15 maggio, il cardinale Pell, il più alto in grado nella gerarchia cattolica a finire sotto processo per un reato del genere, non aveva una faccia soddisfatta nonostante il fatto che il regime di non pubblicità lo aiuti a tenerlo lontano dall’accanimento mediatico. C’è infatti un risvolto della medaglia nella non pubblicità delle udienze: lascerà mano libera all’accusa di portare in giudizio tutte le testimonianze e le prove, anche le più scabrose.

    Che la Corte di Melbourne sia determinata a garantire la segretezza è dimostrato dal licenziamento in tronco appena avvenuto di un dipendente amministrativo degli uffici giudiziari che si era intromesso senza aver nessun titolo nel sistema informatico per conoscere quali siano le accuse precise contro Pell. Il sistema informatico infatti è protetto da un sofisticato sistema antintrusione che segnala con immediatezza chi consulta i file elettronici relativi al processo, senza esserne autorizzato.

    La seconda vicenda di pedofilia su cui, almeno temporaneamente, è caduto il silenzio è quella cilena, dove invece è sul banco degli imputati (anche in Tribunale, perché pende un processo civile d’appello da parte di tre vittime) la copertura data dai vertici della Chiesa a un prete pedofilo, Fernando Karadima, già condannato nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, al tempo di Papa Ratzinger. Un caso le cui conseguenze hanno fatto inciampare lo stesso Papa Francesco che, dopo aver difeso strenuamente il vescovo Juan Barros di Osorno (un discepolo di Karadima) dall’accusa di complicità, di ritorno dal suo viaggio in Sudamerica a fine gennaio, è dovuto tornare rapidamente sui suoi passi, inviare un “inquisitore vaticano” sul posto (l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna), convocare a Roma tutto l’episcopato del Paese (36 prelati, tra cui Barros e il cardinale membro del C9 di Francesco, Francisco Errazuriz Ossa) che da due giorni è in Vaticano, quasi in ritiro. Per una sorta di esercizi spirituali penitenziali, cui il Papa ha fornito persino un testo di meditazione e confronto.

    Il papa ha dovuto ammettere pubblicamente di aver compiuto dei gravi errori di valutazione sul caso Barros, indotti da informazioni non corrette che gli erano state fornite. Ha anche ricevuto tre vittime di Karadima che hanno accusato Barros di complicità. Dopo che il Papa aveva ricevuto le vittime, il Vaticano ha tenuto un profilo mediatico basso, anche perché le vittime hanno chiaramente detto che non volevano far parte di un’occasione di Pr, di pubbliche relazioni, per la Santa Sede. Lo stesso portavoce della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, ha reiteratamente sostenuto nei giorni scorsi che gli incontri del Papa con i vescovi cileni (che finisco la sera di venerdì 18 maggio) devono essere considerati come strettamente privati.

    In una lettera al termine dell’incontro il Papa ha ringraziato i vescovi cileni. “Voglio ringraziarvi per aver accettato l’invito affinché, insieme, abbiamo potuto esprimere un franco discernimento sui gravi eventi che hanno danneggiato la comunione ecclesiale e indebolito il lavoro della Chiesa del Cile negli ultimi anni. Alla luce di questi dolorosi eventi riguardanti gli abusi – di minori, di potere e di coscienza – abbiamo approfondito la gravità degli stessi e le tragiche conseguenze che hanno avuto in particolare per le vittime. Ad alcuni di loro ho chiesto perdono di cuore e vi siete uniti in una sola volontà e con la ferma intenzione di riparare i danni causati”.

    Intanto in Cile, alcuni organi di stampa sostengono che 11 vescovi, a partire da Barros, dovranno dimettersi. E che lo stesso accadrà per il Nunzio, cioè l’ambasciatore vaticano, Ivan Scapolo. Vengono tutti accusati di non aver fornito adeguate informazioni al Papa.

    Insomma, una situazione quasi sospesa. Bisognerà attendere per capire se la consegna del silenzio, impedirà, oppure no, a questo silenzio, alla fine, di emettere un suono.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/17/il-rumore-del-silenzio-sulla-pedofilia-nella-chiesa-tra-il-processo-pell-e-il-caso-cileno_a_23436998/

  • Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il redde rationem con l’episcopato cileno è arrivato. Al centro della convocazione di lunedì in Vaticano da parte di Papa Francesco (fino al 17 maggio) c’è la mala gestione dei casi di pedofilia da parte di alcuni vescovi e cardinali. Il caso del vescovo di Osorno, Juan Barros scoppiato all’inizio di gennaio, quando era in corso il viaggio del pontefice a Santiago del Cile, e accusato di avere protetto un pedofilo seriale, è stato l’inizio di una valanga. Uno dei due cardinali cileni – Ezzati ed Errazuriz – invitati a fare chiarezza a Roma ha fatto sapere che non si presenterà all’appuntamento, causando ulteriori polemiche in Cile dove la Chiesa è letteralmente spaccata. La testata cilena La Tercera conferma, invece, che il vescovo di Osorno Barros, al centro delle vicende arriverà a Roma in compagnia del gesuita Germán Arana, personaggio chiave nella storia di Barros  subito dopo che nel 2014/2015 è stato costretto a lasciare la carica di Vescovo delle Forze Armate del Cile

    Questo incontro fa seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno l’8 aprile scorso. Il Papa, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime. In un comunicato il Vaticano informa che il Papa vuole parlare apertamente con i vescovi dei risultati delle indagini fatte da monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e da don Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviati a fare una inchiesta supplementare in Cile due mesi fa. Intanto il Papa ha continuato a ricevere nelle ultime settimane altre testimonianze di abusi.

    «L’obiettivo di questo lungo processo sinodale – si legge in una nota- è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi». Non è previsto che Papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, che si svolgeranno in assoluta confidenzialità.

    Il sito cattolico Il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla che in questi mesi ha seguito con precisione e accuratezza il delicato caso scoppiato tra il Vaticano e il Cile, ha analizzato il «difficile momento: Papa Francesco avrà di fronte un episcopato molto diviso in gruppi e cordate dove, curiosamente, non mancano anche le interferenze esterne, alcune delle quali hanno origine in stanze e palazzi della Santa Sede».

    «Sono gruppi o cordate – scrive Badilla – che normalmente fanno riferimento, e così hanno agito per anni, ad una sorta di leader coordinatore e, in quanto tali, sono cordate che vorrebbero incarnare una propria visione della crisi, della comunità ecclesiale, del rapporto con il clero e con i laici e dei rapporti con la Sede Apostolica. Si tratta di gruppi o cordate che, oltre al loro linguaggio apparentemente fraterno e amichevole, in realtà si  guardano e rapportano con sfiducia e sospetto e ognuno crede di essere interprete e garante dell’opzione ecclesiale migliore per il Cile di oggi, anche se poi – a giudicare dai fatti – nessuno ha un ascolto nazionale rilevante neppure tra i fedeli cattolici.  Poche volte nella storia delle chiese particolari dell’America Latina si era visto un Episcopato, come quello del Cile odierno, così verticistico, staccato dalla realtà, autoreferenziale e arrugginito».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/scandalo_pedofilia_da_lunedi_il_faccia_a_faccia_tra_papa_francesco_e_i_vescovi_cileni-3726945.html

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    Pedofilia. I vescovi cileni chiedono scusa per aver mentito al Papa e alle vittime. Errazuriz Ossa non lo fa

    In una dichiarazione diffusa a conclusione della loro Assemblea generale, tenuta a Santiago del Cile, i vescovi del paese sudamericano fanno “mea culpa”
    per aver sostanzialmente mentito sulle responsabilità del vescovo di Osoeno Juan Barros sul caso del prete pedofilo Karadima, come accertato dall’inviato del Papa, l’arcicescovo di Malta Charles Scicluna. Francesco giovedì aveva scritto nella sua lettera: “Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate”.

    Ad offrire le informazioni false al Papa ci hanno pensato i due cardinali cileni Erazuriz Ossa e Ezzati (cioè l’arcivescovo emerito di Santiago membro del C9 e il successore) e l’attuale nunzio Ivo Scapolo. Tutti e tre personaggi molto vicini al cardinale Angelo Sodano, l’ex segretario di stato che dal 1977 al 1988 era stato nunzio in Cile, gli anni della dittatura di Pinochet e degli abusi di di Karadima (eventi collegati di fatto).

    “Accogliamo con fede e ubbidienza filiale questa lettera”, scrivono ora i vescovi cileni e poi aggiungono: “Insieme al Papa sentiamo dolore e vergogna poiché, nonostante le azioni poste in essere in questi anni, non siamo riusciti a far sanare le ferite nei cuori di molte vittime e, invece, continuano ad essere una piaga aperta nel cuore della Chiesa in Cile. Al tempo stesso rinnoviamo la nostra speranza perché vediamo nell’intervento del Successore di Pietro un cammino concreto per – tutti uniti – essere in grado di aiutare a sanare e a riparare le ferite che ancora restano aperte. La Lettera del Papa la riceviamo come un invito ad assumere questa sfida con magnanimità e umiltà. Per intraprendere questo cammino ci poniamo, come Chiesa, in uno stato di preghiera, ascolto e discernimento, nonché di disponibilità per rinnovare la comunione ecclesiale. Vogliamo farci carico degli errori che ci corrisponde e correggerli in modo tale che la Chiesa sia, sempre di più, un ambiente sano e sicuro per i bambini, bambine e giovani. Come ci ha detto Francesco: ‘Amiamo la verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciamoci convertire’. Chiediamo alle nostre comunità che ci aiutino con i loro consigli e preghiere, così come lo chiede lo stesso Papa. Le vittime devono essere il primo motivo della nostra preghiera e riparazione.
    Che la Madonna del Carmine ci aiuti in questo cammino di conversione e di rinnovamento ecclesiale”.

    Il cardinale Errazuruz Ossa, invece, sembra voler prendere le distanze dalle scuse dei suoi confratelli. Il porporato 84enne in una intervista con la stampa cilena ha precisato di non aver dato “informazioni false” e che, ha aggiunto, non rientrava “tra i miei compiti” informare il Papa “sulle difficoltà, i possibili errori o i mali che soffre la Chiesa in tutti i paesi”.

  • La svolta del Papa sul Cile: a Roma vescovi e vittime di pedofilia

    La svolta del Papa sul Cile: a Roma vescovi e vittime di pedofilia

    Caso Barros-Karadima, polemiche del viaggio, missione Sicluna

    Città del Vaticano, 11 apr. (askanews) – L’atto di accusa di 64 testimoni ascoltati dal suo inviato speciale tra Santiago del Cile e New York sono contenute in 2300 pagine che Papa Francesco invita i vescovi cileni ad accogliere “con il cuore e umilmente”.Papa Francesco volta pagina sul Cile. Il suo viaggio, a gennaio, era stato costellato di polemiche che affondavano le radici negli anni passati. E ora Jorge Mario Bergoglio ha preso carta e penna per scrivere ai vescovi, convocarli a Roma, esprimere “vergogna e dolore”, chiedere “perdono” per gli errori di valutazione e proporre alle vittime di venire anch’esse a Roma per poter comunicare di persone le sue scuse.

    Nel corso del viaggio cileno il Papa ha pubblicamente difeso un vescovo accusato da molti cileni di avere insabbiato le accuse contro un prete pedofilo. Il sacerdote è Fernando Karadima, influente sacerdote della borghesia di Santiago sin dai tempi di Pinochet, con amicizie in Vaticano nella cerchia wojtyliana, condannato nel 2011 dal Vaticano. Tra i suoi pupilli c’era Juan Barros, che ha poi fatto carriera e che Papa Francesco stesso ha nominato vescovo di Osorno. Innescando in molti fedeli delusione, indignazione, aperte manifestazioni di protesta. Anche durante il suo recente viaggio, però, il Papa ha difeso questo presule, sostenendo che le accuse fossero calunnie. Una presa di posizione che gli ha guadagnato una raffica di critiche da parte dei suoi amici e collaboratori: dal cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione pontificia per la tutela dei minori, ai gesuiti cileni e statunitensi, dal sito specializzato in informazione vaticana Il Sismografo al Centro per la tutela dei minori della Pontificia Università Gregoriana. Ascoltate tutte queste voci critiche, Jorge Mario Bergoglio si è corretto e ha deciso di mandare in Cile mons. Charles Scicluna, arcivescovo della Valletta a Malta, in passato procuratore generale vaticano nei casi di pedofilia e ora a capo del collegio di appello nei casi di abusi, uomo di Chiesa notoriamente poco incline ai compromessi. Scicluna ha incontrato le vittime di Karadima, che si sono dette molto soddisfatte e finalmente ascoltate. Ora, a quanto emerge, Francesco, ricevuto il rapporto dall’arcivescovo maltese, ha scritto una lettera ai vescovi cileni che verrà resa nota questa sera.

    Nella missiva il Papa esprime “dolore e vergogna” per “i gravi abusi di coscienza e di potere e, in particolare, gli abusi sessuali” su minori da parte di sacerdoti, in una lettera inviata ai vescovi cileni dopo aver inviato nel paese un suo inviato, mons. Charles Scicluna, per ascoltare le vittime e convoca l’episcopato cileno a Roma “per dialogare sulle conclusioni” della visita. “Mi rivolgo a voi, riuniti nella 115esima assemblea plenaria, per chiedere umilmente la vostra collaborazione e assistenza nel discernimento delle misure a corta, media e lunga scadenza che dovrebbero essere adottate per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile con lo scopo di riparare il più possibile lo scandalo e ristabilire la giustizia”. “Penso di convocarvi a Roma per dialogare sulle conclusioni della citata visita (di mons. Scicluna, ndr.) e le mie conclusioni. Ho pensato in questo incontro come un momento fraterna, senza pregiudizi ne idee preconcette, con il solo scopo di far rispendere la verità nelle nostre vite. Per quanto riguarda la data chiedo al vostro Segretario generale di farmi conoscere le possibilità”.

    “Riconosco e desidero che lo trasmettiate fedelemente che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata”: lo scrive Papa Francesco in una lettera ai vescovi cileni.

    Nella lettera non si menzionano esplicitamente i destini del vescovo Barros. Ma Il Papa scrive: “Sin da ora chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, nella riunione che avrò con i rappresentanti delle persone intervistate” da Scicluna. si tratterebbe in particolare di James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo, vittime di Karadima che secondo i media cileni avrebbero già confermato il viaggio a Roma. La Conferenza episcopale cilena in una nota ha subito confermato di essere pronta ad accettare la decisione del Papa.

    http://www.askanews.it/esteri/2018/04/11/la-svolta-del-papa-sul-cile-a-roma-vescovi-e-vittime-di-pedofilia-top10_20180411_204432/
  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • La bolla della pedofilia nella Chiesa cilena

    La bolla della pedofilia nella Chiesa cilena

    Era esplosa col caso molto controverso del vescovo di Osorno Juan Barros

    La nunziatura apostolica a Santiago del Cile resta sotto i riflettori. Nonostante la colecistectomia dell’inviato papale, Mons. Charles Scicluna, sono proseguiti i colloqui con testimoni e vittime di abusi sessuali avvenuti in Cile per opera di uomini di chiesa.

    E’ stato il prelato spagnolo Jordi Bertomeau, collaboratore di Scicluna che ha continuato gli incontri. La commissione d’inchiesta vaticana ha facoltà di ascolto di tutte le testimonianze.

    ISAAC GIVOVICH, portavoce delle vittime degli abusi: Stiamo parlando di uno dei casi di abusi ecclesistici piu’ estesi al mondo, parliamo di decine di vittime e di decine di religiosi coinvolti. Il nostro obiettivo è una reale riconciliazione con la Chiesa.

    La bolla era esplosa col caso del vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, che si ritiene abbia coperto gli abusi sessuali del proprio padre spirituale don Karadima. Nel suo recente viaggio in Cile il Papa aveva ribadito la condanna nei confronti della pedofilia ma il caso Barros è rimasto molto controverso e per molti fedeli cileni il Vaticano non si era reso conto della gravità della situazione. Da qui la necessità di istitutuire una commissione d’ascolto.

    JOSE ANDRES MURILLO, vittima di abusi: Tutti i bambini e le bambine così come coloro che intendono coltivare la loro spiritualità, la loro fede all’interno della Chiesa Cattolica, non devono temere di essere vittime di abusi. A noi sembra inaccettabile che i vescovi nascondano e proteggano gli aggressori sessuali, sono cose che non possono più accadere. Adesso si è mostrato qui un aspetto molto diverso della Chiesa cosa che ci riempie di speranza.

    Monsignor Scicluna resta disponibile a raccogliere testimonianze anche dopo la sua partenza, che finora era prevista per venerdì ma slitta in seguito all’intervento chirurgico andato a buon fine.

    Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in tema di “delicta graviora” alla Sessione ordinaria della Congregazione per la Dottrina della fede, era giunto lunedì a Santiago del Cile, ed è stato ricoverato in clinica e operato di colecistectomia dopo aver presentato un’infiammazione alla cistifellea. L’intervento è avvenuto nella Clinica dell’Università Cattolica di San Carlos de Apoquinado, a Santiago. Prima di arrivare in Cile lunedì per ascoltare i testimoni che accusano Barros, sabato a New York l’arcivescovo maltese si era incontrato con il principale denunciante e vittima di Karadima, Juan Carlos Cruz.
    http://it.euronews.com/2018/02/23/la-bolla-della-pedofilia-nella-chiesa-cilena